Luglio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
“HAI ABBOCCATO ALLA PROPAGANDA MONDIALISTA, QUELLA NON E’ ITALIANA”
Ieri Giorgia Meloni, ansiosa di far dimenticare al popolo che razza di rottami ha
imbarcato in Fratelli d’Italia dopo l’epocale figura di emmenthal fatta dal loro vicepresidente del Consiglio comunale di Vercelli Giuseppe Cannata, ha pensato bene di cambiare discorso pubblicando i suoi complimenti a Larissa Iapichino, che ha conquistato l’oro nel salto in lungo agli Europei Under 20 di Boras ed è salita sul podio come mamma Fiona May che vinse nel 1987.
Il problema è che i suoi piccoli fà ns, allevati a Piano Kalergi e “non sono razzista ma…”, non l’hanno presa benissimo.
E hanno cominciato a cantargliele tutti in coro perchè anche Giorgia abboccava alla “propaganda mondialista” che prevede la propaganda per gli atleti di pelle nera ma italiani e il menefreghismo nei confronti del sano prodotto italico (e bianco).
E così, tra un “comunque hai vinto ok ma non sei Italiana” e qualche pillola di storia patria (“Storicamente i veri Italiani erano gli Etruschi perchè con l’impero Romano le razze si sono mescolate, il problema della immigrazione incontrollata non ha e che vedere col colore è soprattutto con chi si è integrato perfettamente con noi, lei è semplicemente figlia d’arte che sta dimostrato di essere alla pari dei suoi genitori”), anche la Sovranista della Garbatella si è presa i suoi improperi.
Tutto nella norma: ad allevare mostri si finisce prima o poi mangiati.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
92.000 OCCUPATI IN PIU’ AZZERATI DI FATTO DA 139.000 CASSA INTEGRATI A ZERO ORA IN PIU’ (IN PRATICA DISOCCUPATI)
La Nazione oggi riporta i numeri e gli andamenti della Cassa integrazione dal 2012 a oggi del Centro studi dell’Associazione Lavoro e Welfare
E scopre che nei primi sei mesi dell’anno la Cassa integrazione totale, in termini di ore, ha avuto un’impennata di oltre il 16% rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Ma quel che più conta in negativo è che, dopo sei anni di costante calo, il ricorso al più noto ammortizzatore sociale del sistema di welfare è tornato a crescere.
Al punto che, negli ultimi 180 giorni, il numero dei cassintegrati a zero ore (di fatto disoccupati) ha toccato quota 139mila lavoratori: una cifra che da sola annulla l’incremento di 92mila occupati registrato a maggio su base annua dall’Istat.
Ebbene, in sette anni si passa da un totale annuo di ore di Cig che supera il miliardo e 100 milioni nel 2012 a 216 milioni nel 2018.
Dalla grande crisi alla ripresa, la diminuzione della Cassa integrazione accompagna, anno dopo anno, il miglioramento delle prospettive economiche dell’economia italiana. Il crollo delle ore di Cassa è rilevante: meno 80,61% tra 2012 e 2018.
E, di fatto, l’andamento più favorevole del Pil e della produzione industriale sono coerenti e contestuali.
Ma, dall’inizio del 2019, il motore dell’azienda Italia torna a incepparsi e, insieme con il raffreddamento del Pil fino a zero o quasi, torna a salire il ricorso alla Cig: e così nei primi sei mesi dell’anno le ore di Cig tornano ad aumentare del 16,29 per cento, fino a circa 144 milioni.
Il che lascia ipotizzare che, se il trend continuerà nel secondo semestre, a fine anno si potrebbe arrivare a 288 milioni di ore contro le 216 del 2018.
Un segnale grave, che indica un netto peggioramento dello stato di salute delle imprese e dell’economia manifatturiera in particolare.
Ma, soprattutto, scrivono gli esperti del Centro studi, «se consideriamo le ore totali di Cig equivalenti a posti di lavoro con lavoratori a zero ore, in questi primi sei mesi del 2019 (ventisei settimane lavorative) si determina un’assenza completa di attività produttiva per oltre 139.000 lavoratori».
In sostanza è come se avessimo in sei mesi circa 140mi1a nuovi disoccupati (133mila fino a maggio), che, però, per l’Istat non sono tali proprio perchè in Cassa integrazione.
Ora, tenendo conto che per l’Istituto di statistica, a maggio, su base annua l’occupazione è cresciuta di 92mila unità , la realtà dei fatti è che con l’impennata dei cassintegrati a zero ore (più 133mila fino a maggio) si sono di fatto persi oltre 2lmila posti di lavoro.
E se è vero che quelli dell’Istat sono dati statistico-campionari e quelli Inps, alla base dell’elaborazione, sono dati amministrativi (relativi a casi reali), l’osservazione avvalora ancora di più il contrasto tra le stime e i numeri reali.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
LA SOLITA SCELTA IPOCRITA PORTERA’ A SPACCARE IL GRUPPO IN COMUNE… IN MOLTI LASCERANNO, GRILLO FURIBONDO
Giuseppe Conte è pronto a dire sì alla TAV il 26 luglio. E questo scatenerà una tempesta
perfetta all’interno del MoVimento 5 Stelle, dove tanti duri e puri eletti soprattutto in Piemonte saranno chiamati a lasciare il M5S oppure a calare le braghe dopo una battaglia decennale. Senza contare l’ira di Grillo.
Racconta oggi il Corriere della Sera:
Una decisione clamorosa, un dietrofront inimmaginabile fino a qualche tempo fa, che diventa un atto quasi dovuto.
Si potevano perdere i finanziamenti europei o si poteva perdere un po’ la faccia (i 5 Stelle), e si sta decidendo per la seconda opzione, con ripercussioni difficili da immaginare nelle loro dimensioni, ma facili da descrivere a grandi linee: un Movimento spaccato, con gli storici esponenti no Tav (come Alberto Airola) furibondi e in partenza, rivolte possibili locali e di centri sociali, la giunta Appendino che scricchiola e il possibile Aventino di due personaggi di primo piano tra i 5 Stelle.
Quel Grillo che l’aveva definita «una cazzata», ne aveva cantato il de profundis prematuro («è morta») e la considerava una «presa in giro».
E quell’Alessandro Di Battista che, dopo averlo definito «un buco inutile», aveva invitato Salvini «a non rompere».
Gli scenari possibili, di fronte all’Agenzia esecutiva per l’innovazione e le reti(Ibnea), alla quale bisogna dare una risposta entro venerdì, sono solo due: accettare a testa bassa un’opera che metà del governo non voleva o provare un disperato tentativo di rinvio. Con il rischio di perdere i finanziamenti. […] La Lega esulterà , ma per i 5 Stelle sarà un’occasione per rivendicare di non essere del partito del no e per difendere un Toninelli che non si vorrebbe granchè difendere ma si deve, perchè sotto attacco dalla Lega e cedere ora sarebbe una seconda sconfitta.
Un problema? Per chi si è già venduto il doppio mandato, mica tanto.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
LA SOLITA VOTAZIONE PILOTATA PER CONFERMARE L’ENNESIMO TRADIMENTO
Con un filmato condiviso sui social, Luigi Di Maio conferma l’addio a una delle regole che ha da sempre distinto il Movimento 5 Stelle da tutti gli altri partiti: quella del secondo mandato.
Secondo il regolamento, attivo fino a ieri, gli esponenti pentastellati non potevano partecipare a più di due consultazioni. Da oggi, ma solo a livello di consigliere comunale o di municipio, se non si viene confermati ed eletti alla seconda tornata elettorale, il primo mandato (di fatto) si annulla, diventando un mandato zero. Insomma, si azzera la propria partecipazione e si riparte dal via potendo continuare a fare politica.
«Abbiamo deciso di introdurre il cosiddetto mandato zero. Che cos’è il mandato zero? È un mandato, il primo, che non si conta nella regola dei due mandati, cioè un mandato che non vale — ha provato a spiegare Luigi Di Maio nel video condiviso sul Blog delle Stelle e sui canali social del Movimento — . Ora voglio essere molto chiaro: il mandato zero e l’eventuale introduzione del mandato zero, se vorrete votarlo come iscritti, varrà solo e soltanto per i consiglieri comunali e per i consiglieri di municipio».
Il tutto sarà messo al voto degli iscritti sulla piattaforma Rousseau, ma il recente passato indica che la linea della leader è quella che segue anche il web.
Se non fosse chiaro, ecco che Di Maio prova a spiegare un po’ meglio tutto ciò: «Come funziona il mandato zero? Se tu vieni eletto consigliere comunale o di municipio al primo mandato e lo porti avanti tutto e poi decidi di ricandidarti e non diventi nè presidente di municipio nè sindaco, allora il tuo secondo mandato, quello precedente, cioè il mandato zero, non vale».
Come il Monopoli, insomma, con la carta «ripassa dal via» che annulla quanto fatto in passato.
Ma se ancora non fosse tutto chiarissimo, si prova a dare un’ulteriore spiegazione di questo mandato zero: «Il principio vero è che tante persone, giustamente, decidono di non ricandidarsi la seconda volta al Consiglio comunale come sindaco, perchè pensano che magari avendo delle armate di sette, otto liste contro, avranno difficoltà a riuscire a diventare sindaci e quindi la loro esperienza che hanno maturato nel primo mandato vorrebbero portarla in Parlamento, in Consiglio regionale, e scelgono di non ricandidarsi. Ma ci sono alcuni coraggiosi che invece in questi anni ci hanno provato comunque, sempre e comunque, e queste persone come tutte quelle che verranno che si ricandideranno anche al secondo mandato e magari nel loro secondo mandato finiranno di nuovo in Consiglio comunale perchè non ce l’hanno fatta a diventare sindaco, potranno ricandidarsi in altri livelli, in Regione o in Parlamento perchè il mandato zero viene neutralizzato. Se invece ti ricandidi come sindaco e vieni rieletto sindaco, allora a quel punto quello e’ il tuo secondo mandato e lo fai da sindaco per cambiare la tua città in cinque anni anche grazie all’esperienza che hai maturato nel tuo primo mandato».
Tutto chiaro, no?
(da agenzie)
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Luglio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
E C’E’ CHI NON LAVORA MA PRENDE I SOLDI
Le domande non accolte di reddito di cittadinanza sono il 40% del totale. Lo scrive oggi
Valentina Conte su Repubblica, che rivela i numeri dell’INPS con i dati aggiornati e diffusi mese per mese:
Su 1,4 milioni di richieste presentate — da marzo al 15 luglio — quelle accettate risultano poco più di 895 mila. La differenza — 505 mila, sopra il mezzo milione — va divisa tra i rifiuti veri e propri per mancanza di requisiti (il 25-27% circa) e tutte le domande sospese. Il grosso di queste richieste congelate — a quanto è stato possibile ricostruire — viene da famiglie straniere, le più permeabili ad alti indici di povertà assoluta, alcune anche con la cittadinanza italiana, bloccate da paletti resi molto stringenti dal Parlamento in sede di conversione in legge del decretone istitutivo del reddito di cittadinanza.
Paletti poi finiti in una circolare Inps altrettanto rigida, incluso il recupero della documentazione nei paesi di origine. La probabilità che queste domande da congelate diventino rifiuti veri e propri è molto alta. E non è l’unico aspetto controverso del reddito di cittadinanza. Un terzo dei beneficiari del sussidio è occupabile, secondo l’Istat. Può cioè lavorare. La stessa proporzione inserita nell’intesa stipulata qualche giorno fa tra Regioni e Stato sui navigator, i loro presunti tutor. A conti fatti — prendendo i dati diffusi ieri da Inps — si tratta più o meno di 300 mila famiglie (per la precisione 298.047). Dunque 300 mila potenziali lavoratori, ipotizzandone almeno uno per nucleo.
Nessuno di questi ha ricevuto sin qui l’sms o la mail di convocazione ai centri per l’impiego per la “presa in carico”, la stipula della disponibilità al lavoro (la Did) e le tre offerte di lavoro. Nè la chiamata dai Comuni per le 8 ore di lavori utili. Se ne riparlerà forse a settembre, quando i 2.980 navigator — dopo un breve ciclo di formazione agostana — saranno operativi nei centri.
Nel frattempo però quelle famiglie hanno incassato o stanno incassando circa 843 milioni di euro sulle card di cittadinanza. Soldi che non saranno chiesti indietro neanche al rifiuto di tutte e tre le offerte. E l’Inps ha già diramato la circolare sul bonus legato a queste assunzioni.
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
L’EMENDAMENTO CHE HA SALVATO LA BANCA COPRENDO IL BUCO DI 420 MILIONI E NEL CDA NOMI GRADITI A LEGA E M5S
La Banca Popolare di Bari cerca di far partire il nuovo corso a seguito dell’assemblea svoltasi domenica 21, a porte chiuse, in cui è stato approvato il bilancio con una perdita di 420,2 milioni, riportata a nuovo e la nomina di sei consiglieri.
A fine assemblea Marco Jacobini ha fatto esercizio di equilibrismo: si dimetterà ma non subito, non al primo cda, ma entro 10 giorni.
Jacobini, poche ore dopo l’approvazione del bilancio che ha certificato il disastro dell’ultima gestione (420 milioni di buco) che lui è « e resta» il presidente della Banca Popolare di Bari.
Ma ora, spiega Repubblica Bari, il problema è trovare la quadra perchè, raccontano fonti interne, è vero che i sei undicesimi del nuovo cda è pronto in qualche modo alla discontinuità , ma è anche vero che si è aperta una crepa, seppur di natura professionale, all’interno della stessa famiglia Jacobini: da una parte il padre Marco e il figlio Gianluca, dall’altra Luigi con l’amministratore delegato Vincenzo De Bustis.
In mezzo ci sono le delicatissime inchieste della magistratura. E anche la politica.
Se, infatti, fino a questo momento il potere della banca era stato sempre filogovernativo ma assai bipartisan, ora alcune carte in tavola sono cambiate: l’aiuto del governo con l’emendamento che di fatto ha salvato la banca dal default consentendo di postare 450 milioni in bilancio ha cambiato le carte in tavola.
Con 5 Stelle e soprattutto Lega Nord che hanno aperto un credito con l’istituto (e in cda ci sono professionisti a loro graditi) e tradito una linea elettorale che imponeva di stare «lontano dalle banche e con i risparmiatori».
«E invece – ha attaccato ieri il deputato pd Enrico Borghi – il presidente della banca, che evidentemente qualche responsabilità in materia la possiede, è stato riconfermato. Il buco da 450 milioni di euro è stato sanato con i soldi dei cittadini, in omaggio allo zeitgeist sovranista, e ora la giostra può ricominciare. Ora non vedrete però nessun Alessandro Di Battista correre nella piazza di Laterina a urlare come nuovo Savonarola: non vedrete nessuna diretta di Luigi Di Maio nel la quale come nuovo angelo sterminatore imbracciava la spada fiammeggiante della giustizia; non sentirete una sillaba da Matteo Salvini, che in altri tempi avrebbe urlato contro Roma ladrona e i cattivi meridionali scassa-bilanci», aggiunge.
Dure anche le associazioni dei consumatori.
Per il Comitato di tutela degli azionisti della Bpb «l’assemblea non ha cambiato nulla, ci si è limitati a gestire le nomine in cda. Scelte lontane dagli interessi degli azionisti. Il dato di bilancio – rimarca Antonio Pinto, esponente del Comitato – conferma che il tasso di fiducia dei clienti si è abbassato. Le dismissioni di crediti e di CariOrvieto da sole di certo non bastano a far recuperare redditività alla banca. Ci riuniremo a breve per decidere le prossime azioni».
Sulla stessa linea anche l’altra associazione in prima linea, gli avvocati dei consumatori: «Tanto tuonò che non piovve – commenta l’avvocato Domenico Romito in riferimento al mancato passo indietro di Marco Jacobini – è andato in scena il solito copione dell’assemblea dei soci che approva il bilancio nonostante sia il risultato più disastroso della storia della banca. La minoranza ha trionfato sulla maggioranza silenziosa che non è intervenuta. Restano dunque al potere gli stessi responsabili delle scelte che hanno causato le perdite e che dovranno ora dare risposte ai soci e agli obbligazionisti-creditori della Banca».
(da “NextQuotidiano”)
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Luglio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
AVEVA CONTATTATO L’AMBASCIATORE USA PERCHE’ INTERVENISSE A FAVORE DI SIRI
17 maggio 2018: le elezioni del 4 marzo hanno consegnato al paese una lunga serie di
tentativi di formare un nuovo esecutivo. Il governo Conte non è ancora nato: vedrà la luce il primo giugno. I suoi sottosegretari verranno nominati il 13.
Paolo Arata, consulente della Lega, secondo gli atti della Direzione investigativa antimafia di Trapani, sta coltivando le sue relazioni e i suoi contatti. L’obiettivo sarebbe quello di far avere al leghista Armando Siri un incarico nel futuro esecutivo.
Arata racconta di aver parlato con Gianni Letta, dice di aver chiesto l’intercessione di Giancarlo Giorgetti per far andare il figlio Federico al ministero degli Esteri. Ha parlato con il cardinale americano ultraconservatore Raymond Leo Burke. Si attiva su tutti i fronti.
«A dire dell’Arata, Gianni Letta si sarebbe anche adoperato per ‘intervenire’ (non si sa in che termini) su Giancarlo Giorgetti in favore del figlio Federico Arata», si legge nell’informativa della Dia.
Viene citato anche Matteo Salvini, il quale, sempre a detta di Arata «non sa dove mettere Armando. Poi io gli ho detto che deve fare il vice ministro con la delega dell’energia e lui lo ha chiesto a Salvini e Salvini ha chiamato anche a casa nostra ieri». Non risultano comunque, scrive la Dia, telefonate tra il leader del Carroccio e Arata.
17 maggio 2018
Quella sera, secondo le carte depositate dai pubblici ministeri in vista di un incidente probatorio previsto per il prossimo 25 luglio, Federico chiama il padre Paolo Arata per dirgli di aver ricevuto una chiamata da Siri. Nella telefonata, racconta Federico, il senatore gli ha chiesto di contattare l’ambasciatore americano in Italia — verosimilmente Lewis Michael Eisenberg — affinchè intervenisse sul capo dello Stato Sergio Mattarella, per «sponsorizzarlo» per un incarico di governo.
Non solo: Federico Arata aggiunge anche di aver tentato la “carta” dell’intercessione del cardinale Raymond Leo Burke per avvicinare l’ambasciatore Usa, portando però a casa un nulla di fatto: Burke avrebbe affermato di «non avere rapporti con quel diplomatico».
L’intercessione di Steve Bannon
Un’altra carta, però, per i due Arata c’è: quella di provare ad agevolare la via di Armando Siri al governo cercando di raggiungere Eisenberg (e, tramite lui, Mattarella) attraverso Steve Bannon, ex consulente del presidente Usa Donald Trump. «Poi ho scritto… poi… visto che tutto il giorno come al solito che mi sento con quell’altro… ha detto… poi dopo gli ho scritto a quest’altro qua e lui è amico… dell’ambasciatore», dice Federico al padre. «Cioè Bannon dici… stai parlando giusto?…Sì sì…usalo perchè Armando è un amico», risponde Paolo Arata.
Secondo fonti di Open, tra gli omissis degli atti della Dia ci sarebbero altri dettagli sul tentativo di raggiungere il presidente della Repubblica. Sarebbe stato lo stesso Armando Siri a insistere, chiedendo nuovamente, nei giorni successivi, ancora l’aiuto degli Arata per arrivare a far parte dell’esecutivo. Siri avrebbe detto di aver saputo da fonti della Lega che il presidente Mattarella avrebbe espresso resistenze proprio sul suo nome. Per questo il senatore avrebbe invocato l’intervento degli «amici» americani di Federico Arata: il Cardinale Burke e Steve Bannon. Secondo Siri, a loro Mattarella non avrebbe fatto resistenza.
Ancora secondo fonti di Open, Arata avrebbe pensato allora di rispolverare la carta Gianni Letta per far arrivare una parola di intercessione al capo dello Stato. L’imprenditore si sarebbe poi occupato di organizzare un incontro tra Bannon e Siri, per favorire la conoscenza tra i due e quindi la «sponsorizzazione». Arata avrebbe anche lavorato per far ottenere a Siri la delega all’Energia del ministero dello Sviluppo Economico. Un piano rispetto al quale si sarebbero messe di “traverso” le evoluzioni politiche, dato che il dicastero in questione è andato a Luigi Di Maio e ai Cinque Stelle.
(da Open)
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Luglio 23rd, 2019 Riccardo Fucile
IL PRIMO CRIMINALE SI E’ POI TOLTO LA VITA, IL SECONDO PURTROPPO ANCORA NO
Germania e Francia sono scosse da due casi riconducibili all’ondata di razzismo che da tempo ormai ha investito i due Paesi.
Un eritreo di 26 anni è stato gravemente ferito a colpi di arma da fuoco in quella che è stata definita come un’aggressione razzista. Il fatto è avvenuto nella zona industriale di Waechtersbach, in Assia. Contro l’uomo, che è stato colpito all’addome, sono stati sparati tre colpi di pistola da un’auto in corsa da un uomo di 55 anni che si è dato alla fuga. Lo sparatore è stato ritrovato morto qualche ora dopo nella sua auto. Gli inquirenti pensano si sia suicidato e privilegiano la pista dell’aggressione razzista.
L’aggressore, che secondo la Bild si chiama Roland K. ed è tedesco, è stato ritrovato dalla polizia in fin di vita all’alba di oggi nella propria autovettura ed è morto durante il trasporto all’ospedale. Secondo lo Spiegel si è tolto la vita.
Nella sua casa durante una perquisizione gli investigatori hanno trovato oggetti che ne indicano l’appartenenza a movimenti di estrema destra. La Bild riferisce che nella casa c’erano tre armi da fuoco, mentre nell’auto da cui l’uomo aveva fatto fuoco con una pistola calibro 9 sono state rinvenute altre due pistole. L’aggressore si sarebbe tolto la vita con una calibro 45.
Il giovane eritreo, che secondo la Procura si trovava regolarmente in Germania, è stato sottoposto ad un intervento chirurgico e secondo la polizia è in condizioni stabili. Gli investigatori, comunque, sembra non abbiano dubbi: “Si tratta di un episodio di xenofobia”, ha detto un magistrato della Procura generale di Francoforte in una conferenza stampa sull’aggressione in Assia.
L’ombra di un omicidio di stampo razzista scuote anche l’estate della Francia. A tre giorni dall’aggressione mortale, nei pressi di Rouen, di Mamoudou Barry, un trentunenne ricercatore universitario originario della Guinea, il procuratore della cittadina, Pascal Prache, ha annunciato l’apertura di un fascicolo giudiziario, con l’aggravante del movente razzista.
Fermato per l’aggressione, presso il suo domicilio, il principale ospetto Damien A, identificato grazie alle immagini della videosorveglianza. I fatti sono avvenuti sabato scorso, poco prima dell’inizio della finalissima di Coppa d’Africa tra Algeria e Senegal.
Secondo fonti citate da Le Parisien, Damien A. avrebbe apostrofato Mamoudou Barry e la moglie incontrandoli in strada, all’altezza di una fermata del bus: “Voi sporchi neri, vi uccideremo questa sera”. Parole che hanno indotto l’insegnante in giurisprudenza a scendere dalla sua auto e chiedere spiegazioni. A quel punto l’aggressore lo ha colpito violentemente, a pugni, poi con una bottiglia, fino a farlo rovinare a terra. Soccorso poco dopo, Mamoudou è stato ricoverato in ospedale dove è morto il giorno successivo.
(da Avvenire)
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