Febbraio 5th, 2020 Riccardo Fucile
SEI DONNE UCCISE IN UNA SETTIMANA… A DESTRA SOLA LA VOCE DELLA CARFAGNA
“Reati contro le donne hanno un preoccupante numero oscuro e il fenomeno è molto più diffuso rispetto a quanto ci dice la statistica”.
Lo ha detto il capo della Polizia Franco Gabrielli parlando a Brescia dopo il delitto di Francesca Fantoni, la 39enne uccisa a Bedizzole. L’ultimo femminicidio in ordine di tempo.
“Siamo davanti ad un problema culturale. Fino a quando nella società le donne vengono considerate come una proprietà questi fenomeni continueranno ad esserci”, ha spiegato Gabrielli.
“Bisogna fare rete con i centri antiviolenza. Bisogna accompagnare — ha aggiunto il capo della polizia — le vittime perchè non si esaurisce tutto con la denuncia, ma spesso i problemi per le donne iniziano in quella fase. Quando una donna viene uccisa è una sconfitta per tutti”.
Sei in una settimana, cinque in due giorni, una ogni 10 ore. Sono impressionanti i dati riguardanti gli ultimi casi di femminicidio in Italia.
Un vero e proprio massacro, come sottolinea il procuratore generale della Cassazione Giovanni Salvi nella sua relazione all’anno giudiziario, tanto da parlare di “emergenza nazionale”.
Allargando lo spettro le statistiche sono ancora più preoccupanti e dicono di una donna uccisa ogni tre giorni. Storie sempre uguali: denunce per violenze, poi denunce ritirate, solitudine, difficoltà ad uscire dalla condizione di soggiogamento. E la morte incontrata in casa, o vicino casa”.
Storie vere, come quella di Rosalia Mifsud e Monica Diliberto, madre e figlia, uccise in provincia di Caltanissetta. Rosalia aveva una relazione con Michele Noto, più giovane di 20 anni, e la figlia non voleva. L’uomo ha prima sparato alle due donne e poi si è suicidato.
Fatima Zeeshan, che avrebbe partorito a breve, è stata aggredita a calci e pugni e poi forse soffocata. Il suo compagno è stato fermato e non riesce a dare una spiegazione per l’accaduto.
E ancora le storie di Speranza Ponti, o quella di Rosalia Garofalo massacrata di botte per tre giorni finchè non è morta. La vittima aveva presentato almeno due denunce per maltrattamenti, poi ritirate.
Sei donne uccise in appena una settimana. “Finchè non saranno realtà la parità di salario e di occupazione, le donne non saranno economicamente indipendenti e non avranno i mezzi per sottrarre se stesse e i figli alla violenza maschile”, sostiene Mara Carfagna, vicepresidente della Camera.
(da agenzie)
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Febbraio 5th, 2020 Riccardo Fucile
LA GIORNALISTA HA INTRECCIATO IL RACCONTO DI EPISODI DI VIOLENZA ALTERNANDOLI A CELEBRI BRANO DELLA MUSICA ITALIANA
Dopo le polemiche e le contestazioni sulla sua presenza, la giornalista Rula Jebreal è salita sul
palco di Sanremo 2020 per il suo atteso monologo contro la violenza sulle donne. Sul palco due leggii: uno bianco, l’altro nero.
Da quello nero, la giornalista italo-palestinese ha letto le domande più crudeli poste alle vittime di violenza durante le loro denunce, snocciolando altresì i numeri degli abusi sessuali in Italia.
Dal leggio bianco, Jebreal ha invece letto alcune citazioni di brani della musica italiana, tutti scritti da uomini, che dimostrano che «è possibile trovare le parole giuste per raccontare l’affetto, il rispetto e la cura».
Il testo del monologo contro la violenza sulle donne di Rula Jebreal a Sanremo
«Lei aveva la biancheria intima quella sera?»
«Si ricorda di aver cercato su internet il nome di un anticoncezionale quella mattina?»
«Lei trova sexy gli uomini che indossano i jeans?»
«Se le donne non vogliono essere sfruttare devono smetterla di vestirsi da poco di buono».
Queste sono solo alcune delle domande poste in un’aula di tribunale a due ragazze che in Italia, non molto tempo fa, hanno denunciato una violenza sessuale. Domande insinuanti, melliflue, che sottintendono una verità amara, crudele: noi donne non siamo mai innocenti. Non lo siamo perchè abbiamo denunciato troppo tardi, perchè abbiamo denunciato troppo presto, perchè siamo tropo belle o troppo brutto perchè eravamo troppo disinibite e ce la siamo voluta.
“Ti proteggerò dalle paure delle ipocondrie
Dai turbamenti che da oggi incontrerai per la tua via
Dalle ingiustizie e dagli inganni del tuo tempo.
Perchè sei un essere speciale
Ed io, avrò cura di te.”
Sono cresciuta in un orfanotrofio, insieme a centinaia di bambine. La sera, una per volta, noi bambine raccontavamo una storia, le nostre storie. Erano una specie di favole tristi. Non favole di mamme che conciliano il sonno, ma favole di figlie sfortunate, che il sonno lo toglievano.
Ci raccontavamo delle nostre madri: torturate, uccise, violentate. Ogni sera, prima di dormire, ci liberavamo tutte insieme di quelle parole di dolore.
Io amo le parole. Ho imparato, venendo da luoghi di guerra, a credere nelle parole e non ai fucili, per cercare di rendere il mondo un posto migliore. Anche e soprattutto per le donne. Ma poi ci sono i numeri.
E in Italia, in questo magnifico Paese che mi ha accolto, i numeri sono spietati: ogni 3 giorni viene uccisa una donna, 6 donne sono state uccise la scorsa settimana. E nell’85% dei casi, il carnefice non ha bisogno di bussare alla porta per un motivo molto semplice: ha le chiavi di casa. Ci sono le sue impronte sullo zerbino, l’ombra delle sue labbra sul bicchiere in cucina.
“Butterò questo mio enorme cuore tra le stelle un giorno
Giuro che lo farò
E oltre l’azzurro della tenda nell’azzurro io volerò
Quando la donna cannone
D’oro e d’argento diventerà
Senza passare dalla stazione
L’ultimo treno prenderà ”.
Mia madre Zakia, che tutti chiamavano Nadia, ha preso il suo ultimo treno quando io avevo 5 anni. Si è suicidata, dandosi fuoco. Ma il dolore era una fiamma lenta che aveva cominciato a salire e ad annerirle i vestiti quando era solo un’adolescente. Il suo corpo era qualcosa di cui voleva liberarsi, era stato la sua tortura.
Perchè mia madre Nadia fu stuprata e brutalizzata due volte: a 13 anni da un uomo e poi dal sistema che l’ha costretta al silenzio, che non le ha consentito di denunciare. Le ferite sanguinano di più quando non si è creduti. L’uomo che l’ha violentata per anni, il cui ricordo incancellabile era con lei, mentre le fiamme mangiavano il suo corpo, aveva le chiavi di casa
“Sally ha patito troppo
Sally ha già visto che cosa
Ti può crollare addosso
Sally è già stata punita
Per ogni sua distrazione o debolezza
Per ogni candida carezza
Data per non sentire l’amarezza”
Quante volte siamo state Sally? Mentre Franca Rame veniva violentata il 9 marzo del 1973, cercò salvezza nella musica. “Devo stare calma. Devo stare calma. Mi attacco ai rumori della città , alle parole delle canzoni, devo stare calma”, recitava nel suo potente monologo “Lo stupro”, in cui ripercorreva quel fatto drammatico.
Le parole delle canzoni possono essere messaggi d’amore e di salvezza. Io sono diventata la donna che sono perchè lo dovevo a mia madre, lo devo a mia figlia che è seduta in mezzo a voi. Lo dobbiamo tutte, tutti, a una madre, una figlia, una sorella, al nostro paese, anche agli uomini, all’idea stessa di civiltà e uguaglianza. All’idea più grande di tutte: quella di libertà .
Parlo agli uomini, adesso. Lasciateci libere di essere ciò che vogliamo essere: madri di dieci figli e madri di nessuno, casalinghe e carrieriste, madonne e puttane, lasciateci fare quello che vogliamo del nostro corpo e ribellatevi insieme a noi, quando qualcuno ci dice cosa dobbiamo farne. Siate nostri complici. E quando qualcuno ci chiede “Lei cosa ha fatto per meritare ciò che è accaduto?”
“C’è un tempo bellissimo, tutto sudato
Una stagione ribelle
L’istante in cui scocca l’unica freccia
Che arriva alla volta celeste
E trafigge le stelle
È un giorno che tutta la gente
Si tende la mano
È il medesimo istante per tutti
Che sarà benedetto, io credo”
(da Open)
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Febbraio 5th, 2020 Riccardo Fucile
COMMOZIONE ALL’ARISTON, STANDING OVATION PER LA GIORNALISTA PALESTINESE
Era uno dei momenti più attesi del Festival di Sanremo 2020. Ma sopratutto uno di quei momenti su cui si era fatta più polemica.
Stiamo parlando del Monologo di Rula Jebreal. Un monologo che non ha avuto nulla di divisivo, ma che anzi ha messo a fuoco uno dei temi che sembra maggiormente toccare il nostro paese: la violenza sulle donne. Il monologo di Rula Jebreal a Sanremo 2020 ha convinto, è stato applaudito dal pubblico dell’Ariston e apprezzato anche sui social.
«Noi donne siamo sempre colpevoli – dice Rula Jebreal leggendo sul palco – o perchè siamo troppo disinibite. O perchè siamo troppo belle, o troppo brutte». Poi legge una strofa de La Cura di Battiato. Il monologo di Rula è molto intenso. Racconta la sua infanzia, l’essere cresciuta in luoghi di guerra, di essere diventata orfana.
Rula Jebreal parla di numeri. Ce li sbatte in faccia; perchè riguardano l’Italia, il nostro paese.. Negli ultimi tre anni in media 88 donne al giorno hanno subito abusi o violenze in Italia. Ogni tre giorni ne viene uccisa una. Nell’ottanta per cento dei casi il “carnerneficie ha le chiavi di casa”.
Poi legge una strofa de La donna Cannone De Gregori. Infine torna a raccontare il dramma della mamma, stuprata più volte, prima che decidesse di uccidersi, dandosi fuoco. La commozione le rompe la voce. Ad uccidere la mamma è stata proprio il papà .
Rula parla nel silenzio assoluto del teatro Ariston, rapito dalla sue parole. Ricorda lo stupro di Franca Rame. Rula piange, non trattiene le lacrime nella parte finale del suo monologo. Io sono diventata la donna che sono grazie a mia madremia figlia, e che è seduta in mezzo a voi»
Infine si rivolge agli uomini: «Lasciateci essere quello che vogliamo. Donne in carriere o mamme, è uguale». Poi aggiunge: domani parliamo del mio vestito, di come sono vestita stasera. Fatemi le domande che volete. Ma che non si chieda mai più ad una donna come era vestita dopo aver subito uno stupro».
L’applauso commosso dell’Ariston saluta la fine del monologo di Rula Jebreal. Sono tutti in piedi. E’ la grande vittoria di Amadeus.
(da agenzie)
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Febbraio 4th, 2020 Riccardo Fucile
MODERATO, SEI LINGUE, UFFICIALE IN AFGHANISTAN, COMPETENTE, GAY DICHIARATO, E’ IN TESTA CON IL 27% DEI VOTI QUANDO SONO STATE SCRUTINATI IL 62% DEI SEGGI
Arrivano con un giorno di ritardo e sono ancora parziali (solo il 62% dei seggi) ma i primi dati
sulla primaria dell’Iowa danno una clamorosa vittoria al più giovane di tutti i candidati, il 38enne Pete Buttigieg, sindaco di South Bend, Indiana. E’ lui in testa con il 26,9% davanti a Bernie Sanders (25,1%).
Terza Elizabeth Warren col 18,3% mentre l’ex vicepresidente Joe Biden deve accontentarsi di un umiliante quarto posto con il 15,6%.
La dèbacle organizzativa del partito democratico in Obama (“un disastro, proprio come quando governano” ha commentato Donald Trump) continua a far discutere, ma a questo punto la novità è l’ascesa spettacolare di Buttigieg. I dati finali potrebbero cambiare questa classifica almeno per i due primi posti. Inoltre Sanders è leggermente in vantaggio su di lui nel voto popolare, cioè nel conteggio del numero assoluto di consensi.
Ma Sanders era già un favorito nei sondaggi, e l’anno scorso sfiorò la vittoria nella stessa sfida contro Hillary. Pete è l’uomo nuovo, improvvisamente i riflettori sono su di lui. “Elettori dell’Iowa, avete dato uno shock alla nazione”.
Così esultava già lunedì sera Buttigieg, protagonista di un exploit clamoroso: già si vede potenzialmente come un nuovo Barack Obama, la rivelazione, l’outsider che può sconvolgere tutti i pronostici.
Dall’Iowa, Buttigieg esce come il candidato in crescita nell’ala moderata del partito. Non che sia “moderato” in senso classico, la sua agenda riformista per esempio è favorevole al Green New Deal.
Non segue però l’anti-capitalismo di Sanders; nè approva il progetto di sanità statale della Warren che ha un costo dichiarato di 20.000 miliardi di dollari in un decennio. Buttigieg si vanta di essere “il più bravo a moltiplicare i numeri degli ex-repubblicani”, conquistando una parte di coloro che votarono Trump.
Da questo momento il dibattito sulla “eleggibilità ” si sposta in suo favore. In fondo nessuno ha mai provato un entusiasmo folle per Joe Biden, 77enne in evidente calo di energia.
L’appeal di Biden era la convinzione — confermata dai sondaggi — che lui sia il più rassicurante per riportare all’ovile democratico frange di operai delusi; senza spaventare il ceto medio con le supertasse di Sanders e Warren.
Buttigieg ora può argomentare di essere lui il centrista giusto: giovane, brillante, competente (parla sei lingue), ex ufficiale che ha servito in Afghanistan. Non tutti sono convinti che l’America sia “pronta” a eleggere presidente un gay dichiarato, sposato con un uomo (che appare sempre a fianco a lui nei comizi). Però, ribatte Buttigieg, “ricordatevi cosa dissero quando Obama osò dichiarare la sua candidatura nel 2007”. E’ vero, anche allora a molti sembrò fanta-politica un afroamericano alla Casa Bianca. L’America non era pronta, si disse.
E proprio nell’Iowa la stella di Obama cominciò la sua ascesa nel 2008, con un sorprendente sorpasso su Hillary Clinton. L’altra cosa che Buttigieg si diverte a ricordare: “Tutti scherzavano sul suo nome. Dicevano: mai l’America avrà come presidente uno che si chiama Barack Hussein Obama. Nel mio caso, ho preso più voti di quanti siano gli elettori che hanno imparato a pronunciare il mio cognome”. Già ci scherza sopra Trump, su quel cognome cacofonico, storpiandolo a piacere. Il limite vero di Pete è un altro. Buttigieg ha avuto delle performance eccellenti in tutti i dibattiti televisivi perchè è preparato su ogni dossier, ha uno stile di comunicazione efficace e incisivo, ha i nervi saldi e non tradisce emozioni quando lo attaccano. Ha però come unica esperienza un mandato di sindaco di una cittadina di centomila abitanti. Obama al suo debutto nel 2008 aveva dieci anni più di lui, e una legislatura al Senato di Washington.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 4th, 2020 Riccardo Fucile
L’EUROPARLAMENTARE LEGHISTA GIANNA GANCIA ACCUSA SALVINI DI AVER FALSATO IL CONGRESSO DEL PIEMONTE E NON SOLO
Al processo per vilipendio contro Salvini che si sta svolgendo a Torino stanno uscendo storie che raccontano i veleni interni alla lega piemontese.
E tra questi parole molto dure di Gianna Gancia, ora europarlamentare della Lega e moglie di Roberto Calderoli.
“Se i panni sporchi si devono lavare in famiglia, laviamoli una volta per tutte — dice da Bruxelles Gancia —. Il risultato di quel congresso fu falsificato, forse da chi aveva organizzato la serata delle scope. E i 49 milioni non li ha presi Bossi. Ci piacerebbe capire dove sono andati a finire. Andiamo avanti”
Un regolamento di conti quel congresso in Piemonte, per qualcuno una trasposizione in politica della notte di San Valentino nella Chicago del ’29.
Conti che evidentemente non sono mai stati regolati del tutto, anche quando ormai la Lega dell’Umberto è un cimelio ingombrante messo tra le carabattole dagli eredi.
Sorta di beffarda Araba Fenice con le ali tarpate, ma che fa sentire la sua voce.
“La mia colpa era quella di essere contraria alla svolta lepenista, alla vicinanza con CasaPound. Io andavo contro il nuovo corso della Lega, ma erano in molti a seguirmi e questo scombinava i piani di Salvini per il Piemonte. È vero — spiega l’allora avversaria di Molinari al congresso — avevo detto che secondo me chi era indagato avrebbe fatto meglio a stare a casa e aspettare l’esito delle indagini, ma per Salvini i panni sporchi si dovevano lavare in famiglia. Va bene, allora laviamoli tutti e una volta per tutte”.
(da Globalist)
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Febbraio 4th, 2020 Riccardo Fucile
IL LEADER DELLE SARDINE ESCLUDE SCISSIONI, FA AUTOCRITICA SULLA FOTO CON BENETTON E SPIEGA CHE IN CAMPANIA “DE LUCA E’ UN PROBLEMA, RUOTOLO NO”
Santori, che cosa è successo a Roma: si è consumata la prima scissione delle Sardine?
Il mare non si scinde, al massimo si increspa. Stephen da tempo non si presentava alle riunioni delle sardine romane che temevano ci fosse un interesse personalistico dietro a quel gruppo Facebook. Ne hanno e ne abbiamo avuto la prova quando ieri mattina ha eliminato senza alcun preavviso tutti i moderatori. Rispetto Ogongo ma la critica sulla foto è stata solo strumentale ad una scelta che lui o chi per lui aveva già maturato da tempo.
Ogongo, che ha definito un errore la foto dei quattro fondatori con Benetton, è ancora o non è il vostro riferimento romano?
Lo è stato nel momento del primissimo contatto. Ma già dall’organizzazione di Piazza San Giovanni si capiva che il suo ruolo all’interno del gruppo era marginale e concentrato sulle apparizioni in tv e sui giornali. Il fatto che il suo gruppo Facebook abbia perso in poche ore 40.000 membri la dice lunga sul distacco con le sardine romane. Dispiace perchè quando lui era in difficoltà lo abbiamo difeso tutti prendendoci anche parte del fango che veniva indirizzato a lui. Presumo cercherà di fare carriera politica. Ma se questo è l’inizio…
Avete di fatto ammesso che la foto con i Benetton è un errore. Che cosa rappresenta per lei Benetton: un grande imprenditore, il responsabile “morale” del disastro autostrade, o un turbo-capitalista che non rispetta i diritti delle popolazioni indigene in America Latina, per i Mapuche?
In quel momento per noi Oliviero Toscani rappresentava il padrone di casa e Benetton una persona adulta con cui prevale il senso dell’educazione e del rispetto. Da lì nasce l’ingenuità della foto. Ma sbagliando si impara, e posso assicurare che abbiamo pagato anche molto più di altri che invece le foto se le fanno consapevolmente e rivestono ruoli di ben altra responsabilità politica.
Oltre l’ingenuità , quale è il giudizio?
Che il modello dell’abbigliamento low cost non sia sostenibile lo sappiamo tutti da tempo. Ma credo che se noi consumatori fossimo più attenti alle nostre scelte non esisterebbero certi imprenditori. I miei ormai tristemente noti maglioni sono tutti di seconda mano, e comunque, ripeto, eravamo lì per un altro motivo.
Voi avete sottoposto una vostra agenda a Conte. Se vi chiede un parere su autostrade, siete per la revoca o no?
Conte viene dal mondo del diritto e sa meglio di noi che per recedere un contratto in essere ci deve essere una giusta causa che deve essere comprovata dalla magistratura. Il tema che interessa davvero i cittadini è capire quando si tornerà ad avere una visione strategica delle infrastrutture viarie che sono uno dei di quei nodi irrisolti che separa il Sud dal resto del Paese. Negli anni ’60 per fare l’A1 Bologna-Firenze ci sono voluti 6 anni. Per la Variante di Valico, inaugurata nel 2015, ce ne sono voluti 32. Qualcosa non funziona.
Diversi ministri, come Boccia e Provenzano, hanno immediatamente risposto alla vostra lettera.
Sì, ci abbiamo anche avuto uno scambio. Adesso aspettiamo una risposta da parte di Conte. Credo che sia solo un problema di agenda.
Questa è la sua prima intervista dopo l’Emilia. Vi sentite i veri vincitori delle elezioni?
Ce lo dicono in tanti. A noi basta sapere che siamo stati fondamentali per un ritorno alle urne da parte di tanta gente che era assente da anni. Senza avere per questo bisogno di giocare sporco o di promettere l’impossibile.
Cosa è cambiato?
Quando siamo apparsi sulla scena la Lega era data vincitrice certa in Emilia Romagna. Dopo due mesi ha preso 8 punti di distacco. Se lo si guarda con attenzione questo è un bel cambio di paradigma. Abbiamo dimostrato che non vince per forza chi è più spregiudicato o chi grida più forte.
Non penserà che Salvini sia finito.
Non è certo finito, guai a pensarlo. Ma non è più quello di prima. Si è rivelato per la sua fragilità , soprattutto sbandierando un consenso di popolo che si è dimostrato fittizio sia nelle piazze che nelle urne. Si è intaccato il mito, sempre che mito lo sia mai stato.
In Calabria però non siete mai andati e non ne avete parlato. Perchè? Sapevate di perdere?
Sapevamo che la sfida più determinante sarebbe stata in Emilia Romagna e purtroppo per i calabresi lo sapevano anche i media. Per questo è stato difficile dare risalto all’azione delle sardine calabresi che nonostante le esplicite richieste scontavano una mancanza di rappresentanza unitaria del fronte anti-populista.
Alle prossime regionali come vi comporterete?
Lo chiederemo nelle singole regioni nelle assemblee che stiamo programmando a partire da questo week-end. È chiaro che ci sono alcune candidature in linea col nostro messaggio e col nostro modo di intendere la politica, ma ci sono anche candidature difficili da sostenere.
Facciamo i nomi: De Luca.
È uno di quelli che ci creerà delle difficoltà .
Alle suppletive Ruotolo lo sosterrete. E Gualtieri a Roma?
Non vi è mai un sostegno diretto perchè altrimenti faremmo parte di un partito. Con Sandro però c’è un rapporto particolare fin dalla nascita delle sardine, frutto anche del rispetto che gode nella sua terra di origine. Diciamo che ci sono candidature più ittiche di altre.
Durante la campagna elettorale emiliana, non avete mai pronunciato la parola “Bonaccini” o “sinistra”. All’opposizione di Salvini ci sono tante cose. Se la sente di definirsi di sinistra?
Il bello di essere di sinistra è che ci sono tante sfaccettature. Io sono di sinistra ma allo stesso tempo su alcuni temi la penso diversamente da Donnoli che la pensa diversamente da Jasmine. Non esiste libertà più bella che fare parte della stessa famiglia riconoscendosi delle differenze. E soprattutto la scommessa vinta dalle sardine è che tante persone si sono accorte di essere di sinistra.
Che cosa è per lei la sinistra? Nell’agenda che avete sottoposto a Conte non c’è l’urgenza della questione sociale, il dramma della disuguaglianza. Non sono una priorità ?
Nell’agenda c’è anche questo. Siamo tutte persone che si occupano di temi sociali e di uguaglianza nella vita di ogni giorno, ne riconosciamo l’importanza ma sappiamo che la lotta alle disparità si vince a partire da un disegno più ampio e complesso.
A proposito di agenda, siete sempre per l’abrogazione dei decreti sicurezza?
Fosse per noi non avremmo dubbi. E credo che gioverebbe anche ad un governo che a tratti sconta una crisi di identità . Ma la politica è fatta di dialogo e di ascolto. Noi porteremo le nostre esperienze e quelle di chi ha subito gli effetti di quei decreti e speriamo di incontrare orecchie sensibili.
Perchè, dopo il voto, ha scelto di scomparire dalla tv?
Il primo motivo è che la tv mi toglie molto tempo e c’era urgenza di tornare a lavorare per la fase 3. Poi trovavamo patetico intestarsi una vittoria quando in realtà non siamo mai scesi in campo.
Che cosa è la fase 3?
La fase che ci porterà a consolidare la dimensione nazionale.
Parliamo di questa vostra evoluzione. Conferma l’appuntamento a Scampia, giusto?
Sì, il 14 e 15 marzo. Il gruppo della Campania e di Napoli si occuperà della logistica, dell’accoglienza, delle relazioni con le realtà sociali del territorio. Mentre da Bologna ci occuperemo del contenuto dell’incontro e del processo di dialogo che porterà fino a lì. Alla fine, la domenica pomeriggio concluderemo con una grande festa che coinvolgerà le realtà di Napoli e di Scampia e tutte le sardine che vorranno venire a scoprire dal vivo che cosa ci siamo detti. Una sorta di streaming alternativo.
Il candidato che avete sostenuto in Emilia parla di autonomia differenziata. Se al Sud gliela contestano, lei difenderà l’autonomia?
Sarà uno degli argomenti di cui parleremo con Provenzano. La vera rivoluzione culturale è smettere di ragionare per compartimenti stagni. Non esiste sviluppo nazionale se si viaggia a due velocità : perchè il piano per il Sud non può essere scritto insieme alle regioni del Nord, e viceversa? Io addirittura sogno una riforma delle pensioni scritta dagli under 30 e una riforma del lavoro scritta da chi è in pensione. Bisogna smettere di ragionare per lobby e gruppi di interesse.
Torniamo all’appuntamento di Scampia. Quale è l’obiettivo politico di questo evento?
L’obiettivo è strutturale. Dobbiamo dare una casa sufficientemente grande, accogliente, organizzata ad un movimento sociale che, finora, è stato fluido e genuino ma che ha bisogno di organizzarsi per esprimersi al meglio.
È quindi il momento in cui, ciò che è nato come spontaneo, si organizza. Come?
Dando priorità al radicamento nel territorio e una rappresentanza nazionale sull’agenda politica. La scommessa è quella di trovare un collegamento tra chi fa attività sul territorio e chi rappresenta le sardine a livello politico. Lo stesso lavoro avverrà nel mondo parallelo dei social.
Senza tessere e strumenti tradizionali, tipo sedi o circoli?
Una delle formule che stiamo prendendo in considerazione è quella delle associazioni, ma lo capiremo meglio quando la struttura prenderà forma.
In questa fase 3, quale sarà il vostro rapporto con la sinistra e la sua annunciata costituente?
L’idea è quella di avere un gruppo politico che si occupi di portare i temi importanti e di discuterne con le forze politiche che intendono dialogare. Come abbiamo già detto diverse volte finchè non c’è una identità nostra è difficile partecipare al congresso di altri.
Un giudizio su Zingaretti.
Il suo approccio è stato giusto, coglie il bisogno di freschezza e rinnovamento. Secondo me gli piacerebbe guidare le sardine più che rimanere a guidare il Pd, e su certi aspetti lo capisco. Scherzi a parte, è molto apprezzabile la sua apertura e la sua voglia di rinnovamento.
Voi, intendo lei e Zingaretti, vi incontrerete?
Non è escluso.
Affrontiamo un tema cruciale per le organizzazioni politiche nascenti, la democrazia: siete un movimento democratico, o lei è una Sardina sola al comando?
Non c’è nessuna sardina sola al comando. La democrazia del movimento non è mai stata messa in discussione. Il vero tema è migliorare le comunicazioni e fare sentire tutti partecipi. Per cui si torna al tema della rappresentanza, e alla creazione della struttura, tra chi si occupa di territorio, regione, e chi dei temi politici.
È una struttura simile a un partito?
A un partito o un sindacato o un’associazione nazionale. Copiamo le strutture che funzionano ma innovandole, non abbiamo mai demonizzato mai nè i partiti nè la politica.
Cioè, mi faccia capire come funziona la democrazia interna. C’è da prendere una decisione, come la lettera a Conte. Come funziona, chi decide? Vi riunite? Scrivete? La condividete?
La lettera a Conte è stata il primo “prodotto” di un confronto tra diversi referenti territoriali che in questa fase si occupano di rappresentare politicamente la base e seguire l’agenda del Parlamento soprattutto sui temi a noi cari come i decreti sicurezza o il Sud. Parallelamente il gruppo di Bologna fa il lavoro sporco e si sta occupando di portare a Scampia la struttura migliore possibile, interfacciandosi con i territori.
Proporrà che chi guida il movimento deve essere eletto?
È tutto da decidere ma l’idea di avere rappresentanze elette c’è.
A quando in Parlamento?
La vera scommessa non è arrivare in Parlamento ma radicarsi sul territorio, e vedere quanto sono andate avanti le nostre idee. Politica non è solo Parlamento. E la velocità con cui le istituzioni ci rispondono dice che c’è un diverso modo di fare politica.
Lei ormai la fa a tempo pieno.
In verità la concilio col lavoro. Ancora.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 4th, 2020 Riccardo Fucile
I PADAGNI ANNULLANO IL MEETING CONVOCATO A SCAMPIA A CAUSA DEL FLASH MOB DELLE SARDINE CHE MARCANO A UOMO I SOVRANISTI
Questa è la storia di un meeting della Lega a Scampia convocato, ufficializzato e poi “rimandato” (sine die) perchè le Sardine hanno annunciato un flash mob in zona.
La racconta oggi Il Mattino:
Meno di un’ora dopo l’annuncio del meeting della Lega di giovedì alla Municipalità di Scampìa, che dalle Sardine è partita la contromossa modello Emilia Romagna: «Ci saremo anche noi a Scampìa giovedì, ma alla stazione della metro».
Un corpo a corpo con marcatura a uomo pacifico e anche con qualche botta d’ironia almeno fino a oggi quello tra la Lega e le Sardine.
Questa volta però la Lega — appreso della contromanifestazione — decide di fare il passo indietro, a comunicarlo è Emanuele Papa, il segretario dei giovani leghisti organizzatore del meeting promosso anche per sostenere la candidatura al Senato di Salvatore Guangi.
«Non annulliamo il meeting, lo posticipiamo. Una decisione presa — spiega Papa — per tutelare le forze dell’ordine e i nostri simpatizzanti, domenica allestiremo a Scampìa i nostri gazebo».
Paventano, quelli della Lega, il pericolo di scontri. Tant’è in Emilia non ci sono stati questi problemi. Non salta il flash mob delle Sardine: «Noi alle 16,30 saremo a Scampìa e confermiamo la nostra manifestazione» racconta uno dei coordinatori napoletani Riccardo Festa.
(da agenzie)
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Febbraio 4th, 2020 Riccardo Fucile
GRANDI ANNUNCI PER IL FUTURO, UN PATRIMONIO A CUI CONTRIBUISCONO OGNI GIORNO MIGLIAIA DI PRECARI
Il traguardo raggiunto dallo Spallanzani di Roma — dove una squadra composta soprattutto da
donne è riuscita a isolare il nuovo coronavirus cinese — sta avendo un “effetto collaterale” che fa riflettere sullo stato di (in)consapevolezza del nostro Paese sul tema della Ricerca.
È come se la politica e i media scoprissero oggi un altro virus: quello del precariato, un calvario che chiunque abbia un minimo di esperienza — diretta o indiretta — sa benissimo essere lo scheletro fragile su cui si regge il sistema italiano.
Uno scheletro che resiste e porta grandi risultati — come quello sul virus cinese — anche grazie alla passione e alla determinazione di migliaia di precari, giovani e meno giovani. Perchè alla stabilizzazione, quando ci si arriva, sulla torta ci sono di solito tra le 40 e le 50 candeline.
È un mix di passione, ostinazione e resilienza quello che ogni giorno manda avanti gli Istituti italiani. Un mix che la politica sembra scoprire oggi, sull’onda mediatica del coronavirus.
Ad aumentare l’esoticità di questa storia, poi, c’è il fatto che il team dello Spallanzani sia guidato da una donna, Maria Rosaria Capobianchi, e sia composto quasi interamente da donne: donne che — altra incredibile sorpresa! – possono avere cervelli brillanti e nervi saldi. E malgrado ciò essere ancora precarie, come è il caso di Francesca Colavita, trentenne di Campobasso che da quattro anni lavora nel Dipartimento di Virologia dello Spallanzani con un contratto a tempo determinato da circa 20mila euro l’anno. Data di scadenza: novembre 2021.
Oggi per lei dovrebbe arrivare la svolta. Secondo il Messaggero, infatti, la Regione Lazio si sta muovendo per non farsela scappare. Francesca ha vinto un concorso da biologa alla Regione Molise, ma viste le sue competenze di altissimo livello e gli anni che ha impegnato nella ricerca sui virus, lo Spallanzani e il Lazio hanno chiesto al Molise di concedere il via libera per l’assunzione a Roma. La buona notizia è attesa per oggi.
Gaetano Manfredi, il nuovo ministro dell’Università e della Ricerca, grida alla vergogna per un precariato che — conti alla mano — può durare fino a 18 anni.
“Inizierei a riformare il pre-ruolo. Oggi in Italia si può restare assegnisti di ricerca per dieci anni. Se a questo periodo si sommano altre otto stagioni potenziali da ricercatore, si arriva ad ambire alla cattedra da docente a 45 anni. Troppo tardi”
Seguono grandi annunci, promesse e indicazioni per invertire la rotta.
“Il miliardo di euro chiesto dal mio predecessore per l’università e la ricerca è un riferimento giusto”, sottolinea Manfredi in un’intervista a Repubblica in cui ribadisce le richieste del suo dicastero: “Un miliardo per i tre anni di governo che abbiamo davanti […], è fondamentale che siano certi e distribuiti con continuità ”.
“Partiamo subito — annuncia ancora Manfredi – con 400 milioni per l’edilizia universitaria. Un mese e sarà pronto il bando a cui potranno partecipare gli atenei pubblici del Paese. C’è chi ha progettato un nuovo campus, chi deve ammodernare le aule. Un finanziamento nazionale per l’edilizia non si vedeva da 12 anni”.
Sul piano, poi, per assumere 1.600 nuovi ricercatori, precisa: “Entrerà nel Decreto Milleproroghe, sarà approvato entro febbraio. Dobbiamo ripartire i ricercatori sulle sessantuno università pubbliche, che a fine anno faranno i concorsi”. Per gli Enti di ricerca, prosegue, “ci sono 200 milioni, affiancheremo alcuni loro progetti. Entro marzo”. “Guido un ministero con portafoglio, con maggiore potere contrattuale”, assicura ancora il ministro.
Si fa sentire anche Roberto Speranza, ministro della Salute che fin dalla sua entrata in carica ha sempre insistito sull’importanza di valorizzare il “capitale umano”. “Da tempo insisto sul fatto che bisogna investire nel nostro Sistema sanitario nazionale. In questa manovra di bilancio per la prima volta dopo molti anni ci sono due miliardi in più sul fondo sanitario, due miliardi sull’edilizia e ammodernamento tecnologico, l’abolizione del superticket e voglio ricordare misure importanti sul lato della precarietà . In questa manovra di bilancio per il comparto salute c’è un’estensione dei termini della legge Madia che consentirà ad oltre 30 mila persone di essere stabilizzate. Dobbiamo investire sul nostro capitale umano. In questi giorni ci si rende conto di quanto sia fondamentale avere un Sistema sanitario nazionale di qualità ”.
E il problema, forse, sta proprio qui: nel fatto che solo “in questi giorni” – nel pieno dell’emergenza e dell’isteria da coronavirus — ci si renda conto dell’enorme ma delicato patrimonio della ricerca italiana. Dagli Stati Uniti è Ilaria Capua, virologa dell’Università della Florida, prima in Italia a lavorare sulla sequenza genica del virus dell’aviaria, a restituirci una fotografia dello stato della ricerca in Italia, dove “tutto è ingessato, la flessibilità non esiste”. “Per non parlare — dice, in un’intervista al Messaggero — della parità tra uomo e donna. La diversità è solo ricchezza. Ma non lo si vuole capire”.
Quanto al virus del precariato, secondo Capua il problema dell’Italia è che fatica a considerare i giovani come una risorsa. “Nei laboratori non si contano i giovani, e meno giovani, che stanno lì a lavorare con contratti precari. Spesso senza alcuna certezza […]. Nessuno si chiede, per esempio, ‘chi glielo fa fare’? Se fosse fatta questa domanda si scoprirebbe che si tratta di persone appassionate. Direi ispirate. Non si lavora nella scienza per ripiego o perchè non si aveva altro da fare. E allora perchè non pensare a loro come una risorsa?”.
Già , perchè?
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 4th, 2020 Riccardo Fucile
“IL SOGNO DI ORBAN SI E’ INFRANTO, MA LA MINACCIA SOVRANISTA RESTA”
“L’ascesa dei populisti pone la sfida più pericolosa alle società democratiche, alla democrazia liberale”. È il monito del sindaco europeista e verde di Budapest, Gergely Karà¡csony, leader degli europeisti del Centro-Est e nemico numero uno del premier ungherese Viktor Orbà¡n
Quanto è seria la sfida del summit europeo sovranista? Europa e Stato di diritto sono ancora salvabili?
“Negli ultimi anni i populisti hanno dominato il paesaggio politico in alcuni Paesi europei. L’ascesa di opinioni populiste ed estremiste pone un chiaro pericolo alle società democratiche. Ma cominciamo a vedere i loro limiti. Salvini in Italia e Strache in Austria non sono più al potere, il sogno di Orbà¡n di un Parlamento europeo con populisti in posizioni-chiave non è passato. Eppure la minaccia non è finita. I partiti moderati di ogni colore devono lavorare insieme per proteggere la democrazia”.
Come?
“È successo in Ungheria in ottobre: le opposizioni, insieme, hanno vinto città -chiave alle comunali. Budapest creerà l’esempio di un altro tipo di cultura politica e governance, a livello internazionale. Insieme a Bratislava Praga e Varsavia abbiamo fondato il Patto delle città libere: alleanza per la democrazia dal basso in risposta al populismo di destra”.
In molti Paesi europei – dalla Polonia all’Italia – i sovranisti si dichiarano cristiani, a volte sono appoggiati dal clero. È un pericolo serio?
“I populisti amano atteggiarsi a devoti cristiani, ma non mostrano compassione verso poveri e rifugiati. Specie nelle campagne, il prete è la prima voce di riferimento. È decisivo che i religiosi siano all’altezza dell’insegnamento cristiano. In Ungheria sensibilità sociale e compassione incarnati da papa Francesco sono specialmente necessari. È deplorevole che voci pubbliche schierate col governo cosiddetto democristiano di Orbà¡n definiscano il Santo Padre un vecchio stupido e idiota”.
Non le sembra che democratici ed europeisti, anche sullo sfondo della Brexit, appaiano ai cittadini troppo èlitari, establishment lontani e incapaci di ascoltarli?
“Il futuro dell’Europa a 27 è nei valori comuni di libertà , dignità umana, sostenibilità , eguaglianza, Stato di diritto, giustizia sociale, tolleranza e diversità culturale. Le allarmanti tendenze vanno rovesciate con una democrazia dal basso e con una governance ‘smart’ e inclusiva. La tipologia dei partiti storici diventa sempre meno rilevante. Il sindaco di Varsavia è conservatore, io verde, ma lavoriamo molto insieme nell’Alleanza delle capitali libere del gruppo di Visègrad. La democrazia liberale, insisto, può essere di destra o di sinistra, il populismo che la rifiuta è la sfida piຠpericolosa”.
Orbà¡n, star sovranista, ha esposto a Roma il suo programma di ‘democrazia illiberale’.Europeisti e democratici hanno ancora risposte dopo tanti errori?
“La storia ci ha insegnato che non esiste opzione migliore della democrazia. Chi oggi sostiene di aver inventato un nuovo tipo di democrazia, cosiddetta illiberale o cristiana, tenta solo di dare nuove etichette all’autocrazia. Il peggior errore dei democratici è stato di considerare la democrazia un fatto acquisito. Fukuyama si era sbagliato, il trionfo del liberalismo nei primi ’90 non è stato la fine della Storia. Oggi una parte sostanziale delle società europee non ha esperienze vissute sotto una dittatura: è difficile riconoscere tendenze dittatoriali e respingerle nella loro fase iniziale. Dobbiamo ricostruire la fiducia nella democrazia tornando alle sue radici: partecipazione diretta dei cittadini alle decisioni”.
Che ruolo giocano antisemitismo, razzismo, xenofobia?
“Non dobbiamo mai sottovalutare queste forze. L’ascesa del populismo nel decennio scorso deriva in gran parte dalla crisi finanziaria del 2008. Molti cittadini hanno visto la loro vita cambiare in peggio. I populisti hanno subito offerto ricette ‘bianco o nero’ mentre i democratici combattevano la crisi. Intanto il populismo guadagnava terreno, non possiamo permettere che aaccada di nuovo”.
Cosa chiedete voi europeisti anti-autocrati di Visègrad alla nuova Commissione europea?
“La Commissione deve dare la priorità a obiettivi pan-europei. Io come sindaco mi sono impegnato per una Budapest città green e libera, spero in un appoggio anche finanziario da Bruxelles. Dopo i miei colloqui col responsabile del green deal europeo Frans Timmermans confido in una cooperazione costruttiva: condividiamo gli stessi valori”.
È vero che Orbà¡n vuole bloccare i fondi Ue per Budapest?
“Lo negano invano: ho avuto il piano governativo sul mio tavolo. Spero che cambino idea, e spero in negoziati tra loro e la Ue. Siamo per cooperazione e dialogo. Budapest è il cuore pulsante dell’economia ungherese, continua ad aver bisogno di fondi europei per svilupparsi. Il governo non dovrebbe punire i suoi cittadini per le loro scelte elettorali”.
(da agenzie)
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