Aprile 8th, 2020 Riccardo Fucile
“LE DIMISSIONI NON SI ADDICONO AI CABARETTISTI E AL RE DELLE TELEVENDITE”
Ieri abbiamo Giulio Gallera, assessore al Welfare della Lombardia, scopre improvvisamente ad
Agorà , grazie alla consulenza di Serena Bortone, che la Regione Lombardia poteva istituire la zona rossa a Bergamo.
Oggi Marco Travaglio sul Fatto ritorna sul momento preciso della rivelazione ricevuta dall’assessore nell’editoriale “Avanzi di Gallera”, un po’ come quando i Blues Brothers vedono la luce:
“Gallera ammette bel bello che, in effetti, quel che dice Conte da una settimana è vero: la legge 833/1978 consente alle Regioni di chiudere porzioni di territorio (come Alzano e Nembro) in zone rosse per motivi sanitari. Gli sarebbe bastato digitarla su Google, o chiedere ai “governatori” Zingaretti, Bonaccini, De Luca e Musumeci, che hanno istituito zone rosse senza scaricabarile con Roma. Invece Gallera, fra una televendita e l’altra, ha personalmente “approfondito” e scoperto con soli 42 anni di ritardo che “effettivamente la legge che ci consente di fare la zona rossa c’è”.
Con comodo, nel giro di un altro mesetto, scoprirà che lui sapeva dal 23 febbraio dei primi contagi all’ospedale di Alzano (chiuso e riaperto in tre ore senza sanificazione), eppure il suo comitato scientifico ipotizzò di cinturare la zona solo il 4 marzo. Ma la giunta non lo fece perchè “pensavamo lo facesse il governo” (che stava preparando il lockdown di tutt’Italia). Peccato che il governo, nel decreto del 23 febbraio, avesse incaricato le Regioni di segnalargli (o disporre in proprio) le eventuali zone rosse nei rispettivi territori.
Anche Fontana ieri era in vena di scoperte: ha persino ammesso che forse, nelle case per anziani, qualcosa è andato storto (anche perchè la Regione vi riversava i ricoverati Covid ancora infetti, moltiplicando i contagi e i morti). Dopo una simile Caporetto, se questa fosse gente seria come il generale Cadorna, uscirebbe dal nuovo Pirellone con le mani alzate: non per aver perso la guerra, ma per non averla neppure combattuta. Ma le dimissioni non si addicono ai cabarettisti e, temiamo, neppure i processi: per commettere un reato, bisogna sapere almeno vagamente quel che si fa. E, anche da questo punto di vista, i fratelli De Rege sono al di sotto di ogni sospetto.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 8th, 2020 Riccardo Fucile
A LAMPEDUSA ARRIVANO LO STESSO CON I BARCHINI E DOVRANNO ESSERE ASSISTITI COME LEGGE IMPONE
L’Italia non è più un porto sicuro per tutta la durata dell’emergenza Covid.
Con un decreto firmato da quattro ministri, dei Trasporti De Micheli, degli Esteri Di Maio, dell’Interno Lamorgese, della Salute Speranza, l’Italia chiude le porte ai migranti soccorsi in mare.
Il decreto si rifà alla Convenzione di Amburgo e afferma che “i porti italiani non assicurano i necessari requisiti per i casi di soccorso effettuati da parte di unità navali battenti bandiera straniera al di fuori dell’area di Ricerca e soccorso italiana.
Per i migranti che invece dovessero essere soccorsi da navi italiane in zona Sar italiana o arrivano da soli però il problema rimane.
A Lampedusa il ritorno degli sbarchi autonomi sta creando una situazione ingestibile. In 124 sono arrivati nella notte in due diversi sbarchi e vanno ad aggiungersi ai 34 che erano sbarcati lunedì e che sono stati trasferiti in quarantena nell’hotspot.
Ma adesso il numero dei migranti è troppo alto, il centro di accoglienza ha da molti mesi una capienza limitata, tanto più che, con l’emergenza coronavirus, le persone vanno tenute in condizioni di isolamento.
E il sindaco Totò Martello lancia un allarme alla ministra dell’Interno Luciana Lamorgese: “Bisogna che queste persone siano immediatamente trasferite. Non c’e’ più spazio per nessuno”
(da agenzie)
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Aprile 8th, 2020 Riccardo Fucile
DECISIVO AD APRIRGLI GLI OCCHI IL PARERE DELL’AVVOCATURA DELLO STATO… ORA SI TRATTA COME LOGICA IMPONE
Alessandro Barbera su La Stampa racconta oggi che per Autostrade la revoca è stata abbandonata
e adesso Atlantia tratta con il governo per l’entrata di Cassa Depositi e Prestiti nel capitale della compagnia.
Un parere dell’Avvocatura dello Stato nei primi giorni di febbraio ha definitivamente fatto tramontare l’ipotesi della revoca della concessione:
Secondo le informazioni raccolte, quel parere elenca con precisione le ragioni che sosterebbero un’enorme richiesta di risarcimento dell’azienda di fronte ai tribunali italiani ed europei: non meno di venti miliardi di euro.
Finchè l’inchiesta sul Ponte non andrà a sentenza — a Genova c’è chi stima ci vorrà un anno solo per il primo grado — lo Stato non sarebbe in grado di difendersi dall’accusa di essere venuto meno a un impegno contrattuale.
Ecco perchè negli ultimi due mesi fra i nuovi vertici e il ministro dei Trasporti Paola De Micheli è ripartita la trattativa per trovare un accordo: sulle regole e sul nuovo assetto azionario, nel quale probabilmente sarà presente lo Stato con Cassa depositi e prestiti. La ripresa in Borsa del titolo di Autostrade segnala la convinzione degli investitori che un accordo ci sarà .
Per sedersi al tavolo Atlantia e i Benetton hanno posto due precondizioni.
La prima: la modifica dell’articolo 35 del decreto Milleproroghe, quello che ha ridotto il valore della concessione di Autostrade da ventritrè a sette miliardi. Dopo l’approvazione di quella norma le agenzie di rating hanno declassato quasi dieci miliardi di obbligazioni del gruppo al livello spazzatura. Ciò significa che il concessionario non è in grado di finanziare sul mercato il piano di investimenti presentato, 7,5 miliardi di qui al 2023.
La seconda precondizione riguarda il modello tariffario: Autostrade (ma in questo è sostenuta da tutti i concessionari) ritiene insostenibile quello messo a punto dall’Autorità per i trasporti.
In compenso sono disposti ad accettare un taglio delle tariffe (si parla del cinque-dieci per cento) e per intero degli indennizzi a tutte le famiglie e le imprese colpite dalla tragedia del ponte, di cui sta finanziando anche la ricostruzione.
I tempi per chiudere sono stretti: oggi Autostrade non è in grado di chiudere nemmeno il bilancio del 2019. Il Cda ha fatto il punto ieri e lo rifarà poco dopo Pasqua, il 17. Nell’ultimo mese ha scritto tre volte alla De Micheli, senza ricevere risposte formali.
(da “NextQuotidiano”)
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Aprile 8th, 2020 Riccardo Fucile
INTERVISTA A CIVILTA’ CATTOLICA: “I DISCORSI SOVRANISTI DI OGGI RICORDANO HITLER NEL 1933”
“Alcuni governi hanno preso misure esemplari, con priorità ben definite, per difendere la popolazione. Ma ci stiamo rendendo conto che tutto il nostro pensiero, ci piaccia o non ci piaccia, è strutturato attorno all’economia. Si direbbe che nel mondo finanziario sacrificare sia normale. Una politica della cultura dello scarto. Da cima a fondo”.
Lo dice Papa Francesco in un’intervista allo scrittore e giornalista britannico Austen Ivereigh sulla crisi mondiale provocata dalla pandemia, la cui traduzione italiana è pubblicata da Civiltà Cattolica.
“Penso per esempio alla selettività prenatale – spiega il Pontefice -. Oggi è molto difficile incontrare per strada persone con la sindrome di Down. Quando la si vede nelle ecografie, li rispediscono al mittente. Una cultura dell’eutanasia, legale o occulta, in cui all’anziano le medicine si danno fino a un certo punto”.
“Penso all’enciclica di papa Paolo VI, la Humanae vitae – continua nell’intervista -. La grande problematica su cui all’epoca si concentravano i pastoralisti era la pillola. E non si resero conto della forza profetica di quell’enciclica, anticipatoria del neomalthusianismo che stava preparandosi in tutto il mondo. È un avvertimento di Paolo VI riguardo all’ondata di neomalthusianismo che oggi vediamo nella selezione delle persone secondo la possibilità di produrre, di essere utili: la cultura dello scarto”.
“I senzatetto restano senzatetto – aggiunge Francesco -. Giorni fa ho visto una fotografia, di Las Vegas, in cui erano stati messi in quarantena in un parcheggio. E gli alberghi erano vuoti. Ma un senzatetto non può andare in un albergo. Qui la si vede all’opera, la teoria dello scarto”.
Il Pontefice afferma ancora: “Oggi, in Europa, quando si cominciano a sentire discorsi populisti o decisioni politiche di tipo selettivo non è difficile ricordare i discorsi di Hitler nel 1933, più o meno gli stessi che qualche politico fa oggi”.
(da Globalist)
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Aprile 8th, 2020 Riccardo Fucile
LA NARRAZIONE SBAGLIATA DEI PAESI DEL NORD AUSTERI E CATTIVI CHE NON HANNO CUORE E VOGLIONO IL MALE DEI PAESI DOVE SPLENDE IL SOLE: LA VERITA’ E’ BEN PIU’ COMPLESSA
Il dibattito politico italiano ha la caratteristica di trovarsi spesso polarizzato su posizioni
apparentemente opposte, anche quando questo non rispecchia la realtà . Accade oggi con la contrapposizione tra MES e Coronabond, i cui principi sono pressochè gli stessi, con la differenza che il secondo strumento è molto difficile da realizzare (anche se porta un nome più gradito) e, in questa fase, con la presunta contrapposizione tra paesi del Nord Europa e paesi del Sud Europa.
La narrazione è questa: i paesi del nord, guidati dall’Olanda, sono austeri e cattivi. Non hanno cuore, e vogliono il male del nostro paese e delle altre regioni d’Europa in cui splende il sole più giorni all’anno.
La verità , però, è più complessa di quella presentata da post di Facebook e catene Whatsapp, e ha a che vedere con le differenze economiche, prima ancora che culturali, dei diversi paesi coinvolti.
I nove paesi che hanno firmato la lettera di richiesta di attivazione di uno strumento comune di debito alternativo al finanziamento del MES sono Italia, Francia, Spagna, Belgio, Grecia, Irlanda, Lussemburgo e Slovenia. Come ha fatto però notare l’economista Nicola Rossi, sei di questi paesi, ovvero Italia, Francia, Spagna, Belgio, Portogallo e Grecia sono caratterizzati da un debito pubblico superiore alla media UE. Non solo, la somma il debito pubblico di questi paesi equivale ai due terzi di tutto il debito pubblico dei paesi dell’Unione Europea.
L’Italia in questa classifica, è seconda solo alla Grecia, rispettivamente con 181% di valore nel rapporto debito/Pil e 132% per l’Italia. L’Olanda, ad esempio, presenta un valore inferiore alla metà dell’Italia, con circa il 52% e anche l’Austria presenta conti più in ordine, attestandosi al 73%.
Una situazione debitoria di questo livello non permette ai paesi di far fronte all’emergenza fiscale ed economica facilmente.
Sull’Italia pesano decenni di scelta politico-economiche estremamente dispendiose, e non sempre strategiche, che hanno contribuito ad alimentare ed appesantire il debito pubblico.
Oltre al rapporto debito pubblico e Pil, vi è infine un’altra caratteristica comune ad alcuni dei paesi che hanno firmato l’appello, ed è quella che riguarda le istituzioni finanziarie.
I dati Ocse indicano un rapporto debito/patrimonio netto delle istituzioni finanziarie di Grecia, Italia e Spagna, di gran lunga superiore ai paesi non-firmatari
Le nostre istituzioni finanziarie risultano più fragili, rispetto a quelle dei paesi “virtuosi”, come Olanda, Austria o Lussemburgo, e per questo il loro sostegno alla ripresa economica potrebbe richiedere più tempo o garanzie.
Più che differenze geografiche, insomma, dovremmo parlare di differenze economiche o macroeconomiche, che non sono altro che il frutto di scelte politiche, quelle che oggi condannano l’Italia al 132% di deficit, ad una stima del Pil sul 2020 del -10% e a scenari pressochè incerti per imprese e cittadini.
(da TPI)
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Aprile 8th, 2020 Riccardo Fucile
SI RINVIA A GIOVEDI, I FRONTI CONTRAPPOSTI
Nulla di fatto per il momento all’Eurogruppo sulle misure da mettere in campo per affrontare la crisi economica conseguente all’emergenza coronavirus. Il presidente dell’Eurogruppo Mario Centeno ha quindi deciso di sospendere la riunione che riprenderà domani.
La decisione dopo una notte di trattativa durante la quale i ministri finanziari dell’Area Euro non sono riusciti a trovare un accordo sulla risposta finanziaria europea alla crisi. “Dopo 16 ore di discussione – ha scritto Mario Centeno in un tweet – ci siamo avvicinati a un’intesa, ma ancora non ci siamo. Ho sospeso l’Eurogruppo che riprenderà domani. Il mio obiettivo rimane quello di creare una forte rete di protezione contro le conseguenze del Covid-19″.
Il commissario Ue all’Economia, Paolo Gentiloni, sul suo profilo Twitter, richiama alla responsabilità .”All’Eurogruppo rinvio senza accordo dopo 16 ore di riunione. La Commissione fa appello al senso di responsabilità necessario in una crisi come questa. Domani è un altro giorno”.
Il ministro italiano dell’Economia, Roberto Gualtieri, invita alla responsabilità e sottolinea la necessità di assumere scelte coraggiose: “Nonostante i progressi nessun accordo ancora all’Eurogruppo. Continuiamo a impegnarci per una risposta europea all’altezza della sfida del Covid19”, ha scritto in un tweet dopo che ieri sera
Annullata, quindi, la conferenza stampa prevista al termine della riunione: “La conferenza stampa dell’Eurogruppo prevista per stamani alle 10 sarà cancellata, perchè l’incontro è stato sospeso e continuerà domani”, si legge sul profilo Twitter di Luis Rego, portavoce del presidente dell’Eurogruppo, che spiega come “più tardi verranno diffusi particolari”.
A quato pare, nel corso della riunione sarebbero stati fatti dei passi avanti verso l’apertura a un fondo per la ripresa basato sulla proposta franco-italiana che prevede titoli del debito comuni, i cosiddetti Recovery bond, mentre è stallo sul Mes senza condizioni, una proposta che continua a essere respinta dall’Olanda.
Stando a quanto riferiscono fonti europee, il negoziato è stato “molto duro”. Italia, Spagna e gli altri Paesi favorevoli agli eurobond o altre formule per arrivare all’emissione di titoli del debito comuni hanno tenuto la loro posizione. L’Olanda non ha invece ceduto sulla richiesta dei Paesi del Sud di prevedere l’eventuale ricorso al fondo salva-Stati (Mes) senza le condizionalità attualmente previste per la concessione di prestiti ai singoli Paesi.
“È troppo presto per un pacchetto completo. Questa è prima di tutto una crisi sanitaria. È importante che l’Europa renda disponibili fondi extra” per affrontare questa situazione, ha scritto il ministro dell’Economia olandese, Wopke Hoekstra, sul suo profilo Twitter.
Da Francia e Germania arriva un appello ai partner Ue per trovare un accordo ‘ambizioso’. Il ministro tedesco delle Finanze, Olaf Scholz e quello francese, Bruno Le Maire hanno pubblicato un tweet in cui chiedono ai paesi europei di lavorare per un’intesa.
“In queste ore difficili l’Europa deve stare insieme e vicina. Insieme a Bruno Le Maire chiedo a tutti i paesi dell’euro di non rifiutare di risolvere queste difficili questioni finanziarie e di facilitare un buon compromesso, per tutti i cittadini”, dice Scholz. “Dopo 16 ore di trattative nessun accordo all’Eurogruppo sulla risposta economica alla crisi del coronavirus – aggiunge Le Maire – con Olaf Scholz chiediamo a tutti gli Stati europei di affrontare le eccezionali sfide per raggiungere un accordo ambizioso”.
I NODI DA SCIOGLIERE
Lo scoglio per ora insuperato è sempre la creazione di un fondo speciale che emetta una obbligazione comune con la garanzia degli Stati per raccogliere capitali (pari al 3% del pil) con quali finanziare la ripresa economica.
Una fonte europea ha indicato che sono stati preparati, corretti e riscritti innumerevoli documenti dagli sherpa, poi sottoposti ai ministri dell’Eurogruppo senza riuscire a trovare un equilibrio accettabile per tutti. È massima la resistenza di Germania, Olanda e Austria a compiere la scelta di mutualizzare il debito futuro ai soli fini dell’uscita dalla grave recessione nella quale sono avvitati tutti gli Stati (pur con intensità diversa).
Quattro le proposte sul tavolo: su tre c’è un’intesa di massima.
Si tratta dell’operazione Bei da 200 miliardi per le imprese che si aggiungono a 40 miliardi già decisi per le Pmi; del piano antidisoccupazione della Commissione per il sostegno alle casse integrazioni nazionali per 100 miliardi; del ruolo del fondo salva-Stati con 240 miliardi per prestiti.
La quota italiana sarebbe 39 miliardi, ma l’Italia si è presentata al negoziato insistendo sulla necessità di non prevedere alcuna condizionalità , neppure quella ‘light’ sulla quale la Germania alla fine si è detta d’accordo.
L’argomento divide la maggioranza di governo e per i grillini il Mes è un terreno tabù. Tuttavia, un accordo sulla mutualizzazione del debito per finanziare la ripresa economica farebbe rientrare l’opposizione italiana. La posizione di partenza del negoziato è stata sintetizzata dal premier Conte così: ‘no al Mes si’ all’Eurobond’. Da notare che potenzialmente l’Italia è il Paese che potrebbe trovarsi nella situazione di dover ricorrere al Mes date le condizioni della finanza pubblica (alto debito prima della crisi sanitaria).
La condizionalità del Mes non prevederebbe la Troika, ma si discute su quando accadrà una volta lasciata alle spalle la crisi sanitaria per ciò che riguarda il ritorno alle regole di bilancio per ora congelate.
“Tutto ciò che si può dire a questo stadio è che per ora non c’è accordo all’Eurogruppo e non è detto che ci sara”, indica una fonte Ue. Il fronte dei Paesi pro mutualizzazione non si è frantumato: in particolare è la Francia a svolgere il ruolo di spinta e mediazione. È un fronte di cui fanno parte la grande maggioranza dei ‘soci’ dell’Eurogruppo, ma occorre una decisione per consenso. Cioè tutti devono essere d’accordo. La proposta francese di lanciare un bond comune scadenza 15-20 anni nasce della lettera presentata da 9 leader a fine marzo sulla quale già era fallito un Consiglio europeo: Italia, Francia, Spagna, Portogallo, Slovenia, Lussemburgo, Irlanda (Paese che un tempo faceva parte della nuova lega anseatica rigorosa sui conti pubblici), Grecia e Belgio.
L’idea è chiara: emissione di un bond da parte di un’istituzione europea in un’operazione diversa dalle emissioni classiche di obbligazioni da parte della Commissione o della Bei (che sono istituzioni europee) e da parte del Mes (che è un’istituzione intergovernativa fondata su un trattato specifico tra gli stati Eurozona).
Danimarca e Svezia sono schierati con il fronte dei nordici e con la Germania. La posizione tedesca è come sempre dirimente, la linea della cancelliera Merkel è stata dall’inizio della riunione nella direzione di un’approvazione dei tre pilastri rinviando la decisione sul Fondo comune anticrisi all’autunno.
(da “La Repubblica”)
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