Destra di Popolo.net

SEI PROPRIO TU, JOHN WAYNE?

Maggio 11th, 2020 Riccardo Fucile

CI VORREBBE UN DECRETO DEL GOVERNO PER DELEGARE CROSETTO E DI STEFANO A “SALDARE I CONTI” CON AL SHAABAB… FATTI, NON PUGNETTE: PARACADUTATELI IN SOMALIA

Ci vorrebbe proprio un decreto urgente del governo Conte che, impegnato nell’emergenza Coronavirus, delega finalmente a Simone Di Stefano di Casapound e Guido Crosetto di Fratelli d’Italia l’incarico di “saldare i conti” con l’organizzazione terroristica Al Shaabab.
Perchè entrambi ieri su Twitter ci hanno spiegato che gli Stati dovrebbero intervenire militarmente in territorio straniero per liberare i loro cittadini presi in ostaggio dalle organizzazioni terroristiche.
Con azioni militari, sia preventive (Di Stefano) che successivo, perchè così una volta che l’ostaggio è stato “riportato a casa in silenzio, lo Stato salda i suoi conti con i delinquenti. Da Stato”.
Ora, siccome lo Stato ha da fare, sarebbe carino vestire Di Stefano e Crosetto con giubbotto militare, armarli come desiderano e paracadutarli al confine tra Kenya e Somalia, dove ad esempio i francesi, l’11 gennaio 2013, cercarono di liberare due loro agenti nelle mani di un nucleo estremista e il blitz si concluse con un disastro: un ostaggio e due membri delle forze speciali uccisi, al pari di decine di somali.
Ma questi sono dettagli: i francesi non sono capaci, Di Stefano e Crosetto invece potrebbero farcela anche con una mano legata dietro la schiena con la sola imposizione della dialettica (ovvero a chiacchiere).
D’altro canto ce lo insegna anche Full Metal Jacket: «Sei proprio tu, John Wayne?». Bene, allora dimostratecelo. Fatti, non pugnette.
E se non tornate vivi, verrete sempre ricordati come quelli che ci hanno provato.

(da “NextQuotidiano”)

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DALL’ABITO ISLAMICO A “E’ INCINTA”: TUTTE LE BUFALE SOVRANISTE SU SILVIA ROMANO

Maggio 11th, 2020 Riccardo Fucile

E HANNO TALMENTE LE PALLE CHE POI CANCELLANO PURE GLI ARTICOLI DIFFAMATORI

Manca solo l’accusa di pandemia globale, poi su Silvia Romano si potrebbe chiudere il cerchio delle fake news.
Da sabato pomeriggio, giorno in cui è stata annunciata la liberazione della giovane attivista milanese rapita in Kenya il 19 novembre del 2018, i social hanno dato il via a una competizione (evitabile) che ha come premio simbolico un bel calco in bronzo di una bufala.
Perchè sono tante le fake news che sono tornate a proliferare fin dalle prime ore del suo rilascio, per arrivare alle sue prime dichiarazioni e al suo ritorno a Roma.
Da Silvia Romano incinta, a Silvia Romano con abiti islamici, fino a Silvia Romano rapita in Somalia (in realtà  è accaduto in Kenya). Il solito teatrino a cui, purtroppo, siamo abituati da tempo.
Tralasciando l’orrenda pagina degli insulti rivolti alla 24enne liberata, occorre concentrarsi su una serie di voci che sono iniziate a circolare sui social e che la stessa giovane ha già  smentito nel suo interrogatorio a Roma con gli inquirenti.
Silvia Romano incinta è una delle fake news più gettonate che circola sui social, coadiuvata da articoli di alcuni giornali (i soliti, senza stare qui a far nomi e cognomi) che poi, però, hanno magicamente cancellato l’articolo. Ma è rimasta traccia sui motori di ricerca
C’è chi, sui social, si diletta in sociologo e comportamentista, andando ad analizzare i gesti di Silvia Romano non appena atterrata all’aeroporto di Ciampino.
Ricostruzioni frutto di fantasia — anche se il termine più adatto sarebbe ‘odio’ — che vengono accompagnate dalla notizia del pagamento del riscatto, vera questione che ha fatto sobbalzare dalla sedia chi, fino a qualche anno fa, gridava ‘E allora i Marò’.
E sono gli stessi che parlano di ‘abito islamico’, come se ne esistesse uno: quello con cui è scesa dall’aereo, infatti, è un tipico indumento somalo, quindi non fa riferimento a una religione
I commenti fantozziani
«Nel buio della sala correvano voci incontrollate e pazzesche. Si diceva che l’Italia stava vincendo per 20 a 0 e che aveva segnato anche Zoff di testa, su calcio d’angolo». Utilizziamo una citazione fantozziana (del film ‘Il secondo tragico Fantozzi), per descrivere quel che accade troppo spesso sui social network. Voci e commenti alla ricerca di chi la spari più grossa, come il caso di Silvia Romano incinta, sposata e che, anzi, avrebbe già  partorito durante la sua detenzione tra Kenya e Somalia.

(da agenzie)

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L’ISLAM DEI FAMOSI

Maggio 11th, 2020 Riccardo Fucile

GLI SFIGATI RAZZISTI DA TASTIERA CHE NON REGGEREBBERO 12 SECONDI A UN SEQUESTRO VIVONO PER DENIGRARE CHI HA LA FORTUNA DI NON ESSERE COME LORO

Si è convertita all’Islam
E allora?
Dice di averlo fatto senza costrizioni
E allora?
Corre voce (indinniata!) che sia incinta (falso
E allora?
E allora siete sempre voi, cattivisti in servizio permanente effettivo, alla ricerca di una conferma ai vostri pregiudizi, su cui issare un nuovo giudizio definitivo che vi scarichi la coscienza dall’ignavia di chi chiede di aiutarli a casa loro e poi, quando altri italiani lo fanno, li deride
Siete voi che non reggereste dodici secondi, in un sequestro. Ma ora siete lì a concionare, davanti alla tastiera, su come una persona debba reagire a una torsione così violenta della propria esistenza.
Siete voi che cercate conferme per poter insultare, denigrare, violentare con le parole. Istruiti, vellicati, raccolti in plotone dalle maratone del canale unico che amplifica i social
Siete voi che non avete tolto il sorriso a Silvia.
E stavolta, giuro, non riuscirete a toglierlo a noi.
Bentornata. E soprattutto: grazie.

Luca Bottura
(da Repubblica)

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IL PADRE DI SILVIA: “NON E’ CERTO ANDATA IN AFRICA PER DIVENTARE UN’ICONA, SONO ORGOGLIOSO DI LEI”

Maggio 11th, 2020 Riccardo Fucile

“CI SONO TANTI GIOVANI CHE SI DANNO DA FARE PER AIUTARE IL PROSSIMO, MOLTI SI SONO IDENTIFICATI IN LEI”

“Certamente. Io ho riabbracciato mia figlia, e non vedevo l’ora di farlo”. Enzo è il padre di Silvia Romano, la cooperante italiana rapita nel villaggio di Chacama, in Kenya, il 20 novembre 2018 e liberata lo scorso 9 maggio.
Al Quotidiano Nazionale ha parlato dell’emozione di poter riabbracciare la propria figlia dopo un anno e mezzo di prigionia: “Ho voluto accogliere Silvia come meritava, inchinandomi davanti a una figlia di cui sono orgoglioso”.
“Penso che, come lei, ci siano tanti ragazzi che si danno da fare per il prossimo e che sono in prima linea per conquistare il mondo che vorrebbero: un mondo diverso e più giusto. Ma mia figlia non è andata in Africa per diventare un’icona, è partita perchè era quello che sentiva nel cuore”..
Enzo Romano ha sottolineato la particolarità  di questa “accoglienza collettiva”, per cui “tantissime persone si sono immedesimate in lei e nella nostra famiglia, condividendo la nostra gioia”.
“Il mio cuore scoppiava di gioia. Poi sono stato subissato di telefonate e messaggi da parte di familiari, amici e giornalisti. Impossibile rispondere a tutti, anzi mi scuso se non sono riuscito a dare retta a molti. […] Oggi (ieri per chi legge, ndr) è stata una giornata intensa. Felice ma lunghissima”.

(da agenzie)

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IL RACCONTO DELLA PRIGIONIA DI SILVIA

Maggio 11th, 2020 Riccardo Fucile

DALLA CONVERSIONE ALL’ISLAM A PAGAMENTO DEL RISCATTO DI 1,5 MILIONI

Il giorno dopo la notizia della liberazione di Silvia Romano, mentre finalmente Libero e il Giornale dicono che il problema sono i bimbi “dalla pelle scura” che aiutava, i giornali raccontano i retroscena dell’operazione condotta dai servizi segreti italiani in collaborazione con quelli della Turchia e della Somalia che hanno portato al suo ritorno a casa
Il Corriere della Sera in un articolo a firma di Fiorenza Sarzanini scrive che Silvia ha cambiato sei prigioni nell’arco della sua segregazione e racconta la sua conversione all’Islam:
«Leggevo il Corano, pregavo. La mia riflessione è stata lunga e alla fine è diventata una decisione». Soltanto il tempo dirà  se e quanto su questa scelta abbia influito la pressione psicologica subita in questi 18 mesi, la sindrome che spesso lega gli ostaggi alla realtà  dei rapitori. Il magistrato e i carabinieri la lasciano parlare senza fare domande, se non quelle che riguardano eventuali violenze. E lei nega di nuovo.
I suoi ricordi sono precisi, il suo racconto è zeppo di date e circostanze. E mentre lo fa appare calma, seppur provata. «Venivo spostata ogni tre, quattro mesi, ma a quel punto non avevo più paura». Di riscatto dice di non aver mai sentito parlare «ma avevo capito che volevano soldi». Il gruppo è accusato di aver rapito altri occidentali. «Io non ho mai visto nessun altro», assicura Silvia
Silvia ha raccontato ai magistrati che il suo lavoro era seguire i bambini del villaggio di Chakama, nella contea di Kilifi, non lontano dalle spiagge di Malindi.
«Tutto – ha raccontato la ragazza agli investigatori per quanto scrive Repubblica – sembrava andare come doveva, non ho percepito in quei giorni nessuna situazione di particolare pericolo o che mi facesse temere per la mia incolumità ».
In realtà  non era così. Qualcuno l’aveva tradita. Spifferando agli jihadisti di Al Shabaab che una ragazza occidentale lavorava sola, senza particolari protezioni, in quel villaggio. È così che alle 19.30 del 20 novembre a Chakama arriva un commando composto da almeno otto persone a prenderla.
Silvia ha raccontato di aver cambiato sei covi. Tutti in centri urbani. «Ci spostavamo in auto o a piedi. Sentivo le voci da fuori ma non ho mai visto nessun altro se non i miei sequestratori: nessun occidentale, nessuna donna». Ogni casa era in qualche modo attrezzata. «Dormivo su materassi o su teli. Non sono mai stata nè bendata nè legata. Mi portavano da mangiare quello che c’era. Verdure, capretto, avevo chiesto degli spaghetti e una volta sono riusciti anche a portarmeli».
Il percorso di conversione all’Islam, ha raccontato Silvia, è cominciato per caso. «Ho chiesto dei libri e mi hanno portato il Corano. Ho cominciato a leggere per curiosità  e poi è stato normale: la mia è stata una conversione spontanea».
La ragazza ha già  incontrato una psicologa e l’argomento, evidentemente, verrà  approfondito nelle prossime settimane: c’è da capire se invece le pressioni ci sono state e Silvia le abbia subite incosciamente.
«Alcune cose andranno riapprofondite tra un po’ di tempo» spiegano gli investigatori che però hanno scelto di non andare oltre: la ragazza ha negato di essere stata costretta alla conversione o a sposare un islamico. E ha detto di non essere incinta. «Se la conversione è stata una scelta personale, per noi basta così».
La giovane avrebbe anche raccontato alla psicologa di aver cambiato nome in Aisha.
Il riscatto
Il Messaggero parla invece del riscatto pagato dal governo italiano per riavere la ragazza. Secondo la ricostruzione della liberazione fatta dal quotidiano romano intorno al 23 aprile arriva quella che viene considerata la prova in vita determinante.
Un’informazione che ha un prezzo parecchio elevato, se è vero che è stato necessario dare “al suggeritore” circa 200 mila dollari in cambio delle indicazioni su dove si trovasse Silvia: in quella regione della Somalia che si chiama Baye che è in mezzo a una foresta. Stava nel villaggio di Buulo Fulaay, e viveva in una casa, non da prigioniera, anche se controllata a vista. […] La trattativa riprende subito energia, ma i terroristi di Al Shabaab sembrano avere un progetto ambizioso: chiedono 10 milioni in cambio di più ostaggi che sarebbero in loro possesso. Sull’autenticità  della richiesta, però, non ci sono conferme, tanto che sarà  la stessa Silvia a dire al magistrato: «Sono sempre stata tenuta da sola»
A fine aprile i contatti sono ristabiliti: questa volta i carcerieri chiedono un paio di milioni in cambio della liberazione della ragazza. Forse l’accordo viene trovato su un milione e mezzo.
Ora di riscatto nessuno vuole sentirne parlare ufficialmente, non ci sono conferme, ma neanche smentite. Si sa che sul campo sono stati fondamentali gli aiuti dei servizi turchi, già  compagni di avventura nella cattura di Ocalan, il leader del Pkk. Con la Somalia i rapporti di collaborazione sono molto stretti, perchè l’Italia addestra i loro militari.
E la conversione all’Islam? «Ora mi chiamo Aisha e ho scelto spontaneamente di convertirmi all’Islam», ha detto Silvia allapsicologa che la accoglie in ambasciata, a Mogadiscio.
Non è un nome qualunque, quello che ha adottato dopo cinque mesi di prigionia, è il nome della figlia di Abu Bakr, primo califfo dell’Islam, considerata la “madre dei credenti” e sposa del profeta Maometto. La decisione è arrivata dopo circa cinque mesi di prigionia, mentre la giovane cooperante milanese veniva portata da una parte all’altra del paese, da un gruppo di carcerieri appartenenti ad al Shabaab, fazione legata ad al Qaeda, ormai dominante in molte parti della Somalia. E rivela un processo lungo e complesso di conversione che le ha fatto scegliere anche di tornare in Italia vestendo una tunica islamica.
«Preferisco tenere questa», avrebbe detto a chi le chiedeva se volesse cambiarsi di abito per affrontare il viaggio di ritorno. È scesa dall’aereo con il capo coperto, la mascherina e i guanti anti-coronavirus, con lo jilbab di colore verde acqua, abitualmente indossato dalle donne musulmane per rispettare il precetto coranico della modestia femminile, sotto il quale si intravedeva una veste tipicamente africana. Proprio quel verde, colore dell’Islam, ulteriore simbolo della scelta intrapresa.

(da “NextQuotidiano”)

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IL CAPO DELLA COMUNITA’ ISLAMICA GENOVESE: “SILVIA FINALMENTE LIBERA DA QUESTI ASSASSINI, IL TERRORISMO NON FA PARTE DELLA NOSTRA RELIGIONE”

Maggio 11th, 2020 Riccardo Fucile

SALAH HUSEIN: “SIAMO CONTENTI DELLA SUA LIBERA CONVERSIONE ALL’ISLAM, NOI SIAMO PER IL DIALOGO TRA LE RELIGIONI NEL RISPETTO RECIPROCO”

«La liberazione di Silvia Romano è la notizia più bella, la sensazione più grande è che una cooperante e volontaria, che vuole bene all’umanità , sia stata liberata da questi assassini senza scrupoli che agiscono contro ogni principio. Il fatto che abbia scelto volontariamente l’Islam ci fa piacere, siamo convinti che l’adesione ad una religione debba essere libera e senza costrizioni e incentiviamo per questo il dialogo tra le religioni, perchè ci sia un rispetto reciproco».
Lo dice all’Adnkronos Salah Husein, uno dei rappresentanti più influenti della comunità  islamica genovese e direttore del centro culturale islamico di Genova.
«Noi come musulmani – prosegue – siamo stati vittime di molti pregiudizi ma ogni qual volta qualcuno ci ha conosciuti più da vicino e ha conosciuto la nostra religione ne è rimasto affascinato, e ha capito che il terrorismo non fa parte della nostra religione. Il dialogo è lo strumento principe del rispetto».

(da agenzie)

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