Destra di Popolo.net

FOGNA AMERICANA: 100.000 MORTI E IN ARKANSAS FANNO I PARTY IN PISCINA

Maggio 25th, 2020 Riccardo Fucile

INDIGNAZIONE E SDEGNO PER IL VIDEO GIRATO AI LAGHI DI OZARK NEL FINE SETTIMANA

Nonostante gli Stati Uniti siano il Paese più colpito al mondo e solo ieri il New York Times, con la sua prima pagina, ha provato a dare un’idea della tragedia che sta colpendo il Paese dove il Covid-19 ha causato oltre 100.000 morti, in alcuni Stati il pericolo non viene ancora percepito in tutta la sua gravità .
Sta suscitando indignazione e sdegno il video di un party in piscina ai laghi di Ozark, nell’Arkansas, avvenuto nel weekend del Memorial Day, il 24 maggio.
Il governatore dell’Arkansas, Asa Hutchinson, si è detto preoccupato per queste immagini che si vanno a unire a quelle di un altro party in piscina organizzato da alcuni liceali che sono poi risultati positivi al Covid-19: “Tutti pensavano che sarebbe stato innocuo. Si tratta di giovani, stavano nuotando e il risultato è stato casi positivi”, afferma il governatore.

(da agenzie)

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ASSISTENTI CIVICI, PIOVONO CRITICHE

Maggio 25th, 2020 Riccardo Fucile

L’EX QUESTORE SERRA: “DILETTANTI MANDATI ALLO SBARASGLIO, A RISCHI DI INSULTI E LEGNATE, NON HANNO ALCUN POTERE, SI METTONO QUESTE PERSONE A REPENTAGLIO”

E’ polemica sulla “carica” dei 60mila assitenti civici che il governo intende mettere a disposizione dei Comuni per gestire gli ingressi negli spazi pubblici, facendo rispettare il distanziamento sociale.
E così, mentre i sindaci sono favorevoli all’iniziativa, nel mondo politico fioccano le critiche e i dubbi sulla reale utilità  di una tale misura, anche all’interno della maggioranza.
“Se apri i locali nei luoghi dove ci sono i locali le persone ci vanno. Se non vuoi che ci vadano o vuoi che ci vadano in numero limitato, organizzi prima afflusso, modalità  e controlli. Non servono assistenti civici. Servono ministri che facciano i ministri e amministratori che facciano gli amministratori”, scrive su Facebook il deputato del Pd Matteo Orfini.
Anche il leader di Italia Viva Matteo Renzi si dichiara d’accordo con Orfini: “Come spesso accade la penso come Matteo @Orfini #assistenticivici”, scrive su Twitter, rilanciando il post del democratico.
“#assistenticivici Per cosa? Perchè? Con quali compiti? Ma davvero dopo la bufala dei navigator dobbiamo subire anche questa sciocchezza?”, aggiunge il deputato di Italia viva Gennaro Migliore su Twitter.
“La proposta degli assistenti civici è sbagliata – commenta il senatore di Leu Francesco Laforgia – perchè riflette un’idea di lavoro povero, poco o per nulla retribuito e destinato a percettori di un qualche sostegno dello Stato che devono sentirsi perennemente in debito con lo stesso”
Dubbi vengono espressi anche dall’ex questore, prefetto e politico Achille Serra: “Le ‘guardie civiche’ incaricate, tra le altre cose, di controllare la movida, sarebbero dilettanti allo sbaraglio – dice – privi di ogni esperienza, a rischio di un ‘vaffa’ o di legnate. Si mettono queste persone a repentaglio. Non hanno nessun potere -continua – hanno una casacca addosso, vanno in mezzo alla movida di ragazzi pieni di birra e, se gli va bene, si pigliano qualche cattiva parola, se gli va male pure le botte”.
Il ministero guidato da Francesco Boccia ha chiarito che gli assistenti civici non avranno un potere di intervento immediato. La loro attività  di controllo si esaurirà  al massimo nella segnalazione ai vigili e alle forze dell’ordine di eventuali situazioni di assembramento. Gli assistenti civici, inoltre, non saranno retribuiti.

(da agenzie)

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AUTORIZZAZIONE A PROCEDERE CONTRO SALVINI PER OPEN ARMS: L’EX GRILLINO GIARRUSSO, QUELLE CHE FACEVA IL SEGNO DELLE MANETTE, OGGI LO SALVERA’

Maggio 25th, 2020 Riccardo Fucile

IL SUO VOTO IN COMMISSIONE DECISIVO, MA POI SARA’ L’AULA DEL SENATO A DECIDERE… SLITTA A OTTOBRE IL PROCESSO A SALVINI PER LA GREGORETTI

Oggi pomeriggio la giunta presieduta da Maurizio Gasparri a Palazzo Madama riesaminerà  la richiesta di processo a carico dell’ex ministro dell’Interno per la terza ipotesi di sequestro di persona, dopo i casi Diciotti e Gregoretti (nel primo caso respinta, sotto il governo gialloverde, nel secondo accolta lo scorso febbraio dalla maggioranza giallorossa). Domattina il voto.
E Carmelo Lopapa su Repubblica ha fatto i conti della situazione:
In undici voteranno in favore del leghista: i 5 leghisti, i quattro forzisti tra i quali il presidente Gasparri, l’autonomista Durnwalder («Come nelle precedenti occasioni», spiega).
Voteranno per il processo invece i 5 del Movimento, la dem Rossomando, i tre di IV e poi Grasso di Leu e De Falco del Misto. Undici a undici, appunto.
E il catanese irrequieto Giarrusso? «Valuterò in giunta, dopo aver sentito le parti», taglia corto.
Inutile dire che in Lega lo considerano acquisito alla causa. In ogni caso una vittoria di bandiera: il responso finale spetterà  come sempre all’aula, entro fine giugno.
Ed è molto probabile che lì si ripeta il copione andato in scena tre mesi fa col voto sulla Gregoretti, quando l’ex capo del Viminale è stato giudicato meritevole del processo.
Di certo sarebbe curioso se un fan delle manette come Giarrusso decidesse di regalare l’immunità  a Salvini. Che da mesi sta provando a fare la vittima sulla situazione anche sfruttando la prima udienza del 4 luglio a Catania per il caso Gregoretti, che però nel frattempo è stata rinviata ad ottobre certificando così che non c’era nessuna persecuzione nei suoi confronti.
Ma c’è di mezzo il futuro politico di entrambi i senatori ex grillini, nota Lopapa, che ricorda come la campagna acquisti leghista — due giorni fa il passaggio della senatrice forzista Elena Testor — è ripresa ormai a spron battuto.

(da agenzie)

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PERCHE’ SI FANNO POCHI TAMPONI IN ITALIA: IL PROBLEMA E’ TECNICO E DEI RITARDI CON CUI CI SIAMO MOSSI

Maggio 25th, 2020 Riccardo Fucile

SI PUO’ UTLIZZARE SOLO UN REAGENTE DELLA STESSA MARCA DELLA MACCHINA UTILIZZATA E IN LOMBARDIA LE MACCHINE SONO SOLO SEI

È un problema tecnico il motivo principale del fatto che si fanno pochi tamponi in Italia. Milena Gabanelli e Simona Ravizza sul Corriere della Sera oggi spiegano che il meccanismo si inceppa sulla macchina che processa i tamponi:
Quelle più diffuse al Nord sono a sistema chiuso: carichi il bastoncino, ed esce l’esito. Sono macchine completamente automatizzate e richiedono una bassissima manualità . Lo svantaggio è che si può utilizzare soltanto il reagente specifico per ogni tipo di analisi (il kit coronavirus è diverso dal kit morbillo) e deve essere della stessa marca della macchina. Le principali sono Hologic, Roche, Elitech, Diasorin, Abbott, Arrow. Per quel che riguarda la produttività , possono processare fino a 800/1.000 tamponi al giorno, se lavorano h24. Dunque per farne tanti bisogna averne molte; alcune oggi sono diventate difficili da reperire sul mercato, come pure i kit specifici per il Covid-19.
Il tema è sempre lo stesso: la Cina è il più grande produttore al mondo di tamponi, reagenti e componenti per le macchine. Tutto il mondo è stato travolto dallo stesso problema e così alla fine nei laboratori ci sono macchine ferme perchè hanno bisogno di manutenzione o sottoutilizzate per mancanza di reagenti.
Di solito le strutture le noleggiano: circa 20 mila euro l’anno, ma il costo più significativo è proprio il reagente, che in questi mesi è stato abbassato a 15-20 euro per ogni tampone. Con questo sistema chiuso oggi l’ospedale Niguarda di Milano, che processa il numero più alto di tamponi per la Lombardia, fa 1.500 analisi al giorno con 6 macchine.
Solo il 12 maggio, a tre mesi dallo scoppio dell’epidemia, nel punto stampa della Protezione civile, il commissario Domenico Arcuri scopre che servono i reagenti e lancia la procedura per le offerte pubbliche: «Abbiamo fatto una richiesta di offerta perchè da soli i tamponi non bastano. I reagenti sono un bene scarso nel mondo, in Italia ci sono pochi produttori e spesso non sono italiani». Alla domanda «quali tipi di reagenti comprerete»? Arcuri risponde «quelli compatibili con i 211 laboratori. E saranno le Regioni a indicarmi di cosa hanno bisogno».
L’offerta si è conclusa il 18 maggio, siamo al 25 e ancora ci stanno pensando. Altri ritardi non sono tollerabili, e sarebbe opportuna un’unica strategia per essere in grado di affrontare l’autunno, pianificando ora le macchine che servono, ed ordinarle subito per riuscire ad averle fra tremesi. Chi vuol continuare con il sistema chiuso deve stabilire e ordinare adesso anche la quantità  di reagenti specifici necessari. Sperando di trovarli. Altrimenti si ricomincia da capo.

(da “NextQuotidiano”)

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“SECONDA ONDATA FORSE GIA’ A GIUGNO”

Maggio 25th, 2020 Riccardo Fucile

LA MOVIDA E IL SUD PREOCCUPANO GLI ESPERTI

Dopo il primo weekend della nuova Fase 2 arriva il momento dei bilanci. Da Nord a Sud, le immagini di persone accalcate fuori ai bar o ai pub, come se l’emergenza fosse ormai acqua passata, hanno suscitato la reazione di sindaci e governatori regionali e l’appello al rispetto delle norme sul distanziamento e sui dispositivi di protezione.
Per il sindaco di Milano Beppe Sala gli assembramenti sono stati “troppi”, tanto che ha annunciato che oggi incontrerà  il prefetto. Il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha invitato a fare attenzione e ha aggiunto: “Richiudere sarebbe un colpo mortale”.
Ma il timore di una nuova ondata non traspare solo dalla politica: la preoccupazione arriva anche dagli esperti del comitato tecnico scientifico.
Il rischio è che l’epidemia di Coronavirus, che non ci ha mai davvero lasciati, nonostante il calo di vittime e contagi, torni con una seconda ondata già  a giugno, come accaduto ad esempio a Seul, con le conseguenti chiusure di alcune zone del paese.
Gli esperti del comitato, secondo quanto riporta Repubblica, temono che quello che sta accadendo nei luoghi d’incontro dei ragazzi possa far risalire i contagi. Sono preoccupati inoltre per il Sud, che potrebbe essere tradito dall’eccesso di sicurezza, dovuto al fatto che finora quest’area del Paese non è stata gravemente colpita dall’ondata pandemica.
Al momento i dati epidemici non destano preoccupazione, ma i tecnici hanno manifestato i loro dubbi al governo.
Dopo la decisione di riaprire quasi tutto il lunedì della scorsa settimana, durante l’ultima riunione del Cts, più di un esperto si è detto preoccupato per le tante persone fuori ai locali. Ma a questo punto bisognerà  aspettare i dati che arriveranno tra due settimane, all’inizio di giugno.
Solo così si potrà  capire se questi atteggiamenti abbiano avuto conseguenze dannose. Questa eventualità  potrebbe pesare negativamente sulla decisione che si appresta a prendere l’esecutivo il 3 giugno, quando dovrebbe arrivare il via libera allo spostamento tra regioni. “Il criterio per la riapertura sarà  il numero dei contagi”, ha detto il ministro della Salute Roberto Speranza.

(da agenzie)

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ARRIVANO 60.000 ASSISTENTI CIVICI CHE NON SARANNO PAGATI E AVRANNO BEN POCHI POTERI

Maggio 25th, 2020 Riccardo Fucile

DOVRANNO “MONITORARE” E “SEGNALARE”, NEL CASO DI MOVIDA RISCHIANO SOLO DI PRENDERE DELLE BOTTE

60mila assistenti civici scelti tra disoccupati, percettori di reddito di cittadinanza o di ammortizzatori sociali che dovranno collaborare nel far rispettare il distanziamento sociale nei parchi, nelle spiagge e nei locali ed anche per sostenere la parte più debole della popolazione.
Li ha annunciati ieri il governo tramite il ministro degli Affari Regionali Francesco Boccia e saranno una figura professionale a tempo che potrà  operare fino alla fine della fase 2 dell’emergenza Coronavirus SARS-COV-2 e COVID-19, ovvero ad oggi il 31 luglio 2020.
I 60 mila assistenti civici saranno coordinati dalla Protezione Civile che indicherà  alle Regioni le disponibilità  su tutto il territorio nazionale e verranno impiegati dai sindaci per le attività  sociali. L’accordo per il bando è stato raggiunto tra il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia e il presidente dell’Anci Antonio Decaro, sindaco di Bari.
Gli assistenti civici presteranno il loro supporto a titolo gratuito sino ad un massimo di tre giorni a settimana, e per non più di 16 ore settimanali, sulla base delle indicazioni fornite da ciascun Comune nel quale operano.
Saranno “coperti” dall’Inail in caso di infortuni e avranno una polizza assicurativa di responsabilità  civile verso terzi in caso di eventi che lo richiedano.
Saranno poi ben riconoscibili dai cittadini perchè indosseranno una casacca o un fratino con dietro la scritta “assistente civico” e davanti il logo della Protezione civile nazionale, dell’Anci e del Comune in cui prestano il servizio.
“Dopo le migliaia di domande di medici, infermieri e operatori socio sanitari, arrivate alla Protezione civile nel momento maggiore emergenza negli ospedali italiani, ora è il momento — ha spiegato il ministro Boccia — di reclutare tutti quei cittadini che hanno voglia di dare una mano al Paese, dando dimostrazione di grande senso civico”.
Uno di quelli che li ha apprezzati di più è “El Comandate Che Calenda”, già  da qualche tempo a capo della rivoluzione italiana su Twitter al grido di “Ok, Boomer!”:
Va segnalato che, al contrario di quello che pensa Calenda, gli assistenti civici non saranno pagati e quindi per stavolta è sfumata la possibilità  di fare di questo paese “un pozzo di assistenzialismo ebete e scellerato” e quindi niente Venezuela.
La Stampa annuncia che sarà  oggi il giorno in cui la Protezione Civile lancerà  il bando per gli assistenti civici che dovranno essere maggiorenni e residenti o domiciliati in Italia, che potranno essere impiegati dai Comuni anche per «attività  sociali e per dare un sostegno alla parte più debole della popolazione», come stabilisce il protocollo preparato dalla presidenza del Consiglio.
Il supporto richiesto può arrivare a 16 ore settimanali, divise al massimo in tre giorni e fino al termine dell’emergenza fissata dal governo al 31 luglio. Non è prevista retribuzione o rimborso spese. I volontari, assicurati con una polizza Inail, saranno dotati di un fratino come quello degli steward degli stadi con la scritta «assistenti civici» e con stampati i loghi della Protezione civile e del Comune per il quale si prende servizio.
Il primo cittadino di Bari e leader dell’Anci, Antonio Decaro, spiega a La Stampa: «È un piccolo aiuto, in questi mesi il sostegno è arrivato dai volontari della Protezione civile a livello regionale, adesso con la fine del lockdown queste persone stanno ricominciando a lavorare. Chiunque prende un ammortizzatore sociale può fare domanda al proprio Comune e andare a fare attività  di monitoraggio nei parchi, nei mercati, nelle spiagge per evitare gli assembramenti. Non possiamo tenere la Polizia locale dappertutto, abbiamo bisogno di personale». Le cronache degli ultimi giorni raccontano di tanti giovani che affollano le vie delle città  fuori dai locali di Milano o sul lungomare di Napoli. I volontari non avranno certo l’autorità  per intervenire, ma potranno segnalare alle Forze dell’ordine casi critici. O semplicemente dare informazioni o fare da mediatori, magari distribuendo delle mascherine.
Francesco Boccia spiega a La Stampa che potranno essere anche di più: «No, questa di 60mila è una prima stima sulle necessità  individuate dai Comuni. Quella degli Assistenti civici è una grande operazione fatta in collaborazione con tutti i sindaci italiani e con il presidente Decaro. Ci sarà  tanta gente per strada, percettori del reddito di cittadinanza e volontari di ogni età , migliaia di persone che, nel proprio Comune, saranno capaci di ricordare a chi ha meno memoria, ai ragazzi e non solo a loro, quali siano le regole della nostra convivenza. Saranno per strade, nei parchi, fuori dalle chiese. E svolgeranno anche altri lavori socialmente utili: per esempio potranno portare anche la spesa a casa a chi ne avesse necessità ».

(da agenzie)

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TREGUA NOTTURNA SULLA SCUOLA

Maggio 25th, 2020 Riccardo Fucile

A SETTEMBRE ASSUNZIONI A TEMPO DETERMINATO ATTINGENDO DALLE GRADUATORIE, DOPO L’ESTATE CONCORSO PER LA STABILIZZAZIONE DI 32.000 PRECARI CON PROVA SCRITTA MA NON A CROCETTE

A settembre i docenti saranno assunti a tempo determinato attingendo dalle graduatorie provinciali. Il concorso straordinario per la stabilizzazione dei precari, che sarebbe dovuto essere a luglio, è stato rimandato.
Sarà  subito dopo l’estate attraverso una prova scritta, non a crocette. Quasi allo scoccare della mezzanotte il premier Giuseppe Conte, dopo una lunga giornata di contatti e trattative, si presenta al tavolo con questa proposta di mediazione per mettere pace in una maggioranza divisa anche sul tema della scuola.
Le posizioni erano distanti. “Noi vogliamo una graduatoria con una prova finale selettiva alla fine dell’anno”, diceva a sera la responsabile scuola Pd, Camilla Sgambato, in rappresentanza di un partito che mirava a una selezioni esclusivamente per titoli.
Il Movimento 5 Stelle e Italia Viva invece chiedevano che si procedesse a luglio con il concorso straordinario già  previsto e su cui era stato trovato un accordo con la maggioranza e con i sindacati. Per questo accusavano il Pd e Leu di volere una sanatoria.
Alla fine Conte trova una via di mezzo che fa dire ai partiti di maggioranza di provare “un cauto ottimismo”. Il concorso straordinario di luglio non ci sarà , ma sarà  fatto subito dopo l’estate. Non più a crocette ma con una prova scritta.
Il premier si dice soddisfatto: “Resta la prova selettiva in entrata per l’assunzione di 32 mila insegnanti. Si terrà  dopo l’estate – spiegano fonti di Palazzo Chigi – e sarà  in forma scritta, con consegna di un elaborato, senza il quiz a risposta chiusa. Una soluzione – si evidenzia – che permette di combattere il precariato garantendo la meritocrazia”.
Dello stesso avviso il ministro dell’Istruzione Lucia Azzolina: “Vogliamo ridurre il precariato, per dare più stabilità  alla scuola, e vogliamo farlo attraverso una modalità  di assunzione che garantisca il merito. La proposta del Presidente del Consiglio va in questa direzione, confermando il concorso come percorso di reclutamento per i docenti”. Il Pd fa trapelare una “moderata soddisfazione”.
Dopo giorni di battaglia all’interno della maggioranza, ora si attende il testo definitivo che arriverà  domani nella commissione del Senato che sta esaminando il decreto Scuola.

(da “Huffingtonpost”)

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INTERVISTA A MARK THOMPSON, GRANDE CAPO DEL NEW YORK TIMES: “FRA 10 ANNI L’ADDIO AL GIORNALE SU CARTA, MA POI VIENE IL MEGLIO”

Maggio 24th, 2020 Riccardo Fucile

“IL SEGRETO E’ PUNTARE PIU’ SUI LETTORI CHE SULLA PUBBLICITA'”… “L’ACQUISIZIONE DI REPUBBLICA DA PARTE DI ELKANN? AVRA’ CONSEGUENZE POLITICHE MA LE RAGIONI SONO INDUSTRIALI”

A guardare oggi i risultati del New York Times — 6 milioni di abbonamenti e 800 milioni di dollari di ricavi digitali nel 2019 — si fa fatica a credergli.
Eppure — giura Mark Thompson, amministratore delegato e presidente del gruppo che edita il quotidiano americano — quando da Londra è arrivato a New York con il suo accento da èlite british e un’esperienza esclusivamente televisiva, tutti scommettevano che da lì a poco la “Gray Lady” sarebbe andata in bancarotta.
Era il 2012, Thompson lasciava una Bbc in grande forma e uno stipendio non legato ai ricavi aziendali, per trasferirsi in giornale poco incline a prendere in considerazione dirigenti cresciuti oltre i ponti e i tunnel di Manhattan, e che perdeva milioni di dollari — trimestre dopo trimestre — a causa di una strategia esangue che puntava tutto sui giornali locali e un digitale zoppicante.
Otto anni dopo, il New York Times è esattamente quello che l’amministratore delegato outsider aveva sognato: un brand globale, che macina profitti su diverse piattaforme e riesce — proprio per questo — a farsi amare dai millennial.
Certo, poi è arrivata la pandemia. Thompson, 63 anni, un libro tradotto in italiano La fine del dibattito pubblico, la affronta muovendosi solo in bicicletta e lavorando prevalentemente da casa. Da lì risponde via Zoom alle domande di Open.
Le aziende giornalistiche in tutto l’Occidente sembrano vittime di un crudele paradosso legato al Coronavirus: a una crescita esponenziale di lettori corrisponde un calo drastico degli investimenti pubblicitari che porta a licenziamenti, chiusure, tagli. Voi come state reagendo?
«Ci aspettiamo un dimezzamento degli investimenti pubblicitari ma i nostri abbonamenti digitali continuano a crescere: non dipendendo dalla pubblicità , soffriamo molto meno di altri. Faremo anche noi dei tagli ma non riguarderanno giornalisti, nè il comparto digitale. Mai come in questo periodo abbiamo bisogno di giornalismo di qualità  e quindi continueremo ad assumere e investire: fortunatamente siamo abbastanza forti per potercelo permettere»
Cosa vuol dire essere un leader in questo momento?
«È strano fare il leader da casa. Non hai la percezione reale di quello che succede nella tua azienda: gli umori, i pensieri, le preoccupazioni per una fase durissima della vita pubblica e privata. Ma è anche un momento di grande energia in cui la missione del giornalismo si sente ancora di più. Stiamo ragionando anche su cosa prendere e lasciare dell’esperienza dello smart working, che di sicuro ci costringe a non dare più per scontata la presenza fisica negli uffici: ci interroghiamo su quale sia il beneficio reale dello stare insieme.   Lo smart working non è una rivoluzione, ma permette di vedere chiaramente il suo opposto: il mondo statico e regimentato dell’ufficio, che però qui appartiene al passato: i nostri giornalisti sono già  redazioni di corrispondenza individuali. Con il Coronavirus cambieranno solo le proporzioni»
Lavorare chiusi in casa davanti al pc non è in contraddizione con il mestiere di giornalista?
«Siamo dentro alla più grande storia giornalistica degli ultimi decenni, che è fatta anche di migliaia di rumors, false informazioni, cospirazioni che dobbiamo debunkare. Credo che il direttore del Times (Dean Baquet ndr) sia piuttosto contento del fatto che è possibile svolgere la maggior parte di questo lavoro con un cellulare. Certo, mandiamo ancora le persone fuori a raccontare quello che vedono, ma la maggior parte del giornalismo sta funzionando da remoto e va bene così. Tutti preferirebbero fare un’intervista di persona piuttosto che al telefono ma non dobbiamo essere sentimentali: il giornalismo moderno viene   già  fatto prevalentemente via Skype e al telefono. In particolare quello che coinvolge esperti, epidemiologi e scienziati»
Nonostante i giornali avessero iniziato a scrivere del pericolo del Coronavirus ben prima dell’inizio dell’emergenza, la maggior parte dei cittadini ha impiegato molte settimane preziose prima di crederci. Le persone non si fidano più dei giornali?
«Viviamo in un mondo dove molte persone leggono solo quello in cui credono. E, spesso, quando incontrano fatti che possono contraddirlo, continuano a preferire la loro visione del mondo. Eppure, anche se crediamo in qualche strana teoria sulla nutrizione o seguiamo una stramba dieta (e questo capita anche ai migliori), non vuol dire che smettiamo di andare dal dentista. Le persone rivendicano il diritto di essere scettiche e, allo stesso tempo, continuano ad andare dallo specialista se hanno problemi ai denti. Anche Trump non credo sia così azzardato con i denti come lo è quando deve scegliere il farmaco da assumere per proteggersi dal Coronavirus. In alcune zone d’America l’epidemia è vissuta come il cambiamento climatico: un piccolo problema che è stato montato dalle èlite contro i lavoratori. Le proteste contro il lockdown dipendono più dalla politica che dalla consapevolezza o dalla sfiducia nel giornalismo. Non è un caso che interessano principalmente gli Stati che hanno votato per Trump. Oggi è più facile farsi guidare dall’ideologia che dai fatti»
Alcuni ritengono che il New York Times contribuisca a polarizzare il dibattito politico: siete diventati il quotidiano globale del pensiero liberal?
«Non c’è dubbio che siamo diventati un giornale “globale” — per copertura e organizzazione — ma nel mercato globale del giornalismo in termini numerici valiamo molto poco. E non credo che fuori dagli Usa veniamo percepiti come una forza liberal o di “sinistra”. È vero però che i regimi non ci apprezzano, che a Bolsonaro e Orban non piace il New York Times»
Anche il fondatore del Movimento Cinque Stelle Beppe Grillo non vi ama.
«I politici tendenzialmente non amano il buon giornalismo.   Ma cosa diversa è dire che siamo una forza polarizzante globale: la sinistra in Europa non c’entra nulla con noi. Le persone all’estero quando pagano per le news non scelgono noi. So bene che in molti mercati siamo il terzo, quarto, quinto giornale e va bene così. Se un lettore deve pagare per le notizie in Italia preferirà  sempre comprare il Corriere, la Stampa o la Repubblica»
A proposito di editoria italiana, osservatori sostengono che l’acquisto da parte del gruppo Exor — di proprietà  degli Agnelli — del gruppo Gedi, proprietario di Repubblica, provocherà  uno spostamento del giornale verso il centro, cambiando così il dna del quotidiano. Cosa ne pensa?
«In moltissimi Paesi, inclusi gli Stati Uniti, stiamo assistendo a operazioni di consolidamento editoriale: giornali e gruppi che si fondono spinti da esigenze più economiche che politiche. È inevitabile: quando un’industria matura non riesce a crescere ha bisogno di fare un’operazione scalabile, è una tattica di difesa. Ora, il modello italiano è da sempre regionale e molto politico: per consolidarsi ha bisogno anche di passare a posizioni più centriste. Ma non è una questione ideologica: è industriale»
Un ragionamento che potrebbe sembrare controintuitivo: in un mondo polarizzato dovrebbe funzionare di più una testata con una forte connotazione politica. O no?
«Qui parliamo di principi economici di base. Una pubblicazione cartacea o digitale ha dei costi fissi molto alti: redazione, carta, sede, marketing, tecnologia. In passato, grazie a una pubblicità  altamente profittevole potevi sostenere un giornale che vendeva solo in una regione o in un paio di regioni. Se hai meno margini di profitto, devi avere molti più lettori e allo stesso tempo tenere i tuoi costi bassi. È qui che parte il consolidamento: metti più giornali insieme per condividere i costi ed espandere il tuo lettorato. Per riuscirci devi passare da una prospettiva regionale a una nazionale, da una linea partigiana a una linea moderata: è sopravvivenza. È vero che Internet richiede opinioni molto forti, ma puoi avere un giornale “moderato” e aperto a diverse voci con una pagina delle opinioni molto forte. Comunque, siamo onesti, la carta collasserà  in ogni caso. Le persone smetteranno definitivamente di comprare i quotidiani di carta»
Quando?
«Immagino un decennio di vita ancora per il New York Times cartaceo, che sono sicuro sarà  uno degli ultimi giornali — Germania a parte — a sospendere le pubblicazioni in edicola. In un paio di decenni saremo un mondo post cartaceo, quindi la nostra sopravvivenza dipende solo dal digitale e dalle scelte che faremo in quell’ambito. La pubblicità  online non è affidabile: bisogna puntare sugli abbonamenti, su un giornalismo per cui le persone scelgono di pagare»
Anche gli under 40?
«La mia azienda è composta al 50% dai millennial. Oggi in molti dipartimenti del giornale abbiamo leader ventenni che prendono decisioni. C’è stata una rivoluzione all’interno dell’organizzazione: i millennial si occupano di tutto — politica, esteri, cultura — e questo ci ha permesso di arrivare a loro. Il podcast The Daily ha 3 milioni di ascoltatori al giorno. Questo vuol dire che ogni giorno 3 milioni di persone dedicano 20, 30 minuti all’ascolto, che è molto di più del tempo che ormai si dedica alla lettura di un giornale. Sono tutti millennial. Se realizzi prodotti di qualità  pensando a loro verrai premiato»
Nate Silver, il guru dei dati che ha lavorato con voi dal 2010 al 2013 , mi ha raccontato che, arrivato al giornale, un caporedattore gli disse: “Quando lavori al New York Times il tuo cognome è Times”. È curioso che in meno di un decennio il giornale sia cambiato così tanto.
«La guerra culturale con Nate è coincisa con il mio arrivo. Da allora abbiamo cambiato moltissimi capi di settore. Questo è cruciale: non puoi avere gli stessi capi per sempre. Sono davvero pochissime le persone del “vecchio mondo” che possono reggere la trasformazione di cui ha bisogno oggi un’azienda giornalistica. Persone che hanno fatto carriera in un modo pre-digitale come possono guidare la transizione verso il nuovo? Il carico professionale, tecnologico, ma anche personale ed emotivo che comporta questo lavoro è impressionante. Io riesco a sostenerlo ma siamo pochissimi. Una volta quelli che si occupavano di dati nei giornali erano gli uomini grigi in fondo al corridoio, oggi sono al centro del giornale.
Però, in qualche modo, è ancora vero che il cognome di chi lavora qui è Times. Quando Nate Silver è andato via non abbiamo finito di fare infografiche e data journalism, anzi siamo diventati bravissimi. E forse la forza del Times è proprio questa: essere la casa di individui che sono diventati brand a loro volta   — penso a   Thomas Friedman, Paul Krugman,   Maureen Dowm, Michael Barbaro — ma che continuano a trovare un valore immenso nell’essere associati al Times.   Noi vogliamo essere una fabbrica di star, un magnete creativo che attiri giovani di talento per dare loro una chance.   I valori e le pratiche del giornalismo restano le stesse:   fact checking, oggettività , fonti multiple, attenzione alla scrittura. Ma oggi sappiamo che tocca essere flessibili se vuoi avere a che fare con i talenti»
Parlando di talenti, il vostro ultimo acquisto Ben Smith — ex direttore di Buzzfeed   — nella sua prima rubrica da media columnist ha sostenuto che siete diventati un monopolio dell’informazione: avete cannibalizzato tutte le nicchie digitali che vi sfidavano assumendo i giornalisti migliori.
«Quando dicono che siamo come Google o Amazon, io dico di guardare ai numeri. La ricerca su Google è redditizia in tutti Paesi occidentali, come l’e-commerce di Amazon. Io bramerei per raggiungere anche solo il 5% dei lettori di un Paese fuori dagli Stati Uniti»
Nei giorni scorsi ha fatto molto rumore un altro articolo di Smith che smonta la tecnica giornalistica di Ronan Farrow, autore delle inchieste che hanno dato via al MeeToo. Con un solo articolo vi siete fatti nemici sia i paladini del movimento che i colleghi del New Yorker.
«Non sono responsabile per la parte editoriale e posso solo dire che è stato un ottimo articolo. A proposito del #MeeToo voglio invece dire che l’impegno del Times verso il movimento è davvero difficile da mettere in discussione. Abbiamo seguito la vicenda ben prima che lo facesse Farrow, documentando da sempre le violenze subite da giovani donne e uomini sul posto di lavoro. Porre dubbi e domande sulla pratica investigativa non vuole dire mettere in discussione un movimento o un’istituzione come il New Yorker. Peraltro noi veniamo continuamente criticati da giornali autorevoli, ogni mattina trovo un plico di articoli che fanno le pulci al Times a firma del Washington Post o Vanity Fair. Sa che le dico? Questa è la vita».

(da Open)

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LA “TASSA COVID”: I NUOVI RINCARI PER CAFFE’, PARRUCCHIERI, ESTETISTE

Maggio 24th, 2020 Riccardo Fucile

C’E’ CHI SCRIVE ALLE ASSOCIAZIONI A DIFESA DEI CONSUMATORI… ALLA FINE PAGA SEMPRE L’ULTIMA RUOTA DEL CARRO

L’aumento va da due a dieci euro, sotto la voce di tassa Covid, contributo sanificazione, presidio Covid. Non vale per tutti e non tutti lo stanno applicando. Ma è abbastanza diffuso da aver suscitato le prime segnalazioni alle associazioni di categoria, Codacons e Unione consumatori in testa.
Arrivano soprattutto da clienti di parrucchieri, centri estetici, meno bar e ristoranti: capiscono le difficoltà  degli esercenti, ma aggiungono di non aver iniziato a guadagnare di più, durante il lockdown.
Anche se le categorie commerciali di cui stiamo parlando non hanno guadagnato niente, nelle ultime dieci settimane, mentre hanno continuato a pagare affitti, mutui e bollette.
«Abbiamo ricevuto decine di segnalazioni, da Castelnuovo di Asola, nel Mantovano, a Castelvetrano, nel Trapanese, da Milano a Roma, da Bordighera a Genova, da Castagnole di Paese a Catania», spiega Stefano Zerbi, portavoce di Codacons.
Le email, spesso accompagnate dagli scontrini incriminati, riguardano perlopiù l’attività  di parrucchieri ed estetiste, che aggiungono al conto balzelli variabili per compensare le spese di messa a norma dei locali. Ma non riguardano soltanto loro.
Massimiliano Dona presidente di Consumatori.it, parla di «aumenti opachi» e racconta di dentisti e studi medici che stanno mettendo in carico ai pazienti 10 euro per i dispositivi di sicurezza obbligatori. Aggiunge: «Oggi si paga volentieri un caffè un euro e venti o un cappuccino un euro e 40, perchè si capisce la situazione. Il problema è se questi incrementi diventano strutturali e non durano soltanto un mese e mezzo».
Marco Accornero, segretario generale dell’Unione artigiani, non vuole sentir parlare di speculazione. «È un dato oggettivo: le mascherine costano, le sanificazioni pure, i dispositivi di sicurezza anche. Parrucchieri ed estetiste sono stati i più esposti alla crisi e ora stanno affrontando costi supplementari. Noi non incoraggiamo gli aumenti, ma non ci sentiamo di stigmatizzarli».
E lo stesso vale per Lino Stoppani, presidente del Fipe, la Federazione italiana pubblici esercenti. A lui tutti questi incrementi non risultano, a parte il caso dei 50 baristi di Vicenza che si sono accordati per far pagare il caffè un euro e trenta e il cappuccino un euro e ottanta. Dice: «Gli aumenti sono sporadici e, francamente, poco furbi, perchè questo è il momento in cui il cliente deve essere rassicurato e incoraggiato a tornare. Dopodichè non ci nascondiamo che durante le crisi le strade percorribili sono quattro: ridurre i costi, ma quelli fissi non si possono limitare; usare le riserve di liquidità ; fare debiti; ritoccare i prezzi».
Altroconsumo all’inizio della pandemia aveva presentato un esposto all’Antitrust per i costi folli degli igienizzanti su Amazon.
Adesso Marco Bulfon, coordinatore delle indagini sui prezzi, suggerisce ai consumatori la prima forma di difesa: «I prezzi devono essere esposti, è un obbligo di legge. Se non ci piacciono, ce ne possiamo andare».

(da “il Corriere della Sera”)

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