Maggio 28th, 2020 Riccardo Fucile
EFFICIENZA PADANA: COME METTERE NEL PANICO DECINE DI CITTADINI CON UN ATTO SCONSIDERATO
Devono essere state 24 ore difficili quelle delle persone che, nella giornata del 25 maggio, hanno
ricevuto un sms direttamente da ATS Milano, l’azienda sanitaria regionale, che comunicava loro la positività al coronavirus.
Un messaggio arrivato via cellulare, una prassi che — lo ricordiamo — risulta essere regolamentata anche dalle leggi sulla privacy, perchè il garante prevede che in casi estremi come l’emergenza sanitaria, i cittadini possano essere informati dalle amministrazioni pubbliche direttamente attraverso i propri contatti personali.
Nell’sms inviato ad alcune persone della provincia di Milano, quindi, si leggeva: «ATS Milano. Gentile Sig/Sig.ra lei risulta contatto di caso di Coronavirus. Le raccomandiamo di rimanere isolato al suo domicilio, limitare il contatto con i conviventi e misurare la febbre ogni giorno. Se è un operatore sanitario si attenga alle indicazioni della sua Azienda».
Insomma, qualcuno deve aver pensato a uno scherzo nella migliore delle ipotesi. Tuttavia, dopo le segnalazioni che sono arrivate ad ATS Milano per una richiesta di spiegazione da parte delle persone che avevano ricevuto questo messaggio, l’ente ha provveduto a una rettifica, rilasciando un messaggio sul proprio sito web.
Il messaggio comparso sul sito di ATS Milano
«Per un errore informatico, alcuni assistiti hanno ricevuto nella serata di lunedì 25/05 un SMS che riportava il testo seguente: “ATS Milano. Gentile Sig/Sig.ra lei risulta contatto di caso di Coronavirus. Le raccomandiamo di rimanere isolato al suo domicilio, limitare il contatto con i conviventi e misurare la febbre ogni giorno. Se è un operatore sanitario si attenga alle indicazioni della sua Azienda”. Agli interessati è stato inviato un ulteriore SMS di rettifica nella giornata di martedì 26/05».
Ci si chiede come sia possibile che, a causa di un presunto errore informatico (che sembra essere la locuzione preferita per spiegare qualsiasi cosa, anche se questa volta non ci si è spinti a definire questo errore ‘un attacco hacker’ — altra locuzione preferita in circostanze come queste), l’ente che sul territorio dovrebbe gestire con attenzione e come primo intervento l’emergenza coronavirus abbia potuto inoltrare una comunicazione del genere, allarmante e fuorviante.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2020 Riccardo Fucile
IN COREA I CONTAGI SONO TORNATI AI NUMERI DI DUE MESI FA
La Corea del Sud torna indietro, con un ripristino delle misure di lockdown per la sua enorme metropoli capitale, Seul. Proprio qui vive circa la metà dei 52 milioni di abitanti che abitano la Corea del Sud. Dopo un nuovo record giornaliero di contagi, il più alto da ben due mesi, la città torna a bardarsi, con i cittadini costretti all’isolamento domestico.
Il ministro della Sanità Park Neung-hoo ha annunciato il nuovo lockdown spiegando le chiusure saranno ripristinate per musei, parchi e gallerie d’arte per almeno due settimane a partire da domani.
Alle aziende è stata fatta richiesta di introdurre e favorire nuovamente lo smart working insieme a tutte quelle misure di lavoro flessibile che consentono il distanziamento sociale. viene fatto divieto anche, ovviamente, agli abitanti della città di trovarsi in gruppo, recarsi e sostare in luoghi affollati — a partire da bar e ristoranti -. Per gli istituti religiosi e i luoghi di culto non vale la chiusura, ma l’invito è quello di rimanere particolarmente vigili perchè chi li frequenta osservi con la massima attenzione le regole imposte per contenere il contagio.
Le scuole riapriranno, senza un’ulteriore rinvio della data stabilita. Le misure erano state allentante lo scorso 6 maggio, dal momento in cui la pandemia sembrava essere sotto controllo.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2020 Riccardo Fucile
LA PERCENTUALE PIU’ ELEVATA DEI TAMPONI POSITIVI E IL MAGGIOR INCREMENTO DEI CASI
Lombardia, Liguria e Piemonte non sono pronte alla riapertura. 
L’altolà arriva dalla Fondazione “Gimbe” il think tank indipendente che si occupa di ricerca in ambito sanitario presieduto da Nino Cartabellotta, che definisce “rischiosa” l’ipotesi di riaprire la mobilità su tutto il territorio nazionale, accettando l’eventuale decisione delle Regioni del sud di attivare la quarantena per chi arriva da aree a maggior contagio”. Una presa di posizione basata sulle ricerche effettuate.
“Le analisi post lockdown della Fondazione – si legge in un comunicato diramato in mattinata – dimostrano che in queste tre Regioni si rilevano la percentuale più elevata di tamponi diagnostici positivi e il maggior incremento di nuovo casi, a fronte di una limitata attitudine all’esecuzione di tamponi diagnostici”.
Domani il Ministro della Salute, Roberto Speranza valuterà il monitoraggio dei dati del contagio da parte dell’Istituto Superiore di Sanità , i cui risultati saranno decisivi per formalizzare la decisione sulla ripresa della mobilità interregionale, fissata dal Governo a partire dal 3 giugno.
Scadenza che secondo la Fondazione “con i dati che riflettono le riaperture del 4 maggio, ma non ancora quelle molto più ampie del 18, mette il Governo davanti a una decisione che, oltre a essere guidata dai dati, deve avvenire sotto il segno della solidarietà tra Regioni e dell’unità nazionale”.
“Occorre accantonare ogni forma di egoismo regionalistico – precisa Cartabellotta – perchè la riapertura della mobilità deve avvenire con un livello di rischio accettabile e in piena sintonia tra le Regioni. Una decisione sotto il segno dell’unità nazionale darebbe al Paese un segnale molto più rassicurante di una riapertura differenziata, guidata più da inevitabili compromessi politici che dalla solidarietà tra le Regioni, oggi più che mai necessaria per superare l’inaccettabile frammentazione del diritto costituzionale alla tutela della salute”.
L’analisi è stata effettuata sul periodo post lockdown compreso tra il 4 e il 27 maggio, i dati analizzati “riflettono quasi interamente le riaperture del 4 maggio, ma non quelle molto più ampie del 18 maggio che potranno essere valutate nel periodo 1-14 giugno”, precisano dalla Fondazione.
Gli esiti della ricerca.
Quanto ai risultati, la percentuale di tamponi diagnostici positivi risulta superiore alla media nazionale (2,4%) in 5 Regioni: in maniera rilevante in Lombardia (6%) e Liguria (5,8%) e in misura minore in Piemonte (3,8%) Puglia (3,7%) ed Emilia-Romagna (2,7%).
Per quel che riguarda i tamponi diagnostici per 100.000 abitanti, rispetto alla media nazionale (1.343), svettano solo Valle d’Aosta (4.076) e Provincia Autonoma di Trento (4.038).
Nelle tre Regioni ad elevata incidenza dei nuovi casi, la propensione all’esecuzione tamponi rimane poco al di sopra della media nazionale sia in Piemonte (1.675) che in Lombardia (1.608), mentre in Liguria (1.319) si attesta poco al di sotto. E poi ci sono i nuovi casi. L’incidenza per 100.000 abitanti rispetto alla media nazionale (32), è nettamente superiore in Lombardia (96), Liguria (76) e Piemonte (63).
A tal proposito, la Fondazione “Gimbe” lancia un avvertimento sulla situazione in Emilia-Romagna. “Se il dato del Molise (44) non desta preoccupazioni perchè legato a un recente focolaio già identificato e circoscritto – si legge nel comunicato – quello dell’Emilia-Romagna (33) potrebbe essere sottostimato dal numero di tamponi diagnostici (1.202 per 100.000 abitanti) ben al di sotto della media nazionale (1.343)”.
I tre scenari. Sulla base delle valutazioni del Comitato tecnico scientifico “il Governo – commenta il presidente della Fondazione – si troverà di fronte a tre possibili scenari: il primo, più rischioso, di riaprire la mobilità su tutto il territorio nazionale, accettando l’eventuale decisione delle Regioni del sud di attivare la quarantena per chi arriva da aree a maggior contagio; il secondo, un ragionevole compromesso, di mantenere le limitazioni solo nelle 3 Regioni più a rischio, con l’opzione di consentire la mobilità tra di esse; il terzo, più prudente, di prolungare il blocco totale della mobilità interregionale, fatte salve le debite eccezioni attualmente in vigore”.
Di qui, per Cartabellotta, la necessità di arrivare “a una decisione sotto il segno dell’unità nazionale”, mettendo da parte “ogni forma di egoismo regionalistico perchè la riapertura della mobilità deve avvenire con un livello di rischio accettabile e in piena sintonia tra le Regioni”.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2020 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DELLA FONDAZIONE GIMBE CHE OGNI GIORNO ANALIZZA I DATI: “SOGGETTI DIMESSI CHE VENGONO COMUNICATI COME GUARITI, NUMERI CHE VANNO E VENGONO, RITARDI NELLA COMUNICAZIONE”
“C’è il ragionevole sospetto che la Regione aggiusti i dati sul Coronavirus, anche perchè in Lombardia si sono verificate troppe stranezze sui dati nel corso di questi tre mesi: soggetti dimessi che venivano comunicati come guariti andando ad alimentare il cosiddetto silos dei guariti; alternanze e ritardi nella comunicazione dei dati, cosa che poteva essere giustificata nella fase dell’emergenza quando c’erano moltissimi casi ma molto meno ora, eppure i riconteggi sono molto più frequenti in questa fase 2. È come se ci fosse una sorta di necessità di mantenere sotto un certo livello quello che è il numero dei casi diagnosticati”.
A dirlo oggi è Nino Cartabellotta, presidente Fondazione Gimbe, ospite di 24 Mattino su Radio 24.
Secondo Cartabellotta “La Lombardia probabilmente ha avuto questa enorme diffusione del contagio in una fase precedente al caso 1 di Codogno e le misure di lockdown, come avevamo chiesto noi all’inizio di marzo, dovevano essere più rigorose e restrittive. Noi avevamo chiesto la chiusura dell’intera Lombardia, un po’ come Wuhan, perchè era evidente che quel livello di esplosione del contagio non poteva che essere testimonianza di un virus che serpeggiava in maniera molto diffusa già nel mese di febbraio. Non è stato fatto, sono state prese tutta una serie di non decisioni, come la non chiusura delle zone di Alzano Lombardo e Nembro, che hanno determinato tutto quello che è successo nella bergamasca, e poi una smania ossessiva di riaprire”.
“La nostra grossa preoccupazione è che in questo momento la situazione lombarda sia quella che uscirà per ultima da questa tragedia, perchè se si chiude troppo tardi e si vuole riaprire troppo presto, e si combinano anche dei magheggi sui numeri, allora è ovvio che la volontà politica non è quella di dominare l’epidemia ma è quella di ripartire al più presto con tutte le attività , e questo non lascia tranquilli”, dice il presidente di fondazione Gimbe per il quale “non si sta effettuando un’attività di testing adeguato”.
“E’ evidente che i casi sommersi sono 10-20 volte quelli esistenti — aggiunge Cartabellotta — e se non li vado a identificare, tracciare e isolare questi continuano a girare e contagiare. E’ un cane che si morde la coda: da una parte non si vogliono fare troppi tamponi per evitare di mettere sul piatto troppi casi, dall’altro non identificando questi casi si alimenta il contagio tanto che, secondo la valutazione che pubblichiamo oggi, negli ultimi 23 giorni, dal 4 al 27 maggio, la Lombardia ha il 6% di tamponi diagnostici positivi, e sottolineo ‘diagnostici’ perchè se mettiamo al denominatore tutti i tamponi fatti è chiaro che questa percentuale artificiosamente scende. La Liguria è al 5,8%, il Piemonte al 3,8%”.
Per quanto riguarda i tamponi, “Le uniche due regioni che stanno facendo un’attività di testing massiccio sono Valle d’Aosta e provincia di Trento che dal 4 maggio stanno facendo circa 4.200 tamponi per 100mila abitanti. Un numero abbastanza consistente. Subito dopo ci sono Basilicata e Friuli che stanno a 2.200-2.300 mentre le regioni più colpite, Lombardia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, stanno intorno ai 1.200-1.500 al giorno”, dice Cartabellotta anticipando i dati della ricerca che verrà pubblicata stamattina. “E’ evidente — sottolinea — che questo si riflette anche sul numero dei casi diagnosticati. Poi ci sono alcune regioni del sud come Puglia, Sicilia e Campania, che è vero che hanno pochi casi ma è anche vero che fanno un numero di tamponi per 100mila abitanti che si colloca tra i 250 e gli 800. Il concetto è: il virus, per trovarlo lo devi cercare; se non lo cerchi non è certo che non ci sia”.
Per quanto riguarda il passaporto sanitario e la patente di immunità , “citerei la scena di Fantozzi e la Corazzata Potemkin, per una serie di ragioni: intanto ogni test che viene effettuato ha una validità legata al momento in cui viene effettuato, posso fare il tampone oggi e contagiarmi domani mattina; e poi la patente viene spesso attribuita ai test sierologici che di fatto hanno una specificità molto bassa con troppi falsi positivi, ma in ogni caso anche se uno è negativo può contagiarsi il giorno dopo”.
(da “NextQuotidiano”)
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Maggio 28th, 2020 Riccardo Fucile
JORG MEUTHEN DI AFD FA PARTE DELLO STESSO GRUPPO EUROPEO DELLA LEGA … I SEDICENTI SOVRANISTI ITALIANI ZITTI MENTRE LUI CI INSULTAVA TRATTANDOCI COME LADRI
Pensiamo per un attimo cosa sarebbe successo a parti invertite. Immaginiamo che un deputato
europeista tedesco avesse pronunciato in Parlamento a Bruxelles delle frasi contro l’Italia.
Sicuramente, tutta la pattuglia sovranista sarebbe insorta, come già successo in passato. Meme, video, pubblicazioni sui social network. Niente di tutto questo, invece, dopo l’intervento in aula — alla presenza della presidente della Commissione Europea Ursula von der Leyen — di Jà¶rg Meuthen di Alternative fà¼r Deutschland.
Eppure, le sue parole — che si possono ascoltare in questo video — sono davvero forti sul ruolo che l’Europa avrà attraverso il pacchetto di aiuti da 750 miliardi di euro del Recovery Fund:
«Il danno per l’Unione Europea sarà enorme — ha detto Jà¶rg Meuthen -. I contribuenti pagheranno tutto questo, come se domani non esistesse. È irresponsabile, è una presa in giro, è un suicidio politico. Molti non lo capiscono perchè non si ragiona in questo ordine di grandezza e lei sfrutta questa ignoranza per convincerci di cose che non esistono in nome della solidarietà . Quindi, i governi di Danimarca, Svezia, Paesi Bassi e dell’Austria dovranno aiutarci a scongiurare questa situazione».
Insomma, il Recovery Fund — lo abbiamo ampiamente detto ieri — aiuterà l’Italia a uscire dalla crisi economica post coronavirus: dei 750 miliardi di euro, al nostro Paese spetteranno 172 miliardi, tra finanziamenti a fondo perduto e prestiti ampiamente garantiti. Insomma, un vero e proprio toccasana per le casse dello Stato e per tutti quei cittadini e quelle imprese che sono usciti molto provati dall’emergenza coronavirus.
Va da sè che il discorso di Jà¶rg Meuthen sia contro gli interessi dell’Italia. L’eurodeputato tedesco, tuttavia, fa parte del gruppo Identità e Democrazia, all’interno del quale siedono anche i parlamentari della Lega eletti lo scorso 26 maggio 2019. Da loro non è arrivata nessuna parola di condanna rispetto al termine ‘suicidio politico’ utilizzato dal collega tedesco. Sovranisti a corrente alternata, insomma.
(da agenzie)
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Maggio 28th, 2020 Riccardo Fucile
UNA GRANDE LEADER CHE SA PARLARE AL SUI POPOLO E CITTADINI CHE USANO IL CERVELLO E IL CUORE… IN ITALIA LA MAGGIORANZA NON AIUTEREBBE NEANCHE UNO STRANIERO CHE STA AFFOGANDO, FIGURATEVI “DARE I NOSTRI SOLDI” AGLI ALTRI
Angela Merkel ha preso un grosso rischio politico nel suo paese accettando una settimana fa con sorpresa di tutti gli osservatori l’idea, finora tabù, della mutualizzazione del debito in Europa (anche se limitato a una quota pari al 27% dei 500 miliardi di euro) per rilanciare l’economia di fronte al coronavirus.
Segno che dopo il terremoto provocato dalla pandemia, la cancelliera tedesca sembra, almeno a casa propria, sul punto di vincere la scommessa paragonabile a quella del sì all’accettazione di un milione di migranti nel settembre 2015: il suo partito conservatore la sostiene compatto e la maggioranza dei tedeschi approva questa iniziativa, lanciata con il presidente Francese Emmanuel Macron e impensabile solo fino a qualche anno fa.
Anche se la proposta di Parigi e Berlino ha trovato l’opposizione di quattro paesi europei mercantilisti più che frugali, guidati da Austria e Paesi Bassi, le controindicazioni nel dibattito in Germania sulla solidarietà finanziaria europea sono state per ora respinte.
“Non ho alcun dubbio sul fatto che in Parlamento vi sia un ampio sostegno a questa proposta“, ha dichiarato il presidente della Camera dei deputati tedesca, Wolfgang Schà¤uble, in un’intervista all’AFP, un pezzo da novanta della CDU della cancelliera tedesca.
Wolfgang Schà¤uble è una voce che conta in Germania. Pro-europeo per convinzione da sempre, l’ex ministro delle finanze tedesco incarna tuttavia il rigore e persino l’ortodossia di bilancio nel suo paese. Quando era ministro delle Finanze al culmine della crisi dell’eurozona nel 2015, provocò l’ira di molti paesi per la sua forte riluttanza a salvare la Grecia dal fallimento proponendo di farla uscire dall’euro con una dote.
E non è mai passato per un grande sostenitore della mutualizzazione dei debiti. Anzi. Ma oggi, di fronte al nuovo coronavirus, applaude “una proposta necessaria e importante nel periodo che stiamo attraversando. L’Europa deve usare questa crisi per rafforzarsi”, ha dichiarato Wolfgang Schà¤uble, che il 26 maggio ha firmato una dichiarazione congiunta in tal senso con il suo omologo francese Richard Ferrand.
Lunedì, l’intero organo di governo del partito CDU ha approvato l’idea franco-tedesca, puntando a far sì che l’Unione europea possa prendere in prestito 500 miliardi di euro per rimborsarli sotto forma di sussidi (grants e non loans) ai paesi più colpiti dall’impatto dell’epidemia, come l’Italia e la Spagna in particolare, senza che quest’ultimi debbano poi rimborsare individualmente facendo aumentare il loro debito pubblico.
Non è escluso che la Confindustria tedesca abbia premuto sul Governo di coalizione tra CDU-CSU e SPD perchè si adottasse questa soluzione filo-europea.
“La Germania starà bene solo se l’Europa starà bene“, ha dichiarato la cancelliera in questa occasione, secondo quanto ha riportato un partecipante alla riunione a porte chiuse. Le voci non sono unanimi all’interno del movimento conservatore.
La sua ala più a destra, soprannominata “Unione dei valori”, ha espresso la sua insoddisfazione. Uno dei suoi leader, Alexander Mitsch, ha denunciato all’AFP “un ulteriore passo verso la creazione di un’Unione (europea) di debiti e di uno stato centralizzato“. Ha invitato i parlamentari tedeschi ed europei a opporvisi. Questi critici, che provengono anche dall’estrema destra e dal piccolo partito liberale FDP in Germania, rimangono per ora in minoranza.
Circa il 51% dei tedeschi è a favore del piano di risanamento del Cancelliere e del Presidente francese, che tuttavia finanzierà da solo fino al 27%, secondo un sondaggio dell’Istituto Civey per il settimanale Der Spiegel. Al contrario, circa il 34% è contrario.
Come è potuto accadere tutto questo? Probabilmente ha pesato molto la grande popolarità acquisita dalla Merkel nella gestione della pandemia nel suo paese, La Merkel dovrebbe uscire di scena alla fine del 2021.
“La Merkel si è dimostrata sensibile a riaffermare l’impegno europeo della Germania di fronte alle dure critiche dell’Italia e della Spagna” sulla mancanza di solidarietà europea al culmine della pandemia di Covid-19, ha detto un membro dell’ entourage di Emmanuel Macron. “La Merkel pensa anche al momento in cui la Germania assumerà la presidenza a rotazione dell’Ue a luglio. Vuole lasciare una traccia nella storia”, ha spiegato la fonte.
Forse pesa l’esperienza dell’ex cancelliere Helmut Kohl, il suo mentore che non avrebbe avuto incertezze a prendere la via europea. Kohl ha sempre preferito una Germania europea a un’Europa tedesca.
Naturalmente la mutualizzazione del debito potrebbe portare con sè una maggiore cessione di sovranità verso l’Unione europea, almeno nel momento in cui si tratterà di controllare i fondi del bilancio europeo che potrebbero non più, come ipotizzato dall’ex primo ministro italiano Enrico Letta, passare attraverso gli Stati come avvenuto finora ma gestiti dalla Commissione e poi distribuiti direttamente a imprese e famiglie.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 28th, 2020 Riccardo Fucile
DECINE DI ARRESTI DI UOMINI DELLA ‘NDRANGHETA, SMANTELLATO UN CARTELLO CRIMINALE PER PILOTARE GLI APPALTI, SEQUESTRATI 103 MILIONI DI EURO
Con la benedizione del clan Piromalli, un cartello di 57 imprenditori per quasi dieci anni si è
spartito tutti i lavori pubblici realizzati a Gioia Tauro e nelle zone limitrofe.
E non si tratta solo di imprese calabresi. Che il board sedesse a Roma, in Toscana, in Sicilia o in Campania, poco importava.
Tutti — ha svelato l’indagine della Guardia di Finanza, coordinata dalla procura antimafia di Reggio Calabria – si conformavano alle regole dettate dai Piromalli, che tramite i loro bracci economici e con la complicità di 11 funzionari comunali aggiustavano gare, assegnavano i lavori a ditte amiche, “dirigevano il traffico” in un sistema che prima o poi garantiva a tutti il suo pezzo di torta.
Fra gli imprenditori coinvolti c’è anche il deputato leghista calabrese, Domenico Furgiuele, ex amministratore e titolare della maggioranza delle quote della Terina costruzioni, che si è affrettato ad abbandonare due mesi dopo l’elezione in Parlamento. Proprio per questo, la misura del divieto di esercitare attività imprenditoriale per 12 mesi chiesta dai magistrati della procura antimafia di Reggio Calabria è stata revocata. Tuttavia, Furgiuele rimane indagato per due gare d’appalto, quella per l’eliporto dell’Ospedale di Polistena e quella per il ripristino della viabilità a Bandina, nei pressi di San Giorgio Morgeto
In entrambi i casi – affermano il procuratore aggiunto Gaetano Paci e il pm Gianluca Gelso, che con il coordinamento del procuratore capo Giovanni Bombardieri hanno diretto l’indagine – avrebbe messo la sua società a disposizione delle manovre ordite dai Bagalà , espressione economica del clan Piromalli, per “aggiustare” le gare d’appalto.
Il metodo messo a punto variava, ma il risultato era sempre lo stesso. Per ogni lavoro messo a gara, le 60 imprese del cartello, riunite in Ati o Rti, presentavano offerte già in precedenza concordate, in modo da far aggiudicare i lavori a una di quelle del gruppo. Oppure le buste venivano consegnate in bianco e compilate da chi di dovere. Quando l’appalto toccava ad una delle imprese direttamente controllate dai Piromalli, o dal loro braccio operativo, il clan Bagalà , erano loro stessi a eseguire i lavori, altrimenti subentravano con i classici noli o attraverso le procure speciali rilasciate ai loro uomini di fiducia.
(da agenzie)
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Maggio 27th, 2020 Riccardo Fucile
LA PARTITA NON E’ ANCORA CHIUSA MA VA RICONOSCIUTO AL PREMIER UN INDUBBIO SUCCESSO DA COME SI ERA PARTITI… DOVREBBERO ESSERE CONTENTI TUTTI COLORO CHE HANNO A CUORE LE SORTI DELL’ITALIA
“Era quello che aspettavamo, un risultato impensabile solo fino qualche mese fa”. A Palazzo Chigi non si nasconde la soddisfazione per il piano Next generation Ue annunciato oggi da Ursula von der Leyen.
Un recovery plan da 750 miliardi di euro, di cui circa 172 destinati all’Italia. Era la svolta che Giuseppe Conte aspettava. Ai suoi collaboratori non ha nascosto la propria soddisfazione: “E’ in linea con le aspettative, quello per cui ci siamo battuti”.
Il premier ha ricordato a tutti da dove si era partiti, dalla contrarietà tedesca agli eurobond, scardinata pian piano fino ad arrivare al piano Merkel-Macron della scorsa settimana ulteriormente incrementato dalla Commissione europea.
Un punto di partenza molto utile anche per superare lo scoglio interno del Mes. Sentite uno dei più stretti collaboratori del premier: “Oramai è superato. Possiamo contare su più di 170 miliardi, di cui 80 a fondo perduto e pensiamo ancora al Mes, che tra l’altro è un prestito?”.
Ma Conte ha avvertito che la partita non è chiusa. Perchè ora parte la trattativa sul come, sulle possibili clausole e condizionalità su come spendere il tesoretto, e già nel primo pomeriggio a Palazzo Chigi si è guardato con una certa apprensione alle dichiarazioni di Angela Merkel, che dopo aver messo in chiaro che il Consiglio europeo di giugno non sarà risolutivo indicava un passo lungo per la chiusura della trattativa, indicando la fine dell’anno come deadline per rendere operativo il recovery fund.
C’è poi da superare la resistenza dei paesi cosiddetti frugali. Conte ha messo in guardia sulla difficoltà della trattativa, ricordando che nella telefonata di qualche giorno fa con Mark Rutte il primo ministro olandese non si è smosso di un millimetro dall’intransigenza delle sue posizioni.
Nonostante ciò il piano von der Leyen ha recepito quelle che fin dall’inizio sono state le posizioni italiane: “Un ottimo segnale da Bruxelles – ha twittato Conte – proprio nella direzione indicata dall’Italia. Siamo stati descritti come visionari perchè ci abbiamo creduto. 500 miliardi a fondo perduto e 250 miliardi di prestiti sono una cifra adeguata. Ora acceleriamo sul negoziato e liberiamo presto le risorse”.
A Palazzo Chigi c’è anche soddisfazione per aver tolto un fortissimo elemento di propaganda alle opposizioni. “Se guardi le dichiarazioni di Salvini – osserva un parlamentare vicino al capo del governo – vedi le unghie che graffiano gli specchi su cui si arrampica”.
E in effetti il leader della Lega si è limitato a dire che “sono solo parole e ipotesi”, cercando di sviare l’attenzione su una presunta patrimoniale e un taglio delle pensioni che il governo avrebbe in serbo “passata l’emergenza”, senza poter dire una parola sulla sostanza delle misure.
Ma la partita europea non è affatto chiusa in maggioranza.
Di buon mattino al Foglio Roberto Gualtieri ha messo le mani avanti sul Mes: “Una linea di finanziamento decennale a tassi vicini allo zero, attivabile immediatamente e priva di alcuna condizionalità se non quella dell’utilizzo delle risorse per far fronte alle spese sanitarie dirette e indirette e a quelle di prevenzione del contagio, è una cosa positiva che di per se concorre a rafforzare la stabilità e la fiducia. Valuteremo insieme l’opportunità di un suo eventuale utilizzo″.
Il Partito democratico e Italia viva rimangono nettamente a favore dell’utilizzo del Meccanismo europeo di stabilità e proprio oggi i deputati Dem lo hanno evocato come risposta ai problemi sulle borse di studio dei medici specializzandi.
Anche l’ala sinistra dei 5 stelle dà timidi segnali d’apertura. Il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà ha osservato a Circo Massimo che “le condizionalità sono molto cambiate, le guarderemo meglio nelle prossime giornate quando avremo la documentazione necessaria. Sembra che ci sia un tasso molto basso su questi 36-37 miliardi”.
Ma nel Movimento Next generation Ue ha dato il là al definitivo disimpegno sul Mes. “Dopo oggi è chiaro che non ne abbiamo più bisogno – spiega una fonte ai vertici dei 5 stelle
Da Palazzo Chigi si ribadisce che una valutazione verrà fatta quando tutti gli strumenti messi in campo da Bruxelles avranno una cornice chiara, e che l’ultima parola spetterà al Parlamento. Ma oggi la von der Leyen gli ha fornito un ghiotto assist per motivare il no grazie dell’Italia.
(da “Huffingtonpost”)
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Maggio 27th, 2020 Riccardo Fucile
I PARTITI DI GOVERNO POTREBBERO CONVERGERE SU QUESTA IPOTESI, M5S DIVISO MA SI STA CONVINCENDO… LA REVOCA COMPORTEREBBE UNA PENALE MILIARDARIA (COME ERA CHIARO FIN DALL’INIZIO DELLA BUFFONATA)
C’è un messaggio che Giuseppe Conte ha consegnato più volte a quei ministri e ai capi delegazione
della maggioranza che ha riunito a metà mattina da palazzo Chigi in modalità videoconferenza: riserbo totale.
Autostrade, una delle grandi questioni che il premier si tira dietro da quasi due anni. Da quel 15 agosto 2018, quando all’indomani del crollo del ponte Morandi si recò a Genova e promise una mano pesantissima contro i Benetton. Così: “Avvieremo la procedura per la revoca della concessione”.
Ma la decisione non è ancora maturata. Neppure alla riunione odierna. Nel governo, che intanto ha cambiato composizione rispetto a quello gialloverde, deve ancora maturare la quadra.
Ma una schiarita c’è, c’è una proposta di mediazione. Dice così: niente revoca, ma Atlantia, controllata dai Benetton, deve scendere al 20-30% nel capitale di Autostrade.
Quella odierna era la prima riunione di Governo di peso su una questione ereditata come irrisolta dal precedente esecutivo.
Il lavoro del ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, guidato da Paola De Micheli, che ha messo nero su bianco le responsabilità di Autostrade, si è concluso a gennaio, ma il dossier è rimasto chiuso sulla scrivania del premier fino ad oggi.
E da quell’istruttoria si è partiti al vertice per capire che direzione prendere.
Dentro quel dossier sono indicate tre soluzioni.
La prima: revoca totale della concessione.
La seconda: la concessione resta in capo ad Atlantia, ma la società deve scendere dall’attuale quota che detiene dentro Autostrade, pari all′80%, al 20-30 per cento. Cioè passare da essere l’azionista di maggioranza, praticamente quasi unico, alla minoranza. Ipotesi, questa, che contempla anche la possibilità di azzerare l’intera quota. In questo caso entrerebbero la Cassa depositi e prestiti e F2i, il maggiore gestore indipendente dei fondi infrastrutturali. In pratica lo Stato.
La terza: resta tutto così come è, quindi la concessione e la quota di Atlantia attuale, ma Autostrade deve mettere in campo un impegno imponente: calo delle tariffe, investimenti, manutenzione ordinaria e straordinaria della rete, ma anche pagare un indennizzo allo Stato e realizzare altre opere che servono al Paese.
Il posizionamento delle diverse anime della maggioranza è abbastanza definita, ma non è cementificata.
E per questo una decisione ancora non c’è.
Il Pd è più per la terza opzione, quella più soft, ma non ha problemi a sposare la seconda. I renziani, come ha annunciato Matteo Renzi su Repubblica, sono per la seconda soluzione.
I 5 stelle, da sempre sostenitori della linea più dura, quella della revoca, hanno archiviato da tempo l’idea massimalista, che comporta il rischio di un salasso miliardario per lo Stato e l’incapacità di sopperire in tempi brevi al cambio di gestore della rete autostradale.
Ma c’è una parte dei pentastellati che insiste per la revoca. Chi ha avuto modo di sondare gli umori dei grillini parla di una fronda che è diventata minoritaria, ma c’è.
La maggioranza, invece, sarebbe per la soluzione che piace ai renziani e anche ai dem.
Le posizioni emergono nel corso del tavolo, ma in maniera coperta.
I 5 stelle chiedono a De Micheli degli approfondimenti, ma non si espongono sulla decisione finale. E così fanno il Pd e Italia Viva.
Tutti colgono l’occasione del primo incontro per dire ci si può riaggiornare nei prossimi giorni. Non tra un mese.
I segnali che Autostrade ha lanciato negli scorsi giorni non permettono al governo di prendere troppo tempo. In ballo ci sono 14,5 miliardi di investimenti che sono stati congelati da Atlantia. Per questo nel governo la nuova dead line è stata fissata a metà giugno. Non oltre. Questo almeno è l’auspicio. Una cosa è certa: la questione è diventata totalmente politica.
(da “Huffingtonpost”)
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