Giugno 24th, 2020 Riccardo Fucile
LA PATACCA DEL PROVVEDIMENTO MARCHETTA VOLUTO DA SALVINI E PAGATO DAGLI ITALIANI: APPENA 156.000 DOMANDE APPROVATE, ALTRO CHE 300.000 PREVISTE… MILIARDI AL VENTO PER FAVORIRE POCHI PRIVILEGIATI
Le due misure principali attuate dal governo Conte-1 sono state bocciate dalla Corte dei Conti. Si tratta dei due provvedimenti simbolo dell’esperienza condivisa tra il Movimento 5 Stelle e la Lega: da una parte il reddito di cittadinanza, dall’altra quota 100.
Oggi, durante la cerimonia di parificazione del rendiconto dello Stato, il procuratore generale Fausta Di Grazia ha mostrato i numeri reali degli effetti di queste due leggi sul mondo reale dell’occupazione.
La Corte dei Conti boccia quota 100
Perchè si parla di fallimento? Lo spiega Fausta di Grazia, portando numeri reali e non facendo proclami politici: «Per quanto riguarda ‘quota 100’, alla data del 31 dicembre 2019 sono state approvate 155.897 richieste di collocamento in quiescenza, pari a circa il 69% delle domande presentate».
Il tutto con riverberi, inevitabili (vista la spesa sostenuta e stimata all’approvazione del provvedimento), sul bilancio dello Stato dello scorso anno.
Questione di obiettivi che, fin dalle premesse, erano stati contestati da chi sosteneva come quota 100 fosse un provvedimento più propagandistico che realmente fattuale in relazione al mondo del lavoro e al ricambio generazionale nell’occupazione.
«Delle istanze accolte circa il 49% riguarda soggetti con oltre 41 anni di contribuzione, a fronte di un’anzianità lavorativa media di 40 anni — ha spiegato ancora Fausta di Grazia illustrando il giudizio di parificazione del rendiconto generale dello Stato per l’esercizio finanziario 2019 -. I risultati sono stati al di sotto degli obiettivi illustrati nella relazione tecnica che accompagnava il provvedimento, avente anche finalità di ricambio generazionale della forza lavoro».
Il tutto, dunque, smentisce la ricostruzione data da Matteo Salvini nei giorni scorsi, quando ha parlato di 300mila persona che, grazie al suo provvedimento, hanno lasciato il mondo del lavoro per lasciare spazio ai più giovani. Un ricambio generazionale che non è avvenuto. Nonostante i proclami elettorali e populisti. Perchè quando arrivano i numeri, la realtà non può essere più condizionata a proprio piacimento. Ed è per questo che la Corte dei Conti boccia quota 100.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2020 Riccardo Fucile
SONO SEMPRE TUTTI SOTTOPOSTI A TAMPONE, IN QUESTO CASO IN QUARANTENA SULLA MOBY ZAZA’… IL GOVERNO TUTELA LA SALUTE DI TUTTI, ANCHE DEI LEGHISTI
Sono 28 i migranti, salvati in acque internazionali dalla nave Sea Watch e imbarcati sulla
nave-quarantena Moby Zazà che è ormeggiata a Porto Empedocle in provincia di Agrigento, che sono risultati positivi al Covid-19.
I tamponi sui 209 migranti presenti sulla Moby Zazà erano stati effettuati ieri mattina. Appena ieri sera era stato reso noto che uno dei migranti sbarcati dalla Sea Watch era stato ricoverato nel reparto Malattie infettive dell’ospedale “Sant’Elia” di Caltanissetta. Inizialmente era un caso di sospetta tubercolosi. Poi l’esito del tampone aveva fatto chiarezza. Si tratta dell’unico dei 28 migranti positivi al coronavirus che ha accusato sintomi. Gli altri 27 rimasti sulla nave risultano al momento asintomatici.
Adesso, fanno sapere dalla Croce Rossa che gestisce la nave, i migranti risultati positivi sono stati messi in un’area diversa del traghetto e lì resteranno fin quando non saranno trascorsi i 15 giorni di quarantena e i tamponi non daranno esito negativo. A bordo ci sono 26 persone tra medici, infermieri, operatori dell’accoglienza e mediatori. “Le procedure adottate per i migranti sbarcati dalla nave Sea Watch e accolti per la quarantena obbligatoria a bordo del traghetto Moby Zaza, ancorato nella rada di Porto Empedocle, garantiscono la piena tutela della sicurezza sanitaria del Paese”. Così fonti del Viminale, precisando che “tutti i migranti sono stati sottoposti fin dal loro arrivo alle procedure previste dalle linee guida sul sistema di isolamento protetto elaborate dalla direzione generale della prevenzione sanitaria del ministero della Salute”.
In particolare, segnalano le fonti del ministero, “per l’intero periodo di quarantena, sono state adottate misure di isolamento totale per i singoli, con la garanzia del mantenimento della distanza di sicurezza interpersonale sempre e comunque. I pazienti confermati e sospetti per il Covid-19 sono stati alloggiati in ponti isolati della nave: come previsto dalle linee guida, è stata istituita a bordo una ‘zona rossa’ in cui il personale può accedere unicamente con dispositivi di protezione individuali completi”. Per tutti gli altri migranti, proseguono, “è attivo un servizio di sorveglianza che prevede uno screening individuale due volte al giorno per la ricerca di eventuali sintomi, con particolare attenzione a quelli respiratori. Al termine del periodo di quarantena obbligatoria, tutti i migranti verranno sottoposti ad un ultimo accurato screening per garantire la piena tutela della salute pubblica al momento dello sbarco”.
Inoltre i 181 migranti che erano assieme ai 28 risultati positivi al tampone Covid-19 fra due giorni verranno sottoposti ad un nuovo test rino-faringeo. C’è il rischio, infatti, che il loro tampone, attualmente negativo, possa positivizzarsi con il passare delle ore.
Da Sea Watch commentano: “Abbiamo appreso che 28 tra le 211 persone soccorse da Sea-Watch e trasferite sulla Moby Zazà sono risultate positive a Covid19. L’allerta è partita dopo che un caso asintomatico segnalato dal personale medico di bordo alle autorità prima dello sbarco, per via della sua storia clinica recente, e trasferito a Caltanissetta per accertamenti, è risultato positivo al tampone. Pur non avendo ancora ricevuto alcuna comunicazione ufficiale dalle autorità sanitarie, oggi abbiamo richiesto un secondo tampone per il nostro equipaggio, che già si era sottoposto al test prima della partenza, con esito negativo”.
Lo afferma Sea Watch, che assicura che il personale medico ha messo in atto il protocollo di monitoraggio costante dell’insorgere di potenziale sintomatologia nelle persone presenti a bordo, con relativa trasmissione dei dati alle autorità competenti.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2020 Riccardo Fucile
IMPEGNATI 200 AGENTI… IN MANETTE I CAPI STORICI DELLE COSCHE DE STEFANO, TEGANO E LIBRI
E’ iniziata alle prime ore di questa mattina una vasta operazione della Polizia di Stato, coordinata dalla Direzione Distrettuale Antimafia della Procura della Repubblica di Reggio Calabria, finalizzata all’esecuzione di 21 ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse nei confronti dei capi storici, elementi di vertice, luogotenenti e affiliati alle potenti cosche della ‘ndrangheta DE STEFANO-TEGANO e LIBRI operanti nella citta’ di Reggio Calabria, ritenuti responsabili, a vario titolo, di associazione mafiosa, diverse estorsioni in danno di imprenditori e commercianti, detenzione e porto illegale di armi, aggravati dal metodo e dalla agevolazione mafiosa.
Gli investigatori della Squadra Mobile della Questura di Reggio Calabria e del Servizio Centrale Operativo della Direzione Centrale Anticrimine della Polizia di Stato, coadiuvati dagli operatori dei Reparti Prevenzione Crimine e di altre Squadre Mobili del Sud, Centro e Nord Italia, stanno eseguendo anche numerose perquisizioni e alcuni sequestri di aziende.
Impiegati circa 200 agenti della Polizia di Stato.
L’operazione e’ stata chiasmata in codice “Malefix”. Gli arresti sono stati eseguiti nella provincia di Reggio Calabria ed in altre province d’Italia, con il supporto delle Squadre Mobili di Milano, Como, Napoli, Pesaro Urbino, Roma.
Le indagini svolte dalla Polizia di Stato – sotto le direttive dei magistrati della Dda di Reggio Calabria – documenterebbero l’esistenza e l’operativita’ delle cosche De Stefano, Tegano e LIbri, in posizione di preminenza nella citta’ di Reggio Calabria e le gravi frizioni registratesi in seno al sodalizio criminale De STefano-TEgano e tra questa consorteria e quella dei LIbri rispetto alla spartizione degli ingenti proventi delle attivita’ estorsive poste in essere in danno di operatori economici e commerciali del centro cittadino di Reggio Calabria.
Un tentativo di scissione stava maturando all’interno del clan De Stefano. Lo hanno documentato, monitorando i summit di ‘ndrangheta, gli investigatori della Polizia di Stato che, nell’ambito delle indagini sfociate stamane nell’operazione “Malefix”, hanno ricostruito le dinamiche criminali del “locale” di Archi, rione di Reggio Calabria.
Il tentativo di scissione sarebbe stato attuato dalla famiglia facente capo a Luigi Molinetti dalla casa madre dei De Stefano storicamente egemone anche nel centro della citta’ di Reggio.
La volonta’ di Gino Molinetti e dei suoi figli di rendersi autonomi dai De Stefano trovava le sue ragioni nel malcontento del gruppo dovuto all’iniqua spartizione dei proventi estorsivi, nel mancato riconoscimento di avanzamenti gerarchici all’interno della organizzazione mafiosa, nella mancata elargizione di prebende che la famiglia pretendeva in virtu’ degli anni di fedelta’ e dedizione alla cosca, nell’avversione alle pretese espansionistiche dei Molinetti sul “locale” di Gallico. Il timore che i dissidi con Luigi Molinetti potessero degenerare avrebbe indotto i fratelli Carmine e Giorgio De Stefano a investire della delicata questione Alfonso Molinetti, fratello di Luigi, ritenuto uno dei loro alleati piu’ fedeli.
Un summit fra i clan De Stefano-Tegano e Libri per mettere appunto un piano di spartizione dei proventi delle estorsioni a Reggio Calabria. Nulla di straordinario nelle dinamiche della criminalita’ organizzata se questa volta a documentarlo non ci fossero state le intercettazioni della Polizia. L’inchiesta della Dda di Reggio Calabria che stamani si e’ conclusa con 21 arresti nell’ambito dell’operazione “Malefix”, ha portato alla luce i forti attriti tra le cosche De Stefano-Tegano e Libri.
Dalle attivita’ tecniche e’ emerso che ciascuna consorteria raccoglieva le estorsioni secondo prassi che non tenevano conto degli accordi in base ai quali i proventi dovevano essere divisi tra le cosche di riferimento sul territorio. Antonio Libri, che aveva assunto le redini dell’omonima cosca dopo l’arresto dei capi, aveva saputo che, in occasione delle festivita’ natalizie del 2017, era stata raccolta da Carmine e Giorgio De Stefano una consistente somma di denaro, dell’ordine di alcune migliaia di euro, senza che nulla venisse corrisposto alla sua cosca.
L’episodio estorsivo riguardava un noto imprenditore reggino della ristorazione, titolare anche di alcuni locali di intrattenimento. Di questo fatto Libri aveva informato Orazio Maria De Stefano, esponente di vertice dell’omonima famiglia di ‘ndrangheta nonche’ altri esponenti della famiglia federata dei Tegano, con alcuni dei quali ha organizzato un summit per concordare nuove strategie di profitto attraverso l’innovazione delle modalita’ operative estorsive ai danni degli operatori economici e la formazione di un gruppo misto costituito da appartenenti alle due distinte consorterie, una sorta di “commissione tecnica” con l’obiettivo di evitare sovrapposizioni e fraintendimenti e provvedere a un efficiente sistema di rastrellamento estorsivo lungo tutto l’asse del centro cittadino di Reggio Calabria in danno delle attivita’ economiche, organizzando anche l’imposizione intimidatoria delle assunzioni da parte dei gestori di attivita’.
(da agenzie)
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Giugno 24th, 2020 Riccardo Fucile
LA LETTERA PUBBLICATA DALLA GAZZETTA DELLO SPORT
“Caro Alex, prego per te”. Papa Francesco scrive a Zanardi, attraverso don Marco Pozza
affida alla Gazzetta dello Sport un messaggio di speranza per il campione che sta lottando per la sua vita ormai da diversi giorni.
Una lettera scritta dal Pontefice di cui la Gazzetta dello sport pubblica l’originale il cui incipit è: “Carissimo Alessando la sua storia è un esempio…”.
“Carissimo Alessandro, la sua storia è un esempio di come riuscire a ripartire dopo uno stop improvviso – scrive il Papa-. Attraverso lo sport ha insegnato a vivere la vita da protagonista, facendo della disabilità una lezione di umanità ”.
Inizia con queste parole la lettera. Il Santo Padre ha voluto mandargli un messaggio attraverso la Gazzetta dello Sport che ieri ha ospitato anche l’intervento di don Marco Pozza, amico di Zanardi. Insieme hanno corso le maratone di New York, Venezia e Padova. “Alex piace a Francesco perchè è molto vicino al senso del suo pontificato, perchè ha trasformato la disabilità in una grande lezione di umanità – spiega don Marco Pozza alla Gazzetta dello Sport -. E il Papa cerca sempre di restituire autostima a chi è in difficoltà , a chi si sente ai margini. Perchè il vero disabile è chi non ha stima di sè”.
“Grazie per aver dato forza a chi l’aveva perduta. In questo momento tanto doloroso le sono vicino, prego per lei e la sua famiglia. Che il Signore la benedica e la Madonna la custodisca. Fraternamente”, la conclusione del messaggio di Papa Bergoglio ad Alex Zanardi.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2020 Riccardo Fucile
IL GOVERNO DECIDE DI TRATTARE PER ARRIVARE SUBITO A UN ACCORDO… I CINQUESTELLE ESCLUSI DAL VERTICE DECISIVO TRA CONTE, GUALTIERI E DE MICHELI
C’è una frase che Giuseppe Conte ripete fino allo sfinimento quando nel primo pomeriggio il ministro dell’Economia Roberto Gualtieri e la titolare delle Infrastrutture Paola De Micheli sono seduti al tavolo di palazzo Chigi: “La questione Autostrade va chiusa subito”.
Il fiato sul collo di Nicola Zingaretti è fortissimo. Poche ore prima il segretario del Pd ha strigliato la maggioranza, mandando un segnale al premier: “Ora bisogna davvero chiudere. Penso ad Alitalia, ad Autostrade o all’ex Ilva”.
I dossier sono impantanati, persino il tanto annunciato decreto sulle semplificazioni viene rinviato ancora. Sul tavolo c’è la proposta al rialzo che i Benetton hanno presentato a metà maggio e svelata stamattina: 3 miliardi invece che due e il disinnesco della mina del 30 giugno, termine entro il quale può andarsene e incassare 21 miliardi dallo Stato.
Si discute, poi la decisione: niente revoca, bisogna trattare con Atlantia per arrivare a un accordo. E il prima possibile.
L’urgenza di arrivare a una conclusione è anche nelle intenzioni del premier. D’altronde fu Conte, allora alla guida del governo gialloverde, a presentarsi a Genova all’indomani del crollo del ponte Morandi per promettere l’avvio immediato del procedimento che doveva portare a togliere la concessione autostradale ad Atlantia.
Sono passati quasi due anni e due governi, infiniti tentativi di mediazione con la nuova maggioranza, decine di rinvii del Consiglio dei ministri decisivo per assumere una decisione. Insieme a Conte, Gualtieri e De Micheli al tavolo siedono i capi gabinetto del premier e dei due ministri. I 5 stelle non ci sono. Nelle fila del Movimento più di qualcuno sbotta.
Un esponente di governo grillino non trattiene l’indignazione e la preoccupazione: “Ci sono solo quelli del Pd, a noi chi ci rappresenta? Conte?”. Il titolare del Tesoro e quella delle Infrastrutture appartengono alla parte più morbida del Governo, dove per morbido si intende la volontà di ascoltare Atlantia, mentre quasi tutti tra i 5 stelle hanno oscillato da sempre e oscillano tra la revoca totale e al massimo quella parziale.
A via XX settembre è in piedi un tavolo dove Atlantia interloquisce con i tecnici del Tesoro sulla questione dell’adeguamento delle tariffe e sui requisiti per accedere al prestito con garanzia pubblica chiesta dalla stessa società .
Il ministero dei Trasporti è un altro interlocutore, naturale visto che ha la delega sulle autostrade. E infatti è arrivata qui la lettera di cui si diceva sopra, quella che alza l’asticella dei soldi che Atlantia è disposta a dare al Governo: tre miliardi in tutto, divisi tra 1,5 miliardi per il calo delle tariffe e ulteriori investimenti, 700 milioni per ulteriori manutenzioni e 800 milioni (prima erano 700) per Genova.
Parte la discussione. Non ci sono solo i soldi in più. Il consiglio di amministrazione di Atlantia, che si è riunito lunedì, ha deciso anche di bypassare la scadenza del 30 giugno, lanciando un segnale chiaro: non ce ne andiamo e non battiamo cassa, anzi siamo disposti a trattare. D’altronde appena domenica era stato Conte a dirsi disposto a valutare una eventuale nuova proposta, rimarcando che quelle ricevute fino a quel momento erano inaccettabili.
L’impegno a non lasciare il Governo con le autostrade in mano tra una settimana, ma anzi a continuare nella gestione della rete e intanto trattare, è stata la chiave di volta che ha fatto virare la riunione di governo verso la direzione della distensione.
Anche perchè solo tenendo fuori la minaccia della concessione si può concretizzare l’altra gamba dell’accordo che ha in mente il governo, oltre a incassare i soldi messi sul piatto da Atlantia.
Con la revoca in campo nessun investitore, pubblico o privato, è disposto a prendersi Autostrade, in tutto o in parte. Il progetto del Governo punta sulla Cassa depositi e prestiti e sul fondo F2i, che negli scorsi giorni si voleva far entrare dentro Autostrade in seguito a una auspicata discesa di Atlantia dalla quota di maggioranza a una di minoranza.
F2i si era solo affacciata alla cosiddetta data room di Autostrade, sondando le condizioni, non Cdp. In entrambi i casi facendo prevalere prudenza e mettendo in chiaro che un investimento è fattibile e sostenibile solo se si smette di parlare di revoca.
Quanto Atlantia dovrà scendere dentro Autostrade è una questione che farà parte della trattativa. Lo schema con la Cassa depositi e prestiti e F2i è stato comunque messo sul tavolo durante l’incontro a tre.
Il segnale di Atlantia viene raccolto. E a sua volta la società , secondo quanto apprende Huffpost da fonti industriali di primissimo livello, è pronta a valutare “una proposta ragionevole”. Da palazzo Chigi alcune fonti spiegano all’Adnkronos che “sono state concordate condizioni minime al di sotto delle quali rimane irricevibile qualsiasi proposta di controparte e diventa automatica la revoca”.
Quindi si tratta. Ed è Conte a voler chiudere il prima possibile.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 23rd, 2020 Riccardo Fucile
“NON C’E’ GARANZIA DI ACCORDO SUL RECOVERY FUND”: L’INTESA E’ LONTANA
“Tutti vogliamo l’accordo sul recovery fund, ma al momento non c’è garanzia di successo”.
E se all’Italia servono soldi? Usi il “Mes”.
E’ lapidario Stef Blok quando da Roma incontra in videoconferenza la stampa italiana a Bruxelles, dopo i suoi colloqui di giornata con i ministri Luigi Di Maio ed Enzo Amendola.
Il ministro degli Esteri olandese riserva all’Italia la sua prima visita istituzionale all’estero dopo la fine del lockdown. Un gesto di considerazione diplomatica, ma Blok non è per niente tenero.
Viene in Italia a scandire ciò che l’Olanda chiede sul recovery fund insieme all’Austria e agli altri paesi ‘frugali’. L’Aja vuole garanzie sulle riforme, spiega il ministro olandese, vale a dire quelle “misure necessarie per un conti sostenibili ed un’economia competitiva”.
Basterà seguire le raccomandazioni della Commissione europea, che devono essere “la base” per il negoziato, insiste Blok pur difendendo la sospensione del Patto di stabilità e crescita, “che anche l’Olanda userà , perchè anche i nostri debito e deficit aumenteranno”, ammette.
Ma per gli olandesi si deve sempre tornare alla sorveglianza garantita dalla Commissione sugli Stati. E dunque: misure che garantiscano conti a posto. Ma se non si arriva ad un accordo sul recovery fund? C’è il Mes. Il ministro è chiaro anche su questo: “L’Eurogruppo ha già raggiunto un’intesa sul Mes che è a disposizione di tutti gli Stati europei. Il Mes è ancora aperto”.
Dunque, se proprio l’Italia ha bisogno di aiuti subito, usi gli oltre 36 miliardi di euro che le spettano dai 240mld a disposizione con la nuova linea di credito istituita nel Salva Stati per la pandemia.
Il ministro evita di commentare su “misure specifiche”, come l’idea di Giuseppe Conte di ridurre l’Iva. Dice di aver apprezzato “la convocazione degli Stati generali dell’economia da parte di Conte”. Ma serve qualcosa in più. Servono garanzie sulle riforme: “Ogni piano di ricostruzione può avere successo solo se il paese che ne prende i soldi li usa per misure che portino alla crescita e sostengano l’economia”.
Il colloquio con Di Maio alla Farnesina è cordiale e franco, come si dice in linguaggio diplomatico per indicare confronti senza tensioni ma nella distanza più totale delle posizioni degli interlocutori. “E’ un dovere degli Stati fondatori dell’Ue, quali sono l’Italia e i Paesi Bassi, dare una risposta straordinaria ad una crisi straordinaria di cui nessuno ha colpa”: il ministro degli Esteri italiano tenta parole definitive con Blok. Ma l’intesa a 27 è ancora lontana. Tanto che a Bruxelles non escludono un secondo vertice entro la fine di luglio, oltre al consiglio europeo straordinario convocato oggi dal presidente Charles Michel per il 17 e 18 luglio.
Due giorni per discutere. E sarà la prima volta che i 27 leader europei si incontrano di persona da quando a marzo sono state decise le misure di lockdown per pandemia. Non si vedono fisicamente tutti insieme dal 20 febbraio scorso, quando si chiusero in summit a Bruxelles per due giorni senza trovare un’intesa sul bilancio pluriennale 2021-2027, proprio nelle stesse ore in cui a Codogno emergevano i primi casi di contagio da covid.
A metà luglio riprenderanno proprio da lì, dal bilancio pluriennale che nel frattempo la Commissione europea ha proposto di modernizzare per fare in modo che inglobi il nuovo recovery fund: 750mld di euro, ripartiti tra 500mld di sussidi e 250mld di prestiti, da raccogliere sul mercato con bond emessi dalla Commissione e con risorse proprie (tasse sul digitale, carbon tax e altre) da istituire.
Ecco, però ancora non ci siamo. Finalmente c’è una data per il summit straordinario di luglio, voluto in presenza a Bruxelles per favorire la discussione e magari la firma dell’intesa. Ma l’accordo ancora non c’è, nonostante gli evidenti segnali di attenzione di un paese recalcitrante come l’Olanda nei confronti dell’Italia.
“L’Italia è stata particolarmente colpita dalla crisi — dice Blok — ma anche l’Olanda lo è stata. E l’economia olandese ne uscirà come la più colpita per via della sua struttura particolarmente aperta agli scambi commerciali”.
Di Maio lo ringrazia per gli aiuti arrivati dall’Aja: 32 tonnellate di gel disinfettante, segnale modesto che l’Italia ha apprezzato. Ieri, incontrando Di Maio, il ministro degli esteri tedesco Heiko Maas ha riferito della “disponibilità dell’Austria e dell’Olanda a trattare”. Sembrerebbe chiaro che i paesi ‘frugali’ riusciranno a mantenere i cosiddetti ‘rebates’, gli sconti ai contributi sul bilancio dell’Unione di cui beneficiano perchè non sfruttano molto i fondi europei.
Ma si tratta ancora sul resto: la dimensione totale del fondo, la proporzione tra sussidi e prestiti, la ripartizione delle risorse. Quest’ultimo tema punta dritto alla Polonia, destinataria di 64mld di aiuti, al terzo posto per le risorse che le vengono assegnate dopo Italia e Spagna (rispettivamente 172mld e 140mld) eppure meno colpita dalla pandemia rispetto ad altri paesi come il Belgio, per dire.
Anche sui sussidi Blok è lapidario: “Non sono convinto che le finanze pubbliche non si sostengano con i sussidi”. E poi lancia una frecciata al cuore del recovery fund: “Non siamo entusiasti di qualsiasi forma di debito europeo”.
Ursula von der Leyen comunque continua a dare la sua parola che la proposta della Commissione europea non verrà stravolta.
Lo ha fatto oggi incontrando i presidenti dei gruppi parlamentari dell’Eurocamera. Per lei sarebbe confermata la ripartizione tra 500mld di sussidi e 250mld di prestiti, il Parlamento avrà poteri di controllo sulle spese, come chiesto dal presidente David Sassoli la settimana scorsa. E in più, la presidente presenterà un piano dettagliato con contenuti e tempi sull’aumento del tetto delle risorse proprie nel bilancio europeo, punto molto sensibile per una larga maggioranza parlamentare che va dal Ppe ai socialisti, liberali, Verdi, sinistra ed eletti M5s.
La presidente dell’esecutivo di Palazzo Berlaymont si è detta anche d’accordo su una soluzione-ponte di 11 miliardi e mezzo per mettere a disposizione risorse a partire da settembre, in quanto il recovery fund sarà operativo da gennaio 2021, se tutto va bene. Ma proprio la soluzione-ponte è argomento ancora dibattuto nello scontro tra nord e sud Europa.
I ‘frugali’ sono contrari perchè, dal loro punto di vista, l’Ue ha già messo a disposizione 540mld di aiuti, tra la linea di credito del Mes (240mld), l’intervento della Bei (200mld) e il piano Sure della Commissione (100mld che però, va detto, non saranno disponibili prima di settembre).
Della serie: se l’Italia ha bisogno di soldi subito, usi queste risorse. Tradotto: usi il Mes, che dispone di fondi pronti all’uso, oltre 36mld per l’Italia. Blok lo dice esplicitamente a Roma.
“Tutti i Paesi concordano sulla necessità di interventi straordinari per fronteggiare una situazione straordinaria, permangono differenze di vedute su quali siano le soluzioni da adottare”, conclude Di Maio dopo l’incontro con Blok. Ma “nessuno può farcela da solo”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 23rd, 2020 Riccardo Fucile
LA CONVERGENZA TRA SALVINI, RENZI E DI MAIO PER FAR CADERE IL GOVERNO… IL TAFAZZISMO DELLE MANCATE ALLEANZE ALLE REGIONALI
Anche i più miti, a volte, si incazzano, almeno a parole: “Ma vi pare possibile? Siamo quelli che dicono ‘governeremo insieme per quattro anni’, ricostruiremo l’Italia, eccetera, eccetera. E poi? Poi non siamo in grado neanche di fare un accordo a Barletta”.
È questo lo sfogo che Nicola Zingaretti ha consegnato ai suoi, prima di dare alle agenzie una dichiarazione in cui invita il governo, con maggiore calore, a chiudere qualcuno dei tanti dossier aperti, da Alitalia ad Autostrade e una sul tafazzismo, ovvero andare divisi consegnando così parecchie regioni alla destra: “Abbiamo fatto un governo per fermare Salvini — la seconda parte del suo sfogo – e ora gli consegniamo mezza Italia? È incredibile quel che sta accadendo”.
Ce l’ha con Conte, l’unico a non aver capito la reale posta in gioco e la necessità urgente di un cambio di passo.
Con Renzi che invece, come Salvini, lo ha capito benissimo, al punto da regalargli la candidatura di Scalfarotto in Puglia per indebolire Emiliano ricevendo in cambio una candidata debole come la Ceccardi in Toscana, che consentirà all’ex leader del Pd di dire che ha vinto in casa.
Con i Cinque stelle smarriti in un cupio dissolvi.
Il punto è chiaro, l’election day di settembre, quando si voterà in sei regioni (attualmente 4 a 2 per il centrosinistra) e per il referendum sulla riduzione dei parlamentari. Inevitabilmente, un voto politico, anche sul governo e sull’alleanza che lo sostiene. Il centrodestra, cioè l’opposizione, è unito ovunque e già in campagna elettorale dopo l’accordo siglato ieri sui candidati.
La maggioranza, cioè il governo, è diviso ovunque, tranne in Liguria forse dove Pd e Cinque stelle alla fine riusciranno a trovare una quadra, ma non è una regione contendibile. E poi Renzi, altra componente della maggioranza, alleato del Pd solo in Toscana, Campania e Marche, cioè dove si può vincere.
Al Nazareno è stato già analizzato il worst case scenario, dato come probabile: la destra che vince le regionali, ribaltando il 4 a 2 attuale, il governo che è minoranza nel paese, il referendum come un plebiscito, e quel punto partiranno le fanfare contro un Parlamento delegittimato e di abusivi incollati alle poltrone solo per lo stipendio, la crisi sociale più acuta, tra Cassa integrazione che non arriva e fine del blocco dei licenziamenti. Magari si può anche andare avanti per spirito di “autoconservazione” ma, politicamente parlando, il governo è “imploso”.
Ecco il punto. Quel messaggio sui “tafazzi” di oggi è già un modo per preparare il momento in cui ci si rimpalleranno le responsabilità domani, quando il 20 sera si vedrà chi ha vinto e chi ha perso, e per colpa di chi si è perso.
È un messaggio già arrivato a uno dei destinatari, ma che non ha sortito alcun effetto, se non quello di suscitare una reazione altrettanto stizzita: “Zingaretti è in difficoltà al suo interno e per questo cerca un capro espiatorio. Lo sa da sempre che non avremmo potuto sostenere De Luca o Emiliano” sono le parole che il reggente dei Cinque Stelle Vito Crimi ha consegnato a qualche parlamentare che gli ha chiesto lumi. Il clima è questo, apparentemente da Festival dell’impotenza in cui ognuno non ha la forza per sovvertire un esito che appare scontato.
Dietro la spinta inerziale, però, al Nazareno non sfugge il punto di caduta, la “convergenza oggettiva” tra Salvini, Renzi e Di Maio, insita nel worst case scenario: “Provare a far cadere il governo e rimettere in discussione la leadership del Pd”.
Magari Gori ha sbagliato i tempi e stavolta i primi a non seguirlo sono stati proprio i renziani rimasti dentro il Pd, ma un’uscita del genere sarebbe difficilmente ignorabile il 21 settembre, in caso di esito negativo, soprattutto se la sconfitta dovesse essere ascrivibile alla mancata alleanza tra Pd e Cinque stelle, l’asse politico attorno a cui ruota il mandato dell’attuale segreteria.
C’è una battuta, attribuita al vicesegretario Andrea Orlando particolarmente gettonata in questi giorni: “Abbiamo posti in piedi tra potenziali capi dello Stato e aspiranti segretari… Se qualcuno, con lo stesso impegno, andasse in giro a fare campagna elettorale…”.
Ecco, Conte nella morsa di due congressi striscianti, quello del Pd e quello dei Cinque stelle. Il Pd nella morsa di un governo immobile che “se non fa almeno tre o quattro cose, a settembre arriva stracotto”.
Il tema è squadernato e con esso l’assenza di soluzione, oltre agli inviti e alle dichiarazioni diventati più pressanti, se è vero che l’uscita sull’Iva non è stata concordata e c’è voluta qualche telefonata di Gualtieri e di Gentiloni per rassicurare l’Europa che a Villa Pamphili il premier non preso un colpo di sole.
Zingaretti è incazzato, ma finchè non immagina una alternativa, si ritrova il governo sempre appeso a Barletta.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 23rd, 2020 Riccardo Fucile
BOTTA E RISPOSTA TRA IL FONDATORE DI AZIONE E LA LA LEADER DI FDI
«Giorgia Meloni ripete in tv quello che sente al bar. Gli elettori la votano perchè dicono di
parlare come lei. Ma lei non deve fare l’eco ma dare soluzioni ai problemi», queste le parole di Carlo Calenda (Azione) a “Mezz’ora in più”, il programma di Rai 3 condotto da Lucia Annunziata. Immediata la replica della leader di Fratelli d’Italia.
Giorgia Meloni, infatti, intervenendo a Rtl 102.5, ha replicato così: «È tipico della loro arroganza questo disprezzo per la gente comune, per il popolo. Ci hanno detto che alle nostre manifestazioni venivano solo parrucchieri e che eravamo ridicoli perchè stavamo nelle periferie».
Ma lo scontro non si è fermato qui. Su Facebook Calenda è tornato a risponderle: «No Giorgia Meloni io non “denigro il popolo”, ma chi prende in giro il popolo. I politici sono pagati per offrire soluzioni alle preoccupazioni dei cittadini, non per ripeterle nei talk show».
(da Open)
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Giugno 23rd, 2020 Riccardo Fucile
“NESSUNA DOSE E’ STATA TROVATA NEL CONFESSIONALE”
La grafica con un titolo di giornale che ha chiaramente semplificato la questione, le sottolineature in giallo al punto giusto e il solito tweet di accuse a don Massimo Biancalani, il parroco di Vicofaro in provincia di Pistoia famoso per aver dato accoglienza ai migranti all’interno della sua chiesa e della sua parrocchia.
Matteo Salvini lo ha attaccato sui suoi canali social: «L’ospite del prete toscano che canta “Bella Ciao” in chiesa, adora i clandestini e vorrebbe accogliere tutta l’Africa in Italia? Spacciava e usava il confessionale come nascondiglio! Bel modello di “integrazione”, proprio un bell’ambientino, complimenti».
Quindi, direte voi, il migrante che è stato coinvolto nell’operazione di pubblica sicurezza, nascondeva l’eroina che spacciava all’interno del confessionale di don Biancalani? Strada sbagliata.
Oltre al fatto che bastava leggere gli articoli realizzati dalla stampa locale — al di là dei titoli troppo semplicistici — per capire che le cose erano andate diversamente, Giornalettismo ha contattato don Massimo Biancalani che ha spiegato la circostanza.
«La questione riguarda un ragazzino che non è da tanto che è da noi: era stato accolto prima da una cooperativa pistoiese. È stato fermato con dosi di eroina. Con le forze dell’ordine, a cui è stato detto che il ragazzo era ospite nella nostra chiesa, c’è stata subito collaborazione. Mi hanno mostrato una chiave e io l’ho identificata con quella del confessionale che noi cercavamo da diverso tempo. La chiave era stata sottratta tempo fa e all’interno del confessionale c’erano delle cianfrusaglie».
Non droga, ma cianfrusaglie: «Gli altri ragazzi mi hanno poi raccontato che aveva chiuso quella porta a chiave perchè lì aveva conservato un cellulare e un vecchio modello di tablet. Io stesso ho accompagnato sul luogo gli inquirenti. C’erano vestiti, camicie, un sacchetto di plastica strappucchiato».
La vicenda, dunque, è stata come al solito amplificata e don Massimo Biancalani lo ha evidenziato: «La polizia e i carabinieri ci ringraziano perchè stiamo dando un punto di riferimento a gente che altrimenti starebbe in strada. Per me rimangono tutte persone. I politici dovrebbero darci strumenti in più per capire cosa c’è alla base della scelta di spaccio dei ragazzi come questi».
Il sacerdote ha anche risposto a Matteo Salvini sui social network, ricordandogli che a Vicofaro non c’è nessun modello di accoglienza, ma soltanto un modo per dare riparo a migranti che, anche a causa dei decreti Salvini, non avrebbero un luogo in cui stare.
Insieme ai suoi legali, il sacerdote sta valutando querele sia nei confronti di Matteo Salvini, sia nei confronti delle persone che hanno condiviso la storia in maniera distorta, sia nei confronti della candidata governatrice della Toscana della Lega Susanna Ceccardi.
(da “Giornalettismo”)
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