Destra di Popolo.net

L’OMICIDIO DI CERCIELLO REGA: LO SPACCIATORE ERA UN CONFIDENTE DELLA POLIZIA

Giugno 20th, 2020 Riccardo Fucile

FIN DALL’INIZIO LA STORIA EBBE CONTORNI POCO CHIARI: DALL’ACCUSA NEI CONFRONTI DI “CITTADINI AFRICANI” AL MISTERO DEI DUE CARABINIERI ANDATI ALL’APPUNTAMENTO SENZA ARMI FINO ALLE SMENTITE DEL COMANDO SU QUESTIONI RIVELATESI POI VERE

Vi ricordate dell’omicidio di Mario Cerciello Rega? La mattina del 26 luglio 2019 il vicebrigadiere dei carabinieri Mario Cerciello   Rega venne trafitto con 11 coltellate dopo essere stato aggredito da due studenti americani, Lee Finnegan Elder e Gabriel Natale-Hjorth, in vacanza a Roma.   I due vennero arrestati in albergo poche ore dopo.
Secondo le ricostruzioni Elder accoltellò Cerciello, Hjorth lo aiutò a nascondere l’arma. Fin dall’inizio però la storia ebbe contorni poco chiari. Dalla curiosa accusa nei confronti di “cittadini africani” che trapelò nelle ore successive alla morte di Cerciello fino al mistero dei due carabinieri che erano andati all’appuntamento senza armi fino alle smentite del comando di Roma su questioni rivelatesi poi vere.
Oggi un nuovo tassello si aggiunge alla vera storia di quell’omicidio mentre i riflettori si sono spenti sulla vicenda.
Subito dopo la morte di Mario Cerciello Rega il comandante generale dei Carabinieri Giovanni Nistri invitò pubblicamente a non infliggere alla memoria di quel carabiniere una «dodicesima coltellata» con «inutili polemiche».
In realtà  non si contano più ormai le bugie dei carabinieri sul video di Gabriel Christian Natale Hjorth e sulla vera dinamica dell’accaduto.
Oggi Fiorenza Sarzanini, una delle pochissime giornaliste che hanno seguito fino in fondo la vicenda, ce ne racconta un’altra. Quella che riguarda Italo Pompei, lo spacciatore che negò da subito di essere un confidente dei carabinieri.
Ebbene, un verbale oggi dice l’esatto contrario:
Tutto comincia durante l’udienza del 29 aprile quando viene interrogato il colonnello Lorenzo D’Aloia, comandante del nucleo investigativo di Roma che ha coordinato l’indagine. I difensori di Elder, Renato Borzone e Roberto Capra, gli chiedono conto degli oltre 2.000 contatti telefonici tra Pompei e uno dei militari che avevano contatti con lo stesso Cerciello e con il suo collega Andrea Varriale. E lui conferma, ma spiega anche che si tratta dell’appuntato Fabrizio Pacella, sentito come testimone il 17 settembre 2019.
«Il verbale –spiega D’Aloia– è stato trasmesso ai pubblici ministeri». In realtà  non risulta tra gli atti. E per questo viene presentata un’istanza – alla quale si associano i legali di Natale Hjorth Francesco Petrelli e Fabio Alonzi. Ieri mattina il documento viene consegnato alle difese. «Facevamo arresti»
Pacella racconta: «Conosco Pompei da quando sono arrivato alla stazione Trastevere. Ritengo di averlo conosciuto durante l’espletamento del servizio di “carabiniere di quartiere”.
Con Pompei ho instaurato una sorta di collaborazione che ha permesso al mio comando di effettuare alcuni arresti e denunce per spaccio e detenzione di sostanze stupefacenti. Ho sempre incontrato Pompei per lo più da solo. I nostri incontri li abbiamo tenuti sempre riservati per evitare che qualche pregiudicato ci notasse insieme. Per darmi notizie mi contattava telefonicamente, per lo più tramite sms. Mi scriveva di incontrarci in luoghi poco frequentati che potevano garantire la riservatezza delle nostre conversazioni».
Pacella spiega poi che anche il giorno dell’omicidio di Cerciello ci furono contatti. E chiarisce che l’operazione per effettuare un arresto avvenne in piazza Mastai, cioè il luogo dove i due americani erano andati per comprare droga e dove gli erano state invece consegnate aspirine. Era stato il mediatore Sergio Brugiatelli a portarli da Pompei e loro gli avevano rubato il borsello dopo aver scoperto di essere stati truffati.
Cerciello e Varriale hanno quindi portato Brugiatelli a recuperare il borsello che gli era stato rubato dai due ragazzi statunitensi proprio per fare un favore al confidente Pompei.
Erano in bermuda e maglietta, disarmati, eppure andarono all’appuntamento con gli americani forse per riprendere anche il telefono temendo che potesse svelare i contatti con il confidente. Carlo Bonini su Repubblica il 20 febbraio scorso raccontò la persistenza di una cultura dell’omertà  che continua ad abitare la pancia dell’Arma e che, come un riflesso pavloviano, considera intollerabile, pur di fronte alle evidenze di un abuso, che sono sempre personali evidentemente, anche solo l’idea di sottoporsi con lealtà  e trasparenza al giudizio dell’opinione pubblica prima, di un giudice poi. Il video di quell’interrogatorio dice infatti qualcosa di più e, per certi versi, di peggio di quanto già  noto.
Primo: che il 28 luglio l’Arma mentì sostenendo che il giovane americano fosse stato bendato e ammanettato a una sedia per «non più di 4, 5 minuti» soltanto «per non fargli vedere quanto lo circondava nell’ufficio» e per «impedirgli gesti di autolesionismo» .
Secondo: che – come documenta la ricostruzione del nostro Daniele Autieri – quel video fu girato dal carabiniere Andrea Varriale, l’ultimo che avrebbe dovuto trovarsi in quella stanza. Per una semplice ragione: era stato la vittima dell’aggressione di quel ragazzo bendato e ammanettato durante la quale era stato accoltellato a morte il suo commilitone e amico Mario Cerciello Rega.
Ebbene, oggi sappiamo che il carabiniere Varriale mentì su almeno due circostanze non esattamente laterali:
Mentì, sapendo di farlo, sulla nazionalità  degli aggressori, che sapeva bianchi caucasici e non maghrebini, come disse nell’immediatezza del fatto.
E mentì negando di essere disarmato, per giunta coperto nella menzogna dal suo comandante di stazione (per questo oggi indagato).
Oggi sappiamo anche che Natale Hjorth fu bendato e ammanettato non per essere protetto, ma umiliato. E che allo spettacolo assistettero passivi (o complici?) otto militari di cui, inspiegabilmente, per altro, solo due risultano però indagati.
Ecco quindi, a distanza di qualche tempo, grazie al giornalismo (e a chi ha evitato di raccontare balle imboccato) abbiamo di fronte questo spettacolo di inadeguatezza. Per il quale, come sempre, non pagherà  nessuno.

(da “NextQuotidiano”)

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ALEX “RESTA GRAVE, E’ IN COMA FARMACOLOGICO, SITUAZIONE STABILE”

Giugno 20th, 2020 Riccardo Fucile

“NON CI SONO LESIONI AL TORACE E ALL’ADDOME, MA IL TRAUMA CRANIO-FACCIALE E’ STATO IMPORTANTE”… “IL QUADRO NEUROLOGICO LO SI POTRA’ FARE SOLO IN SEGUITO”

La notte per Alex Zanardi è andata. E non è poco per le condizioni in cui è arrivato all’ospedale delle Scotte di Siena dopo l’incidente che gli ha procurato numerose fratture al cranio e alla faccia.
A parlare della situazione dell’ex pilota di Fomula1 è il professor Giuseppe Oliveri, direttore di Neurochirurgia, che venerdì ha operato Zanardi: “Al momento sono gravi ma stabili, è arrivato da noi con questo trauma cranio-facciale importante, con un fracasso facciale. E’ stato operato per toppare la situazione, adesso tutti i numeri sono buoni, compatibilmente con la situazione”.
La domanda che tutti si fanno è se in una situazione come questa ci può essere spazio per l’ottimismo: “Io lo curo perchè vale la pena di essere curato, essere ottimista o meno non serve a niente”.
L’altro grande interrogativo è se i danni neurologici possono essere permanenti, nella speranza che riesca a sopravvivere a questa situazione drammatica: “Sono ipotesi che adesso non ha senso fare, io so solo che ho parlato con la moglie e quello che ritengo è che è un malato che vale la pena di curare e che deve essere curato. Poi la prognosi come sarà  domani, tra una settimana, tra quindici giorni non lo so, però sono assolutamente convinto che valga la pena di essere curato”.
Ma cosa significa grave? “Il quadro neurologico in questo momento non lo valutiamo, è una cosa che vedremo a distanza quando si sveglierà , se si sveglia. Grave vuol dire che c’è una situazione in cui uno può anche morire, in questi casi i miglioramenti ci possono essere piano piano nel tempo, mentre i peggioramenti posso essere repentini”
“Per fortuna non ci sono lesioni all’addome e al torace”, ha detto il direttore del Dipartimento di Emergenza Urgenza dell’ospedale di Siena Sabino Scolletta nel bollettino diffuso alle 12.30, spiegando che le condizioni di Alex sono critiche ma stabili. “A ora non è in pericolo di vita. Nei prossimi giorni sarà  valutata la sospensione della sedazione, ma per il momento la situazione resta grave e incerta”. Bisognerà  insomma attendere lunedì o martedì per valutare il danno neurologico.
Ora mentre l’Italia fa il tifo per lui, al suo fianco ci sono la moglie Daniela e il figlio Niccolò.
Gli auguri arrivano anche dalla Polizia, che scrive su Twitter: “Con le tue sfide impossibili sei sempre stato un esempio di vita e un mito per tutti noi. Tutta l’Italia è con te, continua a stupirci. Forza Alex”.

(da agenzie)

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ZERO PROGRESSI SUL RECOVERY FUND, ASPETTANDO MERKEL

Giugno 19th, 2020 Riccardo Fucile

NUOVO VERTICE A META’ LUGLIO, RIGIDE FINLANDIA, DANIMARCA E AUSTRIA, SPIRAGLI DA OLANDA E VISEGRAD… MERKEL: “RISORSE NON PRIMA DEL 2021″… GUALTIERI SPINGE PER IL MES

Come al solito, adesso si spera in lei: Angela Merkel.
I leader dei 27 Stati Ue escono da quattro ore scarse di confronto in videoconferenza sul recovery fund con la certificazione di quanto ci si aspettava: stallo, nessun progresso, ma nemmeno passi indietro.
A quest’ultimo fattore si aggrappa Giuseppe Conte, mostrandosi soddisfatto del primo scambio di vedute con i partner europei sulla proposta ‘Next Generation Eu’, presentata il 27 maggio da Ursula von der Leyen per aiutare i paesi meno dotati ad affrontare la crisi economica da covid.
Ma ora urge un’intesa a luglio: lo dice Conte, ma anche Merkel, von der Leyen, Macron e la maggioranza dei leader. E sarà  lei, la cancelliera tedesca, a prendere le redini della situazione, con l’inizio del semestre di presidenza tedesco.
Trovare un compromesso tra gli interessi nazionali di 27 Stati intorno ad uno strumento inedito come il recovery fund è impresa da ‘titani politici’.
Oggi in Consiglio nessuno mette chiaramente in discussione le dimensioni totali del fondo stabilite dalla Commissione: quei 750mld di euro raccolti sul mercato con bond emessi dalla Commissione e la garanzia del bilancio pluriennale europeo.
Ma sulla proporzione tra sussidi (500) e prestiti (250), sulla ripartizione delle risorse tra gli Stati, sui ‘rebates’ (sconti ai contributi sul bilancio Ue per gli Stati che non usano molti fondi europei), sull’aumento del tetto delle risorse proprie, la discussione è aperta. E, si apprende da fonti europee, molti dubitano sulla capacità  del presidente Charles Michel di tessere le fila del negoziato, anche se sarà  lui formalmente a presentare la sintesi delle trattative prima del Consiglio di luglio.
Merkel, che dal primo luglio sarà  presidente di turno dell’Ue per il semestre che tocca alla Germania, ha il peso politico per farcela. E già  in questa fase, raccontano le stesse fonti, sta esercitando la sua influenza su Austria e Olanda, che finora hanno guidato la ‘rivolta’ dei frugali contro il recovery fund. Con quali risultati?
Timidi spiragli sul fronte olandese. Il premier olandese Mark Rutte cita Conte, apprezza lo sforzo italiano per le riforme, se la prende invece con la Polonia, che figura al terzo posto dopo Italia e Spagna nella ripartizione degli aiuti del recovery fund (64mld di euro), pur avendo avuto meno morti da covid dell’Olanda.
Però fosse per Rutte, farebbe con calma. “Non andrà  terribilmente male se non avremo concluso entro metà  luglio”, precisa. Va detto che in Olanda è iniziata la campagna elettorale in vista delle politiche 2021. Rutte è candidato contro il suo ministro dell’Economia Wopke Hoekstra: tensioni nazionali con ricadute sul negoziato europeo.
L’austriaco Sebastian Kurz chiede che “il Recovery Fund non apra la strada ad un’unione del debito”, che abbia “un limite di tempo” e “si deve discutere di chi paga quanto, di chi beneficia di più e di quali condizioni vincolano gli aiuti”.
L’Austria mantiene la linea dura, ma a Roma sono convinti che a Kurz basterà  concedergli ancora i ‘rebates’, come con l’Olanda che però è molto interessata a ottenere la garanzia (gli olandesi dicono “condizionalità ”) che chi usa i fondi li spenda per investimenti e riforme.
Particolarmente duro l’intervento della premier finlandese, Sanna Marin, a capo di un governo di sole donne. “Non possiamo accettare la proposta della Commissione Ue così com’è — dice – sono necessari cambiamenti sotto molti aspetti. La discussione non è realmente progredita”.
Sulle barricate anche la Danimarca, malgrado abbia un governo socialista. La premier danese Mette Frederiksen non ha nemmeno partecipato al pre-vertice del Pse ieri e resta sulla posizione dei frugali, i meno convinti del recovery fund sebbene anche loro adesso non abbiano la forza per rovesciare il tavolo. Vorrebbe dire ‘rovesciare’ Merkel e nessuno ce la fa.
La Svezia invece, inizialmente schierata con Olanda, Austria e Danimarca, è passata ad un atteggiamento più morbido. Si faccia tutto quello che serve a rafforzare il mercato europeo, “la cosa più preziosa per le nostre economie”, sono le parole del premier svedese Stefan Là¶fven ieri al vertice del Pse.
Il blocco di Visegrad invece ha perso Polonia e Slovacchia, ora schierate a favore della proposta della Commissione. Ma lo stesso premier ungherese Viktor Orban ormai ha sposato la causa del recovery fund, interessato solo ad avere di più per il suo paese. Quanto a Varsavia, dicono a Bruxelles che è stata von der Leyen a tirarla in partita con l’amo dei 64mld di euro del recovery fund. Ma, certo, se altri Stati contestano gli aiuti destinati ai polacchi, siamo punto e a capo.
E’ in questo ginepraio che dovrà  mettere le mani Merkel.
La Cancelliera definisce la proposta von der Leyen “appropriata”. “Lo sapete che io sto molto attenta quando si tratta di spendere soldi — dice rivolta ai rigoristi – ma la mia proposta con Macron è la via giusta stavolta”, sottolinea in riferimento al primo piano sul recovery fund elaborato col presidente francese. Però su una cosa Merkel è chiara: i fondi del piano di ricostruzione “non arriveranno prima del 2021” e “non è possibile versare prima il denaro a paesi come l’Italia”.
Significa che una ‘soluzione ponte’ per avere gli aiuti già  a settembre non è all’orizzonte. I paesi frugali sono contrari. Il loro ragionamento è: se l’Italia ha bisogno di soldi subito, ci sono gli strumenti già  varati, 540mld di euro, tra cui anche il Mes.
Conte invece spera ancora nella soluzione ponte, anche se si tratterebbe di un apporto “modesto”, ammette. Il premier difende la proposta della Commissione, “equa e ben bilanciata”. “Sarebbe un grave errore scendere al di sotto delle risorse finanziarie già  indicate. E anche la combinazione tra prestiti e sussidi è ben costruita. Questa combinazione ci aiuterà  a realizzare investimenti e riforme in modo da rafforzare la convergenza e la resilienza dell’intera Unione”.
“Anche i tempi sono molto importanti — continua il premier – Dobbiamo assolutamente chiudere l’accordo entro luglio”. E se sarà  necessario riconoscere i ‘rebates’ ai nordici, che sia. “Dobbiamo mantenere distinti i criteri di allocazione del Quadro Finanziario Pluriennale e quelli del ‘Next Generation EU’ – continua – e, in ogni caso, considerare queste due proposte come componenti un unico pacchetto indivisibile. Questo consentirà  all’Italia di avere un atteggiamento più flessibile su alcuni aspetti del QFP, ad esempio quelli che appaiono più anacronistici (come i ‘rebates’)”.
Per Roberto Gualtieri, l’intesa sul Recovery Fund si troverà  entro luglio e alcune risorse “partiranno già  dall’autunno 2020”, anche se il grosso sarà  a disposizione dal 2021.
Il ministro dell’Economia spinge anche sugli altri strumenti: “I soldi del Mes e del Sure sono prestiti, non come quelli del Recovery fund che sono invece in parte a fondo perduto e quindi non aumentano il debito pubblico. Ma questi prestiti sono allo 0,08% di interessi, quindi più convenienti rispetto all′1,3% a cui siamo abituati” dice a ‘Otto e mezzo’, su La7. “L’unica condizione del Mes è che i soldi siano usati per le spese sanitarie, non ci sono altre condizionalità ”.
I leader cerchiano in rosso le date del 15, 16 e 17 luglio. Il consiglio europeo dell’intesa, riunito a Bruxelles, Covid permettendo, dovrebbe essere convocato in quei giorni. Sempre che nel frattempo Merkel riesca a mettere d’accordo tutti.

(da “Huffingtonpost”)

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M5S “INDAGA” SU BONAFEDE: LA FRONDA INTERNA AL MINISTRO RIBOLLE

Giugno 19th, 2020 Riccardo Fucile

UN CLIMA PESANTE AI LAVORI DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA SU NOMINA AL DAP E SCARCERAZIONI DEI BOSS DOPO L’AUDIZIONE DI NINO DI MATTEO

“Sono nervosi, queste audizioni non le volevano fare…”. È dal cuore del Movimento 5 stelle che arrivano segnali di disagio legati al ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
Raccontano di telefonate su telefonate di preoccupazione e pressioni sulla sfilza di audizioni che nella commissione Antimafia si stanno susseguendo per fare luce sulle eventuali zone d’ombra intorno alla rivolta nelle carceri e sul successivo ok ai domiciliari per centinaia di detenuti in regime di massima sicurezza.
Tra le molte verità  di questa storia, è stato Nino Di Matteo a mettere le carte in tavola. “C’erano state delle rivolte che, dall’esterno, ho pensato che potessero essere organizzate a un livello più alto di quelli che salgono sui tetti. Poi sono conseguite le scarcerazioni”, ha detto in audizione.
Il passaggio logico è abbastanza chiaro, ma non serve andare per deduzioni perchè il magistrato di Palermo ha serenamente proseguito: “Mi preoccupava sostanzialmente il dato di una sostanziale analogia tra quanto avvenne nel 1993, quando ci furono stragi in contemporanea a Roma e Milano tanto da far ritenere al presidente del Consiglio che era in corso un colpo di Stato. Sappiamo che vennero fatte in funzione di un ricatto allo Stato per alleggerire il 41-bis e far piegare le ginocchia alle istituzioni”.
Le domande che alcuni fra i 5 stelle hanno iniziato a porsi dopo le parole di Di Matteo sono le seguenti: c’è stata una trattativa da parte dello Stato con pezzi di criminalità  organizzata per ottenere le scarcerazioni in epoca di Covid-19?
Chi è stato l’interlocutore alla cui porta è stato bussato? Le reazioni dei boss sulla sua nomina hanno portato a quello stop? È la stessa dinamica intercorsa per le scarcerazioni?
Dallo scranno della presidenza dell’Antimafia, Nicola Morra va avanti imperterrito nel cercare di appurare quanto successo. Sul senatore filosofo si sono addensate critiche e nervosismi. Un suo collega la mette giù così: “Nicola è tanto bravo quanto ostinato, e adesso lo hanno totalmente isolato, perchè rischia di venire giù tutto”.
Un clima pesantissimo aleggia sul Palazzo e sui lavori della commissione Antimafia, mentre si stanno preparando altre due convocazioni di peso: quella di Francesco Basentini e quella del Guardasigilli, un ritorno a chiudere il cerchio.
Occorre fare un passo indietro e ricostruire i fatti che interessano Bonafede, e su cui si fonda una teoria tanto indimostrata quanto sulfurea.
E infatti, vale la pena dirlo, carsicamente riscuote un certo seguito nel Movimento 5 stelle, che pubblicamente invece ha lavorato per far scemare il clamore nel più breve tempo possibile.
Ecco, questa teoria vuole che ci sia un collegamento tra un papello redatto dai rivoltosi del “carcere zero”, quello di Salerno, e la circolare che ha dato il via libera alle pene alternative anche per i reati di mafia.
Un papello nel quale si ponevano alcune condizioni per lo stop alle sommosse, tra cui proprio quello della sospensione della pena e della detenzione domiciliare per motivi di salute.
Era il 7 marzo, l’Italia viveva con il fiato sospeso per il crollo della Borsa e l’imminente lockdown. Il collegamento si sarebbe concretizzato solamente due settimane dopo, il 21 marzo, con la famosa circolare che ha dato il via alle scarcerazioni. Bonafede ha sempre parlato di strumentalizzazioni: “Ricordo che le scarcerazioni sono state determinate da decisioni prese in piena autonomia e indipendenza dai magistrati competenti (nella maggior parte dei casi per motivi di salute), sui quali, ovviamente, non c’è stato alcun condizionamento da parte del ministero o del governo”, ha detto alla Camera il 12 maggio scorso.
Il tassello che ha fatto balzare sulla sedia coloro che, nei 5 stelle e più in generale in maggioranza temono (o si augurano) che la vicenda abbia ulteriori sviluppi, è stata l’audizione di Giulio Romano, ex direttore generale della direzione detenuti e trattamento del Dap, dimessosi insieme a Basentini senza che, per sua ammissione, il passo indietro fosse mai stato sollecitato dal ministro.
Romano anzitutto ammette che “si può ipotizzare che le rivolte nelle carceri siano state in qualche modo pilotate”, ma soprattutto dice che “il ministro espresse apprezzamento” per la circolare.
Spiegando anche che la scarcerazione del boss Pasquale Zagaria sia stata “un grave errore, una svista”, senza che questo abbia prodotto alcuna conseguenza sul suo ufficio.
Apriti cielo. La fronda M5s interna a Bonafede ha iniziato a ribollire. Morra, esterrefatto per le dichiarazioni di Romano, ha richiesto un secondo round di audizione, andato in corso mercoledì, nella quale l’ex dirigente del Dap ha tenuto a sottolineare che dal ministro non ha “avuto nessun parere positivo prima dell’emanazione della circolare”, ma solo successivamente, in una videoconferenza del 24 marzo.
Giovedì l’audizione di Di Matteo, oggi un senatore pentastellato attacca: “Abbiamo voluto buttare la polvere sotto il tappeto, ma questo non è il Movimento. Le pressioni perchè ci si fermi sono tante, ma fa bene Nicola (Morra, n.d.r.) ad andare avanti”.
Cibo per alimentare la teoria complottista ce n’è a sufficienza, con tanto di strascico sgangherato che coinvolge lo stesso Di Matteo, Napolitano, Palamara e Ingroia. Per provare che sotto il tappeto sia nascosta polvere tossica serviranno prove ben più corpose, ma tanto basta ad alimentare l’assedio a Bonafede che, da par suo, si tiene prudentemente alla larga dall’intervenire nella faccenda.

(da “Huffingtonpost”)

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IL PARTITO DEL NORD SI CHIAMA CONFINDUSTRIA

Giugno 19th, 2020 Riccardo Fucile

IL NUOVO CORSO DI BONOMI: SOGGETTO “POLITICO” MA NON “PARTITICO”… IL PRESIDENTE CHE NON SOPPORTA SALVINI E I SOVRANISTI: “UN PAESE NON SI GOVERNA DALLA SPIAGGIA”

Anche l’infallibile Alessandra Ghisleri, direttrice di Euromedia Research, ha inserito nelle rilevazioni della prossima settimana il nome Carlo e il cognome Bonomi. E lo ha fatto dopo i fuochi di artificio del numero di uno di Confindustria agli “Stati generali per l’economia” davanti a Giuseppe Conte e ai suoi ministri.
Obiettivo: testarne la popolarità , comprendere se sta o meno per prendere forma una leadership di un qualche tipo. Diciamolo subito: non è all’ordine del giorno il partito di Bonomi, il partito degli industriali, il partito dei capitalisti.
Chi lo conosce e lo frequenta esclude che tutto questo sia prodromico a una discesa in campo. “Il nostro mestiere è quello di stare lontani dalla politica”, assicurano.
Però è altresì evidente che quello si chiamava il “quarto partito” ai tempi dell’Avvocato ha prodotto una dinamica, una scossa nel mondo della politica.
Il tutto mentre il destracentro a trazione salviniana appare unfit, non credibile, e litiga sulla partita delle regionali (“Fitto a me, Caldoro a te, Ceccardi a lui”).
Ecco, mentre l’opposizione parlamentare si divide su “pizza e fichi” – ironizzano in Transatlantico – qualcosa sta accadendo.
Non a caso il pezzo di Lega pensante e moderata, europeista e non urlata, che fa riferimento a Giancarlo Giorgetti ne apprezza le mosse. In più occasioni il numero due di via Bellerio davanti ad alcuni amici e consiglieri si è espresso in questi termini: “Quella di Bonomi è una operazione politica, ha rotto un muro”.
E fatta questa premessa il passo successivo di Giorgetti rimanda allo spazio politico lasciato libero dal duo sovranista che cavalca la paura ma offre una proposta sgangherata: “Matteo, dopo che ha offerto collaborazione e Conte non l’ha accettata, ha scelto la via della protesta, e ci si vede fra due anni. Bonomi invece è la rappresentanza del mondo produttivo del Nord”.
Anche il vecchio Silvio Berlusconi pare cogliere: “Sottoscrivo parola per parola quello che ha detto il presidente Bonomi. Ha ragione, per far ripartire il Paese occorre uno sforzo che coinvolga tutti, dalla politica, maggioranza e opposizione, all’impresa, dalla cultura alle banche, dall’università  alla scienza. […] Noi di Forza Italia siamo i soli nella politica italiana a parlare il linguaggio dell’impresa e quindi del lavoro”.
A qualcuno è parso un endorsement, ma ovviamente per il Cavaliere all’infuori di sè non c’è nessuno: “L’ultimo leader carismatico che io conosco è un signore che ha trascorso gli ultimi tempi in Provenza ma sarà  presto in Italia”.
Dunque, no Bonomi. “Le cose che dice sono sacrosante”, spiega Renato Brunetta, economista e parlamentare degli azzurri. “Ma la politica è una cosa, la rappresentanza degli industriale è un’altra. Il suo programma è il nostro. Ben arrivato”.
Proprio questo elemento di rappresentanza del malessere del Nord è certo contro il governo, ma anche contro Salvini che detiene la golden share dell’opposizione. Raccontano dentro Confindustria che “Salvini è forse l’unico cui l’ha giurata perchè a Carlo non piacciono i sovranisti e i nazionalisti”. In parecchi ricordano le parole dell’allora presidente di Assolombarda nei giorni famosi del Papeete: “Un Paese non si governa da una spiaggia”.
Chissà  se è un caso se Salvini, da par suo, non cita mai l’establishment industriale.
In queste settimane nessuno dei leghisti ha espresso un pensiero sulle posizioni di Confindustria. Come se ci fosse un veto ad personam o un ordine di scuderia.
Di fatto rappresentano due visioni politiche diverse, da un lato appunto il sovranismo, dall’altro il nord operoso, da un lato l’euroscetticismo, dall’ altro il partito del Pil, le partite Iva.
Bonomi non ha alcun contatto con il mondo via Bellerio. Sì, è vero c’è una interlocuzione aperta con Attilio Fontana, presidente della Regione Lombardia, ma è ascrivibile alla “relazioni istituzionali obbligate”. Ed è in sostanza la stessa cosa che è successo in questi anni da presidente di Assolombarda. “Lui incontrava regolarmente tutti i parlamentari eletti in Regione. Punto. Ma per ragioni rigorosamente istituzionali”. E con Zaia e con Giorgetti? “Non occhieggia alle fazioni interne ai partiti”.
Ecco, ha rotto un certo rituale, molto romano, i pranzi, le cene, i salotti. “E’ schivo”, ammettono. Se fa gli incontri sono semi-pubblici con il direttivo. Come se volesse tenersi a distanza dalla Capitale salottiera e cafonal. E con essa una certa pax governativa che c’è stata con Vincenzo Boccia.
Un elemento importante nel suo prendere a picconate “le chiacchiere della politica” è che non ha mai attaccato i sindacati.
Nella narrazione di Bonomi è la politica ad essere messa in discussione, ad esempio “mai attaccare con la stessa veemenza”, Il rischio, dicono i suoi critici dentro viale dell’Astronomia, “è di diventare un professionista di Confindustria, un Boccia del Nord, e di sgonfiarsi pian piano”.
Poi certo bisognerà  vede i risultati. Ma questa è un’altra storia.

(da “Huffingtonpost“)

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ISOLATA, FISCHIATA, CRITICATA: IL DECLINO DI MARINE LE PEN

Giugno 19th, 2020 Riccardo Fucile

LA STRATEGIA POLITICA DELLA LEADER DI RN NON CONVINCE IL SUO ELETTORATO… IL NUOVO ASTRO DELLA POLITICA FRANCESE E’ IL PRIMO MINISTRO DI MACRON, EDOUARD PHILIPPE

Marine Le Pen comincia a perdere la presa. La leader del Rassemblement National è in difficoltà  e sempre più isolata in un contesto politico segnato da una profonda incertezza, con il presidente Emmanuel Macron che cerca di ricucire uno strappo con un elettorato diffidente nei confronti della sua classe politica.
I fischi raccolti da Le Pen mercoledì sera durante le commemorazioni dell’Appello del 18 giugno del generale Charles de Gaulle sull’isola di Sein, in Bretagna, sono risuonati come il preludio a un requiem che dovrebbe intonare la sera del 28 giugno con il secondo turno delle elezioni municipali, dove il Rassemblement National si prepara a una sonora disfatta. In questi ultimi mesi, mentre il paese si trovava nel mezzo di una crisi sanitaria senza precedenti, la rappresentante dell’estrema destra francese non è riuscita ad incarnare un’opposizione convincente rimanendo all’angolo.
Le Pen ha provato più volte a reinventare il suo partito, arrivando addirittura ad imporgli una maldestra svolta “gollista” in questo periodo di commemorazioni del generale francese, mai amato dal vecchio Front National del padre Jean-Marie a causa della ferita aperta nel 1962 con l’indipendenza algerina e mai rimarginata.
Una strategia che per il momento sembra essergli costata solo critiche, soprattutto dal suo campo. La più dura è arrivata da Robert Mènard, il sindaco “sceriffo” di Beziers, eletto da indipendente nel 2014 con il sostegno dell’allora Front National.
Le Pen “non sarà  capo dello Stato”, ha profetizzato ieri il primo cittadino ai microfoni di “Bfm tv”. Una posizione “realista”, secondo Mènard, che ha comunque definito la sua ormai ex alleata come “coraggiosa” e “realista”, qualità  valide ma insufficienti per arrivare all’Eliseo.
Attacchi anche da Nadine Morano, eurodeputata dell’area più radicale dei Repubblicani, secondo la quale “Le Pen non ha alcuna chance di essere eletta presidente della Repubblica” nel 2022.
Eppure, in un sondaggio pubblicato dall’istituto Elabe il sette maggio scorso, a quattro giorni dall’inizio dell’uscita dalla quarantena, Le Pen risultava essere l’unico leader politico insieme a Jean-Luc Mèlenchon della France Insoumise a risalire nei sondaggi, arrivando al 26%, 3 punti in più in un mese.
Un dato comunque basso, così come quello di Macron, che in quel momento era al 34%, due punti in meno.
Ma la presidente del Rassemblement National cerca comunque di guardare verso le prossime elezioni del 2022, nella speranza che la nipote Marion Marechal non decida di scendere nuovamente in campo. Dopo aver abbandonato la politica al termine del mandato da deputata, la trentenne Le Pen si è dedicata interamente alla sua scuola di Scienze politiche a Lione, continuando però a mantenere stretti i rapporti con alcuni ambienti della destra radicale e conservatrice.
Un suo eventuale ritorno prima del 2022 sarebbe fatale per la zia, che spera di ricompattare il suo schieramento nei prossimi mesi, quando gli effetti della crisi del coronavirus cominceranno a farsi sentire sull’economia nazionale.
Intanto, il primo ministro Edouard Philippe continua dritto sulla sua strada macinando consensi. Secondo un sondaggio pubblicato oggi dal centro studi Bva, il capo del governo nell’ultimo mese avrebbe guadagnato 13 punti nell’opinione pubblica portando il suo indice di gradimento al 54%. Il premier sorpassa così il suo presidente, rimasto dietro al 38 per cento, con un solo punto in più negli ultimi 30 giorni.
Ma la popolarità  di Philippe mette in difficoltà  Macron, che si prepara ad affrontare l’ultima fase del suo mandato con un rimpasto di governo. Secondo l’emittente Bfm Tv, l’annuncio dovrebbe arrivare tra il 28 giugno e il 14 luglio.
L’inquilino dell’Eliseo vuole lasciarsi alle spalle i gilet gialli, le proteste contro la riforma delle pensioni (per il momento bloccata) e la crisi del coronavirus per ripartire verso le prossime elezioni con una linea incentrata sull’ambiente e il rilancio economico.

(da “Huffingtonpost”)

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I NUMERI UFFICIALI DELL’INPS: 15 MILIARDI DI AIUTI EROGATI A 11 MILIONI DI ITALIANI, CHI DICE CHE NON SONO ARRIVATI RACCONTA BALLE

Giugno 19th, 2020 Riccardo Fucile

IL REPORT: LE ORE DI CIG SFONDANO QUOTA 1,6 MILIARDI… RUSH FINALE PER LA CASSA INTEGRAZIONE A 134.000

Ma quanti soldi ha dato il Governo agli italiani per fronteggiare l’emergenza coronavirus?
La domanda può apparire banale perchè basterebbe mettere in fila tutte le prestazioni messe in campo – dalla cassa integrazione ai prestiti alle imprese – e fare un fact checking con chi i soldi li deve erogare, l’Inps come il Fondo di garanzia per le pmi. Poi esce un report del Centro studi di Confindustria che dice che l’Italia è “lenta”, con appena 2,4 miliardi di sussidi concessi a marzo.
E poche ore dopo arriva una smentita del Tesoro e dello Sviluppo economico, che parlano di numeri “superati” e indicano altri importi.
Chi eroga la quasi totalità  dei soldi è l’Istituto di previdenza. I numeri contenuti in un report, di cui Huffpost è in possesso, dicono che sono stati dati 15 miliardi a 11 milioni di italiani.
Bonus a 4 milioni di lavoratori autonomi, congedi e bonus baby sitter per 400mila  
Il report fotografa la situazione al 18 giugno. Il bonus da 600 euro per i lavoratori autonomi è stato concesso a poco più di 4 milioni, per la precisione 4.060.941.
Le tre misure che più impattano sulle famiglie e cioè i congedi parentali, il bonus baby sitter e i permessi per la legge 104, hanno coinvolto più di un milione di persone: 464mila i congedi, 451mila i bonus baby sitter (ora utilizzabili anche per i centri estivi) e 87mila la legge 104 (l’ultimo dato ha come riferimento il conguaglio di aprile).
Pagati anche oltre 146mila lavoratori tra stagionali diversi dal turismo, intermittenti, occasionali e venditori a domicilio.
Il bonus è andato anche a diecimila lavoratori dello spettacolo e a 7.500 del turismo.
Quasi 600mila domande tra reddito di emergenza e bonus per colf e badanti
Il reddito di emergenza per sostenere le famiglie più in difficoltà  e l’indennità  per i lavoratori domestici sono stati previsti dal decreto Rilancio, approvato dal Governo il 13 maggio. Le richieste pervenute e in corso di pagamento per il reddito di emergenza sono pari a 387.363 mentre quelle per colf e badanti ammontano a 208.422.
Il boom della cassa integrazione: 1,6 miliardi di ore autorizzate in due mesi
La cifra è impressionante: più di 1,6 miliardi. Precisamente 1.681.524.510. Sono le ore di cassa integrazione autorizzate dall’Inps.
Quelle che sono servite e servono a garantire i soldi in tasca ai lavoratori perchè il Covid ha imposto chiusure, ridimensionamenti occupazionali, sospensioni dal posto di lavoro. Quelle di cui le imprese hanno fatto incetta. Circa 832mila ore ad aprile e circa 849mila a maggio.
La cassa integrazione. Mancano all’appello gli ultimi 134mila (pagamento in corso)
Circa 134mila lavoratori (134.358) non hanno ricevuto ancora nulla. La maggior parte di loro, più di 108mila, fanno riferimento a domande che le rispettive aziende hanno inviato a giugno.
Sono in corso di pagamento e il numero e i relativi versamenti si aggiornano di ora in ora in linea con l’arrivo delle nuove domande.
Sulla base di domande regolarmente presentate dopo il 31 maggio sono in attesa di essere pagati altri 356.939 lavoratori. Non sono però da considerare come completamente esclusi dalla cassa integrazione perchè hanno ricevuto almeno un pagamento, cioè quanto gli spettava per il mese di marzo.

(da “Huffingtonpost”)

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LA CLAMOROSA GAFFE DEL CAPOGRUPPO DI FRATELLI D’ITALIA IN COMMISSIONE SANITA’: CONFONDE LA RU486 CON LA PILLOLA DEL GIORNO DOPO

Giugno 19th, 2020 Riccardo Fucile

QUANDO UN MEDICO GLIELO FA NOTARE RISPONDE CON ARROGANZA: “QUANDO TU SAPRAI LA META’ DELLE COSE SULLA SANITA’ CHE CONOSCO IO POTRAI PARLARE”… MA CHI METTE LA MELONI COME CAPOGRUPPO IN COMMISSIONE?

Essere capogruppo in commissione Sanità  al Senato ma non conoscere la differenza tra la Ru486 (pillola abortiva) e la pillola del giorno dopo.
È quanto emerso nel corso di una diretta Facebook del sito di informazione Umbria24, che ha ospitato alcuni politici per discutere di un tema delicato come l’aborto.
Una ‘tavola rotonda’ online che segue la controversa scelta della Regione, guidata dalla leghista Donatella Tesei, di eliminare la possibilità  di sottoporsi all’aborto farmacologico in day hospital.
In un dialogo surreale il senatore di Fratelli d’Italia Francesco Zaffini confonde le due pillole, la Ru486, che si prende entro la settima settimana dall’inizio della gestazione e serve per abortire, e la pillola del giorno dopo, che impedisce che il concepimento avvenga e va presa entro 72 o 120 ore a seconda del farmaco.
Quando gli viene fatto notare che sta commettendo un errore, non solo non si scusa, ma arriva ad attaccare Tommaso Bori, consigliere regionale Dem e medico,   presente anche lui nel dibattito in videochat sul giornale online Umbria 24.
«Sono due cose diverse. Stare in commissione sanità  vuol dire anche conoscere le cose e studiare. queste sono cose gravi che bisogna conoscere».
Cosa farebbe una persona sensata? Riconoscerebbe l’errore. Zaffini invece va avanti: «Quando tu conoscerai la metà  in sanità  la metà  delle cose che conosco io potrai brindare».
Mentre Zaffini continua a parlare e ad attaccare Bori, il giovane fa presente di essere anche un medico. Zaffini alla fine conclude dicendo che la sua era una battuta. L’arroganza nell’atteggiamento di Zaffini è palese ed è doverosa una riflessione.
La commissione sanità  — come tutte le altre — svolge «funzioni legislative, conoscitive, di indirizzo e di controllo».
In mano a chi viene messo il potere di discussione e decisionale?

(da agenzie)

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MALALA SI E’ LAUREATA A OXFORD: IL TRAGUARDO DELL’ATTIVISTA OTTO ANNI DOPO L’ATTENTATO DEI TALEBANI

Giugno 19th, 2020 Riccardo Fucile

UNA GIOVANE VITA DEDICATA AL DIRITTO PER LE RAGAZZE AD AVERE UN’ISTRUZIONE

Malala Yousafzai ha conseguito la sua laurea all’università  di Oxford, otto anni dopo essere stata vittima di un’aggressione da parte di un talebano.
Ventidue anni, Malala ha condiviso la notizia sul suo profilo Twitter, insieme a due foto con la famiglia. «Difficile esprimere la mia gioia e gratitudine in questo momento mentre ho completato la mia laurea in filosofia, politica ed economia a Oxford», ha scritto. «Non so cosa mi aspetta. Per ora sarà  Netflix, leggere e dormire».
Nata in Pakistan, Malala è diventata a 16 anni la più giovane attivista ad aver vinto il Nobel per la Pace dopo la sue campagne per l’emancipazione femminile e il diritto per le ragazze ad avere un’istruzione.
Ed è proprio nella via di ritorno da scuola che Malala nel 2012 viene aggredita e colpita alla testa da un proiettile sparato da un estremista.
L’atto era stato rivendicato da Ihsanullah Ihsan, ex portavoce del movimento talebano Tehrek-e-Taliban Pakistan (Ttp)
“Non mi importa di dovermi sedere sul pavimento a scuola. Tutto ciò che voglio è l’istruzione. E non ho paura di nessuno», aveva detto in un’intervista.
Nel 2013 si era presentata alle Nazioni unite con la sciarpa indossata dall’ex prima ministra Benazir Bhutto, assassinata nel 2007

(da agenzie)

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