Luglio 19th, 2020 Riccardo Fucile
IL CASO DELLE DUE RAGAZZE DI CODOGNO INSULTATE E MINACCIATE SULLA PAGINA DELLA SENATRICE LEGHISTA PERCHE’ AVEVANO UN CARTELLO CONTRO SALVINI FARA’ PERDERE IL SORRISO A TANTI SOVRANISTI… DUECENTO IN PIAZZA A SOSTEGNO DELLE GIOVANI
Arianna e Alessandra, 18 e 22 anni, sorelle di Codogno, il 28 giugno scorso erano scese in piazza per contestare Matteo Salvini. Sono state coperte di insulti sulla pagina facebook della senatrice della Lega Roberta Ferrero. Era finita nel mirino anche la madre, Antonia Rizzi, dirigente scolastica di un istituto professionale nella città «ex zona rossa». E ieri 200 persone sono scese in piazza per sostenerle. Racconta il Corriere della Sera di Milano:
«Abbiamo denunciato tutto ai carabinieri – racconta Alessandra –: è stato un lavoro immane isolare, raccogliere e stampare uno per uno tutti i commenti volgari». Ottocento «post» sono nelle mani della Polizia Postale per il controllo degli indirizzi ip. «Più altri tremila profili da controllare sulla bacheca della senatrice e altri quattromila sulla pagina della Lega», aggiunge Arianna.
Ieri mattina in duecento fra associazioni, liste civiche di sinistra e società civile hanno sfilato davanti al comune per sostenere le sorelle Giussani. C’erano anche Alessandra e mamma Antonia. «Quegli insulti sono stati uno choc all’inizio — ricorda Alessandra -, ma questa gente non ha scalfito le nostra viteela nostra tranquillità . Noi denunciamo per chi non può difendersi. C’è chi è arrivato a togliersi la vita perchè presi di mira dagli haters»
«Ci hanno insultate anche de visu — aggiunge Arianna -, durante la manifestazione». Il sindaco di Codogno Francesco Passerini si è scusato per quanto successo telefonando alla madre Antonia. La senatrice Ferrero invece ha promesso di rimuovere il post («foltissimo gruppo di contestatori a Salvini a Codogno», ironia che ha scatenato 1300 repliche volgari in neanche 24 ore). Il post però è ancora lì.
Ora almeno un migliaio di odiatori seriali riceveranno la visita dell’ufficiale giudiziario per la notifica della denuncia e piagnucoleranno come sempre.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2020 Riccardo Fucile
“A PADOVA ABBIAMO IL REPARTO COVID-19 PIENO”… “I NUOVI FOCOLAI SONO SUI POSTI DI LAVORO, ALTRO CHE LA BUFALA DEGLI IMMIGRATI”
Andrea Crisanti, il genetista fautore del “modello Veneto” — cioè della strategia di tracciamento che
ha permesso a una delle Regioni inizialmente più colpite d’Italia di gestire al meglio la pandemia da Coronavirus — sarebbe pronto a lasciare il Comitato tecnico scientifico regionale.
Il motivo, spiega Il Messaggero, sarebbe la divisione di vedute che intercorre ora tra lui e il presidente della giunta Luca Zaia.
«Questo è il risultato della scelta di Zaia di affidarsi a persone che dicono che il virus è morto. E intanto gli ospedali tornano a riempirsi», ha detto Crisanti, riferendosi al rialzo dei numeri collegato alle riaperture e agli allentamenti repentini delle misure di contenimento, ma anche — e soprattutto — ai nuovi focolai sul lavoro. «Si sta dando la colpa agli immigrati — dice — ma ci sono anche tantissimi italiani contagiati».
La sua indignazione, allo stato delle cose, è rivolta alla decisione di Zaia di affidarsi ai consiglieri che definivano il virus «morto».
«Ma noi a Padova, per Covid-19, abbiamo il reparto pieno», spiega. Mi viene da ridere quando qualcuno dice che il virus ha perso forza. Se circola meno, più difficilmente raggiunge i soggetti più fragili. E circolando meno, scende la carica virale. Ma se tornano ad aumentare i contagi, tornano i casi gravi.
«A un certo punto — dice ancora Crisanti al Messaggero — le esigenze politiche hanno prevalso sulle indicazioni della scienza. Era necessaria una comunicazione che invitasse a prudenza e responsabilità ».
A mancare, secondo Crisanti, è stato anche quel modello di contact tracing efficiente che aveva reso il Veneto l’esempio virtuoso da seguire. «La sorveglianza attiva era un concetto che avevo proposto io. Ora la maggior parte dei tamponi è stata fatta solo tra il personale sanitario, tralasciando completamente il territorio».
«Fino al 17 marzo le cose sono andate bene, poi lui è cambiato», ha sottolineato. «Evidentemente gli ha dato fastidio la mia popolarità e ha voluto attribuire ad altri meriti che non erano loro. Ma non voglio essere associato alle cose che stanno succedendo oggi, il Veneto sta seguendo una linea opposta a quella in cui credo».
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2020 Riccardo Fucile
LO STATO AZIONISTA DI MAGGIORANZA NON CONVINCE
L’idea dello Stato come azionista di maggioranza delle grandi aziende non convince. Secondo gli italiani quelle società non saranno mai efficienti, soprattutto per colpa degli interessi della politica
L’ingresso dello Stato nel capitale di Autostrade non trova lo stesso entusiasmo del governo nel pensiero della maggioranza degli italiani.
Secondo il sondaggio dell’Istituto Noto pubblicato sul Quotidiano nazionale, l’idea di usare soldi pubblici per gestire grandi imprese non piace al 60% degli intervistati. Un giudizio che si ritrova soprattutto nei due casi più noti in cui lo Stato ha deciso di intervenire con fondi propri, a cominciare dal caso di Aspi per finire all’eterno buco nero di Alitalia.
Sul caso Autostrade, il 60% si dice contrario all’ingresso dello Stato, contro il 33% che invece è favorevole. Lo stesso va per Alitalia: il 59% non è d’accordo sul fatto che i soldi pubblici siano investiti nell’azienda, mentre solo il 31% la considera positivamente.
La convinzione diffusa è che lo Stato come maggior azionista di una grande impresa non porti efficenza nell’azienda. Secondo il 56% degli italiani sarebbe meglio che fossero gli imprenditori con le proprie finanze a gestire le grandi aziende. Il 34% ha invece fiducia nella gestione pubblica.
Alla base dello scetticismo sullo Stato come azionista c’è la sfiducia nella politica. Secondo il 61% degli intervistati, a condizionare negativamente un’azienda gestita dallo Stato è innanzitutto l’incompatibilità con gli interessi della politica.
Per il 59% è la burocrazia a frenare l’efficenza delle aziende a gestione pubblica. Secondo invece il 54% la gestione statale è una contraddizione, perchè lo Stato sarebbe in conflitto di interessi, sia come arbitro che come attore del mercato.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2020 Riccardo Fucile
IERI SERA A IN ONDA SU LA7 NON SI FERMA A RISPONDERE ALLE DOMANDE SCOMODE DI SCANZI
Sabato sera Matteo Salvini si è collegato da Gallipoli in diretta con Luca Telese e David Parenzo a
In Onda, su La7.
Il leader della Lega, dopo aver fatto i suoi annunci, non si è fermato per rispondere alle domande degli altri ospiti in collegamento: Annalisa Chirico e Andrea Scanzi.
Proprio quest’ultimo ha pubblicato sulla propria pagina Facebook un video dal titolo «Salvini scappa». Il segretario del Carroccio aveva detto di non potersi soffermare ulteriormente per via di impegni pregressi a Santa Maria di Leuca.
Come spiega Bufale.net, il leader della Lega ha concluso i propri impegni elettorali a Gallipoli con il collegamento in diretta con In Onda. Lì ha ripetuto quanto già detto in piazza durante il suo comizio.
Poi, quando i conduttori gli hanno chiesto qualche altro minuto per rispondere alle domande degli ospiti in collegamento — in particolare a quelle di Andrea Scanzi -, Matteo Salvini ha detto di doversi recare a Santa Maria di Leuca, una visita che in realtà non era prevista tra gli impegni in calendario del segretario del Carroccio nella tarda serata di sabato.
E Andrea Scanzi, che da tempo ha avviato un duello dialettico a distanza con l’ex ministro dell’Interno, ha preso la parola raccontando quale domanda avrebbe voluto fare e non ha esitato a pubblicare un video con un titolo laconico: «Salvini scappa».
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2020 Riccardo Fucile
UN FAN A GALLIPOLI OMAGGIA IL SEQUESTRATORE DI PERSONE
Tornano i comizi in piazza, torna la campagna elettorale. E, come ciclicamente accade, c’è anche un grande ritorno di vecchie abitudini e ostentazioni.
E così accade che Matteo Salvini a Gallipoli abbia rimesso in mostra una vecchia abitudine di ostentazione della propria fede nel corso dei suoi eventi elettorali, baciando un rosario davanti ai cittadini accorsi in strada per ascoltare le sue parole.
Un gesto non nuovo e che torna in voga in occasione dei comizi di piazza per le varie elezioni. Una ciclicità della storia in salsa leghista.
Sarà il clima elettorale — Salvini era a Gallipoli per lanciare la volata di Raffaele Fitto in vista del voto per le Regionali del 20 e 21 settembre -, sta di fatto che il leader della Lega ha deciso di offrire al pubblico (presente in loco o che lo segue sui suoi canali social) un’immagine che negli ultimi mesi era diventata desueta.
L’ultima ostentazione in pubblico di un bacio al rosario, infatti, risaliva al gennaio in scorso, periodo in cui girava in lungo e in largo l’Emilia-Romagna nel tentativo di far vincere alla Lega la contesa elettorale (poi persa) a sostegno di Lucia Borgonzoni contro Stefano Bonaccini.
Nel filmato, pubblicato sul profilo Instagram del segretario del Carroccio, si vede un uomo che consegna a Matteo Salvini un rosario. Un omaggio, uno dei tanti, che il senatore riceve dai suoi sostenitori durante i suoi comizi elettorali..
E con Salvini a Gallipoli torna anche il vecchio tormentone dell’ostentazione delle fede, con quel bacio al rosario donato
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2020 Riccardo Fucile
I SOLITI SFIGATI SOVRANISTI IN QUATTRO CONTRO UN RAGAZZINO, FINO A CHE NON TROVERANNO QUALCUNO CHE LI MANDA AL PRONTO SOCCORSO
In quattro hanno accerchiato il ragazzo che stava partecipando alla manifestazione a sostegno della
legge Zan-Scalfarotto
Lo hanno insultato e aggredito in quattro solo perchè stava partecipando a una manifestazione contro l’omofobia.
Un ragazzo di 15 anni a Piacenza è stato accerchiato da quattro persone che lo hanno prima aggredito verbalmente, poi gli hanno strappato di mano la bandiera arcobaleno per gettargliela in faccia, fuggendo quindi in bicicletta.
L’episodio è avvenuto ieri, 18 luglio, durante il flash mob a sostegno della legge Zancontro l’odio omotransfobico, da pochi giorni approvata in Commissione Giustizia alla Camera, con tanto di minacce verso uno dei firmatari, il deputato Zan.
Come riporta il quotidiano locale La Libertà , il ragazzo stava raggiungendo il centro della manifestazione organizzata da Arcigay Piacenza Lambda, quando è stato accerchiato e aggredito, senza riportare ferite.
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2020 Riccardo Fucile
OGGI IL LEGHISTA HA LA FACCIA DI ESPRIMERE CORDOGLIO PER LA SUA MORTE: MA LASCIA IN PACE LE PERSONE PERBENE, IPOCRITA
Giulia Maria Crespi ha dato tanto all’Italia e, come spesso capita in queste occasioni, tutto quel che ha fatto per il nostro Paese è stato ripagato da una politica che è andata in direzione opposta rispetto ai suoi insegnamenti.
Oggi a Milano si è spenta la fondatrice del Fai, una donna che ha dedicato la sua vita all’attenzione e alla tutela del patrimonio ambientale italiano. E se il nostro Paese ha sempre faticato a inseguire una linea comune sul tema dell’Ambiente, anche gli altri insegnamenti sono stati vani.
Era il 25 gennaio del 2019, quando Giulia Maria Crespi rilasciò un’intervista ad Alessandro Fulloni per Il Corriere della Sera. Poche parole, ma ricche di significato per una donna che si è spesa attivamente affinchè i suoi messaggi fossero condivisi dalla popolazione e dalla classe politica. Ma quel riverbero non c’è stato, come dichiarò lei stessa.
Ed è così che il giornalista Nello Scavo di Avvenire, ha ricordato le parole di Giulia Maria Crespi in quell’intervista, mettendole a paragone con ‘l’omaggio’ fatto da Matteo Salvini sui social.
Perchè fu proprio a causa delle decisioni della politica, che la fondatrice del Fai disse di vergognarsi di essere italiana, dopo aver letto la notizia dello sgombero del centro di accoglienza per richiedenti asilo di Castelnuovo di Porto (Roma).
«Davanti all’Europa mi vergogno di essere italiana. Ragazzi obbligati a lasciare le classi, gli affetti, gli amici e persino le cure sanitarie — disse Giulia Maria Crespi -. Ho sei nipoti. E in queste ore rivedo loro nei volti di ciascuno di quei bambini e di quei ragazzi che d’improvviso, senza alcun avvertimento, sono stati costretti a lasciare la scuola, il posto in cui sono stati accolti e in cui vivono. Per essere sbattuti via, lontani, in strada».
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2020 Riccardo Fucile
UNA VITA PER LA SALVAGUARDIA E LA SENSIBILIZZAZIONE SUI TEMI AMBIENTALI… AVEVA 97 ANNI
Si è spenta a Milano, all’età di 97 anni, Giulia Maria Crespi. La donna è sempre stata una convinta
ambientalista e fu la fondatrice del Fai. La notizia è stata comunicata dagli stessi vertici del Fondo Ambiente Italiano, ricordando tutti gli insegnamenti e la storia fatta di cultura e sensibilizzazione sulla tutela dei beni ambientali nel nostro Paese. Un tassello della storia d’Italia.
«Il Fai soffre per la scomparsa della fondatrice Giulia Maria Crespi. Rassicurata dallo sviluppo della Fondazione in tema di beni gestiti, paesaggio e patrimonio, si era riservata la delega per l’Ambiente, preoccupata per la salute della natura e dell’uomo — si legge nel comunicato stampa che annuncia la morte della 97enne -. Il Fai ha tradotto le sue indicazioni in pratiche virtuose nei Beni e nell’educazione al costume della sostenibilità e sempre avvertirà ai suoi fianchi questo suo ultimo sprone».
Sempre in prima linea nella difesa e nella tutela dell’Ambiente. Nel 1975, insieme a Renato Bazzoni, fondò il Fai (Fondo Ambiente italiano) e ne è rimasta presidente onoraria fino a oggi, giorno del suo decesso. Nel corso degli anni portò le tematiche ambientali a un livello di consapevolezza superiore, attraverso iniziative e sostegni economici proprio per la tutela di siti da proteggere dalla mano incosciente dell’uomo.
L’eredità lasciata all’Italia
«La chiarezza del suo insegnamento, il solco tracciato, lo stile e l’entusiasmo infuso in qualsiasi cosa facesse indicano senza incertezze la strada che il Fai è chiamato a seguire per il bene del Paese, fissata nella missione che lei stessa contribuì a definire — si legge ancora nella nota del Fai -. Le idee, le emozioni, lo stile e i fatti che hanno segnato la lunga e operosa vita di Giulia Maria Crespi sono contenuti nella sua autobiografia Il mio filo rosso pubblicata da Einaudi nel 2015».
(da agenzie)
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Luglio 19th, 2020 Riccardo Fucile
SULLE RESPONSABILITA’ DI CHI HA ALLONTANATO LA VERITA’ E DATO CREDITO A SCARANTINO ANCORA TROPPI BUCHI
L’ultima traccia è datata 3 luglio 2020. Mette in risalto un’altra anomalia. L’ennesima, perchè di anomalie il percorso che ha portato a capire chi avesse organizzato la strage di via D’Amelio è costellato.
Caltanissetta, processo a Mario Bo, Fabrizio Mattei e Michele Ribaudo, i tre poliziotti imputati per calunnia aggravata per aver depistato le indagini sull’attentato nel quale il 19 luglio 1992 morirono il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta.
Prende la parola in aula Francesco Papa, colonnello della Direzione investigativa antimafia. È stato chiamato ad analizzare delle stranezze nelle registrazioni delle conversazioni di Vincenzo Scarantino, il falso pentito che si autoaccusò di aver commissionato il furto dell’auto che servì per realizzare l’attentato e, con una ricostruzione non veritiera, portò all’arresto di varie persone estranee ai fatti.
I magistrati, ai tempi, avevano deciso di controllare il suo telefono. Ma il registratore non sempre ha funzionato. Ci sono state delle interruzioni, nel 1995, mai spiegate bene. Tra le varie versioni, nelle migliaia di pagine di atti, compare la possibilità che fosse stata data disposizione di spegnere quel registratore quando il collaboratore parlasse con i pm. Circostanza, questa, smentita dai diretti interessati.
Anche nel corso delle indagini della procura di Messina che ha di recente chiesto l’archiviazione dell’inchiesta nei confronti di pm Anna Palma e Carmelo Petralia, ai tempi incaricati di svolgere le indagini su via D’Amelio a Caltanissetta. Per quanto una risposta univoca su queste interruzioni non sia stata data, restano dei punti interrogativi che lasciano pensare che gli stop non fossero dettati da un guasto tecnico.
In questo senso vanno le parole di Papa: “Venticinque anni dopo – ha risposto al pm Gabriele Paci – abbiamo riprodotto quello che rilevavano a quell’epoca gli operatori di polizia giudiziaria”.
Dall’analisi è emerso uno scontrino strappato (come a voler far sparire una traccia) e intercettazioni che non sono state registrate.
“Il 6 marzo del 1995 – ha raccontato – l’operatore scrive causa mancanza energia elettrica apparato spento fino alle ore 15.11. all’ascolto dei nastri però non c’è nulla che ci possa far pensare che ci sia stato un guasto tecnico. Il brogliaccio è vuoto per 4 giorni. La cosa che ci colpisce è che entrambe le macchine non abbiano registrato nulla”.
Nel dettaglio: “L′1 giugno Scarantino cerca di mettersi più volte con uno dei numeri della procura di Caltanissetta: sei eventi telefonici in tutto tra le 17.03 e le 18.23, tutti da un minuto, tranne uno che dura 2 minuti. Abbiamo traccia di queste telefonate ma non ci sono registrazioni. L’audio non esiste. L’ ultimo evento il 5 giugno. Anche in questo caso abbiamo una serie di chiamate nei confronti del numero della Procura di Caltanissetta e un altro numero sempre in uso alla Procura dove anche per questi abbiamo una serie di tentativi di chiamate tutti da un minuto, uno di questi ha una durata di 9 minuti. Anche di questa telefonata non abbiamo traccia sulle due bobine ma abbiamo traccia sullo scontrino e anche sul display. In questo caso – ha concluso – l’operatore aveva scritto che per guasto tecnico l’Rt veniva riprogrammato”.
Cosa sia successo, e perchè, non è dato saperlo. Resta un buco di una decina di minuti, in cui Scarantino parlava con i magistrati di Caltanissetta.Un episodio emblematico di una storia piena di interrogativi, ma solo la punta dell’iceberg. Guardando a ritroso – carte alla mano – questi 28 anni emergono, una dopo l’altra, imprecisioni, omissioni, versioni discordanti di passaggi delle indagini
Una parte della verità alla fine è stata scritta e suggellata nel 2017, quando la sentenza del processo Borsellino quater ha accertato i – veri – responsabili della strage e condannato all’ergastolo Salvatore Madonia e Vittorio Tutino.
Sui mandanti restano ancora dei nervi scoperti e proprio due giorni fa, il 17 luglio, il pm Gabriele Paci ha chiesto l’ergastolo per Matteo Messina Denaro. Nella requisitoria ha detto che il latitante “non può aver prestato consenso con riserva (alle stragi del 92, ndr). Fu lui più di tutti l’uomo che aiutò Riina a stroncare sul nascere le voci del dissenso interno”. In sostanza creò nell’ambiente di Cosa Nostra quel consenso di cui il Capo dei Capi aveva bisogno per uccidere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.
Ma più di ciò che è stato accertato, pesa ciò che resta ancora avvolto dal mistero. Non è un caso se la già citata sentenza del Borsellino quater definisce quello che è successo dopo la strage di via D’Amelio come “il più grande depistaggio della storia d’Italia”.
Il riferimento è ai lunghi anni in cui ha retto, in procura prima e in giudizio poi, una falsa verità . Quella raccontata da Vincenzo Scarantino, ritenuto attendibile nonostante la sua ricostruzione facesse acqua da tutte le parti.
Nonostante, si leggerà poi nella sentenza di revisione della condanna dei soggetti ingiustamente accusati, stesse “sceneggiando un film”. Ma alla falsità delle sue ricostruzioni si intrecciano le anomalie del procedimento che ha portato alla condanna di sette innocenti.
Gli esempi sono tanti. Alcuni più eclatanti di altri.
Scarantino – rivelatosi non un mafioso di prim’ordine come sosteneva, ma un piccolo delinquente, con un cognato affiliato a Cosa Nostra – parlò di una riunione in cui la mafia aveva deciso di uccidere Borsellino. Rivelò una località e fece dei nomi. Tre di questi erano di collaboratori di giustizia: Santino Di Matteo, Gioacchino La Barbera e Salvatore Cancemi. Questi lo smentirono in toto, e dissero che il ‘picciotto della Guadagna’ non era affiliato a Cosa nostra. “Ripete una lezione che ha imparato”, è il commento di uno di loro. Ma i verbali del confronto non furono presentati in dibattimento.
I pm Palma e Petralia furono sentiti come teste nel processo Borsellino quater anche su questo. La prima disse che quei confronti non cambiavano nulla per loro. Il secondo che non andavano depositati perchè c’era anche un altro giudizio in corso. Ma non basta. Scarantino questi personaggi probabilmente neanche li conosceva. Quando gli fu chiesto di identificarli attraverso le foto, non ci riuscì.
E questo elemento non fu tenuto in considerazione da chi avrebbe dovuto, ma lasciò perplessa Ilde Boccassini, all’epoca nel pool di Caltanissetta. Prima di andarsene scrisse con il collega Roberto Sajeva una lettera in cui palesava le sue riserve nei confronti di quello che si è poi rivelato un falso pentito. Che fine fece questo documento? Leggendo le carte dei pm di Messina che hanno chiesto l’archiviazione per i pm Palma e Petralia emergono versioni non univoche e tanti vuoti di memoria. Di chi, tra i magistrati, avrebbe dovuto riceverla.
Ma non è tutto. Dai vari atti risulta che a Scarantino in carcere arrivassero dei verbali con delle note a margine.
Glieli aveva consegnati Fabrizio Mattei, uno dei poliziotti imputati per il depistaggio. Quegli appunti non erano scritti dal falso pentito. Il sospetto è che fossero dei suggerimenti scritti dalla polizia, in modo che l’imputato-testimone chiave imparasse a memoria una storia che non conosceva.
Se i poliziotti – viene riportato nella relazione della commissione antimafia dell’Ars – dicono che quelli erano appunti scritti da loro sotto dettatura del pentito, Scarantino durante il giudizio quater a Caltanissetta arriva a dire che a mandargli quei fogli fosse stata la pm Palma. Ma questa versione viene cambiata da lui stesso davanti ai magistrati di Messina. Anche su questo punto restano opacità .
Le stesse che rimangono sull’inesistenza (almeno all’interno degli atti processuali) del verbale del sopralluogo che Scarantino fece – solo con la polizia – all’officina dove sosteneva fosse stata preparata l’autobomba per via D’Amelio.
Nel dibattimento del processo quater fu chiesto ad Anna Palma il perchè. Risposta: “Non li avevo nei fascicoli e quindi non avevo modo di approfondire… Non mi sono posta assolutamente il problema, devo dire forse sarò stata ignorante”.
Resta poi inspiegata un’altra circostanza: dopo il pentimento di Scarantino, nel luglio 1995 nel giro di pochissimi giorni la procura di Caltanissetta autorizzò dieci colloqui tra lui e la polizia. All’epoca non era vietato, ma a chi ha indagato dopo sembrò strano. Anche in questo caso i magistrati che firmarono l’autorizzazione all’incontro non hanno dato risposte precise.
Scarantino ritrattò due volte, ma per due volte la cosa non fu tenuta in considerazione.
La svolta arrivò solo nel 2008 con il pentimento di Gaspare Spatuzza che si autoaccusò del furto della Fiat 126, scagionando gli altri.
Ma se un capitolo si è chiuso, altri ne restano aperti.
Chi furono i responsabili del depistaggio? Lo chiede da tempo anche la figlia minore del magistrato, Fiammetta. E con lei la famiglia.
Da Caltanissetta, prima o poi, arriverà il giudizio sui tre poliziotti. Il loro capo, Arnaldo La Barbera, ebbe un ruolo cruciale in quella che è stata definita la “gestione” del (falso) collaboratore di giustizia, ma è morto e non potrà più spiegare nulla.
Così come è morto il procuratore capo del tempo, Giovanni Tinebra. Da Messina, invece, dove si indagava sui magistrati, c’è il rischio che non arrivi nulla. La procura ha chiesto l’archiviazione e il gip a ottobre dovrà decidere il da farsi, anche alla luce dell’opposizione, proposta dalle vittime del depistaggio.
Restano intanto, le parole dell’avvocato Fabio Trizzino, marito dell’altra figlia del giudice, Lucia, e legale di parte civile nel processo contro Messina Denaro. Fanno riferimento a quei 57 giorni che separano la morte di Falcone a quella di Borsellino. In quei quasi due mesi, dice Trizzino, il magistrato “implorava di essere ascoltato e non si trovò il tempo”. Anche su questo punto dalla procura di Caltanissetta – che avrebbe dovuto ascoltarlo sulla strage di Capaci – sono sempre arrivate risposte non particolarmente precise nè convincenti.
(da “Huffingtonpost”)
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