Destra di Popolo.net

DENTRO LE TERAPIE INTENSIVE DI ROMA, TRA TURNI INFINITI E PRESSIONE NEGATIVA

Gennaio 17th, 2021 Riccardo Fucile

I MEDICI: “AUMENTARE I POSTI POTREBBE NON BASTARE”

I reparti di terapia intensiva del Lazio sono finiti in fascia rischio, troppi i posti occupati. Se si finisce su quei letti «la mortalità  è del 70%», raccontano. Il nostro viaggio nel San Filippo Neri di Roma
Nei reparti di terapia intensiva Covid si lavora in pressione negativa: abbassare la pressione dell’aria rispetto all’esterno serve a evitare che una semplice apertura della porta faccia uscire dall’ambiente particelle tossiche, batteri o virus, appunto.
La sensazione è quella che si ha quando si fa un viaggio in aereo, ma questo viaggio dura, se va bene, dieci ore al giorno. Per questo motivo medici e infermieri, da quando è esplosa l’emergenza sanitaria da Coronavirus, hanno cominciato a soffrire spesso di mal di testa. Lo sbalzo di pressione tra l’ospedale e il mondo esterno può essere insopportabile per il fisico e l’allungamento dei turni di lavoro diventa ancora più pesante da sostenere.
Al San Filippo Neri di Roma, i posti letto in reparto sono 28. Per adesso il personale riesce a farsi carico di chi varca la soglia delle rianimazione, nonostante gli infermieri non facciano in tempo a togliere le lenzuola di un malato perchè un altro è già  in arrivo. E’ però a causa della crescita dei contagi e dei reparti quasi sempre pieni, come questo, che venerdì scorso l’Istituto superiore di sanità  ha deciso di mettere anche il Lazio tra le regioni in zona arancione e non gialla, come era stato dalla fine dell’estate.
Come spiega Walter, che lavora in quelle stanze da 30 anni, tutti coloro che arrivano in terapia intensiva sono «potenzialmente compromessi». La percentuale di rischio si alza quando, come le cronache scrivono da un anno, il paziente ha già  patologie pregresse. Finire in quei letti è spesso l’ultimo tentativo di salvezza: «La mortalità  è del 70%», ci dice Roberto Carlucci, medico nei reparti Covid
Reparti (quasi) in tilt
Il tasso di occupazione nelle terapie intensive nel Lazio da Natale ha ripreso a salire. Dal 31%, è passato al 34%, cioè sopra la soglia di sicurezza fissata dall’Istituto Superiore di Sanità , 30%, e raggiunta solo ieri, 16 gennaio. Lo scorso 3 dicembre i posti letto occupati nelle terapie intensive erano ben 364, numero che rappresenta il picco della seconda ondata. Da metà  novembre il Lazio non è mai sceso sotto i livelli di guardia per quanto riguarda la capacità  limite dei reparti ordinari e di quelli di terapia intensiva.
«Le cose», dice il primario dei reparti di terapia intensiva al San Filippo, Mario Bosco, «non miglioreranno. Se le mie previsioni sono giuste, verso il 20-25 gennaio andremo incontro a una nuova impennata di contagi e, quindi, di potenziali malati che finiranno in rianimazione». Le infermiere, nei corridoi, tirano un sospiro di sollievo al pensiero di non essere nella stessa situazione di un anno fa, «quando avevamo i letti a castello», dicono con amara ironia, cercando di rendere l’idea di quello che era stato un vero sovraffollamento. Ma per quanto durerà  ancora? Stressare le terapie intensive significa mandare in tilt l’ecosistema ospedaliero, perchè il personale impiegato nei reparti “ordinari” deve invece convertirsi in personale Covid. A farne le spese sono soprattutto gli specialisti di anestesia e rianimazione.
Più di una settimana fa l’Unità  di Crisi della Regione comunicava di aver messo in moto un piano per il potenziamento delle terapie intensive Covid. «Saranno altri 85 i posti a disposizione attraverso moduli aggiuntivi opportunamente provvisti di tutte le tecnologie e di questi 20 posti aggiuntivi sono già  pronti e disponibili presso l’Istituto Spallanzani. Il completamento dei restanti posti di terapia intensiva è previsto come termine ultimo entro la metà  di febbraio», scrivevano. «Abbiamo sempre viaggiato sul filo del rasoio, il numero di posti è sempre stato al limite», spiega Bosco.
«Per quanto riguarda l’Asl1 di Roma, l’incremento rispetto al periodo pre Covid, dunque in una situazione normale, dovrebbe essere di quasi il doppio». Quindi quasi 170 posti. «Aumentare le postazioni adesso» — aggiunge Bosco -, «in emergenza, significherebbe dover adeguare anche il personale: il rapporto assistenziale deve essere calibrato in un certo modo: 1 a 4 per quanto riguarda i medici e 1 a 2 per gli infermieri». Contrariamente a quanto accade nei normali reparti di degenza, dove il personale è molto ridotto.
Medici e infermieri
Lavorare in terapia intensiva è una passione, «una dipendenza», come racconta la coordinatrice infermieristica che troviamo in reparto. Lasciata la porta d’ingresso alle spalle, ai lati delle pareti di un lungo corridoio, uno scaffale pieno di anfibi. Sono l’ultima alternativa agli zoccoli sanitari, «più pratici perchè non dobbiamo toglierli ogni volta, durante la svestizione, ma li immergiamo direttamente nel disinfettante quando ancora li abbiamo ai piedi».
Sull’altra parete, le visiere, uno dei simboli indiscussi di questa epidemia. Ogni medico o infermiere ha la sua, personalizzata, con tanto di nome scritto in corsivo. Per i più creativi, la fascia che poggia sulla fronte contiene anche qualche scarabocchio, come cuori e stelle. «Siamo esausti. Là  fuori devono capire che questa non è vita per noi, ma soprattutto per chi è tenuto in vita da cavi e macchine».

(da Open)

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BIDEN VUOLE CANCELLARE L’EREDITA’ DI TRUMP

Gennaio 17th, 2021 Riccardo Fucile

RAFFICA DI DECRETI PREVISTI PER IL GIORNO DELL’INSEDIAMENTO: TRA LE PRIORITA’ CONTENERE EPIDEMIA COVID E LOTTA AL CAMBIAMENTO CLIMATICO

Cancellare l’eredità  di Trump, proprio come lui aveva fatto a suo tempo con Barack Obama. Anche se Biden dovrà  affrontare i primi giorni senza la gran parte del suo gabinetto, visto che il processo di approvazione delle nomine al Senato non è ancora partito e forse slitterà  anche a causa dell’impeachment, vuole voltare subito pagina.
Lo farà  firmando una serie di decreti — sono una decina in tutto — il giorno stesso del suo insediamento, il 20 gennaio, con l’obiettivo di annullare sin da subito alcuni dei provvedimento più controversi dell’era Trump, ma anche per cercare di arginare la pandemia di Coronavirus che questa settimana ha messo a segno un altro record in negativo, facendo registrare 4.197 decessi in un solo giorno.
Dal muslim ban all’Accordo di Parigi sul clima
Nei primi due giorni alla Casa Bianca Barack Obama aveva vietato la tortura di Stato e chiuso il centro di detenzione per terroristi a Guantà¡namo. Trump invece ha usato le prime ore all’ufficio ovale per smantellare la riforma del sistema sanitario varata da Obama e da Biden. La settimana successiva invece aveva introdotto una serie di restrizioni sull’immigrazione, a partire dal famigerato muslim ban che in nome della lotta al terrorismo sospendeva l’ingresso negli Stati Uniti per cittadini e profughi provenienti prevalentemente da Paesi a maggioranza musulmana.
Per gli immigrati è prevista una sorta di sanatoria che dovrebbe aprire le porte della cittadinanza a ben 11 milioni di persone che sono entrate negli Stati Uniti illegalmente. Biden ha promesso anche che nei suoi primi giorni da presidente ripristinerà  il diritto dei lavoratori di formare un sindacato e avvierà  il processo per riportare gli Stati Uniti negli Accordo di Parigi sul clima, pietra fondante della lotta mondiale al cambiamento climatico. In questo modo verranno ripristinate anche molte delle tutele e regolamentazioni ambientali introdotte da Obama e poi rimosse da Trump, anche se per raggiungere alcuni dei suoi obiettivi più ambiziosi dovrà  per forza passare dal Congresso.
Gran parte dell’attenzione del nuovo Presidente si concentrerà  sul contrasto alla pandemia di Covid. Siccome nemmeno Biden potrà  introdurre l’obbligo di indossare le mascherine in tutti gli Stati Uniti, lo farà  solo per i terreni di proprietà  federale e per il trasporto inter-statale.
Biden ha già  promesso che il suo primo giorno nominerà  un «comandante della catena di approvvigionamento nazionale», una sorta di super-commissario. Entro i primi 100 giorni del suo mandato conta di far vaccinare 100 milioni di americani (attualmente sono state somministrate circa 11 milioni di dosi). Queste misure si vanno a sommare al pacchetto di aiuti, annunciato nei giorni scorsi, per un totale di 1,9 mila miliardi di dollari, di cui circa 400 miliardi verranno utilizzati anche per velocizzare la distribuzione dei vaccini.
Nel frattempo continuano i preparativi per l’insediamento in una Washington sempre più blindata. Il 16 gennaio un uomo di 31 anni è stato arrestato a un checkpoint nei pressi del Campidoglio con un passa non-autorizzato per la cerimonia di insediamento, un fucile e più di 500 colpi. L’Fbi avrebbe già  ricevuto segnalazioni di potenziali “proteste armate” nei pressi dei Campidogli di tutti e 50 gli Stati americani, oltre che a Washington

(da agenzie)

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PARENTI E AMICI DENUNCIANO GLI ASSALITORI DI CAPITOL HILL: “VISTO CHE ORA SEI UN TERRORISTA TI HO SEGNALATO”

Gennaio 17th, 2021 Riccardo Fucile

100.000 SUGGERIMENTI DIGITALI

L’Fbi può contare su degli alleati inattesi mentre cerca di identificare gli assalitori di Capitol Hill. I parenti di alcuni dei protagonisti dell’invasione al Campidoglio americano si sono fatti avanti per aiutare le autorità  ad arrestare i ricercati. Sui social, sono diventate virali le storie di figli e nipoti che hanno associato i volti nelle immagini dell’assalto a quelle dei loro familiari.
Esemplare è la vicenda della 18enne Helena Duke che ha usato Twitter per identificare la madre, presente il 6 gennaio a Washington e al centro degli scontri con le forze dell’ordine come evidenziano foto e filmati sul web. “Ciao mamma, ricordi la volta che mi hai detto che non dovevo andare alle proteste di Black Lives Matter perchè potevano diventare violente… Questa sei tu?”, ha scritto la giovane del Massachusetts sul proprio account. Allegato al post (ora con 80mila retweet e mezzo milione di like), un video in cui si vede una signora dai capelli biondi insultare una donna in divisa prima di essere travolta dagli agenti presenti nelle strade di Washington.
La protagonista è proprio la madre di Helena, Therese Duke: a prova di ciò, la 18enne ha postato altre foto che le ritraggono insieme scattate nei mesi scorsi.
“È stato molto surreale perchè era un video folle e poi c’è stata la rivelazione ‘oh, quella è mia madre. È lei’” ha detto Helena Duke al sito Buzzfeed News dopo aver postato un altro tweet che recitava così: “Ciao, questa è la lesbica liberale della famiglia che è stata cacciata più volte per le sue opinioni e per essere andata alle proteste di Blm. Quindi questi sono mamma Therese Duke, zio Richard Lorenz, zia Annie Lorenz”. Nomi e cognomi di alcuni invasori a Washington che saranno utili all’Fbi per portare avanti le indagini. Intanto Therese Duke è stata licenziata dal posto di lavoro dopo il tweet della figlia.
L’Fbi sa di poter contare su suggerimenti come questi che giungono da parenti o amici degli invasori. L’agenzia federale ha aperto una pagina apposita sul proprio sito per consentire a chiunque di inviare denunce anonime che permettano di identificare gli assalitori del 6 gennaio. Di cui, grazie alla moda dei selfie e dei social, esistono migliaia di filmati e immagini: i sostenitori di Trump infatti hanno ripreso l’incursione da ogni angolo e così migliaia di persone sono state riprese in volto. “Gli agenti stanno setacciando oltre 100mila suggerimenti digitali e hanno formulato accuse federali contro più di 70 persone fino ad oggi”, ha detto un portavoce dell’Fbi al New York Times.
E prima della denuncia formale c’è spesso la gogna dei social. “Hey zio, visto che ora sei classificato come terrorista, ho fatto il mio dovere civico e ho mandato le tue informazioni all’Fbi”, ha scritto un altro utente di Twitter prima di cancellare il proprio account.
Che a segnalare gli assalitori siano i parenti non è andato giù a qualche commentatore, ma questo non sembra fermare chi reputa l’ordine pubblico più importante dei rapporti familiari. Larry Rendell Block ha viaggiato dal Tennessee a Washington per essere presente alla manifestazione del 6 Gennaio. Quel giorno è riuscito a entrare negli uffici federali, ma era coperto da una tuta mimetica e un casco che ne hanno reso difficile l’identificazione. L’ex moglie l’ha riconosciuto e poi denunciato alle autorità  locali che l’hanno arrestato una volta tornato in Tennessee. Ora che fatti come questi stanno diventando diffusi sui social network, è probabile che altre persone si impegnino a identificare gli invasori. Anche se si tratta dei propri parenti.

(da agenzie)

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I TERRORISTI CHE HANNO ASSALTATO CAPITOL HILL “VOLEVANO IMPICCARE PENCE”

Gennaio 17th, 2021 Riccardo Fucile

GLI INSORTI SONO ARRIVATI MOLTO VICINO AL VICEPRESIDENTE EVACUATO DAL SENATO APPENA IN TEMPO

Novità  terribili dalle indagini. Il vice presidente Mike Pence è sfuggito per un soffio alla folla dei sostenitori di Trump, fra i quali c’era gente che gridava per i corridoi di volerlo “impiccare”. Gli insorti sono giunti “pericolosamente vicino” a Pence, scrive il Washington Post, nel ricostruire oggi quei concitati momenti, sottolineando che il vicepresidente è stato evacuato dal Senato alle 14.13, ben 14 minuti dopo l’inizio dell’assalto, quando ormai la folla era entrata e dilagava all’interno.
Pence, la moglie Karen e la figlia Charlotte sono stati portati in tutta fretta in un ufficio dal Secret Service, appena in tempo prima dell’arrivo della folla degli insorti che saliva sulle scale inseguendo l’agente Eugene Goodman, una scena diventata poi virale sul web che ha sottolineato la prontezza di spirito di quest’ultimo.
Secondo il Post, se gli insorti fossero arrivati solo un minuto prima avrebbero visto dove era stato nascosto il vicepresidente. “La prossimità  della folla al vice presidente e il ritardo nella sua evacuazione dall’aula, sollevano quesiti sul perchè il Secret service non abbia agito prima e sottolineano il pericolo affrontato dai vertici del governo”, nota il Post. Pence è stato poi portato in un luogo più sicuro all’interno del complesso di Capitol Hill.

(da agenzie)

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MAGGIORANZA FERMA AL SENATO A 154 VOTI CERTI, ALTRI 5 POSSIBILI, MA TUTTO SI DECIDERA’ ALL’ULTIMO

Gennaio 16th, 2021 Riccardo Fucile

L’ASTENSIONE ANNUNCIATA DA RENZI BLOCCA LA FUGA E IL TIMORE DELLE URNE.. UN DEPUTATO DI ITALIA VIVA PERO’ TORNA AL PD

I costruttori non crescono. Il gruppo di senatori che dovrebbe rimpiazzare il vuoto di Italia Viva e garantire una nuova stabilità  al Conte Due stenta a decollare.
Al Senato, il governo è ancora lontano dalla maggioranza assoluta di 161 voti. Intanto, però, nella ‘controparte’, quella dei renziani, si avvertono scricchiolii.
Insomma, i giochi sono ancora aperti ma oggi si respira meno ottimismo. Martedì a Palazzo Madama ci sarà  la conta: con l’astensione annunciata di Italia Viva, al momento il governo è in grado di superare la prova. La compagine dei costruttori si va delineando più per esclusione che per aggiunte.
L’Udc, che può contare su tre senatori, si è tirata fuori. Anche il sottosegretario agli Esteri Riccardo Merlo (Maie), fondatore del gruppo di Italia 2023 che dovrebbe raccogliere adesioni pro-Conte a Palazzo Madama, non ha nascosto le difficoltà : «Noi siamo ottimisti e la fiducia passerà  – ha spiegato – ma sui numeri lo sapremo martedì. Ci sono dei colleghi che stanno riflettendo. Fino all’ultimo momento non sapremo».
Al Senato, il pallottoliere della maggioranza al momento è fermo a 154, un cifra data dalla somma dei senatori del M5s (92), del Pd (35), del Maie-Talia 23 (4), di Leu (6) e delle Autonomie (8, sono 9 ma uno non vota). A questi si sommano i senatori a vita Renzo Piano, Liliana Segre, Carlo Rubbia e Mario Monti.
E poi ci sono i costruttori: Sandra Lonardo (ex FI, moglie di Mastella), gli ex M5s Maurizio Buccarella e Gregorio de Falco, e poi Sandro Ruotolo (Misto). Il conto include anche Riccardo Nencini (Psi, che ha dato il simbolo a Renzi per formazione del gruppo al Senato), che però è ancora fra gli incerti.
I costruttori non hanno perso le speranze di imbarcare anche gli ex M5S Lello Ciampolillo, Luigi di Marzio e Marinella Pacifico. Mentre non hanno ottenuto garanzie da altri due ex cinquestelle: Mario Michele Giarrusso e Tiziana Carmela Rosaria Drago. Insomma, i costruttori vanno a rilento.
E’ cauto perfino un vecchio navigatore della politica, Clemente Mastella, che era riuscito a ritagliarsi un ruolo di reclutatore: «Mi chiamo fuori – ha detto – perchè, dopo aver cercato di dare consigli su come risolvere la crisi, sono stato attaccato sul personale».
Il suo pronostico è che ci sarà  «un Conte ter con un rimpasto e un rientro di Italia Viva», e non «un governo Conte sostenuto da un’altra maggioranza con l’ingresso di responsabili». Visto come si stanno mettendo le cose, per Italia Viva sarebbe una mezza vittoria. La rottura non ha infatti convinto tutti. «Avrei volentieri evitato l’aprirsi di una crisi al buio» ha scritto in un post il senatore di Iv, Eugenio Comincini, che ha chiesto «un patto di legislatura nel perimetro dell’attuale maggioranza».
Ma c’è anche chi, fra i renziani, è andato direttamente allo strappo. Il deputato Vito De Filippo ha annunciato il suo ritorno nel Pd e che lunedì alla Camera voterà  per il governo.

(da “La Stampa”)

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PER I DUE MATTEO LA POLITICA COME LA PLAYSTATION

Gennaio 16th, 2021 Riccardo Fucile

PRIMA DISTRUGGI E POI CERCHI UN ACCORDO

Martedì in Parlamento si decide chi ha vinto e chi ha perso, in questa crisi. Nella vigilia della battaglia si cerca sempre il compromesso, questo è noto.
Ma c’è qualcosa di incredibile nel tentativo di ricomposizione della maggioranza messo in atto dai messaggeri di Italia Viva.
Nell’idea cioè che — non prima e non dopo, ma proprio mentre infuria la battaglia — si possa anche pensare di rappacificarsi: ti tendo una mano mentre con l’altra, pronto a colpirti, impugno il coltello dietro la schiena.
Il vero momento in cui Giuseppe Conte ha iniziato la partita della sua vita — lo abbiamo scritto — è stato proprio quello in cui ha cancellato la subordinata dell’accordicchio, il momento in cui ha detto molto grande nettezza: “Se Renzi esce dal governo non ci può più tornare”.
Questa è oggi la linea, non solo sua, ma del governo, di Nicola Zingaretti, del M5s e del Pd. Non potrebbe essere altrimenti, se si segue il codice minimo della morale politica, viene da dire: ma evidentemente non è così, o il codice della morale non appartiene a tutti. E così ieri parla l’ex ministra Elena Bonetti e lancia messaggi concilianti dai microfoni di Sky, parla Teresa Bellanova e tenta di dialogare, parlano persino i pretoriani come Luciano Nobili, che in questa vigilia di battaglia finale usano per la prima volta paroline dolci.
Emergono ipotesi strampalate, come quella secondo cui i renziani in Aula potrebbero addirittura astenersi nel voto di fiducia: dal momento che qualsiasi altro voto li porterebbe a spaccarsi.
Ma se io ho appena detto di un premier che mette a rischio la democrazia, e che può esserci un altro “tizio” al suo posto (parole di Renzi, solo 48 ore fa) come posso poi immaginare di dargli via libera
Davvero la linea può cambiare solo in base alle convenienze del momento? E qui, a far scattare un interrogativo non è il classico e sempre valido adagio: “Timeo Danaos, et dona ferentes”, e cioè che bisogna diffidare dei nemici soprattutto quando dicono di voler portare dei regali. Ma la singolare coincidenza tra il modo di agire dei “due Mattei”, che accomuna nel momento estremo delle crisi sia Salvini che Renzi.
Si tratta di un nuovo moderno ossimoro della politica italiana, quello per cui, mentre provo ad ammazzarti, cerco contemporaneamente anche ad usarti come rete di sicurezza. Così un anno e mezzo fa Matteo Salvini, proprio mentre provava ad accoppare il M5s al Senato, offriva la presidenza del Consiglio a Luigi Di Maio.
E così oggi Matteo Renzi, proprio mentre prova ad accoppare Conte al Senato, gli spiega che ci si potrebbe anche rimettere allegramente insieme in un Conte ter.
Così uno tiene la poltrona, l’altro salva la faccia, e tutti sono contenti. Mi viene in mente, mentre associo questi due tic politicistici, che “i due Mattei” rivelano una affinità  anagrafica e culturale, e quindi anche politica.
Non a caso hanno esordito entrambi nella palestra dei quiz televisivi. E non a caso hanno una idea della politica che pare fondata più sui social e sulla Playstation, che sulle idee.
Il social non ha memoria lunga, perchè è un frutto che rinasce ogni giorno: puoi avere successo anche sostenendo posizioni contrapposte, se nessuno ti ricorda la tua incoerenza. E il videogame è fondato sull’idea che tu hai tre o cinque vite, che al contrario di quella reale, puoi giocarti in modo diverso, e ogni volta ricominci: una per morire nel burrone, una per imparare ad usare un’arma.
Come in quel film con Tom Cruise che muore e risorge nella stessa battaglia — “Vivi, muori ripeti” — Renzi pensa che se una volta salti su una mina girando a destra, quella successiva puoi salvarti girando a sinistra.
Ecco perchè ai giocatori di playstation di Italia Viva non sembra un assurdo uccidere e rappacificarsi, perchè il gioco non pone vincoli di valore.
Fai solo quello che ti diverte, o che ti permette di passare ad un altro quadro.
Sarebbe meglio che Conte e Zingaretti non cadessero in questa tentazione. Il mondo e la politica si reggono su regole antiche: in una lotta fratricida tertium non datur: se sopravvivi hai vinto, se muori ha perso.
E se martedì Renzi fallisce nella sua congiura di Palazzo, non c’è un altro quadro in cui giocare, c’è solo il Game over.

(da TPI)

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BERSANI: “CON ITALIA VIVA IN MAGGIORANZA TRA 15 GIORNI SIAMO DA CAPO”

Gennaio 16th, 2021 Riccardo Fucile

“NON HO SENTITO LAMENTELE QUANDO UNA VENTINA DI TRANSFUGHI ARROGANTI SI RACCOLSERO E FECERO CAMBIARE CASACCA A TRE MINISTRI”

Una netta chiusura per superare i tentennamenti del Pd, dove c’è un’anima renziana che non vorrebbe rompere con l’ex leader.
“Ricercare adesso un rapporto con le nuvole di fumo di Italia viva? Ma se questo garantisse stabilità , ma non la garantisce, da qui a 15 giorni siamo da capo. Se ancora non abbiamo capito, chiediamo alle tv di fare brevi lezioni sul renzismo, dopo anni di esperienza”.
Così Pierluigi Bersani, intervistato da ‘L’Ospite’ su Sky Tg 24.
Ha “poi aggiunto il fondatore di Mdp-Articolo 1: “Italia viva non si è presentata agli elettori, come sarebbe questa operazione tra ‘responsabili’ e ‘costruttori’. Naturalmente è necessario che chi ha buon senso ce lo metta e in questa fase certamente non sarebbe sufficiente avere una maggioranza di raccogliticci. Bisogna avere, in una breve prospettiva, un nuovo patto politico, una soluzione politica che possa avere anche, perchè no, una gamba di centro democratico, chiamiamola come vogliamo, e che faccia un patto per mandare avanti le operazioni”.
E infine un attacco a Renzi e ai suoi: “Non ho sentito geremiadi quando improvvisamente si raccolsero una ventina scarsi di transfughi, si fece cambiare casacca a tre ministri”, creando “una forza che risulta basarsi sullo scarso 3 per cento di elettori e pretende di dettare il compito, operazione di transfughi e di arroganti”.

(da agenzie)

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POI SI LAMENTANO DELL’ITALIA: IN GERMANIA PAGATO SOLO L’8% DEGLI AIUTI E IL 4% DEI RISTORI

Gennaio 16th, 2021 Riccardo Fucile

QUANDO SALVINI DICEVA CHE “I RIMBORSI SIANO CERTI E IMMEDIATI COME IN GERMANIA”

“Fate come la Germania”: qui in Italia, per tutta la pandemia Berlino è stata indicata come il modello da seguire per garantire i ristori alle imprese colpite dalle chiusure per via del coronavirus.
“I rimborsi siano certi e immediati come in Germania”, diceva il 23 dicembre scorso il leader dell’opposizione, Matteo Salvini, commentando le restrizioni natalizie. “Non facciamo paragoni con la Germania perchè loro danno i soldi alle piccole e medie imprese mentre noi stiamo morendo di fame”, dice lo chef Gianfranco Vissani all’Adnkronos, rilanciando la protesta “Io apro” indetta per il 15 gennaio dai ristoratori.
In Germania, però, i ristori non sono nè certi nè immediati.
Anzi, uno studio dell’Institut der Deutschen Wirtschaft (Iw) mostra che le imprese tedesche citate da Vissani hanno ricevuto in realtà  appena l’8% dei fondi stanziati questo autunno per gli àœberbrà¼ckungshilfe I e II (gli aiuti-ponte, ovvero i rimborsi di una parte dei costi fissi delle imprese, introdotti da settembre).
E ancora peggio è andata sul fronte dei ristori promessi per i mesi di novembre e dicembre: a destinazione è arrivato solo il 4% del totale previsto.
I motivi sono da una parte un pasticcio burocratico che ha costretto il governo a modificare in corsa le condizioni di accesso, dall’altra una lentezza — dovuta anche a problemi informatici — che sembra essere stata risolta solo negli ultimi giorni.
E le imprese tedesche? Sono sul piede di guerra e preoccupate, perchè il paradosso è che alcune rischiano anche di dover restituire parte dei soldi ricevuti.
Il quotidiano economico Handelsblatt denuncia la rabbia di tutte le aziende, dalle piccole e medie imprese ai grandi colossi della ristorazione.
Solo da martedì 12 gennaio hanno iniziato a ricevere gli aiuti promessi a novembre, quando la cancelliera Angela Merkel annunciò il semi-lockdown e le conseguenti chiusure, inasprite poi a metà  dicembre.
Ci sono stati anche dei problemi con la piattaforma online per la presentazione delle domande. I bug informatici però spiegano solo in parte la lentezza della macchina che dovrebbe distribuire gli aiuti.
I dati raccolti da Iw, uno dei principali istituti economici tedeschi, mostrano che solo il 76% dei fondi stanziati per gli aiuti immediati a piccole aziende, autonomi e liberi professionisti sono stati utilizzati.
Dei 24,6 miliardi di euro disponibili per gli aiuti-ponte, invece, ne sono stati pagati appena 2,1 miliardi (l’8%).
I ristori di novembre e dicembre invece sono fermi al 4%: appena 1,5 miliardi versati a fronte di 39,5 disponibili. In totale, riassume Iw, nel bilancio 2020 erano previsti 42,6 miliardi di euro di ristori, ne sono stati erogati 15,8 miliardi, solo il 37%. “Un aiuto credibile non deve essere solo mirato e sufficientemente ampio, ma deve anche essere fornito in tempo utile“, conclude l’istituto nella sua analisi.
Il ministro delle Finanze tedesco, il socialdemocratico Olaf Scholz, ha spiegato questi numeri sostenendo che “la situazione economica di molte aziende si è sviluppata più favorevolmente di quanto si temesse e gli affari sono ripresi rapidamente“.
Stefan Genth, presidente dell’associazione dei commercianti tedeschi, a Die Welt l’ha definita un’affermazione “oltraggiosa“. Le imprese denunciano infatti come dietro ai pochi ristori incassati ci sia una complessità  burocratica eccessiva, che sta mettendo in crisi anche i consulenti fiscali.
“Veloce e non burocratico: questo era stato promesso dai politici. Purtroppo, l’impegno non è stato mantenuto. Anzi”, è il commento all’Ard di Hartmut Schwab, presidente della Bundessteuerberaterkammer (l’organismo di autogestione professionale dei consulenti fiscali tedeschi, ndr).
Al contrario dell’Italia, dove i ristori previsti per la seconda ondata vendono distribuiti direttamente dall’Agenzia delle Entrate con lo stesso meccanismo varato in giugno con il decreto Rilancio, il governo tedesco ha invece previsto diversi tipi di aiuti, calcolati mese per mese sulla base del confronto con l’anno precedente.
Il principale pasticcio burocratico di Berlino ha riguardato però gli aiuti-ponte, ovvero i rimborsi di una parte dei costi fissi delle imprese. Introdotti da settembre, prevedono un contributo pari a un massimo del 90% dei costi fissi mensili, che varia in base al crollo delle vendite avuto in confronto allo stesso mese del 2019.
Però, per adeguare la legge ai paletti stabiliti dalla normativa europea sugli aiuti di Stato, il governo tedesco ha dovuto successivamente correggere il provvedimento. I costi fissi sono diventati quindi “Ungedeckte Fixkosten“: sono rimborsabili solo i costi fissi non coperti dai ricavi o da altre forme di sussidio. In altre parole, deve esserci una perdita di bilancio nel mese per cui si chiede il ristoro e la somma garantita dallo Stato arriverà  a coprire al massimo questa perdita, non di più. Chi ha già  fatto richiesta, rischia ora di dover restituire parte degli aiuti. Oppure, di doverla rifare da capo.
“Questi piccoli cambiamenti hanno conseguenze drammatiche per noi “, dice all’Handelsblatt Olaf Stegmann, che con la sua azienda di famiglia gestisce sette teatri da Brema a Monaco. Anche i criteri di accesso ai ristori di novembre e dicembre sono stati modificati successivamente, sempre in modo restrittivo. Il risultato è che le aziende possono contare su meno aiuti di quanto avevano inizialmente previsto. Stefan Romberg, ristoratore di Essen, sempre all’Handelsblatt riassume la situazione: “Siamo ormai al terzo mese senza alcun aiuto. Finora per novembre è stato versato solo un anticipo di 10mila euro”.
Per le grandi imprese parla Mirko Silz, capo della catena di pizze e pasta L’Osteria che gestisce circa 130 ristoranti in Germania. E’ la testimonianza della complessità  del sistema di ristori tedesco: la sua società  non ha ancora richiesto alcun aiuto perchè i suoi consulenti fiscali e revisori dei conti non sono stati in grado di calcolare l’esatto importo a cui avrebbe diritto.

(da “il Fatto Quotidiano”)

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NIENTE VACCINI CONTRO IL COVID PER L’AFRICA, UN PROBLEMA CHE CI RIGUARDA TUTTI

Gennaio 16th, 2021 Riccardo Fucile

USA E UE HANNO GIA’ ACQUISTATO DOSI DI VACCINO PER VACCINARE IL DOPPIO DI ABITANTI, MA L’AFRICA E’ RIMASTA SENZA

Vivono in Africa, e no, non sono loro che non vogliono vaccinarsi al Covid-19: siamo noi che abbiamo deciso di lasciarli senza: l’Occidente e i Paesi del mondo ricco, si sono presi tutto.
L’Unione Europea, da sola   ha già  comprato abbastanza dosi per vaccinare per due volte l’intera popolazione del continente. Lo stesso vale per gli Stati Uniti d’America, per il Regno Unito, per l’Australia e per il Cile. Il Canada , addirittura, ha ordinato abbastanza vaccini per vaccinare tutta la sua popolazione per cinque volte.
In Africa la situazione è molto diversa. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità , solo un quarto di tutti i Paesi africani ha la disponibilità  finanziaria per una campagna vaccinale adeguata.
E anche dove questa disponibilità  esiste, ci sono difficoltà  logistiche enormi.
Ad esempio, nessun Paese africano ha la possibilità  di gestire la catena logistica del vaccino Pfizer Biontech, che dev’essere conservato a meno 80 gradi. E, per il momento, ci sono siringhe abbastanza per vaccinare poco più di un terzo della popolazione africana, così come manca il personale sanitario necessario che inoculi materialmente il vaccino.
Le previsioni più ottimistiche parlano di un 3% della popolazione africana vaccinata entro marzo. E di un 20% della popolazione vaccinata entro il 2021.
Questo accadrà  — se accadrà  — perchè Russia e Cina hanno accettato di fornire dosi del loro vaccino a diversi Paesi africani, a patto che la loro popolazione partecipi in massa alla sperimentazione clinica.
Succederà  in Kenya, Sudafrica, Marocco ed Egitto. Noi vi diamo il vaccino, se voi accettate di diventare le nostre cavie. Non fa una piega.
E noi? Noi possiamo voltare la testa dall’altra parte, come facciamo sempre. Possiamo far finta che non sia un problema nostro, anche se sappiamo benissimo che più il virus corre, più muta, e che prima o poi potrebbe arrivare anche da noi una nuova mutazione resistente agli anticorpi.
E possiamo pure decidere di alzare muri ancora più alti contro gli africani che ci portano le malattie che noi abbiamo portato loro, negando loro ogni cura.
Però questa pandemia ci ha insegnato una cosa. Che siamo tutti collegati, Che se ne esce solo se se ne usciamo tutti. E che ne usciamo tutti solo con la cooperazione e con la generosità . Ecco perchè il vaccino contro il Covid in Africa è un problema di tutti.

(da Fanpage)

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