Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
CTS: “NON CI SONO PIU’ LE CONDIZIONI PER RIAPRIRE ALLO SCI”
È “urgente cambiare subito la strategia di contrasto al virus SarsCov2: è necessario un lockdown totale in tutta Italia immediato, che preveda anche la chiusura delle scuole facendo salve le attività essenziali, ma di durata limitata”.
Lo afferma all’ANSA Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute. Oltre a ciò, “va potenziato il tracciamento e rafforzata la campagna vaccinale”.
È “evidente – avverte – che la strategia di convivenza col virus, adottata finora, è inefficace e ci condanna alla instabilità , con un numero pesante di morti ogni giorno”. “Ne parlerò col ministro Speranza questa settimana”, ha annunciato.
“In questo momento le attività che comportino assembramenti non sono compatibili con il contrasto alla pandemia da Covid-19 in Italia ed gli impianti da sci rientrano in tali attività . Non andrebbero riaperti”. “Non dimentichiamo – ha sottolineato Ricciardi – che la variante inglese è giunta in Europa proprio ‘passando’ dagli impianti di risalita in Svizzera”.
Alla luce delle “mutate condizioni epidemiologiche” dovute “alla diffusa circolazione delle varianti virali” del virus, “allo stato attuale non appaiono sussistenti le condizioni per ulteriori rilasci delle misure contenitive attuali, incluse quelle previste per il settore sciistico amatoriale”. È quanto ha risposto il Comitato tecnico scientifico alla richiesta del ministro della Salute Roberto Speranza di “rivalutare la sussistenza dei presupposti per la riapertura” dello sci, “rimandando al decisore politico la valutazione relativa all’adozione di eventuali misure più rigorose”.
La nuova analisi del Comitato tecnico scientifico, che lo scorso 4 febbraio aveva dato il via libera allo sci in zona gialla seppur con una serie di limitazioni (vendita degli skipass contingentati e impianti al 50%), scaturisce dallo studio condotto dagli esperti dell’Istituto superiore di sanità , del ministero della Salute e della Fondazione Bruno Kessler proprio sulla diffusione delle varianti del virus in Italia. Un’analisi condotta in 16 regioni e province autonome dalla quale è emersa la presenza delle varianti nell′88% delle regioni esaminate, con percentuali comprese tra lo 0 il 59%. Alla luce di ciò lo studio raccomandava di “intervenire al fine di contenere e rallentare la diffusione, rafforzando e innalzando le misure in tutto il paese e modulandole ulteriormente laddove più elevata è la circolazione, inibendo in ogni caso ulteriori rilasci delle attuali misure in atto”.
Rispondendo a Speranza, gli esperti sottolineano innanzitutto che la situazione epidemiologica “rimane un presupposto fondamentale” per poter procedere alle riaperture e che in ogni caso ogni azione “va valutata con cautela rispetto al possibile impatto” sui territori. Anche perchè le misure previste per le zone gialle “dimostrano una capacità di mitigare una potenziale crescita dell’incidenza ma non determinano sensibili riduzioni” che, invece, si osservano nelle zone arancioni e rosse. C’è poi da tener conto di altri due fattori: la ripresa della scuola in presenza, il cui “impatto andrebbe monitorato prima di valutare ulteriori rilasci”, e, appunto, la presenza delle varianti del virus che, dice lo studio, stanno provocando una nuova crescita dell’epidemia, “con un impatto sostenuto sui sistemi sanitari”.
″È, pertanto, evidente – dicono gli esperti – che la riapertura degli impianti…non può prescindere da una attenta valutazione dall’impatto di quanto sopra rappresentato”. Per questo, è la conclusione del Cts, spetta al decisore politico la valutazione, ma “allo stato attuale non appaiono sussistenti le condizioni per ulteriori rilasci delle misure contenitive attuali, incluse quelle previste per il settore sciistico amatoriale”.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
HA LASCIATO PALAZZO CHIGI MA NON I CUORI DI MOLTI ITALIANI
Giuseppe Conte è stato moltissime cose per l’Italia. Tra queste, indubbiamente, il presidente più social di
sempre. La sua comunicazione da Palazzo Chigi è sempre stata impostata sui social, complice la pandemia.
Da quando il Covid ha cambiato le nostre vite il presidente del Consiglio è entrato nelle nostre case in ogni modo possibile, dalle dirette social alla televisione, garantendo la massima copertura possibile per quei messaggi che riguardavano la totalità del paese. Spesso criticato dai suoi avversari e anche dagli alleati — Matteo Renzi in prima fila — per questo suo utilizzo dei social, proprio i social sono l’eredità maggiore che rimarrà all’ex presidente del Consiglio.
Nel momento in cui scriviamo l’articolo il post di saluto agli italiani di Giuseppe Conte dopo aver lasciato Palazzo Chigi ha collezionato oltre un milione di mi piace, 278.104 commenti — che continuano ad aumentare costantemente — e oltre 122 mila condivisioni. Parole sentite che sono piaciute molto a tantissimi italiani che lo hanno sostenuto in questi due anni e mezzo, tra il Conte I e il Conte II.
Lo stesso post condiviso su Instagram — come da prassi dell’ex presidente del Consiglio in tutti questi mesi, ogni contenuto è stato oggetto di condivisione su tutte le sue piattaforme — sta raggiungendo in questi minuti i 370 mile cuoricini.
Il consenso sui social è ampissimo, quindi.
La comunicazione del presidente della pandemia che Palazzo Chigi ha messo su non proseguirà ma lo staff che avrà in eredità gli account verificati di Conte — e le loro attività future — si troverà a gestire una situazione avviata alla grande.
Proprio da questi account social ripartirà Giuseppe Conte per giocarsi le sue carte in politica: non un ministero e non un seggio da parlamentare ma uno dei consensi social maggiori che si siano registrati in Italia per una persona appartenente alla sfera politica.
Se frutteranno o meno solo il tempo e la direzione che Conte sceglierà di prendere potranno dircelo.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
DECINE DI SOCIETA’ HANNO APERTO IL DOMICILIO FISCALE NELLA ZONA ROSSA PER OTTENERE SGRAVI E RISTORI SENZA AVERNE I TITOLI… MOLTE SONO DI ALTRE CITTA’
Imprese che hanno dovuto chiudere l’indomani del 14 agosto 2018, dopo il crollo del Ponte Morandi e il fermo di tutte le attività nei quartieri di Sampierdarena, Certosa, Rivarolo, Bolzaneto e Pontedecimo rimasti isolati.
Titolari che si sono indebitati per rialzarsi dopo la riapertura. Tanti non ci sono riusciti. Ma anche aziende arrivate nottetempo, come fantasmi, da ogni angolo di Genova, addirittura da Pisa, Brescia, Torino, che hanno aperto il domicilio fiscale all’interno del perimetro disegnato come “zona rossa” o “arancione” dal commissario all’emergenza, il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti.
Ditte poi sparite nel nulla, hanno usufruito dei “ristori” o degli sgravi fiscali senza averne i titoli, sulle quali adesso la Procura di Genova ha aperto una delicata inchiesta: al momento indagando una dozzina di titolari e soci, a cui si contesta i reati di falso e truffa ai danni dello Stato
Del resto basta andare di persona in alcune delle sedi dichiarate al fisco per accorgersi che in via Pastorino 38, Genova Bolzaneto, non lontano da quello che oggi è il ponte Genova San Giorgio, non c’è traccia. A Palazzo di Giustizia di Genova li chiamano i “furbetti del ponte Morandi”. Gli sciacalli.
Sulla scia di quanto accaduto in passato a L’Aquila o in Irpinia. «È un’indagine importante è delicata», si limita a dire il procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati, che ha affidato il fascicolo ad uno dei tre pm del pool reati contro la pubblica amministrazione.
Il magistrato non dice di più sull’inchiesta, ma spiega il meccanismo: «È lo stesso del reddito di cittadinanza, il soggetto dichiara di avere i requisiti sotto la sua personale responsabilità , poi si tratta di accertare se ha dichiarato il vero o il falso. Ma la Regione al momento è estranea…».
L’indagine è stata affidata ai finanzieri del Primo Gruppo e del Nucleo Operativo Metropolitano di Genova, gli stessi che seguono i diversi filoni sul crollo e su Autostrade. Che a quanto pare negli scorsi giorni hanno depositato un primo elenco di aziende che hanno beneficiato illecitamente dei ristori e degli sgravi fiscali.
Una dettagliata lista di 47 imprese che hanno ottenuto le somme dalla Regione era stata pubblicata nel luglio scorso da Marco Grasso sulle pagine del Secolo XIX. C’è la Progetto Service di Torino, il 18 marzo 2019 sottoposta a sequestro preventivo dalla Dda. La Gbc di consulenza fiscale e la Ovunque Srl (sondaggi), entrambe con stessa sede e la medesima amministratrice di Pontedera, titolare di un forno in Vicopisano (Pisa). La D&P Europe, di un gruppo di società anonime svizzere. Poi 5 diverse aziende con sede in via De Marini (Genova), tutte costituite presso il medesimo notaio di Modena. La Kreactive (call center) amministrata da Kyrylo Horbunov, imprenditore ucraino residente nel Modenese. La titolare di un bed&breakfast sull’Adamello nel 2019 ne ha aperto un altro a Sampierdarena
Poi ci sono le ditte escluse per un cavillo burocratico o un ritardo. Come il Centro Estetico di via Canepari, a Certosa. «Ci troviamo a 245 metri dal limite della zona rossa, ma non abbiamo avuto nessun aiuto – lamenta il titolare Massimiliano Braibanti – : il decreto prevede 15 mila euro come una tantum, ma la Regione ha escluso le società di capitali». Martedì prossimo il Comitato Zona Arancione del Morandi sarà sentito in audizione in consiglio regionale.
D’altra parte, all’indomani del disastro il Decreto-Genova aveva messo a disposizione 235 milioni di euro. Il ministro dello Sviluppo Economico – all’epoca Luigi Di Maio al governo con la Lega – nel marzo 2019 aveva detto: «Tutte le aziende coinvolte nella tragica vicenda del Morandi hanno a disposizione lo strumento della Zona Franca Urbana sul quale sono stanziate risorse necessarie a rilanciare il sistema produttivo e le attività presenti sul territorio».
Non erano i primi soldi a disposizione delle aziende genovesi martoriate dalla tragedia del viadotto Polcevera, e gestiti dal commissario all’emergenza. In primis i ristori da 15mila euro versati alle società in crisi: subito con paletti molto stretti, poi diventati più larghi, di fatto a chiunque sostenesse di aver dovuto cessare la propria attività per colpa del crollo. Perchè la legge ha consentito di ottenere sgravi di 200mila euro sia alle imprese già presenti sul territorio al momento della tragedia, sia a chi invece ha deciso di aprire la propria attività dal 14 agosto 2018 al 31 dicembre 2019.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
“TENGO CON ME CIO’ CHE E’ MIO, NON QUELLO CHE NON LO E’, ORA VORREI SOLO IL PERMESSO DI SOGGIORNO, LO ASPETTO DA ANNI”
Sorride, timido, e tutto si aspettava tranne questo clamore. “Tengo con me ciò che è mio ma non quello
che non lo è. Per me va così”, dice Regikumar Mariyarasa. A terra, in piazza Politeama, qualche giorno fa ha trovato un portafogli. Nemmeno lo ha aperto. “Ho chiesto prima in giro, a chi passava dalla piazza – racconta nel suo italiano stentato – e poi l’ho consegnato alla polizia”. Il suo senso civico ha commosso il proprietario di quel portafogli, che adesso vuole incontrarlo per ringraziarlo.
Dentro c’erano meno di dieci euro ma c’erano, soprattutto, documenti e carte di credito. Sarebbe stata una giornata nera per quel signore: avrebbe dovuto bloccare le carte e poi rinnovare tutti i suoi documenti. Invece, tutto questo gli è stato risparmiato grazie a Regikumar che, nella nostra città , è un cittadino irregolare perchè senza permesso di soggiorno.
Sembra tutto molto scontato ma non lo è. Regikumar avrebbe potuto mettere in tasca soldi e carte e, invece, con disarmante naturalezza, ha consegnato tutto agli agenti.
Ma la storia di Regikumar Mariyarasa, 32 anni, dello Sri Lanka, colpisce perchè questo giovane uomo dagli occhi nocciola e i modi gentili è un irregolare senza permesso di soggiorno nonostante le sue ripetute richieste.
Anche se lui dice: “Palermo è la mia città e se vedo una carta per terra io la prendo e la getto nel cestino. E se c’è qualcuno da aiutare, io lo soccorro. Sto bene qui ma lotto da 9 anni per essere regolarizzato prima a Palermo, poi in Francia e poi di nuovo a Palermo”.
Regikumar è in attesa da almeno due anni del permesso di soggiorno dopo avere vinto una battaglia legale davanti al giudice di pace, assistito dalla sua avvocata Sonia Spallitta, contro un decreto di espulsione che pendeva sulla sua testa. “C’era stato un vizio procedurale. Adesso sto seguendo l’iter, previsto da una legge dell’anno scorso, per l’emersione del rapporto di lavoro così da regolarizzare la posizione del mio assistito”, spiega la legale.
Regikumar lavora come badante e domestico e ha un contratto, quello sì, regolare. “A Palermo abita mio fratello e questa città è quella dove sento di avere un futuro”, dice lui. A rallentare l’iter del permesso di soggiorno è stato il decreto di espulsione che l’avvocata è riuscita a fare annullare l’anno scorso.
“Da quando è in Italia, da inizio 2020, Regikumar ha lottato contro quel decreto illegittimo. Stiamo seguendo la procedura per la regolarizzazione ma la burocrazia è rallentata anche dal periodo di pandemia. Speriamo in una accelerazione dei tempi”, spiega Sonia Spallitta.
Ma c’è di più. Regikumar da irregolare, intanto, versa i contributi per il suo impiego esattamente come il suo datore di lavoro. Una situazione anomala, se solo si pensa che sono tanti i cittadini regolari che però lavorano in nero. Anche sotto questo punto di vista Regikumar è già un buon cittadino.
Nel suo Paese Regikumar non ha più radici, è scappato a 22 anni per gli scontri tra tamil e cingalesi. Lui è tamil. A Palermo ha lavorato regolarmente, con un permesso di soggiorno, ma poi alla fine del 2018 è stato licenziato e per questo aveva deciso di trasferirsi in Francia, da alcuni parenti, in cerca di un nuovo impiego.
L’esigenza di regolarizzarsi lo aveva spinto a chiedere l’asilo politico. Il giudice del tribunale amministrativo di Montreuil però non ha accolto la sua richiesta per il solo motivo che già vi erano altre autorità (quelle italiane), competenti ad esaminare la questione.
Subito dopo l’arrivo a Venezia in aereo e il trasferimento a Palermo, Regikumar ha ricevuto un decreto di espulsione. Ma lui non era un irregolare perchè aveva un permesso di soggiorno ancora valido. Una vicenda che Repubblica aveva già raccontato l’anno scorso quando l’incubo dell’espulsione era stato scacciato dalla sentenza del giudice di pace.
“Adesso spero di diventare davvero un cittadino palermitano, anche se già mi sento un vostro concittadino”, si augura Regikumar e aspetta che la burocrazia faccia il suo corso.
Il suo gesto di civiltà ha commosso polizia e proprietario del portafogli. Chissà che questa storia di fiducia nel prossimo non riscaldi anche i cuori delle istituzioni che, come ricompensa, potrebbero accogliere per sempre Regikumar nella nostra città .
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
“L’OSPEDALE CI HA REGALATO L’AMORE E IL LAVORO”
Innamorati in piena pandemia, tra le corsie dell’ospedale. Perchè anche tra la sofferenza, le emozioni sono sempre lì, pronte a fiorire.
E’ nata così la storia d’amore di Antonella e Michele, due infermieri in servizio al Policlinico di Bari nei reparti Covid di Nefrologia e Pneumologia. Sguardi intensi attraverso la visiera protettiva, incontri quotidiani sul posto di lavoro e la condivisione emotiva della stessa esperienza.
I due giovani infermieri si sono conosciuti e innamorati in pieno lockdown quando era vietato uscire e si poteva solo andare a lavorare. Probabilmente una storia come tante. Ma la loro fotografia, bardati dalla testa ai piedi, con tutoni, mascherine, guanti, visiera, mentre si baciano simbolicamente, ha fatto commuovere tutti.
Ricordano quasi il famoso quadro “Les Amants” di Magritte, in un paradosso al contrario: i corpi non si toccano tra loro, ma si vedono. Esattamente il contrario di quanto accade nell’opera d’arte.
“Il Policlinico mi ha regalato quello che tutti sognano: l’amore e il lavoro – ha scritto Michele per ringraziare la direzione dell’ospedale – Ho conosciuto medici, operatori sociosanitari, infermieri che non sono mai stati solo colleghi ma degli amici con cui ho condiviso tutto. Gioie e dolore. E in corsia ho conosciuto la mia ragazza e per questo non basterebbero i grazie, perchè senza il Policlinico non ci saremmo mai trovati”. Così oggi festeggiano il loro San Valentino, augurando a tutti gli innamorati di trovare la felicità , anche nei momenti più difficili.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
DA NEMBRO A AUCKLAND, STORIE DI FABBRICHE E ALI IN CARBONIO… COSA C’E’ DIETRO LA SFIDA CON GLI INGLESI DI INEOS IN PRADA CUP
Scafi sospesi sfreccianti a 90 km orari, 50 nodi pardon, rande tese come lame contro il cielo azzurro
violento dell’emisfero australe, uomini in tuta di carbonio e casco, manovre subitanee, incroci proibiti, computer di bordo, alette laterali che fendono l’acqua
Più che a Leonardo, che coi prototipi c’entra sempre, per risalire alla chimera delle barche volanti, viste magicamente all’opera in questa America’s Cup 2021, bisogna pensare al Lago Maggiore del primo Novecento, le acque cristalline, le Alpi innevate sullo sfondo.
Come per ogni scoperta naturalistica che si rispetti, ci sono foto ingiallite a documentarne la comparsa, e il primo esemplare di idrottero, nome da insetto appunto, o idroplano, o (erroneamente) idrovolante, è lungo dieci metri, largo tre metri e mezzo, ha un motore Fiat di cento cavalli, due coppie di ali a prua e poppa, e sei persone a bordo. Così assemblati, tutti insieme, volano a circa 65 centimetri dal pelo dell’acqua.
Chi lo ha inventato, Enrico Forlanini, è uno di quegli uomini totali – ufficiale, ingegnere, pioniere dell’aviazione – che prima della specializzazione troppo spinta, univano saperi lontani e talvolta lasciavano pietre miliari lungo il progresso tecnologico. Per inciso, è anche il fratello del celebre pneumologo Carlo Forlanini, e la coincidenza è fatale considerato il virus respiratorio che giusto un anno fa emergeva negli ospedali della bergamasca per propagarsi lungo la val Seriana: Alzano e Nembro, strip industriale, arteria extraurbana in cui affluiscono quattromila lavoratori, 376 aziende, un fatturato da 700 milioni l’anno. Un sistema invitato allora a fermarsi, in nome della salute pubblica, e che a fatica arrestò i motori.
Frammento di quello stesso tessuto produttivo che ha tenuto al cospetto della pandemia, tanto che Dario Di Vico sul Corriere della Sera ha recentemente osservato come le fabbriche “rimaste aperte grazie al protocollo imprese-sindacati” hanno fatto sì che “le produzioni industriali rimanessero pienamente incastonate nelle grandi catene internazionali del valore dimostrando l’insostituibilità dei nostri fornitori”. Aspetto, sottolinea Di Vico, nient’affatto scontato: “le nostre imprese avrebbero potuto essere espulse” a vantaggio dei Paesi dell’Est Europa.
Capannoni moderni, tetti in laminato, preesistenze industriali, piazzali e storie di provinciali di successo come Pierino Persico, che invece del garage, buono per le imprese di silicio, sfrutta un sottoscala di Albino, nel 1976, per produrre i primi stampi per moto, macchine da scrivere, anche giocattoli. Legno, alluminio, acciaio, plastica, silicone.
Così a forza di disegnare, modellare, fresare, accade che dal cantiere di Nembro in una sera di fine settembre esca incellophanato e lucido un monoscafo di 75 piedi (23 metri) e 6,5 tonnellate dal nome Luna Rossa pronto per essere imbarcato sull’aereo cargo gigante Antonov 124, destinazione Auckland, Nuova Zelanda.
Proprio dall’altra parte del mondo si trova il campo di regata della 36esima edizione della competizione sportiva più antica del mondo, da quando la goletta “America” del New York Yacht Club sconfisse il britannico Royal Squadron.
Allora, era il 1851, a veleggiare erano i cosiddetti schooner (due alberi di cui quello anteriore più basso), eleganti bestioni di 29 metri con bompressi di 5 metri. A guardarli oggi — sempre su foto ingiallite dal tempo — ricordano i narvali, gli unicorni marini narrati da Jules Verne. Prue affilate e scafo in cedro inclinato nell’acqua, allora — e soltanto fino a qualche anno fa — insieme al vento, elemento decisivo, fluido con cui giocare, in cui immergersi e riaffiorare potenti.
Acqua, quest’oggi, ridotta a superficie pericolosa. Lo ha spiegato bene Francesco De Angelis, lo skipper di Luna Rossa che trionfò nella Louis Vuitton Cup nel 2000: “Ogni volta che tocchi l’acqua in quelle condizioni di vento è una frenata fortissima e quindi devi essere capace di fare tutta la regata sollevato”.
Acqua come schermo dove disegnare il campo di regata a uso delle tv, e specchio bidimensionale, in cui scafi senza bulbi profondi e asperità si limitano a riflettere le loro scocche aerodinamiche, sollevate dai “foil”, le alette laterali, appendici tecnologiche e intelligenti che — loro sì — con i flutti devono avere a che fare.
Ma è un rapporto violento e istantaneo, una rapina delle leggi della fisica, quella che le ali, comandate da bracci mobili in carbonio a norma di regolamento identici per tutti i team, costruiti e testati proprio nei magazzini bergamaschi, ordiscono e compiono.
Un misfatto complottato ad arte, che American Magic, prima di essere annientata dai nostri eroi, aveva già promesso di cancellare dalle prossime edizioni in caso di vittoria. Ora, dovessero batterci gli inglesi superbi di Ineos, del Royal Yacht Squadron, il circolo dei re, fortissimi anche nelle provocazioni verbali — le battaglie navali si sono sempre vinte anche sui nervi — il futuro sarebbe comunque delle barche volanti.
Andrà così? Patrizio Bertelli, compagno di vita e di passioni di Miuccia Prada e patron di Luna Rossa, ha già scommesso su questa nautica senza gravità e pronosticato un’invasione di velisti dei cieli, ma “ci vorranno forse una ventina di anni”. Il tempo di attrezzare linee produttive e — immaginiamo — banchine e porti, in grado di ospitare scafi con appendici delicate e ingombranti.
Difficile anche arrestarlo, il processo evolutivo in corso. L’America’s Cup da sempre è stata non solo sfida sportiva, ma anche occasione di sviluppo tecnologico e vetrina dei campioni nazionali dell’industria, vessillo di ricchezza e modernità . Scontro tra budget straordinari: 90 milioni di euro del consorzio Prada Pirelli contro 120 milioni di sterline messi sul tavolo da Sir Jim Ratcliffe, magnate del Regno Unito.
Quando Gianni Agnelli accettò di finanziare Azzurra pregando lo skipper di tutti gli italiani, Cino Ricci, pizzetto e sguardo lungo, di “non fargli fare la figura dei cioccolatai”, sapeva bene cosa voleva dire: imporsi nel club delle big tech della vela è come entrare nel G8. Nei grandi del pianeta.
E questa fu appunto la sensazione che si provò in quegli anni ’80, la stessa che conoscono da decenni tutti gli appassionati della Rossa, della Ferrari che provò a portare l’Italia ricostruita dalla guerra sulle piste della modernità . E il parallelismo con la Formula 1 non è casuale, se si pensa che proprio la Mercedes ha aiutato i nostri rivali, con cui in questi giorni ci si confronterà , se necessario, fino alla tredicesima regata della Prada Cup, l’ultimo ostacolo per prima della sfida con i Defender di New Zealand. Gli ingegneri del reparto F1 hanno giocato un ruolo centrale. “Abbiamo lavorato con loro negli ultimi due anni, ci hanno aiutato in termini di progettazione e produzione”, ha dichiarato Sir Ben Ainslie, timoniere di Ineos.
Certo, c’è chi storce il naso, chi ha negli occhi gli interminabili bordi di poppa, un refolo di vento a gonfiare lo spinnaker rosso del Moro di Venezia.
C’è chi non ama alla follia gli undici uomini di equipaggio incassati in vani come dannati del bob a 4. Concentrati e attenti a non sbagliare, considerato che un errore a tali velocità può costare molto di più di una semplice scuffiata.
Un’altra icona di stile, baffoni e occhiali a specchio, ghigno beffardo, come Paul Cayard, lo skipper che nel ’92 portò l’Italia e Raul Gardini a un passo dal sogno, pensava peggio. Credeva che le grandi velocità — oggi una bolina può durare una manciata di minuti — lo annoiassero del tutto. Non è proprio così, però di una cosa prova nostalgia. “A me mancano — ha confessato – le storie degli uomini, le manovre a bordo, l’azione ravvicinata: gli spinnaker che esplodono, i prodieri che cadono in acqua, le barche poppa contro prua con i timonieri che si sgolano per ottenere la penalità ”.
E anche Cino Ricci, pur inchinandosi alla modernità , e giurando sul fatto che se fosse nato 60 anni dopo sarebbe stato lì col timone in mano, provava un certo straniamento già qualche edizione fa, come raccontò nel 2015 in una memorabile intervista a Gianni Clerici: “Ma era diverso, e non voglio dire migliore, il clima. Allora inventavamo partitelle di calcio, e grandi bevute di birra con i nostri avversari. Ora stanno tutti chiusi, mi pare non ci sia comunicazione tra i team, e insomma c’è sicuramente meno divertimento, e forse meno umanità ”.
Considerato che la marineria, l’andar per oceani, pratica ormai millenaria, arte civile e militare, non è una questione da liquidare così, persino mezzi assonnati per il fuso orario rispetto ai grandi arcipelaghi del Pacifico, non rimane che registrare un’ennesima coincidenza, in questa storia di sport, tecnica, business e natura.
Una coincidenza che riguarda gli uomini e una maledetta domenica in cui i primi due malati di Covid entravano nel pronto soccorso dell’ospedale di Alzano Lombardo. Giorno zero da cui divampò il focolaio di Nembro, quel 23 febbraio 2020. Un anno dopo, gli abitanti di quelle terre potrebbero risvegliarsi con un senso di risarcimento verso il destino.
(da “Huffingtonpost”)
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