Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
RIDICOLO ESPRIMERE SOLIDARIETA’ ALLA MELONI DA PARTE DI CHI SCATENA GOGNE MEDIATICHE CONTRO RAGAZZINE SUI SOCIAL O ESPONE BAMBOLE GONFIABILI PARAGONANDOLE A LAURA BOLDRINI… I SOVRANISTI ISTIGANO ALL’ODIO E POI SI LAMENTANO QUANDO TOCCA A LORO
Nella vasta mole di messaggi di solidarietà ricevuti, arriva anche il commento di Matteo Salvini su Meloni e sull’insieme davvero poco professionale — e certamente non adatto a un dibattito politico civile — di insulti che la leader di Fratelli d’Italia ha ricevuto nel corso della trasmissione radiofonica di Controradio Firenze, pronunciati dal docente dell’università di Siena Giovanni Gozzini.
Quando una donna della politica (ma lo stesso vale anche quando a essere bersaglio di insulti, offese e minacce inqualificabili sono gli uomini) viene attaccata così ferocemente, è giusto che venga difesa da un largo schieramento bipartisan.
Ne va della salute del dibattito pubblico, anche se spesso quest’ultimo viene inquinato da toni troppo alti espressi da esponenti dello stesso partito di Giorgia Meloni.
Non fa niente: è giusto non fare distinzioni e essere ipercritici anche in questo caso.
Ma cosa succede quando, a esprimere solidarietà , è Matteo Salvini che — in passato — ha esposto bambole gonfiabili sul palco paragonandole a Laura Boldrini o ha pubblicato — senza censura — foto di donne sui propri account social che, puntualmente, sono state oggetto di bersagli di haters che seguivano la pagina del leader della Lega?
Salvini ha attaccato duramente il docente dell’Università di Siena su Twitter, chiedendone l’immediata rimozione: “Parole vergognose, insulti inauditi, autentico odio politico. Altro che scuse, questo “professore” merita il licenziamento. Tutta la mia solidarietà e il mio abbraccio a Giorgia Meloni”
Paradossalmente, le parole di solidarietà di un alleato (o “ex” alleato? Chissà come dovremo comportarci da qui in avanti) per offese e attacchi ricevuti da una donna della politica sottraggono e non aggiungono alla battaglia per l’equilibrio nella retorica delle controparti.
Succede perchè, da questo punto di vista, il curriculum di Matteo Salvini e della sua pagina Facebook gestita dal suo staff di comunicazione è ricco di episodi che rientrano nella più ampia sfera dell’odio online.
Chi vuole combattere questo fenomeno deve sapersi comportare in maniera coerente sempre e non soltanto quando si tratta di offese ricevute da una donna che “sta dalla stessa parte”.
(da “NextQuotidiano”)
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Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
TUTTI I DATI DI UN CROLLO ANNUNCIATO: DIMEZZATE LE INTERAZIONI SU FACEBOOK, CRESCE LA MELONI
Salvini è in crisi sui social? La domanda è lecita, il dubbio pertinente alla luce della sua svolta moderata
ed “europeista” (almeno a parole), la risposta illuminante.
Perchè, se è vero che i numeri non dicono tutto, di sicuro oggi sono un buon indicatore dello stato di salute di un politico. Specie se parliamo di un politico che su quei numeri ha costruito tutta (o quasi) la sua propaganda. Parliamo, nel caso non lo aveste ancora capito, di Matteo Salvini e i numeri in questione riguardano le interazioni social, diventata ormai una materia di culto per chi si occupa di comunicazione politica e che fornisce una fotografia più o meno esatta del momento vissuto dai leader, con la stessa chirurgica precisione di un sondaggio.
Il crollo di Salvini, numeri alla mano
E allora cosa dicono i numeri del Salvini social? Che il “capitano” non se la passa molto bene, per usare un eufemismo.
La pagina Facebook del leader della Lega, da sempre il termometro più accurato per registrare il suo indice di gradimento, è da giorni in caduta libera, dopo il via libera del Carroccio alla formazione del nuovo governo Draghi.
Se quasi tutti i sondaggi mostrano un sostanziale nulla di fatto nei consensi, con un’oscillazione in positivo o in negativo che si misura in pochi decimali, i social — e Facebook in particolare — raccontano un’altra storia: nello stesso periodo, gli ultimi 15 giorni, la pagina Facebook di Salvini è passata (Insight alla mano) dagli oltre 10 milioni di interazioni settimanali agli attuali 5,7 milioni, con un calo di quasi il 100% che ha, di fatto, dimezzato l’engagement del “capitano”.
Non solo. Il tasso di interazione è crollato: i 61 post pubblicati nell’ultima settimana (alla data di oggi) hanno “ingaggiato” appena 5,7 milioni di persone, il che significa che il numero medio di interazione a post è sceso sotto la soglia psicologica dei 100k a post. Non accadeva da mesi.
Un dato che diventa addirittura clamoroso considerando che parliamo di una pagina da 4,5 milioni di like e oltre 5 milioni di follower complessivi.
Giorgia Meloni, giusto per fare un esempio a lui vicino, con poco più di un terzo dei suoi follower ottiene 114k a post e vede crescere i nuovi follower sulla pagina al doppio della velocità del suo (ex?) alleato.
Le ragioni di una crisi
Le ragioni sono ovvie: entrare nel governo Draghi ha significato per Salvini rinunciare e mettere in naftalina — almeno fino ad oggi — la retorica sovranista ed estremista attorno a cui ha costruito in questi anni l’intero suo consenso e che lo ha portato a lambire addirittura il 40%, prima di una fisiologica discesa. Togliere di bocca alla “Bestia” i cardini della sua comunicazione, dall’immigrazione all’antieuropeismo, dalle tasse alla difesa della famiglia tradizionale, ha finito inevitabilmente per eliminare il propellente naturale di quella propaganda tossica, che negli ultimi anni ha inquinato il dibattito pubblico social fino a polarizzarlo su un unico grande referendum a colpi di like e commenti: pro o contro Salvini.
Privato di quest’arma, Salvini in rete è quasi inesistente, costringendolo a rifugiarsi sempre di più nella brand identity, amplificando quella sua trasformazione in influencer da cui da anni si parla.
Non è un caso che i post che hanno ottenuto maggiore successo sempre nello stesso periodo registrato riguardassero temi che poco hanno a che vedere con il governo, e nulla con le azioni politiche di Salvini e della Lega. Nell’ordine:
Il 14 febbraio, post di auguri di San Valentino, con Salvini ritratto mentre mostra una torta e scrive: “Buona domenica e buon San Valentino a chi ama, a chi sogna, a chi soffre, a chi combatte per cambiare il mondo, a chi non si arrende mai.” Risultato? Oltre 90.000 like e quasi 8.000 commenti.
Due giorni dopo tocca alla figlia comparire in una foto scattata poco prima di entrare a scuola, con il commento: “Oggi il BUONGIORNO ve lo manda la mia Principessa di 8 anni con la sua foto prima di entrare a scuola â¤ï¸”: 85.000 mi pollici in su.
Oppure, tre giorni fa, la card con cui Salvini esulta per la “cacciata” dalla Rai di Alan Friedman in seguito alle sue dichiarazioni sessiste su Melania Trump. 70.000 like e, ancora una volta, nessun riferimento ai temi che animano l’agenda politica.
Per ritrovare il post più “politico” che abbia avuto un certo esito bisogna ritornare a sabato scorso, con il giuramento dei tre ministri leghisti, che ha ottenuto 50.000 mi piace ma anche 11.800 commenti, in larga parte di critica e dissenso.
Insomma, più Salvini tocca il governo e la politica, più i suoi fan lo ignorano o, nel dubbio, lo attaccano.
Una tendenza che chi segue assiduamente l’attività social del “capitano” conosce bene e non è certo nuova ma che si è addirittura accentuata con la nascita del governo Draghi e con il triplo carpiato della Lega da partito sovranista, populista ed estremista a forza moderata, centrista, a tratti addirittura europeista.
Una svolta che è piaciuta a chi da anni all’interno del Carroccio chiedeva pragmatismo e una rinuncia alla propaganda spinta ma che ha raffreddato — e in alcuni casi — allontanato il popolo dei duri e puri dei “porti chiusi” e dei “pieni poteri” che vede nell’abbraccio con Draghi una genuflessione nei confronti dell’establishment e si sta spostando in queste ore su Giorgia Meloni, libera — anche se fino a un certo punto — di continuare a picconare sui temi cari a quell’elettorato.
(da NextQuotidiano”)
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Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
MA NON ERA IL GOVERNO DEI “MIGLIORI”?
Raccontano che Roberto Garofoli, neo sottosegretario a Palazzo Chigi, abbia la scrivania sommersa di carte: sono le richieste dei partiti per i posti di sottogoverno. A lui, il presidente del Consiglio, Mario Draghi, ha affidato il primo dossier che scotta ed è lui che in queste ore, tabelle (e calcolatrice) alla mano, fa i conti, smista le deleghe e riempie le caselle.
Con una scadenza precisa: non andare oltre lunedì quando si terrà il primo vero consiglio dei ministri dell’èra Draghi. Il premier ha chiesto al suo braccio destro di avere il governo al completo per inizio settimana.
Restano quindi poco più di 24 ore e il compito di Garofoli non è semplice: oltre a dover accontentare tutti, nelle ultime ore si è aggiunta la questione del M5S che, avendo perso 50 parlamentari, dovrà cedere qualche posto al centrodestra, ma anche il problema dei veti e controveti dei partiti.
Soprattutto quelli del Pd che non vede di buon occhio le “candidature” di sottosegretari leghisti in dicasteri chiave come l’Interno, Nicola Molteni, e il Lavoro, Claudio Durigon, a cui il ministro Andrea Orlando ha detto “no”.
Alla fine, secondo le tabelle che girano a Chigi in base alla proporzione “gruppo parlamentare-ministri con portafogli”, lo schema dovrebbe essere questo: su 40 sottosegretari da assegnare, 11 andranno al M5S, 8 alla Lega, 7 a Forza Italia e Pd, 2 a Italia Viva e centristi e uno a testa ai partitini (Cambiamo!, Più Europa, LeU).
Inoltre, non ci dovrebbero essere viceministri (“Contano le deleghe, non il biglietto da visita” dice chi ha parlato col premier) ed è quasi sicuro che Draghi terrà per sè la delega agli Affari europei.
Nel M5S, dopo la retromarcia di Vito Crimi, quasi certi sono Laura Castelli al Mef, Pierpaolo Sileri alla Sanità , Francesca Businarolo alla Giustizia, Emanuela Del Re agli Esteri e Carlo Sibilia all’Interno.
Chi scalpita per entrare è il siciliano Giancarlo Cancelleri, in competizione con l’ex sindaco di Livorno Filippo Nogarin che ha un rapporto consolidato con Beppe Grillo per finire al Mit o al Sud, ma anche Stefano Buffagni che potrebbe andare alla Transizione Ecologica.
Gli altri grillini in pole position sono Angelo Tofalo (Difesa), Mirella Liuzzi (Mise) e Luca Carabetta al Digitale.
Matteo Salvini punta a piazzare suoi uomini nei ministeri più autonomi: “Torneremo al Viminale” ha detto venerdì. E infatti il primo obiettivo è provare a “controllare” Luciana Lamorgese sui migranti con Stefano Candiani, ma anche Roberto Speranza con Luca Coletto.
Edoardo Rixi invece andrà alle Infrastrutture. Obiettivo: far ripartire le grandi opere, dal ponte sullo Stretto al Tav. Se sono quasi certi Massimo Bitonci al Tesoro e Massimo Volpi alla Difesa, il leader della Lega sogna anche Giulia Bongiorno alla Giustizia e Massimiliano Romeo all’Agricoltura.
Nel Pd, dopo la polemica sulle “quote rosa” mancate, Nicola Zingaretti ha indicato quasi tutte donne: oltre a Matteo Mauri (Viminale) e Antonio Misiani (Mef), si punta alla riconferma di Anna Ascani, Sandra Zampa, Simona Malpezzi e Alessia Morani, mentre al Digitale dovrebbe andare Marianna Madia.
Silvio Berlusconi invece ha mandato a Chigi una lista di oltre 20 nomi rispetto ai 7 necessari, dentro la quale ci sono soprattutto senatori (da Pichetto Fratin a Battistoni e Giammanco) mentre tra i deputati sono in pole Valentino Valentini (Esteri) Francesco Paolo Sisto (Giustizia). Tra i renziani dovrebbero essere premiati Lucia Annibali (Giustizia) e Davide Faraone (Mit) mentre Benedetto Della Vedova dovrebbe approdare alla Farnesina.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
“PICCHI DI VIOLENZA MAI VISTI, META’ DEGLI OSPITI HA LA SCABBIA”
La cooperante Silvia Maraone ci racconta la crisi umanitaria sulla rotta balcanica. A far più paura è la
polizia croata, che «non risparmia nessuno, nemmeno i minori non accompagnati»
«Siamo duri a morire». Davanti alla telecamera del cellulare Silvia Maraone sorride. Ha bisogno di tutta la sua carica per andare avanti.
Da quattro anni è sulla rotta balcanica, tra Serbia e Bosnia, a lavorare come cooperatrice per l’Ong Ipsia-Acli.
Durante la sua permanenza in quelle zone ne ha viste tante, tantissime, ma quest’anno la situazione nei campi profughi è particolarmente dura. L’inverno rigido e le nevi fino a febbraio stanno mettendo a dura prova la resistenza dei migranti bloccati ai confini d’Europa, nell’altipiano bosniaco battuto incessantemente dai venti.
Dopo l’incendio al campo di Lipa, avvenuto lo scorso 23 dicembre, i volontari e gli operatori stanno continuando a montare tendoni di fortuna e, negli ultimi giorni, tensostrutture. Che però non bastano a difendere i migranti dal freddo e dalle malattie.
Le condizioni igienico-sanitarie
«Lipa è un disastro e lo resterà finchè le istituzioni non faranno qualcosa», racconta. «Ma si tratta solo della punta dell’iceberg di una crisi che va avanti da anni, legata a un modello di accoglienza sbagliato. La situazione sta peggiorando su tutta la rotta».
Come sottolinea Silvia, con il Covid sono aumentate sia le tensioni con la popolazione locale, che da diversi anni convive con la presenza dei rifugiati ai margini delle città , sia le difficoltà nell’organizzare gli aiuti. I campi profughi sono in quarantena e, «con la scusa del rischio assembramenti», è stata limitata al massimo la solidarietà nei confronti dei migranti da parte delle autorità locali.
«Ci sono picchi di violenza che non avevamo mai visto», spiega ancora. «I migranti sono bloccati ai confini contro la loro volontà e aumentano le risse e gli accoltellamenti». In un contesto già estremamente difficile, a minare la tenuta psicologica e fisica dei migranti bloccati nei paesi di transito sono anche le condizioni igienico-sanitarie: oltre alle preoccupazioni legate al Coronavirus, si sta registrando un’impennata di casi di scabbia e malattie dermatologiche trasmissibili. «Quasi il 50% della popolazione del campo di Lipa ha la scabbia», dice Silvia. A fronte di quest’epidemia interna, una delle tende allestite dovrà essere ora impiegata per l’isolamento dei malati.
I respingimenti
Come riportato nelle testimonianze dei volontari, dei giornalisti sul posto e dei migranti stessi, le difficoltà non iniziano nei campi dei Paesi di transito. Durante tutto il percorso verso l’Europa, i profughi in fuga devono fare i conti con le violenze delle forze dell’ordine ai confini — spesso, come dimostrato da alcune inchieste, anche con il benestare di Frontex, l’autorità europea incaricata di sorvegliare quanto accade ai confini dell’Ue. A far più paura è la polizia croata, che «non risparmia nessuno, nemmeno i minori non accompagnati». Se la polizia bosniaca è conosciuta per i loro abusi di potere con spintoni e strattonamenti, quella croata è famosa per i suoi «massacri sistematici a colpi di manganelli, fruste e bastoni».
Nella fuga verso l’Europa — che parte da molto più giù della Grecia — si addentrano famiglie, donne, minori non accompagnati, uomini adulti. Tutti provano disperatamente a vincere il cosiddetto Game, il gioco della vita e della morte. «I migranti tentano il tutto e per tutto per attraversare i confini», spiega Silvia. «Saltano sui camion, sui furgoni, sui treni. Quando partono lo sanno: o la va o la spacca. E nella maggior parte dei casi non ce la fanno, muoiono a causa delle violenze o a causa dei percorsi che devono intraprendere. Troviamo i loro corpi nei fiumi, tra le montagne. Ma le persone continuano a provarci, perchè tornare indietro è impossibile».
(da Open)
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Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
“I NOSTRI SACRIFICI RESI VANI DA COMPORTAMENTI IRRESPONSABILI”
È da poco passata la mezzanotte, quando in Italia viene confermato il primo caso di Covid-19. Mattia Maestri, 38 anni, diventa così il paziente uno.
Nel giro di poche ore, Codogno, un piccolo paesino della provincia lodigiana, attira su di sè l’attenzione mediatica, l’interesse dei curiosi e la preoccupazione degli operatori sanitari e del governo.
Quello che sembra un focolaio locale è solo la punta dell’iceberg di un’epidemia che — si scoprirà poi — circola ormai da mesi su tutto il territorio. Sono due dottoresse — Annalisa Malara e Laura Ricevuti — a intuire per prime che Mattia può essere affetto dal virus Sars-CoV-2. Così, rompendo ogni protocollo procedono a effettuare il tampone. Il risultato: positivo.
L’Italia si scopre così vulnerabile e un virus che fino a qualche settimane prima sembrava relegato alla Cina entra nelle nostre vite. L’ospedale di Codogno diventa così il primo a sperimentare i procedimenti per i tamponi, a imporre l’uso della mascherina, e a far indossare agli operatori sanitari quelle tute bianche che con i mesi diventeranno familiari. Fuori dall’ospedale però tutto si ferma, e un intero paese viene messo per la prima volta in quarantena. La parola lockdown inizia a entrare nelle nostre case e pochi giorni dopo, l’11 marzo, la chiusura di negozi, scuole, e attività non essenziali riguarderà tutta l’Italia
«Quel 21 febbraio siamo stati catapultati in una realtà diversa»
«Quel 21 febbraio siamo stati catapultati in una realtà diversa». Ada De Maggio lavora come infermiera all’ospedale di Codogno e il suo reparto, quello di chirurgia, è il primo, in quelle settimane, a essere convertito in reparto Covid. «Non esistevano più reparti, non c’erano più ruoli, ci siamo fin da subito adattati a quella situazione», racconta De Maggio a Open.
Un anno dopo, le emozioni e le paure sono le stesse di quei giorni: «Ci pensiamo ancora oggi, ogni giorno. Inizialmente non riuscivamo a crederci che stesse succedendo a noi, a Codogno», dice De Maggio. E infatti in pochi giorni la provincia Lodigiana diventa il centro del mondo, tutte le reti televisive internazionali si fermano a Codogno: «È stato molto traumatico».
Ma fin da subito quella che gli operatori sanitari hanno davanti è una corsa contro il tempo: «Abbiamo dimesso i pazienti che potevano essere dimessi e nel giro di pochi giorni l’ospedale è stato interamente riconvertito». Gli interventi non urgenti vengono sospesi, e i lunghi processi di sanificazione prima e dopo, diventano la norma. Per la prima volta gli operatori sanitari sperimentano il distanziamento imposto dal Coronavirus e la solitudine: «Abbiamo creato aree all’interno dell’ospedale in cui mettere colleghe positive perchè non potevano tornare a casa. E per un po’ non ho visto mia figlia e anche a casa cercavo di starle lontana». Quelle prime settimane il caos dominava, dice De Maggio: «Era tutto sottosopra».
«Gli infermieri si riammalano, i reparti tornano a riempirsi. Siamo molto stanchi di lavorare in questa situazione»
Passano tre mesi e a maggio l’Italia inizia con piccoli passi a uscire dal lockdown totale: «In estate sembra che la situazione si fosse stabilizzata ma a ottobre e novembre abbiamo dovuto riaprire un reparto Covid». Per De Maggio quello che stanno vivendo è un loop infinito: «Gli infermieri si riammalano, i reparti tornano a riempirsi. Siamo molto stanchi di lavorare in questa situazione». Un anno dopo, mentre le linee guida ospedaliere anti contagio fanno parte della quotidianità , lo sconforto per De Maggio arriva dai dati: «Sono numeri che non possono aiutarci a tornare alla normalità ».
Una normalità verso cui — da infermiera — De Maggio nutre poche speranze: «Gli ospedali stanno ancora lavorando in condizioni critiche. Dispiace vedere che il comportamento delle persone fuori non è coerente con quello che succede dentro agli ospedali. Le persone non stanno attente e tutto allora diventa un controsenso. Continueremo a portarci avanti questa situazione per molto finchè faremo un passo avanti e uno indietro».
(da Open)
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Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
VIOLATO IL DIVIETO DELLE 22, MOLTI SENZA MASCHERINA
A Napoli migliaia di persone in piazza ieri sera, nella notte della movida, molti senza mascherina
nonostante le norme anti-Covid19.
Tantissimi giovani in strada a bere oltre l’orario del coprifuoco alle 22. Gli agenti della Polizia Municipale sono intervenuti sul Lungomare di via Partenope dove un gruppo di ragazzi, tra cui anche un minore, stava festeggiando una festa di 18 anni.
Delirio in piazza Bellini al centro storico, dove dei balordi hanno lanciato bottiglie anche contro i palazzi e all’interno delle scale negli androni e sono dovute intervenire le forze dell’ordine. Sanzionati pub e baretti che avevano tavoli occupati e clienti anche oltre le 18 o hanno continuato a servire i clienti per l’asporto anche dopo le 22.
“Tantissime persone — racconta Gennaro Esposito, del Comitato Vivibilità Cittadina — ieri sera tra piazza Bellini e piazza Miraglia sono state costrette a rimanere barricate in casa, a causa di urla, schiamazzi e lanci di bottiglie contro i palazzi”.
La Campania dalla mezzanotte di stanotte è entrata in zona arancione Covid, con regole anti-contagio più stringenti, e vi resterà per i prossimi 15 giorni. La Polizia Municipale ieri sera, a seguito di segnalazioni alla Centrale Operativa su un grosso assembramento in Largo Banchi Nuovi, denunciato anche a mezzo social da molti cittadini, è intervenuta in sinergia con i carabinieri di Napoli per i controlli sul rispetto delle norme Covid.
Nei pressi di via Santa Chiara un ristoratore della zona era rimasto aperto continuando l’attività di somministrazione, senza rispettare le limitazioni previste dalla normativa nazionale e regionale per il contenimento epidemiologico.
Pertanto le pattuglie sono intervenute ritrovando dinanzi al locale decine di giovani, alcuni dei quali intenti ad attendere il turno per entrare e consumare i prodotti venduti.La Centrale Operativa ha disposto quindi un intervento di diverse autoradio della Polizia Locale, volte alla dispersione della folla con particolare attenzione alle ripercussioni di ordine pubblico e sicurezza. Identificato e verbalizzato il proprietario del ristorante, applicando la sanzione accessoria della chiusura per 5 giorni. Sempre nella zona di Mezzocannone sono stati elevati 55 verbali per sosta selvaggia.
Nella stessa serata gli Agenti dell’Unità Operativa Chiaia, in via Partenope, durante i controlli predisposti sul territorio, hanno sorpreso 8 ragazzi, di cui uno minore, intenti a festeggiare con bottiglie di alcolici il diciottesimo compleanno di una giovane del gruppo. Il minore è stato affidato ad i genitori e per i ragazzi oltre a scattare i previsti verbali sono stati effettuati gli accertamenti ai terminali tramite la Questura della provincia di provenienza per le verifiche di casi Covid tra di essi. Mentre i carabinieri della compagnia Napoli Bagnoli hanno sanzionato per mancato uso della mascherina alcuni cittadini nei pressi degli chalet e dellungomare Mergellina.
In via Ferrigni un bar è stato verbalizzato dalla Polizia Municipale perchè sorpreso ad effettuare somministrazione dopo le ore 18, in violazione del Dpcm del 14 gennaio scorso. Ai gradoni di Chiaia, un bar è stato verbalizzato perchè sorpreso con tavoli ancora occupati dopo le ore 18 e mentre effettuava servizio di somministrazione ed è scattata anche la sanzione accessoria di 2 giorni di chiusura. Nella zona dei baretti di via Bisignano sono state controllate 4 persone, due di queste, sorprese a bere dopo le ore 18 alcolici sulla strada, sono stati multati.
Al Vomero elevati 30 verbali per violazione delle norme Covid: assenza di mascherina, consumo di cibi e bevande in strada e persone in giro dopo le 22. Altri 4 verbali per l’assenza di mascherina nella zona di piazza Garibaldi.
Sempre al Vomero, passata da poco la mezzanotte, e quindi in piena Zona Arancione, i carabinieri della locale compagnia — allertati dal 112 — sono intervenuti presso un pub di via Malatesta. Qui hanno sorpreso e sanzionato 15 persone che stavano cenando oltre l’orario consentito. La titolare è stata denunciata per omessa visita medica ai 5 dipendenti presenti che erano in “nero”. Locale chiuso per 5 giorni, imprenditrice e dipendenti sanzionati.
Nel complesso, i carabinieri del Comando Provincia di Napoli hanno effettuato controlli a tappeto anti-Covid in tutta la provincia, elevando 104 sanzioni anti-contagio. Verifiche a Napoli in tutta la città , che si sono concentrate in particolare nelle zone della movida e dello “struscio” cittadino. I Carabinieri della compagnia Napoli Centro hanno setacciato le strade: 119 i cittadini identificati di cui oltre 40 con precedenti e 36 i veicoli controllati; 3 i parcheggiatori abusivi denunciati a piede libero e 5 ragazzi segnalati alla prefettura quali assuntori di sostanze stupefacenti. Massimo l’impegno profuso per il rispetto delle normative anti-contagio: 104 le sanzioni in totale e 3 locali chiusi.
Carabinieri impegnati nei controlli anche nell’area Flegrea. I militari della locale compagnia hanno arrestato per spaccio un cittadino di origine africana sorpreso a bordo della sua auto nell’atto di cedere una sostanza stupefacente di tipo eroina a un acquirente segnalato alla Prefettura: 79 persone identificate, 13 di queste sono state sanzionate perchè non indossavano la prevista mascherina: 45 i veicoli controllati, 4 mezzi sono stati sequestrati.
(da Fanpage)
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Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
NEL 2008, IN COPPIA CON IL FRATELLO, VIDE SFUMARE L’ORO OLIMPICO A PECHINO A CAUSA DI UN’ONDA… POI LA MALATTIA E LA FINE DELLA CARRIERA AGONISTICA…ORA E’ UNO DEI PROTAGONISTI DEL SOGNO, BATTERE “GLI IMBATTIBILI”
Se vi siete appassionati anche voi a questa bizzarra magia delle barche che volano in tv alle due del mattino trasformando il mare in un circuito da motomondiale, se appartenete alla tribù di insonni che fanno finta di sapere cosa siano gli scarsi pur di non ammettere che sì, in effetti, non ci capiscono moltissimo ma le facce altezzose dei marinai inglesi strapazzate da un tipo di Rimini valgono eccome una notte in bianco, insomma se anche voi vi state godendo in diretta lo spettacolo di Luna Rossa che ad Auckland è arrivata apparentemente senza fatica alla sfida ai padroni di casa per l’America’s Cup, allora dovete proprio sapere che questa avventura ha una data e un luogo di inizio: 17 agosto 2008, Quingdao, Cina, e soprattutto che a determinare buona parte delle fortune dell’imbarcazione italiana è stata ed è la determinazione inossidabile di un 41enne di Albenga.
Si chiama Pietro Sibello, è un omone dalla faccia buona e il sorriso educato. Ma è anche un tipo solido come una quercia, uno che negli ultimi 13 anni ha saputo essere più forte di tutto – della sfortuna, delle onde, delle malattie – e di tutti: dei giudici sportivi, soprattutto, e dei burocrati e dei papaveri dello sport internazionale. Quel 17 agosto 2008 fu il giorno peggiore della vita di Pietro Sibello.
Il furto di Pechino
Era in programma la finale olimpica (la medal race) della classe 49er. Per un velista olimpico la medal race è semplicemente il giorno più importante di tutti. E lo era ancor di più per Pietro e suo fratello Gianfranco, entrambi figli di velista olimpico (il papà aveva partecipato a Monaco ’72). Loro a quella finale arrivavano da favoriti. Solo l’equipaggio danese poteva contendergli l’oro.
Di solito a Quingdao (nella grafia romanizzata Tsingtao, proprio come la famosa birra dei ristoranti cinesi, viene prodotta lì) c’è bonaccia. “Noi ci eravamo preparati in maniera maniacale – racconta oggi Pietro Sibello dalla sua stanza d’albergo di Auckland, una stanza luminosa, vista New Zealand – eravamo entrambi 15 chili sotto peso e avevamo studiato il campo di regata fino al millimetro”.
Quel giorno però gli dei del mare, o anche solo la sfortuna, vollero che su Quingdao ci fosse una tempesta come nessuno da quelle parti ne ricordava da anni. “Era pericolosissimo, gareggiamo con l’unico obiettivo di arrivare interi alla fine – dice Sibello – e ci eravamo quasi riusciti, eravamo primi, gli altri erano tutti dietro che avevano problemi enormi a gestire l’onda isterica che si crea in quelle acque quando fa brutto”.
L’onda del destino
I danesi avevano addirittura rotto la barca. A un centinaio di metri dal traguardo, con l’oro ormai a tiro, arrivò l’onda del destino e travolse tutto, la barca, i due uomini che erano a bordo, i loro sogni: “Si aprì una voragine davanti alla nostra prua e non potemmo fare altro che scuffiare”. Piano piano le barche che erano dietro cominciarono a recuperare acqua. Mentre cercavano di raddrizzare la propria barca, i Sibello videro l’oro trasformarsi in argento, e l’argento in bronzo.
Poi quando avevano ripreso la rotta verso la terza posizione videro una barca con la bandiera croata sulla vela tagliare il traguardo. Non lo capirono subito, ma erano i danesi, che avevano preso “in prestito” la barca e gli portavano via anche il bronzo.
Nessuno lì per lì pensò che il Cio avrebbe mai potuto convalidare quel risultato. Ma fu una sottovalutazione della fantasia criminale dei giudici sportivi. Che infatti premiarono i danesi e lasciarono i Sibello senza medaglia. Scrissero anche una lettera, i due. Si trova ancora on line. “Dov’è lo spirito olimpico?”, si chiesero citando Dorando Pietri. Nessuno gli rispose. Da oro probabile a nulla, in un soffio, con la complicità del mare e di una giuria internazionale.
L’angioma e la maledizione
“Ci mettemmo mesi a rialzarci”, racconta oggi Pietro. “Con mio fratello non riuscivamo a superare quel colpo”. Poi piano pian abbiamo ripreso il mare. E ci siamo concentrati su Londra. Vincemmo tutto negli anni successivi, circuiti olimpici, regate di classe, mondiali. A un anno dalle olimpiadi di Londra del 2012 eravamo in grandissima forma”.
Ma una visita medica gli trova una malformazione cardiaca fino ad allora mai riscontrata, un angioma. Stop cautelativo e inizio di un calvario incredibile. La malformazione sembra destinata a rientrare, i medici si dicono ottimisti, Pietro spera di farcela. Anzi è sicuro di farcela. Si sente bene e invece a gennaio arriva la comunicazione da parte del Coni: non c’è niente da fare, la Commissione Medica del Coni non gli rilascia l’idoneità per l’attività agonistica. Niente olimpiadi di Londra, fine della carriera agonistica. Altri quattro anni di lavoro buttati via. Un altro sogno da cancellare.
L’alba di Luna Rossa
“A questo punto della storia – racconta Pietro – arriva Max”. Max è Sirena, lo skipper di Luna Rossa, per capirci, il tipo di Rimini che ha strapazzato gli inglesi, uno che a vederlo così sembra Doron Kavillio di Fauda se non fosse che quando si arrabbia fa molta più paura. “Ero nel dimenticatoio, come si usa dire, lui mi venne a pescare e puntò forte su di me. Mi voleva nel progetto. Accettai. Gli devo molto”.
Luna Rossa stava lavorando a lungo termine, non era tanto interessata alla Coppa del 2013 (quella di San Francisco, quella della più grande rimonta della storia dello sport, da 8-1 per i neozelandesi a 8-9 per gli americani) quanto alla successiva, Bermuda 2017.
Un appuntamento al quale era talmente preparata che gli americani dovettero cambiare le regole in corsa per farla fuori altrimenti l’avrebbe certamente vinta.
Quello sgarbo made in Usa fu la terza tappa di una via crucis, per Pietro. Ma alle difficoltà ormai era abituato. “Ci ritirammo ma non ci buttammo giù – racconta – aiutammo New Zealand a vincere la gara del 2017 e a strappare dagli americani il pallino del gioco e cominciammo a lavorare per l’edizione del 2021”. Questa.
Copiare gli inglesi e poi batterli
Ma anche una volta arrivati ad Auckland, senza più gli americani a pasticciare con le regole, non è stato tutto facile. Perchè sì, la barca è veloce e la tecnologia avanzata, “ma alla fine in questi ultimi anni avevamo regatato solamente contro i nostri gommoni e -insomma – per dirla con qualcuno dell’equipaggio regatare contro i gommoni è un po’ come fare l’amore con una bambola… Il match race è tutta un’altra cosa e sia negli eventi di Natale sia durante i round robin (la fase eliminatoria della Prada Cup) ci siamo accorti che qualcosa non andava”
Quel qualcosa era -detto in maniera semplice – che la vela in mezzo alla barca non permetteva a James Spithill – il timoniere – di vedere per bene tutto il campo di regata, nè di confrontarsi in maniera naturale con Checco Bruni, l’altro pezzo da novanta dell’equipaggio. “Così i nostri allenatori hanno avuto l’idea di usarmi come stratega. Non tattico, ma stratega. Mi hanno spostato a poppa, mi hanno dato libertà di muovermi, di ‘cercare’ il mare. L’idea l’abbiamo rubata proprio agli inglesi”.
Sibello non ci ha pensato due volte, ha preso tutta la sua storia, la scuffia di Quingdao, la delusione di Londra, il lavoro nella base di Luna Rossa di Cagliari e ha messo tutto a disposizione della squadra; e adesso è l’unico membro dell’equipaggio libero di muoversi a poppa, per scrutare il mare e cercare il vento tra le creste delle onde. A chiunque dell’equipaggio si chieda qual è stata la mossa che ha fatto la differenza, la risposa è unica. Pietro.
“E’ un ruolo fantastico, guardo l’acqua e dico quale parte del campo mi piace, dove penso sia il buono, dove lo scarso. Quale lato devo difendere, come penso si debba affrontare un incrocio”. Da quando ha preso questa posizione a bordo, Luna Rossa ha cominciato a volare sul serio, lasciando agli avversari solamente briciole amare. “Ma non penso sia davvero solo tutto merito mio, è solo che era inevitabile che navigando e gareggiando imparassimo a conoscerci e a comunicare”
Ed è proprio sulla comunicazione che il suo contributo è più evidente: “Sono quello che deve cominciare la discussione, in una regata come queste ogni incrocio è passaggio cruciale, con due barche che si sfiorano a 40 nodi, bisogna avere le idee chiare di cosa si voglia fare, di come si voglia entrare nell’ingaggio e come si voglia uscire. Così sono io che – avendo il quadro più chiaro del campo di regata – comincio a parlare con Checco e Jimmy, dico come penso che dovremmo affrontare l’incrocio, quando occorrerebbe cominciare la manovra. A quelle velocità non si può sbagliare di un metro”.
Marinai tra i marinai
E così adesso arriveranno i neozelandesi, leggendari maestri del mare, tattici diabolici, apparentemente imbattibili con la loro barca nera come la notte. All Blacks in tutto e per tutto. Il trauma, o forse più precisamente il lutto nazionale della rimonta americana del 2013 l’hanno superato con la straordinaria vittoria del 2017, quando – anche con l’aiuto di Luna Rossa – si presentarono in acqua con le biciclette montate sottocoperta (per generare energia da usare nelle manovre).
Nessuno li ha ancora visti navigare davvero, i kiwi. Si sa solo che sono velocissimi. E la loro sagoma fa già paura. Ma Sibello ne ha passate troppe per pensare alla paura. “Se c’è una cosa che ho imparato è che siamo privilegiati perchè ci è data la possibilità di tornare ogni volta a competere al massimo livello. La paura non è un’opzione. Sono qui che mi godo questo momento fantastico, entusiasta di quello che ho. Soprattutto sono grato a me stesso per essere riuscito a superare tutte le difficoltà , le ingiustizie e le malattie, per aver sempre trovato il coraggio di dimenticare tutto e tornare nell’unico posto dove un marinaio deve stare: in acqua, in mezzo al mare e agli altri marinai a guardare in faccia le onde, a lasciarsi bagnare il volto dagli schizzi, cercando sempre di tenere gli occhi aperti in cerca del vento”.
(da La Repubblica)
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Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
A DISTANZA DI 21 ANNI, PER LA TERZA VOLTA NELLA STORIA, IL TROFEO TORNA IN ITALIA, FINISCE 7-1… LA GRANDE GIOIA A BORDO
Trionfo italiano nella Prada Cup ad Auckland, in Nuova Zelanda. Questa notte Luna Rossa ha battuto per
due volte di fila i britannici di Ineos chiudendo la serie di sfide sul 7-1 e conquistando così il diritti di sfidare Team New Zealand per la conquista della Coppa America.
Una superiorità netta dimostrata nel corso di tutte le regate per un successo che, prima di ora, era stato centrato da barche italiane soltanto due volte: nel ’92 con il Moro di Venezia e nel 2000 con la stessa Luna Rossa.
Senza storia la prima delle due sfide di questa notte. Luna Rossa è partita un po’ in sordina ma, grazie alle scelte dei suoi leader, si è subito rimessa in carreggiata prendendo un buon margine di vantaggio sui britannici.
Margine aumentato progressivamente fino al termine della sfida vinta con quasi due minuti di vantaggio su Ineos.
Più combattuta l’ottava e ultima regata del confronto Italia-Regno Unito. Almeno fino a metà gara quando gli azzurri hanno preso decisamente il comando chiudendo ancora una volta con quasi un minuto di vantaggio.
Sirena: “Ce la giocheremo fino alla fine”
“Sono contento per i ragazzi, per tutti i nostri sponsor, per tutte le persone che hanno lavorato per noi in questo progetto. Non era così scontato e banale vincere perchè anche se eravamo pochi team, eravamo tre team super competitivi. Sono felice per il team perchè è stata una coppa non facile finora ed è giusto che oggi si godano la giornata e poi da domani pensiamo a Team New Zealand” le parole di Max Sirena, skipper & team director di Luna Rossa Prada.
“Abbiamo un sacco di cose nuove da provare e non possiamo rilassarci più di tanto. Ci alleneremo in modo da non abbassare la guardia e tenere alto il ritmo e poi vedremo. Andremo lì a testa bassa e ce la giocheremo fino alla fine”.
“E’ un grande giorno per Luna Rossa e per l’Italia – il commento del timoniere Francesco Bruni, uno degli artefici del trionfo azzurro – adesso possiamo cominciare a pensare a New Zealand. Oggi siamo stati perfetti ma sappiamo che, se vogliamo battere i padroni di casa, dobbiamo migliorare ancora di più”.
Dimenticate le polemiche – gli inglesi avevano chiesto l’intervento della giuria su un presunto atteggiamento illecito di Luna Rossa, ma il ricorso non è stato accolto – è stato finalmente il momento di gioire per gli azzurri. Che, adesso, possono ambire a mettere in grossa difficoltà persino i padroni di casa di New Zealand nella serie di sfide che assegneranno l’America’s Cup. L’assalto alla trentaseiesima edizione partirà il 6 marzo prossimo sempre nelle acque del Golfo neozelandese di Hauraki.
(da agenzie)
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Febbraio 21st, 2021 Riccardo Fucile
SALTATO OGNI DISTANZIAMENTO, SI RISCHIA IL CONTATTO TRA SCHIERAMENTI… LA POLIZIA SI LIMITA A TENERE SOTTO CONTROLLO LA SITUAZIONE SENZA INTERVENIRE, GOVERNO LATITANTE: CON CHE CREDIBILITA’ POI SI CHIUDONO BAR E RISTORANTI?
Il giorno dei bandieroni e dei tamburi. Delle sciarpe e dei fumogeni. Il giorno delle due curve. Cinquemila sotto la Nord e altrettanti nel piazzale che guarda la Sud. Strizzati, per nulla distanziati, guidati dai capi coi megafoni, dal ritmo dei cori.
È il giorno dell’orgoglio ultras, che più che da corredo a un derby, quello tra Milan e Inter, che vale il primo posto in classifica, una fetta di scudetto e anche altro.
Vale a riaffermare il protagonismo delle due tifoserie, che si sono date appuntamento davanti ai cancelli sbarrati dei due punti cardinali del Meazza. La tensione tra le due tifoserie, inesistente per tutta la mattinata, si accende quando decine di milanisti corrono lungo il piazzale per accompagnare l’ingresso del pullman del Milan – festeggiato da cori e fumogeni in piazzale Axum – nel parcheggio di San Siro, il cui ingresso è sotto la Nord.
Nonostante i richiami al megafono dei capi ultras, si sfiora il contatto, evitato dalla manovra di alleggerimento di carabinieri e polizia, che sbattono i manganelli sugli scudi in plastica mentre avanzano. “Ci sono bambini!”, urlano un paio di sostenitori, ma tutto si risolve senza violenze. Poco dopo arrivano i due pullman dell’Inter, salutati dal coro “Uccideteli! Uccideteli!”
Cori, bandiere, petardi e fumogeni: circa 5000 tifosi dell’Inter e altrettanti del Milan a poca distanza si sono dati appuntamento nel piazzale del ‘Baretto’ di San Siro, punto di ritrovo della Curva Nord, dalla tarda mattinata, per supportare la squadra nel derby di oggi pomeriggio. Una festa, anche con famiglie e bambini, in un momento in cui l’Inter è prima in classifica e lotta per lo scudetto. Il divieto di assembramento imposto dal Governo per limitare la diffusione del Covid è stato di fatto dimenticato e il distanziamento praticamente inesistente
C’è tutta la geografia del tifo organizzato, con i suoi rituali, le sigle, le gerarchie. Ma anche tanti supporter comuni, arrivati in bici e coi mezzi, con le magliette di Lukaku e Ibrahimovic e quelle personalizzate per il calcetto con gli amici.
Ci sono i vigili e le camionette di carabinieri e polizia, le ricetrasmittenti di Digos e Nucleo Informativo e, insomma, tutto il contorno di un derby pre-Covid. Compreso l’inesistente metro di precauzione tra tifoso e tifoso, anche se le mascherine sono tante, bianche o in rossonerazzurro, a secondo della curva.
Due gli striscioni che campeggiano. “Sempre insieme a te sarò”, su sfondo rossonero, quello attaccato alle rampe di accesso alla Sud. “Buon viaggio Bellugi eroe nerazzurro”, quello esposto accanto al baretto sotto alla Nord, che ricorda lo stopper toscano scomparso ieri dopo una battaglia contro il Covid che aveva comportato l’amputazione delle gambe
(da agenzie)
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