Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
APERTA LA SCATOLETTA DI TONNO, I CINQUESTELLE HANNO SCOPERTO CHE IL TONNO ERANO LORO… E LE LOBBY GONGOLANO
Siccome ogni Restaurazione ha i suoi rituali, non avrebbe guastato se il governo Dragarella avesse giurato
in uniforme da Congresso di Vienna: parrucche imbiancate con codini e fiocchi neri, volti incipriati e impomatati, marsine a coda, culotte, scarpe a punta. Invece i nuovi (si fa per dire) ministri erano tutti in borghese, per non farsi riconoscere.
Avevamo promesso un giudizio sul governo quando ne avessimo visti i ministri (per il programma c’è tempo: uscirà dal cilindro di Super Mario un minuto prima della fiducia, o forse dopo, fa lo stesso: è il ritorno della democrazia dopo la feroce dittatura contiana, come direbbe Sabino Cassese). E il momento è arrivato.
Ministri.
Il bottino di 209 miliardi del Recovery se lo pappano il premier, il suo amico Giorgetti (Mise) e i suoi tecnici, cioè gli uomini delle lobby: Franco (Mef e Bankitalia), Cingolani (renzian-leopoldino di Leonardo- Finmeccanica che Grillo ha scambiato per grillino) e Colao (Morgan Stanley, McKinsey, Omnitel, Vodafone, Rcs, Unilever, Verizon, con breve parentesi di incompetenza quando lo chiamò Conte per il piano-fuffa Fase-2 e ora tornato il genio di prima); più Giovannini (ottimo prof di statistica alle Infrastrutture).
Del resto Draghi se ne infischia e lascia pasturare i partiti con i loro nanerottoli, scelti aumma aumma dai Quirinal Men: so’ criature.
Pandemia.
Speranza resta alla Salute, per la gioia di Salvini e dei teorici della “dittatura sanitaria” e del “riaprire tutto”. Ma arriva la Gelmini alle Regioni al posto di Boccia, protagonista di epici scontri con gli sgovernatori. Sarà uno spasso vederla genuflessa alle loro mattane. Al suo fianco, come viceministro, vedremmo bene Bertolaso. E, commissario al posto di Arcuri, troppo efficiente sui vaccini, il mitico Gallera: era stanco, ma si sarà riposato.
Discontinuità .
Undici ministri, la metà del governo Draghi, vengono dal Conte-2: i 9 confermati più Colao più il neotitolare dell’Istruzione Bianchi, capo della task force dell’Azzolina per la scuola (tecnico del congiuntivo, dice “speriamo che faremo bene”, ma non è grillino, quindi è licenza poetica). E ora chi la avverte la Concita del “basta ministri scadenti, arrivano quelli bravi”? Fatti fuori Conte, Bonafede, Gualtieri, Amendola e regalato il Recovery ai soliti noti, si digerisce tutto.
Cielle.
I garruli squittii di Cassese a edicole unificate indicano che, dopo il lungo digiuno del Conte-1 e del Conte-2, qualche protègè l’ha piazzato. Tipo Marta Cartabia, Guardasigilli di scuola ciellina (come la ministra dell’Università , Cristina Messa), ma pure napolitaniana e mattarelliana, celebre per l’abilità di non dire nulla, ma di dirlo benissimo, fra gridolini estatici di giubilo.
Di lei si sa che sogna “una giustizia dal volto umano” (apperò) e una “pena che guarda al futuro” (urca). Ora, più prosaicamente, dovrà dare subito il parere del governo sul ritorno della prescrizione, previa seduta spiritica con Eleanor Roosevelt che — assicura il Corriere — è “tra le figure femminili ‘decisive’ per la sua formazione” (accipicchia).
Pd.
Sistemati tutti i capicorrente Franceschini (al quinto governo), Guerini e Orlando, prende pure l’Istruzione con il finto tecnico Bianchi, due volte assessore dem in Emilia-Romagna: 4 ministri come il M5S, che però ha il doppio di seggi.
5Stelle.
Machiavellici alla rovescia, sapevano che senza di loro il Pd e Leu si sarebbero sfilati e Draghi, per non finire ostaggio delle destre, avrebbe rinunciato. Bastava mettersi in attesa e, se proprio Grillo voleva entrare, dettare condizioni minime: Giustizia, Lavoro, Istruzione, Mise o Transizione Ecologica. Invece han detto subito di sì, presentandosi a Draghi con le brache calate e le mani alzate. E hanno ammainato le loro bandiere Bonafede, Azzolina e Catalfo (con Reddito e Inps).
Risultato: SuperMario li ha sterminati e pure umiliati, con i pesanti ma inutili Esteri a Di Maio, Patuanelli degradato dal Mise all’Agricoltura, più i Rapporti col Parlamento e Politiche giovanili (sventata la Marina mercantile, ma solo perchè non c’è più).
Ciliegina sulla torta: la Transizione Ecologica, subito dimezzata, è finita a un renziano. Meno male che Draghi era grillino: figurarsi se non lo era. Insomma: aperta finalmente la scatoletta di tonno, i 5Stelle hanno scoperto che il tonno erano loro.
FI-Lega. Il capolavoro del Rignanese, prima di tramutare Iv da ago della bilancia a pelo superfluo, è aver riportato Salvini e B. al governo. Il resto l’han fatto Draghi e Mattarella, regalando alla destra un governo tutto nordista e i ministeri politici più lucrosi: Mise e Turismo (Giorgetti e Garavaglia), Pa (Brunetta), Regioni (Gelmini) e Sud (Carfagna, con i fondi di coesione Ue, nel fu serbatoio di voti dei 5Stelle).
Ps. Nota per gli storici della mutua che vaneggiano di “fallimento della politica come nel 1993 e nel 2011” e paragonano l’avvento di Draghi a quelli di Ciampi e Monti.
Nel ’93 Ciampi arrivò mentre gli italiani lanciavano le spugne ad Amato e Conso per il decreto Salvaladri e le monetine a Craxi per l’autorizzazione a procedere negata dal Parlamento al pool di Milano.
Nel 2011 Monti arrivò mentre due ali di folla maledicevano B. che saliva al Quirinale a dimettersi e poi fuggiva dal retro dopo aver distrutto l’Italia per farsi gli affari suoi.
Nel 2021 Draghi arriva mentre Conte esce da Palazzo Chigi a testa alta fra gli applausi e le lacrime. Mica male, per un fallito.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
CTS: “NON CI SONO PIU’ LE CONDIZIONI PER RIAPRIRE ALLO SCI”
È “urgente cambiare subito la strategia di contrasto al virus SarsCov2: è necessario un lockdown totale in tutta Italia immediato, che preveda anche la chiusura delle scuole facendo salve le attività essenziali, ma di durata limitata”.
Lo afferma all’ANSA Walter Ricciardi, consigliere del ministro della Salute. Oltre a ciò, “va potenziato il tracciamento e rafforzata la campagna vaccinale”.
È “evidente – avverte – che la strategia di convivenza col virus, adottata finora, è inefficace e ci condanna alla instabilità , con un numero pesante di morti ogni giorno”. “Ne parlerò col ministro Speranza questa settimana”, ha annunciato.
“In questo momento le attività che comportino assembramenti non sono compatibili con il contrasto alla pandemia da Covid-19 in Italia ed gli impianti da sci rientrano in tali attività . Non andrebbero riaperti”. “Non dimentichiamo – ha sottolineato Ricciardi – che la variante inglese è giunta in Europa proprio ‘passando’ dagli impianti di risalita in Svizzera”.
Alla luce delle “mutate condizioni epidemiologiche” dovute “alla diffusa circolazione delle varianti virali” del virus, “allo stato attuale non appaiono sussistenti le condizioni per ulteriori rilasci delle misure contenitive attuali, incluse quelle previste per il settore sciistico amatoriale”. È quanto ha risposto il Comitato tecnico scientifico alla richiesta del ministro della Salute Roberto Speranza di “rivalutare la sussistenza dei presupposti per la riapertura” dello sci, “rimandando al decisore politico la valutazione relativa all’adozione di eventuali misure più rigorose”.
La nuova analisi del Comitato tecnico scientifico, che lo scorso 4 febbraio aveva dato il via libera allo sci in zona gialla seppur con una serie di limitazioni (vendita degli skipass contingentati e impianti al 50%), scaturisce dallo studio condotto dagli esperti dell’Istituto superiore di sanità , del ministero della Salute e della Fondazione Bruno Kessler proprio sulla diffusione delle varianti del virus in Italia. Un’analisi condotta in 16 regioni e province autonome dalla quale è emersa la presenza delle varianti nell′88% delle regioni esaminate, con percentuali comprese tra lo 0 il 59%. Alla luce di ciò lo studio raccomandava di “intervenire al fine di contenere e rallentare la diffusione, rafforzando e innalzando le misure in tutto il paese e modulandole ulteriormente laddove più elevata è la circolazione, inibendo in ogni caso ulteriori rilasci delle attuali misure in atto”.
Rispondendo a Speranza, gli esperti sottolineano innanzitutto che la situazione epidemiologica “rimane un presupposto fondamentale” per poter procedere alle riaperture e che in ogni caso ogni azione “va valutata con cautela rispetto al possibile impatto” sui territori. Anche perchè le misure previste per le zone gialle “dimostrano una capacità di mitigare una potenziale crescita dell’incidenza ma non determinano sensibili riduzioni” che, invece, si osservano nelle zone arancioni e rosse. C’è poi da tener conto di altri due fattori: la ripresa della scuola in presenza, il cui “impatto andrebbe monitorato prima di valutare ulteriori rilasci”, e, appunto, la presenza delle varianti del virus che, dice lo studio, stanno provocando una nuova crescita dell’epidemia, “con un impatto sostenuto sui sistemi sanitari”.
″È, pertanto, evidente – dicono gli esperti – che la riapertura degli impianti…non può prescindere da una attenta valutazione dall’impatto di quanto sopra rappresentato”. Per questo, è la conclusione del Cts, spetta al decisore politico la valutazione, ma “allo stato attuale non appaiono sussistenti le condizioni per ulteriori rilasci delle misure contenitive attuali, incluse quelle previste per il settore sciistico amatoriale”.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
HA LASCIATO PALAZZO CHIGI MA NON I CUORI DI MOLTI ITALIANI
Giuseppe Conte è stato moltissime cose per l’Italia. Tra queste, indubbiamente, il presidente più social di
sempre. La sua comunicazione da Palazzo Chigi è sempre stata impostata sui social, complice la pandemia.
Da quando il Covid ha cambiato le nostre vite il presidente del Consiglio è entrato nelle nostre case in ogni modo possibile, dalle dirette social alla televisione, garantendo la massima copertura possibile per quei messaggi che riguardavano la totalità del paese. Spesso criticato dai suoi avversari e anche dagli alleati — Matteo Renzi in prima fila — per questo suo utilizzo dei social, proprio i social sono l’eredità maggiore che rimarrà all’ex presidente del Consiglio.
Nel momento in cui scriviamo l’articolo il post di saluto agli italiani di Giuseppe Conte dopo aver lasciato Palazzo Chigi ha collezionato oltre un milione di mi piace, 278.104 commenti — che continuano ad aumentare costantemente — e oltre 122 mila condivisioni. Parole sentite che sono piaciute molto a tantissimi italiani che lo hanno sostenuto in questi due anni e mezzo, tra il Conte I e il Conte II.
Lo stesso post condiviso su Instagram — come da prassi dell’ex presidente del Consiglio in tutti questi mesi, ogni contenuto è stato oggetto di condivisione su tutte le sue piattaforme — sta raggiungendo in questi minuti i 370 mile cuoricini.
Il consenso sui social è ampissimo, quindi.
La comunicazione del presidente della pandemia che Palazzo Chigi ha messo su non proseguirà ma lo staff che avrà in eredità gli account verificati di Conte — e le loro attività future — si troverà a gestire una situazione avviata alla grande.
Proprio da questi account social ripartirà Giuseppe Conte per giocarsi le sue carte in politica: non un ministero e non un seggio da parlamentare ma uno dei consensi social maggiori che si siano registrati in Italia per una persona appartenente alla sfera politica.
Se frutteranno o meno solo il tempo e la direzione che Conte sceglierà di prendere potranno dircelo.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
DECINE DI SOCIETA’ HANNO APERTO IL DOMICILIO FISCALE NELLA ZONA ROSSA PER OTTENERE SGRAVI E RISTORI SENZA AVERNE I TITOLI… MOLTE SONO DI ALTRE CITTA’
Imprese che hanno dovuto chiudere l’indomani del 14 agosto 2018, dopo il crollo del Ponte Morandi e il fermo di tutte le attività nei quartieri di Sampierdarena, Certosa, Rivarolo, Bolzaneto e Pontedecimo rimasti isolati.
Titolari che si sono indebitati per rialzarsi dopo la riapertura. Tanti non ci sono riusciti. Ma anche aziende arrivate nottetempo, come fantasmi, da ogni angolo di Genova, addirittura da Pisa, Brescia, Torino, che hanno aperto il domicilio fiscale all’interno del perimetro disegnato come “zona rossa” o “arancione” dal commissario all’emergenza, il presidente della Regione Liguria Giovanni Toti.
Ditte poi sparite nel nulla, hanno usufruito dei “ristori” o degli sgravi fiscali senza averne i titoli, sulle quali adesso la Procura di Genova ha aperto una delicata inchiesta: al momento indagando una dozzina di titolari e soci, a cui si contesta i reati di falso e truffa ai danni dello Stato
Del resto basta andare di persona in alcune delle sedi dichiarate al fisco per accorgersi che in via Pastorino 38, Genova Bolzaneto, non lontano da quello che oggi è il ponte Genova San Giorgio, non c’è traccia. A Palazzo di Giustizia di Genova li chiamano i “furbetti del ponte Morandi”. Gli sciacalli.
Sulla scia di quanto accaduto in passato a L’Aquila o in Irpinia. «È un’indagine importante è delicata», si limita a dire il procuratore aggiunto Vittorio Ranieri Miniati, che ha affidato il fascicolo ad uno dei tre pm del pool reati contro la pubblica amministrazione.
Il magistrato non dice di più sull’inchiesta, ma spiega il meccanismo: «È lo stesso del reddito di cittadinanza, il soggetto dichiara di avere i requisiti sotto la sua personale responsabilità , poi si tratta di accertare se ha dichiarato il vero o il falso. Ma la Regione al momento è estranea…».
L’indagine è stata affidata ai finanzieri del Primo Gruppo e del Nucleo Operativo Metropolitano di Genova, gli stessi che seguono i diversi filoni sul crollo e su Autostrade. Che a quanto pare negli scorsi giorni hanno depositato un primo elenco di aziende che hanno beneficiato illecitamente dei ristori e degli sgravi fiscali.
Una dettagliata lista di 47 imprese che hanno ottenuto le somme dalla Regione era stata pubblicata nel luglio scorso da Marco Grasso sulle pagine del Secolo XIX. C’è la Progetto Service di Torino, il 18 marzo 2019 sottoposta a sequestro preventivo dalla Dda. La Gbc di consulenza fiscale e la Ovunque Srl (sondaggi), entrambe con stessa sede e la medesima amministratrice di Pontedera, titolare di un forno in Vicopisano (Pisa). La D&P Europe, di un gruppo di società anonime svizzere. Poi 5 diverse aziende con sede in via De Marini (Genova), tutte costituite presso il medesimo notaio di Modena. La Kreactive (call center) amministrata da Kyrylo Horbunov, imprenditore ucraino residente nel Modenese. La titolare di un bed&breakfast sull’Adamello nel 2019 ne ha aperto un altro a Sampierdarena
Poi ci sono le ditte escluse per un cavillo burocratico o un ritardo. Come il Centro Estetico di via Canepari, a Certosa. «Ci troviamo a 245 metri dal limite della zona rossa, ma non abbiamo avuto nessun aiuto – lamenta il titolare Massimiliano Braibanti – : il decreto prevede 15 mila euro come una tantum, ma la Regione ha escluso le società di capitali». Martedì prossimo il Comitato Zona Arancione del Morandi sarà sentito in audizione in consiglio regionale.
D’altra parte, all’indomani del disastro il Decreto-Genova aveva messo a disposizione 235 milioni di euro. Il ministro dello Sviluppo Economico – all’epoca Luigi Di Maio al governo con la Lega – nel marzo 2019 aveva detto: «Tutte le aziende coinvolte nella tragica vicenda del Morandi hanno a disposizione lo strumento della Zona Franca Urbana sul quale sono stanziate risorse necessarie a rilanciare il sistema produttivo e le attività presenti sul territorio».
Non erano i primi soldi a disposizione delle aziende genovesi martoriate dalla tragedia del viadotto Polcevera, e gestiti dal commissario all’emergenza. In primis i ristori da 15mila euro versati alle società in crisi: subito con paletti molto stretti, poi diventati più larghi, di fatto a chiunque sostenesse di aver dovuto cessare la propria attività per colpa del crollo. Perchè la legge ha consentito di ottenere sgravi di 200mila euro sia alle imprese già presenti sul territorio al momento della tragedia, sia a chi invece ha deciso di aprire la propria attività dal 14 agosto 2018 al 31 dicembre 2019.
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
“TENGO CON ME CIO’ CHE E’ MIO, NON QUELLO CHE NON LO E’, ORA VORREI SOLO IL PERMESSO DI SOGGIORNO, LO ASPETTO DA ANNI”
Sorride, timido, e tutto si aspettava tranne questo clamore. “Tengo con me ciò che è mio ma non quello
che non lo è. Per me va così”, dice Regikumar Mariyarasa. A terra, in piazza Politeama, qualche giorno fa ha trovato un portafogli. Nemmeno lo ha aperto. “Ho chiesto prima in giro, a chi passava dalla piazza – racconta nel suo italiano stentato – e poi l’ho consegnato alla polizia”. Il suo senso civico ha commosso il proprietario di quel portafogli, che adesso vuole incontrarlo per ringraziarlo.
Dentro c’erano meno di dieci euro ma c’erano, soprattutto, documenti e carte di credito. Sarebbe stata una giornata nera per quel signore: avrebbe dovuto bloccare le carte e poi rinnovare tutti i suoi documenti. Invece, tutto questo gli è stato risparmiato grazie a Regikumar che, nella nostra città , è un cittadino irregolare perchè senza permesso di soggiorno.
Sembra tutto molto scontato ma non lo è. Regikumar avrebbe potuto mettere in tasca soldi e carte e, invece, con disarmante naturalezza, ha consegnato tutto agli agenti.
Ma la storia di Regikumar Mariyarasa, 32 anni, dello Sri Lanka, colpisce perchè questo giovane uomo dagli occhi nocciola e i modi gentili è un irregolare senza permesso di soggiorno nonostante le sue ripetute richieste.
Anche se lui dice: “Palermo è la mia città e se vedo una carta per terra io la prendo e la getto nel cestino. E se c’è qualcuno da aiutare, io lo soccorro. Sto bene qui ma lotto da 9 anni per essere regolarizzato prima a Palermo, poi in Francia e poi di nuovo a Palermo”.
Regikumar è in attesa da almeno due anni del permesso di soggiorno dopo avere vinto una battaglia legale davanti al giudice di pace, assistito dalla sua avvocata Sonia Spallitta, contro un decreto di espulsione che pendeva sulla sua testa. “C’era stato un vizio procedurale. Adesso sto seguendo l’iter, previsto da una legge dell’anno scorso, per l’emersione del rapporto di lavoro così da regolarizzare la posizione del mio assistito”, spiega la legale.
Regikumar lavora come badante e domestico e ha un contratto, quello sì, regolare. “A Palermo abita mio fratello e questa città è quella dove sento di avere un futuro”, dice lui. A rallentare l’iter del permesso di soggiorno è stato il decreto di espulsione che l’avvocata è riuscita a fare annullare l’anno scorso.
“Da quando è in Italia, da inizio 2020, Regikumar ha lottato contro quel decreto illegittimo. Stiamo seguendo la procedura per la regolarizzazione ma la burocrazia è rallentata anche dal periodo di pandemia. Speriamo in una accelerazione dei tempi”, spiega Sonia Spallitta.
Ma c’è di più. Regikumar da irregolare, intanto, versa i contributi per il suo impiego esattamente come il suo datore di lavoro. Una situazione anomala, se solo si pensa che sono tanti i cittadini regolari che però lavorano in nero. Anche sotto questo punto di vista Regikumar è già un buon cittadino.
Nel suo Paese Regikumar non ha più radici, è scappato a 22 anni per gli scontri tra tamil e cingalesi. Lui è tamil. A Palermo ha lavorato regolarmente, con un permesso di soggiorno, ma poi alla fine del 2018 è stato licenziato e per questo aveva deciso di trasferirsi in Francia, da alcuni parenti, in cerca di un nuovo impiego.
L’esigenza di regolarizzarsi lo aveva spinto a chiedere l’asilo politico. Il giudice del tribunale amministrativo di Montreuil però non ha accolto la sua richiesta per il solo motivo che già vi erano altre autorità (quelle italiane), competenti ad esaminare la questione.
Subito dopo l’arrivo a Venezia in aereo e il trasferimento a Palermo, Regikumar ha ricevuto un decreto di espulsione. Ma lui non era un irregolare perchè aveva un permesso di soggiorno ancora valido. Una vicenda che Repubblica aveva già raccontato l’anno scorso quando l’incubo dell’espulsione era stato scacciato dalla sentenza del giudice di pace.
“Adesso spero di diventare davvero un cittadino palermitano, anche se già mi sento un vostro concittadino”, si augura Regikumar e aspetta che la burocrazia faccia il suo corso.
Il suo gesto di civiltà ha commosso polizia e proprietario del portafogli. Chissà che questa storia di fiducia nel prossimo non riscaldi anche i cuori delle istituzioni che, come ricompensa, potrebbero accogliere per sempre Regikumar nella nostra città .
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
“L’OSPEDALE CI HA REGALATO L’AMORE E IL LAVORO”
Innamorati in piena pandemia, tra le corsie dell’ospedale. Perchè anche tra la sofferenza, le emozioni sono sempre lì, pronte a fiorire.
E’ nata così la storia d’amore di Antonella e Michele, due infermieri in servizio al Policlinico di Bari nei reparti Covid di Nefrologia e Pneumologia. Sguardi intensi attraverso la visiera protettiva, incontri quotidiani sul posto di lavoro e la condivisione emotiva della stessa esperienza.
I due giovani infermieri si sono conosciuti e innamorati in pieno lockdown quando era vietato uscire e si poteva solo andare a lavorare. Probabilmente una storia come tante. Ma la loro fotografia, bardati dalla testa ai piedi, con tutoni, mascherine, guanti, visiera, mentre si baciano simbolicamente, ha fatto commuovere tutti.
Ricordano quasi il famoso quadro “Les Amants” di Magritte, in un paradosso al contrario: i corpi non si toccano tra loro, ma si vedono. Esattamente il contrario di quanto accade nell’opera d’arte.
“Il Policlinico mi ha regalato quello che tutti sognano: l’amore e il lavoro – ha scritto Michele per ringraziare la direzione dell’ospedale – Ho conosciuto medici, operatori sociosanitari, infermieri che non sono mai stati solo colleghi ma degli amici con cui ho condiviso tutto. Gioie e dolore. E in corsia ho conosciuto la mia ragazza e per questo non basterebbero i grazie, perchè senza il Policlinico non ci saremmo mai trovati”. Così oggi festeggiano il loro San Valentino, augurando a tutti gli innamorati di trovare la felicità , anche nei momenti più difficili.
(da agenzie)
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Febbraio 14th, 2021 Riccardo Fucile
DA NEMBRO A AUCKLAND, STORIE DI FABBRICHE E ALI IN CARBONIO… COSA C’E’ DIETRO LA SFIDA CON GLI INGLESI DI INEOS IN PRADA CUP
Scafi sospesi sfreccianti a 90 km orari, 50 nodi pardon, rande tese come lame contro il cielo azzurro
violento dell’emisfero australe, uomini in tuta di carbonio e casco, manovre subitanee, incroci proibiti, computer di bordo, alette laterali che fendono l’acqua
Più che a Leonardo, che coi prototipi c’entra sempre, per risalire alla chimera delle barche volanti, viste magicamente all’opera in questa America’s Cup 2021, bisogna pensare al Lago Maggiore del primo Novecento, le acque cristalline, le Alpi innevate sullo sfondo.
Come per ogni scoperta naturalistica che si rispetti, ci sono foto ingiallite a documentarne la comparsa, e il primo esemplare di idrottero, nome da insetto appunto, o idroplano, o (erroneamente) idrovolante, è lungo dieci metri, largo tre metri e mezzo, ha un motore Fiat di cento cavalli, due coppie di ali a prua e poppa, e sei persone a bordo. Così assemblati, tutti insieme, volano a circa 65 centimetri dal pelo dell’acqua.
Chi lo ha inventato, Enrico Forlanini, è uno di quegli uomini totali – ufficiale, ingegnere, pioniere dell’aviazione – che prima della specializzazione troppo spinta, univano saperi lontani e talvolta lasciavano pietre miliari lungo il progresso tecnologico. Per inciso, è anche il fratello del celebre pneumologo Carlo Forlanini, e la coincidenza è fatale considerato il virus respiratorio che giusto un anno fa emergeva negli ospedali della bergamasca per propagarsi lungo la val Seriana: Alzano e Nembro, strip industriale, arteria extraurbana in cui affluiscono quattromila lavoratori, 376 aziende, un fatturato da 700 milioni l’anno. Un sistema invitato allora a fermarsi, in nome della salute pubblica, e che a fatica arrestò i motori.
Frammento di quello stesso tessuto produttivo che ha tenuto al cospetto della pandemia, tanto che Dario Di Vico sul Corriere della Sera ha recentemente osservato come le fabbriche “rimaste aperte grazie al protocollo imprese-sindacati” hanno fatto sì che “le produzioni industriali rimanessero pienamente incastonate nelle grandi catene internazionali del valore dimostrando l’insostituibilità dei nostri fornitori”. Aspetto, sottolinea Di Vico, nient’affatto scontato: “le nostre imprese avrebbero potuto essere espulse” a vantaggio dei Paesi dell’Est Europa.
Capannoni moderni, tetti in laminato, preesistenze industriali, piazzali e storie di provinciali di successo come Pierino Persico, che invece del garage, buono per le imprese di silicio, sfrutta un sottoscala di Albino, nel 1976, per produrre i primi stampi per moto, macchine da scrivere, anche giocattoli. Legno, alluminio, acciaio, plastica, silicone.
Così a forza di disegnare, modellare, fresare, accade che dal cantiere di Nembro in una sera di fine settembre esca incellophanato e lucido un monoscafo di 75 piedi (23 metri) e 6,5 tonnellate dal nome Luna Rossa pronto per essere imbarcato sull’aereo cargo gigante Antonov 124, destinazione Auckland, Nuova Zelanda.
Proprio dall’altra parte del mondo si trova il campo di regata della 36esima edizione della competizione sportiva più antica del mondo, da quando la goletta “America” del New York Yacht Club sconfisse il britannico Royal Squadron.
Allora, era il 1851, a veleggiare erano i cosiddetti schooner (due alberi di cui quello anteriore più basso), eleganti bestioni di 29 metri con bompressi di 5 metri. A guardarli oggi — sempre su foto ingiallite dal tempo — ricordano i narvali, gli unicorni marini narrati da Jules Verne. Prue affilate e scafo in cedro inclinato nell’acqua, allora — e soltanto fino a qualche anno fa — insieme al vento, elemento decisivo, fluido con cui giocare, in cui immergersi e riaffiorare potenti.
Acqua, quest’oggi, ridotta a superficie pericolosa. Lo ha spiegato bene Francesco De Angelis, lo skipper di Luna Rossa che trionfò nella Louis Vuitton Cup nel 2000: “Ogni volta che tocchi l’acqua in quelle condizioni di vento è una frenata fortissima e quindi devi essere capace di fare tutta la regata sollevato”.
Acqua come schermo dove disegnare il campo di regata a uso delle tv, e specchio bidimensionale, in cui scafi senza bulbi profondi e asperità si limitano a riflettere le loro scocche aerodinamiche, sollevate dai “foil”, le alette laterali, appendici tecnologiche e intelligenti che — loro sì — con i flutti devono avere a che fare.
Ma è un rapporto violento e istantaneo, una rapina delle leggi della fisica, quella che le ali, comandate da bracci mobili in carbonio a norma di regolamento identici per tutti i team, costruiti e testati proprio nei magazzini bergamaschi, ordiscono e compiono.
Un misfatto complottato ad arte, che American Magic, prima di essere annientata dai nostri eroi, aveva già promesso di cancellare dalle prossime edizioni in caso di vittoria. Ora, dovessero batterci gli inglesi superbi di Ineos, del Royal Yacht Squadron, il circolo dei re, fortissimi anche nelle provocazioni verbali — le battaglie navali si sono sempre vinte anche sui nervi — il futuro sarebbe comunque delle barche volanti.
Andrà così? Patrizio Bertelli, compagno di vita e di passioni di Miuccia Prada e patron di Luna Rossa, ha già scommesso su questa nautica senza gravità e pronosticato un’invasione di velisti dei cieli, ma “ci vorranno forse una ventina di anni”. Il tempo di attrezzare linee produttive e — immaginiamo — banchine e porti, in grado di ospitare scafi con appendici delicate e ingombranti.
Difficile anche arrestarlo, il processo evolutivo in corso. L’America’s Cup da sempre è stata non solo sfida sportiva, ma anche occasione di sviluppo tecnologico e vetrina dei campioni nazionali dell’industria, vessillo di ricchezza e modernità . Scontro tra budget straordinari: 90 milioni di euro del consorzio Prada Pirelli contro 120 milioni di sterline messi sul tavolo da Sir Jim Ratcliffe, magnate del Regno Unito.
Quando Gianni Agnelli accettò di finanziare Azzurra pregando lo skipper di tutti gli italiani, Cino Ricci, pizzetto e sguardo lungo, di “non fargli fare la figura dei cioccolatai”, sapeva bene cosa voleva dire: imporsi nel club delle big tech della vela è come entrare nel G8. Nei grandi del pianeta.
E questa fu appunto la sensazione che si provò in quegli anni ’80, la stessa che conoscono da decenni tutti gli appassionati della Rossa, della Ferrari che provò a portare l’Italia ricostruita dalla guerra sulle piste della modernità . E il parallelismo con la Formula 1 non è casuale, se si pensa che proprio la Mercedes ha aiutato i nostri rivali, con cui in questi giorni ci si confronterà , se necessario, fino alla tredicesima regata della Prada Cup, l’ultimo ostacolo per prima della sfida con i Defender di New Zealand. Gli ingegneri del reparto F1 hanno giocato un ruolo centrale. “Abbiamo lavorato con loro negli ultimi due anni, ci hanno aiutato in termini di progettazione e produzione”, ha dichiarato Sir Ben Ainslie, timoniere di Ineos.
Certo, c’è chi storce il naso, chi ha negli occhi gli interminabili bordi di poppa, un refolo di vento a gonfiare lo spinnaker rosso del Moro di Venezia.
C’è chi non ama alla follia gli undici uomini di equipaggio incassati in vani come dannati del bob a 4. Concentrati e attenti a non sbagliare, considerato che un errore a tali velocità può costare molto di più di una semplice scuffiata.
Un’altra icona di stile, baffoni e occhiali a specchio, ghigno beffardo, come Paul Cayard, lo skipper che nel ’92 portò l’Italia e Raul Gardini a un passo dal sogno, pensava peggio. Credeva che le grandi velocità — oggi una bolina può durare una manciata di minuti — lo annoiassero del tutto. Non è proprio così, però di una cosa prova nostalgia. “A me mancano — ha confessato – le storie degli uomini, le manovre a bordo, l’azione ravvicinata: gli spinnaker che esplodono, i prodieri che cadono in acqua, le barche poppa contro prua con i timonieri che si sgolano per ottenere la penalità ”.
E anche Cino Ricci, pur inchinandosi alla modernità , e giurando sul fatto che se fosse nato 60 anni dopo sarebbe stato lì col timone in mano, provava un certo straniamento già qualche edizione fa, come raccontò nel 2015 in una memorabile intervista a Gianni Clerici: “Ma era diverso, e non voglio dire migliore, il clima. Allora inventavamo partitelle di calcio, e grandi bevute di birra con i nostri avversari. Ora stanno tutti chiusi, mi pare non ci sia comunicazione tra i team, e insomma c’è sicuramente meno divertimento, e forse meno umanità ”.
Considerato che la marineria, l’andar per oceani, pratica ormai millenaria, arte civile e militare, non è una questione da liquidare così, persino mezzi assonnati per il fuso orario rispetto ai grandi arcipelaghi del Pacifico, non rimane che registrare un’ennesima coincidenza, in questa storia di sport, tecnica, business e natura.
Una coincidenza che riguarda gli uomini e una maledetta domenica in cui i primi due malati di Covid entravano nel pronto soccorso dell’ospedale di Alzano Lombardo. Giorno zero da cui divampò il focolaio di Nembro, quel 23 febbraio 2020. Un anno dopo, gli abitanti di quelle terre potrebbero risvegliarsi con un senso di risarcimento verso il destino.
(da “Huffingtonpost”)
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Febbraio 13th, 2021 Riccardo Fucile
IN POLITICA CONTANO I VALORI E LA VISIONE DEL MONDO: DRAGHI QUALI E CHI RAPPRESENTA?
Premesso che i governi siamo abituati a giudicarli sulla base dei fatti e tale è il criterio a cui ci siamo sempre attenuti con tutti gli esecutivi degli ultimi 14 anni (pari agli anni di vita del nostro blog), segnalando le decisioni che condividiamo e quelle che ci trovano critici, non siamo tra coloro che si adattano “a tutte le stagioni” e lanciano grida di gioia quando la politica viene scippata (anche se per manifesta incapacità della sua classe dirigente) dalle sue prerogative e ci si affida a “tecnici”, veri o presunti.
In primo luogo perchè gestire un Paese non è come amministrare un condominio dove basta un onesto ragioniere, ma occorre fare scelte “politiche” in ogni caso, privilegiando una visione piuttosto che un’altra.
Quindi sgombriamo il campo dalla narrazione che il governo Draghi non abbia una sua collocazione.
Si è definito europeista (e fin qui ci siamo, almeno in linea teorica), atlantista (e qui ci siamo meno, essendo fautori di una Europa-Nazione indipendente dai blocchi Usa-Russia-Cina) , liberista ( è cosa diversa da essere eticamente liberali), oggi facilmente coniugabile con prossimità agli interessi imprenditoriali se non a gruppi finanziari (e qui proprio non ci siamo).
Un governo con “dentro tutti” può andare bene se “di scopo”, ovvero che affronti le due emergenze “pandemia” e “recovery” e basta: qualche mese e poi si vota (la scadenza prevista invece è almeno un anno, quando Draghi andrà al posto di Mattarella e libererà la poltrona di premier).
E’ impensabile che visioni contrapposte possano durare di più di qualche mese.
I partiti dovrebbero essere al servizio dei propri elettori, prendono il consenso sulla base dei propri programmi e a tale delega dovrebbero attenersi.
Nello specifico: una destra “sociale”, dove noi ci collochiamo, MAI andrebbe a sostenere un governo con i razzisti, tanto per capirci, il discorso con loro è chiuso, come accade in altre parti d’Europa.
E non abbocchiamo alla “svolta europeista” della Lega, costruita su misura per poter partecipare al banchetto dei 209 miliardi. Se un partito politico legittimamente vuol cambiare linea politica manda a casa il segretario interprete della linea precedente e ne nomina uno nuovo: così è sempre stato per tutti i partiti del dopoguerra.
Se rimane quello di prima è una presa per il culo.
Se poi la sinistra avesse la nostra stessa coerenza e i tanti presunti “moderati europeisti” lo dimostrassero anche nei fatti, i sovranisti sarebberoda tempo ai margini della vita politica.
Basta con la favola della “fine delle ideologie” per giustificare i più sconci poltronismi: senza visione del mondo non esiste politica, ideali e valori.
E i nostri sono all’opposto dei mercanti xenofobi, dell’egoismo, della ignoranza, dei favori agli evasori, dell’istigazione all’odio razziale, dei politici arrestati per collusioni mafiose.
Meritocrazia vuol dire dare possibilità di partenza uguali a tutti (ricchi e poveri, bianchi e neri) e poi far emergere i migliori nei rispettivi settori, senza con questo affogare i più deboli, aumentare le diseguaglianze e bloccare l’ascensore sociale.
Il secondo motivo del No al governo Draghi sta nella sua formazione: doveva essere un governo “dei migliori” , è finito per essere una ammucchiata di politici bolliti. Salviamo solo Lamorgese e Speranza, che hanno dimostrato competenza, il resto è quasi tutto da dimenticare.
Il terzo motivo è nella presa in giro sulla “transizione ecologica”, cui dovrà essere destinato il 37% del Recovery.
Quel ministero in Francia raggruppa gli ex ministeri delll’Ambiente, dello Sviluppo economico e delle Infrastutture, strettamente connesse.
Draghi lo fatto diventare un Ministero dell’Ambiente mascherato per i pirla grillini, non solo togliendo le Infrastutture, ma pure lo Sviluppo Economico, assegnato alla Lega.
Come affidare la tutela dell’ambiente ad aziende che gettano i rifiuti nelle discariche abusive.
Nessuna visione “ambientalista” come ci raccomanda l’Europa, ma tutto si ridurrà a finanziare le imprese per una riconversione ipotetica a una produzione un po’ meno inquinante. Mentre calerà una colata di cemento e quattrini per cantieri che continueranno ad aggravare il dissesto idrogeologico del nostro Paese, per il quale non si spenderà un euro (e si continueranno a contare morti per frane, alluvioni, eventi sismici che ci costano 10 miliardi l’anno).
Perchè non si investe qualche miliardo del Recovery per costruire o ristrutturare le case popolari, garantendo finalmente la fine della “guerra tra poveri” alla ricerca di un tetto? Almeno la colata di cemento avrebbe un senso.
Ultimo motivo che non ci convince è il modo in cui si è arrivati al governo Draghi: con un killer professionista che esegue la mission proprio quando occorre spartirsi i fondi del Recovery, che da mesi va in pellegrinaggio a Città della Pieve, con la pressione di gruppi industriali del nord per “riaprire i cantieri”, con l’interesse dei fondi finanziari internazionali.
Al di là della manovalanza, chi c’e’ dietro a questa operazione?
Questa è la domanda che dovrebbero porsi gli italiani, oltre a porsi la domanda fondamentale: “chi rappresenta” il governo Draghi?
Basta dare un’occhiata ai gruppi editoriali che hanno monopolizzato la stampa e che suonano la grancassa per avere una prima risposta.
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Febbraio 13th, 2021 Riccardo Fucile
IN MIGLIAIA FIRMANO LA PETIZIONE PER RIVOTARE SU ROUSSEAU, LO STATUTO LO PERMETTE: IL SUPERMINISTERO ALLA TRANSIZIONE ECOLOGICA NON ESISTE. E’ UN PACCO DI DRAGHI, AVALLATO DA GRILLO E DAI NOTABILI M5S
Non si placano le polemiche nel M5S per la nascita del governo Draghi, anzi. La squadra del nuovo
premier e la mancata unione tra il Mise e l’Ambiente per il nuovo ministero per la Transizione ecologica voluto da Beppe Grillo hanno alimentato la rabbia e le divisioni interne.
Sulle chat degli eletti rimbalza un articolo dello statuto che permette di ripetere il voto entro cinque giorni. In serata il deputato Giuseppe D’Ambrosio in serata ha annunciato l’addio al Movimento.
Alle 18 è iniziata l’assemblea dei senatori. Almeno in sette hanno annunciato che a Palazzo Madama giovedì voteranno no alla fiducia: sono Lannutti, Dessì, Crucioli, Abate, Lezzi, Giannuzzi e La Mura
In serata potrebbe essere convocata una riunione congiunta degli eletti con Vito Crimi per placare i nervi. Alle 21.30, invece, si terrà il vertice dei deputati grillini.
“Il momento che stiamo attraversando è difficilissimo. C’èdelusione, frustrazione ed incertezza e comprendo le ragioni di tutti. Ma il momento impone di mantenere la calma”, scrive il capogruppo M5s a palazzo Madama, Ettore Licheri ai senatori.
“So – sottolinea in un altro passaggio – che e’ dura per tutti figuratevi per me, ma sforziamoci di mantenere i nervi saldi e lavorare per il bene del Movimento. Non c’è niente di irreversibile e per tutto c’è sempre una soluzione. Se restiamo uniti senza litigare la troveremo”.
Intanto il Garante e fondatore del Movimento, Beppe Grillo, con un posto sul suo blog tenta di frenare la volontà dei dissidenti di votare no alla fiducia a Draghi e prova a convincere i grillini sulla necessità di appoggiare l’esecutivo. “13 febbraio 2021. Vi ricorderete questa data. Perchè da oggi si deve scegliere. O di qua, o di là – scrive Grillo – E’ di una transizione cerebrale di cui abbiamo bisogno”, aggiunge.
Dopo l’addio di Alessandro Di Battista, i dissidenti del M5S sferrano un nuovo attacco ai vertici del Movimento e reclamano un nuovo voto su Rousseau. Altrimenti diranno no al governo Draghi.
Lo scrive oggi la senatrice Barbara Lezzi su Fb: “Questa mattina ho inviato, insieme ad alcuni colleghi, una mail al Capo Politico, al Comitato di garanzia e al Garante per segnalare che la previsione del quesito posta nella consultazione dell’11/02/21 non ha trovato riscontro nella formazione del nuovo Governo. Non c’è il super-ministero che avrebbe dovuto prevedere la fusione tra il Mise e il ministero dell’Ambiente oggetto del quesito. Chiediamo che venga immediatamente indetta nuova consultazione. E’ evidente che, in assenza di riscontro, al fine di rispettare la maggioranza degli iscritti, il voto alla fiducia deve essere No”.
Nelle chat interne divampa il malcontento e parte il processo ai vertici per la gestione delle trattative che hanno portato alla formazione dell’esecutivo. La deputata Margherita Del Sesto parla di restaurazione e invoca il ritorno all’opposizione, mentre la collega Angela Masi chiede la possibilità di votare secondo coscienza alla luce della larghissima maggioranza che sostiene il nuovo esecutivo targato Mario Draghi. Doveva essere il governo dei migliori’, scrive la deputata Valentina Corneli, e invece è diventato un “governicchio di mezze cartucce” che vede il M5S fuori dai ministeri politici di peso. Ricorre a parole dure Maria Luisa Faro, Commissione Bilancio: il M5S è morto e non sismo stati noi ad ucciderlo, scrive la parlamentare pugliese parafrasando Nietzsche. E poi ancora, un senatore: “Basta, abbiamo toccato il fondo. Non possono far parlare soltanto i Di Maio Boys…”.
D’Ambrosio: “Lascio il Movimento”
“Lascio il Movimento 5 Stelle”. Lo annuncia su Facebook il deputato Giuseppe D’Ambrosio. “E’ da qualche ora che provo a scrivere questo post, cancellandolo e riscrivendolo diverse volte, perchè è difficile parlare di una intensa, forte e lunga storia d’amore che si interrompe con grande sofferenza – prosegue – dopo aver tentato in ogni modo di seguire quello che pensavi potesse aiutare a recuperare da un ‘vicolo cieco’ che ormai è diventato purtroppo evidente a tutti”.
Poi conclude il posto scrivendo: “Non posso dimenticare – insiste il deputato – di essere stato paracadutato nel 2013 in Parlamento, grazie ad un miracolo fatto da un visionario come Beppe Grillo per poi realizzare, con un gruppo meraviglioso, 5 anni di opposizione durissima a tutti coloro che dal 2018 però, ci hanno minato da dentro, cambiandoci e trasformandoci in peggio”.
“Sarà un appoggio condizionato. La squadra non convince semplicemente perchè non è una squadra. Sono quote di rappresentanza di ogni partito che ha manifestato la volontà di sostenere Draghi”. A mostrare perplessità sul nuovo Draghi è anche il deputato e presidente della commissione Affari costituzionali Giuseppe Brescia. Un “moderato” tra i 5 Stelle, vicino all’ala di Fico.
“L’appoggio – scrive su Facebook Brescia- sarà condizionato come condizionata è stata la scelta di proseguire nel solco della maggioranza e non relegarsi all’Aventino. Preciso dovere del Movimento sarà vigilare affinchè ogni centesimo sia investito nell’interesse comune. Così come sarà fondamentale difendere le importanti conquiste raggiunte in questi anni”.
Il senatore Emanuele Dessì annuncia da subito il suo voto contrario: “Stamattina invece è tutto molto chiaro e mi permette di poter affermare con sicurezza che voterò NO al governo Draghi. Ci sarà modo, fin dalle prossime ore, per discutere insieme sui motivi di questa scelta”.
Dello stasso avviso il senatore grillino Nicola Morra: “Non posso avere fiducia in un governo che mi sembra essere, per certi versi, Jurassic Park”, rimarca il presidente della commissione Antimafia, contestando la presenza nell’esecutivo di Forza Italia, “nata – ha detto Morra – anche grazie a uomini che avevano relazioni con Cosa Nostra”.
La petizione su Change org
E mentre, come accennato, nelle chat degli eletti rimbalza un articolo dello Statuto del M5S in cui si legge chiaramente che è possibile ripetere il voto entro 5 giorni, sulla piattaforma ‘Charge.org’ è spuntata intanto una petizione per ripetere il voto su Rousseau di giovedì scorso, sondaggio che in poche ore ha raggiunto oltre 3.000 adesioni.
(da agenzie)
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