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CONTAGI TRA I NO VAX 10 VOLTE MAGGIORI

Dicembre 10th, 2021 Riccardo Fucile

LE CURE AI NO VAX COSTANO 70 MILIONI AL MESE

Il 77/mo Instant Report Covid-19 dell’Alta Scuola di Economia e Management dei Sistemi Sanitari (Altems) dell’Università Cattolica lo dice chiaro e tondo: il contagio da Coronavirus tra i non vaccinati è dieci volte più frequente rispetto ai vaccinati. Secondo l’analisi di Altems in questo momento in Italia sperimentiamo l’esistenza di quattro pandemie a diversa velocità (non vaccinati, vaccinati entro 5 mesi, vaccinati da oltre 5 mesi e vaccinati con la terza dose), con gli ultimi che sono i più protetti.
Le quattro pandemie
«Il 67% dei vaccinati da oltre 5 mesi – dice il professor Americo Cicchetti, direttore di Altems – non verrebbe contagiato se fosse stato sottoposto a vaccinazione con terza dose, e questo avrebbe permesso una riduzione del numero totale dei contagi pari a circa 29.319 su 44.023 contagi verificatisi negli ultimi 30 giorni».
Nel periodo che va dal 29 ottobre al 28 novembre le infezioni nella popolazione vaccinata con terza dose si fermano a 25,03 ogni 100 mila abitanti a settimana, a seguire c’è la popolazione vaccinata entro 5 mesi con più del doppio dei nuovi casi (61,06). Nei vaccinati oltre 5 mesi invece l’incidenza dei contagi schizza a 90,04 ogni 100 mila abitanti.
La mortalità grezza (ovvero il rapporto tra deceduti e popolazione) è infine pari a 0,77 per 1.000 abitanti, in aumento rispetto ai dati del 29 novembre (0,70). Il dato più elevato si registra in Friuli-Venezia Giulia (al 3,75) e Provincia autonoma di Bolzano (3,19). La letalità grezza apparente (ovvero i deceduti nell’intervallo di tempo considerato) a livello nazionale è stata invece pari al 1,57 per 1.000 in calo rispetto ai dati del 29/11 (1,77 x 1.000). L’indice di positività al test è pari al 19,95%: risulta positivo, dunque, circa 1 paziente su 6 nuovi soggetti testati, in aumento rispetto alla settimana precedente. Infine, gli ingressi in terapia intensiva fanno registrare un valore medio di 0,70 x 100.000 (0,66 nella settimana precedente).
Il costo della mancata vaccinazione
Altems a ottobre aveva anche calcolato un altro dato interessante. Ovvero il costo dei non vaccinati ricoverati per il Sistema Sanitario Nazionale. La stima, ricordata oggi dal Fatto Quotidiano, dice che il costo giornaliero di un ricovero in area medica è stimato in 709 euro. Quello in terapia intensiva in 1.680. La vaccinazione, nel primo periodo preso in esame, avrebbe potuto evitare 5.932 ricoveri in area medica (in questo caso il costo supera i 51 milioni) e 715 in terapia intensiva (oltre 18,7 milioni). In totale si è verificata «una spesa di quasi 70 milioni tra il 13 agosto e il 12 settembre, di 64 tra il 15 settembre e il 15 ottobre».
Alessandro Vergallo, presidente di Aaroi-Emac, a cui fanno capo i medici anestesisti e rianimatori, ha stimato che la spesa corre a causa di costi diretti e indiretti: «C’è un costo di default, che è una sommatoria di logistica, reparti che fanno da supporto, personale, numero di posti letto occupati. In linea generale possiamo calcolare circa mille euro a paziente al giorno. Ma parliamo solo di costi diretti, riferiti a un sistema sanitario non in affanno. Poi ci sono quelli indiretti, dovuti a rallentamenti, trasferimenti, attivazione di nuovi posti letto, aumento delle liste d’attesa».
(da agenzie)

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LA MULTINAZIONALE CHE HA LICENZIATO TRE DIPENDENTI ITALIANI IN VIDEOCHIAMATA

Dicembre 10th, 2021 Riccardo Fucile

E’ LA YAZAKI ITALIA, CON SEDE NEL TORINESE

È arrivata anche in Italia la modalità di licenziamento in videochiamata usata recentemente negli Stati Uniti per 900 lavoratori della società di mutui Better.com che ha fatto molto discutere.
Su Teams, piattaforma diventata diffusissima con l’avvento dello smart working, tre lavoratori della Yazaki Italia, società multinazionale che produce e commercializza cablaggi e sistemi di distribuzione elettrica per autoveicoli, si sono sentiti dire questo messaggio: “Lei è licenziata con effetto immediato, da domani la sua mansione sarà svolta in Portogallo e dunque a lei è interdetto l’accesso a ogni nostro stabilimento”. Una doccia gelata a ridosso di Natale.
Yazaki ha 91 dipendenti nella sede di Grugliasco, vicino Torino, e vanta il gruppo Stellantis tra i maggiori clienti. Due dei tre dipendenti licenziati sono torinesi, mentre il terzo lavora per il magazzino che Yazaki ha a Pastorano, in provincia di Caserta. Tutti e tre sono over 40 e lavorano in smart working come amministrativi.
I sindacati si sono prontamente mobilitati: oltre alla Cisl, anche la Filcams Cgil si è attivata, dando un ultimatum di tre giorni all’azienda per il ritiro dei provvedimenti di licenziamento: in caso contrario scatterà lo sciopero.
“Una decisione che dimostra come il valore umano sia considerato pari a zero da questa multinazionale. La comunicazione è stata fatta dai responsabili italiani dell’azienda, dicendo che era stato deciso così a livello europeo e che loro non potevano farci niente”, dice Stefania Zullo, dirigente di Fisascat, che aggiunge: “Li hanno chiamati uno per uno, la mia collega mi ha telefonato subito dopo, in lacrime. Non è un comportamento accettabile. Non c’è stato il minimo dialogo, né un tentativo di ricollocamento per queste tre figure altamente professionalizzate”. La sindacalista incolpa la Yazaki di aver preso tempo e non essere stata chiara con i dipendenti: “Avevamo chiesto un incontro lo scorso 10 settembre con l’azienda: in tutta risposta, nelle stanze dell’Unione Industriale dove ci avevano ricevuti, eravamo stati accusati di credere a notizie infondate”.
(da agenzie)

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ARRESTATO PER CORRUZIONE IL COMANDANTE DELLA POLIZIA URBANA DI MESSINA

Dicembre 10th, 2021 Riccardo Fucile

AVEVA CREATO UN SISTEMA PER GARANTIRE IL MONOPOLIO A UN’AZIENDA

Il comandante della polizia metropolitana di Messina, Antonio Triolo, è tra le sette persone arrestate nella notte dai carabinieri al termine di una inchiesta per corruzione. Per lui sono stati disposti gli arresti domiciliari, stessa misura per altri agenti della polizia locale del comune di Letojanni, tra cui anche il comandante dei vigili del piccolo comune ai piedi della rocca di Taormina, Alessandro Molteni.
Nel provvedimento firmato dal gip di Messina Maria Militello ci sono anche un ispettore della stessa “municipale” di Letojanni, Santo Triglia, e la moglie Gaetana Cardile, la figlia del comandante Molteni, Elisa, e due imprenditori, Antonino Navarria, amministratore della “Sos strade srl” e il titolare della “La car”, definita dagli investigatori azienda satellite, Andrea Lo Conti.
L’indagine è partita in seguito a un incidente stradale avvenuto in un piccolo comune vicino Messina, Mongiuffi Melia. Pur non essendo quello un territorio di competenza, intervenne una pattuglia della polizia locale di Letojanni. Un dipendente comunale raccontò poi ai pm come funzionava il sistema: anche nelle località limitrofe, si è scoperto che ad intervenire per ripulire la strada dai detriti delle auto danneggiate era sempre la stessa ditta, la “Sos Strade srl”, sprovvista di convenzione, e che molto spesso era preceduta da un intervento sempre la stessa pattuglia della Municipale di Letojanni, con gli stessi due vigili. Gli inquirenti hanno accertato l’esistenza di un “rapporto privilegiato” tra il titolare e i due agenti. Per l’inchiesta, il coinvolgimento del comandante della polizia metropoliana Triolo è dovuto al fatto che «in qualità di pubblico ufficiale (dirigente dell’ufficio), si sarebbe adoperato per consentire alla Sos Strade di avere il monopolio nel servizio di ripristino delle sedi stradali nel territorio della Città metropolitana di Messina,
Nei loro confronti sono state formulate le accuse di associazione per delinquere finalizzata alla commissione di reati contro la pubblica amministrazione, contro la fede pubblica e contro il patrimonio. La “Sos strade” è stata sequestrata. La ditta, a sua volta, utilizzava per gli interventi altre due ditte: la “Elta Service”, le cui quote societarie erano della moglie dell’ispettore e della figlia del comandante; e la “La Car” che aveva il compito di rimuovere le auto incidentate.
(da agenzie)

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UNGHERIA, LO SCHIAFFO DELLA CORTE COSTITUZIONALE A ORBAN: “NIENTE PRIMATO NAZIONALE SUL DIRITTO EUROPEO”

Dicembre 10th, 2021 Riccardo Fucile

RESPINTO IL RICORSO DALLA CORTE COSTITUZIONALE UNGHERESE

Seguendo l’esempio della Polonia, il governo aveva fatto ricorso sullo stop ai migranti condannato dalla giustizia europea, ma è stato respinto
La Corte costituzionale ungherese ha respinto un ricorso del primo ministro Viktor Orban contro il primato del diritto dell’Unione europea.
Il ricorso del premier Orban riguardava una sentenza della Corte di Giustizia europea secondo la quale l’Ungheria aveva violato la legge della Ue permettendo alla polizia di respingere fisicamente i richiedenti asilo al confine con la Serbia.
“Il caso non può essere oggetto di un riesame del giudizio della Corte di Giustizia europea” né può portare ad un “esame del primato della legge Ue”, ha deciso la Corte costituzionale di Budapest.
(da agenzie)

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MADRI CHE CEDONO I FIGLI PER FAME: E’ L’AFGHANISTAN DEI TALEBANI, CENTO GIORNI DOPO IL TRADIMENTO DELL’OCCIDENTE

Dicembre 10th, 2021 Riccardo Fucile

LE STORIE DI BIBI E FATIMA, AFFIDATE A SAVE THE CHILDREN

A cento giorni dal ritiro delle forze occidentali dall’Afghanistan, malgrado tutti gli appelli e le promesse di non abbandonare il popolo afghano, milioni di famiglie lottano ogni giorno per soddisfare il più basilare dei bisogni: nutrirsi.
Il Paese sta affrontando la peggiore crisi alimentare mai registrata e sempre più famiglie sono costrette a gesti estremi pur di sopravvivere.
Gesti estremi come quello di Bibi, una madre costretta a cedere uno dei suoi gemelli a un’altra famiglia in cambio di soldi.
O come quello di Fatima, che ha ricevuto pressioni dalla famiglia per abbandonare uno dei suoi figli gravemente malnutrito pur di salvare l’altro
Entrambe hanno raccontato la loro storia a Save The Children, che da tempo, insieme ad altre ong, denuncia la strage di innocenti che si sta compiendo mentre l’Occidente sembra aver voltato gli occhi dall’altra parte.
Bibi, 40 anni, e suo marito Mohammad, 45, non hanno avuto nessuna alternativa se non affidare uno dei loro gemelli nati pochi mesi fa a un’altra famiglia senza bambini perché non hanno abbastanza soldi per sfamare i loro otto figli. “Non abbiamo niente, come potrei prendermi cura di loro? È stato terribile dividerli, è stata una decisione molto difficile, più di quanto possiate immaginare”, ha raccontato agli operatori della ong, spiegando di aver accettato, con il cuore in pezzi, una piccola somma in cambio del bambino. “Non potevo permettermi latte, cibo o medicine. Con quei soldi posso comprare cibo per sei mesi”. La famiglia è stata costretta ad abbandonare la propria fattoria circa sette mesi fa a causa della siccità prolungata che ha devastato i raccolti e spinto milioni di persone sull’orlo della carestia.
L’economia afghana, fortemente dipendente dagli aiuti internazionali, è piombata in un baratro in seguito all’acquisizione del potere da parte dei talebani.
Le riserve di 9 miliardi di dollari della banca centrale afgana, la maggior parte delle quali detenute negli Stati Uniti, sono state congelate e il Fondo monetario internazionale ha bloccato circa 450 milioni di dollari a causa della “mancanza di chiarezza” sul nuovo governo.
Le Nazioni Unite stanno cercando di raccogliere 4,5 miliardi di dollari per evitare il peggio, ma con gli aiuti esteri bloccati e il sistema bancario vicino al collasso, l’economia è strangolata dalla mancanza di liquidità.
Martin Griffiths, sottosegretario generale per gli Affari Umanitari e coordinatore dei Soccorsi di emergenza delle Nazioni Unite, ha avvertito in un’intervista ad Associated Press che il collasso economico dell’Afghanistan “sta accadendo sotto i nostri occhi” e ha esortato la comunità internazionale ad agire per fermare “la caduta libera” prima che porti a ulteriori morti.
“Stiamo vedendo che il crollo economico è esponenziale. Sta diventando sempre più terribile di settimana in settimana”, ha dichiarato, esortando i Paesi donatori a riconoscere che gli aiuti umanitari d’emergenza non bastano ed è necessario sostenere i servizi di base per il popolo afghano. Si tratta di elettricità, ospedali, istruzione – settori vitali che rischiano la paralisi, con dipendenti che non vengono pagati da mesi e stanno scivolando a loro volta sotto la soglia di povertà.
La questione della liquidità – ha invocato il responsabile Onu – deve essere risolta entro la fine dell’anno. Per fare un esempio, 4 milioni di bambini non vanno a scuola e altri 9 milioni smetteranno presto di andarci per un motivo molto semplice: il 70% degli insegnanti non viene pagato da agosto. “Se non facciamo qualcosa, tutta la discussione sul diritto delle donne e delle ragazze allo studio diventerà puramente accademica”, ha detto. “Il mio messaggio di oggi è un campanello d’allarme sulle conseguenze umanitarie del collasso economico e sulla necessità di intraprendere un’azione urgente”.
La leadership dei talebani ha vietato tutte le transazioni in valuta estera e ha esortato gli Stati Uniti ad allentare le sanzioni e a scongelare i beni afghani all’estero affinché il governo possa pagare insegnanti, medici e altri dipendenti del settore pubblico. Le Nazioni Unite – ha spiegato Griffiths – stanno chiedendo denaro agli Stati Uniti e ad altri donatori, assicurando che i soldi non andranno ai talebani ma arriveranno, tramite i canali Onu, direttamente alle persone che ne hanno bisogno: insegnanti, medici, fornitori di elettricità e altri dipendenti pubblici.
Le conseguenze del collasso dell’economia afgana – ha avvertito – stanno diventando ogni giorno più evidenti: segnalazioni di ospedali senza elettricità; aumento dei casi di malnutrizione grave, con tre o quattro bambini costretti a dividere un letto d’ospedale; decine di migliaia di medici, insegnanti e dipendenti pubblici non pagati che lottano per sopravvivere. L′80% delle fonti di elettricità è “sull’orlo dell’interruzione – ha dichiarato – e senza elettricità si hanno automaticamente conseguenze pesanti”.
Il rappresentante Onu si recherà a Washington il 21 dicembre per incontrare il Segretario di Stato americano Antony Blinken per “discutere del collasso dell’economia afgana”. Ma ogni giorno che passa rende sempre più difficile, per la stragrande maggioranza della popolazione, affrontare l’inverno. “La crisi economica sta mettendo fuori portata il cibo essenziale, provocando un grave aumento della malnutrizione acuta tra i bambini”, afferma il World Food Programme, impegnato sul campo in operazioni salvavita.
Si prevede che in Afghanistan oltre il 97% della popolazione scenderà al di sotto della soglia di povertà entro la metà del prossimo anno. Le più penalizzate sono donne come Fatima, madre sola di due gemelli di 18 mesi, che ha subito pressioni dalla famiglia per abbandonare Ara, la più debilitata da una grave malnutrizione.
“I bambini hanno pianto tutta la notte perché avevano fame. Non abbiamo niente in casa, non abbiamo cibo, né farina, niente”, ha raccontato Fatima a Save the Children. “Mio marito non ci manda soldi, mi dice ‘lasciala morire’. Altri invece si sono offerti di ‘comprarla’, ma io non sono riuscita a lasciarla”
Il collasso dell’economia ha distrutto quella che un tempo era la classe media del Paese. Emblematica è la storia di Hadia Ahmadi, un’insegnante di 43 anni che ha perso il lavoro dopo che i talebani hanno preso la capitale afghana ad agosto. Oggi siede sul ciglio di una strada, a Kabul, cercando di guadagnare l’equivalente di qualche centesimo lucidando scarpe. “Ho cominciato a farlo quando ho visto che i miei figli avevano fame”, ha raccontato a Reuters. La sua famiglia ha rappresentato i progressi compiuti da una parte della società durante i 20 anni di governo appoggiato dall’Occidente. Dopo un decennio di insegnamento, con un marito impiegato come cuoco in un’azienda privata e una figlia con un lavoro come impiegata in un’agenzia governativa, hanno goduto di una modesta prosperità che è stata spazzata via nel giro di poche settimane.
Con le scuole femminili chiuse a tempo indeterminato, il suo lavoro è stato il primo a scomparire, ma presto anche il marito e la figlia hanno perso tutto. Un figlio che studiava informatica è stato costretto a rinunciare al corso quando la famiglia non poteva più permettersi le tasse universitarie. Tutta Kabul è tappezzata di cartelli di case in vendita, mentre le famiglie cercano di raccogliere fondi per mangiare.
Se si va avanti di questo, “la fame e la malnutrizione causeranno più vittime delle bombe e dei proiettili dell’ultimo ventennio”, è l’allarme lanciato dal centro studi International Crisis Group (ICG), che chiede alla comunità internazionale di intervenire per evitare una tragedia ancora peggiore. ICG accusa la comunità internazionale di aver creato dal 2001 “un Paese completamente dipendente da aiuti e fondi provenienti dall’estero”, salvo poi tagliare il sostegno dopo il ritorno al potere dei talebani. Il rapporto non risparmia critiche all’Emirato talebano, definito “assolutamente responsabile per la situazione”, “incapace di gestire il Paese e creare un governo inclusivo”, “irrispettoso dei diritti umani”. Secondo il network di analisti, dietro il taglio dei fondi vi sarebbe una precisa volontà di alcuni Paesi occidentali di punire i talebani, decretandone il fallimento. Peccato che a pagare il prezzo più alto siano, ancora una volta, civili innocenti.
(da Huffingtonpost)

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QUELLI CHE HANNO CREDUTO ALLA CIRCOLARE DELLA SCUOLA BAVA BECCARIS DI BUGLIANO CHE VIETAVA IL NATALE

Dicembre 10th, 2021 Riccardo Fucile

ALLA FINTA CIRCOLARE, ACCOUNT SATIRICO DI UN COMUNE CHE NON ESISTE, ABBOCCANO I PIRLA SOVRANISTI

Fiorenzo Bava Beccaris è stato un senatore del Regno d’Italia, ma è tristemente noto per essere il generale che guidò la repressione e il “ripristino dell’ordine” durante i moti di Milano del 1898, quando la popolazione protestava contro l’aumento dei prezzi del pane e il peggioramento delle condizioni dei lavoratori.
La sua decisione fu di sparare sulla gente. Il bilancio fu di 82 morti e 450 feriti, anche se alcune fonti stimano numeri più alti, intorno alle 120 vittime.
Difficile – insomma – che uno così, pur se insignito del titolo di grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia dal re Umberto I, possa vedersi intitolata una scuola elementare.
Il dettaglio deve però essere sfuggito ai creduloni che hanno dato per buona una circolare del fittizio “Istituto Comprensivo Bava Beccaris” del Comune di Bugliano, account satirico e di parodia di una località non esistente che spesso è riuscito a convincere i più distratti della veridicità dei suoi strani comunicati.
Stavolta a far strappare i capelli i più bigotti e conservatori – il target preferito del Comune di Bugliano – è stato un avviso con il quale si vietava all’interno della scuola primaria intestata al generale sanguinario di esporre decorazioni natalizie “per non turbare le persone di altre religioni o atee”.
Il documento, firmato dalla dirigente scolastica anch’essa inesistente chiamata “Rosa Liffoni”, contiene diversi passaggi assurdi come il “divieto di portare renne a scuola anche se dotate di guinzaglio e museruola” e si conclude con un “hasta la victoria siempre” decisamente fuori contesto.
Non sono bastati tutti questi elementi per far suonare un campanello nella testa di molti che hanno letto e gridato allo scandalo.
“Il sindaco sarà sicuramente del Pd”, affermano alcuni, mentre molti altri se la prendono con la fantomatica preside fittizia: “Avrà preso l’idea dai paesi islamici”, oppure “È fuori di testa, cambiate scuola ai vostri figli”.
(da agenzie)

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LA DOPPIA GAFFE DI SALVINI SU PATRICK ZAKI: “FELICE CHE UN ITALIANO RITORNI IN ITALIA”

Dicembre 10th, 2021 Riccardo Fucile

MA DUE MESI FA PER LUI DARGLI LA CITTADINANZA ITALIANA ERA UNO SPOT INUTILE

Quella di Patrick Zaki era una “cittadinanza spot che non risolve i problemi”, voluta da Letta per motivi ideologici e non finalizzata ad “ottenere il risultato”, vale a dire la scarcerazione del giovane studente egiziano.
Oggi, invece, Matteo Salvini si dice “felice che un italiano possa tornare in Italia”. Lo dice con un istante di esitazione, mentre guarda negli occhi la giornalista che gli ha posto la domanda.
Dove sia il trucco non si sa, fatto sta che il leader della Lega è passato in sei mesi (le dichiarazioni contro la proposta di Pd e M5s di conferire la cittadinanza a Zaki erano del 17 giugno scorso) a riconoscere l’italianità de facto dello studente dell’Università di Bologna.
Sia al Senato che alla Camera la Lega aveva poi votato la mozione, con la sola astensione di Fratelli d’Italia “nella convinzione che un’ingerenza del Parlamento italiano non aiuterà la situazione”
E lo ha fatto in modo anche maldestro, oltre che poco coerente: Zaki non “tornerà in Italia”, come sostiene lui, perché il 1° febbraio dovrà presentarsi di nuovo in Aula per affrontare il processo, e al momento non è in programma un ritorno nella sua Bologna. Nella lista dei politici pronti ad accoglierlo si è già iscritta Liliana Segre, che questa mattina su La Stampa ha pubblicato una lettera nella quale rivendica la sua decisione di appoggiare in Parlamento la proposta di conferirgli la cittadinanza e si dice speranzosa di poterlo incontrare presto, desiderio espresso dallo stesso Zaki che in carcere le aveva scritto diverse volte per ringraziarla, specificando di volerle consegnare le lettere di persona.
Intervistato proprio dal quotidiano piemontese, ha risposto: “Ho bisogno di tempo per riposare veramente e ritrovare il mio equilibrio, perché è stato un periodo lungo e niente affatto facile. Sto provando a comprendere cosa succede adesso intorno a me”. A specifica domanda sul suo futuro Zaki ha detto: “Appena avrò il permesso di viaggiare partirò per Bologna: l’ho già detto, voglio continuare i miei studi, è la mia priorità”.
(da agenzie)

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BERLUSCONI FA SHOPPING QUIRINALIZIO IN CORAGGIO ITALIA

Dicembre 10th, 2021 Riccardo Fucile

QUAGLIARIELLO: “STOP O TI MOLLIAMO”

Il Corriere della Sera riporta una voce di Transatlantico. “Berlusconi non perdona, ha messo nel mirino Toti e ha dato ordine ai suoi di riprendersi almeno la metà dei 12 ex azzurri che se ne sono andati in Coraggio Italia”.
Tra conferme e smentite, è l’operazione Quirinale del Cav, che ci crede sempre di più e cerca voti in Parlamento. Raccontano che il presidente di Forza Italia senta di avere in tasca 480 Sì. E poiché gliene mancano 25 per coronare i suoi sogni quirinalizi, ha sguinzagliato i cacciatori di teste in Parlamento, oltre a lisciare il pelo ai 5 stelle.
Gaetano Quagliariello, vice presidente di Coraggio Italia, gruppo dirigente insieme a Giovanni Toti e Luigi Brugnaro, risponde così, intervistato dal Fatto Quotidiano: “Prenderci 2 o 3 parlamentari e indispettirne 30 è una cosa politicamente stupida, perché finisce che nessuno lo vota”.
Il consiglio dell’ex azzurro è che “Berlusconi dovrebbe diventare il candidato dell’area di Governo. Come direbbe De Gaulle: Vasto programma”. Secondo Quagliariello, Mario Draghi ”è la prima candidatura” per il Quirinale, “anche se non l’unica”.
(da agenzie)

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SI DIMETTE CAPO DIPARTIMENTO IMMIGRAZIONE DEL VIMINALE, LA MOGLIE INDAGATA PER CAPORALATO

Dicembre 10th, 2021 Riccardo Fucile

16 PERSONE INDAGATE, 5 ARRESTATE A FOGGIA

La moglie del capo del Dipartimento per le libertà civili e immigrazione del Viminale, Michele di Bari, è tra le 16 persone indagate in un’inchiesta per caporalato dei Carabinieri e della procura di Foggia che ha portato all’arresto di cinque persone, due delle quali in carcere. Michele di Bari “ha rassegnato le proprie dimissioni”, rende noto il Viminale.
In carcere sono finiti due cittadini stranieri, un senegalese e un gambiano, mentre nei confronti degli altri tre arrestati da parte dei carabinieri sono stati disposti i domiciliari.
Per gli altri 11 indagati, tra i quali appunto la moglie del prefetto Di Bari, è scattato l’obbligo di firma. L’indagine, che ha interessato attività comprese tra luglio ed ottobre 2020, ha portato anche ad una verifica giudiziaria su oltre dieci aziende agricole riconducibili ad alcuni degli indagati.
Dall’inchiesta emerge che i braccianti lavoravano anche 13 ore al giorno, piegati sui campi di pomodoro del foggiano e guadagnando cinque euro per ogni cassa riempita. Importo che dovevano versare a un uomo di 33 anni del Gambia per il trasporto e per l’attività di intermediazione. Era il 33enne ad annotare su un quaderno le quantità di prodotto raccolto da ogni bracciante. Ed era sempre lui a riportarli su mezzi precari e di fortuna, nell’accampamento di Borgo Mezzanone in cui vivono accampate tra sporcizia e illegalità, almeno duemila persone
L’indagine è il prosieguo dell’operazione “Principi e caporali” che nell’aprile scorso ha portato all’arresto di 10 persone e al controllo giudiziario di alcune aziende agricole.
Controllando le campagne di Manfredonia (Foggia) riconducibili a una azienda agricola di Trinitapoli (Barletta – Andria – Trani) i militari si sono imbattuti nei braccianti stranieri impiegati senza rispetto dei contratti di lavoro, delle norme di sicurezza sui luoghi di lavoro e in condizioni igienico – sanitarie precarie.
Gli agricoltori avevano consegnato i loro documenti al presunto caporale che – a loro dire – si sarebbe occupato dei contratti e degli stipendi. Con lui un 32enne senegalese che avrebbe fatto da anello di congiunzione tra le imprese agricole del territorio, una decina, e i braccianti. Sarebbe stato lui a fornire ai lavoratori “specifiche sulle modalità di comportamento in caso di accesso ispettivo da parte dei carabinieri”.
Per gli investigatori, i due cittadini stranieri e le aziende avrebbero creato “un apparato quasi perfetto”, che andava dall’individuazione della forza lavoro necessaria per la lavorazione dei campi, al reclutamento fino al pagamento, risultato “palesemente difforme rispetto alla retribuzione stabilita dal ccnl, nonché dalla tabella paga per gli operai agricoli a tempo determinato della provincia di foggia”.
Le buste paga, infatti, sono risultate false perché contenenti un numero di giornate lavorative inferiori a quelle realmente svolte dai lavoratori e prive di riposi e ferie. I lavoratori inoltre, non sarebbero stati sottoposti alla prevista visita medica. Il volume d’affari annuo delle dieci aziende sottoposte a controllo giudiziario ammonta a cinque milioni di euro.
(da agenzie)

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