Destra di Popolo.net

L’EX MINISTRA SOCIALISTA SÉGOLÈNE ROYAL: “MACRON AVEVA TROPPO POTERE, HA PERSO CONTATTO CON IL PAESE”

Giugno 21st, 2022 Riccardo Fucile

“HA FATTO UNA POLITICA TROPPO FAVOREVOLE AI RICCHI E POCO ATTENTA AI MENO FORTUNATI. E POI COLPEVOLIZZA I CITTADINI PARLANDO DEL DEFICIT PUBBLICO E DELLA RIFORMA DELLE PENSIONI, QUANDO LE GRANDI AZIENDE FRANCESI QUOTATE FANNO UTILI RECORD E LE COMPAGNIE ENERGETICHE REGISTRANO GUADAGNI STRAORDINARI MENTRE I CITTADINI FATICANO A FARE IL PIENO DI BENZINA”

«Quando si detiene per troppo tempo un potere eccessivo si diventa sordi e ciechi. Macron per cinque anni ha esercitato un potere totale. Conquistato secondo le regole e tramite elezioni democratiche, ci mancherebbe, ma questo sistema ha mostrato tutte le sue mancanze. Negando a Macron la maggioranza assoluta, i francesi hanno sacrificato un po’ di governabilità per avere più democrazia. E io penso che sia un bene».
Ségolène Royal, già candidata presidenziale socialista nel 2007, più volte ministra e deputata, è stata la prima a invocare l’unione della sinistra dietro Mélenchon, già in occasione del voto per l’Eliseo.
C’è una forma di soddisfazione personale?
«Non lo nego. Ho sempre pensato che l’unione della sinistra fosse la strada da percorrere, e che Mélenchon fosse l’uomo più forte in grado di realizzarla. Poi, certo, sono anche preoccupata per il blocco attuale, ma una soluzione verrà trovata».
Ritorno del Parlamento?
«Lo spero. È sbagliato dare tutti i poteri a una persona solo per non doversi preoccupare di cercare compromessi e alleanze. La politica è anche questo, mediazione, ricerca di intese. Questa situazione inedita per la Francia potrebbe farle bene. L’Assemblea nazionale torna ad avere un ruolo, mentre prima serviva solo per ratificare le decisioni di Macron».
Perché dice che Macron era diventato sordo e cieco?
«Basta guardare chi ha nominato come primo ministro: Elisabeth Borne, che era la ministra dei Trasporti all’origine della carbon tax che fece scoppiare la rivolta dei gilet gialli. La Francia è stata scossa da una protesta enorme, lei si rifiutava di ritirare quella tassa ingiusta, e comunque adesso è diventata premier. Significa che Macron ha perso il contatto con il Paese, troppo potere fa male».
Queste elezioni sono una svolta?
«Penso di sì, perché al di là della maggioranza che verrà trovata i francesi hanno chiarito che non ne possono più di decisioni tecnocratiche. Vogliono una politica più umanista, pensata per le generazioni future. Più ecologia, più tutela dei servizi pubblici, che sono il patrimonio di chi non ne ha».
Macron ha pagato anche il progetto di portare l’età della pensione a 65 anni?
«Credo che abbia perso così tanti seggi perché negli ultimi cinque anni ha fatto una politica troppo liberale, troppo favorevole ai ricchi e poco attenta ai meno fortunati. E di nuovo colpevolizza i cittadini comuni parlando del deficit pubblico e della riforma delle pensioni, quando le grandi aziende francesi quotate in Borsa fanno utili record e le compagnie energetiche registrano guadagni straordinari mentre i cittadini faticano a fare il pieno di benzina. È un modello economico che non funziona più».
Oltre ai tanti seggi della Nupes di Mélenchon e alla erosione della coalizione governativa, l’altro elemento è l’ingresso in massa dei deputati lepenisti.
«E anche qui Macron ha una responsabilità. Prima, alle presidenziali, ha chiesto i voti dell’estrema sinistra per fare sbarramento contro Marine Le Pen e conquistare l’Eliseo. Poi, alle legislative, temendo che Mélenchon avanzasse troppo, ha equiparato estrema sinistra e estrema destra. Così ha legittimato i lepenisti, che infatti hanno ottenuto un grande successo».
Ora che cosa succederà?
«A inizio luglio ci sarà la prima mozione di censura, vedremo se il governo cadrà o se troverà qualche alleanza. Intanto, mi rallegro che il Parlamento sia rinato, anche grazie a nuovi deputati come la donna delle pulizie Rachel Kéké».
(da il Corriere della Sera)

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86 SOCIETA’ E UN TESORO DI ALMENO 4,5 MILIARDI DI DOLLARI RUBATI AL POPOLO RUSSO: E’ LA RETE DI VILLE, CASTELLI E YACHT DIETRO CUI SI NASCONDE IL TESORO DI PUTIN

Giugno 21st, 2022 Riccardo Fucile

MOLTI DI QUESTI ASSET SONO RICONDUCIBILI A “BANK ROSSIYA-2, LA BANCA CHE IL TESORO AMERICANO DEFINISCE TESTUALMENTE “LA BANCA PERSONALE DI PUTIN”

Una serie di società, palazzi, ville, yacht – in tutti questi anni di volta in volta offerti all’uso personale di Vladimir Putin da oligarchi o suoi amici d’infanzia – sono adesso collegati tra loro dall’utilizzo della stessa infrastruttura online, un dominio web (LLCInvest.ru) che non è disponibile sul mercato, quindi utilizzabile solo da parte di una organizzazione che vi ha accesso.
Nel network i dirigenti di queste società e questi asset – molti dei quali riconducibili in ultima analisi a Bank Rossiya, la banca che il Tesoro americano definisce testualmente «la banca personale di Putin» – discutono di mosse comuni, coordinano operazioni fiscali e finanziarie, decidono insieme come gestire un mega yacht, in quale rimessaggio andare, o chi deve ristrutturare e come un palazzo.
È una delle nuove scoperte di un consorzio internazionale di numerosi giornalisti, Occrp in Europa e Meduza in lingua russa, che hanno avuto accesso ad alcune mail leakate da un’azienda di servizi internet, Moskomsvyaz, strettamente collegata a Bank Rossiya.
L’azienda non opera per privati cittadini, ma lo studio di questa notevole tranche di mail ha connesso (almeno) 86 società e entità no profit che controllano un tesoro di (almeno) 4,5 miliardi di dollari.
Questo network è incaricato di gestire, e celare, proprietà rilevantissime. Alcune erano note, per esempio il celebre «Palazzo di Putin» sul Mar Nero, a Gelendzhik, ma non si sapeva che fossero collegate tra loro. Per esempio nel newtork c’è una villa a nord di San Pietroburgo, che sul luogo tutti chiamano «La Dacia di Putin», che era di proprietà di Oleg Rudnov, amico d’infanzia di Putin, ed ereditata dal figlio di lui Sergey, attraverso una società chiamata North. Rudnov utilizza gli indirizzi e-mail di LLCinvest.ru.
O come per esempio il resort sciistico Igora, nell’oblast di Leningrado, dove la figlia di Putin Katherina Tikhonova si sposò nel 2013 con Kirilll Shamalov, personaggi che abbiamo già incontrato e intestatari di pezzi del tesoro putiniano.
Questo resort – progettato in mattoni da un grande architetto finlandese a inizio novecento – appartiene a una società russa, Ozon, di cui è maggior azionista Yuri Kovalchuk, appunto presidente di Bank Rossiya (e anche di CTC, il colosso dei media che impiega come co-presidente Alina Kabaeva, l’attuale compagna di Putin). La società madre di Ozon usa anch’ essa l’account mail LLCInvest.ru. Che, ripetiamolo, non è disponibile sul mercato. La proprietà è ricondotta anche qui a Yuri Kovalchuk e suo figlio Boris.
Nel leaks c’è un affascinante edificio rivestito in legno a nord di Pietroburgo, noto come «La Capanna del pescatore»: viene fuori che tre società, collegate nel dominio LLCInvest.ru, possiedono i terreni circostanti, e una quarta ha gestito la costruzione della «Capanna». Questa società – di cui La Stampa vi raccontò in anteprima – si chiama Revival of Maritime Traditions, ed è una delle quattro società che il Tesoro americano ha direttamente collegato a Putin, ordinando il sequestro di alcuni yacht ritenuti riconducibili a lui. La «Revival», che oggi è sotto sanzioni americane, possiede due dei diversi yacht putiniani, lo Shellest e il Nega.
Il Dipartimento del Tesoro scrive che Putin utilizza lo yacht Nega per viaggiare nel nord della Russia, e invece lo Shellest si muove ciclicamente davanti a dove? Al «palazzo di Putin». Quello di Gelendzhik. Un terzo yacht, Aldoga, è nel network LLCIinvest ma risulta di una società (Pulse) di proprietà di Svetlana Krivonogikh, ritenuta l’ex amante di Putin, e azionista di minoranza di quale banca? Rossiya, ovviamente.
Gli yacht delle società LLCInvest trascorrono spesso l’inverno in un deposito per yacht vicino alla città finlandese di Kotka (la stessa dove è appena stato trovato il presunto yacht di Dmitry Medvedev, «Fotinia»). Il deposito è gestito da un altro amico di Putin, Dmitry Gorelov, che sarebbe connesso alla costruzione del Palazzo sul Mar Nero dall’inchiesta Navalny.
Se sono coincidenze, sono strabilianti e miracolose. Se ha ragione il vecchio whistleblower russo Sergey Kolesnikov, una vasta famiglia si trova collegata in un network online in cui tornano sempre gli stessi nomi. Per esempio Ghennady Timchenko e Petr Kolbin, amici di gioventù di Putin, entrambi oggi plurisanzionati, che gestiscono alcune società dotate di un po’ di cash (700 milioni di dollari, per le prime necessità, forse). Tra le società che usano il dominio, una delle più pubbliche è Russair, che gestisce alcuni degli aerei Falcon su cui hanno volato persone legate all’entourage presidenziale.
Tra cui probabilmente Alina Kabaeva, la compagna del presidente russo. Il Cremlino nega e risponde che «il presidente della Federazione Russa non è collegato o affiliato in alcun modo con i beni e le organizzazioni menzionati». Bank Rossiya non risponde. Nessuno dei dirigenti nei leaks risponde alle domande inviate dal Consorzio di giornalisti. Tranne uno. Che spiega tutte queste coincidenze così: «Sono un dipendente umile e mi faccio gli affari miei. Io firmo solo documenti. Se la mia azienda facesse parte di una grande holding, non lo saprei». Parole sagge, visto cosa succede a certi dirigenti russi.
(da la Stampa)

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IL FALSO DOCUMENTO DEL MINISTERO DELLA DIFESA UCRAINO SUI BIOLABORATORI DIFFUSO DAI MEDIA RUSSI

Giugno 21st, 2022 Riccardo Fucile

IL SOLITO DOCUMENTO TAROCCATO PURE MALE DALLA PROPAGANDA CRIMINALE RUSSA

Il media filogovernativo russo Izvestia ha diffuso l’immagine – sgranata – di un documento attribuito al Ministero della Difesa ucraino, ma questo contiene diversi errori
Circola un presunto documento segreto nel quale il Presidente dell’Ucraina, Volodymyr Zelensky, avrebbe ordinato la distruzione dei presunti documenti compromettenti che proverebbero l’esistenza dei biolaboratori che, secondo la narrazione diffusa dai filorussi, sarebbero gestiti in accordo con gli Stati Uniti per creare armi biologiche.
Non solo, viene citata anche la società Metabiota che viene associata a sua volta con Hunter Biden, figlio del Presidente degli Stati Uniti. A diffondere il documento è stato il sito filogovernativo russo Izvestia attraverso il proprio canale Telegram lo scorso 14 giugno 2022, ma risulta contenere diversi errori.
Per chi ha fretta
Il documento diffuso dal media filogovernativo russo Izvestia è molto sgranato e di pessima qualità, elementi che permettono di nascondere eventuali errori commessi dalla manipolazione di un programma di fotoritocco.
I riferimenti alle norme ucraine risultano sbagliati.
Il modo in cui vengono riportati gli indirizzi risulta scorretto e non corrispondente all’ucraino.
Non è la prima volta che vengono diffusi documenti contraffatti e tradotti dal russo all’ucraino, in malo modo come nel caso in esame.
Gli errori russi del documento
A verificare il documento sono stati i colleghi di Insider lo scorso 15 giugno 2022. Nella loro analisi, sono stati riscontrati diverse anomalie che riconducono a un documento inizialmente scritto in russo e poi tradotto in ucraino
In alto a destra viene riportata la dicitura «п.1.13ВДТ-2020», un riferimento a un’ordinanza pubblica del 2020 dei Servizi di sicurezza dell’Ucraina riguardo le informazioni che costituiscono segreto di Stato. Ciò che risulta anomalo è non esiste un paragrafo 1.13 nel documento.
Esiste un paragrafo 1.1.3, come evidenziato da Insider, ma questo riguarda i documenti relativi al comando e la gestione delle forze armate, non di istituzioni mediche.
Tra i principali errori c’è quello relativo all’indirizzo in alto a destra, dove la scritta «via» viene riportata con la parola «ул» e non con la versione ucraina «вул», come correttamente riportato nei documenti e nei siti ufficiali. Cercando l’indirizzo della sede dei Servizi di sicurezza dell’Ucraina («Служба безпеки України») possiamo notare questa differenza
Ulteriore anomalia è presente nell’indirizzo dei Servizi di sicurezza dell’Ucraina: la parola «sicurezza» («безпеки») è scritta in maiuscolo («Безпеки»), mentre questa viene riportata in minuscolo nei documenti ufficiali.
Conclusioni
Il documento diffuso dal media filogovernativo russo Izvestia, oltre ad essere estremamente di bassa qualità (impedendo l’individuazione di eventuali modifiche con un programma di fotoritocco), presenta diversi errori che indicano come lo stesso sia stato tradotto dal russo all’ucraino. I riferimenti alle norme ucraine, inoltre, risultano sbagliati per il tipo di documento e le presunte intenzioni.
(da Open)

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LA NUOVA ESILARANTE VERSIONE DELLA DIRETTRICE DI RUSSIA TODAY: “NESSUNA OPERAZIONE SPECIALE, E’ UNA GUERRA CIVILE E PUTIN AIUTA IL SUO POPOLO”

Giugno 21st, 2022 Riccardo Fucile

QUEL POPOLO A CUI LUI E GLI ALTRI DELINQUENTI DEL CREMILO HANNO FOTTUTO MILIARDI

Margarita Simonyan, direttrice di Russia Today e principale megafono della propaganda del Cremlino, è tornata a parlare della guerra in corso tra Russia e Ucraina.
Invitata a un programma televisivo in seguito a un incontro «segreto» con il presidente russo Vladimir Putin, la giornalista, incalzata sull’esito del colloquio, rilascia qualche «indiscrezione».
Prima di tutto, rivela di aver espresso al presidente la sua impazienza nell’ottenere una vittoria nel Donbass e distruggere i centri decisionali della regione. Ma, sottolinea la giornalista, «non vogliamo trasformare questi luoghi nella prossima Stalingrado, perché lì c’è la nostra gente, le nostre future città».
La giornalista poi spiega di aver visto il video di un soldato ucraino catturato e arresosi alle forze russe, dalla faccia «totalmente russa».
Il ragazzo racconta di essersi arruolato perché costretto dalla leva obbligatoria e Simonyan prende ad esempio la sua esperienza per portare avanti la sua tesi: «Dobbiamo capire che non tutti loro sono liberi. Ci sono numerosi nazisti e persone indottrinate, con cui non c’è molto da fare, se non ucciderli. A questo ragazzo non interessava vivere o morire. Non combatteva con alcun sentimento patriottico, perché sa perfettamente che non stava difendendo la sua madre patria, bensì gli interessi di qualcun altro», spiega.
«È ovvio per tutti che non c’è nessuna guerra tra Russia e Ucraina. E non c’è nemmeno un’operazione speciale nei confronti delle forze armate ucraine – sostiene Simonyan -. C’è una guerra civile: una parte di popolazione russofoba, antirussa nello stesso senso in cui i fascisti erano antisemiti, sta distruggendo un’altra parte del suo stesso popolo. La Russia sta solo aiutando una di queste due parti belligeranti. Perché questa in particolare? Perché sono russi, ovviamente. È la nostra gente. Dall’altra ci sono solo antirussi. Questo è tutto».
Presente anche al Petersburg Economic Forum, la direttrice di Russia Today non ha perso l’occasione di esprimere un altro commento sulla guerra in corso, entrando questa volta ancora più nel vivo delle questioni strategiche. «Inizierà una carestia e loro toglieranno le sanzioni e diventeranno amici con noi, perché realizzeranno che è impossibile non essere nostri amici», ha detto quasi divertita Simonyan, come a dire: siamo consapevoli di star usando l’ombra di una crisi alimentare e della fame come arma di guerra e ricatto, ma va bene così.
(da agenzie)

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“TOGLIERÒ IL DISTURBO”: NELLO MUSUMECI SPIAZZA TUTTI, È PRONTO A FARE UN PASSO INDIETRO SULLA RICANDIDATURA A GOVERNATORE DELLA SICILIA

Giugno 21st, 2022 Riccardo Fucile

CON SALVINI E BERLUSCONI CHE NON VOGLIONO NEMMENO SENTIRE IL SUO NOME, MUSUMECI SI È ROTTO LE PALLE DI ESSERE CONSIDERATO IL CANDIDATO ZOPPO

Amareggiato. Per essersi sentito trascurato, lasciato solo davanti all’ostilità degli alleati dal suo stesso partito, Fratelli d’Italia, esposto alle critiche degli alleati come quelle di Gianfranco Micciché – ieri omaggiato in un messaggio ai palermitani da Silvio Berlusconi per i grandi risultati ottenuti in Sicilia – che in un’intervista al Corriere della Sera ha ribadito la contrarietà alla sua ricandidatura e le critiche: «Gioca da solo, non passa mai la palla. Ci fa perdere».
Tutto troppo, per Nello Musumeci. Che ieri, da presidente della Regione quasi a fine mandato (si voterà in autunno), parlando degli interventi sulla cultura ancora da completare ha detto: «Ci sarà il mio successore», perché «io toglierò il disturbo».
Parole a sorpresa, visto che Musumeci aveva detto che aveva tutte le intenzioni di ricandidarsi, e successivamente non spiegate: «Quello che ho detto è stato sentito, ognuno gli dia l’interpretazione che vuole, io non ho nulla da dire adesso. Incontrerò la stampa nei prossimi giorni».
In realtà, ai fedelissimi il presidente della Sicilia aveva confessato che si sarebbe aspettato un diverso appoggio dal suo partito di riferimento, che invece finora aveva rimandato la questione a dopo i ballottaggi.
Ignazio La Russa conferma che negli ultimi giorni non c’erano stati contatti, ce ne saranno nei prossimi, e non vuole ancora considerare affatto chiusa la partita: «Credo che Nello voglia un appoggio unanime, e ha ragione. Non si può continuare a essere logorati. Dovremo ragionare insieme, perché come abbiamo sempre detto, se ci sono candidati migliori di lui parliamone, ma finora nessuno ha avanzato ipotesi».
Ma è chiaro che si apre un altro percorso, visto che sia Micciché che la Lega sono pronti a trattare. Il coordinatore azzurro della Sicilia d’altronde aveva usato i toni giusti con FdI: grande rispetto per Meloni e disponibilità a «decidere insieme», ovvero a tenere conto del risultato importante nazionale e anche nell’isola del partito. Ovvero: se c’è un candidato gradito a Fratelli d’Italia, se ne parli.
Si vedrà, la partita è delicatissima, ma il cammino di Musumeci adesso è più che in salita. Sia perché Cateno De Luca, che in Sicilia conta molto, aveva già detto che si sarebbe candidato contro Musumeci se fosse sceso in campo, sia perché avanza anche un terzo polo, guidato da Fabrizio Ferrandelli che a Palermo ha ottenuto un lusinghiero risultato, e FI guarda sempre più al centro.
Adesso la parola passa ai leader del centrodestra, che ancora non hanno ritrovato l’unità di un tempo. Berlusconi ribadisce che «il centrodestra ha bisogno di essere unito» ma avverte che non bisogna «perdersi in questioni sterili come la discussione sulla futura leadership» e ricorda: «Dove siamo andati divisi, mai per nostra iniziativa, abbiamo fatto un regalo insperato alla sinistra».
(da il Corriere della Sera)

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IL LIMITE DEL DOPPIO MANDATO (REGOLA DIFESA STRENUAMENTE DA GRILLO) RIGUARDA 68 GRILLINI CHE SONO A FINE CORSA (TRA CUI DI MAIO)

Giugno 21st, 2022 Riccardo Fucile

CHI STA CON CONTE E’ CONVINTO CHE OTTERRÀ “UN CERTO NUMERO DI DEROGHE”, CHI PENSA DI NON AVERE UNA NUOVA RICANDIDATURA, SI SCHIERA CON DI MAIO

Non è solo Giuseppe Conte contro Luigi Di Maio. Né tanto meno, come suggeriva ieri Roberto Fico, Di Maio contro il Movimento 5 stelle. Dietro l’implosione grillina c’è soprattutto la via del tramonto parlamentare intrapresa da molti degli eletti della prima ora.
La guerra fratricida che sta sconquassando la base pentastellata si consuma infatti attorno al vincolo del doppio mandato. L’ultima regola aurea dei cinquestelle, così faticosamente difesa fino a questo momento da Beppe Grillo, sarà messa ai voti a fine mese. E il risultato, spiega un parlamentare grillino addentro alle recriminazioni, «sarà che Conte confermerà il limite» ma otterrà carta bianca «per un certo numero di deroghe».
Vale a dire che l’avvocato potrà salvare chi si dimostrerà fedele e scaricare chi invece ha scelto la parte opposta della barricata. Tant’ è che nei giorni scorsi proprio il ministro degli Esteri, divenuto volto simbolo dei futuri epurati, ha provato a incastrarlo: «Invito gli iscritti a votare secondo i principi fondamentali». Semplificando al massimo, al netto dei rispettivi fedelissimi, chi è in lizza per la scialuppa di salvataggio blandisce Conte, mentre chi si reputa senza speranza si schiera con Di Maio e quindi minaccia di andarsene.
Sui 227 eletti oggi rimasti alle Camere (155 deputati e 72 senatori) ben 68 sono a fine corsa. Tra questi però solo i cosiddetti big nutrono qualche speranza di ottenere un salvacondotto. Una deroga appunto, che magari non li riporterà in Parlamento ma può garantirgli – urne permettendo – un posto al sole da capolista a Bruxelles, alle Regionali o come extrema ratio un qualche ruolo di primo piano all’interno del partito (sono un centinaio le cariche previste da statuto).
Anche perché i posti in Aula saranno molti meno: in primis per il taglio dei parlamentari deciso da questa legislatura e in secondo luogo per i risultati deludenti a cui sembra andare incontro il Movimento di Conte.
Gli indiziati principali sono Fico, il ministro Roberto D’Incà (considerato vicino al presidente della Camera), Vito Crimi, Carlo Sibilia, Fabiana Dadone o Giuseppe Brescia, Laura Bottici.
La posizione più chiacchierata oggi come oggi è però quella di Paola Taverna. Ha fatto discutere lo strano silenzio della pasionaria cinquestelle, vice-segretario di Conte, che anche nel bollente Consiglio nazionale di domenica è stata piuttosto conciliante.
Pure se in un’intervista ha provato a ricalibrare, in molti vedono nel suo attendismo un messaggio all’avvocato. Come lei anche l’ex guardasigilli Alfonso Bonafede o il capogruppo alla Camera Davide Crippa. Quest’ ultimo in realtà, nel Consiglio ha impostato la sua riflessione su un altro assunto: assieme a chi è ormai consapevole che non verrà rieletto, ci sono pure i morosi.
E cioè quel centinaio di parlamentari che, almeno dalla fine del 2021, ha smesso di restituire al partito 2.500 euro al mese. Stando all’ultimo rendiconto del cassiere Claudio Cominardi mancano all’appello almeno 2 milioni di euro. Una voragine che diventerebbe incolmabile se i parlamentari morosi se ne andassero dal partito.
Sfogliando la margherita dei probabili non derogati ci sono diversi indipendenti che potrebbero fare la parte del leone in un’eventuale scissione. Tra questi Riccardo Fraccaro, Giovanni Endrizzi, Daniele Del Grosso, Diego De Lorenzis, Donatella Agostinelli, Alberto Airola. Ma la fetta più consistente è rappresentata dai tanti dimaiani.
La viceministra Laura Castelli, i sottosegretari Manlio Di Stefano e Dalila Nesci, Mattia Fantinati, Maria Edera Spadoni, Gianluca Vacca, Sergio Battelli, Francesco D’Uva, Sergio Puglia, Azzurra Cancelleri, Federica Daga. Ci sono poi due casi limite, quelli dei senatori Danilo Toninelli e Andrea Cioffi. Entrambi si sono detti indisponibili a ricandidarsi ma, soprattutto per quanto riguarda l’ex ministro, la deroga potrebbe essergli accordata a furor di popolo.
(da il Messaggero)

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DI MAIO VERSO L’ADDIO: IN CORSO RACCOLTA FIRME PER GRUPPO AUTONOMO ALLA CAMERA

Giugno 21st, 2022 Riccardo Fucile

TRA OGGI E DOMANI VERRA’ UFFICIALIZZATO

L’addio è inevitabile e i tempi saranno strettissimi.
Stando alle indiscrezioni arrivate da alcune fonti parlamentari all’agenzia Ansa, i “dimaiani” stanno già raccogliendo le firme per costituire un gruppo autonomo alla Camera: il numero minimo è 20 deputati. L’annuncio della nuova formazione attorno al ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, potrebbe essere dato tra oggi e domani.
A quanto si capisce, sarà fatto a prescindere da come finirà la mediazione in corso tra governo e Movimento a proposito della risoluzione che sarà messa in votazione subito dopo l’intervento di Mario Draghi di oggi pomeriggio alle 15.
I contatti tra Di Maio e i parlamentari più vicini sarebbero diventati più intensi proprio in queste ore. Secondo le fonti di Ansa, tra l’altro, il numero di deputati che intendono aderire alla nuova formazione sarebbe già ora superiore alla quota minima di venti.
Lo scouting dei ‘dimaiani’ per costituire una nuova compagine parlamentare si è intensificato, di molto, tra ieri e oggi: “Telefoni roventi, stanno provando a sondare tutti…”, confida un eletto grillino all’Adnkronos. Alla Camera il nuovo gruppo plasmato dal titolare della Farnesina sarebbe già pronto: “Il numero esatto dei componenti ancora non c’è perché potrebbero aggiungersi ulteriori indecisi dell’ultima ora ma penso che nel pomeriggio avremo il numero definitivo”, spiega un deputato ‘dimaiano’. Secondo fonti ‘contiane’ sarebbero tutt’al più una ventina, massimo venticinque gli eletti intenzionati a seguire Di Maio nella sua nuova avventura parlamentare lontano dal M5S di Giuseppe Conte.
Ma per alcune fonti vicine all’ex capo politico i numeri “potrebbero essere più importanti”. Diverso il discorso per quanto riguarda Palazzo Madama, dove Di Maio potrebbe contare su una decina di senatori. “Ma al Senato – spiega un ‘dimaiano’ – la questione numerica è ininfluente. Per formare un gruppo servirebbe un simbolo: che siano dieci o venti, la sostanza non cambia”. L’annuncio dell’addio potrebbe arrivare già questo pomeriggio o comunque prima dell’assemblea congiunta fissata per domani, alla quale Di Maio non dovrebbe prendere parte.
(da agenzie)

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LA GRANDE PAURA DI SALVINI: “VOGLIONO COLPIRMI COME STA FACENDO DI MAIO CON CONTE”

Giugno 21st, 2022 Riccardo Fucile

ABBIAMO DUE RIVOLUZIONARI IN ITALIA SENZA SAPERLO… SALVINI HA PAURA DI ESSERE ESAUTORATO DAL PARTITO (CI CREDO, OGNI VOLTA CHE PARLA FA PERDERE VOTI)

Il segretario della Lega Matteo Salvini ha paura di fare la fine di Giuseppe Conte. Ovvero di finire all’angolo nel suo partito.
Lo racconta oggi un retroscena del Fatto Quotidiano a firma di Giacomo Salvini, che segnala la doppia preoccupazione del Capitano.
Ovvero quella per i risultati dei ballottaggi in arrivo lunedì. E per l’esito delle indagini sul Metropol in cui sono coinvolti uomini a lui vicini. Da Gianluca Savoini a Gianluca Meranda fino ad Alessandro Vannucci.
A inizio luglio la procura dovrebbe chiudere il fascicolo. Se chiedesse il rinvio a giudizio, per via Bellerio si metterebbe piuttosto male. Tanto che da quelle parte, fa sapere il quotidiano, c’è già chi usa la parola «complotto». Anche se i governisti Luca Zaia e Giancarlo Giorgetti hanno accettato di non criticare apertamente il segretario prima del ballottaggio.
Il piano
Il complotto che delineano dalle parti della Lega parte dal presupposto che sia Salvini che Conte siano i leader che mettono in pericolo il sistema (e quindi il governo) Draghi.
Per questo sono presi di mira con l’obiettivo di farli fuori per ripetere lo stesso governo di larghe intese anche dopo le elezioni del 2023.
Mentre Giorgia Meloni viene risparmiata perché «rompe le scatole a noi, ma sulla guerra è piegata sul governo» secondo un alto dirigente leghista. Nella Lega il maggior indiziato a fare quello che ha fatto il ministro degli Esteri è proprio Giorgetti. Che ha ottimi rapporti con Draghi e con Di Maio e viene descritto come avvilito dalle sbandate politiche del Capitano.
Politicamente c’è anche un altro pericolo all’orizzonte. La scissione del ministro degli Esteri potrebbe portare alla formazione di un polo moderato. Che ingloberebbe anche Forza Italia. Facendo fallire il suo disegno di una federazione del centrodestra.
Infine c’è il Metropol. Già in occasione dei suoi incontri con l’ambasciatore russo Sergey Razov Salvini aveva parlato di manovre dei servizi segreti per farlo fuori. Con la richiesta di rinvio a giudizio dei suoi fedelissimi la questione politica potrebbe ingrossarsi. E lui avrebbe tutto da perderci.
(da Open)

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ARMI ALL’UCRAINA, LA RISOLUZIONE ANCORA NON C’E’

Giugno 21st, 2022 Riccardo Fucile

DRAGHI IN SENATO ALLE 15

È ripreso stamattina il vertice di maggioranza sulla risoluzione sull’Ucraina dopo le sei ore di riunione di ieri.
Presenti a palazzo Cenci, tra gli altri, per il governo il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà e il sottosegretario di Stato Vincenzo Amendola. Il presidente del Consiglio Mario Draghi è atteso in Senato alle ore 15.
L’intesa di massima c’è su tutto tranne che sulla formulazione del coinvolgimento del Parlamento. Ovvero il problema che ha tenuto in stand by la maggioranza negli ultimi giorni. Dopo più di 6 ore di riunione con il governo per mettere a punto la risoluzione l’accordo rimane appeso, al momento, al tipo di riferimento normativo da accompagnare all’impegno del governo a rendere partecipi le Camere delle scelte legate alla crisi in Ucraina.
Secondo l’agenzia di stampa Ansa una ipotesi gradita alla maggioranza sarebbe quella di fare un generico riferimento alla «normativa vigente» per indicare le modalità con cui coinvolgere il Parlamento.
Mentre l’esecutivo, viene spiegato da diversi presenti, preferirebbe che fosse esplicitamente indicato il riferimento al decreto numero 14 del 2022, il primo decreto con gli aiuti e l’ok all’invio di armi all’Ucraina che non implicherebbe, in sostanza, che le Camere vengano necessariamente informate prima degli invii di armi.
Intanto il dibattito continua a svolgersi sui giornali. «Vorrei ricordare che siamo in una Repubblica parlamentare e non presidenziale, chiedere che ci sia centralità del Parlamento non è un’eresia», dice a La Stampa la vicepresidente del M5s e viceministra allo Sviluppo Alessandra Todde.
E ribadisce come «inviare armi all’interno di un conflitto che si sta prolungando non sia la soluzione. Stoltenberg ha detto che la guerra può durare anni». Per questo, secondo Todde, «la situazione è cambiata in maniera sostanziale in questi mesi, c’è una situazione economica inedita e complicata, una crisi energetica».
(da agenzie)

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