Giugno 16th, 2022 Riccardo Fucile
“ATTACCATA ANCHE DA CHI DEVE LA CARRIERA A RENZI”
Incassata l’assoluzione tra gli altri di suo padre per il crac di Banca Etruria, Maria
Elena Boschi passa al contrattacco con chi negli anni ha bersagliato l’ex ministra con quello che definisce «un massacro mediatico».
In un’intervista a Repubblica, Boschi denuncia il trattamento subito da avversari e media ben più pesante rispetto a chi sarebbe stato realmente coinvolto negli scandali bancari: «Molti dei protagonisti di quelle vicende erano legati a doppio filo con parte della classe dirigente mediatica, finanziaria, culturale di questo Paese. E su di loro è sceso un silenzio impressionante». §
A far riflettere il caso Etruria secondo la deputata di Italia viva dovrebbero essere più i giornalisti dei magistrati: «Sono stata condannata senza aver fatto nulla. E le opposizioni di allora, a cominciare dai Cinque Stelle, mi hanno insultato nel modo più becero. Nessun grillino ha ancora trovato il modo pronunciare la parola “scusa”».
Agli attacchi politici di allora, Boschi aggiunge gli insulti ricevuti da più parti: «la violenza verbale che spesso sfociava in sessismo. Hanno smesso di chiamarmi col mio nome per storpiarmi in Maria Etruria Boschi. Cambiarti il nome è il primo passo per disumanizzarti. Hanno ironizzato su tutto, mi hanno riempito di allusioni e minacce nel silenzio imbarazzato e complice di tanti e tante. Anche alcuni che debbono la carriera al renzismo hanno fatto a gara a dire che io ero il problema, che dovevo sparire».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 16th, 2022 Riccardo Fucile
INSULTI DI MEDVEDEV A DRAGHI, MACRON E SCHOLZ A KIEV: “QUEI MANGIA RANE, WURSTEL E SPAGHETTI TORNERANNO INDIETRO UBRIACHI” (LUI SE NE INTENDE)
Arriva una nuova raffica di insulti dall’ex presidente russo Dmitry Medvedev, stavolta indirizzata nei confronti dei tre leader europei che questa mattina sono arrivati in Ucraina per uno storico incontro con Volodymyr Zelensky.
Sul suo profilo Twitter, Medvedev attacca il presidente francese Emmanuel Macron, il premier italiano Mario Draghi e il cancelliere tedesco Olaf Scholz con un mix di stereotipi e commenti sferzanti contro quella che considera un viaggio inconcludente: «I fan europei di rane, wurstel e spaghetti adorano visitare Kiev. Con zero utilità. Promettono l’adesione all’Ue e vecchi obici in Ucraina, ubriachi di horilka (una bevanda alcolica ucraina, ndr) e se ne vanno a casa in treno, come 100 anni fa. Tutto bene – aggiunge il politico russo – Tuttavia, questo non avvicinerà l’Ucraina alla pace. Il tempo scorre».
Ha parlato colui che i social russi definiscono un alcolizzato…
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 16th, 2022 Riccardo Fucile
ORMAI SONO FENOMENI DA CIRCO O DA STADIO
Un gruppetto di persone si è radunato in un bar del centro di Tolmezzo, in
provincia di Udine, per celebrare i festeggiamenti per l’elezione del nuovo sindaco. Roberto Vicentini, infatti, ha vinto al primo turno con i voti ottenuti dalla sua lista civica e con il sostegno di altre due liste targate Lega e Fratelli d’Italia.
E proprio durante l’ebbrezza della festa, alcuni sostenitori del nuovo primo cittadino hanno intonato – riuscendo anche a sbagliare le parole – l’Inno di Mameli. Il tutto condito da quelle “nostalgiche” braccia tese a mo’ di saluto romano fascista.
Le immagini mostrano queste persone in un bar mentre brindano per celebrare il successo del loro candidato preferito. Ed è lì che è scattato l’Inno di Mameli e quelle braccia tese.
E alla fine – mentre la telecamera (per motivi oscuri) passa dalla ripresa verticale a quella orizzontale -, al momento del “siamo pronti alla morte, l’Italia chiamò” la mano sul petto (all’altezza del cuore) si erge verso l’alto con la classica posa che rimane indelebile nell’iconografia tipica del fascismo.
(da NextQuotidiano)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
MOLTI DEI VOLONTARI SONO A MALAPENA MAGGIORENNI (ANCHE SE ARRIVANO ANCHE SESSANTENNI) E PROVENGONO DA OGNI PARTE DEL PAESE: STUDENTI, PROFESSORI, PROFESSIONISTI E DISOCCUPATI – C’È CHI SI FA ANCHE TRE GIORNI DI FILA PER ARRUOLARSI: “QUESTO È IL MIO PAESE, DOVE VIVE LA MIA FAMIGLIA E DOVE C’È TUTTO QUELLO CHE HO COSTRUITO”
«Solo il pazzo, non ha paura di morire. Ma questo fucile mi rassicura. Senza, sarei stato in pericolo». Vasilie ha le mani sudate, se le tocca e trema. Ha la barba lunga, non toglie mai l’elmetto dalla testa, anche al chiuso, come se quell’equipaggiamento mimetico che indossa per la prima volta fosse la sua nuova corazza per proteggersi dal male. Ha 26 anni, faccia da accademico, voce impastata. Si è sposato da poco, a settembre nascerà il primo figlio.
Per lui è pronto a combattere. E dire che fino a tre mesi fa era un insegnante di Fisica e Astronomia, con un Master all’Università di Kiev e un progetto di diffusione della cultura scientifica via radio. Oggi è uno dei soldati volontari per l’Ucraina. Riservista pronto ad andare al fronte a sacrificare se stesso, e la vita, per la libertà del suo Paese.
Non c’è retorica nelle frasi di chi sta per partire per la guerra e sa che potrebbe non tornare mai più.
L’esercito di Zelensky perde 100, 200 uomini al giorno, con una resistenza ostinata, nelle ultime ore soprattutto nella regione di Kherson. Servono nuove forze in prima linea, per questo sono stati allertati i civili come Vasilie, che hanno lasciato tutto e si sono candidati per addestrarsi.
Lui, come gli altri 70 compagni che il comandante del Battaglione passa in rassegna in un vecchio complesso fuori da Kiev, si allena da febbraio. Ancora non sa quando sarà il suo turno, né in quale città lo manderanno. Ma ha già ricevuto la benedizione della sua compagna: «Vai, ti capisco. Mi ha detto».
Nella grande stanza dove i riservisti vengono convocati per l’appello, in pochi secondi si formano due file di uomini sull’attenti. Hanno tra i 18 e i 61 anni. La divisa è fornita dall’esercito, così come le armi, a seconda della specializzazione scelta: lanciagranate, fuciliere, tiratore scelto, posizionatore di mine anticarro.
Le scarpe, invece, tradiscono la storia dei singoli uomini. C’è chi arriva con le Nike o le New Balance, chi ha calzature usurate, da buttare, come un anziano signore dal volto scavato, che in testa ha un elmetto storto, penzolante a sinistra.
Moltissimi i giovani, pronti a tutto «per la vittoria». Sotto la mimetica, si nascondono ingegneri programmatori come «Tigre», questo il soprannome di battaglia, che ha sempre avuto la passione per le armi. E sistemisti della Apple, laureati al Politecnico della capitale, come «il Cigno», Iuri, capelli rasati e ciuffo, che non ha mai sparato e ammette: «Morire per qualcosa o qualcuno è sempre stupido. Ma morire in Donbass vale la pena, perché dentro di me sento che sto facendo la cosa giusta».
Ecco le facce, le voci, le emozioni del conflitto ucraino in carne ed ossa. Storie sospese tra la vita e chissà. Se sopravviverà, Iuri non vuole continuare a fare il soldato, e crede che il suo Paese alla fine prevarrà: «Finito il mio compito, tornerò civile – dice -. Mi piace la vita normale, amo fare colazione in questo modo qui. Mi piace la libertà». Ci mostra una foto sul cellulare di una tavola imbandita con uova, bacon, avocado e dolci che ha preparato per se stesso in una domenica di relax. È il momento della conta. Ciascuno viene chiamato per nome e risponde «ci sono!».
Abbigliamento e armi vengono controllate nei minimi dettagli. L’immancabile «Slava Ukraini», gloria all’ucraina è preceduto da un momento di silenzio per le vittime della guerra. Poi, inizia il training teorico. Quello che un altro Battaglione ha già superato da settimane, per passare all’addestramento sul campo. Ci spostiamo, dunque, in un terreno attrezzato con materassi che fungono da trincee. Iuri, un altro, 24 anni, designer d’interni prima del 24 febbraio, si allena a sparare secondo la tecnica Nato: uno corre, l’altro copre, l’altro carica l’arma.
«È la prima volta in tutta la mia vita che sento di avere uno scopo, di darle un senso. Prima avevo tanti dubbi sul lavoro e sulle scelte», spiega laconico. Ha un piccolo tatuaggio sulla guancia sinistra, tre note musicali: «Suono la chitarra classica, mi mancherà, ma non la porterò al fronte». Nella guerra che strappa via tutto, anche le certezze si ridefiniscono, diventano minime, fondamentali per arrivare a domani. L’addestramento al campo prevede tattica e medicina.
Capacità di spostamento sul terreno e esperienza nel riconoscere ed usare i missili. «Questi uomini possono partire da un momento all’altro», spiega il comandante, un militare che ha combattuto nel 2014 ed è rimasto ferito alla spalla. La portavoce della 241° divisione della Difesa territoriale, Oksana Ponomariova, ex filologa e anche lei volontaria per l’esercito, rivela in disparte che il figlio dell’uomo è in battaglia e di lui non sa più nulla da molto tempo.
Sul suo volto, si intravede una lacrima, mentre il comandante con lo sguardo basso torna tra i soldati, dopo la breve pausa. «Tra i riservisti ho trovato compagni di scuola che non vedevo da vent’ anni», dice Viktor, proprietario di un internet-caffè. Ha fatto tre giorni di coda per arruolarsi. E non vuole fare l’eroe: «Questo è il mio Paese, dove vive la mia famiglia e dove c’è tutto quello che ho costruito. I russi non me lo porteranno via»
(da La Stampa)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
LA RUSSIA E’ STATO UN IMPERO PER SETTECENTO ANNI… QUELLO CHE STA FACENDO PUTIN IN UCRAINA E’ L’UNICO MODO CHE LA RUSSIA CONOSCE PER RAPPORTARSI AL MONDO
Ringraziamo Pietro il Grande, lo zar che nel 1703 fondò San Pietroburgo (in
origine Sankt Peterburg, in olandese, Paese e popolo che lo zar ammirava) e che aveva avuto il buon gusto di nascere giusto 350 anni fa. Con la scusa dell’anniversario, e delle grandi feste correlate (vuoi mettere l’esaltazione di un padre fondatore proprio mentre la Russia combatte?), Vladimir Putin ha ricordato le guerre combattute da Pietro e le ha paragonate alle sue.
Le une e le altre, dice lui, guerre di riconquista e non di conquista. In questo modo, però, ha messo fine alle povere chiacchiere sulla volontà di ricostruire l’Urss che ci tormentavano da anni e ha portato l’attenzione su un tema assai più serio e interessante: la Russia si sente un impero? Di conseguenza, ha una politica imperialista? L’invasione dell’Ucraina rientra in questa politica?
Sull’Urss, Putin disse tutto quel che, dal suo punto di vista, c’era da dire con la frase “Un russo che non ha nostalgia dell’Urss è senza cuore, ma un russo che pensa di farla rinascere è senza cervello”. Poche e sentite parole per chiudere la questione. Ma con l’impero è tutta un’altra storia. Per una lunga serie di ragioni.
prima è che la Russia moderna è nata nella forma dell’impero, annettendo via le piccole città-Stato e i principati che incontrava sulla strada della sua espansione.
E la cosa prese un respiro ancora più ampio a partire dal 1380, cioè dalla battaglia di Kulikovo, quando per la prima volta i russi inflissero una pesante sconfitta all’Orda d’Oro, la potenza tatara che si era insediata nelle terre russe come erede dell’impero (appunto) mongolo. La Russia cominciava a diventare un impero multirazziale e multiconfessionale. Sviluppo che divenne conclamato nel Cinquecento, cioè proprio quando nell’Europa del Rinascimento si affermavano i primi embrioni, di quelli che sarebbero infine diventati Stati nazionali.
Da allora la Russia è stata sempre un impero. Con gli zar e le zarine, da Pietro il Grande (il primo a fregiarsi del titolo di imperatore) a Caterina II (che combattè a Nord. Ovest e Sud, allargando i territori portando la Russia nel novero delle potenze europee) ad Alessandro II (che comprò la Manciuria dalla Cina e vendette l’Alaska agli Stati Uniti). E, ovviamente, anche con il potere sovietico: che cosa fu Stalin se non uno zar, capace di conquistare spazi, organizzare Stati vassalli e valvassori e spostare popoli qua e là secondo il proprio volere?
A ben vedere, quindi, la Russia cessa di essere un impero solo nella notte del 31 dicembre 1991, quando l’Urss venne ufficialmente sciolta.
Cessa di esserlo ma non di sentirsi tale. D’altra parte, come definire uno Stato come la Russia che è vasto poco meno del doppio del Canada e della Cina (i Paesi che la seguono per dimensione) e più del doppio degli Usa? Una terra che tocca tre continenti? Un Paese dove il 20% della popolazione è tuttora formato da non russi? Dove la seconda religione più praticata è l’islam (la prima, ovviamente, il cristianesimo ortodosso) e la terza il buddismo? Dove ci sono 30 lingue dotate di uno status ufficiale? E poi come eliminare quel Dna imperiale che si è tramandato nei secoli e ha attraversato i più diversi regimi.
La storiografia ufficiale, in questo periodo impegnata a supportare le decisioni politiche del Cremlino, pone molto l’accento sul fatto che tutte le invasioni della Russia sono arrivate da Occidente: gli svedesi nel Medio Evo (e Aleksandr Nevskij, principe di Novgorod, che li sconfisse sul fiume Neva è stato fatto anche santo dalla Chiesa ortodossa), i polacchi nel 1610, Napoleone Bonaparte nel 1812, l’impero austro-ungarico nel 1915, Hitler nel 1941. E anche, nella narrazione putiniana, la Nato che si espande verso Est usando l’Ucraina.
L’impero e la sua “profondità”, e quindi anche un’eventuale conquista di tutta o parte dell’Ucraina, servirebbero a proteggere la Russia nella direzione sempre usata dai suoi tradizionali nemici.
Ma Putin e i suoi non sono così primitivi da non sapere che tutta quella “profondità” (la lunga marcia che stroncò le armate di Napoleone e Hitler, arrivati a Mosca e poi costretti a ritirarsi) è oggi resa inutile da qualunque missile balistico, capace di portare una bomba atomica per migliaia di chilometri.
E allora perché questa guerra così crudele e in apparenza inutile? Può servire, per provare a rispondere, un lungo passo indietro, fino alle origini del potere di Vladimir Putin.
Il 24 marzo del 1999 l’allora primo ministro Evgeny Primakov sta volando verso Washington. Deve incontrare il presidente Bill Clinton per trattare sulla Jugoslavia, le politiche del leader serbo Slobodan Milosevic, gli equilibrii nei Balcani. A metà del volo gli arriva una notizia: gli Usa hanno cominciato a bombardare la Serbia senza nemmeno avvisare la Russia. Uno smacco, un’umiliazione senza pari. Primakov ordina al pilota di invertire la rotta e torna a Mosca con la coda tra le gambe.
Ma la cosa non finisce lì. Tre mesi dopo, il presidente russo Boris Eltsin licenzia Primakov e mette al suo posto il semi-sconosciuto Vladimir Putin. Quattro mesi dopo è lo stesso Eltsin a dimettersi. Passano altri tre mesi e il giovane premier Putin diventa a sua volta Presidente.
Quello è il clima in cui Putin raggiunge il vertice del potere. E la sua carriera matura nella convinzione tra che tra le potenze, tra i grandi Paesi, la postura imperiale e la pratica dell’imperialismo siano la norma.
La guerra americana nei Balcani per la Russia, e forse non solo per lei, è una guerra imperiale, quella con cui l’impero americano smonta e rimonta una regione del mondo cruciale e dove la Russia aveva legami importanti vecchi di secoli.
E Putin, che già come dottorando all’Università di San Pietroburgo aveva prodotto una tesi sul ruolo dello Stato e sull’importanza delle materie prima come arma del confronto internazionale, non ha bisogno di altre conferme. La sua prima decisione di peso, da primo ministro, è stroncare la ribellione cecena con una guerra feroce.
Una questione interna alla Russia, ma non solo: molti, al Cremlino, sono convinti che dietro l’indipendentismo ceceno ci sia la lunga mano degli Usa, che lo fomentano e lo finanziano attraverso i Paesi alleati del Golfo Persico, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti in primo luogo.
Quello che noi chiamiamo imperialismo, quindi, per molti russi è il modo naturale di essere delle grandi potenze rivali. E da allora, per un colpo battuto dagli Usa ce n’è uno battuto dalla Russia. La Georgia fa oleodotti e alleanza con gli Usa? Nel 2008 arrivano i carri armati russi. L’Ucraina ispirata e finanziata dagli Usa si ribella al patronato di Mosca? Nel 2014 la Russia si riprende la Crimea e fa sollevare il Donbass. Gli Usa vogliono abbattere Bashar al-Assad in Siria? Nel 2015 intervengono i russi. E così via.
Naturalmente c’è un punto debole nell’atteggiamento russo e nella strategia putiniana. Imperialisti sì, ma non solo: gli Usa basano il loro potere non solo sulla forza militare ma anche sullo sviluppo tecnologico, sulla costruzione del benessere, sul mix interculturale, sull’industria culturale, insomma sulla capacità di costruire un modello attraente di vita e di costume. Il cosiddetto soft power.
La Russia, almeno finora, non ne è stata capace. L’economia, basata sull’esportazione di materie prime, soprattutto gas e petrolio, è controllata dallo Stato e ben poco inclusiva.
Le tecnologie sono avanzate nel settore militare ma il resto è tutto di produzione occidentale o cinese. Il nazionalismo spinto fa a pugni con l’attrazione del diverso. Roma faceva le guerre ma il suo impero raggiunse l’apogeo offrendo l’ambita cittadinanza ai “barbari”, non prendendoli a cannonate. E Putin, che affronta spesso temi storici, dovrebbe saperlo.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
IL DEPUTATO DI FORZA ITALIA: “APPOGGIARE SBOARINA VORREBBE DIRE PRENDERE IN GIRO I NOSTRI ELETTORI”
Onorevole Vito, perché ha chiesto le dimissioni del coordinatore del suo partito Antonio Tajani?
Perché credo che, dopo il risultato deludente di Forza Italia alle elezioni amministrative di domenica, sia necessario un momento di riflessione e di assunzione di responsabilità, a partire dal coordinatore nazionale del partito. Alle elezioni amministrative di cinque anni fa Forza Italia aveva ottenuto nei Comuni capoluogo più dell’otto per cento dei voti ed era il primo partito della coalizione di centrodestra. A queste elezioni si è fermata al cinque per cento ed è il partito più piccolo. Tajani dice che siamo comunque determinanti. Io penso, invece, che con questa percentuale di voti siamo del tutto ininfluenti. Si rivendicano le vittorie di Roberto Lagalla a Palermo e di Marco Bucci a Genova, ma nessuno di questi due sindaci è di Forza Italia. A Verona si è fatta un’operazione centrista, a mio giudizio condivisibile, intorno alla candidatura di Flavio Tosi. Ora che Tosi è fuori dai giochi, bisognerebbe avere il coraggio di andare sino in fondo e annunciare il nostro appoggio al candidato del centrosinistra Damiano Tommasi, che è una persona cattolica e moderata. Non comprenderei il senso di un eventuale sostegno al sindaco uscente Federico Sboarina, in evidente contrasto con la nostra sacrosanta scelta di puntare su Tosi. Sarebbe una decisione, che oltretutto non comprenderebbero i nostri elettori, considerata la grande rivalità esistente fra Tosi e Sboarina. Tajani ha annunciato l’ingresso di Tosi in Forza Italia. Mi complimento, ma mi auguro non sia un’operazione elettorale e trasformista. Sarebbe un errore se tutto l’esperimento centrista di Verona si concludesse con l’appoggio a Sboarina. Sarebbe una presa in giro per gli elettori e gli stessi sostenitori di Tosi. Occorre, invece, andare oltre e appoggiare Tommasi. Un cattolico. Un moderato. Una persona stimabile.
Perché Forza esce sconfitta da questa tornata amministrativa?
Forza Italia ha perso perché ha smarrito la sua anima liberale, europeista, atlantista, attenta alle riforme e ai diritti civili, per inseguire la Lega di Salvini. Purtroppo Berlusconi continua a dire che Salvini è l’unico leader in circolazione e difende Salvini anche dopo lo sciagurato viaggio programmato per Mosca, con l’assistenza dell’ambasciata russa. Non è vero che siamo stati penalizzati dalla nostra presenza nel Governo Draghi. Siamo stati, semmai, penalizzati dalla nostra ambiguità e dalla scelta di non sostenere le riforme proposte dal Presidente del Consiglio. Abbiamo contrastato la riforma fiscale e quella sulle liberalizzazioni. Due provvedimenti, che avrebbero dovuto vedere Forza Italia in prima linea nel sostenerli.
C’è anche un problema di democrazia interna?
Diciamo che mancano le occasioni di dibattito. Io ho criticato le modalità con cui sono state organizzate le ultime convention di Forza Italia. Ho partecipato in prima persona a quella di Napoli, che è stata una passerella dei dirigenti e non un’occasione di confronto. Il testimonial di questa passerella non poteva che essere Ronn Moss, il protagonista della soap opera Beautiful. Un tempo Forza Italia era abituata a ben altri testimonial, come Lucio Colletti, Marcello Pera e Giulio Tremonti.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
“PER GUARDARE AL SUD SIAMO CROLLATI AL NORD”
Un atto d’accusa dalla vecchia guardia leghista, quella anti-meridionale e tutta
nordista. «Anche con Bossi abbiamo cercato di guardare al Sud: magari da quelle parti arrivavamo al 3 per cento, ma non tradendo le origini. Oggi abbiamo snaturato un partito per conquistare un non esaltante 6 per cento. Mentre al Nord siamo crollati».
Lo afferma l’ex ministro della Giustizia ed esponente della Lega, Roberto Castelli, commentando l’esito delle amministrative in un’intervista a Repubblica.
A colpire Castelli è il fatto che «oggi l’attuale classe dirigente canti vittoria, perché la Lega ha conquistato qualche Comune in più. Per carità, in coalizione siamo andati bene, ci sono stati diversi successi, ma dietro Fratelli d’Italia – prosegue – Ora, a me Giorgia Meloni sta simpatica, ma pensare che la leader romana di un partito centralista venga a prendere voti a casa mia, mi fa venire un po’ l’orticaria».
Sulla possibilità che Matteo Salvini possa lasciare la guida del partito Castelli aggiunge: «Non credo che lo farà prima delle Politiche. Ma se continua così rischia di fare la fine di Renzi. Che, per inciso, fu travolto da un referendum». Nel partito «esiste un mugugno critico, mettiamola così. Io vivo la pancia della vecchia Lega: il malcontento, che era forte prima, ora è fortissimo».
Se la Lega vuole continuare a essere partito nazionale, prospettiva che non mi interessa, difficilmente può restare nel cono d’ombra del governo Draghi – conclude – Quindi, o si esce dal governo o vi si resta per portare avanti la mai risolta questione settentrionale».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
MA QUELLI CONTINUANO AD ASPETTARE. L’OBIETTIVO È FAR CUOCERE IL SEGRETARIO A FUOCO LENTO E ATTENDERE LA TRANVATA FINALE: SONO CONVINTI CHE SI FARÀ FUORI DA SOLO A SUON DI GAFFE. MA COSÌ FACENDO RISCHIANO DI PORTARE IL CARROCCIO ALLA DISINTEGRAZIONE FINALE, E LASCIARE SOLO MACERIE IN MANO AL NUOVO LEADER (FEDRIGA)
Tutti borbottano, mettono in fila gli errori del leader, in Veneto, roccaforte espugnata dalla Meloni, accusano apertamente «le scelte sbagliate fatte negli ultimi tempi dal segretario Matteo Salvini».
Ma nessuno nella Lega, almeno per ora, muove un passo per cambiare la situazione.
Lo stallo. E Giancarlo che fa? E Zaia? Giorgetti mugugna, si lamenta delle frequentazioni di Salvini (l’ultimo personaggio misterioso che circonda il segretario è Antonio Capuano, quello del viaggio a Mosca), si è ormai rassegnato al fatto di non essere più ascoltato dal Capitano.
Con i suoi nelle ultime settimane si è sfogato: «Ma come si fa a non mettere al centro l’attività di governatori e ministri»?, rilanciando cioè l’azione della Lega di governo (nazionale e regionale). Non esclude persino di mollare la politica («Tanto personalmente non devo dimostrare niente o arrivare», la carriera l’ha fatta e pure lunga).
Un disagio noto a tutti, e presente da tempo. La domanda che si fanno i leghisti è un’altra: a parte questi lamenti, cosa vuole fare «il Giancarlo», in concreto? La Lega è una pentola a pressione, basterebbe un niente per far esplodere il malcontento che ribolle.
Il prossimo test è il 21 giugno, quando in Parlamento arriverà Draghi per le «comunicazioni» su economia e guerra in Ucraina in vista del Consiglio Ue, un passaggio definito «rischioso» dall’atlantista Giorgetti, se Salvini darà seguito alle sue parole contro le armi a Kiev. «Se lui o Zaia danno un cenno, tantissimi parlamentari li seguirebbero», commenta un deputato leghista.
Ma il segnale, da Giorgetti per ora non arriva. E nemmeno dall’altro colonnello guardato come possibile leader della Lega, Luca Zaia, prudentemente asserragliato nel suo Veneto.
Ad una domanda del Foglio sul suo ruolo nel dopo Salvini, l’altro giorno, il «Doge» ha risposto alla solita maniera democristiana: «Sto bene in Veneto, natura non facit saltus». Da quelle parti si rincorrono i rumors su di lui, tutti si aspettano una mossa da Zaia, come da Giorgetti. Come pure da Massimiliano Fedriga, l’altro governatore governista indiziato per un prossimo Salvini-cidio.
In campagna elettorale si è girato il Friuli-Venezia Giulia a braccetto con la Meloni. Prove tecniche di una nuova alleanza tra leader, si è subito detto. Anche Fedriga vive male la linea ondivaga del segretario. Anche lui si lamenta che il lavoro di ministri e governatori venga «mortificato» dalle avventure geopolitiche di Salvini, tra Polonia e Russia, al seguito di oscuri mediatori. Fedriga, anche per l’età, è quello considerato più papabile per prendere il posto di Salvini.
Ma anche lui non sta manovrando per far fuori il Capitano, gli deve troppo, come molti altri nella Lega. Dunque si aspetta, tra la rassegnazione e il timore di una tranvata alle politiche 2023. Il congresso federale? Non se ne parla.
Quello che però viene chiesto è un chiarimento, quello sì. Lo dice dal profondo Veneto l’assessore leghista Roberto Marcato: «Non mi iscrivo al partito dei voltagabbana, quelli che quando la Lega macina voti Salvini è un genio e quando perde consenso non capisce nulla – dice il leghista ad Affaritaliani -. Però ci sono elementi di criticità che sarebbe utile affrontare. Un congresso federale per la leadership non mi interessa, ma un’assemblea generale per affrontare a muso duro i problemi è doverosa».
(da il Giornale)
argomento: Politica | Commenta »
Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
“SUL TATAMI TI INSEGNANO IL MIGLIOR IMPIEGO DELLE ENERGIE E POI LA PAZIENZA, DIMOSTRA CHE SI PUÒ CADERE E NON BISOGNA PRENDERSELA CON L’AVVERSARIO, E INFINE IL FATTO CHE NON SI VINCE MAI CON L’IMPETO, MA CON LA FORZA E CON LA TESTA” (GIOVANE MA PIÙ SAGGIO DI TANTI TROMBONI)
«Tra poco ricadrò nell’oblio». Non sia pessimista. «Tutt’altro. Devo fare il
sindaco, e di un sindaco che svolge bene il suo compito si parla poco».
Inizierà oggi, con il «passaggio di consegne». Il Comune di Lodi lo conosce già: è stato consigliere comunale dal 2017. «In quell’assemblea ero il più giovane». Anche il più votato tra gli eletti, a vent’anni. È presto per dire che incarnerà l’anima nuova dei dem lombardi.
Di certo dalla provincia più nota al mondo all’inizio della pandemia, dal «feudo» che fu dell’attuale ministro Lorenzo Guerini (sindaco di Lodi per due mandati tra 2005 e 2012), emerge oggi lo sguardo deciso e pulito con cui il 25enne Andrea Furegato ha battuto la sindaca uscente (Lega).
È lui per primo a sfuggire al simbolismo da titoli del «volto nuovo del Pd»: «Non voglio certo darmi un ruolo più importante di quel che ho. Certo, auspico di essere parte di una generazione che ha voglia di mettersi in gioco e impegnarsi nelle istituzioni».
Liceo classico, animatore all’oratorio, militante nei Giovani democratici, laureato in Finanza all’università Cattolica di Milano, oggi dipendente di
una grande banca. La politica è tradizione di famiglia.
La madre Roberta Vallacchi è segretaria provinciale del Pd; il padre Enrico, scomparso a 52 anni nel 2012, era stato architetto, molto conosciuto nel gruppo Eni nel quale aveva lavorato per anni, assessore in un Comune della provincia.
«La mia famiglia – racconta il neo sindaco – ha sempre avuto attenzione alla vita politica e un forte impegno sociale. È stato un humus favorevole per la mia passione e il mio percorso».
Sua mamma, sorridendo, ha detto che tra poco andrà a vivere da solo. Lui commenta con gentilezza e riservatezza: «In questo momento affronto un percorso di vita come tutte le persone della mia età, ma prima di tutto mi sto occupando di essere operativo come sindaco, poi si penserà con calma alla casa. La mia vita privata ora non è una mia priorità».
La vita privata è stata anche sport, e lo sport di Andrea Furegato è il judo, fino alla cintura nera, particolare che a pochi minuti dall’elezione ha acceso la fantasia giornalistica sul «sindaco judoka». «Ah sì, la storia del judo di cui si parla molto…», sorride lui.
A parte lo slogan, c’è qualcosa di più profondo? «I principi che valgono sul tatami cerchiamo di farli valere nella vita quotidiana, hanno un valore formativo. Il judo insegna prima di tutto due aspetti: da una parte, il miglior impiego delle energie; dall’altra, che si progredisce insieme. E poi il judo insegna la pazienza, dimostra che si può cadere e non bisogna prendersela con l’avversario, e infine il fatto che non si vince mai con l’impeto, ma con la forza e con la testa».
e dallo sport discende una sorta di programma morale, e dagli studi deriva il modo di guardare la realtà («Ho sempre avuto interesse nell’economia perché è una lente fondamentale per leggere cambiamenti e dinamiche delle società»), la politica è percorso familiare e insieme di partito.
A chi guarda oggi un giovane dem che voglia «dire qualcosa di sinistra»? Blair, Obama? «Come molti ho seguito con interesse e profonda ammirazione la storia politica di Barack Obama, ma io mi sento un democratico, figlio del Pd, e di una stagione che ha voluto dare un senso di rinnovamento delle dinamiche politiche, e vuole andare oltre certe linee di demarcazione che erano schematiche decenni fa. Certo, prima di tutto sarò per Lodi un uomo delle istituzioni».
Da programma, la Lodi del sindaco Furegato dovrà essere più «solidale e inclusiva, sostenibile, efficiente e innovativa». Qual è il giorno in cui s’è convinto di imbarcarsi nella corsa elettorale? «Non c’è stato un momento decisivo, ma un percorso di confronto, elaborazione, riflessione». Poco impeto. Molta pazienza. Come sul tatami.
(da il Corriere della Sera)
argomento: Politica | Commenta »