Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
A NOVEMBRE HA SCRITTO ALLA SEGRETERIA DI CARLO MESSINA PRESENTANDOSI COME “CONSULENTE DI SALVINI”. MA I DIRIGENTI DELLA BANCA SI SONO SUBITO INSOSPETTITI E IL COLLOQUIO CON L’AD NON SI È MAI TENUTO
Alla fine è riuscito a staccarsi da sé stesso. Con una sorta di scissione individuale. Al centro, isolato, Matteo Salvini. Attorno, delusa, la Lega. È parecchio suggestivo riscontrare che ciò sia accaduto per mano di Antonio Capuano, avvocato casertano di Frattaminore, già deputato campano di Forza Italia, di professione mediatore legale, consulente di un numero imprecisato di ambasciate, abiti di sartoria, voce sottile, buon affabulatore.
Per un anno e mezzo circa, più o meno dal varo del governo di Mario Draghi che per un attimo ha ripulito e, ovvio, ingrigito il profilo guascone di Salvini, l’avvocato Capuano ha imperversato da forestiero, non troppo visibile, forse sottovalutato, nelle faccende quotidiane dei leghisti.
L’Espresso racconta tre fatti inediti che riguardano la Cina, Banca Intesa e Giancarlo Giorgetti. Capuano è il sintomo di un Salvini che diffida di chiunque e si affida a chiunque piuttosto che a un collega, dirigente, compagno di partito. Capuano è palazzo Barberini, è Livorno, è Rimini, è Fiuggi: è una rottura insanabile nella Lega. Questo è l’unico dato chiaro in un orizzonte brumoso.
Con una caterva di interviste e di dichiarazioni, Capuano si è affacciato per un paio di settimane sul proscenio mediatico per poi ritirarsi stordito nelle quinte. A gran fatica gli speleologi del fotografico l’hanno ripescato negli archivi col viso glabro e paffuto di un giovane trentenne al debutto alla Camera. Oggi che indossa la barba, e ha mutato carriera, s’ è saputo che più volte durante la guerra in Ucraina ha accompagnato il segretario Salvini dall’ambasciatore russo Sergey Razov per redigere un piano di pace, organizzare una trasferta a Mosca, convincere Vladimir Putin a fermare i cannoni e altre cose simili che sfiorano l’edificazione di quartieri residenziali su Marte.
Vista da fuori: è il solito pastrocchio diplomatico di Salvini, non proprio alfabetizzato in materia, che per ricavare un punto di sondaggi ne ha causati dieci, di sutura, al suo prestigio politico.
Vista da dentro: è una scelta inconcepibile, che non si perdona. Qualche governo fa Salvini ha calpestato il decoro istituzionale consegnandosi da ministro alle avventure geopolitiche di Gianluca Savoini, che trattò presunti finanziamenti al Metropol e di Claudio D’Amico, che validò per l’Osce il referendum per l’autonomia della Crimea. Però gli amici Gianluca e Claudio erano iscritti al Carroccio dal ’91 e invece Capuano non ha né tessere né contratti.
Dopo le sbandate con Mosca e nel governo gialloverde di Giuseppe Conte, Salvini ha rimesso il suo mappamondo al posto giusto e ha delegato gli Esteri prima a Giancarlo Giorgetti, finché Draghi non l’ha nominato ministro per lo Sviluppo economico, e poi al conservatore Lorenzo Fontana.
Nel disperato tentativo, una illusione, di riabilitarsi presso gli americani, Salvini si è esercitato in una goffa propaganda contro la Cina: ha invocato un processo di Norimberga per la pandemia, una totale estromissione dallo sviluppo della tecnologia 5G, una robusta difesa nazionale dai cinesi aggressivi.
E pure la Russia non era più la sua destinazione favorita, luogo del cuore per un accrescimento culturale e democratico. Questa condotta è durata una manciata di mesi. Poi un giorno, lo scorso anno, l’avvocato Capuano ha chiesto un appuntamento al deputato Paolo Formentini, di evidente formazione filoamericana, vicepresidente della commissione Esteri.
Il leghista di Lumezzane da anni in Parlamento denuncia le persecuzioni cinesi contro la minoranza etnica e religiosa degli Uiguri e una dozzina di mesi fa depositò anche una severa risoluzione in commissione per sancirne il «genocidio» (definizione poi rimossa nel dibattito). Con l’autorità conferitagli da Salvini di «consulente geopolitico», Capuano propose a Formentini di smussare la posizione leghista e di firmare un documento da consegnare all’ambasciatore cinese a Roma.
Formentini verificò con Salvini che Capuano non potesse influenzare la linea del partito e lo congedò in fretta. (Il deputato leghista si limita a non confermare ufficialmente la ricostruzione e ripete che la verticale del comando è Salvini-Fontana). Comunque Formentini ha ignorato Capuano. Salvini no. Anzi a settembre, dopo insulti a mezzo stampa, s’ è messo in posa a braccia conserte accanto al diplomatico Li Junhua nella sede cinese di Roma.
Altro colpo di Capuano, che non l’ha abbandonato nemmeno dagli americani in un giro del mondo restando nella capitale d’Italia. Questo episodio, già la scorsa estate, ha lanciato la leggenda Capuano.
In novembre diversi parlamentari che sono nell’organigramma del Carroccio sono stati contattati da Banca Intesa Sanpaolo: «Per cortesia, mi spieghi che ruolo ha Capuano?». Qualcosa di stravagante era appena successo.
L’avv. Capuano aveva scritto alla segreteria di Carlo Messina, l’amministratore delegato del primo istituto italiano, per chiedere un incontro con argomentazioni abbastanza vaghe e motivazioni personali. Siccome l’indirizzo di posta elettronica rimandava alla dicitura di «deputato» e quindi si trattava di una personalità politica, la richiesta fu girata all’ufficio affari istituzionali.
Alle prime verifiche telefoniche, Capuano si è presentato come un importante «consulente di Salvini». Non convinti dalle rassicurazioni dell’avvocato e però attenti a non provocare equivoci o frizioni con la Lega, i dirigenti romani di Banca Intesa – sentiti da L’Espresso, non commentano – hanno proseguito le ricerche e hanno appurato che Capuano non avesse alcun rapporto formale con la Lega.
Così il colloquio con Messina non s’ è tenuto. Non è servito dire «mi manda Salvini». In quali altre occasioni Capuano, che afferma di «assistere diverse ambasciate», cioè di lavorare da libero professionista per governi stranieri, ha utilizzato la relazione con Salvini per i suoi interessi?
I leghisti temono in svariate circostanze, con i russi come si è scoperto, con i cinesi, con Intesa e via elencando. Questa vicenda può diventare davvero pericolosa per Salvini. Non soltanto una barzelletta geopolitica.
Peggio, molto peggio. Il livello di allarme è aumentato nelle settimane successive. A gennaio. Alla viglia del voto per il presidente della Repubblica. Quando uno stretto collaboratore di Salvini si precipitò da Giorgetti per confrontarsi sul fenomeno Capuano che aveva piegato qualsiasi gerarchia nel partito. Giorgetti non era molto informato sulla questione, il dialogo con Salvini era intermittente, e dunque si prese un giorno per reperire riscontri più affidabili.
L’indomani sentenziò: stare alla larga da Capuano. Giorgetti fu il primo ad avvisare Salvini, e l’ha rivendicato, di non esagerare con le frequentazioni di Savoini e D’Amico, troppo disinvolti con i russi. Per il ministro, insomma, Capuano era un personaggio estraneo alla Lega, un avvocato che dopo la legislatura in Parlamento si era occupato di affari con governi stranieri (il Kuwait, per esempio) e che di certo non era passato inosservato.
Formentini, Banca Intesa, Giorgetti e infine le riunioni con Razov, lo sconcerto di Palazzo Chigi, le crepe profonde nel Carroccio, le battute del presidente veneto Luca Zaia.
Niente ha dissuaso Salvini dal rinunciare all’avv. Capuano che ieri si chiamava Savoini e domani avrà un altro nome. Non ci sono ragioni sensate per giustificare l’intervento di Capuano per consentire al segretario di una grande forza di maggioranza di governo di accedere alle ambasciate cinesi o russe.
Se non una: Salvini ha un suo partito nel partito. E Capuano è stato un protagonista di un partito parallelo in aperta competizione con l’originale. Il Carroccio e Salvini non si riconoscono più. Si convive male per necessità.
Si attende ugualmente armati di acredine l’ordalia delle liste per le politiche del prossimo anno. Era scontato che fosse l’ultima esecuzione del potere di Matteo prima di un congresso o di liturgie somiglianti per liquidarlo neanche cinquantenne. Oggi non più. Un capo che si è autoescluso dal consesso istituzionale, senza ipocrisia, non avrà mai incarichi pubblici di rilievo dopo la doppietta Savoini-Capuano, è un capo che non serve più. §
Un tempo portava elettori. Oggi Capuano.
(da L’Espresso”)
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Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
GLI ISTITUTI DI CURA SONO DIMINUITI DA 1.165 A 1.054 E SI È PROSCIUGATA LA PLATEA DEI DIPENDENTI DI OLTRE 42.300 UNITÀ CON IL DEFINANZIAMENTO CHE HA RAGGIUNTO I 37 MILIARDI
È bersaglio di acerrime critiche il servizio sanitario nazionale. Il Forum delle
società scientifiche di clinici ospedalieri e universitari lo rimette sotto accusa con una sfilza di numeri negativi.
In 10 anni (dal 2010 al 2019) persi 25.000 posti letto di ricoveri ordinari, diminuiti gli istituti di cura da 1.165 a 1.054, prosciugata la platea dei dipendenti di oltre 42.300 unità. Ha raggiunto i 37 miliardi di euro il definanziamento della sanità: prima a soffrirne la rete degli ospedali. Oggi il fondo è risalito a 124 miliardi, 10 in più rispetto al 2019, con un incremento annuale che, non perde occasione di ricordare il ministro della Salute, Roberto Speranza, è superiore alle aggiunte precedenti.
Nel 2019 si partiva con 10 miliardi in meno.
«Gli ospedali già erano al limite dei loro mezzi, fiaccati da anni di politiche miopi
Dopo la pandemia rischiano il collasso», enumera i disastri l’oncologo Francesco Cognetti, coordinatore di Forum.
Una delle conseguenze più visibili è la crisi cronica dei pronto soccorso a corto di personale, coi medici che fuggono verso reparti meno penalizzanti. Il territorio resta povero di servizi di prossimità, vicini ai pazienti che, se ne potessero usufruire, non sarebbero costretti a cercarli altrove, nei luoghi deputati a trattare i casi gravi, le emergenze. Varie leggi sono intervenute per metterci le pezze, senza mai determinare una vera sterzata.
Una svolta potrebbe essere l’applicazione della riforma dell’assistenza territoriale, da realizzarsi con i fondi del Pnrr (Piano nazionale di ripresa e resilienza), contenuta nel decreto ministeriale approvato lo scorso 20 maggio dal Consiglio di Stato che lo ha definito «in grado di fornire risposte efficaci» e valide alternative all’ospedale.
Previste, tra l’altro la creazione di Case di comunità, il potenziamento delle cure domiciliari, l’integrazione tra assistenza sanitaria e sociale, servizi digitalizzati, coinvolgimento di «tutti gli attori della sanità», farmacie comprese.
Le Case di comunità sono i luoghi «fisici e di facile individuazione per i cittadini» dove lavorano in modalità integrata e multidisciplinare tutti i professionisti. Le più grandi devono servire 40-50mila abitanti.
Siamo vicini? È davvero una panacea? No, secondo Cognetti il piano «è insufficiente. Noi chiediamo più risorse, riuniamoci attorno a un tavolo per affrontare i gravi problemi. Il modello va rivisto e deve assicurare il collegamento fondamentale tra i luoghi di cura». La proposta di Forum è «ripensare i parametri in base ai quali definire il numero di letti ospedalieri». Devono crescere a 350 ogni 100.000 assistiti, fino a raggiungere la media europea di 500. Per quanto riguarda le terapie intensive, lo scenario migliore sarebbe il superamento di 14 letti ogni 100.000 abitanti.
All’inizio della pandemia erano la metà, dotazione che ci metteva in condizione di inferiorità rispetto ai Paesi europei più evoluti. Il decreto rilancio del 2020 ha stabilito il raddoppio. E adesso a che punto siamo? Quanti letti sono stati mantenuti, quanti ancora da realizzare? I dati mancano, oppure sono frammentati tra Regioni. Il ministero non è in grado di fornire il quadro nazionale aggiornato.
(da il “Corriere della Sera”)
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Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE UCRAINO AVEVA CHIESTO A WASHINGTON DI FORNIRGLI DEI CACCIA MIG-29 D’ORIGINE POLACCA, MA IL PIANO SI È ARENATO PER IL NO DELLA CASA BIANCA PER NON ACCRESCERE TENSIONI CON IL CREMLINO: COSÌ KIEV SI È DOVUTA ACCONTENTARE DI PEZZI DI RICAMBIO
Una foto dal settore di Severodonetsk: mostra un sistema anti-aereo S300, usato per contrastare velivoli ad alte quote. Gli ucraini non ne hanno molti e il fatto di mandarlo vicino al fronte testimonia indirettamente la necessità di parare una minaccia crescente.
Anche i racconti dei reduci della battaglia confermano come l’aviazione russa abbia intensificato la sua azione. Quando è scattata l’invasione ha avuto un ruolo limitato, ha perso dei caccia, ora però avrebbe aumentato le sortite concentrandosi nel Donbass: negli ultimi giorni, il ministero della Difesa di Mosca ha rivendicato attacchi contro strutture, depositi e mezzi militari, diffondendo anche un video dei Su-25 marchiati con la «Z» della guerra di Putin mentre effettuano missioni volando a bassa quota.
L’incremento è legato alla protezione garantita – in parte – dallo scudo messo in campo dall’Armata: missili a corto e lungo raggio che devono contrastare gli eventuali raid dell’aeronautica di Kiev, piccola ma determinata.
Anche se inferiore in numeri e qualità di mezzi, l’arma aerea dei difensori ha dato il proprio contributo. Questo a dispetto degli annunci russi sul fatto che fosse stata «annientata». I Sukhoi e i Mig ucraini hanno evitato di essere spazzati via, ma hanno versato il suo tributo.
Il 25 febbraio è stato abbattuto un pilota famoso, il colonnello Oleksandr Oksanchenko, detto «Grey Wolf»: aveva lasciato la tuta di volo, ma l’ha indossata di nuovo per proteggere la nazione. Un simbolo diventato il nome di un team speciale americano, il lupo grigio, creato nella base di Ramstein, in Germania.
Qui una pattuglia di 15 militari – tra piloti, addetti alle armi e alla logistica – assiste da remoto l’aviazione dell’Ucraina. Raccolgono dati, consigliano, fanno da tramite grazie alla presenza di un ufficiale di collegamento per trovare soluzioni rapide.
Come hanno spiegato al sito Coffee or Die, esistono dei dossi da superare: gli equipaggi hanno minore autonomia rispetto ai colleghi statunitensi, gli equipaggiamenti non sono compatibili con i velivoli in dotazione, non tutto può essere condiviso per ragioni di sicurezza. Il pragmatismo, però, aiuta.
I «cacciatori» ucraini hanno mostrato coraggio e competenza. La difesa ha probabilmente disperso i mezzi in scali minori per sottrarli agli strike missilistici dell’invasore: i jet di Putin si avventurano poco ad Ovest.
Chissà che non usino qualche strada come pista, con i jet mimetizzati in un capannone agricolo e un nucleo di supporto limitato al necessario, tecnica sviluppata da decenni nei Paesi occidentali.
Poi si affidano a missioni a bassa quota, per cercare di contenere i rischi e magari seguono le coordinate giuste dei target grazie alle ricognizioni dei droni e dell’intelligence Usa. Le operazioni richiedono sempre un’integrazione stretta, anche per evitare fuoco amico. Servirebbe un arsenale consistente.
Il presidente Zelensky, nella sua richiesta incessante, aveva sollecitato Washington a fornirgli dei caccia Mig-29 d’origine polacca, ma il piano si è arenato per il no della Casa Bianca per non accrescere tensioni con il Cremlino.
Kiev si è dovuta accontentare di pezzi di ricambio – questa la versione ufficiale – e di alcuni Sukhoi arrivati smontati dalla Bulgaria. Il Pentagono ha bilanciato con l’assistenza esterna, impegnando la squadra «Grey Wolf» e non ostacolando iniziative «private». Uno dei piloti statunitensi, Drew Armey, e la moglie ucraina Anastasia hanno lanciato una raccolta fondi per acquistare materiale di supporto, da piccole trasmittenti a kit di soccorso.
(da il “Corriere della Sera”)
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Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
HANNO PRESO VOTI PURE I DUE CANDIDATI AL CONSIGLIO COMUNALE, ARRESTATI PER AVER INCONTRATO DUE BOSS: IN 61 HANNO VOTATO PER PIETRO POLIZZI. 171 SONO STATE LE PREFERENZE PER FRANCESCO LOMBARDO
Nei quartieri a rischio il centrodestra del nuovo sindaco di Palermo Roberto
Lagalla sfonda. Lo fa a Brancaccio, dove venerdì è stato arrestato un boss in contatto con un aspirante consigliere di Fratelli d’Italia e dove il partito di Giorgia Meloni registra un exploit.
Lo fa all’Uditore, dove abitava il capomafia che si era rivolto al candidato di Forza Italia arrestato un paio di giorni prima.
Lo fa in un quartiere al limite come lo Zen. E in una campagna che secondo Lagalla è stata segnata da «un uso strumentale della questione morale» persino i politici finiti in cella nella settimana delle elezioni ricevono voti: 61 preferenze per il forzista Pietro Polizzi, che pure aveva detto di voler rinunciare alla corsa dopo essere finito in cella, addirittura 171 per il meloniano Francesco Lombardo, arrestato proprio mentre iniziavano i comizi di conclusione della campagna elettorale.
Nessuno dei due, ovviamente, ha ottenuto uno scranno in Consiglio comunale. Eppure c’è chi ha ritenuto comunque di doverli votare: tanto più che la candidata collegata a Lombardo per la doppia preferenza di genere, Teresa Leto (che non è coinvolta in alcun modo nell’inchiesta) ha persino sfiorato la conquista di un seggio in Consiglio comunale, arrivando prima dei non eletti in Fratelli d’Italia.
Curiosa sorte: nella lista civica della sinistra, che non ha superato la soglia di sbarramento, il giudice che firmò il rinvio a giudizio di Marcello Dell’Utri, Gioacchino Scaduto, si è fermato a una manciata di preferenze, appena 300.
Risultati che riflettono l’exploit nei quartieri a rischio. A Brancaccio Lagalla supera il 60 per cento: il primo partito, qui, è FdI, che sfiora il 15 per cento, mentre la Dc di Totò Cuffaro si attesta oltre il 6.
Allo Zen va appena peggio: il nuovo sindaco ottiene il 54,5 per cento, mentre Forza Italia supera il 16 e la lista di Cuffaro (che ha ottenuto l’elezione di tre consiglieri comunali) sfiora il 6 per cento.
All’Uditore il risultato del candidato sindaco è più contenuto, 45,1, ma ci sono alcune sezioni con dati singolari: il boss al quale si era rivolto il forzista Polizzi era il fratello del padrone di casa di Totò Riina, e nella scuola che si trova a pochi metri dalla villa in cui fu catturato il capo dei capi ci sono seggi in cui la lista berlusconiana supera il 20 per cento. L’ombra dei clan, del resto, ha caratterizzato tutta la campagna.
I kingmaker della candidatura di Lagalla sono stati – nonostante le condanne per mafia – Cuffaro e Dell’Utri, che non hanno mancato neanche ieri di esultare per l’elezione di Lagalla: «Avevo semplicemente espresso un mio parere dicendo che l’ex rettore era il candidato più indicato – dice l’ex senatore forzista dopo l’elezione – Era il parere di un semplice cittadino. Invece, sono stato massacrato. Ma quale “ombra di Dell’Utri”? Semmai l’ombra di Dell’Utri ha illuminato le menti offuscate».
Cuffaro, invece, si proietta già sulle Regionali siciliane, in programma in autunno: «Quando ci siederemo a un tavolo per ragionare insieme – osserva – faremo anche noi la nostra proposta: noi lavoreremo perché possa esserci un candidato donna. In ogni caso, al di là dei nomi, dovrà essere una candidatura condivisa da tutti e se a unire fosse il nome di Nello Musumeci non disdegneremo di stare con lui».
«Lagalla – ha annotato però subito dopo l’ufficializzazione dei risultati il vicesegretario del Partito democratico, Peppe Provenzano – ha il dovere di dire parole chiare e di prendere le distanze dai personaggi impresentabili. Se la sedia restasse vuota alla commemorazione di via D’Amelio non sarebbe mai davvero sindaco di Palermo ». Il riferimento alla sedia vuota non è casuale: il 23 maggio il nuovo sindaco ha disertato il trentennale della strage di Capaci e il 19 luglio è atteso all’anniversario di quella in cui nel 1992 morirono Paolo Borsellino e gli agenti della scorta. «Quel giorno – ha detto a caldo – parteciperò al memoriale ».
(da La Repubblica)
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Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
DALLE ELABORAZIONI DI YOUTREND, SE SI CALCOLANO I VOTI DI LISTA SU BASE NAZIONALE TRA I COMUNI CON PIÙ DI 15 MILA ABITANTI, IL PARTITO DI CALENDA VALE LO 0,4%
Sostiene Carlo Calenda: “Esiste un’area riformista che porta la gente a votare e vale dal 10 fino al 25 per cento”. Secondo il senatore del Pd Andrea Marcucci, dopo i risultati di domenica, i dem dovrebbero guardare “ad Azione, Italia Viva e liberali di Forza Italia”.
Peccato che il grande boom elettorale di Azione e Italia Viva esista solo sui giornali e nelle chiacchiere dei leader, capaci di millantare enormi vittorie in giro per l’Italia in evidente contraddizione con i fatti.
Basta mettere in fila i numeri per smontare il teorema del grande partito riformista di cui Letta non può fare a meno.
Già, perché al di là della propaganda, Azione ha presentato una propria lista soltanto in 24 Comuni su quasi 1000 al voto. Italia Viva ha fatto ancora peggio, correndo nella miseria di 9 città.
I successi sbandierati da Renzi e Calenda sono in realtà vittorie di qualcun altro: a Genova, per esempio, Iv esulta per Bucci, ma il suo simbolo non era sulla scheda; così come nessun elettore di Parma ha barrato il simbolo di Azione, nonostante l’ex ministro rivendichi il buon risultato del civico Enrico Costi. Miracoli della mimetica.
Come risulta dalle elaborazioni di Youtrend, se si calcolano i voti di lista su base nazionale tra i Comuni con più di 15 mila abitanti (ed escluse le città di Sicilia e Friuli-Venezia Giulia, i cui risultati non sono caricati sulla piattaforma online del ministero dell’Interno), Azione vale un deprimente 0,4 per cento.
Ancor più irrisoria la percentuale di Iv, inchiodata allo 0,1. Limitando la media ai Comuni dove hanno corso, Azione sale al 4,4 e Iv resta all1,1.
Numeri su cui incide lo scarso numero di liste presentate (oltre allo stralcio di Palermo, dove l’8 per cento preso da Azione alzerebbe un po’ la percentuale nazionale), ma che appunto rendono bene l’idea di come sia azzardato dare per certo che esista un’area centrista da doppia cifra
La situazione di Calenda e Renzi non migliora poi molto sfogliando i risultati delle liste nei capoluoghi.
Azione ha corso in 9 dei centri più importanti: Verona, Palermo, Piacenza, Gorizia, L’Aquila, Alessandria, Asti, Frosinone e Monza.
Detto del buon 8,1 per cento ottenuto in Sicilia, solo ad Alessandria (5,67 per cento) il dato è in linea coi sondaggi nazionali.
Tolta la sufficiente performance a L’Aquila (4,8 per cento), il resto è una Caporetto: 1,05 per cento a Verona; 1,2 ad Asti; 2,8 a Gorizia; 1,5 a Piacenza; 1,58 a Frosinone; 2,16 a Monza.
Sempre meglio di Renzi, certo, presente soltanto in tre capoluoghi, ovvero Monza, Parma e Barletta. Con risultati molto rivedibili: sotto al 2 per cento in Brianza (1,67) e in Puglia (1,59), percentuale da prefisso telefonico (0,96 per cento) nella città che pure ha visto il candidato di centrosinistra Michele Guerra, sostenuto da Renzi, andare ben oltre il 40 per cento
Tutto ciò non solo fa a pugni con il notevole sforzo mediatico da parte dei leader, ma dovrebbe allarmare ancor di più i riformisti se si pensa che in più di un Comune le percentuali di cui sopra sono state ottenute apparentandosi con Più Europa (nel caso di Calenda) o altri cespugli (tipo Partito socialista e Centro democratico nel caso di Italia Viva). Eppure “c’è un terzo polo che avanza con concretezza”, annuncia euforica dall’Udc Paola Binetti. Tradendo un commovente ottimismo sia per il concetto di “avanzata” sia per quello di “concretezza”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
DAI MILITANTI DEL PARTITO SONO CONSIDERATI DUE ESTRANEI: “NON SONO VERI LEGHISTI”
«Sono riusciti a cancellare la Lega da Padova». E’ questo il messaggio che sta
girando tra i delusi del Carroccio dopo il risultato delle elezioni, riferito ai dirigenti del partito in città, che non solo ha visto il candidato di centrodestra Francesco Peghin sotto del 24,9% (circa 20 mila voti in meno) rispetto al sindaco Sergio Giordani, ma ha visto la Lega al 7,3%, quindi sotto a Fratelli d’Italia e la lista civica di Peghin.
Questo risultato, porterà dentro il consiglio comunale solamente due leghisti, che sono Eleonora Mosco e Ubaldo Lonardi. Due leghisti “sui generis” però.
La prima, ex vicesindaco all’epoca della giunta Bitonci, arriva da Forza Italia, e del partito di Berlusconi ha conservato stile e idee liberali.
Il secondo è stato candidato nella Lega, ma ha sempre evidenziato di non essere un tesserato ma solo simpatizzante, tanto da far parte di quei civici che sono stati inseriti per rendere la lista più attraente («Non basta avere una tessera per definirsi leghisti» ha evidenziato il sindaco di Noventa, Marcello Bano).
Sono rimasti fuori invece i leghisti della prima ora, a partire da Alain Luciani, Vanda Pellizzari, Vera Sodero, Marco Polato e Federica Pietrogrande. Sostanzialmente della vera Lega non c’è più traccia.
E leggendo i numeri si capisce quanto abbia portato poco alla causa di Francesco Peghin, nonostante in città sia arrivato Matteo Salvini. E in qualche modo discolpa anche lo stesso Peghin, che a questo punto può dire che il suo l’ha fatto, mentre i partiti no. Si avvicina quindi il momento della resa dei conti dentro la Lega.
Probabilmente si aspetterà il risultato di Verona per procedere, anche se chi aveva già contestato le scelte e le modalità a febbraio, già il giorno dello spoglio si era fatto sentire. «E’ stata sbagliata la scelta del candidato. Ad un civico bisognava opporre un uomo di partito. Invece si è preferito non ascoltare la base e questi sono i risultati. Esiti tragici, la Lega non è più in grado di parlare al popolo» hanno già detto Roberto Marcato, Fabrizio Boron e Marcello Bano. Inutile nascondere l’imputato, che è Massimo Bitonci.
Lui ha scelto Francesco Peghin e lui non ha ascoltato le lamentele che dal basso sono arrivate sempre più in alto dentro il partito. Sentiva di avere un conto in sospeso con Padova dopo essere stato sfiduciato e dopo la sconfitta del 2017 contro Giordani, ed ha provato a prendersi una rivincita quasi personale.
«Sono stato l’unico sindaco leghista a Padova e ho perso nel 2017 solo per pochissimi voti. C’è chi parla solo quando si vince, e chi come me mette la faccia anche quando si perde» le parole di Bitonci la sera della sconfitta.
Ora però qualche risposta in più però dovrà darla ai suoi, che da mesi chiedono un congresso per confrontarsi occhi negli occhi. Ma se prima c’era la possibilità che le scelte pagassero, oggi hanno parlato i cittadini. Sotto di lui c’è Alberto Stefani, che in realtà avrebbe un grado superiore a livello regionale, ma ha subito le scelte senza opporsi.
(da Padova Oggi)
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Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
LEGGESI 4-5 POSTI IN PIU’ IN GIUNTA PER TOSI E 4-5 IN MENO PER LEGA E FDI… MA I SUOI ELETTORI NON E’ DETTO CHE SI VENDERANNO
C’è un piano del centrodestra per riconquistare Verona, dopo il primo turno che ha portato Damiano Tommasi al 39,77 per cento (42.971 voti), lasciando il sindaco uscente Federico Sboarina al 32,71 per cento (35.337 voti).
È un percorso piuttosto semplice: ricompattarsi, alla faccia delle sonore sventole che Fratelli d’Italia e Lega si sono scambiati con Flavio Tosi, l’ex primo cittadino che ha avuto l’appoggio di Forza Italia e di Italia Viva di Matteo Renzi. Tosi ha raccolto il 23,87 per cento dei consensi e ha ora una dote (teorica) di 25.791 voti da spendere sul tavolo della trattativa in vista del secondo turno.
Il percorso prevede tre fasi. La prima: fare un passo indietro rispetto alle ruggini (anche personali) che dividono Sboarina e Tosi. Anche se la scena è quella di Verona, la favola di Giulietta e Romeo va bene per i turisti che vengono a farsi fotografare giurandosi amore eterno, non per i politici di professione che preferiscono i matrimoni d’interesse.
Sboarina senza Tosi sa di non poter essere rieletto, Tosi senza Sboarina sa di essere condannato all’oblio, come amministratore.
Il secondo passo è quello di riconoscere il primo turno delle votazioni come una specie di primarie del centrodestra. Tosi aveva cercato di affermarlo in campagna elettorale, ma da Sboarina non erano venute risposte, mentre adesso è lo stesso sindaco uscente che parla di un elettorato da ricomporre dopo il primo turno. “L’obiettivo è quello di battere la sinistra”, ha detto.
Il tormentone dei prossimi quindici giorni sarà questo: affermare che lo scontro è tra centrodestra e “sinistra” (non centrosinistra), tra chi ha esperienza di amministrazione e chi ha soltanto l’esperienza dell’associazione nazionale calciatori.
Il terzo passo è quello di raggiungere un accordo entro una settimana, in vista del 26 giugno. Per ora Sboarina non ha dato una risposta: nella sua prima dichiarazione dopo il primo turno ha preferito chiamare “a raccolta tutto l’elettorato di centrodestra, la Verona che produce ricchezza e lavoro: è una sfida che riguarda tutti. Tommasi è una brava persona ma è pericoloso perché è il prestanome dell’armamentario ideologico della sinistra”, accusando il candidato del centrosinistra di voler far diventare Verona una “capitale transgender” (non chiarisce peraltro cosa intende).
Flavio Tosi rivela la sua posizione, maturata con il pallottoliere alla mano e tenendo conto della legge elettorale. Lunedì 13 giugno era stato un po’ generico, rimandando a successive decisioni della coalizione le scelte per il secondo turno. Adesso, invece, indica la strada.
“Assieme a Forza Italia, sono disponibile a un apparentamento, ma che dovrà essere ufficiale con Sboarina”.
Una comunicazione che non lascia equivoci. E come la mette con le critiche feroci che vi siete scambiati finora? “In campagna elettorale ci sta…. ma dopo il primo turno si può prendere atto che c’è una convergenza sui programmi e che il primo turno è stato una specie di consultazione primaria del centrodestra. Le norme consentono di entrare legalmente in maggioranza e partecipare alla suddivisione dei seggi”.
Ecco cosa dice la legge elettorale: “I candidati ammessi al ballottaggio hanno facoltà, entro sette giorni dalla prima votazione, di dichiarare il collegamento con ulteriori liste rispetto a quelle con cui é stato effettuato il collegamento nel primo turno”.
Tosi ha già fatto i conti: “Se non ci fosse un accordo per il secondo turno, noi avremmo già 4 o 5 seggi nel consiglio comunale composto da 36 persone. La coalizione che vince prenderebbe 22 consiglieri. In caso di apparentamento Sboarina e le liste che lo hanno appoggiato al primo turno avrebbero 13 seggi, a noi ne andrebbero 9”.
Tosi, quindi, non solo entrerebbe a pieno titolo in maggioranza, ma guadagnerebbe 4-5 consiglieri, che però Sboarina perderebbe.
Per questo è pronto a mettere da parte ogni rancore e a fare i patti con quel sindaco che fino a qualche giorno fa ha definito un incapace, un immobilista e responsabile di aver fatto arretrare la città di Verona perfino rispetto ai tempi in cui a governarla (dal 2007 al 2017) era lui.
Il giudizio dato lunedì sera su Sboarina era stato tranciante: “Dieci anni fa, quando mi sono ripresentato da sindaco uscente, ho vinto al primo turno con il 57 per cento dei voti. Il dato evidente di oggi è che l’amministrazione in carica ha raccolto appena un terzo dei consensi di quel 55 per cento di elettori che è andato a votare: insomma, due terzi dei veronesi sono contro l’amministrazione di Sboarina”.
I due dovranno comunque trovarsi e parlarsi. Anche su questo Tosi sembra avere le idee chiare: “Noi abbiamo un programma ben fatto e dovremo trovare una convergenza almeno su due punti. Il primo è quello della sicurezza, perché la città è tornata indietro di anni. Il secondo è quello dello sviluppo urbanistico, perché Verona deve ripartire”.
Queste sono le condizioni di Tosi, che in qualche modo sembra riproporsi come un alter “sindaco-sceriffo”. L’ipotesi di trovare un accordo con Tommasi? “Mi pare politicamente difficile” è la risposta secca di Tosi.
La strada per trovare un accordo è lastricata anche dalle denunce che dividono Sboarina e Tosi.
Il primo ha querelato il secondo per diffamazione, a causa del like su un post che insinuava interessi privati nella ristrutturazione di una piazza antistante il palazzo dove il sindaco aveva acquistato una casa. Il processo è ancora in corso.
Tosi ha poi lanciato dubbi sull’acquisto di quella casa, che ha portato anche alla presentazione di un esposto in Procura da parte dell’avvocato Michele Croce, ex presidente della municipalizzata Agsm, che in questo primo turno ha appoggiato con la sua lista proprio Tosi.
Poi Tosi ha fatto la guerra a Sboarina per le parcelle (quasi centomila euro) che l’avvocato ha percepito (anche da sindaco) dalla società che gestisce la funivia del Monte Baldo. Attraverso un consigliere provinciale ha fatto ricorso al Tar, ottenendo alcune settimane fa il diritto a consultare le assegnazioni e le motivazioni di quegli incarichi professionali.
Infine, nel 2019 Tosi ha denunciato una strana assegnazione gratuita a una società sportiva della gestione del Centro Sportivo De Stefani, che in precedenza fruttava al Comune un canone di 90 mila euro.
“Le denunce? Quello è un piano a parte” risponde Tosi, l’ex sindaco che – Tommasi permettendo – punta a tornare nel giro dell’amministrazione di Verona.
(da il Fatto Quotidiano)
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Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
DOPO ESSERSENE DETTE DI TUTTI I COLORI (COMPRESE VARIE QUERELE) TOSI ENTRA IN FORZA ITALIA PER TRATTARE 4.-5 POSTI IN GIUNTA CON SBOARINA, IN CAMBIO DELL’APPOGGIO AL BALLOTTAGGIO
A Verona la partita per il ballottaggio alle Comunali si accende, dopo l’annuncio
dell’ex sindaco Flavio Tosi di aver aderito a Forza Italia. Contro Damiano Tommasi per il centrosinistra si profila così un possibile apparentamento con il candidato di centrodestra Federico Sboarina e le liste civiche e il partito di Silvio Berlusconi che a Verona avevano sostenuto l’ex sindaco finito terzo con il 23,88%.
Un patrimonio di consenso che aspetta solo un segnale da parte del candidato appoggiato da Lega e Fratelli d’Italia: «Quello che manca è solo l’apertura del confronto da parte di Sboarina», ha commentato Tosi. Era stato lui stesso ad anticipare al quotidiano L’Arena di avere un «debito di onore e riconoscenza» nei confronti di Forza Italia, la telefonata di Berlusconi ha fatto poi il resto, come ha raccontato l’ex sindaco veronese.
A consegnarli la tessera forzista c’era Antonio Tajani che già anticipa una possibile trattativa con gli alleati ritrovati di coalizione: «Se si fa un apparentamento e si è determinanti per vincere si devono fare scelte politiche e servono giusti riconoscimenti. Nessun mercato delle poltrone, ma non esiste ipotesi che non ci sia l’accordo: sarebbe un errore inconcepibile. Lo escludo».
(da agenzie)
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Giugno 15th, 2022 Riccardo Fucile
AVEVANO CONTESTATO LA VOTAZIONE INTERNA SUL NUOVO STATUTO E LE NOMINE
Per i vertici del M5s arriva una consolazione dal tribunale di Napoli, mentre scoppiano le liti interne dopo il flop elettorale.
Secondo fonti interne al Movimento citate dall’Adnkronos, il Tribunale di Napoli «ha rigettato il ricorso» presentato da alcuni attivisti contro lo statuto grillino e la nomina a presidente di Giuseppe Conte.
Soddisfatto l’avvocato che difendeva il M5s, Francesco Cardarelli, che ha parlato di un’ordinanza «molto ben motivata e articolata, sicuramente tocca tutti i punti nevralgici del ricorso e dà piene ragioni alla tesi del Movimento».
Lo scorso aprile erano stati otto attivisti, sostenuti dall’avvocato Lorenzo Borré, a citare in tribunale i vertici del Movimento, contestando le nuove votazioni interne che avevano portato alle modifiche dello statuto, oltre che a tutte le nomine del M5s, a partire da quella dell’ex premier.
La conferma della decisione di Napoli è arrivata poi dallo stesso Conte, che su Twitter ha esultato: «Il Tribunale di Napoli ha respinto il ricorso in sede cautelare contro lo Statuto e le scelte democratiche dei nostri iscritti sul futuro del M5s. Andiamo avanti, con forza e determinazione per il rilancio del nuovo corso».
(da agenzie)
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