Giugno 13th, 2022 Riccardo Fucile
DOPO ESSERSI FATTO BULLIZZARE DALLA PORTAVOCE DI LAVROV, IL CONDUTTORE SI FA ASFALTARE DI NUOVO DAL DIRETTORE DI “LIBERO”, CHE LO ACCUSA DI ASSOLVERE LA PROPAGANDA RUSSA: “NON SIAMO A ‘BALLANDO CON LE STELLE’. BISOGNA PRENDERE POSIZIONE”
Dopo l’abbandono dello studio della scorsa settimana, ieri sera- sempre in diretta su La7 – è andato in onda un nuovo confronto tra Massimo Giletti, giornalista e conduttore di Non è l’Arena, e il direttore di Libero, Alessandro Sallusti. E così, in attesa dei risultati di referendum e amministrative, i telespettatori hanno assistito a un altro faccia a faccia di fuoco.
Giletti (ieri sera non più a Mosca ma in Italia, ndr) è subito ritornato alla frase choc urlata per ben due volte da Sallusti domenica scorsa chiedendogli se voleva ribadire che il Cremlino è “un palazzo di m…”.
«Sì, assolutamente» ha confermato serenamente il direttore «perché in quel luogo oggi si sta decidendo di sparare su civili, donne e bambini, di affamare popolazioni, ma in un recente passato si sono architettate purghe e pulizie etniche. Quindi sì, non è un bel posto, è un posto sporco e che trasuda sangue da tutte le pietre».
Il confronto tra Giletti e Sallusti è poi proseguito tornando esattamente sulle polemiche della passata trasmissione che, tra l’altro, ha portato bene agli ascolti della rete.
IL GIUDIZIO SU PUTIN
«Putin ha ammazzato da sempre, purtroppo, forse noi occidentali abbiamo chiuso gli occhi davanti a quello che hanno sempre fatto» ha proseguito Giletti stuzzicando il collega Sallusti che non ha avuto tentennamenti: «Negli ultimi anni ho pensato che Putin stesse cercando di raddrizzare un po’ le cose, ma oggi prendo atto che è in scia coi personaggi che l’hanno preceduto e che, quindi, continua, la maledizione di quel palazzo. Ma alla terza volta che ammazza, ora gli dico che è uno stronzo».
E a questo punto è Sallusti a partire all’attacco nei confronti del conduttore: «Continuare a far quello che stai facendo tu stasera, dicendo, siccome noi abbiamo fatto una porcata in Iraq…». Ma Giletti lo interrompe subito e in modo anche parecchio seccato: «Ma questo lo dici tu, io non lo penso, come faccio a pensare una cosa così grave…».
E qui, approfittando della pausa dell’avversario-giornalista, Sallusti affonda il colpo e gli chiede di scegliere da che parte stare: «Tu, Massimo, stasera stai dicendo le stesse cose che ci ha detto lei (Maria Zakharova, la portavoce di Lavrov, intervistata domenica per oltre un’ora da Giletti, ndr) la volta scorsa: voi occidentali avete fatto guerra sporca e allora perché rompete le palle a noi? Ogni volta bisogna scegliere da che parte stare. Qui non siamo a Ballando con le stelle, in questa trasmissione si parla di cose molto serie» ha prosguito Sallusti accusando l’interlucore di assolvere la propaganda russa.
«Starò sempre dalla parte dell’Ucraina invasa, ma detto ciò non accetto il pensiero unico americano. Le Borse di venerdì sono crollate e la fatica di arrivare a fine mese si sta avvertendo. Se questa guerra non finisce, finisce male» replica stizzito Giletti.
Davanti a cui il direttore di Libero quasi si indigna parlando di «pura e semplice demagogia» quella utilizzata dal noto anchorman de La7.
«Non puoi dire di aver avuto con confronto con la Zakharova, perchè quello che è andato in onda la passata settimana è stato semplicemente un monologo. Era solo propaganda russa che, per di più, colpevolizzava l’Occidente e l’Italia in primis».
L’ultimo appunto del direttore arriva sul proprio sul finale quando fa notare che i russi definiscono quello di Kiev, un regime. «Non lo è affatto e da anni non lo è». Se mai la Russia non è una democrazia. «Ma una democratura» spiega.
(da agenzie)
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Giugno 13th, 2022 Riccardo Fucile
MIKHAIL KASYANOV PARLA DALL’ESILIO VOLONTARIO: “SE L’UCRAINA CADE, I PAESI BALTICI SARANNO I PROSSIMI”
Mikhail Kasyanov, il primo capo di governo di Vladimir Putin tra il 2000 e il
2004, ha rilasciato una lunga intervista all’Afp, parlando del suo ex capo dello Stato. “Il Putin che conoscevo era diverso”.
A 64 anni, l’ex ministro di Putin, che lavorò per il riavvicinamento tra Mosca e l’Occidente, ha ammesso che, come molti russi, non credeva che si sarebbe arrivati alla guerra.
L’ha capito finalmente a tre giorni dall’invasione, quando Putin convocò gli uomini del suo Consiglio di Sicurezza facendo trasmettere in tv la riunione. “Quando ho visto quell’incontro, ho finalmente capito che sì, ci sarebbe stata una guerra. Conosco queste persone e guardandole ho visto che Putin non era se stesso. Non dal punto di vista medico, ma politico”.
Licenziato dal presidente nel 2004, Kasyanov si è unito all’opposizione ed è diventato uno dei più accaniti critici del Cremlino. Ora guida il Partito della Libertà del Popolo, un piccolo partito liberale.
Ha detto di aver lasciato la Russia perché contrario all’invasione in Ucraina, ma non ha voluto dire in quale Paese si trova. È convinto che “se l’Ucraina cade, i Paesi baltici saranno i prossimi” e ha aggiunto di essere “categoricamente” in disaccordo con l’idea che Vladimir Putin non dovrebbe essere umiliato e che l’Ucraina dovrebbe accettare concessioni territoriali in cambio della pace. “Cosa avrebbe fatto Putin per meritarselo? È una posizione fin troppo pragmatica”.
(da agenzie)
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Giugno 13th, 2022 Riccardo Fucile
O IL “CAPITONE” ACCETTA LA LEADERSHIP DI GIORGIA O SI VA VERSO IL PROPORZIONALE… COMUNQUE, IL PROGETTO DELLA “LEGA NAZIONALE” È MORTO E SEPOLTO
Le Amministrative non causeranno contraccolpi sul governo ma potrebbero provocare una sorta di armageddon nel centrodestra.
Se oggi si certificasse il sorpasso di FdI sulla Lega, o Salvini accetterà la leadership della Meloni o il progressivo logoramento dei rapporti in seno all’alleanza determinerà una svolta anche sul sistema elettorale. E aprirebbe la strada al proporzionale. La coalizione è al bivio.
Già ieri ha subìto una picconata, perché il flop dei referendum sulla giustizia segna il fallimento di una battaglia storica di Forza Italia e del Carroccio, che si era intestato la sfida referendaria insieme ai Radicali.
La seconda picconata colpirebbe direttamente Salvini. Se le urne – come anticipavano ieri alcuni test demoscopici sul voto – registrassero un forte arretramento della Lega al Sud e una flessione al Nord, vorrebbe dire che il progetto di un «partito nazionale» si è arenato.
E la contemporanea ascesa di FdI pregiudicherebbe il disegno del «Capitano» di guidare alle prossime elezioni un «centrodestra di governo», a cui lavora dal 2018, quando conquistò il primato nell’alleanza.
Così si consumerebbe anzitempo la competizione con la Meloni. E si aprirebbe un durissimo confronto nel Carroccio, dove lo stato maggiore fatica ormai a nascondere la crisi di rapporti con il suo segretario.
L’attenzione dei dirigenti leghisti non è concentrata solo sui risultati nelle grandi città. Indicativi sono i test nei piccoli centri del Nord, dove lo zoccolo duro elettorale è consistente.
Se anche lì franasse il consenso, sarebbe la riprova dei «troppi errori» di una gestione «solitaria» e di una linea politica «contraddittoria» che ha portato a una «perdita d’identità e di credibilità». Di più.
Il timore nel Carroccio è che alle prossime Politiche la Lega non superi il 10%: alla Camera – visto il taglio dei parlamentari – significherebbe conquistare 50 seggi, rispetto agli attuali 130. E ciò porterebbe al rompete le righe della filiera dei dirigenti locali, che capirebbero di non avere spazio.
Chi ha parlato con Giorgetti in questi giorni lo ha trovato «sconsolato». Il rischio di una marginalizzazione della Lega a livello nazionale ed internazionale è al centro di molte discussioni. Le voci di scissione non appaiono tuttavia realistiche, perché «non è nel dna dei leghisti.
Si tenterà piuttosto di cambiare rotta senza distruggere il partito», spiega un autorevole esponente del Carroccio: «Sul modo in cui arrivarci però, non c’è al momento un’idea precisa».
Il paradosso è che a difendere Salvini è rimasto Berlusconi. E la linea del Cavaliere accredita l’ipotesi di un processo federativo, che incontra l’ostilità dei leghisti d’antan e le perplessità persino di quei berlusconiani che pure sono considerati vicini al «Capitano»: la preoccupazione è che l’unione non faccia la forza e che i due partiti perdano dei pezzi.Come in un effetto domino, l’area moderata azzurra non smette di guardare a soluzioni di centro, a quell’idea di «partito di Draghi senza Draghi» che anima i contatti con Calenda e Renzi. Sono gli effetti di una spaccatura che è figlia di una diversa visione sulla strategia futura, oltre che delle aspirazioni dei singoli. Già era stato difficile accettare una coalizione imperniata sul primato di Salvini.
Un’altra rivoluzione copernicana, con l’avvento della Meloni alla leadership del centrodestra, trasformerebbe ulteriormente il profilo di un rassemblement che per venticinque anni è stato a trazione berlusconiana. E FdI scorge negli exit poll di Verona, dove il suo candidato non avrebbe ottenuto il risultato preventivato, il tentativo di colpire proprio la Meloni. I risultati delle urne chiariranno il quadro.
E se ci sarà il sorpasso su Salvini, toccherà alla leader di Fratelli d’Italia fare la prima mossa. E lo farà lanciando un segnale di unità agli alleati, sostenendo che «il centrodestra regge e vince lì dove c’è una coalizione coesa». Perché in fondo il «campo largo» del centrosinistra sembra rivelarsi un «campetto di calcio» e dunque ci sarebbero le condizioni per guardare alle Politiche del 2023 con ottimismo.
(da Il Corriere della Sera)
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Giugno 13th, 2022 Riccardo Fucile
IL REFERENDUM VOLUTO DALLE REGIONI DI CENTRODESTRA E SENZA FIRME DEGLI ITALIANI HA FATTO LA FINE CHE MERITAVA: QUATTRO ITALIANI SU CINQUE LI HA MANDATI A FARSI FOTTERE
La strana coppia Salvini-Renzi è la grande sconfitta di questa tornata
referendaria. Gli italiani, infatti, hanno deciso di non andare a votare i cinque quesiti abrogativi del Referendum Giustizia, rendendo vano lo scrutinio avvenuto nella notte.
Le urne si sono aperte domenica 12 giugno alle ore 7 e si sono chiuse alle 23 (o giù di lì, visti i problemi riscontrati a Palermo). Ma lo scarso appeal non è dovuto, sicuramente, a questi inceppamenti della macchina elettorale, come confermato dai freddi numeri.
Secondo i dati raccolti dal Ministero dell’Interno (al numero totale e consolidato mancano pochi seggi, compresi alcuni Esteri), in totale ha partecipato al Referendum Giustizia meno del 21% degli italiani (con la forbice che balla tra il 20 e 21% tra i cinque quesiti, con il quorum fissato al 50%+1 degli aventi diritto al voto).
Una vera e propria rinuncia generale su temi, come quelli delle leggi che si volevano abrogare, che non hanno suscitato un grande interesse pubblico. Cinque schede che non hanno coinvolto neanche un quarto della popolazione avente diritto al voto, nonostante la contemporaneità con le elezioni Amministrative che hanno coinvolto i cittadini di oltre 900 comuni.
E i due principali attori che hanno messo il volto sul Referendum Giustizia, Matteo Renzi e Matteo Salvini, sono i grandi sconfitti.
Questa tornata referendaria è la meno apprezzata della storia della Repubblica italiana.
Parlando, infatti, di voto popolare abrogativo, il peggior risultato storico fu toccato nel 2009, quando i tre quesiti (due sul premio di maggioranza alle liste collegate tra loro – sia alla Camera che al Senato – e uno sulla possibilità per un deputato di candidarsi in più di una circoscrizione) non superarono il 24% di affluenza.
Una sconfitta epocale, con un quorum lontanissimo.
(da agenzie)
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Giugno 13th, 2022 Riccardo Fucile
IL CAPOLAVORO DI MELENCHON CHE RIMETTE IN GIOCO UNA SINISTRA ECOLOGISTA IN FRANCIA
Emmanuel Macron esce dal primo turno delle elezioni legislative più debole. E questo è sicuro, al di là dello zero virgola che divide il suo partito dalla sinistra unita di Jean-Luc Mélenchon, il grande vincitore del primo turno delle elezioni legislative.
Ma tutto si giocherà tra sette giorni, al secondo turno, quando i voti si dovranno trasformare in seggi.
In ognuna delle 577 circoscrizioni sarà eletto un solo candidato, quello che arriverà in testa. Le proiezioni danno in significativo vantaggio l’alleanza presidenziale Ensemble!. Ma difficilmente Macron potrà disporre di una maggioranza assoluta. È questo gli complicherà terribilmente la vita.
Il senso del voto di ieri è tutto qui. È la prima volta che nelle elezioni legislative seguite a un’elezione presidenziale, l’eletto non ottiene da subito la maggioranza assoluta. Per Macron si aprono cinque anni difficili. Già un’astensione abissale, 52 per cento, segno di un distacco crescente in un paese di forti passioni politiche.
E poi la qualità della sfida che gli ha portato un mese fa Marine Le Pen al ballottaggio per l’Eliseo, e ieri (e per i prossimi sette giorni) gli porterà Jean-Luc Mélenchon.
Sfide di sistema, l’una nazionalista, l’altra antiglobalista ed ecologista che simbolicamente riassumono le angosce di un’epoca.
A Emmanuel Macron tocca il compito di tenere insieme un Paese che è letteralmente spaccato in tre parti non conciliabili, anzi, come dimostrano le dichiarazioni ieri sera, in una competizione feroce. Tutti contro tutti.
La sintesi è difficile. Silenzioso Macron, per il campo presidenziale ha parlato la prima ministra Elisabeth Borne, per la prima volta candidata nel Calvados, dove affronterà il secondo turno in testa e in buona posizione per essere eletta.
Il suo breve discorso è stato durissimo nei confronti del leader della sinistra, che pure non ha mai nominato, con toni da guerra fredda, l’ordine contro il disordine e la sovranità nazionale in gioco. Il progresso sociale – secondo la dottrina Macron – garantito dal modello liberale.
Jean-Luc Mélenchon ha saputo costruire un cartello elettorale con tutte le forze di sinistra, dai socialisti ai comunisti ai verdi agli “Insoumis”. Un miracolo politico, tra forze che hanno posizioni diverse, sull’Europa, la Nato e in politica internazionale. Grande successo tra i giovani, nelle banlieues, in città come Marsiglia, tra i musulmani.
Molti prevedono che alla prova del governo o anche della linea da tenere all’Assemblea l’alleanza esploderà. Ma intanto contende al cartello presidenziale il primato e per Macron già questo rappresenta una cocente sconfitta e designa Mélenchon come il vincitore della tornata.
Destino storico del presidente è quello di toccare numerosi primati, il più giovane, il più contestato, quello che viene eletto “per difetto”. Due volte all’Eliseo per battere l’estrema destra. Oggi per arginare l’estrema sinistra. Mai che venga eletto perché è Emmanuel Macron, il più convinto sostenitore della costruzione europea, il giovane presidente che coltiva l’ambizione di prendere la leadership della Ue lasciata vacante da Angela Merkel e di tenere ostinatamente aperto un filo di dialogo con il Cremlino in questa feroce crisi ucraina. I suoi rivali, sia la Le Pen che Mélenchon, sono entrambi improbabili. Ma il problema è che viviamo tempi improbabili.
(da “la Stampa”)
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Giugno 12th, 2022 Riccardo Fucile
SE IL “CAPITONE” AVESSE PORTATO QUALCHE RISULTATO DALLA VISITA A MOSCA, DRAGHI SAREBBE STATO SPEDITO A CASA … L’AMBASCIATORE RAZOV DEVE AVER PROSPETTATO A SALVINI UN SUCCESSO PLANETARIO
Nel preciso momento in cui l’ambasciata russa ha emesso la sua nota
ufficiale, e sostanzialmente ha messo il cappello sulla missione di Salvini, ecco, dentro la maggioranza è scattata un dubbio che è quasi una certezza: il viaggio del Matteo leghista era il tentativo di dare una spallata al governo Draghi, inteso come anello debole della compagine occidentale.
«Ora pensiamo – dice un membro del Copasir – a che cosa sarebbe accaduto se Salvini avesse incontrato Lavrov a Mosca, o perfino Putin. E che al termine, Lavrov gli avesse graziosamente concesso gli ostaggi inglesi o gli avesse fatto un qualche altro “regalo”. Chissà: qualche nave piena di grano. Salvini avrebbe potuto gridare al successo del “suo dialogo” al posto delle armi. Ai russi non sarebbe costato nulla. Da noi, invece, Draghi sarebbe stato clamorosamente sconfessato. Ne sarebbe disceso un maremoto emotivo. La maggioranza non avrebbe retto».
Dice un altro: «Il Pd con la sua posizione ferma a sostegno della resistenza ucraina sta già pagando un prezzo altissimo nei confronti dell’anima pacifista…».
Sottinteso: se il 29 maggio Salvini avesse avuto un pur minimo successo, ora il governo Draghi non ci sarebbe più. E aggiungono: se cade l’Italia, cade tutta la linea; guardate le ambiguità della Germania e pure quelle della Francia.
A giudizio delle teste più attente della maggioranza, insomma, era una operazione più che sapiente, quella che l’ambasciatore Razov stava portando a segno. Grazie allo sconosciuto Antonio Capuano, aveva stretto un rapporto pressoché segreto con Salvini all’insaputa del suo stesso partito.
Nelle cene gli aveva fatto balenare la possibilità di un successo planetario, che neanche Erdogan o Macron avevano ottenuto. E Salvini si era buttato, non dicendo nulla al premier, non calcolando che avrebbe travolto l’esecutivo o forse sì.
L’operazione stava per scattare. Il guaio di Salvini è che si è fidato di un intermediario che forse ha voluto strafare: Capuano infatti gli ha organizzato anche un incontro di altissimo livello in Vaticano, con il cardinale Parolin, il segretario di Stato. Per arrivarci, Capuano si era affidato a sua volta a una intermediaria non ortodossa, la famosa Cecilia Marogna, la dama dei fondi neri, sotto processo in Vaticano assieme a monsignor Becciu.
Marogna vanta contatti con il mondo dell’intelligence, non solo italiana, e non s’ è mai capito se siano millanterie o no. Fatto sta che è la nemica giurata di un’altra dama di quegli ambienti, Francesca Immacolata Chaouqui, protagonista dello scandalo Vatileaks 2. Quel che una fa, l’altra provvede a disfare. Tra loro è una guerra senza quartiere. Nulla di più facile che i segreti di Salvini e dell’ambasciatore Razov siano usciti da questa disfida.
Ora i nemici di Salvini approfitteranno della sua débâcle. «L’Ambasciata russa – scrive il parlamentare di Forza Italia Elio Vito, membro anche lui del Copasir – conferma di avere pagato i biglietti aerei per il viaggio di Salvini a Mosca. Si tratta di un fatto gravissimo. Salvini dovrebbe dimettersi, è sempre più fonte di imbarazzo e preoccupazione per il suo partito, per gli alleati, per il centrodestra, per l’Italia».
(da La Stampa)
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Giugno 12th, 2022 Riccardo Fucile
IL FERETRO ERA UNO DI QUELLI IMPILATI SOTTO LA TENSOSTRUTTURA, MA QUANDO IL FRATELLO È ANDATO LÌ PER RECUPERALO E TUMULARLO, NON C’ERA PIÙ
AAA cercasi bara a Palermo. L’ennesimo scandalo del cimitero di Santa Maria dei Rotoli di Palermo, dove oltre mille salme accatastate tra la camera mortuaria, il deposito e due tensostrutture, attendono da circa tre anni la sepoltura, è di due giorni fa, quando il familiare di una donna deceduta a marzo scorso, ha presentato denuncia ai carabinieri per sottrazione di cadavere.
Francesco Morante, questo il nome dell’uomo, aveva appuntamento il 9 giugno con l’agenzia di pompe funebri per liberare il posto occupato dal feretro della zia e tumulare la sorella Serenella. Una operazione che si sarebbe dovuta svolgere mesi fa e che era stata rinviata «per problemi di aggiornamento della scheda cartacea del cimitero», scrive nell’esposto Morante. All’inizio di giugno l’agenzia di pompe funebri richiama l’uomo per dirgli che tutto è pronto e dargli appuntamento a giovedì scorso.
Ma «al momento di andare a prendere la bara di mia sorella, insieme al personale dell’agenzia funebre e del cimitero, sotto la tensostruttura di viale della Resurrezione, ove era stata adagiata — si legge nella denuncia — dopo svariate ore di ricerche, si constatava l’assenza della bara», della quale Morante dà anche la descrizione ai carabinieri. «Di classico color noce, con targhetta placcata in oro e con i dati di mia sorella e delle piccole rose color bronzo messe vicino alle viti di chiusura», spiega.
Ai carabinieri l’uomo consegna anche copia della mappa del cimitero dei Rotoli e della dichiarazione rilasciata dal direttore del camposanto che recita: «Con la presente si attesta che la salma della signora Serenella Morante, deceduta a Palermo il 17-3-2022,e pervenuta presso il cimitero di Santa Maria dei Rotoli il 18-3-2022, in data odierna non è stata trovata. Il personale riprenderà domani le ricerche della salma». Era il 9 giugno. Ad oggi la bara non è ancora comparsa.
Il camposanto di Palermo è nella bufera da anni. Nel tempo il problema dell’assenza di spazio per le nuove sepolture che ha scatenato forti polemiche, si è trasformato in emergenza sanitaria, con centinaia di bare accatastate ovunque che hanno reso necessaria la costruzione di due tensostrutture.
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2022 Riccardo Fucile
PER ASSISTERE ALLA PARTITA DI CALCIO DEL PALERMO DI QUESTA SERA… DAVANTI ALLA CERTEZZA DI NON POTER SEGUIRE IL MATCH PARE CHE QUALCUNO SE LA SIA DATA A GAMBE LEVATE
Palermo divisa tra politica e calcio (l’elezione del nuovo sindaco dopo il
decennio di Leoluca Orlando sulla poltrona di Palazzo delle Aquile e la partita decisiva per la promozione in B dei rosanero stasera al “Barbera” contro il Padova) piomba nel caos per le votazioni amministrative.
A tarda mattinata erano diversi i seggi non ancora aperti per le defezioni di circa 150 presidenti che ieri sera hanno improvvisamente rinunciato all’incarico, gettando nel caos gli scrutinatori dei seggi stessi e i palermitani: i più fortunati hanno dovuto sobbarcarsi code di oltre un’ora per poter votare, se la sono vista brutta invece quelli che, presentatisi con la scheda elettorale in mano, fino alla tarda mattinata sono stati pregati dai vigili urbani di tornare a casa (“il presidente sostituto si sta appena insediando”) e di tornare alle urne (che si chiudono alle 22) solo dal primo pomeriggio
Una vergogna tra disorganizzazione, inefficienza dell’apparato amministrativo (fiaccato nei giorni scorsi anche da un attacco di hacker ai danni della rete telematica del Comune) e mancanza di senso civico (i presidenti che non si sono presentati all’ultimo momento sono già stati denunciati) per la quinta città d’Italia.
Ovvio che molti (soprattutto tra i candidati) hanno auspicato un annullamento della giornata elettorale e sono stati frenetici e nervosi i contatti per tutta la mattina tra Prefettura e ministero degli Interni. Ma il Viminale intorno alle 12,30 ha gettato acqua sul fuoco con la notizia che erano stati nominati e si stavano insediando gli ultimi presidenti di sezione mancati a causa delle rinunce incredibilmente numerose. Presto – ha assicurato il ministero – le operazioni di voto saranno regolari in tutte le 600 sezioni cittadine.
Per ovviare ai disagi (molti cittadini stamattina, rimandati a casa, hanno dichiarato che non sarebbero più tornati, alcuni per protesta, altri per impegni di lavoro o perché in partenza per motivi personali) sono state accorpate alcune sezioni ancora chiuse a quelle già operative
Alcune forze politiche hanno anche chiesto che venga proporagata la possibilità del voto a domani, dalle 7 alle 14, ipotesi che il Viminale comunque sembra non aver preso finora in considerazione. L’unica certezza è quella di poter far votare chi è ancora in coda questa sera oltre le 23 (nonostante una prevedibile situazione delicata dell’ordine pubblico nel post-partita allo stadio).
Ma anche se la caotica giornata elettorale dovesse concludersi con una parvenza di normalità, saranno decine, da domani, i ricorsi e le denunce già annunciati dai vari schiaramenti e dai candidati in campo.
(da agenzie)
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Giugno 12th, 2022 Riccardo Fucile
LA RAGAZZINA ERA STATA RICOVERATA AL SAN RAFFAELE DI ROMA IN GRAVI CONDIZIONI
E’ tornata a camminare Sofia, la ragazza ucraina di 14 anni, sorella maggiore di Polina, uccisa con tutta la sua famiglia nel primo giorno di guerra a Kiev. Sofia, ricoverata in condizioni gravissime al San Raffaele di Roma, è stata l’unica sopravvissuta nella strage.
La famiglia delle bambine rimase coinvolta in uno scontro a fuoco a Kiev il 25 febbraio. Morirono tutti con Polina, 10 anni: suo padre, sua madre e il suo fratellino.
Unica superstite trovata all’interno delle lamiere fu la sorella Sofia, 14 anni il 19 luglio, che, dopo tre giorni di viaggio, giunse al San Raffaele di Roma in condizioni gravissime.
“Tetraparesi”, la diagnosi che lasciò senza speranze nonna Svitlana che l’accompagnava quel 4 marzo. Ma tre mesi dopo Sofia, che era arrivata paralizzata ai quattro arti per un colpo d’arma da fuoco, è tornata a camminare.
“Per pochi millimetri non ci ha rimesso la vita, – racconta a La Stampa Paolo Maria Rossini, direttore del Dipartimento Neuroscienze e neuroriabilitazione del San Raffaele di Roma, – ma il suo sistema nervoso è stato capace di riorganizzarsi, grazie al fatto che era rimasto intatto qualcosa del midollo e grazie alla giovane età”.
Il miglioramento è stato lento e progressivo in questi mesi: ora Sofia “è in grado di camminare benino ed è avviata a un recupero quasi completo”, conclude il medico, che prevede un periodo di riabilitazione ancora per tutto il 2022: “Sta cominciando a disegnare con la sinistra, non riesce ancora a usare il braccio destro”
Più lunghe da curare saranno le ferite dell’anima. A seguirla è una psicologa ucraina, Kateryns Chesnevska, che è anche insegnante di Taekwondo, sport che la piccola ha praticato per 4 anni.
Sofia vuole tornare in Ucraina. “Resteremo finché sarà necessario”, commenta la nonna che con la nipote cerca di elaborare il lutto. Di entrambe si è occupata dal primo momento l’associazione Amici per la pelle Onlus.
“Sono riuscite a condividere il dolore”, racconta a La Stampa la psicologa. “E’ così che ha smesso di aver paura di cadere e si è messa in piedi. Ha fatto i primi passi, si è esercitata da sola. Quando tornerà a casa sarà difficile, ha capito che i suoi cari non ci sono più, ma non ne parla molto. Ogni tanto racconta di sua madre o di sua sorella Polina, ha pianto tantissimo, ma ha avuto coraggio ed è una ragazzina molto forte. E’ molto matura, non sembra una 13enne”.
(da agenzie)
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