Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
CHI RAGGIUNGE IL 40% E’ ELETTO AL PRIMO TURNO
Domenica 12 giugno si vota a Palermo, e in altri 1000 comuni italiani, per le elezioni amministrative. Il responso delle votazioni porterà non solo al rinnovo del Consiglio Comunale ma anche all’elezione dei presidenti delle otto circoscrizioni.
I cittadini palermitani sono chiamati a scegliere il successore di Leoluca Orlando a Palazzo delle Aquile e a rinnovare il consiglio comunale. Si vota in un’unica giornata, come spiegato anche sul portale del Comune di Palermo, domenica 12 giugno, dalle ore 7 alle 23. L’eventuale ballottaggio per il primo cittadino, nel caso in cui nessuno dei candidati superi il 40%, si terrà il 26 giugno.
Sono sei in tutto i candidati in corsa per la poltrona di sindaco.
Il centrodestra si presenta unito a sostegno dello stesso candidato, l’ex rettore Roberto Lagalla.
Anche Partito Democratico e Movimento 5 Stelle si presentano uniti con un unico candidato, l’architetto Franco Miceli.
Oltre ai due candidati, che sembrano per il momento avanti nei sondaggi, c’è anche Fabrizio Ferrandelli appoggiato da Più Europa e Azione, e ancora Rita Barbera, Francesca Donato e Ciro Lomonte.
Il candidato del centrodestra è Roberto Lagalla, 67 anni, sostenuto da 9 liste di centrodestra. Laureato in Medicina, è stato prima rettore all’Università degli Studi di Palermo, poi da assessore all’Istruzione della giunta Musumeci, fino al 31 marzo 2022, quando si è dimesso per correre per la carica di primo cittadino.
Il candidato del centrosinistra, Franco Miceli, attuale presidente del Consiglio nazionale degli architetti, è sostenuto da 4 liste
Nel 1990 è stato eletto, a 37 anni, alla guida del Pci palermitano. Miceli da 2001 è uscito dalla scena politica, per poi tornare più di 20 anni dopo come candidato sindaco.
I favoriti secondo i sondaggi sarebbero il candidato del centrodestra Roberto Lagalla e il candidato del centrosinistra Franco Miceli.
Secondo un sondaggio realizzato da Pagnoncelli per il Corriere della Sera lo scorso 24 maggio, alla domanda ‘Per chi voterebbe oggi’, il 37,4% dei palermitani ha fatto il nome dell’architetto, mentre il il 39,9 ha indicato l’ex rettore e assessore regionale.
Al terzo posto si piazza Ferrandelli, candidato di Azione e Più Europa, con il 10,1%. In fondo alla classifica Barbera (5,6%) Donato (4,8%) e Lomonte (2,2%).
Secondo quest’indagine quindi la tornata elettorale non si chiuderebbe con il primo turno, ma si andrebbe al ballottaggio tra Lagalla e Miceli.
In caso di ballottaggio invece tra Lagalla e Micelli vincerebbe l’ex rettore con il 53,2%.
Fortissimo l’astensionismo: secondo la rilevazione un palermitano su due non andrà a votare.
Per quanto riguarda invece le liste, il primo posto con il 17,1% se lo aggiudicherebbe il M5s, seguito dal Pd (16,1%), FdI (10,9%), FI (9,9%) e Prima l’Italia ovvero la Lega (6%). Le liste che sostengono Lagalla sono date al 41,8%, quelle a sostegno di Miceli al 39,9%.
(da Fanpage)
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Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
L’ESPERTO BRECCIA: “HANNO NECESSITA’ DI ORGANIZZARE IL FUOCO DI CONTROBATTERIA E DISTRUGGERE LE POSTAZIONI DI ARTIGLIERIA RUSSA”
Sono giorni decisivi per le sorti della “fase due” della guerra in
Ucraina. Le truppe russe hanno di fatto preso il controllo di Severodonetsk, nel Donbass, e la manovra a tenaglia per chiudere in una sacca migliaia di soldati ucraini prosegue lenta ma inesorabile.
La resistenza di Kiev continua ad essere stoica, ma molto meno efficace di quanto non lo fosse due mesi fa.
A fare la differenza sono soprattutto le armi pesanti: Mosca ne possiede in abbondanza, mentre a Kiev ne arrivano col contagocce dagli alleati occidentali. Ma perché i pezzi di artiglieria sono fondamentali per determinare l’esito della guerra?
Fanpage.it ha interpellato il professor Gastone Breccia, storico ed esperto di teoria militare.
Professore, come sta evolvendo la manovra a “tenaglia” russa nel Donbass?
Stando alle ultime informazioni di ieri i russi hanno ormai il controllo dell’80% di Severodonetsk, anche se loro sostengono di averla di fatto conquistata per intero. Questo però non è così importante: lo è molto di più dal punto di vista strategico lo sforzo delle truppe di Mosca da Lyman verso Sloviansk, nel braccio nord della tenaglia che dovrebbe chiudersi intorno agli ucraini. Questo oggi è l’aspetto da tenere maggiormente sotto controllo: gli ucraini hanno fatto saltare un ponte su un fiume a sud di Lyman, e ciò significa che hanno perso alcuni territori a nord di quel corso d’acqua disponendosi sulla riva meridionale. Lì si stanno preparando a resistere. Se i russi dovessero riuscire a sfondare non troveranno molti altri ostacoli fino a Kramatorsk, a quel punto per gli ucraini sarebbe un grosso guaio.
Come mai si sta dando così tanto risalto alla città di Severodonetsk se in realtà la battaglia principale di combatte più a ovest, nei pressi di Lyman?
Secondo un articolo molto interessante pubblicato sul Time Magazine e scritto da Frederick Kagan, i russi a Severodonetsk stanno combattendo una “information operation”. Quella battaglia ha un significato simbolico ed è importante soprattutto per il fronte interno: vuole dimostrare che l'”operazione speciale” di Putin sta avendo successo. Dal punto di vista militare tuttavia Severodonetsk non conta nulla. Questo lo sanno anche gli ucraini, ma sono costretti a difenderla metro per metro correndo l’enorme rischio di essere chiusi un una sacca dagli invasori.
Ieri Zelensky ha ammesso ancora una volta che nel Donbass i russi stanno avanzando. Tuttavia gli ucraini stanno ancora resistendo. Qual è il loro segreto?
Nessun segreto. I difensori hanno sempre un grosso vantaggio rispetto agli attaccanti soprattutto nelle battaglie frontali. Nelle scuole di guerra si calcola che gli attaccanti, per riuscire ad impostare un’azione offensiva con ragionevoli speranze di successo, devono contare sul triplo delle forze rispetto ai nemici. Sicuramente i russi non hanno un vantaggio numerico di tre a uno. Tuttavia hanno importanti carte a loro favore per quanto riguarda l’aviazione, il ricambio delle truppe e soprattutto le armi pesanti. Queste ultime agli ucraini sono arrivate col contagocce.
Se ne parla molto anche in Europa. Perché le armi pesanti sono così importanti?
Da quando i russi hanno iniziato la seconda fase della guerra si sono riposizionati ed hanno avviato un’attività metodica di bombardamenti e piccole avanzate villaggio per villaggio, senza correre rischi eccessivi. In questo quadro le armi pesanti sono fondamentali per indebolire le difese ucraine. Un tempo si diceva che “l’artiglieria conquista e la fanteria occupa”.
Perché Kiev continua a chiedere armi pesanti, dunque?
L’artiglieria ha un’importanza fondamentale in una guerra di posizione. Gli ucraini chiedono sistemi d’arma a lunga gittata, finora arrivati col contagocce, perché così possono organizzare il fuoco di controbatteria e distruggere le postazioni d’artiglieria russe. Si tratta di un aspetto molto importante: senza queste contromisure i russi possono posizionare i loro cannoni, regolare la misura del tiro e colpire con una buona probabilità di successo. Un fuoco di controbatteria imporrebbe invece loro di spostarsi continuamente, prendere la mira e perdere tempo e precisione.
Senza pezzi d’artiglieria la sconfitta ucraina è inesorabile?
Non possiamo dire che sia inesorabile. Tuttavia in una guerra di questo tipo sarebbero costretti a cedere terreno poco a poco.
Secondo il generale Tricarico i russi nel Donbass sono riusciti ad avvantaggiarsi anche perché hanno trovato una popolazione meno ostile. Cosa ne pensa?
È sicuramente possibile, perché nel Donbass c’è una percentuale rilevante della popolazione filorussa. Che le truppe di Mosca non abbiano dovuto scontrarsi con milizie partigiane entrando a Severodonetsk è stato sicuramente importante, visto che in altre zone dell’Ucraina anche i civili hanno imbracciato le armi contro gli invasori.
Ieri Kiev ha annunciato che le navi della flotta russa del Mar Nero si sono ritirate a più di 100 chilometri dalle coste ucraine. Se ne parla sempre molto poco, ma che importanza ha la guerra in mare?
Giustamente se ne parla poco. Non c’è mai stata la minaccia di uno sbarco anfibio russo, checché se ne dica. Non esiste al momento il pericolo di un attacco dal mare, tuttavia l’allentamento del blocco navale è sicuramente importante per quanto riguarda la circolazione di navi cargo contenenti cereali.
(da Fanpage)
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Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
“SOLO UNA POSIZIONE DRASTICA PUO’ INDURRE MOSCA A RISPETTARE IL DIRITTO INTERNAZIONALE, LA RUSSIA VA RIDIMENSIONATA”
Altro che trattativa, sul blocco navale che impedisce l’export ucraino di cereali e rischia di affamare il mondo, “l’Occidente dovrebbe porre alla Russia un ultimatum, come si faceva all’inizio del ‘900 quando un Paese violava il diritto di libero commercio sul mare”.
Lo storico russo Alexander Etkind, tra i massimi esperti dell’utilizzo politico delle materie prime e del colonialismo da parte di Mosca, è drastico.
E rincara subito la dose: “La Russia vende il grano di Kyiv su cui ha messo le mani, comportandosi da Paese coloniale, così come fece ai tempi di Stalin con l’Holodomor”.
Il riferimento è alla carestia che tra il 1932 e il 1933 colpì l’Ucraina (Holodomor in ucraino significa “uccidere per fame”, ndr) causando – secondo le ricerche più recenti – più di tre milioni e mezzo di vittime. La repubblica ex-sovietica e altri 15 Paesi nel 2006 hanno riconosciuto l’Holodomor come un atto di genocidio da imputare al regime di Stalin.
Etkind prevede che la guerra scatenata da Vladimir Putin contro l’Ucraina finirà per provocare una ribellione delle regioni della Russia più ricche di risorse, da sempre penalizzate da Mosca.
E che l’esito sarà una “defederazione” del Paese, che cesserà di esistere nelle sue dimensioni attuali.
Etkind è autore – tra l’altro – di “Internal Colonization” (Polity, 2011), in cui tratta dell’esperienza imperiale della Russia, e di “Nature’s Evil” (Polity, 2021), una storia culturale delle materie prime.
Ritiene che i regimi che si sono succeduti a Mosca si siano sempre comportati, anche verso la stessa Russia, come un “colonizzatore”, arricchendosi con la vendita delle materie prime depredate e infischiandosene dello sviluppo del Paese che le produce.
Dopo aver insegnato a Cambridge e, negli ultimi otto anni, all’Istituto universitario europeo di Firenze (Eui), Alexander Etkind da settembre sarà professore alla Central European University (Ceu) di Vienna. Al momento sta tenendo un corso in Germania, all’Università di Costanza, dove Fanpage.it lo ha raggiunto al telefono.
Sui cereali ucraini è il caso che l’Occidente tratti con Mosca? O il ricatto di Putin è da ritenersi inaccettabile?
È senz’altro inaccettabile. Si tratta di circa il 20% del totale dei cereali prodotti globalmente. Una quantità enorme. E Putin chiede la revoca delle sanzioni contro la Russia, per lasciarli passare. Ma quel grano non è suo. È dell’Ucraina. Ed è bloccato dalla marina russa del Mar Nero. Una situazione che non dovrebbe certo essere oggetto di negoziato. Perché esiste il diritto internazionale, e un principio di diritto internazionale universalmente riconosciuto è quello del libero commercio marittimo. Per gli americani è anche un classico valore politico. Ne hanno fatto una dottrina, nel ventesimo secolo. In nome della quale hanno dichiarato guerre. La libertà di commercio sul mare dovrebbe essere intoccabile. Nessuno può bloccare il mare. Putin lo sta facendo. Quindi credo che ci dovrebbe essere un ultimatum, stile primi del Novecento: si chieda al signor Putin di ritirare la flotta del Mar Nero entro una settimana. Pena, la sua distruzione. Questa dovrebbe essere la risposta a Mosca. Perché quello di Putin è peggio di un ricatto: è un embargo, un blocco navale. Completamente illegale. Non ha alcune ragione riconducibile al diritto. Ed è perpetrato in acque internazionali. Quindi deve esser rimosso. Punto.
Oltre a bloccare il grano ucraino nei porti, la Russia si è appropriata di diverse tonnellate – centinaia di migliaia, secondo Kyiv – di cereali nei territori che ha occupato. È un’azione da Paese coloniale?
Certamente sì. Ci si impadronisce con la forza di una materia prima e la si commercia per fare profitto. La Russia sta già vendendo il grano rubato all’Ucraina a clienti internazionali, nel Mediterraneo (secondo la Cnn in parte viene fatto passare dalla Siria per aggirare le sanzioni, ndr) e altrove. Questa è un’attività coloniale, e la Russia agisce quindi come un classico colonizzatore.
Parlando di Russia e di grano ucraino non può non venire in mente l”Holodomor”, la terribile carestia che nei primi anni Trenta del secolo scorso uccise milioni di persone per fame, in Ucraina. A dare il via alla carneficina furono gli ordini di Stalin.
Quello fu un altro esempio di colonialismo. Conseguenza diretta della collettivizzazione delle terre sovietiche decisa da Stalin. Una decisione che aveva motivazioni solo per il Cremlino e non si curava delle conseguenze nei territori ad esso sottoposti. Come è tipico dei colonialismi. Si prese la terra ai contadini, in tutta l’Unione Sovietica. E, guarda caso, i contadini iniziarono a morir di fame. Non solo in Ucraina.
Non era quindi un’azione diretta in modo specifico contro gli ucraini?
Le ultime ricerche del Centre for Economic Policy Research, estremamente sofisticate, mostrano che nei villaggi di lingua ucraina il tasso di mortalità fu più alto che altrove: i distretti dove viveva un’alta percentuale di ucraini soffrirono più degli altri, per l’Holodomor. Quindi si può ritenere che ci fu un accanimento “etnico” anti-ucraino, secondo questi studi. Ma, più in generale, le conseguenze della collettivizzazione forzata colpirono in molti luoghi. E quantitativamente il maggior numero di morti si ebbe in Kazakistan.
Lei sostiene – nei suoi scritti – che la Russia finirà per pagare la sua vocazione coloniale e imperiale con un forte ridimensionamento dei suoi territori. Le regioni che producono materie prime preziose, come gas e petrolio, un giorno rivendicheranno la loro indipendenza da Mosca per concentrarsi su uno sviluppo finora negato. Questa guerra, al di là di quali possano essere i suoi esiti immediati, potrebbe accelerare il processo?
La conseguenza principale di questa guerra, dal punto di vista politico, sarà proprio il collasso della Federazione Russa. Una “defederazione” che libererà molti territori dalla sovranità di Mosca. Non so quando succederà. Forse entro un mese. Forse tra dieci anni. Dipende da molte variabili. Ma succederà. A causa della guerra di Putin all’Ucraina.
(da Fanpage)
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Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
IL DECADIMENTO DELLA SALUTE PORTERA’ ALLA SUA FINE POLITICA
Christopher Steele, ex agente dei servizi britannici e noto come
autore di un dossier sui rapporti fra l’ex presidente americano Donald Trump e il Cremlino, in un’intervista alla Bbc ha parlato del possibile futuro prossimo di Vladimir Putin. Un futuro che, secondo le sue informazioni, non sarebbe così lungo.
I giorni di Vladimir Putin sono “contati”, il presidente russo non rimarrà al potere più di “tre-sei mesi”.
Intervistato dalla Bbc, Steele ha affermato che, una volta entrate in pieno effetto le sanzioni occidentali per l’invasione dell’Ucraina, specie in campo energetico, Putin avrà i giorni contati.
L’ex agente ha fatto riferimento anche ai segnali di decadimento della salute del leader del Cremlino, aggiungendo che, se le fonti americane e britanniche sono corrette, Putin potrebbe venir “incapacitato” entro tre o sei mesi.
Ex capo del desk Russia dei servizi britannici dell’MI6 fra il 2006 e il 2009, Steele guida ora un’agenzia privata d’intelligence.
(da agenzie)
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Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
NON VOGLIO ESSERE COMPLICE DEI MANIPOLATORI DEI REFERENDUM, AIUTANDOLI A RAGGIUNGERE IL QUORUM
Sapete una cosa? Mi sono rotto. Di questo svilimento della democrazia. Dell’uso improprio e distorto dei referendum. Dei loro quesiti burocratici e incomprensibili. Di dover votare sì per dire no a leggi che mi sembrano ingiuste. O di dovermi pronunciare su materie riservate agli addetti ai lavori di cui non ne so mezza.
Qualcuno mi dirà, allora informati. Ma perché mai dovrei studiare per formarmi un’idea e votare sulla “partecipazione degli avvocati dei Consigli giudiziari alla formulazione dei pareri sulle pagelle professionali dei magistrati”? Oppure sul numero di firme che servono “per la presentazione delle candidature dei magistrati per l’elezione al Consiglio Superiore della magistratura”.
Io un sì grande come una casa lo vorrei pronunciare: il sì a una vera riforma della giustizia. Una giustizia malata che da almeno trent’anni si è fatta politica, che non è “uguale per tutti” come c’è scritto nelle aule dei tribunali, che finisce quasi sempre per perseguire i poveri cristi e per assolvere i ricchi e potenti, che ci mette dodici anni per arrivare in fondo a una causa di lavoro.
Ma i cinque referendum sulla giustizia promossi dalla Lega e dai Radicali su cui dovremmo esprimerci domenica 12 giugno c’entrano poco o niente con quella riforma, con quel “sì”.
Chi sostiene che con le modifiche proposte dagli arzigogolati quesiti referendari si realizzerebbe la riforma della giustizia, dice una balla grande come una casa.
Tanto più che tre dei cinque referendum stanno per essere sostanzialmente vanificati dalla pessima riforma Cartabia e del “governo dei migliori” che il Parlamento si appresta ad approvare.
Mentre quelli sulla incandidabilità dei politici condannati (legge Severino) e sulla limitazione della carcerazione preventiva, più che volti a combattere gli abusi e le ingiustizie mi sembrano altre “passaporte” verso l’impunità di corrotti, corruttori e criminali di cui non si sente proprio il bisogno.
Per cui sapete cosa vi dico? Io domenica, per la prima volta nella mia vita, a votare non ci vado.
Rinuncio a un diritto, non esercito quello che ritengo un dovere civico, non sfrutto uno strumento importante di democrazia diretta, è vero, ma non voglio essere più complice dei manipolatori dei referendum aiutandoli a raggiungere il quorum.
(da Globalist)
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Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
“HANNO MINATO IL SISTEMA CHE LI HA PORTATI AL POTERE”
«Il liberalismo è l’unica dottrina politica che ha successo sulla lunga
durata: nato dopo le guerre di religione, rilanciato alla fine delle Guerre mondiali, si basa sull’idea che c’è diversità all’interno della società e bisogna trovare il modo di dialogare e convivere. Oggi è però in pericolo. Nei decenni di pace che ci ha garantito, da destra e da sinistra c’è chi si è impadronito cinicamente dei suoi valori, estremizzandoli».
Francis Fukuyama, 69 anni, è il politologo di Stanford autore del celebre La Fine della Storia e l’ultimo uomo: il saggio scritto nel 1992, dopo lo sgretolamento dell’Unione Sovietica, dove sosteneva che il liberalismo democratico – che nell’accezione americana è l’innesto tra dottrina classica e democrazia – non aveva più rivali: «Capolinea dell’evoluzione ideologica dell’umanità».
Trent’anni dopo ammette: «Le cose sono più complicate». Col suo nuovo Il liberalismo e i suoi oppositori, edito da Utet, prova a dimostrare che quella dottrina è ancora il fondamento della democrazia: e va difeso a livello politico e culturale.
Lei sostiene che il liberalismo classico è stato particolarmente deformato negli ultimi decenni.
«Da destra i sostenitori dell’economia neoliberista hanno trasformato il libero mercato in dogma, distorcendo l’economia fino a renderla instabile mentre l’individualismo è diventato opposizione a tutte le regole che limitano il sé, anche quando imposte per il bene collettivo. Da sinistra, convinti che il liberalismo è un sistema elitario che opprime determinati gruppi in base a etnia, genere, orientamento sessuale si è arrivati a rivendicazioni identitarie che stanno trasformando il bisogno di rispetto insito nel politicamente corretto in intolleranza».
Come affrancarsi dalle estremizzazioni, senza minare i diritti di individui o gruppi che patiscono effettivamente ingiustizie?
«Per garantire equità e democrazia serve vigilanza, dibattito, un approccio che ne rivitalizzi costantemente i valori moderandone le depravazioni.
Solo la buona politica sconfigge gli estremismi. La società è troppo eterogenea per pretendere che funzioni sostenendo solo gli interessi di alcuni: individui o gruppi che siano. Per sopravvivere deve essere aperta e accogliere la diversità che esiste al suo interno».
Lo ha detto lei stesso: “Il liberalismo oggi è in pericolo”.
«I suoi principi base, ovvero tolleranza delle differenze, rispetto dei diritti individuali, stato di diritto, sono oggi effettivamente minacciati. Lo conferma un rapporto di Freedom House, secondo cui fra la fine degli anni ’70 e il 2008 il numero di democrazie nel mondo è passato da 35 a oltre 100 mentre oggi quel numero è in declino: se non nominalmente, certo per qualità del sistema. D’altronde, basta pensare agli scossoni subiti di recente dalle due democrazie più grandi del mondo, Stati Uniti e India. E all’arroganza di autocrazie come Cina e Russia».
Già nel 2019, parlandone al “Financial Times”, il presidente russo Vladimir Putin attaccò duramente il liberalismo definendolo “sorpassato”.
«Putin è da tempo motore di una campagna anti-liberale globale, condotta con l’aiuto di leader populisti come Viktor Orbán in Ungheria e Donald Trump in America. Figure che, dopo essere state elette democraticamente, hanno minato proprio il sistema che li ha portati al potere. Di sicuro con l’invasione dell’Ucraina, Putin ha fatto chiarezza morale: mostrando qual è l’alternativa al liberalismo e quanto questa sia brutale. Terribile che sia accaduto ma utile lezione per tanti».
Lei scrive: “La democrazia non sopravvive se i cittadini non credono di far parte di uno stesso sistema politico”. La crisi ucraina ci restituirà il senso di istituzioni come l’Unione Europea, fino a poco tempo fa duramente criticata dai sovranisti?
«Il lungo periodo di pace e prosperità seguito alla caduta dell’Urss ha spinto tanti a dare il liberalismo democratico per scontato. Putin ha invaso il suo vicino proprio perché convinto che l’Occidente fosse troppo diviso e non credesse più in niente. È stato smentito. Le istituzioni europee sono generalmente sane. Certo più di quelle americane».
È molto duro nei confronti degli Stati Uniti…
«La democrazia americana è sotto stress. I liberali secondo la mia definizione, politici come Joe Biden per intenderci, credono nella legge e in un sistema giudiziario indipendente, non partigiano. Proprio ciò che Donald Trump ha attaccato fin dalla sua elezione, arrivando, ad esempio, al totale sbilanciamento della Corte Suprema. Ci salva, per ora, il check and balance, il meccanismo che mantiene l’equilibrio dei poteri. Ma ha funzionato perché all’interno del sistema c’erano dei liberal democratici veri. Purtroppo, coloro che vorrebbero comportarsi come Putin a dispetto della legge, aumentano».
Trump lo ha ripetuto più volte: con lui alla Casa Bianca, non ci sarebbe guerra in Ucraina…
«Quando Putin dichiarò l’indipendenza delle due repubbliche in Donbass, Trump lo definì “genio” e disse: “Vorrei poter fare lo stesso al confine col Messico”. L’illiberalismo è quel che vorrebbe per l’America. Per questo temo la possibilità di una sua rielezione nel 2024».
Se la Storia non è finita, dove siamo?
«La “Storia universale” tende verso il progresso. Ma quella delle nazioni non è lineare né va in una sola direzione. In tal senso, siamo in un momento di regresso. Se guardiamo al lungo termine scopriamo però che è già accaduto e che i sistemi illiberali sono destinati a fallire»
Lei non è l’unico pensatore a riflettere oggi sul liberalismo classico. Yascha Mounk ne ha appena scritto, Michael Walzer lo sta facendo. Tanta necessità di riscoprirlo, non è forse l’ammissione della sua crisi?
«Morirà solo se la gente smetterà di crederci. E questo accadrà se non ne sostanziamo l’importanza. Ecco cosa mi ha spinto a scrivere questo libro: e forse vale anche per altri. Finora abbiamo vissuto in una società democratica senza interrogarci sulle sue fondamenta e sulle alternative. Bisogna ricordare alla gente che il liberalismo ha ottimi motivi e vale la pena difenderlo. Non sta in piedi da solo, serve l’impegno di tutti».
(da il Corriere della Sera)
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Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
RISCHIA 15 ANNI DI CARCERE PER I SUOI POST SCRITTI DALL’ESTERO IN CUI PRENDE DI MIRA L’ESERCITO E PUTIN
«L’esercito russo sta combattendo i nazisti. L’Operazione militare speciale sarebbe già vittoriosamente terminata se i nemici uncinati facessero esplodere case e ospedali insieme a donne e bambini per dare la colpa alle nostre truppe e non perdere così il flusso di denaro e di armi che arriva dall’Occidente. A proposito, non siamo noi ad avere aggredito l’Ucraina. Siamo stati costretti ad agire in modo preventivo perché tutti sanno che Kiev stava preparando una bomba atomica per lanciarla contro Mosca, mentre nei laboratori segreti in Ucraina gli americani stavano creando varianti di Coronavirus da guerra che colpiscono solo i russi e vengono diffusi da uccelli migratori».
Se davvero lo arrestano, buttano via la chiave. Dallo scorso 7 giugno Dmitry Glukhovsky, lo scrittore più venduto in Russia negli ultimi dieci anni, autore popolarissimo tra gli adolescenti per via di una saga post apocalittica dalla quale è stato tratto un videogame di grande successo, è inseguito da un mandato di cattura.
In base alla legge sulla censura approvata a marzo, è accusato di avere gettato discredito sull’Armata russa, reato punibile con una pena variabile tra i dieci e i quindici anni di reclusione.
«Come si può credere a un delirio che travisa completamente la realtà scambiando il nero con il bianco, l’aggressore con l’aggredito? Eppure, proprio questa è la posizione ufficiale della Russia. E in molti ci credono».
Anche in Italia, ma questo è un altro discorso. Quello che riguarda il quarantaduenne moscovita diventato celebre con Metro 2033 , romanzo tradotto in 35 lingue che racconta le vite di pochi sopravvissuti alla Terza guerra mondiale che hanno trovato rifugio nel più grande bunker antiatomico del mondo, la metropolitana di Mosca, è più complesso.
«Gli ideologi e gli esperti in pubbliche relazioni di Putin hanno deciso di trasformare il sacrificio di milioni di russi durante la Grande Guerra Patriottica in un fonte battesimale della propria legittimazione, raffigurando il presidente e il suo entourage come eredi dei vincitori». Con i post caustici che scriveva dall’estero sui suoi social, non era questione di se, ma di quando sarebbe stato incriminato.
Eppure, finora non era successo. Erano stati colpiti singoli cittadini, dissidenti, giornalisti come l’esperto di servizi segreti Andrey Soldatov, ma nessun personaggio celebre del mondo culturale russo, che ancora conserva una sua sacralità.
«I russi in maggioranza sono perfettamente inermi e impotenti davanti allo Stato che inculca loro una coscienza di pedissequa fedeltà al posto di quella civica. Viene insinuato nei cittadini lo sciovinismo imperiale facendolo passare per patriottismo».
Glukhovsky, che in patria è venerato dai fan della sua serie, dopo Metro 2033 è arrivato 2034 e 2035, oltre ad altri romanzi distopici, è il primo. «Sono pronto a ripetere ogni cosa che ho detto» ha scritto sul suo canale Telegram, dando per primo la notizia dell’incriminazione, confermata poi dal ministero dell’Interno. «Fermate la guerra. Abbiate il coraggio di ammettere che è un attacco a un’intera nazione di fratelli, e fatela finita».
La sua vicenda è rivelatrice di un cambio di passo delle autorità. E segna l’inizio di una nuova fase.
«Putin intimoriva i politici, adesso lo fa con gli scrittori», ha dichiarato su Twitter Lyubov Sobol, amica e alleata del dissidente numero uno Aleksej Navalny, che sta scontando una condanna a nove anni di carcere «per frode e insulti». Ma forse la cosa più realista l’ha scritta in un post collettivo la squadra di Andrej Pivovarov, un altro attivista incarcerato. «Adesso la macchina della censura e della repressione passerà sopra tutto e tutti».
(da agenzie)
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Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
UN CRIMINALE SIMBOLO DELL’ELITE CORROTTA RUSSA, CHE PER ANNI HA INSEGUITO LO STILE DI VITA LUSSUOSO DELL’OVEST, SALVO POI STREPITARE UNA VOLTA TAGLIATO FUORI
«Ci odiano! Odiano la Russia e i russi, tutti gli abitanti! Ci hanno odiati
praticamente per tutta la nostra storia». Il grido di rabbia di Dmitry Medvedev verso l’Occidente è stato scritto su Telegram quasi contemporaneamente all’annuncio che suo figlio Ilya è stato privato dalle autorità statunitensi del suo visto di lavoro americano, e che avrebbe dovuto lasciare Miami, dove – secondo gossip moscoviti che per ora nessuno ha smentito – possiederebbe una società.
Intanto il suo megayacht Universe da 74 metri è ormeggiato a Sochi, dopo essere stato portato via da Imperia transitando a Istanbul, al sicuro dalle sanzioni internazionali.
L’altro yacht più piccolo, Fotinia, di appena 32 metri, al momento dello scoppio della guerra era ancora bloccato dai ghiacci in un porto finlandese, e per tutelarlo dal sequestro una delle società che lo possedevano, legata a un compagno di università di Medvedev – uno dei suoi tradizionali prestanome, secondo le indagini di Alexey Navalny – l’ha venduto a un’altra compagnia di oscure origini.
I vigneti toscani dell’ex presidente russo sono anche loro bloccati dalle sanzioni, e il suo iPhone – Medvedev è celebre per la sua passione verso la Apple, ed era andato in pellegrinaggio a Cupertino per incontrare Steve Jobs – non riesce più ad aggiornarsi e scaricare app in Russia.
Attribuire il desiderio di un ex presidente e premier russo di scrivere su Telegram agli occidentali «Li odio, devono sparire!» alle sanzioni contro le sue ricchezze e la sua famiglia è sicuramente troppo semplicistico: l’idea complottistica che l’Europa e gli Stati Uniti «per tutta la storia» non hanno fatto che tramare per annientare la Russia è radicata nel nazionalismo russo da almeno tre secoli, e lo stesso Vladimir Putin l’ha espressa pubblicamente diverse volte, anche se con un vocabolario meno infuocato di Medvedev.
Ma sicuramente quella che il politologo Stanislav Belkovsky chiama con la definizione nietzschiana di “risentimento” è un’emozione molto diffusa tra quelli che, come Medvedev, indossavano vestiti firmati da Brioni e Hugo Boss, riempivano le cantine delle dacie di Sassicaia e Chateau Lafitte, collezionavano Mercedes e Ferrari e mandavano le mogli a vivere a Parigi e i figli a studiare in Inghilterra.
Erano la gioia delle griffe del lusso e delle riviste patinate, davano lavoro a migliaia di stilisti, viticoltori e ristoratori, ma rappresentavano paradossalmente anche una speranza politica.
Quando oggi molti si chiedono come mai il militarismo nazionalista russo sia stato così sottovalutato come pericolo, si potrebbe rispondere che Europa e Stati Uniti avevano seguito il principio del “follow the money”, seguire i soldi: era impossibile immaginare che una élite così innamorata di tutto quello che era occidentale, dai vestiti al cinema, avrebbe mai lanciato una guerra che un ex presidente – cioè un uomo che per quattro anni aveva posseduto la “valigetta nucleare” – dichiara essere una guerra contro l’Occidente che «deve sparire».
La speranza che i pargoli dei ricchi e potenti russi – da Liza Peskova, la figlia del portavoce del Cremlino, che era cresciuta in Francia e aveva lavorato come stagista all’Unione Europea, alle stesse figlie di Putin, che avevano vissuto con i loro compagni nei Paesi Bassi e in Germania – avrebbero rappresentato l’anello di congiunzione tra la nomenclatura ancora sovietica e la classe dirigente occidentale – si è rivelata infondata.
L’Istituto per gli affari internazionali della Polonia nel 2019 aveva dedicato un’intera ricerca ai “figli del Cremlino”, per stabilire che «i valori occidentali come la supremazia della legge e la trasparenza solo raramente vengono abbracciati dalla seconda generazione» dei putiniani.
L’ossessione consumista, la sete di lusso sfrenato, lo snobismo da nuovi ricchi sono una sindrome fin troppo comprensibile per gli ex sovietici cresciuti tra gli scaffali vuoti, in un mondo di povertà e squallore.
Quello che nessuna scuola per pargoli ricchi insegna è che non è una questione di soldi: se sono stati guadagnati con la corruzione, in un Paese che conduce guerre, avvelena oppositori, uccide giornalisti e impoverisce milioni di persone, nemmeno l’acquisto di squadre di calcio, o il finanziamento di musei e teatri, permetterà di acquistare un biglietto d’ingresso nei salotti buoni
I ministri e gli oligarchi russi, e i loro figli, hanno vissuto la stessa cocente delusione che nei decenni precedenti avevano sperimentato molti ricchi arabi al primo incontro con l’Europa: vestire, mangiare, bere e guidare occidentale non fa diventare occidentali.
È una sorta di sindrome di bin Laden, e negli ultimi anni molti russi colti e benestanti avevano cominciato a nutrire verso l’Occidente dal quale si sono sentiti respinti lo stesso odio divorante di Medvedev.
L’opposizione di Navalny si era scelta come slogan quello di una “Russia europea”, nel senso di Stato di diritto, libere elezioni e diritti civili. Molti russi, non solo gli oligarchi, utilizzavano però il prefisso “euro” soltanto per distinguere merci di qualità superiore (dagli “eurosanitari” alle “eurofinestre”).
E oggi, la prontezza con la quale perfino i governi di Paesi come la Gran Bretagna – dove gli oligarchi russi erano stati cruciali per il mercato immobiliare e finanziario, oltre ad aver coltivato importanti amicizie politiche – hanno sequestrato magioni e yacht, non farà che accrescere il numero di quelli che, come l’ex presidente Medvedev, non riescono a capire come funziona il mondo nel quale per anni hanno speso i loro soldi.
(da La Stampa)
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Giugno 9th, 2022 Riccardo Fucile
CHE GLIENE FREGA A PUTIN: SE LO PRENDE LUI E LO RIVENDE A PREZZI MAGGIORATI IN AFRICA E ASIA
Medio Oriente Express: il primo treno di grano – grano che fino a poche settimane fa era ucraino e adesso è russo – parte dalla Crimea occupata di buon’ora e se ne va verso Damasco. Poco dopo, semaforo verde per altri dieci vagoni fermi nella stazione invasa di Zaporizhzhia, destinazione Sebastopoli e poi da qualche parte nel Vicino Oriente.
Terzo fischio di giornata a Melitopol: ecco i russi che muovono un altro convoglio, stracolmo di raccolto ucraino, per la Crimea e poi chissà.
Più o meno alla stessa ora, ad Ankara, un giornalista della tv pubblica di Kiev si alza in conferenza stampa, chiede di fare una domanda al ministro degli Esteri russo, Sergei Lavrov, e lo guarda fisso negli occhi: «Signor ministro, a parte il grano, che cos’ altro sta rubando la Russia all’Ucraina?».
La vita, la terra, il futuro. E il grano, of course. Non se ne esce: l’intesa impossibile, che ieri i turchi han cercato di trovare con Lavrov, s’ è rivelato impossibilissima. «Nessun accordo concreto», chiariscono gli ucraini: l’incontro organizzato da Mevlut Cavusoglu, ministro di Erdogan, è durato ancora meno di quelli di marzo, quando cercava di negoziare una specie di pace.
Sarebbe un obbiettivo «ragionevole e fattibile», diceva l’Onu, la proposta di Ankara d’aprire un corridoio da Odessa in mare neutrale, sminato e garantito dagli stessi turchi, con la promessa russa di non approfittarne per attaccare il porto ucraino. Ragionevole, forse. Assai meno fattibile: Mosca vuole che lo sminamento lo faccia Kiev, propone d’aiutare a scortare i carichi di grano salpati da Odessa e domanda nel frattempo che le vengano tolte le sanzioni sull’export; gli ucraini considerano «vuote» le parole di Lavrov, avvertono che per sminare occorreranno mesi (e intanto il grano marcisce) e comunque non si fidano affatto di sguarnire il Mar Nero, levando le mine, solo perché Putin promette di tener ferme le sue artiglierie.
Sono bastati cinque giorni, per capire che lo Zar bluffava ancora: la Russia utilizza il blocco del grano per chiedere d’allentare le sanzioni e a dirlo è Dmitri Peskov, il portavoce del Cremlino, quando esige «una modifica delle sanzioni sull’assicurazione delle nostre navi» e «sull’impossibilità di fare scalo nei porti europei».
E che interesse può avere Putin a un accordo, s’ interroga Kiev, quando può «bloccare le navi del nostro grano, rubarlo ed esportarlo coi treni, venderlo a prezzo maggiorato sui mercati dell’Africa e dell’Asia»?
Questo «genocidio alimentare», come lo chiama il presidente ucraino Volodymyr Zelensky, preoccupa il mondo: sono 94 i Paesi, per un totale d’un miliardo e 600 milioni di persone, «gravemente esposti» al rischio d’una carestia provocata dal blocco.
«Un accordo è essenziale», invoca il segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres. «Raramente la scarsità di cibo ha avuto un tale impatto – dice il ministro degli Esteri italiano, Luigi Di Maio – dalla Russia ci aspettiamo segnali chiari e concreti, perché bloccare le esportazioni di grano significa tenere in ostaggio e condannare a morte milioni di bambini, donne e uomini lontani dal fronte del conflitto».
Acque morte? I turchi hanno troppi interessi sul Mar Nero e continuano a mediare, non solo per il grano. Ma dice molto la stizza di Lavrov, con cui ieri (non) ha risposto al giornalista ucraino e se n’è andato dalla conferenza stampa: «Non c’è alcun ostacolo causato da noi».
(da il Corriere della Sera)
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