Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
IN PATRIA FITTIPALDI È COINVOLTO IN DECINE DI PROCESSI APERTI PER DEBITI ACCUMULATI CHE SUPEREREBBERO I 10 MILIONI DI EURO. PER QUESTO DA 6 ANNI SI È RIFUGIATO IN FLORIDA
Il più veloce corridore al mondo per due stagioni (1972 e 1974) in
Formula Uno, Emerson Fittipaldi correrà per un seggio da senatore per gli italiani in Sudamerica, anche se nel suo Brasile ultimamente lo ricordano di più per gli enormi debiti accumulati, che lo hanno costretto da 6 anni a rifugiarsi in Florida.
L’ex campione è volato da Miami a Roma per annunciare il suo sbarco in politica tra le fila di Fratelli d’Italia e ora è atteso nella sua terra natale. La notizia ha sorpreso i media locali, che si sono occupati di lui per decine di processi aperti per debiti accumulati che supererebbero i 55 milioni di reais, circa 10 milioni di euro. Pilota abilissimo sulle piste, come uomo d’affari non ha avuto la stessa fortuna, accumulando una serie di fallimenti nelle diverse attività in cui si è cimentato.
La giustizia brasiliana è famosa per la sua lentezza, i debiti e gli interessi relativi sono cresciuti e a complicare le cose è sopraggiunto l'”esilio” di Fittipaldi, che dal 2016 risulta domiciliato negli USA: il cambio di residenza dalla Florida a San Paolo sarebbe arrivato in extremis per poter presentarsi alle elezioni del 25 settembre.
Tra le imprese creditrici c’è la “Sax Logistica” di San Paolo, che ha chiesto di farsi pagare un compenso pattuito di circa 80.000 euro per dei servizi prestati nel 2012 e nel 2014 in occasione delle gare automobilista “Sei ore di San Paolo” organizzate da due società di Fittipaldi, la Novo Horizonte e la Endurance.
L’avvocato Paulo Carbone ha condotto la lunga vertenza che si è sbloccata con un accordo tra le parti un mese fa solo dopo il via libera della giustizia alla confisca di una Patrick Racing usata nel 1989 e una Coopersucar del 1976 oltre a dei trofei di Fittipaldi come parte del pagamento.
Fittipaldi, spiega il legale, non si è mai presentato alle udienze, i suoi avvocati hanno sempre sostenuto che il loro assistito non risiedeva fiscalmente e non aveva beni propri in Brasile.
Sul sito di ricerca Escavador, che riprende tutti i processi aperti in Brasile, si trovano diverse pagine riferite alle cause legate alle imprese di Fittipaldi.
Il Banco do Brasil, principale banca pubblica brasiliana, vuole riscuotere un prestito nel 2014 per l’acquisizione di una fabbrica di alcool etanolo nello Stato di Mato grosso do Sul.
La banca Safra ha erogato un prestito per l’avvio di una concessionaria di veicoli, in marzo la giustizia ha preso di mira un contratto siglato dall’ex pilota con la Magnum Tires per una campagna pubblicitaria di una marca di pneumatici.
Fittipaldi ha spiegato le ragioni del suo debutto in politica, confessandosi ammiratore di Silvio Berlusconi e del presidente brasiliano Jair Bolsonaro che disputerà la rielezione una settimana dopo il voto legislativo italiano. «La richiesta di candidarmi è arrivata direttamente da Giorgia Meloni, che sta seguendo i passi di Berlusconi. È una donna intelligente e ama il suo Paese, sarà un onore per me poter aiutare il suo partito».
La partita elettorale, per lui, è difficile. A causa della riduzione del numero dei parlamentari al Sudamerica spetta un solo seggio al Senato e due alla Camera; Fittipaldi se la deve vedere con gli italo argentini guidati da Ricardo Merlo, senatore del Maie e campione di preferenze, sempre stato eletto da quando esiste il voto per gli italiani all’estero. Debiti a parte, per l’ex pilota sarà davvero una corsa complicata da vincere.
(da La Stampa)
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
IL GIORNALE DI TARQUINIO: “IL CREDO È ESPRESSIONE CHE RECLAMA COERENZA E NON RESTA MAI SENZA CONSEGUENZE, ANCHE LAICHE, CIOÈ CIVICHE E CIVILI”. TRADOTTO: NON PUOI DIRTI CRISTIANO E POI LASCIAR MORIRE IN MARE I MIGRANTI
Botta ecclesiastica: si fa presto a dire «credo». Risposta leghista: può darsi, ma l’importante è credere. Replica dalle Sacre Stanze: però è necessaria la coerenza.
A suon di editoriali, lettere e puntualizzazioni del direttore Marco Tarquinio, sono giorni di tensione tra Avvenire, il quotidiano dei vescovi, e il leader del Carroccio Matteo Salvini.
Dopo il rosario mostrato ai comizi, i simboli sacri del cristianesimo messi di sfondo ai collegamenti tv, e il tau francescano sempre al collo, scelte che in passato hanno scontentato quella parte di Chiesa che denuncia «l’uso strumentale della religione e della fede», a scatenare le scintille questa volta è il tema del «credo».
Per i cattolici è parola cruciale, professione di fede. Ora ha anche valenza politica: è lo slogan elettorale del segretario della Lega, che il giornale della Conferenza episcopale italiana (Cei) l’altro ieri aveva stigmatizzato. In un commento a firma don Giuseppe Lorizio, teologo della Pontificia Università Lateranense, è stato messo in evidenza che «si fa presto a dire “credo” ma non senza conseguenze».
Per il prelato «non è difficile pensare che dietro la scelta di un leader politico attento agli umori dei molti, in questo caso Matteo Salvini, vi sia un’accurata indagine sul sentire del popolo, composto di eventuali elettori».
Premettendo che nel manifesto programmatico del leader leghista si parla di «fede laica», il teologo tuttavia ha lanciato un appello: «Onde evitare ogni possibile deriva populista, sarà bene che, mentre leggiamo sulle facciate delle nostre città la parola “credo”, cerchiamo di distinguere i diversi significati e le diverse condizioni che questo verbo propone a tutti noi».
In una missiva pubblicata ieri dalla testata della Cei il senatore della Repubblica Salvini sostiene che «in una società liquida, sfiduciata, corrosa di relativismo, e infine sempre negativa, è importante tornare a “credere” in qualcosa. È insieme l’ottimismo della ragione e della volontà». Credere è «dunque l’opposto di dubitare. È voglia di fare, di costruire, di operare per ridare coesione alla nostra società, per rilanciare l’Italia, partendo da valori chiari, sentiti, vissuti concretamente». Il Capitano enuncia ciò in cui crede: valore della vita, lotta alla droga, libertà, tutela dei più fragili.
Il direttore di Avvenire reagisce scrivendo che «affermare “credo”, ovunque ma in particolare in un Paese di straordinaria tradizione cristiana come l’Italia, è espressione che reclama coerenza e non resta mai senza conseguenze, anche laiche, cioè civiche e civili».
In particolare, «in ordine all’accoglienza e alla tutela rispettosa della vita, che sia “produttiva” o imperfetta o malata, assediata dalla guerra o al suo ultimo termine, nascente o migrante».
E poi, rivolgendosi all’interlocutore, precisa: «È qui che si sostanzia quel “primato della persona umana” che lei richiama e che è un’idea-guida solidale davvero importante, esigente» e a volte anche «benedettamente scomoda».
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
CHE C’È DI MALE SE UNA 36ENNE SI DIVERTE, COME TUTTI I SUOI COETANEI, PER UNA SERA? NOTIZIE COME QUESTA ACCRESCONO LE SIMPATIE PER LA LEADER “PIÙ COOL DEL MONDO”, HA SENTENZIATO LA “BILD”
La premier finlandese Sanna Marin, dopo aver partecipato in shorts e
anfibi al festival rock di Helsinki nei giorni scorsi, è tornata a scatenarsi al suono della musica. Questa volta a un party privato a casa con amici. La premier della Finlandia, 36 anni, nel video pubblicato sui social balla e canta con gli amici.
Marin viene vista bere con un gruppo di amici, ballare e cantare le canzoni del rapper finlandese Petri Nygård e del cantante pop Antti Tuisku.
Secondo il quotidiano Iltalehti, nel video si possono vedere diversi personaggi pubblici finlandesi tra cui la cantante Alma, l’influencer Janita Autio, la conduttrice televisiva Tinni Wikström, la YouTuber Ilona Ylikorpi, la conduttrice radiofonica Karoliina Tuominen, la stilista Vesa Silver e la deputata Ilmari Nurminen.
L’atteggiamento della Marin la colloca tra la leader dei Millennial: il quotidiano tedesco Bild questa settimana ha descritto Marin come la “politica più cool del mondo”.
Marin è stata una voce schietta contro il presidente russo Vladimir Putin dall’invasione dell’Ucraina a febbraio e ha guidato il suo paese – insieme alla leader svedese Magdalena Andersson- all’adesione alla NATO della nazione storicamente neutrale. All’inizio di questa settimana, la Finlandia ha annunciato un’altra mossa contro la Russia tagliando drasticamente i visti turistici aumentandone anche il costo da 35 a 80 euro.
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
TANTO RUMORE PER NULLA, IL TERZO POLLO NON DECOLLA… RENZI GIA’ RIDIMENSIONA IL TRAGUARDO DEL 10%: “NON C’E’ UN OBIETTIVO NUMERICO”
L’unione non fa la forza, almeno per ora.
Secondo i primi sondaggi pubblicati dopo l’intesa elettorale tra Azione e Italia Viva, il cosiddetto Terzo polo sarebbe di poco sopra il 5 per cento. Secondo le rilevazioni G.D.C. diffuse il 15 agosto scorso, Carlo Calenda e Matteo Renzi insieme raccoglierebbero il 5,1%.
Leggermente meglio andrebbe secondo l’istituto Demopolis, che fa registrare un 5,3% nel suo barometro politico a 40 giorni dal voto del 25 settembre.
Mentre secondo un altro sondaggio, quello di Enzo Risso, commissionato dalla Lega e pubblicato da Libero (dati dall’8 al 12 agosto), che analizza le due formazioni separatamente, Italia Viva sarebbe al 2% e Azione al 2,3%.§Sembra dunque lontano il risultato a due cifre. È lo stesso leader Iv ad abbassare l’asticella. L’obiettivo 10% per il Terzo polo? “Non c’è un obiettivo numerico, c’è un obiettivo politico”, ha dichiarato proprio stamattina Renzi a Radio 24.
Azione e Iv comunque superebbero il quorum del 3 per cento, ma l’operazione Terzo polo sembra premiare più Renzi che Calenda.
Nei sondaggi precedenti lo strappo nei confronti del Partito democratico, annunciato in diretta tv lo scorso 7 agosto, Azione/+Europa era data al 6,5 per cento (Swg/La7) e Italia Viva al 2,9%.
Mentre secondo le rilevazioni a caldo dopo la rottura effettuate da tecnè (rti/mediaset) la formazione di Calenda era scesa addirittura all’1,8%, sotto Italia Viva (2,6%) e +Europa di Emma Bonino e Della Vedova (3%).
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
PRESTATA DAL PRESIDENTE CHE SI GIUSTIFICA: “NE ERA SPROVVISTO”… SE UNO VA IN MONTAGNA A 3.400 METRI COME SE FOSSE AL PAPEETE, CAZZI SUOI: O TORNA A CASA O VA A COMPRARSENE UNA O SALE IN CAMICIA
È nata polemica intorno alla visita di Matteo Salvini in Valle d’Aosta lo
scorso 7 agosto, durante la quale il leader della Lega è salito in funivia sul Monte Bianco, fino ai 3.462 metri di Punta Helbronner, sfoggiando la giacca giallo brillante della Società delle Guide Alpine di Courmayeur.
Il giubbotto di Salvini, indossato anche durante un’intervista alla Rai, non è piaciuto ad alcune delle guide.
All’interno dell’organizzazione, infatti, si discute da dieci giorni sulla tenuta del leader della Lega e oggi tre membri hanno rotto il silenzio. Sergio Favre, Alessandro Bellini e Massimiliano Gianchini «deplorano l’uso della divisa delle guide per le foto di Matteo Salvini» e riferiscono di aver chiesto a gran voce un chiarimento alla società riguardo i fatti. Non si è fatta attendere la replica.
La giacca indossata da Salvini appartiene al presidente dell’organizzazione: Alex Campedelli, che si discosta dalla versione dei tre dissidenti. Parlando del capo d’abbigliamento al centro della questione, Campedelli spiega che il segretario della Lega «ne era sprovvisto, così ho aperto lo zaino e gli ho dato la mia, come avrei fatto con chiunque».
La giacca è stata usata per fare campagna elettorale?
Dal loro canto, Bellini, Favre e Gianchini «si dicono consapevoli del fatto che qualsiasi guida avrebbe prestato la propria divisa ad un cliente che imprudentemente si fosse recato a 3.400 metri di quota senza un capo adeguato, ma non accettano l’uso a fini mediatici elettorali di tale gesto». I tre, con buona probabilità, si riferiscono al fatto che non sia la prima volta che Salvini indossa i capi di varie categorie di lavoratori.
Numerose foto in cui il leader della Lega indossa la giacca sono state pubblicate anche sulla pagina Facebook della Lega. I dissidenti, inoltre, si dicono contrari all’iniziativa di «accompagnare, in piena campagna elettorale, i rappresentanti di un partito politico in una visita alla Skyway».
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
IL GOVERNATORE OCCHIUTO: “I NOSTRI BANDI SONO ANDATI DESERTI”
«Fino a 497 medici arriveranno in Calabria all’occorrenza». Con queste parole il presidente della Regione Calabria Roberto Occhiuto annuncia di aver siglato un accordo con il governo di Cuba per riempire di personale gli ospedali calabresi.
Già settembre ne arriveranno 33, spiega Occhiuto, e poi, man mano che serviranno, tutti gli altri. La ragione dell’accordo è la grave carenza di medici nelle strutture ospedaliere della Calabria che si protrae da mesi. A nulla sono valsi gli incentivi e tanti bandi promossi dalla regione per reclutarne.
«Se mancano i medici, che facciamo?» chiede retorico il governatore. «Chiudiamo gli ospedali, chiudiamo i pronto soccorso, e non garantiamo il diritto alla cura ai cittadini?», continua mentre sfoglia i numerosi bandi che sono «andati deserti» poiché il sistema sanitario della ragione «è poco attrattivo», ma non per una mancanza di risorse, dichiara, delle quali dispone «in abbondanza».
«I medici sono il fiore all’occhiello di Cuba»
Occhiuto ha poi elogiato le qualità della scuola di medicina cubana: «Le capacità dei medici cubani, le loro qualità e l’esperienza sono conosciuti in tutto il mondo» continua nel videoannuncio pubblicato su Facebook in cui spiega di aver firmato l’accordo con la Comercializadora de Servicios Medicos Cubanos (CSMC) presso l’ambasciata della Repubblica di Cuba a Roma. Per fugare dubbi e incomprensioni, i primi ad arrivare saranno i medici che già parlano l’italiano.
Agli altri, invece, saranno fatti dei corsi. «Ad ogni modo, i medici cubani saranno sempre affiancati dai nostri operatori sanitari», rassicura, dopo aver ricordato che «i medici sono un fiore all’occhiello del Paese caraibico, ed hanno già aiutato l’Italia, in Lombardia e in Piemonte, nei mesi più caldi della pandemia». «Occhiuto si è comunque augurato che tutti i medici calabresi in Italia» tornino a operare in Calabria.
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
SONO CIRCA 60 I COLLEGI UNINOMINALI CHE DEVONO ESSERE ASSEGNATI
Sono circa 60 i collegi uninominali che devono essere assegnati alla
coalizione di centrosinistra. Il segretario Pd Enrico Letta prepara le ultime limature alle liste per le candidature in vista delle elezioni del 25 settembre.
Parla di «scosse di assestamento», dicendo che «abbiamo fatto bene a muoverci in anticipo, così da potere sistemare e limare le ultime posizioni».
A Pisa resta da assegnare il collegio della Camera. In lizza ci sono Stefano Ceccanti e Nicola Fratoianni: il nodo dovrebbe essere sciolto entro oggi. Il collegio Campania-Senato alla fine dovrebbe andare a Enzo Amendola, ex sottosegretario dem agli Affari europei. Sì in extremis anche di Alessia Morani, che aveva inizialmente rifiutato la candidatura nelle Marche (per la Camera nell’uninominale del collegio di Pesaro e al terzo posto nel listino plurinominale).
Ilaria Cucchi correrà a Firenze-Senato con Sinistra Italiana e Verdi, Aboubakar Soumahoro a Modena-Camera. Il leader dei Verdi Angelo Bonelli potrebbe essere inserito nell’uninominale a Imola.
In Sicilia, l’ex ministra Lucia Azzolina di Impegno civico dovrebbe correre a Siracusa, mentre Luigi Di Maio a Napoli-Pomigliano d’Arco per la Camera. Verso la candidatura in Veneto nell’uninominale per l’ex ministro M5s Federico D’Incà.
A Prato rientra Tommaso Nannicini, dopo il rifiuto a correre nell’uninominale da parte di Caterina Bini, ex sottosegretaria ai Rapporti con il Parlamento che resta invece nel listino proporzionale.
Quanto ad Articolo uno, Roberto Speranza sarà capolista a Napoli-Camera, Federico Fornaro in Piemonte 2 e Nico Stumpo in Calabria. Arturo Scotto correrà in Toscana, da numero due della lista, mentre Cecilia Guerra a Torino, da numero tre.
(da agenzie)
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
SONO CINQUE MILIONI… FANNO VOTARE ITALIANI DI DECIMA GENERAZIONE CHE NON HANNO MAI MESSO PIEDE IN ITALIA MA NON LORO
La legge è uguale per tutti, a meno che tu non sia un fuorisede. Il prossimo 25 settembre gli italiani sono chiamati alle urne, ma anche in quest’occasione uno dei protagonisti rischia di essere l’astensionismo.
E non necessariamente per scelta: in Italia, infatti, la legge prevede solo poche deroghe per chi abbia intenzione di votare nella propria città di domicilio, e non in quella di residenza (ad esempio nel caso dei militari). Dunque, anche quest’anno, circa 5 milioni di cittadini dovranno scegliere se tornare a casa per esprimere la loro preferenza.
Uno spostamento obbligatorio e complicato, gravoso soprattutto per chi ha meno disponibilità economiche, come nel caso di studenti e lavoratori precari. Una grande fetta di elettorato che rischia di rimanere inespressa: sono dunque i giovani ad aver perso interesse per la politica, o la politica a non aver interesse nei confronti dei giovani?
La fotografia più aggiornata sull’elettorato italiano è offerta dai dati Istat raccolti nel libro bianco Per la partecipazione dei cittadini. Come ridurre l’astensionismo e agevolare il voto, la relazione delineata da una commissione di esperti su indicazione del ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà (M5s).
Dal documento risulta che nel 2018, anno delle ultime elezioni politiche, i cittadini italiani maggiorenni che studiavano o lavoravano erano 22,7 milioni. Tra loro, i fuori sede erano 4,9 milioni: più di una persona su 5.
Alle urne, quell’anno, il dato della partecipazione fu il più basso della storia Repubblicana: l’affluenza si attestò al 72,9% degli aventi diritto per la Camera e al 73,01% per il Senato. Un dato critico ma non sorprendente: non mostra altro che l’ultima tappa del trend discendente iniziato nei primi anni 2000. Alle elezioni del 2013, l’affluenza fu del 75,2%.
Dall’analisi del libro bianco, emerge come tra le cause principali dell’astensionismo involontario ci sia la difficoltà a esercitare il proprio diritto di voto a causa della lontananza dalla città di residenza. Le problematiche che conseguono a un trasferimento sono molteplici.
Per le elezioni alle porte, tutto lascia presagire che torneranno a farsi sentire con eccezionale prepotenza.
A settembre, tanto per cominciare, gran parte degli studenti universitari si trova in sessione d’esame, elemento che può indurre molti a decidere di non partire. Non solo.
Affrontare il viaggio è un costo che non tutti possono sobbarcarsi, specialmente gli studenti che non lavorano, nonostante le agevolazioni talvolta offerte dalle compagnie dei trasporti. Inoltre, queste elezioni dureranno un solo giorno, il 25 settembre: un disincentivo ulteriore ad affrontare il viaggio, soprattutto per tratte particolarmente lunghe.
Il ritardo della politica
Un problema quasi solo italiano: fatta eccezione per Cipro e Malta, il nostro Paese è l’unico in Europa a non contemplare nemmeno una modalità di voto a disposizione dei fuorisede. Paradossalmente, per i cittadini italiani è più facile votare se vivono in un’altra Nazione. Per eleggere i membri di Camera e Senato, infatti, chi si trova all’estero per motivi di lavoro, studio o cure mediche ha la possibilità di votare per corrispondenza. Chi invece ha semplicemente cambiato regione, mantenendo la residenza nella propria città d’origine, è costretto ad arrangiarsi
Secondo Marianna Madia, se non abbiamo ancora risolto il problema la colpa non è solo degli ostacoli burocratici. «Oltre a difficoltà tecniche, non c’è mai stata la volontà politica», dichiara a Open. «La proposta era a un passo dall’approvazione: era infatti già calendarizzata in aula per il mese di luglio dal partito democratico. Poi è caduto il governo e la proposta è implosa».
Quella delle prossime elezioni, infatti, ha tutta l’aria di un’occasione persa. La speranza è che sia l’ultima: «L’astensionismo cresce ed è una piaga che indebolisce la nostra democrazia. Far votare chi vuole votare è un dovere», conclude Madia. E nell’attesa di un futuro più roseo, c’è chi ha iniziato a rimboccarsi le maniche.
«Una legge elettorale contro la Costituzione»
A seguito della poco tempestiva risposta della politica, sono nati diversi comitati e organizzazioni per farsi carico del problema. Uno di questi è il Comitato genovese Io voto fuori sede, nato nel 2008 e ideatore di una petizione per il diritto di voto ai cittadini in mobilità, assieme a The Good Lobby, organizzazione no-profit che promuove la partecipazione dal basso con strumenti di lobbyng. Il Comitato ha di recente notificato un ricorso civile contro la presidenza del Consiglio dei ministri e il ministero dell’Interno, con l’obiettivo di un rinvio alla Corte costituzionale: la loro intenzione è ottenere la dichiarazione di incostituzionalità dell’attuale legge elettorale, nella parte in cui ostacola il diritto di voto dei fuorisede.
«Speriamo che la magistratura arrivi prima della politica. C’è una discriminazione sotto vari punti di vista, a nostro avviso. L’art. 3 della nostra Costituzione, per esempio, afferma che gli ostacoli alla partecipazione dei cittadini alla vita democratica del Paese, che in questo caso sono evidenti, vanno rimossi», spiega a Open Stefano La Barbera, presidente del Comitato. «C’è poi una discriminazione in base alla posizione professionale o sociale che si occupa: per esempio, i militari possono votare a distanza, così come i detenuti e i malati. Discorso analogo per i cittadini che vivono all’estero. Se il diritto viene riconosciuto ad alcuni, non si capisce perché non debba venire riconosciuto ad altri», prosegue La Barbera
Pochi (e chiari) election day
«Sarebbero necessari essenzialmente due elementi, per consentire il voto a distanza nel nostro ordinamento», suggerisce il presidente del Comitato, segnalando come vengano citati anche nel Libro Bianco. «Prima di tutto, l’election pass: la digitalizzazione delle schede elettorali». Sostanzialmente, l’introduzione certificati elettronici da scaricare sul proprio smartphone, sulla falsariga del Green Pass creato in pandemia. Ad essi andrebbero accompagnate app per verificarli in tempo reale. Così facendo sarebbe possibile votare a distanza, non solo nei seggi ma anche negli uffici postali, anche fuori dal comune di residenza.
«In secondo luogo, l‘election day: un raggruppamento di tutte le votazioni, dalle europee alle comunali, in massimo quattro giornate elettorali all’anno». Appuntamenti prevedibili e conoscibili, che favorirebbero l’organizzazione e di conseguenza la partecipazione di tutti i cittadini, soprattutto giovani e meridionali, alla vita democratica del Paese. Se questo progetto si concretizzerà mai, dovranno deciderlo gli esponenti politici che verranno eletti il 25 settembre. «Quando si formerà il nuovo Parlamento», conclude Madia, «bisognerà depositare nuovamente la proposta di legge e accelerarne l’approvazione».
(da Open)
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Agosto 18th, 2022 Riccardo Fucile
TUTTA COLPA DELLE TASSE, QUINDI GIUSTO EVADERLE, TANTO CI SONO I COGLIONI CHE PAGANO ANCHE PER I SUOI PROTETTI
Non è colpa di chi evade le tasse non dichiarando al fisco i propri
guadagni e optando per i compensi in nero. Ma è colpa delle tasse. Quello di Salvini a “Il caffè della Versiliana”, a Marina di Pietrasanta, è il classico minestrone allungato con il “dado” per renderlo più saporito e appetitoso.
Parlando della lotta all’evasione fiscale, infatti, il leader della Lega ha spiegato che l’unico sistema sia una riduzione delle imposte. Come farlo? Ovviamente, come sempre, non lo ha detto.
Insomma, nel pentolone mancano le materie prime, ma i condimenti sono abbondanti. E così la ricetta di Salvini per abbattere l’evasione fiscale – ovvero quel sommerso multi-milionario che non viene dichiarato al Fisco – è la più semplice e populista possibile: “L’unico modo per abbattere l’evasione fiscale non è l’obbligo di bancomat, il limite di spesa al denaro contante o la lotteria degli scontrini. L’unico modo è abbassare le tasse”.
Tutto quello che è stato fatto finora, dunque, è sbagliato e inutile. Ovviamente Salvini ha omesso di sottolineare come l’obbligo di accettare (per gli esercenti) pagamenti elettronici esteso a tutti gli acquisti sia entrato in vigore proprio durante il governo Draghi, ovvero quell’esecutivo – ora in scadenza – sostenuto proprio dal Carroccio (con tanto di Ministri nel governo, in posizioni apicali).
Insomma, l’evasione fiscale si combatte solo abbassando le tasse. È questo “l’unico modo”. Ma come? Ed ecco tornare il tormentone della Flat tax al 15% (che ha costi multi-miliardari ed è stata già smontata anche dai suoi alleati di Fratelli d’Italia) rispondendo alle domande del direttore del Tg2 Gennario Sangiuliano.
“Un fisco giusto significa estendere la flat tax, una tassa semplice al 15%, di cui già oggi godono due milioni di lavoratori e lavoratrici con partita Iva, anche ad altre partite Iva e, nei mesi, ai lavoratori dipendenti, ai pensionati e alla famiglie, a partire da quelle che hanno un reddito di 50 mila euro lordi l’anno”.
Un vero e proprio Giardino dell’Eden quello raccontato da Salvini. Poi, però, scorrendo lungo il programma ufficiale del centrodestra, la sorpresa: di evasione fiscale non si parla.
Neanche un accenno, neanche un punto messo a caso tra promesse irrealizzabili. È questa la vera differenza, come canta Ligabue, “tra palco e realtà”.
(da NextQuotidiano)
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