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DUGIN, UN NAZIONALISTA CONVINTO DELLA SUPERIORITÀ MORALE DELLA RUSSIA: NEI PRIMI ANNI NOVANTA HA FONDATO IL PARTITO NAZIONAL-BOLSCEVICO CHE VOLEVA METTERE ASSIEME LE IDEE “BUONE” SIA DEL NAZISMO CHE DEL COMUNISMO

Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile

LE SUE IDEE SULLA NECESSITÀ DI RIFONDARE UN IMPERO PER CONTRASTARE I MALI CHE ARRIVAVANO DALL’EUROPA

Ideologo ispirato e ascoltato dallo stesso leader del Cremlino, ma soprattutto fonte inesauribile di teorie più o meno deliranti, tutte volte a giustificare e a «santificare» l’intervento militare in Ucraina. Aleksandr Dugin potrebbe essere finito nelle mire dei terroristi (ucraini o interni) non per le sue affermazioni su Mosca vista come terza Roma (dopo i due imperi di Occidente e d’Oriente) ma magari per i suoi inviti espliciti ad azioni belliche ancora più incisive e devastanti nei confronti dei nemici che in Ucraina si ostinano «a resistere».
La Russia, aveva scritto sabato su un canale Telegram, «ha lanciato apertamente una sfida all’Occidente come civiltà e per questo adesso dobbiamo andare fino in fondo». E ancora: «La partecipazione all’Operazione militare speciale è un’impresa eroica in una guerra santa Contro di noi c’è l’Occidente; contro di noi c’è il diavolo».
È da quando era giovane e si esibiva come cantautore rock-esoterico che Aleksandr Dugin è ossessionato da teorie che potremmo come minimo definire fuori dal comune.
Ha fondato, assieme a Eduard Limonov, il partito Nazional-bolscevico nei primi anni Novanta. Un raggruppamento che voleva mettere assieme quelle che i due ritenevano essere le idee «buone» sia del nazionalsocialismo che del comunismo. I nazional-bolscevichi finirono fuori legge e comunque il movimento ebbe vita breve dopo la rottura con Limonov che riteneva Dugin troppo di destra.
Le idee sulla superiorità morale della Russia, sulla necessità di rifondare un impero per contrastare i mali che arrivavano dall’Europa, lo portarono a contatto con diversi esponenti politici, fino al grande interesse dimostrato da Vladimir Putin. Prima Dugin fu vicino a Evgenij Primakov, che negli anni Novanta aveva quasi sconfitto Eltsin alle presidenziali e stava per riportare i comunisti al potere. Poi il filosofo divenne consigliere del presidente della Duma Seleznyov e quindi dell’importante dirigente del partito putiniano Russia Unita Naryshkin (anche lui speaker della Camera bassa per un certo periodo).
Negli anni Dugin ha imparato diverse lingue come autodidatta, dall’italiano, che parla correntemente, all’inglese, il francese, lo spagnolo, il tedesco e il portoghese.
Nel nostro Paese sono stati pubblicati quasi tutti i suoi libri e lui è venuto varie volte, anche per i suoi contatti con vari esponenti politici, soprattutto all’interno della Lega.
Gianluca Savoini, l’uomo che per Matteo Salvini teneva i contatti con l’establishment moscovita, in primo luogo. In passato Dugin aveva espresso giudizi molto positivi sul leader leghista che intervistò per una tv quando questi volò a Mosca. Più recentemente però Dugin si è detto deluso dalla svolta di Salvini e ha voluto prendere le distanze da lui: «La sua trasformazione in senso atlantista e liberale è un peccato», ha detto in un’intervista. Positivi invece ultimamente i giudizi su Giorgia Meloni, lontana «dalle politiche fallimentari del globalista e liberale Draghi».
Con Draghi se l’è presa qualche giorno fa anche il sito della figlia di Dugin, che definisce il presidente del Consiglio un «collaborazionista degli americani». L’articolo non è firmato da Darya ma da un collaboratore italiano che invita gli elettori a orientarsi su raggruppamenti che chiedono l’uscita del nostro paese dalla Nato, dall’Unione Europea, dall’euro, eccetera. Con Putin non c’è una collaborazione ufficiale e Dugin non ha alcun ruolo all’interno del governo o dell’amministrazione del Cremlino.
Ma si sa che il presidente lo stima molto e apprezza le sue idee sulla nascita di un grande impero euroasiatico in grado di contrastare le idee di democrazia e libertà che vengono da Ovest e che sono considerate dannosissime per la Russia e per il mondo intero. Si ispira a molte delle cose dette da Dugin il famigerato articolo fatto pubblicare dallo zar per spiegare ai russi e al mondo l’inesistenza di una Ucraina autonoma e separata dalla «madrepatria». Alcune delle affermazioni contenute in quel testo sembrano provenire interamente dalle chilometriche elucubrazioni di Dugin.
(da il Corriere della Sera)

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LE DECISIONI DEL QUARTETTO TAJANI-RONZULLI-BERNINI-BARELLI HANNO FATTO INCAZZARE TANTISSIMI PARLAMENTARI DI LUNGO CORSO DEL PARTITO DI BERLUSCONI

Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile

LA TRUPPA AZZURRA SI RIDURRÀ DAI 123 USCENTI A 50-70 (SE VA BENE) E IN MOLTI SONO RIMASTI FUORI DAI GIOCHI

La prima regola del Fight Club di Forza Italia è la stessa del capolavoro di David Fincher: non parlare mai del Fight Club. E infatti quello che è stato un vero scontro sanguinoso con lividi, ferite e anche qualche metaforico morto sul campo, si è svolto nella quasi totale assenza di comunicazione tra i vertici – Tajani, Ronzulli, Bernini e Barelli prima per tre giorni in Sardegna da Berlusconi, poi riuniti segretamente in una stanza d’hotel a Roma per evitare assalti dei pretendenti al seggio – e i tantissimi parlamentari che premevano per ottenere una ricandidatura sicura.
Molti, ancora ieri pomeriggio, non erano ancora certi della propria sorte, speravano in un cambiamento dell’ultimo minuto, che quasi mai è arrivato. Perché le scelte principali sono state tutte compiute con una logica, assicura Antonio Tajani: «Meritocrazia, capacità di lavoro, impegno, pagamento del contributo di partito e numero di legislature alle spalle». Con una aggiunta: «E’ sempre doloroso non poter accontentare tutti, ma stavolta è stato ancora più difficile, non solo per noi ma per tutti i partiti».
E gli scontenti sono tanti in FI, chi pronto a sbattere la porta, chi di fatto già uscito, chi accetta a denti stretti quello che considera uno sgarbo, come la presidente del Senato Casellati che si aspettava di correre nel suo collegio in Veneto che – raccontano – era stato concesso agli azzurri da FdI, nonostante spettasse al partito, proprio «per rispetto a lei», e che ha lasciato molto sorpresi in via della Scrofa quando è stato invece occupato dalla Bernini.
D’altra parte la pattuglia di quasi sicuri rieletti si è ridotta dai 123 uscenti a 50/70 delle previsioni più o meno ottimistiche, e tra richieste del territorio, fedelissimi del Cavaliere, fedelissimi dei fedelissimi, tanti sono rimasti fuori. Per dirla con un big di un partito alleato, in FI «sono state fatte cose forti… Ed è stata quasi azzerata la pattuglia degli esponenti più vicini a Gianni Letta, area ministeriale e no».
Certamente alcune esclusioni fanno rumore. E’ il caso di parlamentari storici come Simone Baldelli, l’«imitatore» più famoso della politica, che ha rifiutato una candidatura ritenuta impossibile, esattamente come hanno fatto Giuseppe Moles (spodestato dalla Casellati nella sua Basilicata, ha detto no a una candidatura come capolista che non permette di ottenere un seggio), Renata Polverini e Andrea Ruggeri, nipote di Bruno Vespa.
Per loro, è praticamente un addio se è vero che Tajani ha detto chiaro a tutti: «Chi ci mette la faccia, anche se non riuscirà a essere rieletto, sarà tenuto nella massima considerazione per incarichi presenti in futuro. Gli altri no».
Apprezzata, per dire, la disponibilità di Elvira Savino, che correrà come capolista in Friuli in una mission pressoché impossibile ma ha promesso massimo impegno. Molto meno sono piaciute alcune proteste: alla fine ad Annagrazia Calabria è stato concesso solo un collegio in Senato a Roma ritenuto molto difficile, a Sestino Giacomoni il terzo posto in lista nel Lazio nel proporzionale dopo Barelli e Maria Spena, che correrà anche a Roma centro: anche qui, molto ardua la rielezione, molta delusione per lui che lo ha appreso a cose fatte.
Se Deborah Bergamini è riuscita ad ottenere la candidatura come capolista in Toscana Nord, considerata sicura, peggio è andata per Gregorio Fontana, altro storico azzurro, capolista in una circoscrizione veneta ma a battersi con il collega Flavio Tosi.
Nessun uninominale nemmeno per Valentino Valentini, il suo consigliere e interprete storico: capolista in Emilia sì, ma non blindato.
(da Il Corriere della Sera)

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LA RIDUZIONE DEL NUMERO DEI PARLAMENTARI AVRÀ COME EFFETTO L’ESCLUSIONE DI UNA MAREA DI DEPUTATI E SENATORI USCENTI

Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile

LOTTI, ZANDA E FEDELI NEL PD; FICO, TAVERNA, BONAFEDE E TONINELLI NEL M5S; VOLPI E IWOBI NELLA LEGA E BALDELLI-POLVERINI-RUGGIERI IN FORZA ITALIA

A poche ore dalla chiusura del termine ultimo per la consegna delle liste con i candidati alle elezioni politiche del 25 settembre, si possono fare i primi parziali conti sugli esclusi dalla competizione.
A differenza di Fratelli d’Italia che, in virtù dei sondaggi a lei favorevoli, ha dovuto addirittura allargare le maglie delle candidature, gli altri partiti hanno deciso o dovuto lasciare fuori anche big ed esponenti storici, soprattutto per via del taglio dei parlamentari (ora 400 deputati e 200 senatori).
Nel Pd non ci saranno gli ex ministri Luca Lotti e Valeria Fedeli, Dario Stefàno, Giuditta Pini, insieme a Luigi Zanda e Barbara Pollastrini che tuttavia hanno volontariamente detto addio al seggio.
Recuperati invece all’ultimo il costituzionalista Stefano Ceccanti, Tommaso Nannicini e Monica Cirinnà, la quale, prima non aveva accettato un uninominale difficile, per cambiare poi idea.
Nel M5S a pagare sono invece coloro stoppati dalla regola del tetto dei due mandati. Tra i big rimasti dunque alla porta: Roberto Fico, Paola Taverna, Alfonso Bonafede, Danilo Toninelli e Virginia Raggi.
Nel centrodestra, in casa Lega, a non aver trovato posto o aver scelto di farsi da parte, Daniele Belotti, Alberto Ribolla, Toni Iwobi, Mario Pittoni e Raffaele Volpi (ex Copasir).
Con Azione-Italia viva ne ha fatto le spese Gabriele Albertini ex sindaco di Milano (stoppato da Carlo Calenda che gli ha preferito Enrico Costa), e sempre al centro ha scelto di non correre Gaetano Quagliariello, mentre in Forza Italia, dove sono state scintille, restano fuori Renata Polverini, Simone Baldelli e Giuseppe Moles, in forse Andrea Ruggieri (nipote di Bruno Vespa), al contrario di Sestino Giacomoni, Annagrazia Calabria e Deborah Bergamini che alla fine una sistemazione l’hanno trovata.
(da agenzie)

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AL MEETING DI COMUNIONE E LIBERAZIONE IL CARDINALE MATTEO ZUPPI, CAPO DEI VESCOVI E UOMO DI FIDUCIA DEL PAPA, LANCIA QUALCHE BORDATA AL CENTRODESTRA

Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile

LA CRITICA ALLE “POLARIZZAZIONI CHE NON PERMETTONO DI RIFLETTERE SUI PROBLEMI DEL PRESENTE, COME L’IMMIGRAZIONE”… “CHE TRISTEZZA I CRISTIANI FIGLI CHE CONTRAPPONGONO L’APPARTENENZA ALLA COSCIENZA” (SALVINI SMETTI DI BACIARE LE MADONNINE)

No alle polarizzazioni, no ai nazionalismi. Nel pieno di un’inaspettata campagna elettorale estiva e a quasi un mese dal voto, il cardinale Matteo Zuppi, capo dei vescovi e uomo di fiducia di Papa Bergoglio, fa uno sforzo ecumenico per non far capire come la pensa. Ma durante il lungo discorso ai militanti di Comunione e Liberazione e subito dopo incalzato da due cronisti lascia tracce del pensiero che circola in Vaticano. Si affida alla metafora «dell’uomo digitale», del pensiero ridotto a tweet e alle immagini di Instagram.
Le polarizzazioni che genera «non permettono di riflettere, sono negative, non aiutano a risolvere i problemi e le domande del presente». Le domande del presente sono molte, a partire dal dramma dell’immigrazione, ma anche su questo Zuppi – in passato critico con le posizioni sull’immigrazione di Matteo Salvini – non si sbilancia. Ai militanti ciellini però qualcosa in più lo dice: «Tanta intossicazione da individualismo genera anche nazionalismi: un grande io che diventa tanti io isolati».
Mentre Zuppi parla ai fedeli nell’ala all’aperto della Fiera di Rimini, i giovani militanti bevono spritz e ascoltano trap ad alto volume. Poi qualcuno si accorge dei testi poco consoni a una kermesse di cattolici e la playlist vira su brani melodici. Interpretare la contemporaneità non è semplice nemmeno per il mondo di Comunione e Liberazione. «Il discorso pubblico affidato ai social network prefigge il sì o il no, evita la comprensione e l’incontro. E invece occorre ritrovare la passione per l’uomo», insiste Zuppi.
Insomma, mai come quest’ anno il mondo cattolico si presenta al voto in ordine sparso, ed è spiazzato dalla caduta prematura del governo del cattolico Mario Draghi. I tempi della democrazia cristiana e delle indicazioni dei vescovi sono lontani un’era geologica.
«Auspico che la politica non sia convenienza o piccolo interesse». Il cardinal Matteo Zuppi non ha ricette né tantomeno indicazioni da vecchio collateralismo per le elezioni ormai prossime. Ad un mondo cattolico attraversato da visioni e spinte contraddittorie (dai diritti civili all’immigrazione) il presidente della Conferenza episcopale dal palco del Meeting di Comunione e liberazione propone un’analisi che rifugge dalle piccole faziosità e invita i protagonisti della vita pubblica ad agire con, citando papa Francesco, «amore politico».
Zuppi parla alla platea con la bonomia che lo rende empatico anche ad un pubblico con una storia molto diversa da quella da cui proviene (la Comunità di S. Egidio). Inframmezza il suo discorso con aneddoti e battute (strappa applausi quando cita Totò e il suo invito a guardarsi allo specchio «per capire quanto sei scemo»). Non per questo evita stoccate a chi «nell’antropologia digitale si nutre di follower e cura l’apparenza, spesso con grandi e vani sacrifici».
Né è tenero con chi interpreta la fede a modo suo. «Che tristezza, anche, i cristiani figli di sé stessi, che scambiano individualismo per maturità, che contrappongono l’appartenenza alla coscienza, la comunione alla responsabilità, un legame forte alla libertà interiore».
Il cardinale teme soprattutto le insidie del mondo digitale e dei social (spesso abusati dal mondo della politica per la propaganda). E qui scatta una riferimento all’attualità, all’omicidio dell’ambulante nigeriano a Civitanova: «Tirare fuori il telefonino fa parte della vita pornografica. Tutti noi avremmo fatto qualcosa. Se quello a terra era tuo padre gli saresti saltato addosso. Siamo fatti per amare, se dimentichiamo questo la vita diventa altro».
(da agenzie)

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IL TRIONFO DI CRIPPA NEI 10.000 METRI AGLI EUROPEI DI ATLETICA

Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile

LA MORTE DEI GENITORI IN ETIOPIA E LA NUOVA VITA TRA LE MONTAGNE DEL TRENTITO ADOTTATO DA UNA FAMIGLIA CHE L’HA SALVATO DA UN ORFANOTROFIO FUORI ADDIS ABEBA… LA DEDICA E’ PER LA SUA FAMIGLIA “LE DEVO TUTTO”

Sulla pelle multicolore dell’Europa, nella notte che regala all’Italia il terzo oro continentale (11 podi in totale nel medagliere dominato dalla Gran Bretagna su Germania e Polonia), rimangono stampati i passi da gigante di un ragazzo italiano partito da Dessiè, Etiopia, e arrivato sulle montagne del Trentino grazie al cuore sconfinato di una coppia milanese, Roberto Crippa e Luisa Fricchione, tornati in Africa a più riprese per togliere da un orfanotrofio a 300 km da Addis Abeba,
Yemaneberhan (in aramaico «il braccio destro di Dio») il nuovo re dei 10 mila metri, i suoi cinque fratelli e due cugini.
I genitori erano morti di malattie infettive. Come avete fatto a sbarcare il lunario, Roberto? «Riciclando i vestiti, investendo su cibo e, all’occorrenza, medicine. L’importante è che ciascuno, nella vita, avesse la possibilità di scegliere la sua strada».
Yeman Crippa, 25 anni, ha trovato la sua a Monaco in una serata indimenticabile per l’atletica italiana, infuocata dall’impresa di bronzo delle ragazze della staffetta veloce, capaci di supplire all’assenza della 4×100 dei campioni olimpici (cambi perfetti al millimetro di Dosso, Kaddari, Bongiorni e Pavese): dopo aver scaldato le gambe nei 5 mila (bronzo), l’azzurro si è inventato una gara magistrale rimontando nell’ultimo rettilineo il norvegese (nato in Eritrea) Mezngi, andato in fuga dopo 24 giri di pista (su 25) senza sospettare che Crippa avesse tenuto in serbo le energie per l’oro.
Cambio secco di ritmo a meno di 300 metri dal traguardo, il francese Gressier lasciato sul posto, Mezngi risucchiato da una progressione irresistibile: l’Olympiastadion (intonso dai Giochi ‘72) è rimasto a guardare a bocca aperta Crippa Yeman from Italy, bravo a non sprecare nessuna delle occasioni che l’esistenza gli ha offerto.
Occhi spiritati, bicipiti mostrati con orgoglio in eurovisione («Ho esultato come Jacobs per far vedere i muscoli, anche se io ne ho meno di Marcell!»), la dedica alla Crippa’s family («Le devo tutto») che ha perso la sorella Uonishet in un incidente d’auto in Etiopia, finalmente il meritato trionfo per il mezzofondista italiano più talentuoso («Ha un valore assoluto, lo aspettavo da tempo: quando la forma c’è, posso fare tutto»).
È un’Europa allargata, con l’Ucraina della bambina Mahuchikh (alto) e della veterana Bech-Romanchuk (triplo) nelle nazioni top-10, il continente accoglie Yeman tra le stelle dello sport fermando sul cronometro un tempo (27’46”13) che vale all’Italia il quarto oro europeo della storia sulla distanza dopo Cova (Atene ‘82), Mei (Stoccarda ‘86 davanti a Cova e Antibo) e Antibo (Spalato ‘90), l’ultimo conquistatore fiaccato dalla malattia, tifosissimo dell’erede: «Yeman è stato bravissimo, non potrei essere più felice, è giovane e vincerà ancora molto».
Suona l’inno di Mameli, Crippa si tiene stretta una medaglia storica («Nel club dell’oro dei campioni del passato adesso ci sono anch’io. Ho visto il norvegese andarsene, mi devo tirare le orecchie per aver guardato troppo il francese e aver rischiato di perdere l’attimo ma le gambe c’erano, mi sono gasato, per recuperare è bastato il minimo sforzo») mentre fratelli e cugini esultano: Neka (cameriere a Trieste, è l’altro atleta di casa), Kalamu (operaio a Tione), Gadissa (cameriere stagionale), Mekdes (commessa a Trento), Asnakec (parrucchiera a Milano), Mulu (cameriera in Trentino), Elsabet (rientrata in Etiopia, lavora nella cooperazione internazionale).
La videochiamata con mamma Luisa prima di ogni gara, lo stipendio da poliziotto assicurato a fine mese, i primati nazionali dei 3 mila, 5 mila, 10 mila e mezza maratona (più quello europeo nei 5 km) in tasca, coach Pegoretti al fianco. Crippa viaggia leggero verso Parigi 2024 senza più paura di sognare. Tra Dessiè e Monaco corrono mondi: diecimila metri, in confronto, fanno ridere.
(da il Coirriere della Sera)

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GAS, ENI ANNUNCIA LA SCOPERTA DI UN MAXI GIACIMENTO NEL MARE DI CIPRO: “POTENZIALE SIGNIFICATIVO”

Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile

AIUTERA’ L’EUROPA A ESSERE INDIPENDENTE DALLA RUSSIA

A circa 160 chilometri al largo di Cipro, a una profondità d’acqua di 2,287, è stato scoperto un pozzo di gas. Chiamato Cronos-1, e situato nel cosiddetto Blocco 6, secondo una stima preliminare conterrebbe circa 2,5 Tcf (trilioni di piedi cubi, quindi quasi 71 trilioni litri, o miliardi di miliardi) di gas «con un significativo potenziale aggiuntivo che verrà valutato con un ulteriore pozzo esplorativo».
Come si legge nella nota pubblicata da Eni, si tratterebbe del secondo pozzo trovato nel Blocco 6, operato al 50% da Eni Cyprus e per l’altro 50% da TotalEnergies, e del quarto esplorativo perforato dalla stessa azienda dopo la scoperta di Calypso-1 nel 2018.
«La scoperta di Cronos-1 crea le condizioni per portare a sviluppo ulteriori potenziali volumi di gas nella regione e rappresenta una delle azioni conseguite da Eni a supporto della fornitura di ulteriore gas all’Europa», dice la nota. Questa scoperta potrebbe alleviare i problemi energetici dovuti ai prezzi in continua ascesa per via delle tensioni con la Russia, dalla quale l’intero contente europeo, a diversi livelli, dipende da anni.
(da agenzie)

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IL MUSEO DELLE CERE: NELLE LISTE DI FDI TREMONTI, PERA, NORDIO E ROTONDI

Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile

GLI EX DELL’ERA BERLUSCONI SI SONO ACCASATI CON LA MELONI E C’E’ PURE IL NIPOTE DI CROSETTO

In gran parte già lo si sapeva, ma ora che le liste di Fratelli d’Italia sono pronte, anche se ancora non ufficiali, fa un certo effetto ritrovarci uno dopo l’altro vari protagonisti dell’era Berlusconi, da Giulio Tremonti, ministro prima delle finanze e poi dell’economia, Marcello Pera, che fu presidente del Senato, Gianfranco Rotondi, super centrista cattolico, e anche lui ministro con Berlusconi, Giuseppe Pecoraro, per sette anni prefetto di Roma.
Ma nelle liste si trovano anche i nomi dell’ex procuratore di Venezia Carlo Nordio, ministro della giustizia in pectore, Eugenia Roccella, che con Berlusconi fu sottosegretaria alla salute, Ester Mieli (ex portavoce della Comunità Ebraica di Roma) e di Giuseppe Crosetto, nipote di Guido, il quale non sarà invece in lista, ma appare a sua volta destinato a un ruolo di governo. Anche Crosetto senior, come Tremonti e Pera, fu portato in parlamento nelle liste di Forza Italia.
(da Open)

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PIZZAROTTI ROMPE CON IL TERZO POLO: “NON SARO’ CANDIDATO, NON CI SONO SPAZI SERI”

Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile

L’EX SINDACO DI PARMA: “HANNO SCELTO DI SALVARE L’ATTUALE DIRIGENZA”

“La mia partecipazione alle elezioni politiche del 25 settembre finisce qui, cioè non inizia. Non sarò candidato, non ci sono stati spazi seri nel progetto del Terzo Polo per candidature non direttamente collegate ad Azione e Italia Viva. La scelta ‘conservativa’ e poco coraggiosa è stata quella di ‘salvare l’attuale dirigenza’ senza aprirsi a rappresentanti dei territori e di persone che potessero far crescere questo nuovo soggetto”.
L’ex sindaco di Parma Federico Pizzarotti, dato per certo fino a poche ora fa in tre collegi in Veneto, Lombardia ed Emilia-Romagna, annuncia su facebook la rottura con il Terzo polo.
A sorpresa non sarà qundi candidato il 25 settembre.
“Non avevo chiesto e non mi aspettavo una candidatura ‘blindata’ (da sindaco ho sempre faticato per guadagnarmi le cose), ma solo di essere messo nelle condizioni di poter gareggiare seriamente e di poter concretizzare una rappresentanza adeguata della lista civica nazionale. Non sono stati in grado di fare proposte serie e ieri sera ho dovuto a malincuore ritirare la mia candidatura”, spiega criticando il Terzo polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi, a cui aveva aderito dopo la rottura con il centrosinistra, allontanandosi dal modello di coalizione vincente a Parma alle Comunali a giungo.
“Non c’è stato posto per Gabriele Albertini, non c’è stato posto per Federico Pizzarotti e per altre figure che pure avrebbero a mio parere offerto un importante contributo e un messaggio di apertura e pluralità. Non è stato così, purtroppo le fusioni a freddo realizzate in due settimane hanno queste conseguenze”, sottolinea.
“Qualcuno – aggiunge Pizzarotti – pensa che io abbia sbagliato ad aprire con generosità e senza garanzie preliminari al Terzo Polo. Io ho compiuto una scelta parlando con i suoi promotori, dai quali ho ricevuto un caloroso benvenuto. Oltre la parola e una stretta di mano, non mi sembrava servissero altre rassicurazioni. Avevano specificato che una parte delle candidature sarebbe stata aperta, un 10% avevano riportato i giornali, l’effetto reale è stato avere solo due proposte”.
Da qui il passo indietro: “Nel Terzo polo hanno scelto (legittimamente o meno, non spetta a me giudicare) di limitarsi alle classi dirigenti di Azione e Italia Viva”.
E ora? “Dopo una pausa ‘rurale’ per proseguire con i miei altri progetti, che se non ci fossero state le elezioni anticipate avrei fatto prima, riprenderemo a lavorare al soggetto politico che abbiamo lanciato qualche settimana fa e che continua ad essere ai miei occhi il più lungimirante e necessario: una Lista civica nazionale, che convogli le migliori energie che emergono dai territori, dalle amministrazioni locali e dall’associazionismo, in un progetto che rinnovi la politica e la renda accessibile a chi la vive dal basso”.
“Un grazie – conclude l’ex primo cittadino di Parma – alle tante persone, amministratori, ex amministratori e semplici cittadini, che si sono rese disponibili con tanta generosità e un pizzico di incoscienza, e che spero continueranno questo percorso con noi. Alle persone che ho conosciuto e che con me hanno lavorato e si sono spesi oltre misura per il progetto. Un gruppo che per un mese ha gettato il cuore oltre l’ostacolo”.
(da agenzie)

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DUGIN NON È UN POVERO CRISTO: C’È LUI DIETRO LE OPERAZIONI RUSSE DI PENETRAZIONE NEI PARTITI OCCIDENTALI

Agosto 22nd, 2022 Riccardo Fucile

FIGLIO DI UN DIRIGENTE DEL KGB, HA COSTRUITO UNA TEORIA POLITICA CONTRO IL DISPREZZATO OCCIDENTE… FU SAVOINI A PORTARLO A MILANO GIÀ NEL 2015… L’INCONTRO NELLA SEDE DI CASA POUND, IL PROGETTO DI UNA RETE DI PARTITI DI ESTREMA DESTRA (LEGA, LE PEN, WILDERS) E EUROSCETTICI, CHIAMATA “ALTINTERN” (DUGIN PENSAVA ANCHE AL M5S) CON CUI MINARE L’UE

Nell’affaire Metropol, la trattativa in un hotel di Mosca per un presunto finanziamento russo di 65 milioni alla Lega – su cui è ancora in corso un’indagine a Milano per corruzione internazionale – assieme a un emissario della Lega, Gianluca Savoini, due dei russi identificati come parte della conversazione erano Andrey Kharchenko e Ilya Yakunin.
Kharchenko è uno dei collaboratori stretti di Alexandr Dugin, il filosofo del rossobrunismo eurasiano che probabilmente era il vero bersaglio dell’autobomba esplosa nella notte di sabato a Mosca. Dugin è stato in realtà dietro tutta quella partita, e dietro molte altre, in Europa e in Italia.
Non è solo un intellettuale, quell’uomo che vediamo nei fermo immagine davanti alla macchina esplosa della figlia, con le mani nei capelli, e Kharchenko non è solo il suo migliore allievo laureato.
Il filosofo è figlio di un dirigente del Kgb, e Karchenko – rivelò Bellingcat – viaggiava con un passaporto speciale che di solito viene rilasciato solo dagli Esteri russi, per lo più agli uomini dei servizi. Insomma, filosofo molto particolare, Dugin.
Non perché sia particolarmente vicino a Putin ma perché è stato coscientemente usato dal Cremlino per una serie di operazioni di propaganda e penetrazione nei partiti e nei media occidentali, proprio quell’Occidente che la sua “Quarta teoria politica” disprezza, cercando di congiungere separatismo etnico di estrema destra e anticapitalismo e anti Nato di estrema sinistra.
Fu così che Dugin è entrato in Italia. A metà tra agitatore culturale e servizi segreti. Savoini lo porta a Milano già nel 2015, plenipotenziario di Tsaargrad, il network dall’oligarca Malofeev. I libri come ottimo pretesto geopolitico.
Quel giorno Dugin ha accanto Maurizio Murelli, militante neofascista già condannato negli Anni 70. Anni dopo, nell’estate 2018 della nascita del governo Lega-M5S, un tour duginiano lanciato da Savoini vedrà Dugin approdare sulla terrazza di Casa Pound, con il segretaro Simone Di Stefano, ancora Murelli e, moderatore, Giulietto Chiesa. Estrema destra e estrema sinistra.
Nel marzo scorso fu fatta trapelare dal Dossier Center di Mikhail Khodorkovsky una mail che riferiva di un altro incontro, che i russi stavano organizzando nel novembre 2017, tra Salvini e il team di Malofeev e Dugin: «Per novembre, durante la visita di lavoro di Matteo a Mosca, il mio capo ha organizzato con lui un incontro privato, affittando una stanza allo stesso piano dell’Hotel Lotte per evitare che la stampa occidentale si accorgesse dell’incontro», scriveva Mikhail Yakushev, numero due di Malofeev, oligarca plurisanzionato fin dall’annessione illegale della Crimea nel 2014, che finanziò ampiamente.
In un’altra mail il team russo di Tsaargrad scrive che bisogna creare in Europa una rete di partiti, di estrema destra (Lega, Le Pen, Wilders) «ma anche euroscettici», chiamata “Altintern” (citazione del vecchio Comintern): «Senza il nostro impegno attivo e il sostegno tangibile ai partiti conservatori europei, la loro popolarità e influenza in Europa continueranno a diminuire».
Dugin pensava anche al M5S. E lo disse a chiare lettere al sito web di Defend Democracy Press. Se a italiani, tedeschi e francesi fosse stata data la possibilità di ritirarsi, affermò, «sarebbe successo il giorno dopo»: «Se lo chiedessimo oggi agli italiani, ovviamente se ne andrebbero anche loro.
E sappiamo che lo chiedono Lega Nord e Cinque Stelle. Dobbiamo affrontare la verità: l’Unione europea sta cadendo a pezzi; è la fine della Torre di Babele, basata sulla geopolitica atlantica e sul sistema di valori liberale». «L’Italia è oggi l’avanguardia geopolitica della Quarta Teoria Politica» spiegò Dugin lodando Giuseppe Conte e il suo primo governo: «L’unione tra Lega e Cinque Stelle è il primo passo storico verso l’affermazione irreversibile del populismo e il passaggio a un mondo multipolare».
Per questo, disse, quel governo italiano era un partner naturale del Cremlino. Di certo foto e amici imbarazzanti tornano a galla: ieri per esempio l’estremista di ultradestra americano James Porrazzo ha twittato una foto di Darya Dugina, chiamandola «una guerriera che sapeva che sarebbe potuto succedere», e in questa foto “Dari” è proprio accanto a Salvini.
(da agenzie)

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