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IN FRIULI IL SENATORE MENIA (FDI) CHIEDE DI TOGLIERE L’INSEGNAMENTO DEL DIALETTO A SCUOLA

Dicembre 1st, 2022 Riccardo Fucile

MENTRE IN VENETO I LEGHISTI CHIEDONO DI INTRODURLO DALLA MATERNA

Centrodestra bifronte. In Friuli Venezia Giulia un parlamentare di Fratelli d’Italia chiede di riconoscere l’italiano come lingua ufficiale nelle scuole, con l’effetto di sfrattare l’insegnamento del friulano. In Veneto la Lega di Salvini chiede di far imparare ai bambini il veneto, considerato una vera e propria lingua.
La notizia più recente viene dal Senato dove Roberto Menia, esponente di Fratelli d’Italia, ha lanciato la sua battaglia in difesa dell’identità italiana, attraverso la lingua. “L’italiano è la lingua ufficiale della Repubblica. Tutti i cittadini hanno il dovere di conoscerla e il diritto di usarla” è scritto in un disegno di legge costituzionale che vorrebbe introdurre questo comma nell’articolo 12 della Costituzione, dove è indicato il tricolore come bandiera italiana. Spiegando l’iniziativa, Menia sostiene che “vanno rafforzati gli elementi identitari che danno un senso comune alla vita di una nazione”, perché “l’evoluzione della nazione, anche e soprattutto tenendo conto delle dinamiche demografiche e delle spinte migratorie, deve trovare un collante e una ragione propulsiva nella lingua. Il fenomeno migratorio pone nuove questioni che attengono, da una parte, al principio di accoglienza e solidarietà, ma dall’altra vogliono che esso si coniughi a quello del mantenimento e della difesa dell’identità italiana”.
Menia guarda anche alla storica diatriba sulle minoranze: “La sottolineatura dell’unità linguistica non è in contrasto con la conservazione delle lingue minoritarie, tutelate dalla Costituzione, ma in alcuni casi elementi di protezione avanzata delle minoranze nazionali o linguistiche diventano strumento per l’imposizione di un monolinguismo nella toponomastica che cancella l’italiano: succede da anni nell’Alto Adige con il tedesco e inizia ad accadere anche nella Venezia Giulia con lo sloveno. In alcune parti del territorio nazionale la centralità dell’italiano è messa in discussione”. E aggiunge: “Gli orientamenti autonomisti esasperati pongono situazioni in cui si tende a valorizzare il dialetto in antitesi alla lingua comune. Nessuno vuole negare l’esistenza delle parlate locali, ma dovrebbero avere un ruolo diverso, rimanendo ad esempio fuori dalle aule scolastiche”. Menia critica anche l’iniziativa dei leghisti veneti, che percorrono “una strada sbagliata, che testimonia le diverse sensibilità tra i partiti della maggioranza”. Riferendosi al Friuli Venezia Giulia conclude: “Ci sono tanti posti dove parlare friulano, a casa, nelle associazioni culturali, non credo sia necessario anche in classe. Tra la difesa dei campanili e la globalizzazione senza freni esiste una via di mezzo, che si chiama identità nazionale e unità linguistica”.
La proposta di Menia, figlio di un esule istriano, protagonista delle battaglie della destra sul confine orientale, è stata accolta criticamente dai politici locali. Il coordinatore regionale del suo stesso partito, Walter Rizzetto, definisce l’iniziativa a titolo “personale” e non di Fratelli d’Italia (i friulani non lo avevano inserito nelle liste locali per il Senato, Menia è stato eletto in Liguria). Il senatore e coordinatore regionale della Lega, Marco Dreosto: “Nessuno tocchi il Friulano. È necessario mettere in atto, e non boicottare, tutte quelle azioni volte a salvaguardare l’identità del popolo friulano, permettendo ai nostri giovani, anche attraverso l’insegnamento nelle scuole, di continuare a parlare in friulano”.
Intanto in Veneto 18 deputati leghisti, capeggiati dal sottosegretario Massimo Bitonci, ex sindaco di Padova, hanno presentato un disegno di legge per introdurre l’insegnamento del “veneto” sin dalla materna. Per farlo ne chiede l’inserimento tra le lingue storiche tutelate nella legge del ’99, ovvero “delle popolazioni albanesi, catalane, germaniche, greche, slovene e croate e di quelle parlanti il francese, il franco-provenzale, il friulano, il ladino, l’occitano, il sardo”. Nel 2019 era miseramente fallita una raccolta di firme per sostenere una proposta di iniziativa popolare in tal senso. Adesso la Lega ci riprova con il disegno di legge che prevederebbe l’insegnamento del veneto in parallelo con l’italiano alle materne, mentre alle scuole elementari e secondarie di primo grado “l’uso anche della lingua della minoranza come strumento di insegnamento”. Inoltre le Regioni potrebbero “promuovere iniziative per la tutela e la valorizzazione delle lingue minoritarie, anche fuori dai confini regionali e nazionali italiani, con particolare riguardo agli ambiti storici o di emigrazione dei relativi insediamenti linguistici” e stipulare accordi con le emittenti di servizio pubblico e le radio e tv locali per programmi in dialetto.
(da il Fatto Quotidiano)

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QUANTO PESANO DAVVERO LE COMMISSIONI POS? LE VERE CIFRE SUI PAGAMENTI DIGITALI

Dicembre 1st, 2022 Riccardo Fucile

USARE LE BANCONOTE NON COSTA NULLA? NON E’ VERO

Davvero accettare pagamenti con bancomat e carte di credito impoverisce i commercianti, come sostiene il governo Meloni per motivare la decisione di consentire il rifiuto per transazioni sotto i 60 euro?
I numeri raccolti dal fattoquotidiano.it con l’aiuto dell’Osservatorio Innovative Payments del Politecnico di Milano raccontano una realtà un po’ diversa.
Per le microtransazioni, la moneta elettronica è ormai più conveniente rispetto al contante, che – come rileva la Banca d’Italia – porta con sé una serie di balzelli nascosti come i costi di trasporto, il rischio di furti (e la conseguente necessità di assicurarsi), gli errori umani sui resti.
Per gli acquisti sopra i 15 euro le commissioni richieste dalle banche che offrono le condizioni migliori sono invece poco superiori al costo del contante. Un problema che l’esecutivo, se ritiene che gli esercenti non possano farsene carico, avrebbe potuto affrontare rifinanziando i crediti di imposta al 100% sulle commissioni in vigore fino al luglio 2022. O trattando con i fornitori di servizi di pagamento per un azzeramento dei costi, visto che Meloni lo scorso luglio ha accusato il governo Draghi di non averlo fatto.
Le mosse delle banche
Diversi istituti di credito hanno adottato iniziative che riducono le commissioni sulle piccole transazioni. Intesa Sanpaolo, ad esempio, ha azzerato il canone mensile fino a fine 2022 e annullato le commissioni per le transazioni sotto i 15 euro per tutte le piccole medie imprese fino al termine del 2023. Il costo di attivazione fino a dicembre 2022 è stato abbassato da 200 a 60 euro. Misure simili sono proposte anche da Unicredit, che ha azzerato le commissioni sotto i 10 euro – con scadenza al 31 dicembre – per tutte le imprese con un fatturato annuo al di sotto dei 5 milioni di euro. Nexi, invece, ha annullato le commissioni per tutti gli acquisti sotto i 10 euro con termine dicembre 2023. In questo caso verranno rimborsate per intero ogni sei mesi agli esercenti.
Anche uscendo dai tradizionali circuiti di pagamento si trovano diverse offerte. Satispay non trattiene percentuali per gli acquisti sotto i 10 euro, mentre per quelli superiori a tale cifra vengono richiesti 20 centesimi. L’azienda non impone alcun costo per l’attivazione del servizio.
Axerve propone per i nuovi clienti due mesi di canone gratis e in seguito un canone mensile fisso, che varia a seconda del fatturato, e nessuna commissione sui pagamenti. Ad esempio, gli esercenti che transano con moneta elettronica fino a 30.000 euro devono pagare ogni mese 22 euro + Iva. Sulla stessa riga anche Worldline: nessuna percentuale trattenuta fino a 3.000 euro, poi lo 0,90%.
I costi che rimangono
Per gli acquisti superiori ai 15 euro, al contrario, quasi tutte le banche trattengono una commissione per il servizio che viene offerto. Rimane difficile stabilire una percentuale precisa e quindi il costo effettivo della moneta elettronica: le commissioni variano a seconda delle transazioni annue degli esercizi commerciali, dei pacchetti di offerta delle banche e dei diversi circuiti di pagamento.
In media si attestano tra lo 0,9% e l’1,8%. Alcuni esempi: Nexi chiede l’1,2%, Intesa Sanpaolo l’1,8%, Unicredit fino a gennaio 2023 abbassa la percentuale allo 0,9%. Circuiti alternativi come Wordline trattengono la percentuale dello 0,9% solo per i pagamenti superiori ai 3.000 euro. Prendendo come riferimento una commissione media dell’1,5% – come suggerisce l’Osservatorio Innovative Payments – si può stimare quanto costa agli esercenti accettare la moneta elettronica.
Su un acquisto di 30 euro alla banca vanno 45 centesimi. Su uno scontrino di 60 euro, il limite sotto cui i commercianti non saranno obbligati ad accettare la moneta elettronica, l’esercente ci rimette 90 centesimi.
Il prezzo del contante
E invece, si dirà, il contante è gratis. Ma davvero? “Si sente spesso dire che usare le banconote non costa nulla, ma non è vero”, spiega a ilFattoquotidiano.it Ivano Asaro, direttore dell’Osservatorio Innovative Payments. Il tempo di rendicontazione della cassa, il costo di trasporto, le assicurazioni che devono essere sottoscritte dai commercianti, il rischio di errore umano e i mancati resti sono alcuni esempi.
Il costo del contante – spiega Banca d’Italia – è particolarmente elevato nei piccoli esercizi commerciali, dove non c’è una struttura organizzativa solida. Secondo il report, il costo delle banconote si aggira per ogni spesa intorno ai 19 centesimi: si tratta dell’1,1% per ogni scontrino medio.
Un valore poco al di sotto della percentuale media imposta dalle banche per gli acquisti al di sopra dei 15 euro, ma superiore rispetto alle commissioni azzerate per le microtransazioni.
“Negli anni è stato fatto un grande lavoro sulle commissioni”, precisa Asaro. E anche gli italiani sembrano essersene accorti, tanto che alla fine di quest’anno l’Osservatorio stima che “ci saranno circa 400 miliardi di transato digitale, che equivale al 42% dei consumi”. Le misure che si sono susseguite a partire dal 2012 “hanno avuto il merito di abbattere le barriere psicologiche dei consumatori nell’usare la carta di credito” – conclude Asaro – perché hanno reso la moneta digitale un valido concorrente del contante.
Cosa ha fatto lo Stato
Nel 2020 con il Piano cashless del governo Conte è stato introdotto il credito di imposta al 30% su tutte le transazioni eseguite con moneta elettronica. Lo stesso anno il circuito Bancomat ha annullato le commissioni per tutti gli acquisti inferiori ai 5 euro. L’anno seguente il credito di imposta è stato portato dal governo Draghi al 100% e la misura è rimasta in vigore per un anno, fino a giugno 2022, quando il credito di imposta è tornato al 30% per tutte le aziende con un fatturato annuo inferiore ai 400.000 euro. Il nuovo governo non ha mai manifestato l’intenzione di rifinanziare la detrazione e lo stanziamento non è previsto nel testo della legge di Bilancio inviato alla Camera.
Ci sono poi altre due politiche messe in atto dall’esecutivo Conte con l’obiettivo di incentivare i pagamenti elettronici. Il primo è il cashback, non rinnovato dal governo Draghi nel giugno del 2022. Secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano Innovative Payments, il 61% delle persone che ha aderito al cashback ha dichiarato di avere fatto più acquisti con carte di credito o bancomat nei mesi successivi. Il secondo provvedimento è stato la lotteria degli scontrini che, secondo l’Osservatorio, ha avuto un esito complessivamente positivo: il 51% degli intervistati ha dichiarato che questa manovra li ha spinti a un maggiore utilizzo della moneta elettronica.
(da Il Fatto Quotidiano)

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INFERMIERI CONTRO LA MANOVRA: “NON CI SONO SOLDI PER IL PERSONALE, SI ALLUNGHERANNO LE LISTE DI ATTESA”

Dicembre 1st, 2022 Riccardo Fucile

COSI’ I PAZIENTI SARANNO COSTRETTI A INGRASSARE LA SANITA’ PRIVATA, OVVIO

La legge di bilancio del governo Meloni è arrivata alla Camera e dal settore di chi lavora nella sanità pubblica si sono sollevate perplessità, critiche e proteste. Dopo la proposta dell’Ordine dei medici di usare tutte le risorse stanziate (due miliardi di euro) per il personale, e la protesta dei sindacati dei medici che minacciano di bloccare gli ospedali, anche gli infermieri alzano la voce.
“Nel Pnrr ci sono quasi 20 miliardi di euro per strutture e modelli organizzativi della sanità, ma noi non abbiamo le risorse umane per dare gambe a questo nuovo sistema. Le risorse sono insufficienti”. Andrea Bottega, infermiere e segretario del sindacato Nursind, commenta così a Fanpage.it la legge di bilancio del governo Meloni.
Concordate con i sindacati medici su questo?
Certo, confermiamo quello che hanno detto gli altri sindacati e anche le Regioni, che organizzano i servizi sanitari nel concreto: le risorse non bastano. E i soldi che ci sono vengono vincolati in grandissima parte al caro-bollette.
La stessa questione che denunciano anche i medici.
Esatto: la carenza non è solo in ambito medico, ma soprattutto in ambito infermieristico. Se rapportiamo i dati italiani con quelli degli altri Paesi, non solo europei, siamo ampiamente sotto gli standard. Difficilmente possiamo garantire i servizi così. Anche perché i cittadini lo sanno che ci sono gli investimenti del Pnrr, e probabilmente si aspettano maggiori servizi, più puntuali, riduzione delle liste d’attesa…ma se non c’è il personale, non possiamo soddisfare queste richieste. Anzi, probabilmente dovremo rivedere i servizi che ci sono adesso.
Quanti infermieri e infermiere mancano?
La carenza, stimata da più enti, è di circa 70mila unità nel personale infermieristico in Italia. Di queste, almeno 20mila sono per l’infermiere di famiglia, la nuova figura prevista dal Pnrr e già istituita dal governo Conte. Questi infermieri di famiglia non ci sono ancora. Per carità, abbiamo fino al 2026 per mettere a regime questi impegni presi con l’Europa, quindi si spera che si andrà in questa direzione, ma bisogna iniziare a prevedere risorse aggiuntive che consentano di assumere. E poi c’è un ulteriore aspetto di criticità.
Quale?
Non solo non riusciamo ad avere infermieri nel mercato del lavoro: quelli che sono dentro vogliono uscire.
In che senso?
Si dimettono, cambiano lavoro. Noi veniamo da due anni di pandemia in cui siamo stati spremuti come limoni. Due anni di pandemia equivalgono a vent’anni di lavoro normale: essere sempre a contatto mediato con i luoghi e le persone con cui si lavora, le moltissime attenzioni per non essere contagiati e non portare a casa il virus… è un lavoro difficile, che ormai molti giovani non vogliono più fare a queste condizioni.
Avete dati precisi sul numero di dimissioni?
Non ancora, tra pochi giorni ci riuniremo nel congresso nazionale proprio per analizzare questo fenomeno. Sicuramente rispondiamo a moltissime chiamate sui termini di preavviso, cioè a persone che ci chiedono quanti mesi di preavviso devono dare per licenziarsi, e quando chiediamo il perché la risposta predominante è “per fare altra attività”. Gli infermieri non chiedono cose impossibili, solo una qualità di vita dignitosa e la giusta remunerazione.
Quindi dite che non solo manca personale, ma chi c’è ha stipendi troppo bassi per la mole di lavoro da fare?
Sì, la situazione non è così diversa da quella di chi fa lavori di cura domestica: spesso sono persone che vengono da Paesi esteri, e si prendono cura di moltissimi individui. Ma in questa società, senza la giusta priorità data alle professioni sanitarie, i giovani vogliono intraprendere altre carriere. Se non remuneriamo dignitosamente le professioni d’aiuto, non avremo chi vuole farle. Non li troveremo.
Cosa hanno fatto gli ultimi governi, su questo tema?
L’unico incentivo che abbiamo avuto – stanziato nella legge di bilancio del 2021 dal governo Conte – è arrivato nel contratto collettivo che abbiamo sottoscritto da poco. È un aumento per riconoscere l’impegno e il valore dimostrati durante la pandemia, ma si tratta di 70 euro lordi al mese. Noi abbiamo firmato un contratto che recupera un 5-6% di inflazione, e l’inflazione ora è al 12%. Cosa mette il governo ora per il rinnovo dei contratti quest’anno? Pochissimo, equivarrà a circa una ventina di euro lordi. La nostra professione così non è appetibile economicamente.
Voi come vi state organizzando?
Stiamo tentando di fare l’impossibile, anche per strutturare una carriera con le risorse limitate che ci sono nei contratti, per permettere di crescere a chi fa questa professione, ma senza risorse non si realizzerà nulla. E nella legge di bilancio non ci sono.
Il ministro della Salute, Orazio Schillaci, ha detto che bisogna “incentivare anche economicamente la presenza la presenza in ospedale dei professionisti per più ore”.
Il problema è che noi abbiamo già un’enorme quantità di ore di straordinario che non vengono pagate, perché non ci sono i soldi ma dobbiamo compensare le carenze che ci sono nel sistema. Le sale operatorie lavorano dalla mattina alla sera, ma noi ci troviamo con le difficoltà oggettive di avere il personale che serve.
Quali possono essere gli effetti sul Sistema sanitario nazionale, in mancanza di fondi?
Si allungheranno le liste d’attesa e sempre più gente andrà nella sanità privata. La salute non attende: se sto male, non posso aspettare una settimana per l’intervento. Quando chiamiamo i pazienti che erano stati tenuti in sospeso perché le sale operatorie erano state trasformate in aree Covid di terapia intensiva, molti ci dicono “Guardi, io sono andato nel privato, a pagamento, ho già fatto”. Il servizio sanitario nazionale è universale ed equo, noi ci teniamo, l’abbiamo tenuto in vita con fatica e non vogliamo che venga smantellato.
Anaao-Assomed ha detto a Fanpage.it che molti medici lasciano il pubblico per passare al privato, per cui inizieranno delle proteste che potrebbero arrivare anche a bloccare gli ospedali. Voi come valutate la questione?
Per esperienza posso confermare che i medici che lasciano il pubblico, per la situazione economica insostenibile, ci sono eccome. Come gli infermieri che se ne vanno per fare altro. Per il momento noi non abbiamo ancora organizzato scioperi, vogliamo vedere cosa si riesce a fare per emendare la legge di bilancio.
Quali modifiche sperate possano arrivare?
Basterebbe prendere quell’indennità che il governo Conte ha istituito, con 335 milioni di euro, e aumentarla. Non bisogna attendere chissà cosa, o chissà quanti miliardi di euro. Sarebbe già un segnale.
(da Fanpage)

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SCRIVEVA POESIE E RACCONTI PER BAMBINI: UCCISO DAI RUSSI L’AUTORE UCRAINO VAKULENKO

Dicembre 1st, 2022 Riccardo Fucile

IL CORPO RITROVATO NELLA FOSSE COMUNE DI IZIUM: TORTURATO E UCCISO DAI CRIMINALI RUSSI

Tra i 400 corpi estratti all’inizio di settembre da una fossa comune scoperta dalle truppe ucraine nella città di Izium c’era anche quello dello scrittore Volodymyr Vakulenko. A renderlo noto, nei giorni scorsi, è stato il sito di news Prava, spiegando che per risalire all’identità di ogni singola vittima è stato necessario ricorrere a test del DNA.
Vakulenko era un poeta e autore di libri per bambini. Nella sua carriera ha vinto numerosi premi letterari ed era noto per il suo impegno sociale. Con la “controletteratura” aveva creato un suo genere in cui si mescolavano postmodernismo, neoclassicismo e assurdismo.
Stando a quanto emerso lo scrittore è scomparso con suo figlio dalla sua casa nel villaggio di Kapitolivka, vicino a Izium, nel marzo 2022. I genitori dell’uomo hanno cercato il figlio per più di sei mesi: non sapevano infatti che era stato rapito e ucciso dalle forze di occupazione russe.
Il stato il padre a riferire cosa potrebbe essere accaduto. Cinque uomini della cosiddetta “milizia popolare dell’LNR” avrebbero fatto irruzione nella casa di Vakulenko il 23 marzo. Avrebbero prelevato lo scrittore, poi l’avrebbero interrogato, torturato e rilasciato. Il giorno seguente, due persone sarebbero arrivate a casa con un’auto con il simbolo pro-invasione ” Z ” e avrebbero rapito Volodymyr. Da quel momento in poi nessuno l’ha più visto vivo.
Ad aprile PEN America, organizzazione no-profit che opera per difendere e celebrare la libertà di espressione negli Stati Uniti e nel mondo, aveva diffuso per prima la notizia della sparizione di Vakulenko definendo il suo rapimento “spaventoso e ingiusto” e chiedendone il rilascio immediato. “Le forze di occupazione russe stanno punendo Vakulenko per aver manifestato il suo diritto all’espressione; il fatto che stiano anche rapendo suo figlio è indicibilmente straziante”, aveva dichiarato nell’aprile 2022 Polina Sadovskaya, direttrice dei programmi Eurasia presso PEN America. “I rischi che corrono gli scrittori in Ucraina sono incommensurabili e occorre fare ogni possibile passo per proteggerli e difendere i loro diritti”, aveva concluso.
A quanto pare Vakulenko sarebbe stato rapito, torturato e ucciso per le sue attività filoucraine. Lo scrittore aveva preso parte, tra le altre cose, alla rivoluzione di Maidan e in passato si era arruolato volontario nell’esercito ucraino.
(da Fanpage)

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SPECULA TU CHE SPECULO ANCHE IO: L’INFLAZIONE SCENDE OVUNQUE TRANNE IN ITALIA

Dicembre 1st, 2022 Riccardo Fucile

A NOVEMBRE L’INDICE DEI PREZZI AL CONSUMO SI CONFERMA A +11,8% MA LA MEDIA DELL’EUROZONA ARRETRA DAL 10,6 AL 10% …PER LA COLDIRETTI L’AUMENTO DEI PREZZI SVUOTA LE TAVOLE DEL 47% DELLE FAMIGLIE ITALIANE

A novembre in Italia l’inflazione resta ferma all’11,8%, una buona notizia dopo mesi si rialzi continui se non fosse che in parallelo nei paesi dell’Eurozona il livello del carovita è sceso dal 10,6 al 10%, ben oltre le previsioni della vigilia. «L’auspicio è di aver raggiunto il picco», si augurano Confersercenti. Ma intanto la corsa dei prezzi dei prodotti che compongono il carrello della spesa (beni alimentari e prodotti per la cura della casa e della persona) tocca un altro record segnando un sempre più preoccupante +12,8% che impatta direttamente su redditi e consumi delle famiglie.
Lieve calo, dall’8,9 all’8,8%, invece per i prodotti ad alta frequenza di acquisto. Secondo le stime dei consumatori il persistere di questi rincari, su livelli che non si conoscevano dal 1984, pesano per 3.625 euro a famiglia (1.318 euro in più solo per mangiare) secondo il Codacons, cifra che stando all’Unc sale addirittura a quota 3.968 euro per una coppia con 2 figli.
Secondo l’Istat questo mese l’indice nazionale dei prezzi al consumo registra infatti un aumento dello 0,5% su base mensile e resta invariato rispetto a 12 mesi prima. Questo risultato, viene spiegato, è essenzialmente legato agli andamenti contrapposti di alcuni aggregati di spesa: da un lato rallentano i prezzi dei beni energetici non regolamentati (da +79,4% a +69,9%), degli alimentari non lavorati (da +12,9% a +11,3%) e dei servizi relativi ai trasporti (da +7,2% a +6,8%); dall’altro accelerano i prezzi degli energetici regolamentati (da +51,6% a +56,1%), dei beni alimentari lavorati (da +13,3% a +14,4%), degli altri beni (da +4,6% a +5%) e dei servizi ricreativi, culturali e per la cura della persona (da +5,2% a +5,5%). Su base annua, i prezzi dei beni mostrano un lieve rallentamento (da +17,6% a +17,5%), mentre rimangono stabili quelli dei servizi (+3,8%).
L’inflazione acquisita nei primi 11 mesi dell’anno arriva invece all’8,1%, mentre l’indice armonizzato (l’Ipca) che serve a calcolare gli aumenti contrattuali scende di un decimale di punto dal 12,6 al 12,5%. «Se nei prossimi mesi continuasse la discesa in corso dei prezzi all’ingrosso del gas e di altre materie prime – secondo l’Istat – il fuoco dell’inflazione, che ha caratterizzato sin qui l’anno in corso, potrebbe iniziare a ritirarsi».
Il problema è che da oggi, come segnalano i consumatori, per effetto della riduzione degli sconti deciso dal governo i prezzi dei carburanti aumenteranno di 12,2 centesimi al litro. Secondo il Codacons la benzina in modalità servito per effetto di questo intervento, stando alle ultime quotazioni ufficiali, passerà da una media di 1,801 euro al litro a 1,923, mentre il gasolio da 1,885 euro volerà a 2,007 euro/litro sfondando la soglia psicologica dei 2 euro.
Per un pieno di benzina o gasolio la maggiore spesa sarà pari a 6,1 euro, con un aggravio, considerando due pieni al mese, pari a +146,4 euro a famiglia su base annua, «un macigno sul Natale degli italiani, che porterà nelle casse dello Stato circa 317 milioni di euro in più solo nel mese di dicembre» denuncia a sua volta Assoutenti.
La crescita continua dei prezzi ha prodotto una progressiva erosione dei risparmi spingendo le associazioni dei produttori e dei consumatori a lanciare l’allarme in vista del Natale. Per la Coldiretti l’aumento dei prezzi svuota le tavole del 47% delle famiglie italiane (colpendo innanzitutto i consumi di alcolici, dolci, salumi, pesce e carne), dato che sale al 60% se si prende in esame la fascia di popolazione a basso reddito.
Confcommercio, secondo cui i dati sono «in linea con le attese», sottolinea invece con preoccupazione la progressiva crescita dell’inflazione di fondo che a novembre segna un +5,7%, segnalando «come le tensioni si siano ormai trasferite al sistema, elemento destinato a rendere più lungo e complesso il processo di rientro».
Per Federdistribuzione, questo andamento dei prezzi significa «una pressione enorme sui bilanci delle imprese», che l’impennata delle bollette energetiche sta rendendo «quasi insostenibili». In questo quadro, anche i dati positivi sul Pil (+2,6% su base annua, +0,5% nel terzo trimestre 2022) rilasciati sempre ieri dall’Istat secondo Confcommercio non rischiarano il cielo «dalle molte nubi che si addensano sul futuro prossimo dell’attività economica».
(da la Stampa)

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IL PNRR STA DIVENTANDO UNA BRUTTA ROGNA PER IL GOVERNO MELONI: IL PROBLEMA È REALIZZARE I 55 OBIETTIVI PREVISTI DAL PIANO PER IL SECONDO SEMESTRE DEL 2022, RISULTATO DAL QUALE DIPENDE L’EROGAZIONE DELLA TERZA RATA DA 19 MILIARDI

Dicembre 1st, 2022 Riccardo Fucile

IL MINISTRO FITTO DICE CHE LA SPESA SARÀ DISTANTE DAI 22 MILIARDI DI EURO PREVISTI, SALVINI CHIEDE DI RIVEDERE TEMPI E COSTI . L’ALLARME DI PICHETTO FRATIN: “DOBBIAMO TAGLIARE LE OPERE. STANZIATI 35 MILIARDI, NE SERVIREBBERO 40”

Il governo italiano è convinto che si debbano rivedere tempi e costi previsti per la realizzazione del Pnrr, il Piano nazionale di ripresa e resilienza. Ieri sono usciti allo scoperto diversi ministri, proprio mentre nella Capitale è in corso la visita della task force dei tecnici della commissione europea sul Pnrr. E nello stesso giorno in cui la Camera ha approvato la mozione di maggioranza che impegna il governo «a non approvare il disegno di legge di ratifica del Mes», il Meccanismo europeo di stabilità, che, a certe condizioni, può intervenire a sostegno dei Paesi in difficoltà nel finanziarsi sul mercato
Il Pnrr, dice il vicepremier e ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, Matteo Salvini, «continua a essere un qualcosa che non va cambiato, ma ritoccato: vanno rivisti i tempi, perché chiudere tutte le opere e rendicontarle entro il 2026 mi sembra assolutamente ambizioso; e vanno rivisti i prezzi, molto banalmente come fa qualunque impresa a fine anno».
«A causa dell’inflazione – aggiunge il titolare dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin – solo il mio ministero ha un onere maggiore di 5 miliardi sui 35 previsti; quindi o si taglia sulle opere o non ci stiamo dentro». Il ministro spiega che l’80% degli interventi spetta agli enti locali e «per questo sto attrezzando una struttura di consulenza per fare in modo che gli interventi non rimangano bloccati per anni perché manca un parere». Secondo il ministro della Protezione civile, Nello Musumeci, «se la scadenza del 2026 non dovesse essere compatibile con le lentezze attuali, sarà necessario chiedere almeno due anni di proroga» e arrivare quindi al 2028. Conferma la lentezza, soprattutto nella spesa, il ministro per gli Affari europei e il coordinamento sul Pnrr, Raffaele Fitto: «La previsione di spesa del Pnrr quando fu approvato era di 42 miliardi al 31 dicembre, poi è stata corretta al ribasso a 33 miliardi una prima volta e a 22 miliardi lo scorso settembre.
Nei prossimi giorni noi prenderemo atto di quanto si è speso, temo che la percentuale di spesa non sarà molto alta e sarà distante dai 22 miliardi di euro».
Il problema immediato è realizzare i 55 obiettivi previsti dal Piano per il secondo semestre del 2022, risultato dal quale dipende l’erogazione della terza rata da 19 miliardi (finora l’Italia ha incassato 66,9 miliardi dei 191,5 complessivamente previsti fino al 2026). «Tutti ci impegniamo a raggiungere gli obiettivi al 31 dicembre – dice Fitto – ma dobbiamo avere la capacità di guardare oltre questa scadenza». Il tutto stando attenti a non compromettere i rapporti con Bruxelles. «È importante lavorare d’intesa con la commissione – sottolinea il ministro – e lo faremo con una relazione completa sullo stato di attuazione del Pnrr».
Dall’opposizione, il presidente dell’Emilia-Romagna, Stefano Bonaccini (Pd), chiede al governo di convocare «un tavolo con parti sociali ed enti locali, perché l’aumento dei prezzi rischia di mandare deserte le gare per miliardi di lavori». A cominciare da quelle per la banda larga nelle cosiddette «aree grigie», conferma il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Alessio Butti, mentre, sempre da Palazzo Chigi, Alfredo Mantovano annuncia che «in un decreto legge prossimo al varo si cercherà di razionalizzare qualche procedura».
(da il Corriere della Sera)

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COME LA MELONI HA TAGLIATO FUORI GIORGETTI DALLA CABINA DI REGIA DEL RECOVERY: SUL PNRR DECIDE FITTO

Dicembre 1st, 2022 Riccardo Fucile

LA MOSSA HA INDISPETTITO IL MINISTRO DELL’ECONOMIA, E PIÙ DI LUI I FUNZIONARI DEL TESORO, MA HA ALLARMATO ANCHE LA COMMISSIONE EUROPEA VISTO CHE IN TUTTI GLI STATI MEMBRI IL MINISTERO RESPONSABILE DEL PNRR È QUELLO DELL’ECONOMIA

All’inizio è stata più una questione di forme, pare. Le regole minime della cortesia calpestate in nome della segretezza. Insomma, il mezzo scippo di prerogative, Giancarlo Giorgetti l’ha scoperto direttamente in Cdm, a cose fatte. Era l’11 novembre, e nel decreto sul riordino dei ministeri Giorgia Meloni inserì un articolo un po’ sibillino in cui, di fatto, si stabiliva che “il Servizio centrale per il Pnrr opera a supporto delle funzioni e delle attività attribuite all’Autorità politica delegata”.
E così la cabina di regia del Recovery, almeno formalmente, veniva ricondotta sotto la supervisione di Raffaele Fitto. Mossa che non solo ha indispettito il ministro dell’Economia, e più di lui i funzionari del Tesoro, ma che ha allarmato, per ciò a cui la mossa sembra preludere, anche la Commissione europea. Questione di forme, anche qui, ma non solo. Perché i funzionari di Ursula von der Leyen, che in questi giorni sono a Roma per verificare lo stato d’avanzamento dei lavori sul Pnrr, hanno ancora come riferimento un documento, diramato dal Mef a novembre del 2021, in cui il servizio centrale per il Pnrr, il vertice operativo della cabina di regia, sta in capo a Via XX Settembre.
Che fosse cambiato qualcosa, nell’organigramma romano, a Bruxelles avevano dovuto desumerlo, più che altro, dal fatto che a intestarsi la titolarità del dialogo con la Commissione è stato sempre più, nelle scorse settimane, proprio Fitto. Solo che qui, per Bruxelles, iniziano le incognite che Meloni dovrà sciogliere. Perché il responsabile del servizio centrale resta quel Carmine Di Nuzzo, funzionario discreto della ragioneria generale suggerito a suo tempo da Daniele Franco a Mario Draghi, che è incardinato al Mef. Ed in questo senso che a Palazzo Chigi tendono a ridimensionare la portata della modifica degli assetti, spiegando che si tratta di una semplice formalizzazione di una prassi già in atto – “per razionalizzare i processi decisionali”, dicono – e che del resto già nei mesi passati erano emerse certe tensioni tra tra la segreteria tecnica insediata presso la presidenza del Consiglio, e diretta da Chiara Goretti, e la struttura di Di Nuzzo.
Ma la baldanza con cui, in FdI, si lasciano scappare che “la Lega conta poco o nulla, sul Pnrr, perché tutto è accentrato su Fitto”, ha fatto il resto. E dunque Giorgetti, e ancor più di lui Matteo Salvini, ha già fatto notare, nelle riunioni governative, la necessità di un maggior coinvolgimento. Ed è vero, sì, che dell’istituzione di un ministro per il Pnrr si era parlato a lungo, in fase di costituzione del governo, e perfino coi collaboratori dell’ex premier Draghi si era condivisa questa scelta: ma che poi Fitto diventasse, oltreché responsabile del Recovery, anche titolare dei Fondi di coesione, del Sud e dei Rapporti con l’Ue, questo non era affatto scontato.
E forse sarà solo per mere questioni di agenda parlamentare, ma sta di fatto che proprio i rappresentanti di governo della Lega, in una riunione ristretta a Palazzo Chigi, martedì pomeriggio hanno spiegato che no, di imbastire ora quel decreto per la semplificazione normativa che Fitto vorrebbe approvare entro dicembre per velocizzare i lavori sul Pnrr, col cantiere della manovra aperto e lo spettro dell’esercizio provvisorio incombente, proprio non se ne parla.
(da il Foglio)

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INTERVISTA A GIORGIO MULÈ (FORZA ITALIA): “CALENDA È UN PROVOCATORE, DA NOI NESSUNA IMBOSCATA”

Dicembre 1st, 2022 Riccardo Fucile

“CALENDA VUOLE PROVOCARE, MA DA PARTE NOSTRA INCASSA SOLO QUEL CHE MERITA: INDIFFERENZA”

Il vicepresidente della Camera Giorgio Mulè aveva definito la manovra «una tisana» e oggi nega che in Forza Italia ci sia nervosismo per il feeling tra Giorgia Meloni e Carlo Calenda: «Siamo quelli che bevono la tisana, si figuri se dobbiamo prendere il Maalox».
Mulè ha letto? Calenda è affascinato dalla storia di Meloni.
«Essendo Carlo Calenda politicamente instabile, non mi meraviglierei se alla dichiarazione sul fascino di Meloni ne seguisse, in tempi molto stretti, un’altra in cui riconosce il fascino del male della premier».
Calenda vi fa concorrenza?
«Figuriamoci. Calenda continua a vivere in quello che avrebbe voluto essere, ma non è. Cioè una forza che incide nella maggioranza parlamentare. Con il suo quinto polo è relegato, invece, in un ruolo di opposizione peraltro non di prima fila. Con lui è tutto un vorrei ma non posso. Si candidava a guidare i presunti moderati, peraltro di risulta. Dal Terzo Polo è diventato la Terza opposizione».
Che c’è di male se un partito di opposizione viene ricevuto a Palazzo Chigi?
«Nulla. Io stesso ho preparato molti dossier che il nostro coordinatore Antonio Tajani portava sul tavolo di Giuseppe Conte. Il problema è il carico che ci mette Calenda, che trasforma un rapporto di leale collaborazione, sporcandolo politicamente, dandogli un significato diverso da quello che ha».
Solo Calenda carica il significato di questo incontro o anche Fratelli d’Italia ha voluto mandare un messaggio?
«È offensivo solo pensarlo. Giorgia Meloni non è dr Jekyill e mr Hyde, la presidente Meloni ha una sola faccia».
State sabotando Meloni, dice Calenda.
«Il suo tentativo è di provocare, gli riesce benissimo perché è un provocatore nato, ma da parte nostra incassa solo quel che merita: indifferenza».
Ma è vero che siete i sabotatori del governo?
«È falso in radice. Non è sabotaggio, né piccolo cabotaggio: si tratta di essere fedeli alla nostra storia e al nostro programma. Le nostre richieste su pensioni e occupazione giovanile, come ribadito da Silvio Berlusoconi, sono azioni alla luce del sole».
Ci spieghi la vostra strategia.
«Non vogliamo mettere bandiere, ma fare in modo che nella manovra ci siano le impronte digitali di un centrodestra liberale di cui Forza Italia è il perno».
Ci sono margini per migliorare la manovra?
«Sì, lo ha riconosciuto Meloni stessa».
Meloni ha detto: «Concordiamo tutto, non c’è tempo».
«Ed è esattamente quello che faremo con disciplina: ci atterremo al numero di emendamenti concordati per ogni gruppo. Non faremo imboscate».
(da la Stampa)

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E’ MORTO GERARDO BIANCO, STORICO ESPONENTE DELLA DC

Dicembre 1st, 2022 Riccardo Fucile

MATTARELLA: “LEALE SERVITORE DELLE ISTITUZIONI”

È morto questa mattina a Roma Gerardo Bianco, esponente storico della Democrazia cristiana. Aveva 91 anni. È stato deputato alla Camera per nove legislature, dal 1968 al 2006, ricoprendo vari incarichi parlamentari, tra cui quello di capogruppo della Democrazia cristiana.
È stato anche ministro della pubblica istruzione dal 27 luglio 1990 al 13 aprile 1991 nel governo Andreotti VI. “Leale servitore delle istituzioni, politico appassionato, ricco di cultura e umanità”, il ricordo del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Dopo la fine della Dc ha fatto parte del Partito Ppopolare Italiano (di cui è stato segretario e presidente), fino al passaggio nella Margherita di Francesco Rutelli e nella Rosa per l’Italia di Tabacci e Baccini. Ha ricoperto anche l’incarico di presidente dell’Associazione ex parlamentari.
Su Twitter il ricordo del segretario del Pd, Enrico Letta: “Con grande tristezza apprendo la notizia della scomparsa di Gerardo Bianco. Uomo libero e coraggioso, saggio e di visione. Con le sue scelte e la sua determinazione ha dato un contributo fondamentale alla nascita del centrosinistra. Tanti ricordi, tanta nostalgia, enorme rispetto”.
“Gerardo Bianco era un uomo libero, colto, coraggioso, buono. Senza di lui non sarebbe nato l’Ulivo e soffriva che questo non gli fosse pienamente riconosciuto. Era antico e moderno insieme, custode della nobiltà della politica ma capace di capire il nuovo. Uno dei Grandi della Democrazia cristiana. Per me un amico e un maestro. Ciao Gerardo”, le parole del senatore democratico, Dario Franceschini. Bianco “è stato un maestro impareggiabile, il migliore dei democristiani, anche nel dissenso. La sua storia è stata quella di un grande uomo di libertà. Per me è un momento di dolore assoluto che mi unisce alla famiglia e alla comunità di amici che non lo ha mai lasciato solo”, commenta Gianfranco Rotondi.
Sui social anche il messaggio di cordoglio del ministro degli Esteri, Antonio Tajani: “Ci lascia un uomo colto e difensore della libertà, un protagonista della politica italiana. Condoglianze alla sua famiglia. Riposi in pace”.
(da agenzie)

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