Dicembre 12th, 2022 Riccardo Fucile
A DUE MESI DALLE ELEZIONI REGIONALI NEL LAZIO, FRATELLI D’ITALIA NON HA ANCORA TROVATO IL SUO CANDIDATO
Potremmo chiamarla Sindrome Michetti. È il motivo (praticamente ufficiale:
lo dicono tutti) per cui a due mesi dalle elezioni nel Lazio, favorito da sondaggi super-vincenti, il Centrodestra ancora non ha un nome da incoronare per la Pisana. Fratelli d’Italia, a cui tocca l’investitura visto che in Lombardia ha deciso la Lega e in Sicilia Forza Italia, a poco più di un anno dalla campagna per il sindaco di Roma si trova davanti allo stesso bivio e alla stessa domanda di allora: siamo abbastanza forti, siamo abbastanza avanti per incoronare un oustider, oppure è meglio scommettere sull’usato sicuro?
Nell’ottobre 2021 prevalse la prima ipotesi, e si sa come è finita. Enrico Michetti, il tribuno, il capo-popolo radiofonico, il «Michetti chi?» celebrato dai manifesti come il possibile Signor Wolf della Capitale (»Sono Michetti, risolvo problemi») affondò se stesso con una campagna squinternata fatta di citazioni latine e colossali gaffe. Persino la sinistra ne restò spiazzata: si erano preparati a contrastarlo rinfacciandogli la fascisteria di certe vecchie dichiarazioni sulla Shoah e il Terzo Reicht, ma la cronaca quotidiana delle sue figuracce si mangiò ogni discussione sul tasso di democrazia del candidato.
Prevalse l’idea di seppellire di risate i suoi macchiettistici elogi della Roma degli imperatori, le sue fughe dai duelli televisivi, il suo «algoritmo giurimetrico» che avrebbe risolto ogni problema della Capitale. Insomma, lo lasciarono fucilarsi da solo.
Alla fine, persino i militanti di destra più disciplinati fecero fatica a votarlo. Ma la Sindrome Michetti si innesta anche su altri tipi di insicurezze, altri precedenti fastidiosi, perché pure quando ha vinto – e nel Lazio ha vinto moltissimo – la destra non è mai riuscita a incardinare quel tipo di supremazia egemonica che sentiva di meritare. Insomma: non è mai riuscita a fare del Lazio la sua Emilia Romagna. I suoi leader sul territorio, Francesco Storace prima e Renata Polverini poi, mai sono riusciti a conquistarsi il secondo mandato, così come il sindaco Gianni Alemanno, eletto a furor di popolo nel 2008 e scalzato cinque anni dopo da Ignazio Marino, un “marziano” che non sembrava avere alcuna possibilità. Non solo.
Ogni volta che non c’era un uscente da difendere, la scelta del candidato ha coinciso con una qualche crisi interna e con fatali duelli non solo tra alleati ma anche tra correnti interne e tra fazioni delle medesime correnti. Risultato, il proliferare di liste di disturbo che hanno sciupato la possibile festa anche quando sembrava a portata di mano.
Per dirne una: forse non avremmo avuto Nicola Zingaretti governatore del Lazio se nel 2018, con il favore della Lega, l’ex-sindaco di Amatrice Sergio Pirozzi non fosse sceso in campo rubando un quattro per cento decisivo al candidato del centrodestra Stefano Parisi. E chissà come sarebbe finito nel 2016 il possibile duello tra Guido Bertolaso e Virginia Raggi, che non vedemmo mai perché Matteo Salvini e Giorgia Meloni tagliarono in extremis la strada all’ex capo della Protezione Civile, temendo l’affermarsi di una nuova star a destra.
Ecco, il problema nel Lazio (ma non solo, e non solo a destra) è che alla Sindrome Michetti si associa un’altra patologia meno raccontata, perché se gli outsider sono sempre un punto interrogativo quegli altri, quelli che sono conosciuti, quelli che hanno una faccia facile da identificare per le loro lunghe biografie politiche o amministrative, presentano criticità altrettanto temute. Un nome molto noto della destra romana, Teodoro Buontempo, stimato animatore dell’opposizione missina in Campidoglio e mentore di due generazioni di militanti, spiegava così il pericolo connesso al successo degli insider: «Se fai crescere troppo qualcuno, rischi che ti faccia le scarpe».
Così, l’elenco dei potenziali candidati della destra alla Presidenza del Lazio deve tener conto non solo della Sindrome Michetti ma anche della Regola Buontempo. Nel team outsider risultano al momento Paolo Trancassini, Francesco Rocca e Chiara Colosimo, rispettivamente ex-sindaco di Leonessa, presidente della Croce Rossa e neo-eletta alla Camera dopo cinque anni di ruvida opposizione in Regione.
Nel team insider un solo nome, Fabio Rampelli, con un lunghissimo curriculum politico e istituzionale e una riconosciuta capacità di costruire campagne elettorali. La scelta definitiva sarà annunciata a breve, nella grande festa di Atreju che celebrerà i dieci anni di Fratelli d’Italia. Sarà la prima “Atreju di governo” di Giorgia Meloni e della sua classe dirigente. Aiuterà a capire (oltre al resto) se la conquista di Palazzo Chigi ha cambiato le dinamiche della destra e in quale direzione, se ha prevalso la Sindrome Michetti o la Regola Buontempo.
Flavia Perina
(da “La Stampa”)
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Dicembre 12th, 2022 Riccardo Fucile
SONDAGGIO DI DEMOS, SOLO IL 7% RITIENE L’IMMIGRAZIONE UN’EMERGENZA. PREVALGONO ALTRI TIMORI: LAVORO E COVID… “GLI IMMIGRATI NON SUSCITANO EMOZIONE E NEMMENO PAURA. PREVALE UN DIFFUSO SENSO DI ABITUDINE”
Per molti anni e da molti anni gli immigrati hanno costituito un riferimento del dibattito politico e mediatico. Due piani che si incrociano, inevitabilmente, perché il dibattito politico ha bisogno dei media, per orientare il «pubblico».
Cioè, gli «elettori», che, ormai da tempo, coincidono. Largamente. Perché gli «elettori» sono il «pubblico » a cui rivolgersi per costruire il consenso. Per ottenere e aumentare l’audience. E i voti. Gli immigrati, infatti, hanno dato un volto alla nostra insicurezza e alle nostre paure. Protagonisti di uno «spettacolo permanente» che, per molto tempo, ha garantito ascolti. E consensi. Fino a ieri. Perché oggi il clima d’opinione sta cambiando, come mostrano le ricerche condotte dall’Associazione Carta di Roma, che presenterà un nuovo rapporto nei prossimi giorni. La relazione fra insicurezza, migrazione e comunicazione ha, infatti, funzionato fino alla fine dello scorso decennio. Quando migranti e migrazioni hanno influenzato il clima politico e d’opinione.
La media giornaliera dei titoli dedicati ai migranti e alle migrazioni, infatti, si è ridotta a meno di un terzo, rispetto al 2018. E il grado di insicurezza generato da questo tema è, sua volta, sceso sensibilmente, per quanto in ripresa, rispetto agli ultimi mesi.
I temi della campagna elettorale e le ragioni del voto, in questa occasione, sono stati altri. L’affermazione di Giorgia Meloni, infatti, riflette soprattutto una domanda di cambiamento. Per «andare oltre» la stagione della responsabilità segnata dal governo guidato da Draghi. Accompagnato da un sostegno troppo ampio per riprodurre le in-soddisfazioni diffuse nella società, di fronte ai sacrifici «promessi». Così, davanti agli altri, si è imposto l’unico partito rimasto «fuori» dalla coalizione di governo.
I Fratelli d’Italia guidati da Giorgia Meloni. Sospinta non tanto da messaggi di paura, ma da immagini rassicuranti. Giorgia. «Madre, donna, cristiana ». Ha richiamato le tradizioni e le radici sociali. Mentre gli immigrati sono rimasti ai margini della «sua» e di «questa» campagna elettorale.
D’altronde, dopo molti anni di evidenza ed emergenza, sul piano mediatico e politico, ormai, gli immigrati non suscitano emozione. E neppure paura. Prevale, piuttosto, un diffuso senso di abitudine. Anche per chi li vede come «un Male».
In secondo luogo, gli immigrati non evocano più “l’altro che viene da lontano”. Perché i flussi più rilevanti di immigrati, nell’ultimo anno, provengono dall’Europa. Da Est. Dai Paesi coinvolti nel conflitto fra Russia e Ucraina. E, quindi, anzitutto dall’Ucraina. Verso la quale il senso di solidarietà, fra i cittadini, è molto ampio
L’immigrato, dunque, non è più «l’altro». Con un «altro colore». Ma (quasi) uno di noi. Costretto a emigrare per fuggire da una minaccia che anche noi sentiamo vicina. Per le conseguenze largamente evocate sul piano delle risorse «energetiche » ed «economiche». Che condizioneranno – con effetti già evidenti – la nostra vita nei prossimi mesi.
«L’emergere di nuove emergenze ». Di nuove paure. Anzitutto, il Covid, che dal 2020 si è insinuato e diffuso fra noi. E siamo noi stessi a diffonderlo. Il Covid è uno straniero «invisibile», che attraversa le frontiere. Perché non ha frontiere. Inoltre, come conferma il Report curato da “Carta di Roma”, assistiamo, sui media, a una “guerra in diretta”. Che si combatte non lontano da noi e avrà conseguenze anche per noi.
Per questo, nel XIV Rapporto sulla Sicurezza (in realtà, sull’In-sicurezza), realizzato, alcuni mesi fa, in base a una ricerca condotta da Demos – Fondazione Unipolis in 5 Paesi Europei, «l’immigrazione » è indicata solo dal 7 per cento degli italiani fra le (due) emergenze prioritarie. Superata, di gran lunga, dai problemi economici, dall’inefficienza e dalla corruzione politica. Oltre che dalla pandemia.
(da La Repubblica)
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Dicembre 12th, 2022 Riccardo Fucile
COME REAGIRÀ L’EUROPA, CHE HA POCA FIDUCIA NELLE CAPACITÀ DELLA MELONI DI PORTARE A TERMINE GLI OBIETTIVI RICHIESTI PER IL RECOVERY?
Una rivoluzione dentro i ministeri. Un reset delle strutture che finora non
avrebbero funzionato, avrebbero arrancato o peggio frenato la realizzazione del Pnrr. Il governo Meloni è pronto a sfoderare l’arma più estrema, come estremo è il ritardo che affligge il Piano. La attiverà presto, con una norma inserita nel decreto che sarà varato tra metà dicembre e metà gennaio.
Darà ai ministri in carica – e alla struttura centrale che fa capo a Palazzo Chigi – la possibilità di azzerare le unità di missione del Piano nazionale di ripresa e resilienza attive in ogni dicastero. Non necessariamente tutte. Anzi, sicuramente non tutte. Perché c’è la consapevolezza che ripartire da zero rischierebbe di rallentare, anziché accelerare.
E infatti la norma sarà così motivata: nessuna volontà o intento di attivare uno spoil system di strutture nominate dal governo Draghi che sarebbero altrimenti inamovibili fino al 2026, ma la necessità di sbloccare un ingorgo che rischia di travolgere la destra al potere. Dunque, dotarsi della possibilità di sostituire chi non va servirebbe anche da strumento di pressione, per spingere tutti a darsi da fare.
Ma perché partire proprio dalle unità di missione? Perché è in questi organismi che adesso, dopo alcune settimane di ricognizione, i ministri hanno individuato la prima strettoia in cui perde vigore l’implementazione del Pnrr. Di fatto, si imputa ad alcune di queste strutture di coordinamento un grande attivismo in convegni, momenti di studio e approfondimento, ma una scarsa capacità operativa.
I ministri si sarebbero trovati spesso spiazzati, spersi in un dedalo di informazioni, oppure impantanati a causa di estenuanti ping pong burocratici. L’esempio che si rincorre ai vertici dell’esecutivo di Giorgia Meloni è quello dell’unità di missione del ministero delle Infrastrutture, oggi guidato da Matteo Salvini, che avrebbe creato problemi già al suo predecessore Enrico Giovannini.
E però, la mossa riguarda anche il rapporto con chi governava prima a Palazzo Chigi. Con un gesto così duro, infatti, l’esecutivo pensa di poter raggiungere un duplice risultato: uno operativo, l’altro politico.
Il primo: migliorare le performance nel raggiungimento dei milestone e nella capacità di spesa dei dicasteri. Il secondo: rendere chiaro pure all’Europa che le mancanze risalgono davvero, come ritiene la destra, a scelte, decisioni, errori di chi guidava prima la macchina.
Dunque del governo di Mario Draghi. Di certo, Meloni e i suoi ministri sono decisi a denunciare quello che finora, a loro avviso, non ha funzionato.
E a soffermarsi in particolare sul pesante rallentamento nella spesa delle risorse già approvate: in partenza si prevedevano oltre 33 miliardi, il calcolo è che alla fine ci si fermi tra i 13 e i 15 miliardi, di cui una grossa fetta impiegata per interventi approvati prima dell’avvento di Draghi e poi spostati nel Pnrr. Un atto d’accusa implicito a chi ha governato fino a settembre. Una miccia.
(da “la Repubblica”)
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Dicembre 12th, 2022 Riccardo Fucile
AL PRANZO DI NATALE AD ARCORE, BERLUSCONI STRIGLIA I MINISTRI E LO STATO MAGGIORE DI FORZA ITALIA: “NON STATE PORTANDO AVANTI ABBASTANZA LE NOSTRE BATTAGLIE”
Le mozzarelle per la caprese tricolore, hors-d’oeuvre irrinunciabile nei convivi di Arcore, le ha portate dalla Campania Tullio Ferrante, compagno di banco di Marta Fascina e promosso sottosegretario ai Trasporti. Il pepe, al solito, ce l’ha messo Silvio Berlusconi, con rasoiate ai ministri azzurri, «al governo non vi fate sentire abbastanza», e un avvertimento alla premier Giorgia Meloni: «Non chiama quasi mai, dobbiamo parlarci di più».
Al pranzo prenatalizio di Villa San Martino l’ex premier ieri ha radunato lo stato maggiore azzurro. L’inizio è stato ruvido. Alla delegazione dei ministri c’erano tutti: il vicepremier Antonio Tajani, poi Bernini, Casellati, Pichetto Fratin e Zangrillo – Berlusconi ha mostrato insoddisfazione per questo primo scampolo di legislatura: «Non state portando avanti abbastanza le nostre battaglie», la strigliata.
A cui ha risposto, timidamente, solo Tajani: «Ma no, presidente, non è così». Contro-replica: «Antonio, mi devi chiamare prima e dopo il Cdm». Un mezzo commissariamento, l’hanno letto gli altri commensali, soprattutto perché poi Berlusconi ha annunciato «avvicendamenti nel partito», partendo dai «coordinatori regionali». Ma non sarebbe questa la novità. L’ex premier ieri ha speso diversi minuti a rilanciare l’idea «del Partito repubblicano». Un partito unico con dentro sia Lega che FdI.
«Come il Pdl». Sul punto ha mostrato dubbi Gianni Letta, tra i pochissimi della vecchia guardia ancora ammessi ad Arcore. Letta per il momento ha suggerito di procedere uniti, governo e partito, per evitare che capiti come col governo Draghi, quando le truppe parlamentari marciavano in una direzione e i ministri in un’altra. Proprio per serrare i ranghi, Berlusconi ha deciso di chiamare a rapporto ministri, sottosegretari e vice-presidenti delle Camere (c’erano Giorgio Mulè e Gasparri) oltre naturalmente ai capigruppo fidati, Licia Ronzulli e Alessandro Cattaneo, con riunioni settimanali, per fare il punto e marcare stretti FdI e la premier.
Vuole dettare l’agenda, Berlusconi. Certo assicura «sostegno leale» all’esecutivo. «Guai a uscire dalla maggioranza, ma siamo il partito che ha più esperienza». […] Il pacco di Natale dell’anziano patriarca ai suoi è un classico: un quadro. Un anno fa l’aveva regalato pure a Meloni, salvo pentirsene: «Lei non mi ha nemmeno telefonato per gli auguri». Una chiamata di cortesia, all’epoca. Oggi il Cavaliere vuole che il telefono di Arcore squilli di più. E per altri motivi.
(da “la Repubblica”)
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Dicembre 12th, 2022 Riccardo Fucile
GIRO DI AFFARI ANCHE SULLE VITTIME DELLA PANDEMIA
Al centro dell’indagine ci sarebbe il clan di Cosimo Maiolo, che avrebbe
cercato di influenzare le elezioni Comunali a Pioltello, nel Milanese, oltre che mettere in piedi un giro d’affari sulle vittime della pandemia
Sono 10 le persone arrestate dalla polizia di Stato di Milano nell’ambito di un’inchiesta relativa alle attività della criminalità organizzata, in particolare della ‘Ndrangheta, a Pioltello, un comune nella città metropolitana di Milano.
Le persone arrestate sono accusate oltre che di associazione a delinquere e al traffico di stupefacenti, anche di tentata estorsione, tentato omicidio, ricettazione, porto illegale di armi, furto aggravato, detenzione ai fini di spaccio di sostanze stupefacenti, intestazione fittizia e coercizione elettorale, usura.
Tutti reati contestati e aggravati dalle modalità mafiose. Secondo il comunicato diffuso dalla questura, le ordinanze di custodia in carcere sarebbero collegate alle attività criminali delle famiglie della ‘Ndrangheta calabrese Maiolo e Manno, mentre una delle persone coinvolte avrebbe a che fare con il clan di Cosa Nostra di Pietraperzia (Enna) collegata ai Rinzivillo.
L’appoggio al candidato sindaco
Tra le 10 persone arrestate ci sarebbe anche il presunto boss della «locale» di ‘Ndrangheta di Pioltello, Cosimo Maiolo che – come si legge nell’imputazione per coercizione elettorale, riportata nelle oltre 300 pagine di ordinanza di custodia in carcere – avrebbe fatto «campagna elettorale» nel 2021 a favore del candidato sindaco per il centrodestra, esponente di Forza Italia, della cittadina di Pioltello, Claudio Fina, poi sconfitto dalla candidata di centrosinistra Ivonne Cosciotti.
Secondo la Procura di Milano, Maiolo assieme al suo presunto braccio destro Luca Del Monaco (arrestato), avrebbe avrebbe sfruttato «la propria fama di soggetto apicale in seno alla locale di Pioltello» e organizzato «un banchetto elettorale» anche per l’aspirante assessore all’urbanistica Marcello Menni presso la peschiera gestita dal figlio, Omar Maiolo, invitando – infine – le comunità di albanesi e pakistani a votare per entrambi i candidati – ora sotto inchiesta – «manifestando pubblicamente il sostegno della ‘Ndrangheta a favore dei due candidati. Il tutto con l’aggravante di aver agito con metodo mafioso».
Gli affari con il Covid
L’attività criminale, inoltre, – fa sapere la Squadra mobile di Milano – non si è fermata nemmeno durante il periodo della pandemia da Coronavirus. Nel corso di una conversazione intercettata, infatti, uno dei figli di Cosimo Maiolo, il boss della «locale» di ‘Ndrangheta di Pioltello, intuendo la possibilità di lucrare sul fenomeno del trasposto delle salme delle vittime del virus, spiegava che attraverso l’utilizzo di un prestanome e l’emissione di fatture false avrebbe potuto ottenere ingenti guadagni nel settore del trasferimento dei feretri.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2022 Riccardo Fucile
I MAGISTRATI CONTABILI: OBIETTIVO INTERMEDIO FALLITO
Sugli asili e sulle scuole dell’infanzia la Corte dei Conti lancia un avvertimento al governo. Accertando il mancato rispetto di uno degli obiettivi del Recovery Plan. Ovvero quello relativo alla selezione degli interventi da ammettere a finanziamento. Scaduto il 31 marzo scorso. I magistrati contabili segnalano che le risorse del Pnrr destinate a questo obiettivo ammontano a 4,6 miliardi di euro. Di cui:
700 milioni per progetti già in essere (finanziati con fondi nazionali);
2,4 miliardi per la costruzione di nuovi asili nido;
600 milioni per le scuole dell’infanzia;
900 milioni per le spese di gestione.
E nella delibera n. 20/2022 il Collegio del controllo concomitante della Corte dei conti ha approvato la relazione sullo stato di avanzamento dell’intervento PNRR relativo al «Piano per asili nido e scuole dell’infanzia e servizi di educazione e cura per la prima infanzia».
L’obiettivo intermedio (fallito)
Sull’intervento, che ha l’obiettivo di creare 264.480 nuovi posti pubblici negli asili italiani entro il secondo semestre del 2025, la Corte ha accertato il mancato rispetto dell’obiettivo intermedio (milestone) nazionale relativo alla selezione degli interventi da ammettere a finanziamento (scaduto il 31 marzo 2022). Evidenziando il rischio che il ritardo accumulatosi pregiudichi l’obiettivo intermedio europeo di aggiudicazione dei lavori, da raggiungersi entro il secondo trimestre 2023. La magistratura contabile ha menzionato anche le spese di gestione tra le cause dell’inadeguata risposta degli enti locali all’avviso pubblico per l’aumento dei posti negli asili nido. Raccomandando al ministero dell’Istruzione la razionalizzazione e la gestione unitaria dei fondi da trasferire agli enti locali. La Corte ha, infine, invitato il ministero a completare celermente la relativa istruttoria. E a sottoscrivere gli accordi di concessione con gli enti locali beneficiari.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2022 Riccardo Fucile
TRE EURODEPUTATI COINVOLTI E LA PISTA DEI CONTI OFFSHORE
Altri quattro italiani nell’inchiesta a Bruxelles sulla corruzione dal Qatar.
Mentre gli inquirenti danno la caccia ai conti offshore in cui potrebbero essere transitati i soldi. E la polizia mette i sigilli ai loro uffici. Intanto il giudice Michel Claise conferma gli arresti per Antonio Panzeri, Eva Kaili, Niccolò Figà-Talamanca e Francesco Giorgi. E la procura perquisisce la casa dell’eurodeputato socialista Marc Tarabella. Che oggi dovrà fornire le sue spiegazioni alla commissione di vigilanza del Partito Socialista belga. Intanto scatta la corsa all’esame delle votazioni dei diversi gruppi su dossier in qualche modo legati ai paesi del Golfo. Uno di questi, la liberalizzazione dei visti qatarini, sarebbe dovuto approdare presto in Plenaria. Ma ora l’inchiesta complica tutto.
I sigilli agli uffici
Altri quattro italiani hanno visto sigillarsi i loro uffici a Bruxelles o subire sequestri. Non sono indagati, spiega oggi Repubblica, ma si sono ritrovati lo stesso con il posto di lavoro inaccessibile. Tra questi c’è Davide Zoggia, ex sindaco di Jesolo e presidente della provincia di Venezia. Ma soprattutto fedelissimo di Pier Luigi Bersani: è stato il responsabile degli Enti Locali durante la sua segreteria. Poi è diventato il capo dell’organizzazione del partito con Guglielmo Epifani. Dopo aver fatto il deputato nella legislatura 2013-2018 è passato con Articolo Uno. A lui hanno sequestrato il telefonino, perché viveva in una casa di proprietà di Giuseppe Meroni. E con lui ha condiviso fino a qualche settimana fa anche l’ufficio. Zoggia all’Europarlamento è nello staff di Pietro Bartolo. Ma lavora anche per Brando Benifei. Entrambi i parlamentari non sono sotto indagine.
Ha ricevuto invece un sigillo nel suo ufficio proprio Meroni. Ex assistente di Panzeri, ora è alle dipendenze di Lara Comi, neoeletta di Forza Italia. Con lui anche Donatella Rostagno e Federica Garbagnati. La prima è un’esperta di Medio Oriente. Prima collaborava con Panzeri, ora con l’europarlamentare Maria Arena. Ma soprattutto, è componete del board della Ong “Fight Impunity” fondata da Panzeri. Garbagnati invece è collaboratrice di Alessandra Moretti. E anche lei ha un passato alle dipendenze di Panzeri. Naturalmente nessuno degli eurodeputati citati è sotto indagine. Benifei oggi a La Stampa invita a riflettere sulle attività di lobbying come quelle di Massimo D’Alema, come aveva detto ieri Provenzano.
Su Panzeri, invece, dice che «È stato mio collega per cinque anni. Mai mi sarei aspettato una cosa del genere, mai. Certo, la presenza assidua e l’attivismo con la sua Ong mi hanno spinto a chiedermi di che cosa si occupasse realmente. Mi ha detto “con la Ong facciamo tanti progetti sui diritti umani”. Mi sono fidato, come penso tanti altri». Il quotidiano scrive che ci sono altri tre eurodeputati coinvolti nell’inchiesta. Ma nessuno di loro è stato oggetto di provvedimenti giudiziari. Perché in assenza di flagranza i membri dell’eurocamera godono dell’immunità. L’autorità giudiziaria dovrà eventualmente chiedere autorizzazioni al Parlamento Europeo. Luca Visentini e il padre di Eva Kaili hanno invece ricevuto la libertà condizionata. Quest’ultimo era stato sorpreso venerdì con un trolley pieno di banconote mentre usciva dagli uffici di Bruxelles.
I conti offshore e la pista del “Gigante”
Il Fatto Quotidiano aggiunge che la procura belga è alla caccia di altri soldi. E mette nel mirino i conti offshore. Si tratta di un uomo misterioso a cui fa riferimento Panzeri e la cui carta di credito veniva utilizzata per viaggi, vacanze e benefit. Mentre nell’atto di fondazione di “Fight Impunity”, l’altra Ong fondata da Panzeri. Tra i fondatori c’è Gianfranco Dell’Alba, ex eurodeputato radicale e capo di gabinetto di Emma Bonino. Che compare nel direttivo onorario. Sia la “Fight Impunity” che la “No Justice No Peace” hanno sede in Rue Ducale 41. La stessa di +Europa e dell’Associazione Coscioni.
(da agenzie)
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Dicembre 12th, 2022 Riccardo Fucile
SOTTO L’ASPETTO PENALE E’ INTERVENUTA LA PRESCRIZIONE, UN SEDE CIVILE CONDANNATO A PAGARE 30.000 EURO
Proprio stamane, Pillon ha reso noto l’esito di questo nuovo processo
attraverso un post su Facebook, in cui ha dichiarato di essere stato prosciolto dalla Corte d’Appello di Firenze da ogni imputazione per “intervenuta prescrizione”, ma di essere stato comunque condannato a risarcire le parti civili della somma stabilita dalla sentenza di primo grado, pari a 30mila euro. Nello specifico, Pillon ha scritto:
Oggi la Corte di Appello di Firenze mi ha prosciolto da ogni imputazione per intervenuta prescrizione. Ha tuttavia confermato le pesantissime statuizioni civili della sentenza di primo grado, condannandomi a risarcire le parti civili. Opporsi alla dittatura del pensiero unico costa caro, ma non ci fermeremo. Sono soddisfatto per il proscioglimento in sede penale ma intendo ricorrere nuovamente contro le statuizioni civili per Cassazione e alla Corte Europea se sarà necessario.
Simone Pillon contro Omphalos: cosa era successo
Il contenzioso tra Simone Pillon e Omphalos era maturato in seguito ad alcune affermazioni fatte dall’allora senatore legista in relazione all’attività di sensibilizzazione che l’associazione aveva promosso in alcune scuole, sostenendo che, in questo modo, Omphalos “adescasse minorenni” o che “istigasse ai rapporti omosessuali”. In primo grado Pillon era stato condannato a una multa di 1500 euro e a una previsionale di 30mila euro come risarcimento. Poi, l’assoluzione in Appello, in cui le affermazioni di Pillon erano state considerate come diritto di critica politica. E di nuovo il rovesciamento deciso dalla Cassazione, che aveva rinviato tutto al processo di Appello bis conclusosi oggi.
(da NetxQuotidiano)
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Dicembre 12th, 2022 Riccardo Fucile
L’ACCORDO INIZIALE TRA BIDEN E ZELENSKY ERA DI UTILIZZARE LE ARMI FORNITE DA WASHINGTON PER RICONQUISTARE I PROPRI TERRITORI SENZA PERÒ COLPIRE IN RUSSIA…ORA INVECE SAREBBE INVECE ARRIVATO L’OK PER ATTACCARE OBIETTIVI MILITARI IN RUSSIA
I combattimenti sul campo non si fermano, così come le analisi degli esperti e gli spifferi provenienti dalle amministrazioni. Un anonimo funzionario della Difesa Usa ha rivelato nei giorni scorsi al Times di Londra che il Pentagono avrebbe tolto il veto sui raid compiuti dagli ucraini contro obiettivi militari in territorio russo.
La decisione sarebbe stata presa in seguito all’intensificarsi, nelle ultime settimane, dei bombardamenti sulle infrastrutture civili ucraine da parte degli uomini di Putin, ma non dovrebbe mutare lo scenario.
Nonostante il veto degli Stati Uniti, che si sono prima rifiutati di fornire razzi a lunga gittata e poi avrebbero modificato quelli inviati per evitare che potessero arrivare in Russia, finora la resistenza ucraina ha colpito ugualmente oltreconfine con sabotaggi, missili, droni e forze speciali.
L’accordo con gli alleati era di utilizzare le armi fornite per riconquistare i propri territori, compresi quelli annessi nel 2014, senza però colpire in Russia, per non provocare reazioni da parte del Cremlino. Ora, secondo il Times , sarebbe invece arrivato l’ok per attaccare obiettivi militari in Russia. L’aspetto più importante di questa decisione sarebbe tuttavia un altro: a Washington avrebbero cambiato prospettiva perché hanno meno timore di un’escalation del conflitto. Compresa quella nucleare.
(da il Corriere della Sera)
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