Febbraio 9th, 2023 Riccardo Fucile
IL PASTICCIO DEL DUO DONZELLI-DELMASTRO SUL CASO COSPITO E GLI INCIAMPI DI FAZZOLARI METTONO IN EVIDENZA IL PROBLEMA PRINCIPALE DELLA MELONI: LA MANCANZA DI UNA CLASSE DIRIGENTE PREPARATA A RICOPRIRE GLI INCARICHI CRUCIALI
Dietro i trionfi annunciati di Fratelli d’Italia alle prossime regionali
di Lazio e Lombardia, covano in realtà dissidi e polemiche. Il partito di Giorgia Meloni non tollera che qualcuno contesti la linea ufficiale, per questo il tono di voce di tutti gli interlocutori si abbassa quando c’è da manifestare perplessità, soprattutto se riguardano il cerchio magico intorno alla premier.
Anche se pubblicamente nessuno si sogna di chiedere chiarimenti, la mossa del duo Giovanni Donzelli e Andrea Delmastro sul caso Cospito ha creato scompiglio tra i parlamentari e i dirigenti di FdI.
A nessuno è sfuggita la leggerezza di rivelare documenti delicati e riservati. Una questione di stile oltre che di correttezza istituzionale. Soprattutto per una forza politica che non può permettersi di dare l’impressione di utilizzare le istituzioni come fossero sezioni di partito.
«Donzelli ha fatto un casino, va bene per gestire i palchi in campagna elettorale, non per tirare i fili in parlamento», dice un dirigente di Fratelli d’Italia, passato per il Fronte della gioventù e poi per Alleanza nazionale, preoccupato della qualità della nuova classe dirigente più vicina alla premier.
Soprattutto perché Meloni, nella sua smania di seppellire ogni dissenso, sta procedendo chirurgicamente a defenestrare i suoi vecchi padri politici, preferendo l’incognita del civico Francesco Rocca nel Lazio pur di isolare definitivamente il più navigato e radicato Fabio Rampelli.
Donzelli ieri ha approfittato di un evento in ricordo di Pinuccio Tatarella, organizzato a palazzo Giustiniani, per rifarsi vedere in pubblico. Tutto sorrisi, è arrivato con qualche minuto di ritardo e si è seduto in prima fila, mentre il sottosegretario Alfredo Mantovano ricordava la figura del politico che ha teorizzato il conservatorismo all’italiana.
All’evento, organizzato dalla fondazione Tatarella, che ha radunato il gotha della destra con il ritorno di ex storici come l’applauditissimo Gianfranco Fini e Italo Bocchino, erano presenti sul palco anche il presidente del Senato Ignazio La Russa, il ministro della Cultura, Gennaro Sangiuliano, e l’ex presidente della Camera, Luciano Violante.
«Tatarella avrebbe redarguito il ragazzetto, perché questi gesti si pagano», è stato il commento a denti stretti di uno dei presenti, mentre Donzelli era intento a stringere mani e a ricevere pacche sulle spalle.
Lo stesso vale, con maggiore cautela, anche nel caso di Giovanbattista Fazzolari, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio che La Stampa ha accusato di voler introdurre il tiro al bersaglio come materia scolastica. Storia priva di ogni fondamento secondo il diretto interessato ma confermata dal quotidiano. Anche in questo caso si tratta di un fedelissimo di Meloni.
Fazzolari è considerato l’ispiratore della linea della premier in politica estera ed è l’uomo con cui lei si confronta per le decisioni più delicate. Gode di una fiducia maggiore rispetto al duo Donzelli-Delmastro, ma i critici interni al partito ritengono che ci sia stato anche un suo ruolo dietro i pasticci sul caso Cospito. «Ora siamo al governo, vediamo di imparare a starci», è la sintesi di un altro parlamentare di lungo corso.
Il timore è che gli inciampi dei tre fedelissimi, coperti e sminuiti dalla premier, siano solo la prima manifestazione del vero limite di Fratelli d’Italia: la mancanza di una classe dirigente preparata a ricoprire gli incarichi delicati che FdI rivendica lasciando agli alleati poco più che le briciole.
Per ora i successi elettorali calmano ogni preoccupazione, tuttavia c’è chi nel partito guarda al 2024: alle ultime politiche è stato candidato fino all’ultimo dei consiglieri regionali, alle regionali si è fatto scouting tra le file leghiste e azzurre, alle europee a chi toccherà?
(da Domani)
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Febbraio 9th, 2023 Riccardo Fucile
MELONI SCONTA IL FILO-PUTINISMO DI SALVINI E BERLUSCONI: APPARE SEMPRE PIU’ COME UNA “ATLANTISTA CON IL FRENO A MANO”
“Non ho commenti da fare” sulle dichiarazioni della premier Giorgia
Meloni, “ho voluto ricevere il presidente Zelensky con il cancelliere Scholz, penso che eravamo nel nostro ruolo”.
Lo ha detto il presidente francese Emmanuel Macron arrivando al vertice Ue. “La Germania e la Francia, come sapete, hanno un ruolo particolare da otto anni sulla questione” dell’Ucraina, “perché – ha aggiunto – abbiamo anche condotto insieme questo processo, penso che stia anche a Zelensky scegliere il formato che vuole” per i colloqui diplomatici.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2023 Riccardo Fucile
QUALCUNO ANCORA SI STUPISCE CHE QUESTO GOVERNO DI TRAGICOMICI NON CONTI UNA MAZZA IN EUROPA
Quando Giorgia Meloni, poco dopo il tramonto, vola a Bruxelles per
il consiglio europeo, a Parigi sta per cominciare la cena fra Emmanuel Macron, Olaf Scholz e Volodymyr Zelensky. Lei, la premier italiana, non è stata invitata. Né il presidente francese le aveva detto nulla di quest’appuntamento l’ultima volta che si erano sentiti al telefono, lunedì scorso. In ambienti di governo si minimizza, si dice sottovoce che il vertice nella capitale francese dimostra solo una voglia di protagonismo di Macron, alle prese con problemi interni, con le proteste di piazza contro la riforma delle pensioni.
Ma le opposizioni – dal Pd al Terzo polo – non possono che rimarcare lo sgarbo diplomatico, subito inserito nel quadro di rapporti con Parigi che rimangono altalenanti. Una visita a Parigi, d’altronde, continua a rimanere fuori dall’agenda di Meloni, in rotta con una consuetudine che ha sempre visto in passato il capo dell’esecutivo italiano andare all’Eliseo nel primo scorcio del proprio mandato.
Quanto pesa, l’assenza dell’inquilina di Palazzo Chigi al tavolo con i leader dei due alleati più forti e con il presidente ucraino, specie nel confronto con la celebre foto del treno che, il 16 giugno scorso, immortalava il predecessore di Meloni, Mario Draghi, proprio con Macron e Scholz, in viaggio per Kiev.
Un’immagine che, nel paragone con la situazione attuale, segna un arretramento dell’Italia sullo scenario internazionale. Specie sul fronte politico della guerra in Ucraina. Subito dopo la notizia della cena all’Eliseo, la presidenza del Consiglio si è affrettata a far sapere che Meloni incontrerà oggi Zelensky in un bilaterale a margine del Consiglio europeo. Incontro importante, certo, ma non sarà l’unico che il presidente dell’Ucraina terrà a Bruxelles. Il caso, insomma, è aperto, anche se il ministro degli Esteri Antonio Tajani, durante la trasmissione “Il cavallo e la torre” su Raitre, nega che l’incontro a tre in riva alla Senna configuri “un’esclusione dell’Italia”.
Quel che è certo è che Zelensky, nelle sue missioni nelle capitali, è stato a Londra e Parigi, dopo aver incontrato Biden alla Casa Bianca. Ha incontrato i leader dei Paesi che ritiene più affidabili, per la causa ucraina – Usa, Gran Bretagna, Francia, Germania – e non ha fatto tappa a Roma. Il simbolo della resistenza all’invasione russa rinuncia ad omaggiare l’Italia, dove c’è una maggioranza di governo non saldissima sul sostegno all’Ucraina, al di là del pieno supporto a Kiev sempre manifestato da Meloni. A dimostrarlo è l’atteggiamento molto prudente sull’invio delle armi, in attesa ancora del sesto decreto (che poi sarebbe il primo dell’attuale esecutivo), ma anche le parole di questi giorni di Matteo Salvini sull’intervento di Zelensky a Sanremo: “Non mi dispiace la sua assenza”. L’accostamento con il festival canoro può sembrare forzato ma è uno dei leader del centrodestra, Maurizio Lupi, a segnalare che la vicenda del videomessaggio abortito e derubricato a messaggio da leggere dal palco ha un valore politico: “Credo che bisognerebbe avere più coraggio. Zelensky o lo inviti o non lo inviti. I tentennamenti non aiutano l’Italia sullo scenario internazionale”.
L’idea che riemerge è quella di un Paese “sempre più isolato in Europa” – come denuncia la presidente della commissione Econ a Bruxelles Irene Tinagli – di una premier “costretta a inseguire gli eventi”, per dirla con le parole della deputata di Azione Daniela Ruffino. Il fatto è che esistono precedenti di una Meloni rimasta ai margini. E il più rilevante è quello del viaggio a Washington del vice cancelliere tedesco Robert Habeck e del ministro dell’economia francese Bruno Le Maire per un chiarimento sulla politica americana di contenimento dell’inflazione. In quell’occasione dell’Italia non ci fu traccia. E ora il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti critica la missione dei governanti dei due Paesi: “Non ne eravamo nemmeno informati”, dice l’esponente leghista in un’intervista collettiva a Figaro, Financial Times, Wall Street Journal e Frankfurter Allgemeine Zeitung. “Se avessimo preso una simile iniziativa, saremmo stati accusati di sovranismo e antieuropeismo. Di fronte agli Stati Uniti – afferma Giorgetti – sarebbe stato meglio avere una vera risposta da tutta Europa e non solo da due Paesi, e questo ben prima della presentazione dell’Inflation Reduction Act a Washington”.
Per Meloni tutto è rimandato al faccia a faccia di oggi con Zelensky. Come risponderà di fronte alle richieste che il presidente ucraino rivolgerà a lei come agli altri leader europei? Avrà la forza per dire un sì convinto alla richiesta di ulteriori armi (compresi aerei da combattimento) e sanzioni per la Russia? Potrà farlo senza suscitare i malumori della Lega e di una parte di Forza Italia? Quesiti che restano sullo sfondo della grande questione del collocamento internazionale del nostro Paese, “atlantista ma col freno a mano tirato” per usare la definizione di un autorevole rappresentante del partito di Berlusconi. Il bilaterale di oggi dovrebbe anche creare i presupposti per il viaggio di Meloni nella capitale dell’Ucraina, più volte annunciato nelle ultime settimane ma mai messo in calendario. Le ultime indiscrezioni lo collocano ora nella settimana in cui cade l’anniversario del conflitto, il 24 febbraio. Ma la rincorsa europea della premier è ancora avvolta dalle incertezze.
(da La Repubblica)
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Febbraio 9th, 2023 Riccardo Fucile
LA DIFESA DELLA COSTITUZIONE. IN OGNI FUTURO DISCORSO DEL PRESIDENTE: DIETRO LA PEDAGOGIA CIVILE DI MATTARELLA QUALCUNO VEDE UN OSTACOLO AI PROGETTI DI NUOVA REPUBBLICA… LIBERO IL PARLAMENTO, SE CI RIESCE, DI MIGLIORARE L’IMPIANTO. MA PERCHÉ CAMBIARE CIÒ CHE FUNZIONA?
La visita a sorpresa di Sergio Mattarella, per solennizzare i 75 anni della Carta, ha riscosso consensi social ieri al Quirinale si respirava aria di soddisfazione o di scampato pericolo; perché come tutte le prime volte anche quella di un presidente al teatro Ariston poteva rappresentare un rischio.
Sarebbe bastato poco: una gag sopra le righe, una polemica fuori posto, una contestazione inattesa avrebbero sgualcito l’evento che invece è filato via liscio e resterà scolpito, se non nella storia d’Italia, almeno in quella del Festival. È falso, si precisa senza acrimonia, che Benigni avesse anticipato a Mattarella i contenuti del suo show; altrettanto falso che i vertici del servizio pubblico radiotelevisivo fossero stati tagliati fuori. Erano al corrente della visita ma, con molta correttezza, hanno tenuto la notizia segreta.
Quanto alla tecnica del blitz, adottata da Mattarella, si è resa indispensabile per evitare i nidi di serpenti. Pubblicizzare in anticipo l’arrivo del presidente avrebbe scatenato una caccia alle poltrone di prima fila (anche per questo Mattarella si è rifugiato in un palco), con rimbalzi sul prezzo del biglietto accompagnato dal pressing di ministri e sottosegretari che avrebbero stravolto un cerimoniale volutamente semplice. La festa della Costituzione si sarebbe trasformata in una passerella di alti papaveri
Quanto alle critiche di Salvini, sono cadute nel vuoto: Mattarella fa semplicemente il suo mestiere di Garante. Ecco perché l’incursione a Sanremo sarà solo un inizio. Chi conosce l’agenda del Quirinale avverte: altri eventi pubblici seguiranno con, al centro, la difesa della Costituzione. In ogni futuro discorso del presidente non mancherà il richiamo a qualche nuovo articolo. Poi, si capisce, dietro la pedagogia civile di Mattarella qualcuno vede un ostacolo ai progetti di nuova Repubblica, un messaggio subliminale indirizzato tanto al popolo di Sanremo quanto ai palazzi del potere che suona così: libero il Parlamento, se ci riesce, di migliorare l’impianto. Ma perché cambiare ciò che funziona?
(da La Stampa)
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Febbraio 9th, 2023 Riccardo Fucile
“NEANCHE UN SALUTO”… ORA LA PREOCCUPAZIONE NON RIGUARDA SOLO IL POSSIBILE “SPOIL SYSTEM” AL PIRELLONE. MA GLI EQUILIBRI IN PARLAMENTO
La campagna elettorale unitaria del centrodestra si è conclusa con
una cena di meno. Non che fosse programmata, non che fosse stata già incastonata nelle agende dei leader.
Semplicemente, martedì sera a Milano, dopo il comizio unitario, Silvio Berlusconi avrebbe voluto invitare a cena gli alleati. E invece, subito dopo il suo intervento, Giorgia Meloni è rientrata a Roma. Silvio Berlusconi un pochino ci è rimasto male («Neanche un saluto…») e così a cena è andato con Matteo Salvini e i suoi due capigruppo Licia Ronzulli (Senato) e Alessandro Cattaneo (Camera).
Si è parlato anche del tema dei temi: un’asse e un gioco di sponda tra gli azzurri e i leghisti per non farsi tagliare l’erba sotto ai piedi dallo strapotere di Fratelli d’Italia. L’esito delle urne in Lombardia è cruciale sia per Berlusconi che per Salvini e sarebbe sbagliato derubricarlo a faccenda locale. Sia Forza Italia che la Lega sono nate qui («Questa per noi è casa» ha detto Berlusconi sul palco) e negli ultimi decenni (dal 1995) i due partiti hanno espresso la spina dorsale dell’amministrazione, innervandone tutti i gangli funzionali.§
Oggi, Fratelli d’Italia vogliono che la giunta e l’amministrazione a venire non lascino dubbi su chi guiderà davvero la Lombardia.
Ma la preoccupazione per la forza dominante dei FdI non riguarda solo il possibile «spoil system» interno all’alleanza lombarda: c’è tutta anche in Parlamento.
E ieri già si è visto un atto di forza da parte di azzurri e leghisti: l’emendamento sui balneari al decreto milleproroghe sarà votato al Senato anche da FdI, che però non lo ha sottoscritto.
(da il “Corriere della Sera”)
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Febbraio 9th, 2023 Riccardo Fucile
LA COMPLOTTARA MARJORIE TAYLOR GREENE GLI HA URLATO “BUGIARDO” E LUI LE HA RISPOSTO PER LE RIME – “SLEEPY JOE” HA COSÌ INAUGURATO LA CORSA ALLA CASA BIANCA DEL 2024: I DEMOCRATICI PREFERIREBBERO UN ALTRO CANDIDATO, MA ALTERNATIVE NON CE NE SONO. IL PRESIDENTE LO SA E GONGOLA
Sembra che Biden abbia teso una piccola trappola ai repubblicani nel suo discorso sullo stato dell’Unione di martedì sera. Già da giorni si diceva che la Casa Bianca volesse far notare agli americani il «caos» della nuova Camera «tenuta in ostaggio» dai deputati repubblicani più estremisti e contrapporvi la capacità di governare del presidente.
Perciò lo speaker Kevin McCarthy aveva avvertito i suoi di stare tranquilli. Ai media aveva assicurato che non ci sarebbero stati «giochetti infantili». Ma la deputata dell’estrema destra Marjorie Taylor Greene non l’ha ascoltato.
Pur essendo il discorso in gran parte un appello ai due partiti a lavorare insieme, c’erano un paio di momenti che sembravano scritti con la certezza di irritare i repubblicani: quando Biden ha detto che il 25% del debito accumulato negli ultimi 200 anni è dovuto a Trump eppure per tre volte la destra non ha avuto problemi a innalzare il tetto del debito (mentre ora si oppone alla spesa eccessiva); e soprattutto quand’ha affermato che alcuni nel partito vogliono tagliare la previdenza sociale e l’assistenza sanitaria agli anziani.
«Bugiardo!» ha gridato Taylor Greene in cappotto bianco con collo di pelliccia.
Le hanno fatto eco alcuni colleghi, che più tardi hanno urlato al presidente «È colpa tua» per i morti di fentanyl).
Taylor Greene, in passato sostenitrice delle teorie complottiste di QAnon, era giunta alla Camera con un palloncino bianco per criticare Biden per non aver abbattuto subito il pallone-spia cinese e in un recente video appare con fucile automatico in elicottero in missione contro il pallone. Bannon dice che mira a fare la vicepresidente di Trump.
Al di là dei contenuti, c’era molta attesa del discorso per misurare l’energia di un leader che a 80 anni sta per ricandidarsi. Biden è apparso combattivo, alla vigilia di un tour in Wisconsin e Florida, Stati chiave nelle logoranti campagne presidenziali. Parlando per 72 minuti, ha rivendicato i successi del suo piano economico.
Rivolgendosi all’America middle class , ha criticato i farmaci costosi, le tasse più alte per gli insegnanti che per i miliardari. Alla politica estera solo pochi minuti: la conferma dell’appoggio a Kiev e della competizione con Pechino (senza desiderio di un conflitto). Biden non ha pronunciato la parola «pallone», ma ad esso si riferiva quando ha detto: «Se la Cina minaccia la nostra sovranità agiremo. E l’abbiamo fatto».
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2023 Riccardo Fucile
OLIVIA E SOFIA HANNO RICORDATO AL PONTEFICE IL DESIDERIO ESPRESSO DA VIALLI NEI GIORNI DELLA MALATTIA: “VORREI AVERE IL TEMPO DI ACCOMPAGNARE LE MIE FIGLIE ALL’ALTARE NEL GIORNO DEL LORO MATRIMONIO”
Olivia (18 anni) e Sofia (16 anni) sono le figlie di Gianluca Vialli.
Insieme alla mamma, Cathryn White Cooper, hanno voluto incontrare Papa Francesco – all’udienza generale nell’Aula Paolo VI – per condividere il desiderio più grande che papà Gianluca ha portato nel cuore, fino al giorno della morte avvenuta lo scorso 6 gennaio: “Vorrei avere il tempo di accompagnare le mie due figlie all’altare nel giorno del loro matrimonio”.
Aveva anche proposto la chiesa per le nozze: il santuario della Beata Vergine della Speranza a Grumello Cremonese, a pochi passi da dove Gianluca era nato. E da dove sono arrivati, oggi in Sala Nervi, molti familiari, in particolare i due fratelli maggiori e i giovanissimi nipoti.
Dal Papa, riferisce l’Osservatore Romano, la famiglia Vialli non è venuta “a mani vuote”. Ha donato una maglietta della nazionale italiana con la scritta ‘Francesco’.
Tutta la famiglia ha partecipato, ieri sera, alla messa presieduta nella basilica di San Pietro dal cardinale arciprete Mauro Gambetti. Alla celebrazione era presente anche il commissario tecnico della nazionale italiana di calcio Roberto Mancini ed è stato ricordato Gianluca a un mese dalla morte e anche che, proprio quest’anno, insieme con Cathryn avrebbe celebrato il 20° anniversario di matrimonio.
(da il Corriere dello Sport)
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Febbraio 9th, 2023 Riccardo Fucile
LA RIVELAZIONE IN UN NUOVO LIBRO IN USCITA DOMANI: “SO CHE CI SONO STATI PERSINO INCONTRI TRA PRELATI, CHE PENSAVANO CHE IL PAPA FOSSE PIÙ GRAVE DI QUEL CHE VENIVA DETTO. PREPARAVANO IL CONCLAVE. PAZIENZA! GRAZIE A DIO, STO BENE”
Bratislava, 12 settembre 2021. Papa Francesco, in visita pastorale in Slovacchia, incontra i gesuiti della regione. La prima domanda è un semplice “come sta?”. Ma la risposta è una vera e propria provocazione di Bergoglio: “Ancora vivo. Nonostante alcuni mi volessero morto. So che ci sono stati persino incontri tra prelati, i quali pensavano che il Papa fosse più grave di quel che veniva detto. Preparavano il conclave. Pazienza! Grazie a Dio, sto bene…”.
Il riferimento del Papa riguarda il suo intervento al colon, all’inizio del luglio precedente, al Policlinico Gemelli. Durante il ricovero era anche rimbalzata la “notizia” circa la possibilità di sue dimissioni perché gravemente ammalato… rispedita al mittente dallo stesso Pontefice. “Io personalmente posso meritarmi attacchi e ingiurie perché sono un peccatore, ma la Chiesa non si merita questo: è opera del diavolo. Io l’ho anche detto ad alcuni di loro”, aggiunge il Papa, che lamenta pure maldicenze e accuse in molti circoli cattolici.
Gavino Pala, nel suo “Mi volevano morto. Papa Francesco alle prese con i suoi detrattori”, in libreria da domani (Edizioni San Paolo 2023, pp. 269, euro 19,00), ha deciso di vederci chiaro: quali sono i “problemi” che, secondo alcuni, il Papa procurerebbe alla Chiesa? Come si è manifestato in questi anni il dissenso nei suoi confronti, sia nei modi leciti sia in quelli meno leciti? Quali caratteristiche del magistero e dell’azione pastorale di papa Francesco rimarranno nel ricordo di tutti e saranno un’eredità, anche scomoda, per il suo successore?§
“Tra tanti favorevoli all’opera del Papa è indubbio che si stiano allargando settori perplessi si riguardo alle sue decisioni di governo. Non ha troppo investito sull’incontro con la gente e sulla parola? Che nomine ha fatto? Che riforme ha introdotto? – scrive il presidente della Comunità di Sant’Egidio, Marco Impagliazzo, nella prefazione al volume – Sono domande che vengono anche da ambienti radicali, che vorrebbero cambiamenti decisivi sulle donne nella Chiesa, sul matrimonio, la democrazia e via dicendo. Ma il papa ha spiegato più volte che il suo metodo è quello di aprire processi”.
“Mentre si compiono dieci anni di pontificato sembra che il grande entusiasmo manifestatosi all’inizio stia un po’ scemando – aggiunge -. Eppure il Papa resta l’unico leader a livello mondiale in grado di prendere per mano un mondo sballottato da gravissime crisi come quelle del Covid e della guerra mondiale a pezzi”.
(da agenzie)
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Febbraio 9th, 2023 Riccardo Fucile
IL VOLO DELLA MALAYSIA AIRLINES ABBATTUTO DAI FILORUSSI CON I MISSILI FORNITI DA PUTIN
I tre ergastoli comminati nel novembre scorso dalla corte
distrettuale dell’Aia non verranno mai scontati: madre Russia tiene bene al riparo i suoi funzionari e i suoi agenti. E di imputati non ce ne saranno altri, in questa vicenda. Perché i sospettati sono troppo in alto. Difficile incastrarli e impossibile punirli: se non altro perché godono dell’immunità diplomatica. A partire dal presidente della Federazione Russa. Per questo, almeno per ora, l’inchiesta si ferma qui.
Eppure gli investigatori del team internazionale (Jit), nel riconoscere la loro impotenza, hanno aggiunto il tassello che completa questo orribile mosaico. Dichiarando che, secondo “forti indicazioni”, la batteria missilistica responsabile della strage nella quale persero la vita 298 persone fu fornita ai miliziani controllati dalla Russia su ordine diretto di Vladimir Putin.
Il volo MH17 della Malaysia Airlines fu abbattuto da un missile Buk della 53esima brigata antiaerea russa lanciato da una zona controllata dai separatisti, conferma il rapporto del Jit. Nel 2014 Mosca aveva il pieno controllo sulle milizie filo-russe del Donbass, e di ogni decisione era responsabile il comandante in capo, ovvero il presidente — conclude il team investigativo.
Addirittura, i generali e i funzionari russi rinviarono una fornitura di armamenti ai miliziani perché Putin, nel giugno di quell’anno, era in Francia per la commemorazione del D-Day, lo sbarco in Normandia: “Scusate il ritardo ma l’unica persona che può prendere la decisione è a un summit in Francia”, dice un advisor del Cremlino ai suoi interlocutori in una telefonata intercettata e fatta ascoltare dal Jit in una conferenza stampa nella capitale olandese
Altro che guerra civile
Diventa così ancora più chiaro che fin da allora sul territorio ucraino era in corso non una guerra civile ma “un conflitto armato internazionale”, per usare le stesse parole dei giudici dell’Aia. Come dire che l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia è iniziata in realtà quasi nove anni fa, non il 24 febbraio 2022.
Mosca non ha mai voluto collaborare alle indagini internazionali sulla strage dell’MH17, ha definito “scandaloso” e politicamente motivato il verdetto. Ma per spiegare quanto accaduto ha solo proposto teorie del complotto fatte in casa. “Come al solito, siamo solo un capro espiatorio”, è sempre stata la posizione, rimbalzata da dichiarazioni governative, tweet delle ambasciate russe nel mondo e programmi della tivù di Stato.
Chi scrive ne ricorda in particolare uno, di quei programmi. Fu trasmesso in occasione del quinto anniversario della strage e aveva un titolo poco giornalistico ma significativo: “Non sappiamo ancora chi è stato”. Invece già allora la verità si sapeva eccome. La si sapeva a Mosca e nel resto del mondo. Di materiale accusatorio il team investigativo internazionale ne aveva messo insieme in abbondanza. In parte, lo aveva reso pubblico. Oggi lo mette in fila nel suo rapporto conclusivo. Aggiungendo particolari inediti
Tutti gli uomini del presidente
Tra gli elementi di prova, anche una telefonata di quello che all’epoca dei fatti era il più influente consigliere di Vladimir Putin: Vladislav Surkov, l’eminenza grigia del Cremlino, l’inventore della “democrazia sovranista”, l’ideologo post-moderno che ha dato al putinismo le forme che hanno sedotto le destre alternative d’Europa e d’America.
Surkov, sei giorni prima che il missile assassino interrompesse il volo da Amsterdam a Kuala Lumpur uccidendo tutti i passeggeri e componenti dell’equipaggio a bordo, parlava con il premier dell’autoproclamata repubblica di Donetsk Alexander Borodai dell’invio di batterie missilistiche anti-aeree di Mosca a sostegno delle milizie impegnate contro l’esercito regolare di Kyiv.
Nel colloquio intercettato, i due si danno del tu. Surkov — che è stato a lungo il “proconsole” di Putin per il Donbass — si riferisce a Borodai utilizzando il diminutivo confidenziale “Sacha”. La telefonata dimostra che la fornitura dei missili con i quali è stato abbattuto l’aereo di linea fu coordinata ai più alti livelli dell’amministrazione russa. Certamente, ogni azione di Surkov — visto il suo ruolo e i sui rapporti con Putin — aveva l’approvazione del presidente.
La richiesta di unità anti-aeree “con personale già addestrato perché non c’è tempo per il training” e di altri sofisticati armamenti da parte dei separatisti si era fatta pressante da oltre un mese, prima dell’abbattimento del volo Mh17. Emerge in particolare dalle intercettazioni delle conversazioni tra Igor “Strelkov” Girkin, uno dei condannati, allora “ministro della Difesa” di Donetsk, e Sergey Aksyonov, premier della Crimea che la Russia si era appena annessa.
“Strelkov” e il proconsole della Crimea, anelli della catena
In una telefonata dell’8 giugno 2014, Aksyonov rassicura Girkin dicendo che la decisione a favore del supporto richiesto “è già stata presa”, e che è stato creato un “centro di coordinamento” ad hoc.
Per gli investigatori e per i giudici olandesi che hanno accolto l’impianto accusatorio, Girkin e i suoi interlocutori “formavano una catena che univa l’autoproclamata repubblica popolare di Donetsk alla Federazione russa”. Attraverso questa catena, che li collegava direttamente al ministro della difesa Sergei Shoigu e al suo unico superiore, “essi hanno potuto far arrivare equipaggiamento militare pesante sul campo di battaglia dell’Ucraina orientale”.
Poco importa, a questo punto, se a premere il bottone sia stato un miliziano separatista o un militare russo. La seconda ipotesi era confortata dalla richiesta di “personale già addestrato” e dalla convinzione degli investigatori che un battaglione della 53esima antiaerea si trovasse al tempo nel Donbass, in territorio ucraino. Non è stata confermata. Ma il verdetto di tre mesi fa ha stabilito che ci fu una responsabilità anche materiale dei militari di Mosca.
Benvenuti nel mondo di Orwell
Il modo con cui il Paese di Vladimir Putin ha sempre negato ogni colpa richiama il concetto di doublethink, il bipensiero orwelliano che sfida conflitti, dissonanze e contraddizioni.
La strategia difensiva della Russia è stata rocambolesca e non plausibile. Ha accusato Kiev, poi la Cia. Ha sostenuto di non utilizzare più missili Buk dagli anni ’90, ma quei missili sono stati fotografati e filmati in parate militari nelle basi russe anche alla vigilia della tragedia. E così via.
D’altra parte, ammettere di avere una colpa significava ammettere di aver aiutato direttamente, fin dal 2014, i ribelli del Donbass sul teatro di guerra, e quindi smantellare tutto l’apparato politico e propagandistico che sottendeva all’annessione della Crimea e alle avventure ucraine di Putin. Fino al 24 febbraio 2022.
I fatti di nove anni fa e quelli di oggi sono inestricabilmente collegati. Chiunque sostenga, a questo punto, che Mosca non sia direttamente implicata nell’abbattimento del volo MH17, vive nel mondo di Orwell. Così come chi ritiene che il leader del Cremlino sia stato solo recentemente “costretto” a un conflitto che non avrebbe voluto. No, la guerra era voluta e c’era già. Bastava anche solo seguire i progressi delle indagini del Jit, per rendersene pienamente conto.
Resta da chiedersi se una presa di posizione più decisa da parte della comunità internazionale nel 2014 o subito dopo avrebbe potuto prevenire la spietata aggressione degli ultimi dodici mesi e il rischio di una terza guerra mondiale. Fatto sta che si preferì guardare altrove e non esagerare nella durezza delle risposte politiche. Alla realtà si preferì la finzione, al vero il falso. Come nel mondo di Orwell.
(da Fanpage)
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