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2023, FUGA DA GIORGIA, LO SPOILS SYSTEM DELLA MELONI SI È RIBALTATO: ORA SONO I TECNICI DI DRAGHI A VOLER MOLLARE PALAZZO CHIGI

Febbraio 17th, 2023 Riccardo Fucile

PER LA MELONI È UN BEL GUAIO: È DIFFICILE TROVARE PERSONE ADEGUATE AL RUOLO, CRUCIALE PER LA “MESSA A TERRA” DEL PIANO. MA SE L’È CERCATA: È TUTTA COLPA DELL’ACCENTRAMENTO DEI POTERI ALLA PRESIDENZA DEL CONSIGLIO

L’ultima volta che Carmine Di Nuzzo ha varcato la soglia di Palazzo Chigi è stata la settimana scorsa. Ha portato con sé le carte del monitoraggio del Pnrr, come fa con regolarità da quando, nel 2021, è stato messo da Mario Draghi a capo del Servizio centrale che opera dentro la Ragioneria, al ministero dell’Economia. Potrebbe essere stata una delle ultime volte.
Il condizionale è legato alla nuova governance del Piano, decisa da Giorgia Meloni. Il Servizio centrale resterà al Mef, avrà un altro nome (si chiamerà Ispettorato generale) e soprattutto meno poteri, ma il governo vorrebbe che Di Nuzzo restasse al suo posto.
Al Mef, la sostituzione non è un tema all’ordine del giorno. Solo che è il tecnico che sta valutando se restare. E lo stesso dubbio se l’è posto Chiara Goretti, la coordinatrice della Segreteria tecnica, di stanza a Palazzo Chigi. Il riassetto della cabina di comando ha cancellato la blindatura del governo precedente: la Segreteria non esisterà più; le funzioni finiranno dentro la Struttura di missione presso la presidenza del Consiglio. Goretti può rimanere, seppure con un ruolo secondario, ma ha deciso che la sua esperienza terminerà a breve.
Anche Nicola Lupo, che guida l’Unità per la razionalizzazione e il miglioramento della regolazione è in fase di riflessione. Un problema non da poco per Meloni. Che ritorna quando si parla di tecnici. Difficile sostituirli, perché è molto più difficile trovarne di nuovi e soprattutto adeguati al ruolo. Per questo non è ancora chiaro chi sarà il nuovo coordinatore della Struttura di missione, la figura tecnica più importante nella nuova architettura del Piano.
Matteo Salvini vuole sostituire Davide Ciferri, il coordinatore dell’Unità di missione al ministero dei Trasporti; più in generale pensa a un riassetto complessivo della struttura, a cui fanno riferimento anche altri dirigenti. Al ministero del Lavoro, la questione «non è all’ordine del giorno», ma una valutazione è comunque in corso. Sono, però, gli unici movimenti che si registrano nelle ultime ore. Molti ministri, infatti, nonostante le critiche di Meloni sui “ritardi” accumulati dal precedente governo, alla fine hanno deciso di confermare i tecnici che hanno trovato al momento dell’insediamento «perché stanno facendo bene», si dice ora. Anche se sono stati scelti da Draghi.
(da la Repubblica)

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L’INCHIESTA SU DONZELLI NON È SOLTANTO “UN ATTO DOVUTO”: SE LA PROCURA DI ROMA HA DECISO DI ISCRIVERE IL SOTTOSEGRETARIO ALLA GIUSTIZIA NEL REGISTRO DEGLI INDAGATI SIGNIFICA CHE HA RACCOLTO ABBASTANZA ELEMENTI PER SOSTENERE L’IPOTESI DI VIOLAZIONE DI SEGRETO D’UFFICIO

Febbraio 17th, 2023 Riccardo Fucile

NORDIO DICE CHE LE CARTE CHE DELMASTRO HA GIRATO AL COINQUILINO DELMASTRO NON AVEVANO VINCOLI DI SEGRETEZZA. MA È DAVVERO COSÌ? NON PROPRIO: DELMASTRO POTEVA RICHIEDERLE E OTTENERLE, MA DOVEVA RISPETTARE IL SEGRETO D’UFFICIO

L’inchiesta a carico di Andrea Delmastro delle Vedove è nata dall’esposto del deputato Angelo Bonelli, di Alleanza Verdi e Sinistra, ma l’iscrizione del sottosegretario alla Giustizia sul registro degli indagati non è il classico «atto dovuto» seguito a una denuncia (in questo caso di un avversario politico).
Prima di procedere alla convocazione dell’interessato accompagnato da un avvocato difensore, la Procura di Roma ha acquisito documenti e ascoltato testimoni, arrivando a una ricostruzione dei fatti abbastanza completa; solo successivamente i sostituti procuratori Gennaro Varone e Rosalia Affinito, coordinati dall’aggiunto Paolo Ielo e dal capo dell’ufficio Francesco Lo Voi, hanno costruito un’ipotesi d’accusa — violazione di segreto d’ufficio — considerata sufficientemente solida da chiedere spiegazioni all’inquisito. Di qui la decisione dell’interrogatorio, fissato per oggi.
Il deputato Giovanni Donzelli sarà ascoltato in seguito, presumibilmente come testimone. Perché tutta la vicenda nasce dal suo intervento del 31 gennaio scorso nell’aula di Montecitorio, quando accusò quattro parlamentari del Pd di «incoraggiare» l’anarchico «nella sua battaglia» contro il «41 bis».
In quell’occasione Donzelli svelò i dialoghi tra Cospito e due compagni di detenzione affiliati a camorra e ‘ndrangheta, nei quali l’anarchico diceva che la protesta contro il «carcere duro» doveva essere in favore di tutti; sostenuto dagli altri due che lo invitavano ad «andare avanti» perché «pezzetto dopo pezzetto si arriverà al risultato».
Donzelli parlava leggendo i resoconti di due «documenti presenti al ministero della Giustizia», e subito si scoprì che a darglieli era stato proprio il suo collega e coinquilino Delmastro.
È il nocciolo dell’indagine svolta fin qui dai pm che ruota intorno a una domanda: il sottosegretario alla Giustizia poteva avere quei documenti e rivelarne il contenuto a un collega che ne ha fatto un uso politico?
In Parlamento il ministro Carlo Nordio ha spiegato che sulle carte non c’era alcun vincolo legato a «segreti di Stato» o altre «classificazioni di segretezza», nonostante la dicitura «di limitata divulgazione» apposta su quei documenti. Dunque niente di illecito. Questione chiarita e caso chiuso da «parole chiare e definitive», come ha ripetuto l’altro ieri Delmastro. Non per gli inquirenti, però. Perché al di là del «segreto di Stato» e formule correlate, esiste un segreto d’ufficio, per l’appunto, che non ha niente a che fare con le norme citate da Nordio ma vale per tutti gli uffici pubblici. Compreso il ministero della Giustizia.
Dove Delmastro ha sì la delega su una parte degli affari relativi alle carceri , ma non quella sul «trattamento detenuti», a cui invece si riferivano le conversazioni ascoltate dagli agenti penitenziari e riferite nelle relazioni di servizio inviate al vertice del Dipartimento di quell’amministrazione, il Dap. Che quindi non sono state trasmesse a Delmastro per ragioni d’ufficio, ma perché è stato lui a chiederle. […] Perché Delmastro ha chiesto quelle relazioni? Chi l’aveva avvisato della loro esistenza?
La visita di deputati del Pd a Sassari del 12 gennaio era nota, ma i colloqui tra Cospito e i boss di ‘ndrangheta e camorra no. Questo è uno degli snodi della vicenda, l’antefatto che serve a spiegare il fatto: la diffusione di documenti che non solo non possono essere divulgati secondo le regole interne agli uffici pubblici, ma che un apposito decreto ministeriale del 1996 definisce «inaccessibili» dall’esterno anche per chi ne facesse formale richiesta.
(da Il Corriere della Sera)

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“IL MONDO DEL CENTRODESTRA CI SPUTERÀ IN FACCIA”: FORZA ITALIA MUGUGNA CONTRO IL BLITZ DEL GOVERNO SUL SUPERBONUS

Febbraio 17th, 2023 Riccardo Fucile

PER ANNUNCIARE LO STOP ALLE CESSIONI DEI CREDITI, GIORGETTI CITA “UNA PERSONA DI CUI HA MOLTA STIMA”, CIOÈ DRAGHI. È UN TENTATIVO PER FARSI SCUDO DA UNA MISURA MOLTO IMPOPOLARE

È la curva più stretta per il governo Meloni. E Giancarlo Giorgetti la affronta prendendo in prestito il casco di Mario Draghi. Il ministro dell’Economia, per difendere la norma che blocca le agevolazioni del superbonus edilizio, legge in conferenza stampa una dichiarazione che l’ex premier («Una persona di cui ho molta stima») fece in Senato il 22 luglio : «Il problema non è il superbonus. Il problema — aveva detto Draghi — sono i meccanismi di cessione che sono stati disegnati. Chi ha disegnato quei meccanismi senza discrimine e senza discernimento, è lui, o lei o loro, i colpevoli di questa situazione per cui migliaia di imprese stanno aspettando i crediti».
È la mossa ad effetto, il coup de theatre, la citazione che non ti aspetti: così Giorgetti tenta di respingere l’onda di malcontento che fuori dal Palazzo, nel mondo delle imprese, sta montando contro il decreto che ferma bruscamente le cessioni dei crediti e lo sconto in fattura.
In realtà, l’esecutivo di Giorgia Meloni fa quello che Draghi non era riuscito a fare, spesso e volentieri per il dissenso della Lega e di Forza Italia. Ma è un passaggio sofferto, che finisce per spaccare comunque la maggioranza, e che si consuma in tutta fretta. Non a caso.
«Non ne sapevamo nulla, proprio nulla», dirà più tardi il capogruppo di Forza Italia alla Camera Alessandro Cattaneo, sbigottito prima ancora che adirato: «Non so neppure se la presidente Meloni ne fosse a conoscenza… ».ù
C’è una cifra, d’altronde, che piega le resistenze: 110 miliardi. È l’ammontare dei crediti d’imposta. Giorgetti la mette sul tavolo e ripete: «Rischiamo di far saltare le casse dello Stato». Gli dà manforte Guido Crosetto che rammenta le «possibili conseguenze sui mercati finanziari». Tutti, durante il consiglio dei ministri, hanno la precisa sensazione di compiere un atto impopolare. E allora l’indicazione della premier è di spiegare bene che «la colpa di questa situazione non è nostra ma di chi ci ha preceduto ».
Un riferimento ai 5Stelle e a Giuseppe Conte, a quelle «politiche dissennate» di cui Giorgetti parlerà apertamente davanti ai giornalisti. «C’è qualcuno che è andato in giro a raccontare che si potevano ristrutturare gratis i condomini, una grave mancanza di responsabilità», dice ancora Meloni da remoto ai colleghi di governo.
Per evitare eccessivi contraccolpi, si decide di incontrare le associazioni di categoria. Poi arriva il via libera al decreto. All’unanimità. Ma senza peana, senza neppure poche note di commento da parte di esponenti della maggioranza. Anzi, con l’ira sotterranea — neppure tanto — di Forza Italia. Decine di messaggi giunti da imprenditori in cui si parla di “tsunami”, di “disastro”, di “indecenza”. E commenta: «Il mondo del centrodestra ci sputerà in faccia».
(da La Repubblica)

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IL POLITOLOGO REVELLI: “VESSANO GLI ULTIMI PER OTTENERE IL VOTO DEI PENULTIMI”

Febbraio 17th, 2023 Riccardo Fucile

“GOVERNO DI IGNORANTI, GIOCANO SULLA PELLE DEI FRAGILI”

Il governo spagnolo ha deciso di aumentare il salario minimo a 1080 euro. Da noi il governo Meloni smantella il Reddito di cittadinanza e di salario minimo non vuol sentir parlare. Professore Marco Revelli, storico e politologo, l’Italia si allontana dal resto dell’Europa sul fronte della lotta alla povertà?
“L’Italia si allontana da un pezzo di Europa, perché ci sono tante europe. C’è quella di Visegrad, l’Europa dei nordici rigorosi, c’è l’Europa dell’asse franco-tedesco così fragile, c’è l’Europa di alcuni paesi con un grado di civiltà sul lavoro maggiore rispetto sicuramente al nostro che è scivolato al fondo della classifica da questo punto di vista, a partire dal livello dei salari che sono al palo da quasi 30 anni. Il nostro è il Paese nel quale abbiamo avuto governi di centrosinistra come quello di Renzi che hanno preso a picconate il mondo del lavoro e oggi abbiamo un governo con una costola di fascismo e post fascismo che continua sulla linea del fare del lavoro il materasso su cui si scaricano tutte le altre contraddizioni economiche”.
La Commissione Ue ha aperto una procedura d’infrazione nei confronti dell’Italia sul Reddito di cittadinanza. Secondo l’esecutivo Ue il requisito dei 10 anni di residenza penalizzerebbe i cittadini stranieri.
“Il Reddito di cittadinanza che per me, con tutti i vizi e i limiti di costruzione della sua architettura, rimane un elemento di civiltà è nato con quelle norme. Che credo fossero il prezzo pagato a Salvini. Norme evidentemente ingiuste come l’esclusione dal sussidio di persone che spesso ne avrebbero più bisogno. Si tratta di una misura che dovrebbe essere universalistica per garantire a ognuno una vita decorosa”.
Da agosto oltre 600mila occupabili perderanno il Reddito di cittadinanza. Il governo in Manovra ha reso obbligatoria la frequenza di corsi finalizzati all’inserimento nel mercato del lavoro, pena la perdita del sussidio. Ma a oggi di questi corsi nulla si sa
“Il governo di sicuro sta giocando sulla pelle dei più fragili, ostentando anche un grado di ignoranza abissale nei confronti sia della struttura del mercato del lavoro sia nella composizione della povertà nel nostro Paese. È un bestiario quello a cui assistiamo ogni volta che un esponente di questa maggioranza di governo apre bocca ed esprime giudizi su questo istituto. Ignorano completamente che una parte non piccola di percettori è costituita da working poor, da persone che lavorano e, nonostante lavorino, non raggiungono la soglia minima di sopravvivenza. Non sanno questo, non conoscono la composizione demografica della povertà. Una grande quantità di persone che sono in età formalmente occupabile, perché non arrivano ai 67 anni della pensione, non sono in condizioni di lavorare, vuoi per età avanzata o per invalidità. Ignorano la figura delle famiglie monogenitoriali, spesso composte solo da madre con figli, che non sanno a chi affidare i bambini se dovessero lavorare. E questo per mancanza di asili, di strutture di sostegno che in altri paesi sono il minimo sindacale e in Italia, soprattutto al Sud, non ci sono. Chi governa abbia il pudore di tacere. Se vogliono vessare i più fragili in modo da ottenere il voto dei penultimi, di quelli che temono di naufragare e intendono rivalersi su chi sta sotto, lo facciano ma non presentino questo con la dignità delle politiche sociali”.
Chi sono questi i penultimi?
“La condizione esistenziale e la eterogeneità della galassia della povertà spiega alcune cose, compreso l’autolesionismo di certi tipi di voto. Spesso a strati sociali disagiati, che appartengono a quella piccola borghesia o ex proletariato che è scivolato sul piano inclinato, con spregiudicatezza si offre la possibilità di ottenere una sorta di risarcimento al proprio declassamento selezionando figure al di sotto di loro. E sono i penultimi che se la rifanno sugli ultimi. Ottenendo o pensando di ottenere un autostima che è sordida, misurata sulle sfortune degli altri”.
Il governo appare intenzionato a smontare il decreto Dignità che aveva cercato di arginare i contratti a tempo determinato. Senza dimenticare che la Manovra ha reintrodotto i voucher.
“Questo è un governo che riflette la pessima cultura politica dei suoi esponenti, soprattutto quelli di FdI che hanno nel proprio dna una forma di visione della società e della politica orientata al darwinismo sociale, all’idea che forza sia segno di valore e la debolezza sia segno di colpa. Che sia un bene favorire i più forti e sfavorire i più deboli, che è poi la filosofia del fascismo. Non trasgrediscono in questo le loro origini”.
Lazio e Lombardia sono finite a destra. Dai trasporti alla sanità dobbiamo aspettarci sorprese sul fronte delle privatizzazioni?
“In realtà ce lo dovremmo aspettare da parte di questa parte politica. Ma non è che quella che dovrebbe contrastarla sia un campione della giustizia sociale e della mano pubblica in contrapposizione all’interesse privato. Il Pd, sebbene non in maniera così sgangherata, ha da tempo sposato principi iperliberisti assai simili. Mi ha scandalizzato il giudizio di Enrico Letta sull’operato di questo governo. Ne ha fatto degli apprezzamenti. Con una forma mentale di questo tipo verrebbe da dire che una sconfitta fosse stata cercata quasi”.
Come sta secondo lei l’opposizione oggi in questo Paese?
“Abbiamo un’orribile destra che vince in retromarcia perché comunque vince ottenendo il consenso di un quinto dell’elettorato, ma vince per abbandono del campo da parte degli altri, che non hanno giocato la partita. Una tragedia annunciata e vissuta da coloro che dovrebbero essere le principali vittime come ordinaria amministrazione, come una cosa normale. In queste esternazioni sia del segretario uscente del Pd sia di quello che si ipotizza come entrante, ovvero Stefano Bonaccini, c’è il riconoscimento a un governo di incapaci che fa e disfa le sue stesse politiche, una premier presentata come coerente che in 100 giorni ha fatto 4-5 retromarce qualcuna con tamponamento. Per non parlare delle uscite dei suoi scherani, dal tiro a segno a scuola ai parlamentari che esercitano il loro dovere di ispezione nelle carceri accreditati come complici con la mafia. È tutto incredibile”.
(lanotiziagiornale.it)

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BALNEARI, SENZA GARE SPIAGGE LIBERE PER TUTTI: L’AUTOGOL DEL GOVERNO SERVO DELLA LOBBY

Febbraio 17th, 2023 Riccardo Fucile

DAL 1 GENNAIO “TUTTE LE CONCESSIONI DEMANIALI DOVRANNO CONSIDERARSI PRIVE DI EFFETTO”:LA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO CHE IL GOVERNO SI E’ DIMENTICATO

Il nuovo regalo della politica alla lobby dei balneari rischia di sfociare non solo in una probabile multa europea, ma pure nel paradosso di far decadere tutte le concessioni in essere.
Dunque spiagge libere ovunque, per la gioia dei bagnanti.
Possibile? Sì, perché l’ulteriore rinvio delle gare al 31 dicembre 2024, inserito nel decreto Milleproroghe con un emendamento a prima firma Ronzulli, è inapplicabile.
A dirlo è la sentenza dell‘adunanza plenaria del Consiglio di Stato datata 9 novembre 2021. Il massimo organo della giustizia amministrativa ha sbarrato la strada in via preventiva a ogni tentazione di rinvio sancendo che “eventuali proroghe legislative del termine” per la messa a gara, fissato al 31 dicembre 2023, “dovranno naturalmente considerarsi in contrasto con il diritto dell’Unione e, pertanto, immediatamente non applicabili ad opera non solo del giudice, ma di qualsiasi organo amministrativo, doverosamente legittimato a considerare, da quel momento, tamquam non esset (come se non ci fossero ndr) le concessioni in essere”.
Che sia l’ennesima strizzata d’occhio pre elettorale alla lobby dei balneari o il tentativo di Lega e FI di fare opposizione al governo Meloni “dall’interno”, dunque, il nuovo strappo non fa che alimentare la confusione e avvicinare il deferimento dell’Italia – già sotto procedura di infrazione europea – alla Corte di giustizia europea. Ma le imprese balneari convinte di aver ottenuto l’ennesimo favore sono destinate a restare a bocca asciutta.
“L’autorità a cui fa capo la concessione, cioè il Comune, è chiamata a non dare seguito a questa nuova proroga”, conferma a ilfattoquotidiano.it il sindaco di Lecce Carlo Salvemini, che nel 2020 ha fatto infuriare i titolari degli stabilimenti della zona rifiutando di concedere il prolungamento delle concessioni al 2033 previsto dalla manovra 2019: è dal suo ricorso che è nasce il pronunciamento del Consiglio di Stato, tutto a suo favore. “L’ennesimo tentativo della politica, che evidentemente voleva mandare un segnale alla vigilia del voto consentendo almeno di scavallare l’estate, si tradurrà solo in tempo sprecato danneggiando proprio gli operatori, perché li priva di ogni certezza sui tempi delle gare”.
Così si prolunga un balletto che va avanti da una quindicina di anni, considerato che la prima proroga (al 31 dicembre 2015) risale al 2009 sotto il governo Berlusconi, la successiva (al 2020) è arrivata nel 2012 con Monti e l’ultima (al 2033) nel 2018, con il Conte 1. Cosa succede ora? “Entro il 27 febbraio”, ricorda Salvemini, “andrebbe approvato il decreto attuativo che deve fissare i criteri da rispettare nelle gare, comunque già elencati nel ddl delega del febbraio 2022″ approvato dal governo Draghi. Compreso l’indennizzo da riconoscere al concessionario uscente “in ragione del mancato ammortamento degli investimenti realizzati“, in modo da evitare che chi ha migliorato la sua parte di spiaggia ci perda nel caso in cui la gestione passi ad altri. È stata invece rinviata a luglio la cosiddetta mappatura delle concessioni, peraltro piuttosto superflua visto che già esiste il Portale del mare – Sistema informativo demanio gestito dal ministero delle Infrastrutture. La questione principale da risolvere, secondo Salvemini, è “individuare un equilibrio tra spiagge pubbliche e private, perché in molte regioni il 90% della costa balneabile è in concessione. Cosa che penalizza tante famiglie fragili, che non possono godere del diritto della giornata al mare perché non in condizione di pagare”.
Si vedrà come intende muoversi la premier Giorgia Meloni, che dopo l’approdo a Chigi ha archiviato gli attacchi frontali alla Ue e nelle scorse settimane ha bloccato sul nascere un emendamento di FdI che proponeva a sua volta la proroga delle concessioni. Continuare a prendere tempo rischia di costare caro e sfociare nel caos totale. Perché, recita sempre la sentenza del Consiglio di Stato, una volta superato il termine del 31 dicembre 2023 “tutte le concessioni demaniali in essere dovranno considerarsi prive di effetto, indipendentemente da se via sia –o meno – un soggetto subentrante nella concessione”. Spiaggia libera per tutti.
(da Il Fatto Quotidiano)

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CAOS SUPERBONUS, COSA SUCCEDE CON LO STOP ALLA CESSIONE DEI CREDITI

Febbraio 17th, 2023 Riccardo Fucile

I LAVORI SI PAGANO, SALVO CHI HA PRESENTATO LA CILA

Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha firmato il decreto sullo stop alla cessione del credito sul Superbonus 110%. Il “Decreto-legge recante misure urgenti in materia di cessione dei crediti di cui all’articolo 121 del decreto-legge 19 maggio 2020, n. 34, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 luglio 2020, N. 77” è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale.
Assieme al relativo Ddl di conversione. Il decreto varato dal governo Meloni prevede quindi lo stop allo sconto in fattura.
Ma cosa succede con lo stop alla cessione dei crediti del Superbonus? Cosa cambia per chi ha presentato la Comunicazione di Inizio Lavori Asseverata (Cila)? E chi vorrà fare lavori dopo il decreto?
II decreto in Gazzetta Ufficiale
Il decreto sul Superbonus del governo Meloni si compone di due soli articoli. Il primo articolo certifica lo stop totale a sconto in fattura e cessione del credito. Questo significa semplicemente che d’ora in avanti per i nuovi interventi edilizi (non quelli già avviati) resta solo la strada della detrazione d’imposta. Con la legge arriva anche il divieto per le pubbliche amministrazioni ad acquistare crediti derivanti dai bonus edilizi. Uno stop che ferma un fenomeno che aveva preso piede da poco, ma che aveva avuto un certo seguito. Proprio questi acquisti, come ha evidenziato Eurostat, «avrebbero impatto diretto sul debito pubblico», secondo quanto ha spiegato Giorgetti. Il decreto affronta anche il nodo della responsabilità solidale dei cessionari. Che viene esclusa per chi è in possesso di tutta la documentazione relativa alle opere. Questo per eliminare le incertezze. che hanno frenato tanti intermediari dall’assorbire questi crediti.
La Comunicazione di Inizio Lavori Asseverata
Il ministro ha spiegato che l’intervento era necessario «per bloccare gli effetti di una politica scellerata». Secondo via XX Settembre gli sconti in fattura già concessi ammontano a 105 miliardi di euro. Mentre a marzo dovrebbero arrivare a 110. Le banche non hanno più spazio fiscale per comprare nuovi crediti. Per quanto riguarda i condomini, per tutti quelli che hanno adottato la delibera assembleare sull’esecuzione dei lavori e hanno presentato la Comunicazione di Inizio Lavori Asseverata (Cila) potranno ancora cedere all’impresa il credito di imposta. E quindi effettuare le opere senza costi. Ma il salvacondotto deve tenere conto dei paletti dello scorso novembre. Che dava la data limite del 25 del mese per la delibera dei lavori in assemblea. Anche per le villette il decreto del governo salva lo sconto in fattura solo per chi ha presentato la Cila.
I villini e i crediti incagliati
Per le case unifamiliari il bonus è anche sceso dal 110 al 90%. E a poter usufruire dello sconto saranno solo i nuclei familiari con un reddito non superiore ai 15 mila euro. Da calcolarsi con il meccanismo del quoziente familiare. Il decreto tenta anche di risolvere il problema dei crediti incagliati. Ovvero quelli che le aziende non riescono più a cedere alle banche. L’idea di cedere i crediti alle imprese loro clienti ha trovato uno stop in Cassazione. Il Palazzaccio ha allargato il sequestro di crediti derivanti da truffe anche agli acquirenti in buona fede. E molte imprese hanno assaggiato il rischio di finire coinvolte. Ora chi comprerà crediti fiscali non risponderà in solido con chi lo ha venduto. Sempre se dimostrerà di avere in suo possesso il titolo edilizio abitativo degli interventi. Insieme alle prove fotografiche della realizzazione delle opere
La riqualificazione energetica e il rischio sismico
Infine, il governo ha abrogato le norme che prevedevano la possibilità di cedere i crediti relativi a:
spese per interventi di riqualificazione energetica e di interventi di ristrutturazione importante di primo livello (prestazione energetica) per le parti comuni degli edifici condominiali, con un importo dei lavori pari o superiore a 200.000 euro;
spese per interventi di riduzione del rischio sismico realizzati sulle parti comuni di edifici condominiali o realizzati nei comuni ricadenti nelle zone classificate a rischio sismico 1, 2 e 3, mediante demolizione e ricostruzione di interi edifici, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare, che provvedano alla successiva alienazione dell’immobile.
Si introduce anche il divieto, per le pubbliche amministrazioni, di essere cessionarie di crediti d’imposta relativi agli incentivi fiscali maturati con tali tipologie di intervento. Il solo mancato possesso della documentazione non costituisce causa di responsabilità solidale per dolo o colpa grave del cessionario. Che può fornire con ogni mezzo prova della propria diligenza o non gravità della negligenza.
(da Open)

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LA DENUNCIA DEL “FATTO”: IL MARITO DELLA MINISTRA DEL LAVORO CALDERONE “HA CREATO UNA SRL PER LICENZIARE PIU’ FACILMENTE”

Febbraio 17th, 2023 Riccardo Fucile

DIPENDENTI ASSUNTI, POI SPOSTATI E INFINE CACCIATI… LA CAUSA DAVANTI AL TRIBUNALE DEL LAVORO DI ROMA

L’attuale ministra del Lavoro Marina Elvira Calderone è stata presidente dal 2005 del Consiglio nazionale dei Consulenti del Lavoro. Il consiglio ha anche una “Fondazione Studi” costituita dal 2001. Suo marito Rosario De Luca ne è presidente.
Ma nel 2018 ha creato la “Fondazione Studi consulenti del lavoro srl”. Ovvero una società commerciale a responsabilità limitata che ha tra l’altro guidato fino allo scorso novembre. La Fondazione Studi Consulenti del Lavoro è socia unica della società a responsabilità limitata che porta il suo stesso nome. E questo, secondo alcuni ex dipendenti che ne hanno parlato con il Fatto Quotidiano, ha permesso a lui di usare un trucco per licenziare. Con lo sdoppiamento infatti nessuna delle due entità ha più di 15 dipendenti in organico. E così liberarsi dei lavoratori è più facile e meno oneroso.
Chi è Rosario De Luca
Rosario De Luca è il marito di Calderone. Insieme hanno uno studio di consulenza sul lavoro con sedi a Roma, Cagliari e Reggio Calabria. Nato il 24 agosto 1957 a Gioia Tauro (Calabria), è laureato in giurisprudenza. Avvocato dal 1985, è anche giornalista e revisore contabile. I due hanno fondato insieme la Calderone&De Luca STP S.r.l. È stato anche componente della Giunta Esecutiva Nazionale Ancl e presidente del Consiglio Regionale Ancl Calabria. La vicenda di cui parlano oggi Franz Baraggino e Thomas Mackinson è al centro di una causa al Tribunale del Lavoro di Roma. «Il frazionamento fittizio delle aziende non è una novità», spiega al quotidiano il giuslavorista Vincenzo Martino. «Si tratta di un modo di eludere le regole sui licenziamenti troppo spesso consigliato dagli stessi consulenti del lavoro, di cui l’attuale ministra è stata il massimo esponente».
Come funziona lo sdoppiamento
L’associazione di una Srl a una Fondazione è una pratica comune. Che va però tenuta sotto osservazione quando i dipendenti lavorano per entrambe. E se entrambe vengono mantenute al di sotto dei 15 dipendenti. In questo modo, spiega Il Fatto, licenziare è più facile e meno oneroso. Si tratta di un frazionamento fittizio, spiegano gli esperti, ed è un modo per eludere le regole sui licenziamenti. Si elude così anche il diritto dei lavoratori alla rappresentanza sindacale. Che scatta oltre la soglia dei 15 dipendenti così come l’obbligo di assumere persone con disabilità. In tribunale sono arrivati i rendiconti pubblicati sul sito del Consiglio.
I dipendenti
I nomi dei dipendenti figurano in un unico elenco che ne conta 26 per il 2019 e 25 per il 2020. Una dipendente racconta che «ad alcuni è stato chiesto di dimettersi dalla Fondazione Studi per essere poi riassunti dalla Srl. Allo scopo di tenere l’organico entro i 15 dipendenti, non vedo altre ragioni». La dipendente spiega che «per chi accettava il passaggio, a parte quell’Srl sulla busta paga, rimaneva tutto come prima. Stessa scrivania, identiche mansioni, come non fosse mai accaduto». La sede si trova «nel palazzo dell’ente di previdenza dell’Ordine, l’Enpacl, dove ci sono sia gli uffici del Consiglio Nazionale al primo piano sia gli uffici della Fondazione Studi e della Srl distribuiti al piano terra al terzo. Ma se altrove ci sono porte e corridoi, gli ambienti delle due fondazioni sono totalmente promiscui. Nello stesso reparto, il collega alla tua destra è assunto nella Srl, mentre quello a sinistra dalla Fondazione».
La divisione
Perché, aggiunge, «non c’è una divisione logica per cui, ad esempio, tutta l’amministrazione sta nella fondazione o la produzione video nella Srl». Tra i lavoratori c’è anche chi ha deciso di andarsene. Per mollare «un ambiente tossico». Dove «i diritti dei lavoratori sono sempre in secondo piano». Nel 2021 sono stati licenziati una lavoratrice della Srl e un lavoratore della Fondazione Studi. Che ha fatto ricorso portando il datore di lavoro a conciliare. Ma un terzo è ancora in causa. Ritiene il suo licenziamento illegittimo. Perché si fonda su una dimensione dell’organico che non corrisponde al vero.
(da il Fatto Quotidiano)

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IL SENATO HA APPROVATO IL DECRETO MILLEPROROGHE, CHE CONTIENE IL DISCUSSO EMENDAMENTO CHE FA SLITTARE DI UN ANNO LA SCADENZA DELLE CONCESSIONI BALNEARI

Febbraio 17th, 2023 Riccardo Fucile

ANCHE IL QUIRINALE HA ESPRESSO MOLTE PERPLESSITÀ, PERCHÉ LA NORMA VA CONTRO LE REGOLE EUROPEE SULLA CONCORRENZA (E UNA SENTENZA DEL CONSIGLIO DI STATO), E RISCHIA DI PENALIZZARE L’ITALIA, SOLO PER DIFENDERE LA SOLITA LOBBY DEI TITOLARI DELLE SPIAGGE

Il decreto Milleproroghe ha ottenuto ieri il via libera del Senato con 88 voti a favore, 63 contrari e 3 astenuti. La settimana prossima sarà la Camera a dover esaminare il provvedimento che va convertito in legge entro il 27 febbraio. Ecco perché il governo ha già annunciato, per accelerarne il percorso, che martedì prossimo potrebbe porre la questione di fiducia con il voto finale previsto tra il 23 e il 26 febbraio.
Ma la giornata è stata caratterizzata soprattutto dal caos sulle concessioni balneari ancora una volta al centro di polemiche e accuse tra maggioranza e opposizioni, ma anche causa di tensioni tra la stessa maggioranza e il governo.
Tra le norme del Milleproroghe, c’è infatti quella che fa slittare di un anno – a fine 2024 – la scadenza delle autorizzazioni demaniali e quindi anche la loro messa a gara prevista dal primo gennaio 2024. Un’ennesima proroga che mette ancora una volta l’Italia in difficoltà con l’Europa che già più volte ha richiamato il nostro Paese al rispetto della concorrenza proprio sulle concessioni demaniali.
Una norma su cui anche il Quirinale ha espresso delle perplessità nelle sue interlocuzioni con il governo, soprattutto sulla questione del rinvio delle gare, tanto da spingere Palazzo Chigi ad una revisione di alcuni emendamenti.
Durante la discussione in Senato ad un certo punto è sembrato infatti che il governo volesse modificare il testo quando il ministro Ciriani ha chiesto una pausa per «verificare la natura degli emendamenti già depositati ed eventualmente depositarne altri».
Da lì il caos, con le opposizioni che temevano problemi di copertura finanziaria sollevati dalla Ragioneria dello Stato e accusavano il governo «di essere allo sbando», il Mef e la Ragioneria che smentivano, ma soprattutto Forza Italia e Lega, da sempre molto vicini ai balneari e firmatari dei vari emendamenti sulla proroga, che bocciavano qualsiasi modifica ribadendo «la centralità del Parlamento».
A quel punto il governo ha dovuto soprassedere con il ministro Ciriani che certificava: «Non ci saranno altre ulteriori modifiche». E la ministra del Turismo Daniela Santanchè ribadiva: «L’intenzione dell’esecutivo è intervenire». Assobalneari festeggia ma il caso è solo rimandato. E non è escluso che il Colle, al momento della firma della legge, possa dire la sua.
(da Il Corriere della Sera)

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PADOVA, INDAGATO IL WRITER CHE DISEGNO’ LA STRETTA DI MANO TRA MESSINA DENARO E GIORGIA MELONI

Febbraio 17th, 2023 Riccardo Fucile

L’ACCUSA SAREBBE “VILIPENDIO DELLE ISTITUZIONI”

È indagato per vilipendio delle istituzioni lo street artist Evyrein, che il 22 gennaio a Padova aveva dipinto una stretta di mano tra il boss mafioso Matteo Messina Denaro, arrestato il 16 gennaio dopo trent’anni di latitanza, e la premier Giorgia Meloni.
Sopra i due protagonisti del murale campeggiava anche la scritta «W Bonafede» (che si potrebbe leggere anche come «In Bonafede») in riferimento alla falsa identità assunta dal boss di Cosa Nostra nell’ultimo periodo di latitanza, in cui si faceva chiamare proprio Andrea Bonafede. L’opera di street art, realizzata in via Marsala, era stata cancellata nel giro di poche ore.
A svelare il murale era stato proprio Evyrein, che aveva pubblicato una foto su Instagram della sua ultima opera con il commento: «Accordi all’italiana». Ora, il personale della Digos ha eseguito un decreto di perquisizione, emesso dal sostituto procuratore di Padova Benedetto Roberti, nei confronti del writer Evyrein. L’accusa è di vilipendio delle istituzioni
(da agenzie)

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