Febbraio 18th, 2023 Riccardo Fucile
CON LE ONG COSTRETTE A 5 GIORNI DI NAVIGAZIONE PER SBARCARE POCHI NAUFRAGHI. NE ARRIVANO LO STESSO A MIGLIAIA CON I BARCHINI… NELL’HOTSPOT DI LAMPEDUSA SONO IN 3.000 COSTRETTI A DORMIRE ALL’APERTO
Altri sbarchi, durante la notte, a Lampedusa dove con 8 diversi barchini
sono giunti 472 migranti. Ieri, con 20 imbarcazioni, sono invece arrivati 925 extracomunitari. In tre giorni con 60 barchini sono arrivati 2.800 migranti. Con le Ong ferme, costrette a cinque giorni di navigazione per raggiungere i più lontani e improbabili per scelte “politiche”
All’hotspot di contrada Imbriacola sono, al momento, presenti oltre 3.000 persone a fronte di poco meno di 400 posti disponibili.
La Prefettura di Agrigento per provare a tamponare l’emergenza hotspot di Lampedusa ha disposto, per questa mattina, il trasferimento di 440 migranti ospiti della struttura di contrada Imbriacola.
Il gruppo verrà imbarcato sul traghetto di linea che giungerà in serata a Porto Empedocle.
Sui natanti, bloccati durante la notte dalle motovedette della Capitaneria e della Guardia di finanza, non c’erano, come avveniva nelle scorse settimane, poche decine di migranti, ma addirittura ci sono stati sbarchi con131, 87, 133 e 138 persone, fra cui donne e bambini.
I migranti hanno dichiarato di essere partiti da Sfax, in Tunisia, ma anche da Zuwara e El-Agelat in Libia. E’ doppio il fronte che, migliorate le condizioni del mare, sta permettendo l’esodo di centinaia e centinaia di bengalesi, egiziani, sudanesi, pakistani.
Ma sono sbarcati anche migranti originari di Camerun, Congo, Costa d’Avorio, Guinea, Burkina Faso e Sierra Leone. I soccorritori hanno agganciato, in acque Sar, anche più barchini, stracolmi di persone, alla deriva.
Ci sono stati però anche gruppi che sono riusciti ad arrivare autonomamente sulla terraferma: 17 tunisini e siriani sono stati rintracciati, dai militari della tenenza delle Fiamme gialle, lungo la strada di Ponente. Il natante, in questo caso, non è stato ritrovato. A Cala Galera sono invece arrivati in 38, fra cui 15 donne e un minore. La barca di ferro di 7 metri non è recuperabile perché finita in mezzo agli scogli.
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2023 Riccardo Fucile
WASHINGTON SPERAVA IN UN RITORNO AL “GALATEO TRADIZIONALE”, E INVECE PIPPA – IL FATTACCIO DELMASTRO DONZELLI E I SILENZI DELL’INTELLIGENCE
Sarà stato senz’altro stato un inciampo involontario, il cedimento guascone e innocente al più comune dei modi di dire. Come l’omino del gelato, l’omino di pan di zucchero o quello Michelin. E però all’Ambasciata americana, che sia per scarsa confidenza con l’idioma colloquiale o per permalosità yankee, non l’hanno presa proprio a ridere.
C’è che forse, pare, quelle allusioni fatte coram populo, da parte di Giovanbattista Fazzolari, di un “omino della Cia”, loro ci hanno visto un riferimento niente affatto vago al capo centro dell’Agenzia a Roma, insomma a uno dei vertici dei servizi segreti statunitensi in terrà italica, uno che in effetti alto di statura non è e che effettivamente, comme il faut, con gli uffici di Palazzo Chigi ha una certa consuetudine. E si sono risentiti.
Il punto è che l’identità dei dirigenti dell’Agenzia è bene che resti il più riservata possibile. E se pure non c’è da scandalizzarsi, anzi, che Giorgia Meloni o i suoi più stretti collaboratori abbiano contatti coi servizi di paesi amici, sarebbe grave se, sia pure in modo indiretto, si rivelassero possibili indizi su chi siano le persone che fisicamente tengono questi contatti.
Insomma nessuno si sarebbe atteso che un bel giorno Gianni Letta, o Gianni De Gennaro, passeggiando per Piazza Colonna, davanti ai giornalisti, raccontassero dei loro colloqui “con lo spilungone della Cia”, quando a essere capo centro dell’Agenzia americana a Roma, ma nessuno all’epoca lo sapeva, era quel Robert Gorelick a cui certo non difettano i centimetri.
E invece il sottosegretario Fazzolari, martedì, parlando con Simone Canettieri ha riferito a questo giornale che sì, le uscite scomposte di Berlusconi su Putin e l’Ucrina non sono un problema perché anzi rafforzano la leadership di Meloni “agli occhi degli Usa, del deep state, dell’omino della Cia che non hanno altri interlocutori affidabili al di fuori di lei”.
E tanto è bastato, ovviamente, perché anche dentro palazzo Chigi qualcuno strabuzzasse gli occhi. “Lo ha detto davvero?”.
E certo, le vicende della scorsa legislatura non hanno contributo a facilitare questi rapporti. Prima il mezzo pastrocchio di Giuseppe Conte sul Russiagate, gli incontri tra William Barr e Gennaro Vecchione con le polemiche politiche che ne sono conseguite; poi la baruffa per accaparrarsi la presidenza del Comitato tra il leghista Raffaele Volpi e il meloniano Adolfo Urso.
Insomma, si sperava che il nuovo corso segnasse, come del resto anche il Quirinale auspica, un ritorno a un galateo più tradizionale. E invece il fattaccio di Andrea Delmastro e Giovanni Donzelli rischia di complicare di nuovo le cose.
Nel senso che, ed è un giudizio abbastanza trasversale ai partiti, ai vertici dell’intelligence non vedevano l’ora di trovare pretesti per poter giustificare certi loro silenzi, certe loro reticenze.
(da il Foglio)
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Febbraio 18th, 2023 Riccardo Fucile
LE URNE NON SONO TUTTO, MELONI NON HA SEGUITO LA STRADA TRACCIATA DA DE GASPERI NEL 1948
Il successo elettorale in Lombardia e nel Lazio risolve la questione dei
rapporti interni della maggioranza e ne conferma la compattezza numerica ma lascia inalterato il principale problema del governo di Giorgia Meloni, che non è numerico ma è un problema politico di fondo. È lo stesso problema, fatte salve naturalmente le debite differenze, che si trovò ad affrontare Alcide De Gasperi dopo la vittoria della Dc nel 1948. Ed è una somiglianza che contiene alcuni utili insegnamenti.
Il successo elettorale democristiano segnò allora un passaggio di fase decisivo. L’ingresso in una stagione politica assolutamente inedita da molti punti di vista, non solo rispetto al recente passato fascista ma rispetto all’intero passato unitario: l’arrivo al potere dei cattolici per la prima volta nella storia d’Italia. Qualcosa del genere è accaduto pure il 25 settembre del 2022. Non solo dopo molti anni di maggioranze inesistenti e di governi presidenziali o tenuti insieme per miracolo, il risultato delle urne ha espresso un partito fortemente maggioritario (FdI), una maggioranza sufficientemente coesa, e soprattutto una leadership indiscussa. Non solo questo però. Per la prima volta nel Parlamento italiano il partito di maggioranza relativa proviene da una storia estranea allo sfondo ideologico che sta alla base della fondazione della Repubblica. Anzi nella sostanza contrapposto ad esso.
Ma non già perché milioni di elettori abbiano deciso improvvisamente di condividere quel passato identificandosi in esso.
Il successo della destra, infatti, non è stato in alcun modo un successo di Fratelli d’Italia, è stato un successo personale di Giorgia Meloni (più significativo perfino di quello di Berlusconi nel ’94 che fu in parte notevole un successo del sentimento anticomunista ancora forte nel Paese). Questa volta, invece, per ragioni difficili da precisare, che forse attengono al mondo delle pulsioni e delle emozioni parte così importante della politica, milioni di elettori di un Paese vecchio e che si sente in declino, afflitto da decenni da problemi di cui nessuno è riuscito a venire a capo, hanno deciso di riporre la propria fiducia in una giovane donna priva di qualunque vera esperienza di governo ma dal piglio sicuro e dal parlare deciso, la quale prometteva di sapere quel che voleva e di sapere come farlo.
Certo, a vincere le elezioni del ’48, in una situazione completamente diversa fu invece la Dc con l’aiuto della Chiesa. Ormai da anni, tuttavia, la figura e la leadership di De Gasperi, le sue capacità di guida e di mediazione, costituivano un punto di riferimento imprescindibile. Nella percezione degli altri partiti così come delle masse elettorali la Dc era De Gasperi e De Gasperi era la Dc.
Proprio perciò dopo la vittoria allo stesso De Gasperi fu possibile imporre — innanzi tutto al proprio partito — la scelta che si rivelò decisiva per il successivo mezzo secolo: la rinuncia al monopolio del potere da parte dei cattolici (allora numericamente possibile). Non solo attraverso l’ingresso nella maggioranza dei cosiddetti partiti laici ma addirittura con la nomina alla presidenza della Repubblica (Einaudi), a quella del Senato (Bonomi), ai ministeri allora decisivi più che mai degli Esteri e della Difesa (Sforza e Pacciardi) non già di «tecnici» bensì di esponenti politici di primissimo piano non espressi dal proprio partito e con storie diversissime dalla Dc. De Gasperi aveva chiaro, infatti, che in una svolta come quella che l’Italia stava attraversando, all’insegna di una frattura profonda, era necessario che proprio il partito indicato dagli elettori a guidare una tale svolta desse quanto più possibile l’idea che questa, lungi dall’avere un carattere per così dire di parte, dal corrispondere alla volontà di una fazione contro tutte le altre, viceversa aveva, e soprattutto voleva avere, dietro di sé il più vario arco di forze. Che alla radicalità della svolta doveva corrispondere l’immagine e la realtà della massima ampiezza possibile nella ricerca del consenso. E che naturalmente la prima prova di una tale intenzione non poteva che essere la composizione del governo chiamato a inaugurare la nuova fase della vita del Paese.
Giorgia Meloni non ha creduto di doversi ispirare a questo esempio. Concesso agli alleati quanto doveva concedere, invece di aprire ed allargare il fronte ha preferito all’opposto rinserrarsi nel quadrato difensivo dei suoi fidi, dei compagni d’arme di una vita, addirittura dei suoi intimi.
Non ha pensato che alla novità della sua clamorosa vittoria, della vittoria di una parte che fino a quel momento non aveva mai partecipato in una posizione simile al governo della Repubblica dovesse corrispondere un’apertura a persone e ambienti con altre storie e altri passati. Non già per «rassicurare» (che non c’era e non c’è alcun bisogno di rassicurare) ma semplicemente per rafforzare la propria leadership e la propria autorevolezza.
Per dare all’insieme della propria compagine di governo la capacità d’influenza, la penetrazione sociale che il puro potere, e per giunta un potere nuovo, da solo non può dare. E magari anche per cercare di contrastare quell’egemonia che la destra ha sempre rimproverato alla sinistra di esercitare, in realtà, però, giustamente invidiandogliela.
Da questo punto di vista il successo elettorale appena guadagnato dalla maggioranza cambia assai poche cose. Non risolve la fragilità fin qui dimostrata dal governo Meloni. Perché in un regime democratico governare non è, né può essere mai, un fatto esclusivamente numerico. Per usare parole famose, in un regime democratico governare è un plebiscito di ogni giorno. Che come tutti i plebisciti non si celebra però nelle aule parlamentari.
Ernesto Galli della Loggia
(da Il Corriere della Sera)
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Febbraio 18th, 2023 Riccardo Fucile
“CAMBI DI REGOLE CONTINUI, CI VOGLIONO NORME CHIARE”
Giuseppe Provvisiero è presidente della Secap spa. Si occupa di costruzione e ristrutturazione di immobili. Ha un centinaio di dipendenti e tanti cantieri aperti. Ma oggi in un’intervista al Corriere della Sera rivela di averne fermati alcuni. Quelli del Superbonus. Il decreto del governo Meloni che blocca la cessione dei crediti non gli è andato per niente giù: «Ai condomini dove abbiamo cantieri aperti abbiamo mandato una mail scusandoci e avvertendoli che i lavori si fermano. Tutta la programmazione per l’anno è ferma. La cancellazione della cessione dei crediti fiscali è una cosa gravissima: è stata tolta la possibilità senza prima dare una soluzione alternativa, non si può lavorare cosi».
I cambi continui di regole
Provvisiero spiega che la sua azienda il primo cantiere lo ha fatto partire già nel dicembre 2020. E nel gennaio 2021 era finito. «Noi abbiamo dedicato una parte dell’azienda solo al Superbonus che per tutto il settore edile è stata una grande opportunità e ci ha fatto scoprire un modo di lavorare completamente diverso. Ma non possono cambiare continuamente le regole. in quasi due anni abbiamo avuto 19 o 20 cambi normativi in corsa». Da qui l’annuncio: «I lavori legati alla cessione del credito per ora si fermano, in attesa di avere qualche certezza definitiva. Così non possiamo andare avanti, ogni mattina ci svegliamo con il timore che ricambi tutto un’altra volta». Poi spiega: «In realtà io non ero d’accordo con il Superbonus così come è stato ideato. Penso che l’agevolazione al 110% fosse sbagliata, sarebbe stata meglio una percentuale più bassa ed evitare di drogare il mercato».
Gli abusi del Superbonus
Mentre respinge l’accusa di abusi: «Diciamo che l’aumento dei costi è dovuto ad una serie di fattori. Tanto per cominciare ci sono stati il caro energetico e la guerra che non erano previsti. Poi si arriva da anni di profonda crisi con un settore immobile che si è dovuto quasi ricostruire da zero». Infine, spiega la sua soluzione per uscire dall’impasse: «Il problema è questa continua incertezza. Pensavamo che la modifica del 25 novembre 2022 (il termine ultimo per richiedere l’agevolazione al 110%, ndr) sarebbe stata l’ultima. La cosa che interessa a noi imprese è avere norme chiare una volta per tutte, per avviare una programmazione, questo stop & go fa malissimo a tutti. Serve una visione a lungo termine e capire se in Italia vogliamo una politica industriale oppure no».
(da Open)
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Febbraio 18th, 2023 Riccardo Fucile
LA CONCORRENZA TRA LE STESSE P.A.
La Pubblica amministrazione ha bisogno di personale specializzato, ma
il personale specializzato sembra sempre meno attratto dalla Pubblica amministrazione.
La tendenza viene analizzata dal Messaggero di oggi, a partire da un dato: per la realizzazione del Pnrr, il governo ha spalancato le porte dell’indeterminato senza dover passare dal concorso pubblico a 800 esperti sotto il profilo economico, giuridico, informatico, statistico-matematico, ingegneristico e ingegneristico-gestionale. L’unica condizione richiesta è quella di aver effettuato 15 mesi continuativi di lavoro presso il ministero o il Comune preposto, dopo essere stati assunti con un contratto a termine. Ma una volta passate le selezioni, ben 400 degli 800 esperti si sono tirati indietro e non hanno accettato il posto.
I numeri
Il 50% delle rinunce, dunque: proporzione che, prosegue il Messaggero, si è manifestata anche in occasione dell’altro concorso, quello della Coesione. La ragione è che una buona parte di coloro che non hanno accettato aveva partecipato anche ad altre selezioni, e le offerte ricevute altrove devono essere sembrate più allettanti. Nel 2021, secondo i dati contenuti nella Relazione del Formez (l’associazione in house del Dipartimento della Funzione pubblica che, tra le altre cose, si occupa delle procedure concorsuali per il pubblico impiego), la percentuale di posti messi a concorso rimasti scoperti è stata del 20 per cento circa. Ma il quadro si aggrava se consideriamo i profili professionali ricercati: mentre i posti risultano interamente coperti in categorie come quelle degli assistenti sociali o degli ispettori del lavoro, nel caso di ingegneri e architetti, per esempio, 8 posti su 10 rimangono vacanti. Persino nei profili «giuridici-amministrativi» il tasso di mancata copertura ha iniziato a crescere e ha raggiunto il 15 per cento.
Nuovi equilibri
I cambiamenti non si fermano qui, e coinvolgono anche una rivalità (e una dipendenza) territoriale. Il Nord, infatti, ha sempre contato sul Mezzogiorno per arruolare dipendenti pubblici. Secondo i dati del Formez, sette candidati su dieci arrivano dal Meridione. E sei su dieci degli idonei. Solo l’1,4 per cento dei candidati arriva dal Veneto, e poco più del 2 per cento dalla Lombardia, contro il 20 per cento dal Lazio o il 16 per cento dalla Campania. L’esodo dei candidati meridionali, però, nel prossimo futuro sarà probabilmente frenato da due fattori: lo sblocco del turn-over e la ripresa massiccia dei concorsi pubblici. «Nella nostra esperienza abbiamo visto che mentre al Sud e nelle Isole la copertura dei posti è del 153%, al Nord è solo del 75%. E il 44% di questo 75% sono persone che arrivano da fuori Regione», spiega Alberto Bonisoli, presidente del Formez. Aggiungendo: «Ormai la concorrenza non è più solo con il mercato del lavoro privato, ma anche tra le stesse amministrazioni pubbliche».
(da Open)
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Febbraio 18th, 2023 Riccardo Fucile
“SENTO CHE VINCERO’, AVVERTO UNA MOBILITAZIONE INCREDIBILE”… “DIRITTI CIVILI E GIUSTIZIA SOCIALE MARCIANO ASSIEME, LE VITTIME SONO LE FASCE POVERE”
Il Partito Democratico deve cambiare oppure morirà. Lei non ha nulla da perdere alle primarie, quindi vincerà. Mentre Giorgia Meloni premier sarà una delusione.
Elly Schlein oggi rilascia un’intervista ad Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera in cui parla della sua corsa con Bonaccini e della sua piattaforma politica.
Ma comincia raccontando da dove provengono il suo nome e il suo cognome: «Elly è un soprannome. Porto i nomi delle due nonne. Purtroppo non le ho mai conosciute, e non volevo far torto a nessuna. La nonna fiorentina, Elena; e la nonna di origine lituana, Ethel». Mentre Schlein è un cognome ebraico: «La versione originaria è Schleyen, semplificata quando il nonno emigrò a New York in cerca di fortuna. Cambiò anche nome: era Herschel, divenne Harry».
L’analisi del voto e il sessismo
Schlein parte dall’analisi del voto del 25 settembre: «La destra non è cresciuta, ha sempre i suoi dodici milioni di elettori; che si sono affidati prima a Berlusconi, poi a Salvini, ora a Meloni. Nonostante siano divisi. Sta a noi fare esplodere quelle contraddizioni».
E respinge le accuse sulla nomenklatura Pd che si sarebbe schierata con lei: «Questa è un’affermazione sessista, tipica di una società patriarcale, per cui se una donna si fa strada dev’essere sempre strumento di qualcun altro. Serve una rottura. Una cesura netta con il passato. Preferisco cento volte i dirigenti che hanno capito che o si cambia o si muore, rispetto a quelli che accusano me e fingono di aver passato gli ultimi anni nei campi a raccogliere margherite, anziché nelle stanze dove si sono prese tutte le decisioni del partito, comprese le alleanze».
La vittoria
La candidata è convinta di vincere: «Lo sento. Avverto una mobilitazione incredibile. Lei non ha idea di quanta gente voglia partecipare. Giovani che non avevano mai fatto politica. Anziani che mi dicono “non prendevo la tessera da trent’anni”, quindi non erano mai stati nel Pd». Mentre quella tra diritti civili e questioni sociali «è una falsa contrapposizione, come sanno i giovani che scendono in piazza. Per una persona discriminata è più difficile lavorare e fare impresa. La battaglia contro lo sfruttamento e contro l’emergenza climatica è la stessa. Le vittime sono le fasce povere, su cui pesa di più il caro energia, e i Paesi poveri, che pagano la desertificazione di cui sono i meno responsabili. La battaglia per i diritti e contro il patriarcato è la stessa».
«Sono una nativa democratica»
Infine, la risposta a chi la accusa di essere estranea al Pd: «Sono una nativa democratica. Non ho il privilegio di aver vissuto una delle storie precedenti. Infatti ho nostalgia del tempo che non ho conosciuto. Quella del Pd è stata la mia prima tessera. Ne sono uscita nel 2015, dopo l’abolizione dell’articolo 18, la cosiddetta buona scuola, il patto del Nazareno tra Renzi e Berlusconi, i tre voti di fiducia su una legge elettorale poi dichiarata incostituzionale. Altri sono usciti solo dopo il referendum».
(da agenzie)
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Febbraio 18th, 2023 Riccardo Fucile
PER CHI HA GIÀ AVVIATO I LAVORI NON CI SARANNO PROBLEMI A ULTIMARE IL CANTIERE. MENTRE DIFFICILMENTE LE BANCHE ACCETTERANNI DI PRENDERSI IL CREDITO FISCALE DI CHI HA DEPOSITATO LA CILAS (LA COMUNICAZIONE DI INIZIO LAVORI) MA NON HA ANCORA AVVIATO LE OPERE – PER CHI NON HA ANCORA PRESENTATO LA CILAS INVECE NON CI SONO SPERANZE
A che cosa porterebbe un blocco delle cessioni del credito?
Per limitarci al Superbonus bisogna distinguere tre diverse situazioni. La prima è di chi ha già avviato i lavori e, soprattutto se ha eseguito almeno una cessione a Sal (stato avanzamento lavori), possibile quando si siano effettuate almeno il 30% delle opere: non ci dovrebbero essere problemi a ultimare il cantiere.
La seconda, molto più incerta, è di chi ha depositato la Cilas (la Comunicazione di inizio lavori) ma non ha ancora anche avviato le opere. Qui bisognerà vedere gli ulteriori sviluppi e comunque il rischio è di incontrare una controparte bancaria non troppo disponibile. La terza situazione invece appare chiara: per chi non ha ancora presentato la Cilas non ci sarà la possibilità di cedere il credito.
Il Superbonus però non viene eliminato…
Senza cessione del credito è un bonus per pochi, perché per evitare l’incapienza fiscale servono redditi imponibili molto alti. E questo per i condomini. Per le villette si ricorre al quoziente familiare con valori piuttosto bassi, incompatibili con l’importo delle detrazioni di cui eventualmente godere.
Perché il meccanismo delle cessioni si è arenato?
Le banche, dopo aver fatto il pieno di crediti, sono arrivate al limite della capienza fiscale
Quali contromisure sono state prese per favorire la circolazione dei crediti?
Dopo una prima cessione, fatta dal contribuente o all’impresa o a un qualsiasi soggetto, la seconda e la terza cessione devono avvenire obbligatoriamente a un soggetto vigilato (banca, finanziaria, assicurazione). Le banche possono ricevere anche una quarta cessione e a loro volta cedere alla clientela professionale. Finora è servito a poco. L’ultimo rimedio cui si era pensato era la cessione a enti pubblici, ma il Governo ha detto stop.
È cambiato anche il quadro economico…
Le cessioni, quando praticate, oggi sono prezzate tra 92 e 94 euro ogni 110 di credito, all’inizio venivano remunerate tra 100 e 104 euro. Significa che il Superbonus è comunque oneroso per il contribuente.
(da il Corriere della Sera)
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Febbraio 18th, 2023 Riccardo Fucile
HA AFFIBBIATO AL GOVERNATORE DELLA FLORIDA UN NUOVO NOMIGNOLO: “MEATBALL RON”, OVVERO “RON LA POLPETTA”, CON UN RIFERIMENTO RAZZISTA VERSO GLI ITALOAMERICANI
Il problema di Donald Trump oggi non è quello di attaccare Joe Biden per come sta gestendo la «crisi dei palloni» o di ridicolizzare Pete Buttigieg (ministro dei Trasporti e altro possibile candidato alla Casa Bianca) per i disastri ferroviari e alcuni episodi di caos del traffico aereo.
Il suo problema non è nemmeno la sfida lanciata in campo repubblicano da Nikki Haley che vuole politici più giovani. The Donald ha 76 anni, è vero, ma ha consensi almeno dieci volte superiori rispetto alla Haley. E se ottiene la nomination, poi nel confronto con Biden sembrerà un signore di mezza età. Il suo vero problema, oggi, è il soprannome da appiccicare addosso al suo rivale più pericoloso: Ron DeSantis. Può sembrarvi frivolo, ma questo è il vero talento di Trump: creare brand che esaltano o distruggono.
Trump è convinto che in un mondo nel quale non puoi catturare l’attenzione della gente per più di qualche attimo, una parola fulminante sia la mossa vincente. Nel 2016 Jeb Bush e Ted Cruz finirono al tappeto prima ancora di salire sul ring con «Low Energy Jeb» e «Lyin’ Ted», Jeb batteria scarica e Ted il bugiardo. «Crooked Hillary» (l’imbrogliona) è bastato a cucinare Hillary Clinton. Più difficile nel 2020 con Joe Biden: ha cominciato con «Crazy Joe» (il matto), per poi passare a «Sleepy Joe», l’addormentato. Si sa com’è andata (lui continua a dire di aver vinto).
È dura anche con Ron: prima del voto di novembre ha provato con «Desanctimonious» (devozione ipocrita), ma DeSantis è stato rieletto governatore della Florida a valanga
Pare che lui ora si sia convinto che quella parola non funziona, troppe sillabe. Meglio «Meatball Ron», Ron la polpetta. Perchè? Qualcuno dice per il volto di DeSantis, ma meatball è stato in passato un modo dispregiativo per etichettare gli italoamericani (come italiane sono le radici di Ron).
(da agenzie)
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