Marzo 30th, 2023 Riccardo Fucile
È STATO PORTATO FUORI DAL CONFINE ITALIANO DA UN COMMANDO DI 6-7 PERSONE… LE AUTORITA’ ITALIANE DORMIVANO? QUALCUNO E’ STATO COMPLICE? PERCHE’ IL GOVERNO TACE?
L’ex cascina Vione di Basiglio è un puntino sulla mappa a 2.700 chilometri da Mosca. Eppure è qui, tra un ristorante di lusso, fossi e strade di campagna che s’è consumato un giallo che assume sempre più i contorni di un intrigo internazionale.
Perché con il passare dei giorni si stringe il cerchio sulla «batteria» di uomini — sembrerebbe tutti dell’Est — che ha «liberato» dagli arresti domiciliari il ricchissimo imprenditore russo Artem Uss, accusato dagli americani di aver acquistato tecnologie statunitensi utilizzate per la guerra in Ucraina.
L’inchiesta ruota attorno ad (almeno) quattro macchine, due di grossa cilindrata, utilizzate da un gruppo di 6 o 7 persone per portare il 40enne oltre il confine. Una fuga verso Est iniziata con un’utilitaria usata forse come specchietto per le allodole.
Ma gli inquirenti lavorano anche sul «secondo livello» perché è impensabile che Uss abbia potuto organizzare un piano così «chirurgico» da solo, considerato che i suoi contatti nel nostro Paese sarebbero limitati. C’è il forte sospetto che dietro ci sia una rete strutturata. Che tradotto potrebbe significare: i Servizi segreti di Mosca.
Anche perché — mentre in Italia il membro del Copasir Enrico Borghi (pd) chiede chiarimenti al governo — gli inquirenti stanno verificando anche la presenza di altre persone di origine russa che vivono a Borgo Vione.
Si scopre così che l’ex cascina persa nel Parco Sud è in realtà una meta molto gradita a Mosca e San Pietroburgo. Durante i domiciliari Uss riceveva diverse visite, tutte autorizzate dai giudici della Corte d’Appello, tra le quali i vertici del consolato russo a Milano e altre figure diplomatiche. Ma non solo.
(da il Corriere della Sera)
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Marzo 30th, 2023 Riccardo Fucile
BRUNO TABACCI: “SE MARIO SI INCAZZA DAVVERO NE VEDREMO DELLE BELLE”
La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha telefonato pochi
giorni fa a Mario Draghi. Il tema del colloquio è stato il Pnrr. E il discorso è stato temporalmente precedente al comunicato di Palazzo Chigi sul Recovery Plan in cui il governo Meloni ha accusato il suo predecessore per alcuni dei ritardi del piano. La premier ha spiegato all’ex Bce che non è lui il bersaglio dell’esecutivo, ma l’Europa. Che, secondo il suo punto di vista, è ostile ai sovranisti mentre era assai meno rigida con il governo precedente. Mentre non vuole concedere nulla su sbarchi e immigrazione.
Non sono attacchi rivolti a te, ma un tentativo di far intendere all’Unione Europea che c’è bisogno di un atteggiamento meno rigido nei confronti del governo, è stato il senso della telefonata. Ma, scrive oggi Repubblica, a quanto pare l’ex banchiere non ci ha creduto più di tanto.
L’antefatto: l’invito in tv a Giavazzi
L’antefatto del colloquio tra Meloni e Draghi sta in un invito ricevuto dal professor Francesco Giavazzi. La trasmissione Rai Mezz’ora in più lo chiama per partecipare alla puntata del 26 marzo. Giavazzi è stato consigliere economico di Draghi a Palazzo Chigi. E sente proprio l’ex premier prima di accettare l’invito. Poi va in tv. E quando gli chiedono dell’Operazione Verità annunciata dall’esecutivo sul Recovery Plan è piuttosto caustico: «Chi parla di ritardi sul Pnrr non sa come funziona». E si riferisce chiaramente ai ministri dell’attuale esecutivo e alla premier. Poi fa nomi e cognomi: «Non si potevano spendere 190 miliardi. Bisognava preparare l’assetto normativo. Ora bisogna essere pronti. E il ministro Fitto comincerà ad attuare le cose».
Proprio quel ministro che ieri ha accusato il governo precedente per i progetti sugli stadi di Firenze e Venezia. Il messaggio è chiaro: noi abbiamo lasciato le cose in ordine. Voi prendetevi le vostre responsabilità. Ma anche la replica rischia di esserlo.
Il ritardo e i rischi
Ma c’è anche altro. Ovvero la convinzione che la rata di giugno 2023 sia a rischio. Così come quella di dicembre. Si temono richiami. E anche difficoltà nel dare spiegazioni all’opinione pubblica. Dove sarà ben chiaro a tutti che se mancano i progetti e l’Europa ci toglie i soldi sarà difficile dare la colpa a Bruxelles. In più, non sembra che le spiegazioni di Meloni abbiano convinto granché Draghi. Almeno secondo chi lo conosce bene, come Bruno Tabacci: «Io so solo che Draghi ha lasciato i conti in ordine. Ha promosso una transizione leale e ordinata. E loro adesso lo tirano in ballo. Difficile che succeda, ma se Draghi dovesse seccarsi davvero ne vedremo delle belle».
(da Open)
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