Marzo 10th, 2023 Riccardo Fucile
DIVERSE SIGLE ITALIANE ED EUROPEE CHIEDONO GIUSTIZIA
Ong che fanno salvataggio in mare come Sea Watch, Sea Eye, Sos Mediterranée, Open Arms, associazioni territoriali, comitati e reti, organizzazioni come Medici senza frontiere, Medici del mondo, Alarm phone, Mem. Med, Oxfam, il sindacato Usb. Sono oltre quaranta le sigle italiane ed europee che hanno sottoscritto e depositato un esposto alla procura di Crotone chiedendo che si indaghi sulle falle nella catena di soccorsi che hanno portato al drammatico naufragio di domenica 26 febbraio a Steccato di Cutro.
“Riteniamo – si legge nelle carte – che sia necessario che siano condotte indagini accurate in relazione anche alle possibili responsabilità penali delle autorità italiane, il cui operato suscita inquietanti interrogativi”. E i reati che a detta dei firmatari si potrebbero configurare e su cui è necessario indagare sono diversi e gravissimi: omissione di soccorso, omissione di atti d’ufficio, naufragio colposo, omicidio.
La contestazione è principalmente una ed è chiara: “V’è fondata ragione di ritenere che il naufragio avvenuto al largo delle coste calabresi fosse evento prevedibile alla luce delle informazioni comunicate da Frontex ed evitabile se solo la normativa nazionale ed internazionale in tema di soccorsi in mare fosse stata puntualmente applicata da parte delle autorità a ciò preposte”.
Accuse pesanti, sostenute con un esposto dettagliato in cui, punto per punto, si mettono in fila eventi, comunicazioni e omissioni che hanno condannato quel vecchio caicco a raggiungere in autonomia la costa calabrese, nonostante le pessime condizioni del mare. Gli esiti sono noti: 72 morti accertati e un numero ancora imprecisato di dispersi. Per le associazioni, appare necessario appurare perché il centro di coordinamento e soccorso della Guardia Costiera di Roma, “pur informato da Frontex della presenza in prossimità delle coste del natante con un numeroso carico umano sottocoperta e apparentemente privo dispositivi di protezione individuale, non abbia assunto il coordinamento ed inviato assetti navali ed aerei al fine di approfondire il quadro e valutare l’esigenza del soccorso”.
Gli elementi per identificare quel caicco come “imbarcazione in difficoltà (distress)”, si spiega nell’esposto, c’erano tutti: assenza di giubbotti di salvataggio, significativa risposta termica dalla stiva e boccaporti aperti, segno che lì sottocoperta c’era gente che aveva bisogno di respirare, condizioni meteo in peggioramento. E poi, si ricorda nell’esposto, ventitré ore prima del naufragio la stessa Guardia Costiera aveva segnalato la presenza di una possibile imbarcazione in distress nello Jonio, chiedendo a tutte le navi in transito di attivare la sorveglianza attiva e comunicare qualsiasi novità al riguardo.
Per i firmatari, anche solo per questo, quando la segnalazione Frontex è arrivata sarebbe stato necessario “un immediato invio di mezzi da parte della Guardia Costiera che già coordinava l’evento SAR 384, non potendosi escludere, invero, che l’avvistamento di Frontex riguardasse la medesima imbarcazione”.
Tutti elementi da chiarire per associazioni e ong che hanno sottoscritto l’esposto, che nel testo ricordano non solo le numerose norme internazionali che regolano e obbligano al soccorso in mare, ma anche la recente sentenza del tribunale di Roma sul tragico naufragio del 3 ottobre 2013 a Lampedusa, costato la vita a 268 persone.
“La dolosa omissione ascritta ai pervenuti” Luca Licciardi (capitano di Fregata della Marina Militare) e Leopoldo Manna (capitano di vascello delle capitanerie di porto) “ha comportato” – si legge in quella pronuncia – “la morte dei migranti e dunque sussistono gli elementi costituitivi di tutti i reati ascritti” (omicidio colposo e omissione di atti di ufficio) “che, dato il tempo trascorso, sono estinti per intervenuta prescrizione”.
Circostanze in parte sovrapponibili a quanto avvenuto davanti alla spiaggia di Steccato di Cutro. Ma con un’aggravante: il naufragio che domenica 26 febbraio è costato la vita a 72 persone è avvenuto in acque su cui l’Italia ha competenza. “Davanti a così tanti morti e chissà quanti dispersi, è doveroso fare chiarezza”, fanno sapere le quaranta associazioni, che chiedono alla procura di Crotone – che sul naufragio ha già aperto due fascicoli – di approfondire gli specifici aspetti segnalati. Un’altra indagine è stata aperta a Roma, dopo la presentazione di un ulteriore esposto firmato da Ilaria Cucchi e altri parlamentari.
Ma fare giustizia, ricordano le 40 sigle, non basta per fermare le morti nel Mediterraneo. “Per ridurre drasticamente il rischio di nuove tragedie è necessario mettere in piedi al più presto un sistema di ricerca e soccorso in mare adeguato e proattivo”. Che al momento non c’è.
(da agenzie)
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Marzo 10th, 2023 Riccardo Fucile
A CHE FINE? I COMICI SONO GIA’ AL GOVERNO
Marzo, mese di ricorrenze: mentre ci lasciamo alle spalle la
Giornata internazionale della donna, si avvicina un’altra data da segnare sul calendario. Almeno, nel panorama dell’estrema destra: l’11 marzo, infatti, a Milano si raduneranno per la prima volta tutte insieme le principali formazioni neofasciste italiane.
Le sigle che aderiranno, secondo quanto riporta Repubblica, sono Movimento nazionale-Rete dei Patrioti (nato dalla scissione di Forza Nuova), CasaPound, Lealtà Azione, Veneto Fronte Skinhead e Fortezza Europa.
L’appuntamento, diffuso via Telegram, è a piazza Aspromonte, nella sede un tempo appartenente a Forza Nuova, ora in gestione al Movimento nazionale-Rete dei patrioti.
L’ordine del giorno prevede un dibattito dal titolo «Prospettive per l’unità dei patrioti», a cui farà seguito un concerto dei molto politicizzati ZetaZeroAlfa. Ma anche di altre due band della galassia fascio-rock: Hobbit e Figli venuti male. Ad animare il dibattito, «rappresentanti di diverse realtà identitarie e patriottiche»: Duilio Canu (ex Forza Nuova, ora Rete dei Patrioti); Luca Marsella di CasaPound; Alessandro Cavallini di Fortezza Europa; Alessandro Liburdi di Lealtà Azione e Giordano Caracino del Veneto Fronte Skinhead.
La galassia, ricostruisce Repubblica, composta nel recente passato da cellule isolate, sembrerebbe star lavorando sulla costruzione di un fronte comune, compatto. Il tentativo di ripartenza collettiva arriverebbe dopo qualche mese di stallo, dopo la salita della destra meno estrema al governo. Adesso i diversi gruppi, in svariati casi già finiti sotto inchiesta, con militanti e anche esponenti di spicco inquisiti e arrestati, sembrano intenzionati a mettere da parte le non poche differenze di vedute appartenenti – sembra – al passato.
(da La Repubblica)
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Marzo 10th, 2023 Riccardo Fucile
SECHI TOGLIE LA PAROLA, ZITTISCE I GIORNALISTI E NON SI RENDE CONTO CHE LA SUA VOCE SI CONFONDE CON QUELLA DEI MINISTRI E DELLA MELONI: “UN DISASTRO UMANO E COMUNICATIVO”
La conferenza stampa dopo il consiglio dei ministri, a Cutro, ha segnato l’esordio di fuoco di Mario Sechi, capo ufficio stampa di Palazzo Chigi. Com’è andata? Come volevasi dimostrare: male, anzi, malissimo!
L’ex direttore dell’Agi, evidentemente in ansia di mostrarsi meritevole del ruolo di fronte a Giorgia Meloni, sbaglia il nome della città (“Curto” invece che Cutro), toglie la parola, zittisce i giornalisti, senza rendersi conto che la sua voce si confonde in continuazione con quella dei ministri e della premier. A un certo punto Sechi è stato ripreso direttamente dalla Meloni: “Scusa, Mario…”
A rendere tutto ancora più inquietante, la scarsa visibilità nel palazzo del Comune di Cutro, che lasciava la Ducetta e i ministri in penombra.
Su Twitter, in molti hanno notato e sottolineato la performance imbarazzante: “Caotica”, “approssimativa”.
Stefano Feltri, direttore di “Domani”, ha commentato così: “Sembra che Meloni l’abbia assunto per evitare che i giornalisti facciano domande”. E qualcuno ha sottolineato lo sguardo torvo della Meloni rivolto, al termine della conferenza stampa, proprio in direzione del giornalista, il cui incarico doveva servire a dare una “svolta” alla comunicazione istituzionale della premier.
Se queste sono le premesse…
(da agenzie)
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Marzo 10th, 2023 Riccardo Fucile
A CUTRO UNA PIETOSA MESSA IN SCENA DI CARATTERISTI SENZA UN BRICIOLO DI UMANITA’
I fantasmi arrivano di notte. Raggiungono Riccardo III nella tenda
dove dorme prima della battaglia di Bosworth. Spiriti delle sue vittime che gli ricordano uno per volta il loro destino. La colpa produce fantasmi, e il senso di colpa – respinto a ogni passo, in ogni secondo e dichiarazione – pare inseguire il vertice delle nostre istituzioni, impegnato da giorni a negare non solo ogni responsabilità, non importa quanto indiretta, ma anche di assumersi la responsabilità dei sopravvissuti.
Magari guardandoli negli occhi, magari andando a incontrarli.
Il consiglio dei ministri trasferito ieri a Cutro per omaggiare le vittime del naufragio, è stata una impietosa messa in scena di questa fuga. Accompagnato da alcuni lanci di peluche, è arrivato veloce il corteo delle grandi monovolumi con vetri oscurati (modello Usa, molto favorito anni fa dai dittatori sudamericani).
Veloce anche la fila dei ministri per entrare nel piccolo comune, una sosta davanti alla lapide ai defunti appena inaugurata nell’angusta entrata, la presidente che ormai maneggia bene i cerimoniali si avvicina e sistema i nastri sulla corona di fiori, poi via tutti stretti stretti sui banchetti dell’aula consiliare. Per approvare con la maggiore velocità possibile un decreto sull’immigrazione già scritto a Roma.
La Premier farà tutto a Cutro. Non andrà a Crotone. Programma “compresso” (da quale impegno più importante?), fa sapere Chigi, inclusa la conferenza stampa scossa dall’ormai usuale nervosismo della premier nei confronti dei giornalisti. Il famoso annunciato barchino, che doveva servire per portare un omaggio floreale ai morti, è stato annullato per il mal tempo. Amen.
Peccato che a Crotone, dove il governo non è andato per via del “compresso” programma, ci fossero al Palazzetto dello Sport le salme delle vittime. Peccato davvero, perché lì in quelle stesse ore, le famiglie stavano vivendo il loro momento peggiore di questi giorni neri: le salme sono in via di trasferimento. Chi, dove, come? Chi sarà scelto per andare, e perché, e dove? Urla disperate di resistenza, corpi abbracciati alle bare, l’ultimo segno di mogli, mariti, figli amati. Estrema resistenza anche fuori dal Palazzetto.
Infine si trova una mediazione, sulla destinazione finale dei corpi, ed è il via libera alla cancellazione dell’ultimo luogo in cui sono stati tutti insieme gli uomini e donne dello sfortunato viaggio.
Un morto afghano finisce così nel cimitero di Crotone, invece un’altra salma afghana viene rimpatriata in Germania. Un tunisino va in Tunisia, e quattro invece vanno in Pakistan. Alle undici di mattina sono arrivate al cimitero musulmano di Bologna sette bare. Via via tutte queste salme troveranno una loro strada. Qualche decina presto andrà in Afghanistan. Altre otto sono già destinate alla Germania. È il disegno di un percorso alla rovescia – dai luoghi del desiderio al luogo di fuga – di questo dramma.
E neppure questa volta lo Stato italiano è stato presente. Nessuna mano da stringere, nessun bambino da accarezzare. D’altra parte lo Stato italiano al momento è questo: non la forza che rassicura, ma una forza che si celebra come erculea, decisiva, e, soprattutto, non discutibile
Il decreto approvato a Cutro ha suscitato molti commenti negli ambienti politici: su quanto abbia accontentato la Lega piuttosto che Fratelli d’Italia; su come il ministro Piantedosi ne esca ridimensionato; su come il ministro Crosetto sia intervenuto per fermare una delle decisioni più “avventurose” (se non avventuriste) prese – l’impiego anche della Marina Militare nelle missioni di controllo dell’immigrazione clandestina -. Ma tutto questo è roba per gli esperti, gli analisti, e per appassionati dei giochi di potere dentro le sacre stanze.
La verità del decreto approvato ieri è che, ancora una volta, come in tutte le decisioni prese in questi primi mesi di governo Meloni, la soluzione di questo esecutivo a ogni difficoltà consiste sempre nel “rafforzare” le misure punitive – dai rave, al pericolo nelle stazioni, al controllo degli anarchici – la reazione è sempre quella “identitaria” della “mano dura”: aumentare le forze dell’ordine e le pene.
Lo stesso spirito soffia in questo decreto: contro l’immigrazione clandestina si aumentano le punizioni per gli scafisti. “Li cercheremo in tutto il mondo”, e immagino la paura che hanno ora questi delinquenti, fantasmi (ci sono anche i fantasmi della mente, si) di un universo rovesciato.
Nella conferenza stampa finale è stata fatta la domanda su perché la Presidente non abbia incontrato i familiari delle vittime. La risposta è stata che la Presidente li vedrà a Palazzo Chigi. Immaginiamo che nel caso questo avvenga, i sopravvissuti saranno puliti, e rivestiti. Decorosamente vestite, da vittime saranno infine decorosamente trattate.
La fuga è questa: cancellare le vittime, e se non è possibile cancellarle, farle diventare corresponsabili delle loro disgrazie.
Piantedosi, l’incauto ministro degli Interni, non è mai riuscito davvero a ritirare le sue frasi sulla irresponsabilità di chi si avventura in tali viaggi con i figli. Ma la Premier non ha fatto da meno ieri.
Sfidando i giornalisti, sempre nella conferenza stampa, ha chiesto se davvero qualcuno pensa che “ci siamo voltati dall’altra parte”. No, Signora. L’abbiamo capito che Lei è forte, che lo Stato è presente a sé stesso e che le pene sono pronte. Molti di noi tuttavia non dubitano della forza ma della pietà. Uno dei peluche lanciato contro il corteo delle macchine del governo, era l’orsetto Winnie the Pooh. Dopo il passaggio del corteo di governo, è rimasto sull’asfalto, ignorato e guardato da un poliziotto in tenuta antisommossa. Forse sarebbe bastato fermare la macchina e raccogliere l’orsetto. Pensi che forza in questo salvataggio.
(da La Stampa)
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Marzo 10th, 2023 Riccardo Fucile
IN DIFFICOLTÀ PER LE DOMANDE DEI GIORNALISTI E IN IMBARAZZO PER LE CONTINUE INTERRUZIONI DI MARIO SECHI…: LE NUOVE NORME SULL’IMMIGRAZIONE SONO UN REGALONE A SALVINI, IL MANCATO OMAGGIO ALLE VITTIME UNA VERGOGNA
Una trasferta disgraziata, organizzata tardivamente, cominciata male e finita peggio. L’ultima immagine è quella di Giorgia Meloni che, assediata dai giornalisti che le chiedono perché non sia andata a rendere omaggio alle bare dei naufraghi di Cutro, sgrana gli occhi e balbetta: «Abbiamo finito adesso… Dopodiché io vado volentieri…». Frasi buttate lì in un momento di profondo imbarazzo, al termine di una conferenza stampa che si trasforma in un rude e caotico processo.
Tocca al ministro e cognato Francesco Lollobrigida sottrarla alla ressa, sussurrandole «andiamo» davanti a una cartellina sollevata davanti al viso a mo’ di paravento.
È la via d’uscita, o di fuga, da una giornata in cui la premier conosce la prima contestazione dall’inizio del suo mandato: e quei peluche in memoria dei bimbi morti, gettati sul corteo di autoblù da un gruppo di contestatori in piazza, bruciano quanto le ampie concessioni che, nell’ultima stesura del decreto approvato dal consiglio dei ministri, ha dovuto fare a Matteo Salvini.
Perché dentro il provvedimento, al contrario di quelle che erano le premesse, finiscono interi pezzi dei decreti sicurezza cari alla Lega. Fonti del Carroccio, non a caso, a tarda ora fanno circolare la soddisfazione per le norme anti-scafisti, per l’impulso ai nuovi centri di detenzione e rimpatrio, per la disposizione con cui si commissariano i gestori inefficienti delle strutture d’accoglienza. E c’è pure la restrizione della protezione speciale, altro cavallo di battaglia di Salvini.
Meloni, nel pomeriggio di Cutro, finisce per offrire [a Salvini] il ruolo di primattore
«Se qualcuno dice o lascia intendere che le istituzioni si girano dall’altra parte – afferma Meloni – è molto grave». Ma è l’innesco di uno scontro durissimo con i giornalisti convocati nel chiostro di un ex monastero che ospita il municipio. Le domande arrivano a raffica: perché in mare andarono le motovedette della Finanza e non quelle più attrezzate della Guardia costiera, perché non fu dichiarato il Sar, l’evento di ricerca e salvataggio? Lei non entra nel merito, risponde sempre nello stesso modo: «Pensate che qualcuno possa deliberatamente volere la morte di decine di immigrati?».
È una corrida, i cronisti incalzano la premier, in un crescendo di voci che si sovrappongono. La correggono pure, quando colloca la posizione del barcone segnalata da Frontex in acque italiane.
Alla fine alcuni giornalisti si avvicinano e affondano il colpo: «Perché non va a trovare i familiari delle vittime?». Meloni, in questo clima, sembra un pugile all’angolo. «Vado volentieri, ma ho finito adesso…». «Doveva farlo prima », le urla qualcuno. Quindi l’uscita repentina, verso l’aeroporto, verso Roma, lontano da una trasferta disgraziata.
E i parenti dei naufraghi? «Nelle prossime ore saranno invitati a Palazzo Chigi», fa sapere poco dopo una fredda nota della Presidenza. Che ai più appare solo come l’ennesima toppa.
(da La Repubblica)
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Marzo 10th, 2023 Riccardo Fucile
CI SONO MOLTE DONNE E BAMBINI, CHIESTO L’INTERVENTO DELLE AUTORITA’ ITALIANE
Cinquecento persone, tra cui molte donne e bambini, su un
peschereccio in difficoltà in zona Sar italiana, che già imbarca acqua. §
A dare l’allarme per una nuova emergenza e per un numero così consistente di persone è il centralino dei migranti Alarm phone che e’ stato contattato da alcune delle persone a bordo.
Il peschereccio è stato avvistato dallo stesso aereo di Frontex che aveva indivuduato il caicco poi naufragato a Cutro e che ora ha lanciato un nuovo allarme: E da un elicottero della Us Navy: sarebbe partito dalle coste della Cirenaica e, nell’ultima posizione conosciuta, intorno alle 9 di questa mattina, sta procedendo verso le coste orientali della Sicilia in direzione di Siracusa. Alarm phone pubblica anche la mappa della zona in cui si trova il peschereccio e ha chiesto alle autorità marittime italiane un immediato intervento.
A chiedere l’immediato intervento della Guardia costiera anche il capo missione di Mediterranea Luca Casarini:” Mrcc Roma ha tutte le informazioni da diverse ore – dice -. A scanso di equivoci, questa è una situazione di distress. Chiediamo che per favore inviino i mezzi aerei e navali della Guardia costiera, che aprano un evento Sar. Non e’ un’operazione di polizia che serve. E’ un peschereccio strapieno di profughi – aggiunge Casarini – in fuga che chiedono aiuto. Ci sono decine di donne e bambini. E da bordo segnalano ad Alarm phone che stanno già imbarcando acqua. Non c’è un minuto da perdere”
(da La Repubblica)
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Marzo 9th, 2023 Riccardo Fucile
L’AMMIRAGLIO IN CONGEDO DELLA GUARDIA COSTIERA: “CON L’ESTATE TEMO ALTRE TRAGEDIE”
«Credo che ci sia il rischio, con la bella stagione e gli arrivi consistenti, che ci possano essere delle risposte orientate sempre di più sul piano del contenimento e sempre meno sul piano dei soccorsi. Siamo reduci da anni in cui, di fatto, il soccorso è diventata l’ultima cosa da fare. Meglio evitarlo. Questo lo hanno capito le navi, lo hanno capito i pescherecci. Gli unici a non capirlo sono i volontari delle ong che continuano a fare i soccorsi e si beccano le bastonate, sanzioni».
Il contrammiraglio Vittorio Alessandro, ex portavoce del Comando generale delle Capitanerie di porto adesso in congedo, ha trascorso 31 anni nella Guardia Costiera. Lancia l’allarme su come la politica abbia modificato la mentalità e le procedure applicate al salvataggio dei migranti nel Mediterraneo.
Sono passati giorni dalla tragedia di Cutro e nessuno nel governo è riuscito a spiegare in modo chiaro, puntuale, preciso cosa è successo quella notte e perché qualcuno ha scelto di coinvolgere la Guardia di finanza al posto della Guardia costiera. Cosa ne pensa?
«È evidente che nessuno ha decretato che la barca dovesse schiantarsi sulla spiaggia, è naturale. Ritengo inoltre non sia piacevole vedere un organismo che scarica su un altro le responsabilità. Il problema è vedere esattamente quale meccanismo si sia innescato. Ossia, perché una barca oggettivamente in pericolo sia stata lasciata al proprio destino, non volendo. Il motivo lo vedo nell’iniziativa intrapresa fin dall’inizio di leggere la vicenda soltanto come una vicenda di polizia. Cioè un’esigenza soltanto di controllo anti-immigrazione. Cose così succedono quando non si ha più l’allentamento all’applicazione del principio di precauzione. Ovvero, in una situazione che potrebbe concludersi felicemente io intravedo anche da lontano elementi che possono farmi pensare al peggio e agisco rischiando di sbagliare per eccesso di prudenza».
Come è sempre stato.
«Come è previsto che sia, perché nelle regole del soccorso (le procedure Sar) c’è una fase – la primissima – che si chiama Alerfa, ed è la fase in cui ancora non è detto che il pericolo sia conclamato – però è una fase del soccorso. Certo può concludersi immediatamente quando si accerta che questo pericolo non c’è».
Esistono degli elementi per attivare questa fase e in questo caso c’erano?
«Nel caso di Cutro c’erano tutti. Nel considerarli vediamo come nel tempo si sia abbassata la soglia di attenzione. Prima di tutto c’era una barca con molte persone a bordo, e questo era stato rilevato dai sensori termici. Era un’imbarcazione con lo scafista, che veniva sulla rotta dei migranti, un caicco, di provenienza turca. Questo è stato rilevato, tanto è vero che il messaggio Frontex è stato rivolto poi a Varsavia e alla Guardia di Finanza. Lì poi è scattata la polizia. Quello è un elemento però che anche sotto il profilo del soccorso ha una sua rilevanza. Perché era una barca con ogni probabilità sovraffollata, e la fotografia che è stata rilevata mostra un bassissimo livello di galleggiamento, quindi c’era del peso. Secondo punto: il mare, che in quel momento poteva non essere molto agitato ma che i bollettini davano in peggioramento, poi è diventato “terribile”. Due motovedette della Guardia di finanza tornano in porto. Punto tre: la barca andava verso terra, non avendo chiamato soccorso, era certo che non sarebbe andata in porto per via degli scafisti. Verso la costa ha trovato le dune di sabbia ed è bastato questo per la tragedia, perché il mare agitato verso costa ha onde ancora più pericolose e agitate. Difficili da gestire. La barca è stata capovolta ed è successo quello che sappiamo. Tutti elementi che avrebbero dovuto indurre a una forte attenzione.»
Meloni ha detto: “Non ci sono arrivate indicazioni di emergenza da Frontex”.
«Bisognerebbe rispondere che purtroppo ormai nella conduzione del soccorso si considera in pericolo l’imbarcazione che, o si è capovolta, o ha il motore spento. Le imbarcazioni che ancora navigano sono lette ormai dai procedimenti ispirati per lo più alla politica del contenimento degli arrivi come fenomeno migratorio e quindi affrontati con procedure di polizia. Per gli arrivi a Lampedusa, per esempio, si parla di imbarcazioni autonome, arrivate fortunosamente a terra, per le quali non si è aperto un evento Sar. Una soglia che non considera la precauzione, quindi quanto accaduto a Cutro poteva succedere a Lampedusa come altrove e potrà succedere ancora una volta».
Fino ad oggi era solo “andata bene”?
«Credo di sì, ma è il momento di correggere il tiro. Adesso è una prassi che antepone all’urgenza del soccorso l’esigenza di polizia».
Va individuato anche il momento politico che ha fatto un po’ da rottura rispetto al passato, ricordiamo che ci sono stati episodi in cui la Guardia costiera si è imposta anche rispetto alla volontà di questo o quel ministro.
«Poi però è successa una cosa importante: con Minniti si è spostato in mare il discorso del contenimento. Restano fuori dal porto anche due motovedette della Guardia costiera, colpevoli di aver salvato persone. Si crea così un precedente psicologico importante. E restano fuori dal porto anche una nave militare che aveva salvato persone e unità mercantili. Per cui a un certo punto il presidente di Confitalia dice in assemblea: “Le navi devono lavorare, ci chiamate, facciamo il soccorso e poi ci fate perdere i soldi davanti al porto con le navi bloccate?”. Si apre così anche un discorso economico che mette in gioco la voce degli armatori.
Resta traumatico che un soccorso non si concludesse con lo sbarco in terra e che persone che si erano impegnate per i salvataggi, persino unità di Stato, venissero incolpate e le navi della Guardia costiera indicate come i taxi del mare. C’è un solco profondo in tutti in quelli che operano in questo campo.
Oggi gli equipaggi della Guardia costiera stanno facendo un grandissimo lavoro a Lampedusa, ma è un lavoro silenzioso e perfino esposto alle critiche. Tutti hanno pensato che l’azione nei confronti delle Ong potesse funzionare solo contro di loro, Ong = pull factor. Oggi ormai sono neutralizzate, in mare restano le motovedette. Ma se domani qualcuno venisse a dire che anche le motovedette sono pull factor? Cosa accadrebbe? Ci abituiamo ai morti; adesso piangiamo ma anche l’indifferenza interviene. Il mare è una dimensione che impone delle riflessioni».
C’è paura di agire. Ma non agire è comunque fare una scelta.
«Esattamente. Credo che la Guardia costiera vada difesa e le vada restituita un’indipendenza nell’azione. Ma non so se il ministro dei Trasporti sia in grado di fare questo».
Come si risolve la situazione?
«La Guardia costiera deve ritrovare la propria autonomia e non sottostare ai meccanismi di super controllo di polizia. Di questo sono sicuro. Temo che sui grandi arrivi che ci aspettano, e probabilmente anche altri lutti, a un certo punto si dica solo: “Fermiamo le partenze”. Le partenze non si fermano dall’oggi al domani e sul fermare quelle in Libia sono perplesso. Siamo riusciti a fermare le partenze dall’Ucraina? E perché dovremmo fermarle? Credo che ci sia il rischio, con la bella stagione e gli arrivi consistenti, che ci possano essere delle risposte orientate sempre di più sul piano del contenimento e sempre meno sul piano dei soccorsi».
Chissà che non vedremo il blocco navale…
«Eh, ci allontanerebbe dalla nostra civiltà giuridica, marinara».
Emergerà la verità sulla vicenda di Cutro?
«Ho dei dubbi. È più facile, anche per i nostri meccanismi italiani e su cui viene portata l’opinione pubblica, che si trovi il capro espiatorio e poi che le cose rimangano come sono».
(da TPI)
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Marzo 9th, 2023 Riccardo Fucile
ORA GLI ANGELUCCI (CHE, OLTRE A “LIBERO”, PUNTANO ANCHE A “LA VERITÀ”) POSSONO MONOPOLIZZARE LA STAMPA SOVRANISTA, INFLUENZANDO SALVINI E MELONI… IL RAS DELLA SANITA’ PRIVATA ORA DETTERA’ LA LINEA DEI POTERI FORTI AI LORO SERVI
“Per la vendita del Giornale c’è un accordo ormai consolidato con
gli Angelucci”. Ad affermarlo all’Adnkronos è Paolo Berlusconi, che conferma così la chiusura della trattativa che porterà il Giornale nelle mani della famiglia Angelucci, imprenditori nell’ambito delle cliniche private, già editori di ‘Libero’ e ‘Il Tempo’.
Berlusconi vende anche Il Giornale. La famiglia Angelucci compra il 70% e ne acquisisce il controllo. La residua presenza nel capitale con «proporzionale rappresentanza» nel Cda è il contentino alla fazione che si è strenuamente opposta alla capitolazione. Ronzulli in testa. Ma nella sostanza ha vinto la famiglia, Marina in testa. Infatti esce anche la Mondadori.
La foglia di fico del 30% resta in carico al fratello Paolo. Seguiranno due diligence e dettagli in un mese, valutazione dell’Autorità di garanzia delle comunicazioni in un paio di mesi, definitivo passaggio di quote a giugno. Poi nuovo Cda e probabile cambio di direzione. Le fonti dell’universo arcoriano parlano di «minoranza sostanziosa» che resta a Berlusconi. La sostanza è che dopo il Milan e i periodici, Silvio dismette un altro pezzo del suo apparato mediatico e sentimentale.
Angelucci, re della sanità laziale (e non solo) ma anche deputato della Lega dopo esserlo stato in quota Silvio per tre legislature, cova antiche mire espansionistiche. Parallelamente tratta anche per rilevare La Verità. Gli abboccamenti ci sono stati, ma il fondatore Belpietro è disposto a svestire i panni del proprietario, non anche quelli del direttore.
Valuta la creatura 15 milioni e chiede un lungo contratto per sé. Due giorni fa ha smentito i persistenti rumors di intesa. Si vedrà. Nell’attesa, quel che è certo è che Angelucci, aggiungendo Il Giornale al primo amore Libero e al Tempo, punta a diventare il Murdoch italiano. Monopolizzando l’editoria conservatrice fin nelle sfumature: dalle sbiadite liberali alle arrembanti sovraniste. E diventando soggetto politico a capo di una falange mediatica, in grado di influenzare Meloni e Salvini.
Per questo Ronzulli (ma anche Gianni Letta, mentre Confalonieri pareva agnostico) suggerivano a Berlusconi di non abdicare. Un presidio editoriale serve sempre, tanto più ora che gli alleati allungano le grinfie su quel che resta di Forza Italia. Ma le strategie industriali e finanziarie di Marina e Piersilvio hanno prevalso su quelle del partito.
Il Giornale è anche un pezzo pregiato della storia del giornalismo italiano. Fondato da Indro Montanelli nel 1974 dopo la rottura con il Corriere della Sera di Piero Ottone che aveva virato a sinistra, alla fine del decennio fu rilevato (e salvato) da Berlusconi. Silvio ne cedette la proprietà al fratello Paolo nel 1990, sbeffeggiando i limiti antitrust della legge Mammì.
Ma all’inizio del 1994, mentre «scendeva in campo», fu lui in prima persona ad arringare i giornalisti in una drammatica assemblea in via Negri, sconfessando Montanelli e chiedendo fedeltà politica. Indro se ne andò sdegnato, fondando La Voce che ebbe vita breve. Al suo posto arrivò il corsaro Vittorio Feltri, seguito da Belpietro, rifondando Il Giornale e il giornalismo di destra.
(da La Stampa)
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Marzo 9th, 2023 Riccardo Fucile
LACRIMOGENI E CANNONI AD ACQUA SUI MANIFESTANTI. LA REPRESSIONE DELLA PROTESTA E’ DURISSIMA: DECINE GLI ARRESTI
Dopo una seconda notte di proteste gigantesche a Tbilisi, che stavolta hanno coinvolto probabilmente trentamila persone, in Rustaveli avenue e davanti al Parlamento georgiano, contro la legge sugli “agenti stranieri”, il Parlamento e il partito di maggioranza georgiano hanno ceduto e ritirato la bozza di legge modello-Cremlino che aveva suscitato la rabbia della folla – soprattutto giovani e studenti – perché allontanerebbe in modo forse definitivo la Georgia dall’Europa.
Il disegno di legge sugli “agenti stranieri” è stato ritirato in via definitiva, riporta un comunicato del partito Georgian Dream e del movimento pubblico Power of the People, secondo quanto riferisce il media georgiano PaperKartuli.
Nella notte però la repressione aveva cominciato a essere pesante. Uomini dei servizi di sicurezza non identificati – avevano indosso balaclava e senza numeri o divise riconoscibili – avevano sparato gas e cannoni ad acqua, e erano stati usati anche allarmi stordenti per disperdere i manifestanti.
Una stazione della metro a Rustaveli era stata chiusa dall’esterno dalla polizia, e era stato sparato gas all’interno. Mentre cominciano a esserci i primi report e video di possibili vittime.
La notte è stata una battaglia. I manifestanti hanno prima cercato di comunicare con le forze di sicurezza, ma gli ufficiali del ministero dell’Interno hanno reagito iniziando una nuova ondata d fermi e arresti. La dispersione è continuata su Rustaveli Avenue. Lì la polizia ha usato il gas. La gente si è difesa costruendo barricate su Rustaveli Avenue, i manifestanti hanno allineato una recinzione fatta di panchine e mezzi improvvisati nei pressi del Teatro Shota Rustaveli. Poi l’episodio del metrò.
Il Parlamento della Georgia ha revocato la legge sugli agenti stranieri. Lo riferisce Sputnik Georgia. «Da partito responsabile di governo abbiamo preso la decisione di ritirare senza condizioni la proposta di legge che avevamo sostenuto», ha detto il partito Sogno Georgiano, che detiene la maggioranza assoluta in Parlamento.
La decisione fa seguito a due giorni di scontri a Tbilisi, dove migliaia di manifestanti che chiedevano la revoca della legge si erano radunati davanti al Parlamento. Secondo il bilancio fornito dal ministero dell’Interno, la polizia ha fermato 133 persone mentre decine di agenti e civili sono rimasti feriti.
(da agenzie)
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