Marzo 3rd, 2023 Riccardo Fucile
LA MACABRA GOLIARDIA DI RAMPELLI
Poiché i migranti vengono da posti dove certo non mancano telefoni
e parabole, bisognerebbe avvisarli dei pericoli che corrono nel viaggiare per mare.
Così parlò l’italo-fraterno Fabio Rampelli, vicepresidente della Camera, il quale probabilmente dirà che le sue parole sono state estrapolate da un contesto più ampio.
Resta il fatto che a noi poveri di spirito arriva un messaggio piuttosto chiaro: se hanno telefoni e parabole, significa che tanto male non stanno. Un pregiudizio smentito proprio dalla situazione italiana, dove gli indigenti sono aumentati a dismisura esattamente come i telefonini.
Nel 2023 il portatile non è un segno di benessere economico né un bene voluttuario: non più di quanto lo sia un paio di scarpe da ginnastica o di mutande.
Anche al di là delle sue intenzioni, le riflessioni di Rampelli si inseriscono in un filone di goliardia macabra, teso a dimostrare che i migranti rischiano la vita sui barconi per ignoranza o per capriccio. L’idea che questa gente muoia di fame, di sete o di paura, e che preferisca rischiare consapevolmente il tutto per tutto piuttosto che prolungare la sua agonia, non riesce a fare breccia in certi cuori.
La questione non si risolve dissuadendo i disperati dal mettersi in mare, ma offrendo loro alternative migliori.
L’altra ipotesi, continuare a infischiarsene, non è più praticabile. Anziché i migranti, Rampelli farebbe meglio ad avvisare i suoi colleghi italiani ed europei: mi risulta che il telefono ce l’abbiano anche loro.
(da Il Corriere della Sera)
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Marzo 3rd, 2023 Riccardo Fucile
GARA’ DI SOLIDARIETA’ PER SALVARLO
Aveva affrontato il viaggio in barcone dalla Turchia nella speranza di raggiungere l’Italia e qui far arrivare il figlio di 3 anni bisognoso di cure mediche.
Lo ha raccontato alla Bbc la sorella di Shahida Raza, la 27enne giocatrice pachistana di hockey e calcio morta nel naufragio di Cutro. Ed ora per il piccolo, sopravvissuto alla traversata, è partita una gara disolidarietà. Saadia Raza, che vive a Quetta, la città del sudovest del Pakistan da dove era partita anche Shahida, ha detto di aver ricevuto dalla sorella una telefonata quando ormai il viaggio stava per concludersi.
«Ringraziava Dio di essere quasi arrivata – ha raccontato – Ha detto che aveva avuto paura che potesse succederle qualcosa mentre si trovava in mare. Ci ha detto che non poteva crederci, che avrebbe chiamato suo figlio e l’avrebbe fatto arrivare per farlo curare».
Poi la linea è caduta e non l’ha più sentita. «La sola e unica ragione per cui ha affrontato questo viaggio – ha detto ancora Saadia – era il figlio di 3 anni. Non stava bene, parte del suo cervello era stato danneggiato in seguito a un ictus che il bimbo aveva sofferto a 40 giorni in seguito a febbre alta. Una parte del suo corpo, dalla testa ai piedi, è paralizzata».
La giocatrice, della minoranza sciita degli hazara, aveva portato il figlio in diversi ospedali di Karachi, dove però non erano stati in grado di curarlo, lamenta la sorella, consigliandole di portarlo all’estero.
«Diceva – conclude Saadia – di non poter vedere il figlio ridotto così, di volere che camminasse come un bambino normale, che quello era il suo unico desiderio».
Una testimonianza arriva anche dalla sua più cara amica, Sumaiya, secondo la quale, nonostante Shahida avesse giocato anche a livello internazionale, una volta smesso non era riuscita a trovare un lavoro. Aveva paura del mare, ha raccontato, e aveva informato solo all’ultimo minuto la sua famiglia della decisione di partire.
«Adesso vogliamo soltanto che ci restituiscano il suo corpo, niente di più – dice l’amica – Ma nessuno ci dà informazioni o ci dice cosa fare». Un portavoce fa sapere che l’ambasciata pachistana a Roma «resta attivamente impegnata con le autorità italiane per il benessere dei sopravvissuti e per il rimpatrio delle salme».
(da Open)
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Marzo 3rd, 2023 Riccardo Fucile
LA STORIA DEL PATRIOTA BOHDAN BODAK, ORA SEPOLTO A LEOPOLI… LA MOGLIE: “E’ STATO UN EROE, E’ CORSO A DIFENDERE LA NOSTRA PATRIA”
A Piacenza aveva la sua casa, il suo lavoro e la sua famiglia. Ma
quando ha sentito il richiamo della sua patria Ucraina in difficoltà, ha deciso di partire come volontario per il fronte dove ha trovato la morte. Bohdan Bodak, 39 anni, il 20 gennaio è stato colpito da un razzo russo nel Donbass ed è sepolto, dopo i funerali di Stato, al cimitero monumentale del Campo di Marte di Leopoli.
La storia di Bohdan la racconta il quotidiano piacentino Libertà: dal 2000, quando era un adolescente, si era stabilito con la madre a Piacenza, dove aveva trovato lavoro prima nella logistica, poi come autotrasportatore e dove aveva costruito la sua famiglia, insieme alla moglie, sua connazionale conosciuta in Emilia, e due figlie nate in Italia.
Bohdan non aveva mai preso un’arma in mano e non aveva nemmeno fatto il servizio militare, fino al 24 febbraio 2022, la sua vita scorreva normalissima, fra lavoro e famiglia.
«E’ come se avesse sentito il richiamo della sua patria in difficoltà – racconta a Libertà la moglie Natalia – all’inizio non ho accettato questa sua scelta. Adesso spero che la guerra finisca per andare con le nostre figlie a festeggiare la vittoria dell’Ucraina sulla sua tomba, per noi è un eroe».
Dopo pochi giorni dall’inizio della guerra, infatti, Bohdan ha lasciato il suo lavoro stabile ed è partito come volontario per l’Ucraina dove, dopo un periodo di addestramento e nei reparti logistici, si è trovato a combattere nelle prime linee.
A novembre è rimasto ferito a Kramatorsk, nel Donbass. Ricoverato in ospedale, e dopo un periodo di riabilitazione, ha deciso di tornare a combattere. In pochi giorni dalle retrovie, causa anche la perdita di uomini negli avamposti, si è ritrovato in quello che gli ucraini chiamano il «punto zero», ovvero la primissima linea dove gli eserciti si fronteggiano.
Il 20 gennaio un razzo sparato dall’artiglieria russa lo ha inesorabilmente colpito ed è morto sul colpo. La famiglia è stata informata il giorno seguente, pochi giorni dopo le figlie gli hanno scritto una lettera chiamandolo affettuosamente Tato come erano abituate a fare a casa. Insieme alla lettera anche un disegno con il suo ritratto e con la scritta, in cirillico, «Forza papà».
Natalia e Bodhan si sono conosciuti a Piacenza nel 2005 e poco dopo si sono sposati. «Avevamo il nostro lavoro – dice la donna – una famiglia come tante, con le nostre figlie che sono piacentine a tutti gli effetti. All’inizio ho provato a dissuaderlo da questa sua decisione di partire ed è stato un po’ come sentirsi abbandonati: perché rischiare la vita quando qui hai tutto? In una delle ultime telefonate ci disse che là era un inferno. Ma credo che in fondo lui si sentisse nel posto giusto».
«Le mie figlie – dice ancora Natalia – continuano a piangere. Io sto cercando di far loro capire quanto generoso e coraggioso sia stato il loro papà. Questa guerra è tragica e vorremmo anche che la gente capisse quanto c’è bisogno del sostegno dell’Europa per ricacciare indietro l’invasore».
(da “la Stampa”)
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Marzo 3rd, 2023 Riccardo Fucile
IN AULA ANDRÀ SOLO IL MINISTRO DELL’INTERNO, PIANTEDOSI, EX CAPO DI GABINETTO DEL LEADER LEGHISTA… L’ESPOSTO DEI VERDI PREOCCUPA SALVINI E PIANTEDOSI: POTREBBERO FINIRE INDAGATI
Nonostante le opposizioni reclamino la sua presenza, il ministro Matteo Salvini non ha alcuna intenzione di presentarsi in Parlamento e spiegare come mai la Guardia costiera – che dipende dal suo ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti – sia rimasta a guardare la notte della strage in mare.
Si presenterà solo il ministro dell’Interno, Matteo Piantedosi. L’altro Matteo. E ciò naturalmente non piace al Pd né al M5S, che lo considerano il vero bersaglio. Salvini l’ha capito e si sfila, lasciando al collega il cerino acceso.
«Sulla tragica vicenda di Crotone – fa dire alle classiche “fonti della Lega” – c’è totale fiducia nell’operato del ministro Matteo Piantedosi. Il vicepremier e ministro Matteo Salvini ha già espresso le proprie valutazioni e non aggiungerà altro. La Lega ribadisce che gli attacchi alla Guardia Costiera sono vergognosi e offensivi».
Martedì prossimo, dunque, Piantedosi farà la sua relazione alla Camera. Dovrà sciogliere quel giallo che lui stesso ha alimentato, sempre in Parlamento, quando ha detto con tono sibillino: «Se dicessi qual è la catena di comando, si penserebbe che accuso questo o quell’altro».
E aveva rinviato i chiarimenti alla settimana prossima. «Sul come si è deciso che era una operazione di polizia e non di soccorso, devo fare qualche approfondimento».
Una uguale certezza, Salvini non può certo ostentarla. Per questo motivo, la scelta di mandare da solo Piantedosi per il leghista è ottima. Piantedosi offre il petto, insomma. Scrolla le spalle a sentire parlare di dimissioni o addirittura di rimpasto. A chi lo ha chiamato in queste ore, ha ripetuto di sentirsi pur sempre «un prefetto» e in quanto tale pronto ad assumersi anche responsabilità non sue.
Dopodiché, come due giorni fa in Parlamento, anche ieri con gli interlocutori al telefono ha detto: «È stata una fatalità. Se non ci fosse stata quella secca, il barcone si sarebbe spiaggiato, sarebbero scappati tutti e lo avremmo catalogato come un ennesimo sbarco fantasma. Ce ne sono a decine in Calabria».
Ieri, intanto, per fare il bis dell’azione contro Andrea Delmastro, i Verdi-Sinistra si sono precipitati a presentare un esposto anche contro Salvini e Piantedosi alla procura di Roma.
Sostengono: «A parere degli scriventi la barca che trasportava 200 migranti in pericolo è stata trattata come un caso di immigrazione illegale e non come un evento di ricerca e soccorso urgente, stanti anche le avverse condizioni meteo. E questo non è un dettaglio da poco».
È un passaggio che inquieta entrambi i ministri, i quali a questo punto corrono il rischio di finire sotto inchiesta.
È stata una tragica fatalità: questa sarà la trincea di Piantedosi.
(da La Stampa)
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Marzo 3rd, 2023 Riccardo Fucile
ALLA FINE HA DECISO DI EVITARE: SAREBBE STATO UN SEGNALE DI SFIDUCIA VERSO PIANTEDOSI E TEMEVA DI ESSERE CONTESTATA… COSI’ NESSUN ESPONENTE DEL GOVERNO È ANDATO IN CALABRIA RIMEDIANDO INA FIGURA MESCHINA
Ha valutato fino al pomeriggio di mercoledì se andare in Calabria.
Aveva anche lasciato un buco in agenda, per il primo pomeriggio. In modo da organizzare un velocissimo blitz nel palazzetto di Crotone, rendere omaggio alle decine di vittime che nessuno ha salvato dal naufragio, e poi decollare alla volta di Nuova Dehli. Ma alla fine Giorgia Meloni ha desistito.
E lo ha fatto dopo giorni di tentennamenti, valutazioni interne al melonismo e alla maggioranza, tensioni.
Novanta ore, dalla notte di sabato a mercoledì sera, che è utile ricostruire. Con un risultato finale: la grande assenza della premier, il grande vuoto di un governo che in quattro giorni è riuscito a mandare in Calabria solo il ministro dell’Interno, tornato indietro con una montagna di polemiche.
Appena saputo della tragedia in mare, Meloni sente Matteo Piantedosi. È il titolare del Viminale a proporsi di andare subito in Calabria, personalmente. Lo fa domenica, con il consenso della premier. Il problema è che il ministro inciampa sulle sue stesse parole. Facendo infuriare Meloni. Riferiscono diverse fonti che la presidente del Consiglio resti negativamente colpita, in privato, da quelle uscite. Le considera un clamoroso autogol.
Valuta la possibilità di andare personalmente in Calabria. Sarebbe però una sconfessione insostenibile del suo ministro. E poi, la esporrebbe al rischio di tensioni, contestazioni. I vertici dell’esecutivo si attivano per rimediare in qualche altro modo.
È Palazzo Chigi ad attivarsi per metterci una toppa e organizzare l’intervista di Piantedosi a Cinque minuti, su Rai 1. Succede martedì. Non va benissimo, perché neanche la retromarcia piace alla premier, non nella forma scelta dal ministro. La leader torna a valutare una missione a Crotone. Viene lasciato libero un momento d’agenda, prima della missione in India. In molti, si apprende adesso, anche nella stretta cerchia di Fratelli d’Italia, premono sulla leader indicandole l’opportunità di un viaggio.
L’obiettivo politico di Meloni, però, non cambia: tenersi lontana dalle polemiche, evitare tensioni nella maggioranza e nell’opinione pubblica. Non rispondere alle domande su Piantedosi. Non sconfessarlo a favore di telecamere, ma neanche difenderlo dopo 48 ore di dichiarazioni considerate sbagliate.
Nel frattempo, ieri – e siamo a mercoledì – succede anche altro: trapela la notizia della visita di Sergio Mattarella prevista per giovedì 2 marzo.
Il Presidente della Repubblica sceglie la forma privata, è il Colle a chiederlo. Nessun esponente del governo è quindi presente.
Meloni, intanto, è già partita mercoledì sera verso l’India. Il Capo dello Stato è accompagnato solo dal prefetto di Crotone Maria Carolina Ippolito. Resta il fatto che da domenica sera nessun esponente di prima fascia del governo e dunque nessun ministro visita la Calabria. Facendo tra l’altro infuriare le opposizioni e il Pd, nelle ore in cui anche la segretaria dem Elly Schlein si reca a Crotone.
(da La Repubblica)
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Marzo 3rd, 2023 Riccardo Fucile
PER L’IMPRENDITORE: “LA RUSSIA POTREBBE FINIRE I PROPRI FONDI, CHE COMINCIANO A SCARSEGGIARE. LE SANZIONI MORDONO E LO FARANNO SEMPRE DI PIÙ”
«Ecco le tesi di marzo del nostro Oleg Deripaska». Alcuni media economici vicini al Cremlino lo hanno preso per i fondelli, parafrasando le Tesi di aprile pubblicate da Lenin nel 1917 che furono la base politica della Rivoluzione russa.
Sono state tante e tali le giravolte fatte dall’oligarca re dell’alluminio, da autorizzare le ironie e anche qualche dubbio sui suoi slanci da contestatore. Ma ieri mattina, al Forum economico di Krasnoyarsk, ha comunque letto un discorso del tutto controcorrente rispetto alla vulgata dell’economia con il vento in poppa tanto cara alla comunicazione di Stato.
«Già a partire dall’anno prossimo, non ci saranno più soldi. La Russia potrebbe finire i propri fondi, che stanno cominciando a scarseggiare. Le sanzioni mordono e lo faranno sempre di più. I nostri problemi non finiranno nemmeno nel 2025, che per me è il punto più vicino possibile a una diminuzione di intensità dell’attuale conflitto. Per questo il governo sta facendo appello a noi imprenditori».
Il riferimento è al discorso del 21 febbraio di Vladimir Putin, che aveva fatto un accorato appello, chiamiamolo così, agli oligarchi che hanno investito i loro capitali all’estero. Tornate a casa vostra, aveva detto, a lavorare per i vostri connazionali per cambiare la vita del vostro Paese. Ma anche così potrebbe non bastare.
«Abbiamo bisogno di investitori stranieri. Se non garantiremo l’attrattività dei nostri mercati, continueremo a sognare anche nel 2033. Pensavamo di essere un Paese europeo. Adesso, almeno per i prossimi 25 anni, saremo obbligati a riflettere sul nostro passato asiatico. Non è per niente facile, le regole del gioco sono completamente diverse».
Il rimpianto per la vita di prima è apparso evidente. Quando diceva che la Borsa di Mosca prima trattava dollari ed euro, mentre ora solo yuan e pagamenti in yuan, l’espressione di uno degli uomini più ricchi di Russia era tutta un programma. Deripaska ha dato l’impressione di criticare anche la strada imposta dal Cremlino all’economia russa.
«Il capitalismo di Stato è una strada nel nulla. Guardo con terrore alle risorse che sono state spese l’anno scorso, evidentemente a vuoto, e sono migliaia di miliardi. Cambiare verso una forma di socialismo non porta a nulla, abbiamo già vissuto queste chimere. Ora la nostra situazione è pesante, ma solo la libera imprenditoria può cambiare il corso della storia». Sul palco c’era Deripaska, ma forse parlava per conto di qualcun altro, molto più potente di lui.
(da agenzie)
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Marzo 3rd, 2023 Riccardo Fucile
L’OPPOSIZIONE: “VERGOGNOSA INGIUSTIZIA”
L’attivista 60enne bielorusso Ales Bialiatski, vincitore del Premio
Nobel per la Pace 2022 assieme all’organizzazione ucraina per i diritti umani Center for Civil Liberties e a quella russa Memorial, è stato condannato da un tribunale bielorusso a dieci anni di carcere.
Bialiatski è co-fondatore di Viasna, l’ong per i diritti umani aperta nel 1996 in Bielorussia per fornire assistenza finanziaria e legale ai prigionieri politici nel paese.
L’attivista si trova già in carcere dal luglio 2021, ed è stato condannato con l’accusa di aver finanziato proteste e altre manifestazioni anti-governative.
Oltre a Bialiatski sono stati condannati anche i difensori dei diritti umani Valentin Stefanovich (9 anni di carcere) e Vladimir Labkovich (7 anni di carcere), con l’accusa di «aver contrabbandato almeno 201.000 euro e 54.000 dollari» e di avere «finanziato manifestazioni di protesta con il pretesto di attività per i diritti umani».
Il tribunale bielorusso ha condannato a 8 anni di reclusione anche l’attivista Dmitry Solovyov.
Gli attivisti di Viasna hanno contestato il verdetto contro i quattro attivisti: «Le accuse contro i nostri colleghi sono legate alla loro attività per i diritti umani, la fornitura di aiuto del centro per i diritti umani di Viasna alle vittime di persecuzioni politicamente motivate».
Al contempo, la leader dell’opposizione al governo bielorusso guidato da Alexander Lukashenko, Svetlana Tikhanovskaya, ha affermato che Bialiatski e gli altri attivisti condannati nel processo sono stati condannati «ingiustamente», definendo il verdetto «spaventoso»: «Dobbiamo fare di tutto per combattere questa vergognosa ingiustizia e liberarli».
(da agenzie)
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Marzo 3rd, 2023 Riccardo Fucile
L’ALTO COMMISSARIATO PER I DIRITTI UMANI CHIEDE ALL’ITALIA DI RISPETTARE GLI ARTICOLI 7 E 10 DEL PATTO
«L’Italia rispetti la dignità e l’umanità del trattamento detentivo». È la richiesta dell’Alto commissariato dell’Onu per i diritti umani che si è espresso sul caso Alfredo Cospito, l’anarchico in regime di 41 bis e in sciopero della fame da circa quattro mesi.
La richiesta, datata primo marzo, è stato notificato alla rappresentanza del governo italiano a Ginevra e al legale difensore dell’esponente della Fai, Flavio Rossi Albertini, che il 25 febbraio scorso, dopo il rigetto del ricorso per la revoca del «carcere duro» in Cassazione nei confronti del suo assistito, aveva inoltrato una comunicazione individuale al comitato della Nazioni Unite per i diritti umani, denunciando le condizioni detentive dell’anarchico.
«In attesa della decisione sul merito – si legge in un comunicato del legale dell’anarchico e del prof. Luigi Manconi, presidente di A buon diritto Onlus – il Comitato per i Diritti Umani delle Nazioni Unite ha chiesto all’Italia di assicurare il rispetto degli standard internazionali e degli articoli 7 (divieto di tortura e trattamenti o punizioni disumane o degradanti e divieto di sottoposizione, senza libero consenso, a sperimentazioni mediche o scientifiche) e 10 (umanità di trattamento e rispetto della dignità umana di ogni persona privata della libertà personale) del Patto internazionale sui diritti civili e politici in relazione alle condizioni detentive di Alfredo Cospito».
In seguito al pronunciamento della Corte, il 25 febbraio scorso, l’anarchico ha rinnovato la propria determinazione nel portare avanti il suo sciopero della fame, dichiarando che questa volta è sua intenzione andare in fondo e morire «presto» in carcere.
Nonostante l’intervento delle Nazioni Unite, ribadiscono il legale di Cospito e il professore Manconi «Nessuna iniziativa è stata assunta dal ministro della Giustizia per revocare o quantomeno migliorare la condizione detentiva di Cospito. Rappresenterebbe un grave precedente se la decisione adottata dal Comitato rimanesse lettera morta, se l’Italia emulasse l’indifferenza dimostrata per l’Onu dai regimi autocratici».
(da agenzie)
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Marzo 2nd, 2023 Riccardo Fucile
“FRONTEX È UN’ISTITUZIONE EUROPEA NATA A DIFESA DEI CONFINI. QUANDO È APPARSA, SI PENSÒ DI DARLE COME REFERENTE LA GUARDIA DI FINANZA, UN CORPO CHE NON SI OCCUPA DI SOCCORSO, MA DI POLIZIA. È LO SNATURAMENTO DELLA CULTURA MARINARA”
«È cambiato tutto, e in breve tempo. Un tempo andavamo a salvare la
gente e potevamo vantarcene, eravamo ripagati solo da questo, adesso c’è una gravissima menomazione di chi per anni nella Guardia costiera ha svolto questo compito».
Vittorio Alessandro, ex portavoce del Comando generale della Capitaneria di Porto, ufficiale con lunga esperienza a Lampedusa, oggi fa parte del “Comitato per il diritto al soccorso”.
Cos’è cambiato e da quando?
«È cambiato da quando – diciamo dall’epoca del ministro Minniti e poi dall’avvio dei decreti sicurezza – la tendenza è stata quella di portare sul mare quello che è un problema di terra, la difesa dei confini. In mare non si fanno selezioni, in mare non si fanno attività di polizia, perché queste attività possono essere pericolose. Frontex è un’istituzione europea nata a difesa dei confini. Quando è apparsa sulla scena, si pensò di darle come referente nazionale la Guardia di finanzia, cioè un Corpo che non si occupa di soccorso, ma di polizia. È lo snaturamento della cultura marinara, per cui il soccorso recede di fronte alle esigenze di polizia. Ma la Guardia costiera ha un’altra storia…».
Possibile che la Guardia costiera non fosse al corrente fino a disastro avvenuto?
«Conoscendo non solo i metodi, i protocolli della Guardia costiera, ma anche l’impegno che versa alla causa del soccorso, mi sono fatto l’idea che non sia stata chiamata in causa. La vicenda è stata assolta da altri, con finalità che non riguardavano il soccorso. L’andazzo è questo, prevale l’idea di portare avanti un’operazione di polizia. Si è instaurata questa mentalità, che ha prodotto questo effetto e altri ne produrrà».
(da La Stampa)
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