Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DEL SENATO SI È COSTRUITO UNA “TRUPPA” DI RISERVA NEL CASO I PROGETTI DELLA MELONI INIZINO A ZOPPICARE: INVITA LA DUCETTA AD ASCOLTARE GIANNI LETTA E HA SCONGELATO BISIGNANI
Lui, confida sorridendo, si meraviglia di chi si meraviglia. “Perché lo avevo detto, in fondo”. Innegabile. Che sarebbe stato un presidente del Senato un po’ unconventional, ecco, Ignazio La Russa lo aveva detto fin dall’inizio. Politico, dunque. Politicissimo, anzi. E lo dimostra il suo attivismo cauto e ostentato al tempo stesso sulle nomine; e lo testimonia, perfino, il cambio degli assetti dentro Forza Italia. Su cui La Russa ha avuto il suo ruolo.
Del resto, si era reso protagonista di un estremo tentativo di mediazione con Arcore, quando ormai a Via della Scrofa davano per irrimediabilmente compromessi i rapporti tra il Cav. e la premier.
“Fammi fare ancora un tentativo, Giorgia”. Di lì è nata una stagione della distensione che s’è concretizzata prima nel ritiro della costituzione di parte civile da parte di Palazzo Chigi nei processi in cui era coinvolto Berlusconi, e poi altro che si dovrà ancora disvelare, di più decisivo e riservato.
E lui, dallo scranno più alto di Palazzo Madama, questa sua passione per la politica può esercitarla come da un piedistallo privilegiato: compiendo cioè scorribande nella polemica di giornata salvo poi subito invocare l’immunità presidenziale, l’extraterritorialità del suo ufficio.
“Refugium peccatorum”, lo chiama lui quel suo dorato cantuccio al terzo piano di Palazzo Madama, lo stesso davanti al quale è stato avvistato, giovedì pomeriggio, Giancarlo Giorgetti, al termine del suo question time sul Mes.
Di certo c’è che pure sulla partita più delicata del momento, e cioè quella delle nomine, La Russa dice la sua. Perché è vero che nel sancta sanctorum meloniano, quello più intimo e più prestigioso, La Russa non ha accesso. Non pienamente, almeno, ché i suoi rapporti con Francesco Lollobrigida, quando si parla di nomi e di partecipate, non sono sempre felicissimi.
E però lì, stando sulla soglia, il presidente del Senato costruisce una sorta di truppa di riserva, di piano alternativo pronto a essere preso in considerazione non appena i progetti di Meloni e dei suoi iniziano a zoppicare. (In questo trovandosi davvero in sintonia con Giorgetti: pure lui tagliato fuori dalle riunioni di partito sulle nomine, pure lui costretto a saperle dai giornali, certe presunte trovate di Alberto Bagnai e Andrea Paganella, e però pure lui convinto che, al dunque, bisognerà passare dalle sue mani, dalla sua scrivania, per trovare l’intesa.)
Del resto è stato lui, La Russa, a suggerire a Meloni di non ignorarli, i consigli di Gianni Letta, ché quando c’è da trattare, l’ex sottosegretario è certamente più affidabile, più attento alla grammatica istituzionale, di altri possibili mediatori azzurri. Pure Luigi Bisignani, a quanto pare, è da La Russa che ha ottenuto il lasciapassare per incontrare Meloni a Palazzo Chigi, ed essere riammesso al gioco grande.
(da Il Foglio)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
TRA AUTOGRAFI E SELFIE, SPUNTA L’IMMANCABILE SCOLARESCA CHE, “DAVANTI ALL’F35, SVENTOLA LE BANDIERINE E SCANDISCE ME-LO-NI, ME-LO-NI (LEI RICAMBIA MANDANDO BACI CON LE MANI)”
“Eh, ma io devo dirle una cosa importante”. “E perche’ quel
signore l’autografo ha potuto farlo e io no?”. “Un attimo solo, un selfie e me ne vado. Prometto”.
Quando i cronisti attraversano i capannelli di folla che assediano i leader politici ascoltano e vedono ripetersi sempre la stessa scena – mentre devono a loro volta provare a farsi strada nel muro di scorte e security aggiuntive, sia pure per altri motivi, e magari cercando di dare meno nell’occhio – proprio come e’ accaduto oggi a piazza del Popolo all’Air Force Experience.
Rapido conciliabolo (andiamo, ma no torniamo un’altra volta, ma perche’? siamo gia’ qui) e alla fine passa la linea Meloni: conclusa la cerimonia alla Terrazza del Pincio, si scende anche in piazza del Popolo, dove si trova il ‘villaggio’ allestito per i cento anni dell’Aeronautica Militare.
Ecco, solo viene respinta l’idea di andare a piedi, momento aggiuntivo di ‘decompressione’ – e meno complicato, in apparenza, rispetto allo spostamento del corteo di auto – che non sarebbe dispiaciuto a Meloni. E cosi’, protocollo da reinventare letteralmente al volo, ed ecco tutti in piazza, colonizzata da migliaia di persone che fanno la fila per vedere aerei ed elicotteri, e per salire in cabina di pilotaggio.
Proprio quello che fa anche Meloni, oggi dunque in versione ‘presidente pilota’ come si potrebbe dire sulla scia della formula coniata a suo tempo da Silvio Berlusconi, e rinverdita di recente dalla stessa leader FdI.
Dopo aver assistito, naso all’insu’, insieme alle altre autorita’ dello Stato, Sergio Mattarella in testa, al passaggio di oltre settanta tra aerei e elicotteri, il presidente del Consiglio guadagna la scaletta di quelli a terra ed entra nell’abitacolo di un F35, di un Eurofighter, e di un elicottero HH139, a bordo del quale – per un’evidente questione di corporatura – puo’ stavolta unirsi anche il ministro della Difesa, Guido Crosetto, che l’accompagna per tutto il giro come ‘padrone di casa’.
Quando i curiosi che affollano l’area si accorgono del fuori programma si scatena appunto una corsa alla foto, all’autografo. Scatenata la scolaresca che, davanti all’F35, sventola le bandierine e scandisce Me-lo-ni, Me-lo-ni (lei ricambia mandando dal cockpit baci con le mani) come ormai e’ consuetudine nella ‘Repubblica pop’ dove si mescolano consenso e emozione del contatto con i volti resi familiari da media tradizionali e social. A un certo punto. Meloni entra nelle ‘bolle’ dedicate alla storia dell’Aeronautica a oggi e lascia la piazza da li’, mentre la voce comincia a spargersi e a richiamare altri curiosi.
A chi le chiedeva della reazione festante della scolaresca, Meloni ha detto che “vedere tutti questi bambini con le bandierine tricolore e’ fantastico, vivaddio riusciamo ancora a trasferire il sentimento della patria”. Ai militari che l’hanno accompagnata tra gli stand ha detto che “l’Aeronautica e’ innovazione, gioventu’ e storia, e’ uno dei grandi fiori all’occhiello di questa nazione, una grande ambasciatrice della nostra credibilita’, del nostro coraggio, della nostra serieta’ e della nostra umanita’”. “La patria non esiste senza il vostro lavoro, la dedizione, la disponibilita’ al sacrificio, l’umanita’, senza valori che si rischiano di perdere e che, ringraziando Dio, noi non perdiamo, grazie soprattutto al lavoro che fanno questi uomini e queste donne”, ha detto ancora il presidente del Consiglio.
(agenzia AGI)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
CONFERMATO IL NO ALL’ESTRADIZIONE… REAZIONI DIVERSE TRA I FAMILIARI DELLE VITTIME
Restano in Francia i 10 terroristi italiani coinvolti nell’operazione di due anni fa denominata «Ombre rosse». La Cassazione francese ha confermato il rifiuto della Francia all’estradizione l’ex militante di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani, già condannato in Italia per essere stato tra i mandanti dell’omicidio del commissario Calabresi a Milano.
Le domande di estradizione riguardavano poi gli ex Br Giovanni Alimonti, Roberta Cappelli, Marina Petrella, Sergio Tornaghi, Maurizio Di Marzio ed Enzo Calvitti, l’ex militante di Autonomia Operaia Raffaele Ventura, l’ex militante dei Proletari armati Luigi Bergamin e l’ex membro dei Nuclei armati contropotere territoriale, Narciso Manenti, condannato all’ergastolo per l’omicidio del carabiniere Giuseppe Gurrieri nel 1979.
Il precedente no all’estradizione
Il rifiuto di accogliere il ricorso alla Corte di Cassazione sull’estradizione era atteso. In precedenza, il 29 giugno 2022, il tribunale francese aveva negato l’estradizione chiesta dall’Italia.
La presidente della Chambre de l’Instruction aveva motivato il no all’estradizione con il «diritto a un processo equo» e il «rispetto della vita privata e familiare», come garantito dagli articoli 6 e 8 della Convenzione europea dei diritti dell’uomo.
Il presidente francese Macron, il giorno dopo la sentenza del giugno 2022, aveva dichiarato che «quelle persone, coinvolte in reati di sangue, meritano di essere giudicate in Italia». Dopo le parole del presidente francese, il procuratore generale della Corte d’appello di Parigi, Rémy Heitz, in rappresentanza dell’esecutivo, aveva presentato un ricorso alla Corte di Cassazione, ritenendo necessario appurare se gli ex terroristi condannati in Italia in contumacia beneficeranno o meno di un nuovo processo se la Francia li avrebbe estradati. Lo stesso procuratore contestava la decisione del tribunale sulla presunta violazione della vita privata e familiare degli imputati.
Chi sono i dieci ex terroristi italiani a cui la Francia ha negato l’estradizione
Tra gli ex terroristi a cui la Francia ha negato l’estradizione c’è l’ex militante di Lotta Continua Giorgio Pietrostefani, già condannato in Italia per essere stato tra i mandanti dell’omicidio del commissario Luigi Calabresi a Milano.
Tra i 10 ex terroristi c’è anche l’ex Br Giovanni Alimonti, accusato del tentato omicidio di un vicedirigente della Digos e condannato a 11 anni per banda armata e associazione terroristica.
Negata l’estradizione anche all’ex Br Roberta Cappelli, condanna all’ergastolo per associazione con finalità di terrorismo, concorso in rapina aggravata, concorso in omicidio aggravato, attentato all’incolumità.
Tra i 10 ci sono anche altri quattro ex terroristi delle Brigate rosse: Marina Petrella (condannata per l’omicidio del generale Galvaligi), Sergio Tornaghi (ondannato all’ergastolo per l’omicidio di Renato Briano, direttore generale della Ercole Marelli), Maurizio Di Marzio (condannato a 5 anni per tentato sequestro dell’ex dirigente della Digos di Roma, Nicola Simone, e il suo nome è legato anche all’attentato del 1981 al dirigente dell’ufficio provinciale del collocamento di Roma Enzo Retrosi) ed Enzo Calvitti (condannato a 18 anni, 7 mesi e 25 giorni, oltre che a 4 anni di libertà vigilata per i reati di associazione sovversiva, banda armata, associazione con finalità di terrorismo, ricettazione di armi).
Negata per la seconda volta l’estradizione anche all’ex militante di Autonomia Operaia Raffaele Ventura, condannato a 20 anni per concorso morale nell’omicidio a Milano del vicebrigadiere Antonio Custra, così come all’ex militante dei Proletari armati per il comunismo (Pac) Luigi Bergamin, condannato a 25 anni per associazione sovversiva, banda armata e concorso in omicidio.
Tra i 10 ex terroristi che non verranno estradati in Italia c’è anche l’ex membro dei Nuclei armati contropotere territoriale, Narciso Manenti, condannato all’ergastolo per l’omicidio del carabiniere Giuseppe Gurrieri nel 1979.
Alberto Cataldo, il figlio di Francesco, maresciallo ucciso a Milano dalle Br il 20 aprile 1978, trova giusta la sentenza della Cassazione francese. «Ormai sono passati più di 47 anni, la pena in sé mi interessa fino a un certo punto», dice sottolineando che l’obiettivo è quello di restituire verità sulle vicende. «La vera partita non è l’estradizione quanto misurare se queste dieci persone daranno un contributo per capire quanto è successo in quegli anni», ha detto.
Non sono d’accordo, invece, Mario Calabresi, che ha espresso la sua amarezza, Roberto Della Rocca, uno dei sopravvissuti agli attentati delle Brigate rosse. «È una vergogna che non ha fondamento giuridico. Io e la mia associazione facciamo appello al ministro Nordio affinché la giustizia italiana intervenga. E chiedo alla Francia: se fosse successa la stessa cosa al contrario con le vittime del Bataclan?».
(da agenzie)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
ECCO I MOTIVI, LE STORIE DI CHI CI LAVORA
Il corriere si fa male durante il lavoro? «Evitiamo di chiamare
l’ambulanza. Facciamolo portare in ospedale da una persona di fiducia». Questo è una delle storie che emergono dai verbali dei lavoratori di Brt (ex Bartolini), storica azienda di spedizioni italiani.
Un colosso della logistica che è finito in amministrazione giudiziaria per un anno. La decisione l’ha presa la sezione Misure di prevenzione del Tribunale di Milano presieduta da Fabio Roia. E fa il paio con quella per Geodis, che per un anno dovrà restare in amministrazione controllata.
Le due aziende sono di proprietà di due gruppi francesi. E avevano subito negli scorsi mesi sequestri per 126 milioni di euro. Sotto accusa la gestione dei cosiddetti “serbatoi di manodopera”. Ovvero dei lavoratori messi a disposizione, senza tutele, da società intermediarie e cooperative per le due grandi aziende.
Le coop
Le verifiche della Procura (il pm è Storari) solo sul fronte di Brt riguardano «controlli di transumanza». Ovvero il passaggio da una cooperativa all’altra in rapporti con l’azienda, su quasi 3mila fornitori di manodopera per una forza lavoro in totale di 26.105 autisti.
Nel provvedimento dei giudici (Rispoli-Cernuto-Spagnuolo Vigorita) si riassumono le dichiarazioni di decine di lavoratori. Che raccontano storie incredibili.
Non avevano diritto a visite mediche né a corsi di formazione. E dovevano contribuire a volte per comprarsi anche il furgone. Passavano da una cooperativa all’altra perdendoogni diritto di carattere economico come gli scatti di anzianità. Non venivano pagati durante le ferie e non avevano la tredicesima. Mentre il versamento dello stipendio, hanno raccontato, veniva qualificato «come ‘trasferta Italia’ in modo da evitare il pagamento dei contributi».
In alcuni casi le aziende pagavano i lavoratori solo a cottimo. E poi c’era il Caporale dei Caporali che sceglieva i capi delle cooperative «su base etnica».
Il sindacalista
Il sistema, spiega il tribunale, va avanti almeno da dieci anni. E «ha consentito a Brt di risparmiare a tutto detrimento dei lavoratori e dell’Erario» 100 milioni di euro all’anno.
Un sindacalista che ha detto di aver subito anche un tentativo di corruzione ha messo a verbale che «quella attuata da Brt deve essere considerata una chiara forma di intermediazione e interposizione di manodopera. Poiché tutti gli autisti delle società fornitrici di Brt, anche i cosiddetti finti padroncini o ibridi dipendono direttamente da Brt».
Il teste ha riferito che «si assiste a un forma di sfruttamento di questa tipologia atipica di lavoratori». E che ci sono «corrieri che lavorano da più di vent’anni presso le filiali Brt, seppure questa circostanza non sia mai stata certificata». Ma devono accettare turni massacranti. «La maggior parte – si legge nel verbale – non sono di nazionalità italiana e sono soggetti in difficoltà economica».
L’amministratore delegato
Durante l’interrogatorio di garanzia l’amministratore delegato di Brt Costantino Dalmazio Manti (indagato insieme al presidente Giorgio Bartolini) ha ammesso di aver ricevuto denaro dal 2016 al 2022 da fornitori per farli lavorare. Si parla di un milione di euro.
Un consulente giuslavorista di Brt ha detto che gli appalti avevano una gestione opaca. E ha parlato di 200 mila euro incassati da Manti e girati alla moglie. Ieri in una nota la società ha fatto sapere di aver già «iniziato molteplici investigazioni interne volte ad analizzare alcune situazioni critiche». E che l’8 febbraio 2023 ha rimosso dalla carica Manti. Sostituendolo con Mathieu Wintgens, presidente del Cda.
I subappalti
Il sistema di società subappaltatrici, racconta oggi La Stampa, prevede sigle fantasma che poi spariscono. E che sono inafferrabili per i lavoratori ma anche per i sindacati. I lavoratori raccontano che i loro capi non si fanno mai sentire, dovrebbero fare visite annuali che però saltano e non hanno nemmeno l’assicurazione medica. Sulla base di accordi individuali le aziende della logistica si sono accordate con tanti “finti padroncini”. Gli accordi prevedono l’acquisizione del mezzo dall’azienda e la detrazione delle rate del veicolo e dell’assicurazione. Oltre alle riparazioni e al costo del carburante. Alla fine per portare a casa un guadagno dignitoso a fine mese tutti si sottopongono a turni massacranti e vengono pagati a cottimo.
(da Open)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
LA PASSERELLA A CUTRO CON MINISTRI CHE NON VOGLIONO ASPETTARE LA CONFERENZA STAMPA, VOLI DI STATO CHE VANNO E VENGONO, SALVINI CHE CHIEDE UN FALCON DI STATO PER ANDARE A MILANO DALLA FIDANZATA INVECE CHE A ROMA… E NESSUNO CHE VADA A RENDERE OMAGGIO ALLE VITTIME
Il brusìo comincia subito, appena finito il Consiglio dei ministri. Sono le 17:39 del 9 marzo, il governo presieduto da Giorgia Meloni è venuto in trasferta a Cutro, il paese della costa calabrese dove una barca carica di migranti ha lasciato sulla spiaggia 91 morti. Su quel naufragio senza soccorsi in mare, ora indaga la Procura di Crotone. Ma la politica, quel giorno, si sente in dovere di “dare un segnale concreto della nostra attenzione”, celebrando un Cdm sul luogo della tragedia.
Una passerella, si è detto. Uno show concluso con la celeberrima conferenza stampa in cui la premier battibecca nervosa con i giornalisti che la accusano di non essersi preparata a dovere. Date sbagliate, errori marchiani nella ricostruzione. Eppure lo spettacolo vero, in quei momenti, va in scena dietro le quinte.
Il brusìo, dicevamo, comincia subito dopo la fine della riunione di governo. I ministri, che sono atterrati a Crotone un paio d’ore prima, hanno già fretta di tornare a casa. Non a Roma, vedremo poi. A casa. Hanno fretta e soprattutto non hanno voglia di aspettare la conferenza stampa che – con sei ministri partecipanti e uno stuolo di cronisti inviati a far domande – rischia di andare per le lunghe. Durerà 75 minuti.
Ma i ministri rumoreggiano ancora prima di saperlo. E per il tramite della fidata segretaria della premier, Patrizia Scurti, fanno arrivare il messaggio che è ora di ripartire.
La gestione di una trasferta del genere, come ovvio, non è cosa semplice. Una ventina di membri dell’esecutivo che si spostano contemporaneamente implica un’organizzazione meticolosa, a cominciare dalle questioni che riguardano la sicurezza.
Da Roma sono partiti quasi tutti a bordo dell’Airbus di governo. La premier invece li ha raggiunti insieme ai vice, con il Falcon da 16 posti. All’aeroporto di Crotone, la squadra di Palazzo Chigi viene trasportata nel centro di Cutro in minivan. Il corteo presidenziale è già abbastanza folto e i ministri che speravano di viaggiare sulle berlina della scorta personale – almeno tre macchine erano state fatte muovere appositamente per questo – devono accontentarsi, non senza rimostranze, del passaggio di gruppo.
All’arrivo nella sede del comune calabrese, la scorta della presidente del Consiglio resta parcheggiata in piazza Municipio, mentre i pulmini che devono trasportare i ministri vengono fatti spostare in uno spazio adiacente. Tanto, secondo i piani, saranno gli ultimi a partire.
Invece, dovranno presto fare manovra per lasciare Cutro e percorrere i 15 minuti in direzione dello scalo Pitagora, dove li attende l’Airbus pronto a decollare un’altra volta, carico dei ministri che ritengono di aver già sufficientemente dato “segnale concreto” della loro attenzione.
Elisabetta Casellati, a dire il vero, avrebbe voluto fare almeno il viaggio di ritorno sul più nobile Falcon: si era già seduta in prima fila alla conferenza stampa, disposta perfino ad attendere la fine, quando l’hanno avvertita che la stavano aspettando per ripartire insieme gli altri.
D’altronde, la ministra delle Riforme contava su una certezza: sul Falcon di Meloni, alla fine della conferenza stampa, sarebbe rimasto libero il posto di Matteo Salvini.
Già, perché nel frattempo, il ministro delle Infrastrutture, che proprio quel giovedì compie 50 anni, ha fatto spiccare il volo da Roma a un altro Falcon, questa volta da dirottare verso Milano. Vuole tornare subito a casa, Salvini: il giorno dopo ha in programma un weekend con la fidanzata Francesca Verdini, che invece gli ha organizzato a sorpresa una festa – ricorderete il karaoke e la tragica Canzone di Marinella – cui ha invitato mezzo governo. Fatto sta che decide di evitarsi la perdita di tempo di ripassare da Roma per poi risalire lo Stivale. Chiama l’aereo e vola dritto al Nord, non senza dare un passaggio ad altri tre ministri diretti a Milano: Annamaria Bernini, Roberto Calderoli e Giuseppe Valditara.
Sul Falcon con la premier, quindi, restano gli altri ministri che hanno partecipato alla conferenza stampa: Antonio Tajani, Carlo Nordio, Matteo Piantedosi, Francesco Lollobrigida e il sottosegretario Alfredo Mantovano. Non c’è spazio per una parte dello staff, che a quel punto è costretto ad assecondare le volontà del segretario della Lega: i malcapitati salgono sull’aereo chiamato da Salvini, arrivano a Milano e poi tornano a Roma a notte fonda.
I loro posti erano sull’Airbus, che però è partito da più di un’ora, per la furia dei ministri. Che a Cutro hanno resistito un centinaio di minuti. Indimenticabili, questo sì.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
LE IMPRESE HANNO AVANZATO IL TRIPLO DI RICHIESTE RISPETTO AI POSTI DISPONIBILI
L’Italia ha bisogno di migranti. È l’unica grande verità che
emerge dalla giornata di ieri, in cui si è aperto e chiuso in meno di un’ora il clickday per le quote del decreto Flussi approvato a fine anno dal governo Meloni. A lamentarsi sono le imprese e le associazioni: segnalano un bisogno maggiore di manodopera che – con ogni probabilità – rimarrà inevaso. Troppo pochi 82mila posti, a fronte di un numero di domande tre volte superiore. Tutto nella prima ora di apertura della piattaforma: la richiesta, perciò, potrebbe essere ancora più ampia. Il dato del Viminale – nella prima ora con l’immediato overbooking – segnala 238.335 domande a fronte di 82.705 quote previste dal decreto. A fine giornata erano oltre 240mila.
È scattata immediatamente la protesta da parte di Coldiretti: “Nelle campagne con l’arrivo della primavera c’è bisogno di almeno 100mila lavoratori per colmare la mancanza di manodopera – ha detto il presidente Ettore Prandini – è una necessità da affrontare con un decreto flussi aggiuntivo, previsto peraltro dalla legge”.
Protestano anche i rappresentanti di colf e badanti: “Nessun clickday oggi per le famiglie datrici di lavoro domestico, rimaste ingiustamente escluse a causa di una mancata programmazione che va avanti da oltre 12 anni e che sta rendendo figure come colf e badanti irreperibili sul mercato del lavoro – ha attaccato Andrea Zini, presidente di Assindatcolf – Al governo e al ministro Calderone chiediamo di allargare le maglie del decreto flussi, prevedendo quote anche per il settore domestico. Per soddisfare le esigenze delle famiglie servirebbero 23mila nuovi lavoratori non comunitari l’anno, 68 mila nel triennio 2023-2025”.
(da Fanpage)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
“GUERRA AI POVERI IN NOME DI UN NEOLIBERIRISMO SELVAGGIO, FAVORI AGLI EVASORI, DEMONIZZAZIONE DEI MIGRANTI, RIMOZIONE DELLA STORIA”
Donatella Di Cesare, professoressa di Filosofia teoretica all’Università La Sapienza di Roma, ritiene che questo governo Meloni, dai diritti al Green deal, ci stia facendo fare passi indietro?
“Io direi che ormai non c’è quasi più un ambito in cui questo governo non ci faccia fare passi indietro. E non solo passi indietro ma anche direi passi avanti verso uno scenario inquietante. Credo non si tratti solo di una questione di diritti civili o di diritti umani di alcuni che vengono messi in discussione. È evidente che si tratti di una sorta di progetto politico. Ci sono situazioni in cui l’azione politica si concentra su alcuni casi singoli – penso tra le altre cose alla cancellazione del reato di tortura – ma è chiaro che dobbiamo considerare queste mosse non come casi singoli ma appunto come frutto di un progetto politico. Anche quest’ultima mossa, ovvero la cancellazione del reato di tortura la dice lunga. Non è solo un passo indietro. Chi è che ha paura di questo reato, perché mai bisognerebbe cancellarlo?”.
Dai diritti dei figli delle coppie dello stesso sesso ai diritti delle madri detenute.
“A proposito dei diritti delle madri detenute, quello che mi colpisce è questo accanirsi contro quelli che in genere non solo sono a rischio discriminazione ma sono oggettivamente più deboli. I figli di madri detenute sono casi di numero limitato ma emblematici di un governo che anziché affrontare i problemi davvero drammatici – perché viviamo in uno scenario drammatico – introduce ormai ogni giorno provvedimenti per noi scandalosi che colpiscono le persone più discriminate ma anche più fragili da tutti i punti di vista: giuridico, sociale e via dicendo. E questo va inserito all’interno di un progetto politico. Si spiega con un’incapacità ad affrontare i problemi politici ma anche con un modo di governare attraverso la paura, indicando pericoli che sono poi inesistenti”.
Poi c’è il tema dei migranti
“I migranti sono la grande questione del momento, che richiederebbe davvero capacità politica. Pensiamo a quello che potrebbe avvenire in Tunisia. Queste forze politiche che sono al governo sono quelle che hanno fatto la loro fortuna attraverso la propaganda e adesso che devono governare rivelano la loro incapacità politica. Non riescono a gestire il fenomeno, ad avere visione politica. L’unica cosa che avevano fatto fino a ieri era la propaganda e adesso continuano o con la propaganda o facendo morire la gente in mare o nel disorientamento più assoluto. Di fronte a un evento a mio avviso fuori dall’ordinario che potrebbe assumere tratti ancora più rischiosi e più impegnativi di quelli attuali – com’è quello che arriva dalla Tunisia – servirebbe un governo davvero capace di farsi sentire, di trattare in Europa, di affrontare il problema come si deve. E invece chi ci governa manifesta un’assoluta incapacità”.
Dal no alla direttiva sulle case sostenibili al no allo stop ai motori tradizionali dal 2035, questo governo resiste al Green deal
“Quello che scorgo è da una parte un’incapacità di fondo dall’altra una cecità sistematica, il non voler vedere i problemi che ci sono, le grandi questioni, le sfide. Il Green deal è anche una sfida politica e invece di affrontarla si preferisce rinserrarsi, riproponendo politiche che già erano retrive anni fa, attraverso la cancellazione di quello che era stato compiuto invece in quella direzione”.
Dal no al salario minimo alle picconate date al Reddito di cittadinanza
“In tema di Welfare quello che emerge è una sorta di neoliberalismo selvaggio, che fa ancora più effetto perché riproposto in questo scenario attuale drammatico con tutte le conseguenze e le ripercussioni che ci sono in Italia per via della guerra, a cominciare dall’inflazione. E insieme una sorta di darwinismo sociale, il dire cioè ‘noi non forniamo nessuna protezione, chi ce la fa ce la fa e per il resto va bene così’. Credo che in questi ultimi giorni sia evidente l’intenzione ormai di questo governo da una parte di appoggiare, sostenere e promuovere perfino, gli evasori fiscali e dall’altra parte appunto lasciare indietro completamente chi andrebbe sostenuto. Perciò parlavo in questo senso di darwinismo sociale. Mai avremmo immaginato nel 2023, in uno scenario così problematico e devastato dalla guerra, scelte così sconsiderate”.
Autonomia differenziata
“L’Autonomia differenziata del governo è la rimozione del Sud e dei suoi problemi oltre ad essere anche un po’ una presa in giro. Si raccontano le favole, come quella del Ponte sullo Stretto quando sappiamo quali sono le condizioni delle strade e delle ferrovie in Calabria. Penso a tutta la parte Jonica, per esempio. Da una parte dunque si raccontano le favole, dall’altra si rimuove il Sud con i suoi problemi. Se dovesse passare sarebbe davvero una divisione del Paese senza ritorno”.
Ricordando le vittime dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, la premier ha parlato di 335 italiani innocenti massacrati solo perché italiani. Omettendo di dire che erano ebrei e antifascisti. Siamo di fronte a un processo di rimozione?
“Credo ci sia qualcosa di molto più grave. Io non faccio parte di quelli che dicono: ma come non vi ricordate la storia? Ignorate la storia? Per me non si tratta di rimozione o ignoranza, ma anche in questo caso è frutto di un’intenzione precisa. Il modo di parlare delle Fosse Ardeatine… dire che si è trattato di ‘italiani’ è obiettivamente il tentativo di fare una narrazione pubblica di quello che è avvenuto in modo diverso per, evidentemente, scagionare il fascismo, per dare una visione molto più edulcorata del fascismo. Cosa che purtroppo sta avvenendo. Ogni giorno ci istillano goccia per goccia un po’ di nazionalismo, ogni giorno sdoganano il fascismo. Siamo di fronte a qualcosa di molto più grave della semplice rimozione. C’è invece l’intenzione di raccontare diversamente, con toni diversi e con una prospettiva diversa, quello che è avvenuto. E questo è gravissimo”.
(da La Notizia)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
C’E’ LA MANO DEI SERVIZI SEGRETI RUSSI, MA QUALCHE AUTORITA’ ITALIANA E’ COINVOLTA?… L’ALLARME SCATTATO IN RITARDO E I CARABINIERI CHE ARRIVANO SOLO UN’ORA DOPO DALLA FUGA
A quasi una settimana dalla fuga da Bosco Vione di Basiglio
del manager, figlio del governatore di una regione siberiana, gli investigatori parlano quasi con certezza di una trama raffinata «di ruoli e compiti precisi»
Una spystory che dal Parco Sud di Milano arriva direttamente in Russia. A quasi una settimana dalla fuga da Bosco Vione di Basiglio dell’imprenditore russo Artem Uss, figlio del governatore di una regione siberiana, ora gli investigatori sostengono sempre di più l’ipotesi di una rete strutturata di uomini, servizi segreti e numerosi complici, che avrebbero messo in atto un raffinato piano di evasione.
«Un blitz chirurgico» spiegano gli inquirenti, che ora affermano quasi con certezza un ruolo decisivo dei servizi segreti del Cremlino. Artem Uss sarebbe già all’estero, ma l’identità di chi a Milano lo abbia aiutato potrebbe essere svelata molto presto. Lo scorso 17 ottobre l’imprenditore era stato fermato a Malpensa su mandato d’arresto internazionale dell’autorità giudiziaria di New York. Si trovava ai domiciliari nella sua casa a Basiglio, in provincia di Milano, in attesa della sentenza della Corte d’Appello.
L’estradizione e la scomparsa
Il 21 marzo scorso è stata poi concessa l’estradizione negli Stati Uniti, ma il cittadino russo ha fatto perdere completamente le sue tracce. Gli investigatori che lavorano senza sosta per cercarlo ricostruiscono di ora in ora una rete complessa di complici, «con ruoli e compiti ben precisi», che avrebbe messo in atto per conto del manager «un piano organizzato nei minimi dettagli». Già lo scorso ottobre, all’epoca dell’arresto di Uss, il portavoce di Putin, Dmitry Peskov, aveva pronunciato frasi che oggi sembrano piuttosto profetiche: «Le missioni diplomatiche russe faranno del loro meglio per proteggere gli interessi di Uss», aveva detto.
A fine novembre Artem Uss viene scarcerato dai giudici della quinta sezione della Corte d’Appello su richiesta dei legali italiani Vinicio Nardo e Fabio De Matteis. I giudici gli concedono i domiciliari con braccialetto elettronico in un appartamento che la moglie Maria Yagodina affitta per lui a Basiglio. Poi la storia dell’estradizione concessa e la sparizione.
Le armi da guerra
Sull’inchiesta coordinata dal pm Giovanni Tarzia c’è anche l’attenzione del procuratore Marcello Viola, capo del pool antiterrorismo che poche ore fa ha avuto un incontro con le autorità statunitensi: questo anche per le accuse mosse dagli Usa, che oltre alla violazione dell’embargo con il Venezuela, ipotizzano un ruolo attivo dell’imprenditore Artem Uss nell’acquisto di tecnologie hi-tech di guerra proprio per conto del presidente russo. Armamenti che il Cremlino utilizzerebbe nel conflitto con l’Ucraina.
L’irruzione in casa e la ricerca del telefonino
La moglie di Uss, Maria Yagodina possiede una casa nell’ex cascina Vione trasformata in un abitazione di lusso. Ma al momento dei domiciliari, l’appartamento si trovava in ristrutturazione, da qui la decisione di affidare una casa a Basiglio. Il 13 marzo 2023 la donna sparisce e torna in Russia. Pochi giorni dopo sarà Uss ad allontanarsi: intorno alle 14.00 di mercoledì 22 marzo un uomo con un’utilitaria si presenta a Basiglio inquadrato dalle telecamere di sorveglianza mentre aiuta Uss a salire nell’auto parcheggiata in un punto isolato.
Gli investigatori scopriranno che l’uomo originario dell’Est non è il reale utilizzatore della macchina. Le immagini fissano il momento preciso del prelevamento alle 14.07, ma l’allarme del braccialetto scatta con qualche minuto di ritardo. I carabinieri entreranno quasi un’ora dopo a casa di Uss dopo l’intervento dei pompieri per sfondare la porta blindata. I militari troveranno solo pochi vestiti: la certezza però è che che Uss avesse anche un telefonino, finora mai trovato, utile per parlare con la moglie e con i legali.
I conti per milioni di euro
Figlio del governatore di una regione siberiana, Artem Uss ha numerosi conti in tutto il mondo: gli inquirenti parlando di disponibilità per milioni di euro. Due le società principali intestate all’imprenditore: la Luxury sardina e la Hotel don Diego con sede fino al 2016 in piazza Cavour 3 a Milano. Gli inquirenti continuano a lavorare anche sui tabulati del telefono di Uss e sul sospetto che fosse in contatto con la sua rete di complici in Italia. Dopo essere stato prelevato, il manager avrebbe effettuato «il cambio macchina» pochi chilometri dopo, con molta probabilità per raggiungere il confine svizzero o sloveno via terra.
(da Open)
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Marzo 28th, 2023 Riccardo Fucile
SU 50 OBIETTIVI CONSEGUITI SOLO 10
Un mese per fornire chiarimenti. Poi il tempo sarà finito. Così come i rimpalli di responsabilità. Intanto il dato di fatto è che l’Unione Europea ha acceso un faro su tre diverse misure che l’Italia doveva conseguire per ottenere i 19 miliardi della terza tranche del Pnrr.
Il governo chiede a Bruxelles di spostare alcune spese dal 2026 al 2029. Ma fra l’Italia e la Commissione Europea c’è uno scontro su investimenti già deliberati e riforme da completare.
Tanto che, riporta La Stampa, un esponente dell’esecutivo riporta una previsione piuttosto fosca: «I ritardi del Piano nazionale delle riforme sono incolmabili. E non dipendono nemmeno dall’incapacità dei governi. È il sistema a non essere in grado di assorbire quel volume di investimenti».
«L’Italia non ce la fa»
L’anonimo prosegue così: «Se fossi in Giorgia Meloni convocherei una conferenza stampa, annuncerei che l’Italia non ce la fa, e chiederei all’Europa o una dilazione dei tempi, o un dimezzamento dei fondi. Dei 209 miliardi previsti ne possiamo utilizzare forse cento». Naturalmente l’idea di farsi dimezzare i fondi suona come una provocazione. Soprattutto in un paese dove i soldi per gli investimenti sono sempre mancati. E gli economisti hanno ogni volta puntato il dito sull’arretratezza del Belpaese proprio a causa di questo. Ma rimane il punto. La strada per ottenere le risorse del Pnrr è chiaramente impegnativa: l’Italia ha già ottenuto 66 miliardi nelle prime due tranche e dopo la terza dovrà raggiungere 20 milestones e 7 target entro la fine di giugno per ottenere i 16 miliardi della quarta tranche.
Secondo l’Europa siamo in ritardo sulle norme che riguardano concessioni aeroportuali, le reti di teleriscaldamento e due progetti all’interno dei Piani Urbani Integrati. Ovvero la riqualificazione dello stadio di Firenze e della creazione del Bosco dello Sport a Venezia.
Le accuse di Draghi
Proprio su questo punto ieri la nota del governo ha accusato il predecessore di Giorgia Meloni a Palazzo Chigi. Gli interventi «sono stati selezionati attraverso la procedura di gara del 30 giugno 2022», ovvero quando al governo c’era ancora Mario Draghi. Sempre il comunicato di ieri dice che con l’Ue è arrivato l’ok a prolungare di un mese la fase di assessment «per consentire ai servizi della Commissione di completare le attività tecniche di campionamento e verifica, proseguendo la proficua discussione in corso».
E la riunione del Consiglio dei ministri di oggi approverà due provvedimenti attesi a Bruxelles aspettano da tempo. Ovvero la legge annuale sulla Concorrenza (saltata nel 2022 per via delle elezioni) e la riforma del codice degli appalti. Basterà? Probabilmente no. Anche perché oggi la Corte dei Conti presenterà la sua relazione sul Pnrr alla Camera. Che si preannuncia come un bagno di sangue.
I richiami della Corte dei Conti
Perché, nota sempre La Stampa, nella relazione da 394 pagine dei magistrati contabili il termine “ritardo” compare per 65 volte; 41 sono le volte in cui si parla di “ritardi”.
Il Piano Nazionale Complementare che affianca il Pnrr ha una dotazione di circa 30,6 miliardi di euro. Che si aggiungono ai 190 di Bruxelles. 19,4 miliardi servono a finanziare 24 iniziative aggiuntive rispetto al Pnrr. Mentre i restanti 11,2 sono destinati al cofinanziamento del Piano europeo, dalla Transizione 4.0 a Ecobonus e Sismabonus. Quasi 10 miliardi (9,6 per la precisazione) sono assegnati a 13 programmi gestiti dal ministero delle Infrastrutture e dei trasporti, 6,9 a Imprese e made in Italy, 4,5 ad Ambiente e sicurezza energetica, 2,3 alla Salute, la restante quota è poi ripartita su altre amministrazioni.
10 su 50
E ancora. Su 50 obiettivi messi in programma per fine 2022 solo 10 risultavano conseguiti. Altri 23 lo erano «solo parzialmente». In due casi i ritardi risultano «recuperati». Altri 13 obiettivi non sono stati invece conseguiti. Mentre per gli ultimi 2 il ritardo risulta «non recuperato».
Il ministero delle Infrastrutture retto da Matteo Salvini guida i ritardatari. Ha conseguito (in molti casi parzialmente) 18 obiettivi su 29. È in ritardo sulle emissioni dei traghetti dello Stretto di Messina (anche se per un progetto che non fa parte del Pnrr accelera: il ponte). Ed è in ritardo sulle opere infrastrutturali per i porti. Anche il ministero delle Imprese fatica a raggiungere gli obiettivi. E la Giustizia è in ritardo sull’edilizia carceraria. Il 2023 vede invece 37 adempimenti da realizzare. 14 nel primo semestre, 23 nel secondo.
(da Open)
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