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MINENNA “PERSONALITA’ CRIMINALE”, LE ACCUSE ALL’EX CAPO DELLE DOGANE E AL LEGHISTA PINI

Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile

NELLA RETE DI COMPLICI ANCHE UN POLIZIOTTO E UN CARABINIERE

C’era una vera e propria alleanza nel segno della corruzione al cuore del rapporto tra Marcello Minenna, l’ex direttore dell’Agenzia delle Dogane, poi assessore al Bilancio col Movimento 5 Stelle al Comune di Roma e oggi assessore all’Ambiente della Regione Calabria, e Gianluca Pini, imprenditore ed ex parlamentare della Lega.
È questa l’accusa mossa dalla procura di Forlì nell’ordinanza con cui ha disposto gli arresti domiciliari per i due insieme a misure cautelari per altre 32 persone coinvolte nell’indagine relativa all’approvvigionamento illecito di mascherine nel pieno della pandemia da Covid-19. Un’inchiesta nata tre anni fa quasi per caso.
Gli investigatori di Forlì si mettono sulle tracce di Pini, diventato imprenditore dopo essere stato in Parlamento col Carroccio dal 2006 al 2018, a seguito del sequestro nel gennaio 2020 di una partita di droga proveniente dal Belgio: 28 chili di cocaina fatti filtrare da una banda di albanesi. Dalle intercettazioni emerge infatti che l’imprenditore indiziato del settore degli autotrasporti nutriva un «forte e consolidato rapporto personale e d’affari» con un ex parlamentare della Repubblica: Gianluca Pini appunto.
L’indagine
Spostando il faro su di lui, la procura di Forlì scopre così nei mesi successivi che Pini ha nel frattempo costruito «una rete di rapporti che gli ha permesso, tra l’altro, di ottenere un appalto milionario dall’Ausl Romagna per la fornitura di dispositivi medici lucrando così anche sulla crisi pandemica del 2020». Passato a tempo di record dal settore della ristorazione a quello appunto della fornitura delle introvabili mascherine chirurgiche, l’ex parlamentare ha infatti ottenuto un appalto da 3,5 milioni di euro dalla Regione Emilia-Romagna per l’approvigionamento di mascherine dalla Cina. Prive però delle necessarie certificazioni. E qui entra in gioco l’Agenzia delle Dogane diretta allora da Marcello Minenna. Ad assicurare l’aggiramento dei controlli doganali pensa direttamente lui, mettendo al servizio di Pini l’esercizio della funzione pubblica, scrive il Gip nell’ordinanza, «sia intervenendo egli stesso con gli uffici territoriali per risolvere le problematiche di Pini sia dando ordini ai suoi più stretti collaboratori, dirigenti nazionali dell’Agenzia delle Dogane, di mettersi a disposizione» dell’ex parlamentare «per risolvergli i problemi che l’imprenditore aveva in fase di sdoganamento della merce ovvero in fase di accertamenti da parte dei funzionari territoriali delle dogane». Ma perché Minenna si presta a questo gioco sporco, nei mesi burrascosi in cui dilaga la pandemia? Per la promessa di un concreto ritorno politico-professionale, secondo la procura. Pini gli avrebbe infatti garantito di accreditarlo ai vertici della Lega «in modo venisse considerato un uomo di quel partito e gli prometteva la conferma della nomina a Dg dell’Agenzia delle Dogane a seguito del cambio del governo, che effettivamente otteneva».
Il patto delittuoso e la personalità di Minenna
Resta per la verità il dilemma, come sottolinea Il Fatto Quotidiano, di come Pini potesse effettivamente provvedere a tale accreditamento, considerato che l’ex deputato era da tempo in rotta con Matteo Salvini ed era semmai rimasto un sostenitore del vecchio Carroccio a trazione settentrionale. Ma al netto di tali incognite, per la procura ciò che emerge chiaramente dalle indagini è il profilo di Minenna, disposto a tutto pur di ottenere i propri scopi. I reati ipotizzati, scrive il gip nell’ordinanza, «rappresentano espressione chiara della personalità criminale dell’indagato, il quale non ha esitato a commettere anche reati al fine di rimuovere ogni funzionario dell’Agenzia delle Dogane che intendesse contrastare la propria gestione padronale di siffatta Istituzione». Quello qui contestato nel patto corruttivo con Pini, insomma, sarebbe stato tutt’altro che un episodio isolato per l’allora direttore dell’Agenzia statale: «piuttosto, un costante modus operandi delinquenziale, ripetibile in ogni altra istituzione nella quale egli è chiamato a svolgere un ruolo di rilievo, quale è quello attuale di Assessore della Giunta regionale calabrese». In un altro avviso di garanzia recapitatogli il 31 gennaio scorso dalla procura di Roma, citato nell’atto, Minenna risulta in effetti anche accusato dei reati di violenza, minaccia e calunnia ai danni dell’Agenzia delle Dogane
La rete di Pini
Quanto alla capacità di far valere la propria posizione per avanzare il disegno illecito, d’altra parte, secondo quanto emerge dall’inchiesta lo stesso Pini non era da meno. Secondo quanto ricostruito dalla procura di Forlì, nella sua rete operativa di relazioni figuravano anche un poliziotto, un carabiniere e un dipendente della Prefettura di Ravenna. Il primo, aiutato in passato da Pini ad essere trasferito in un altro ufficio operava su richiesta accessi abusivi al sistema informativo delle forze dell’ordine per raccogliere informazioni utili sul conto di questa o quell’altra persona. «Incarico» simile a quello affidato ad un luogotenente dei carabinieri, trasferito anch’egli grazie all’aiuto di Pini. Quanto al terzo uomo, il funzionario della prefettura, secondo quanto ricostruito dai pm, avrebbe avuto un ruolo nel facilitare il rilascio del porto d’armi a un amico di Pini per sdebitarsi dall’aiuto ricevuto nel procurare un posto di lavoro a sua figlia.
(da agenzie)

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BUONA CONDOTTA

Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile

COSA AVREBBERO DOVUTO FARE I RAGAZZI DI ROVIGO CHE HANNO SPARATO ALLA PROFESSORESSA PER MERITARSI IL 7 IN CONDOTTA? FINIRLA CON UN COLPO ALLA NUCA NEL CORTILE?

Il ragazzo di Rovigo che sparò alla professoressa con una pistola ad aria compressa e il compagno che ne diffuse le gesta sui social sono stati promossi con 9 in condotta.
Chiedo scusa per la sfacciataggine della domanda, ma che cosa avrebbero dovuto farle per meritarsi non dico 7, ma almeno 8? Appenderla al lampadario per le orecchie, oppure finirla direttamente in cortile con un colpo alla nuca?
Leggo su Studenti.it che il 9 in condotta «viene attribuito agli studenti che sono generalmente corretti nei confronti di insegnanti, compagni e personale della scuola». Se ne deduce che, per il consiglio di classe, sparare dei pallini in faccia a un’insegnante con una pistola rientra tra i comportamenti «generalmente corretti».
Mi è stato spiegato che i professori non hanno abbassato troppo il voto per non rovinare la media ai due ragazzi.
E io, ingenuo, che pensavo bisognasse abbassarglielo di più proprio per rovinargliela.
Continua infatti a sfuggirmi, ma è sicuramente colpa mia, la ragione per cui sia saltato il rapporto tra la gravità di un gesto e le sue conseguenze. Il messaggio che quegli educatori stanno trasmettendo è che basta chiedere scusa e scontare una minima pena afflittiva (la nota sul registro, al limite un giorno di sospensione) per uscirne intonsi e leggeri, qualunque cosa uno abbia fatto.
Starei quasi per stupirmi, se non fosse che è lo stesso messaggio che da anni trasmette la classe politica, compresa quella parte che ieri si è indignata per il 9 in condotta.
(da Il Corriere della Sera)

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LA PROF COLPITA DAI PALLINI IN CLASSE A ROVIGO: “ALUNNI PROMOSSI E NESSUNO HA CHIESTO SCUSA, MI SPIEGHINO IL 9 IN CONDOTTA”

Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile

“NEMMENO I GENITORI SI SONO DEGNATI DI CHIEDERE SCUSA”

Maria Cristina Finatti è la professoressa di Rovigo colpita lo scorso 11 ottobre da due pallini sparati da una pistola ad aria compressa in classe. A gennaio ha denunciato i due alunni responsabili dell’accaduto. Ha atteso che la scuola prendesse provvedimenti.
Al termine dell’anno scolastico lo studente è stato promosso. Con 9 in condotta. E lei adesso è una furia: «Nessuno mi ha chiesto scusa. Ho dedicato la mia vita alla scuola. E ora mi sento emarginata». Finatti parla in un’intervista a Repubblica. Nella quale comincia raccontando prima di tutto i fatti: «Era appena iniziata la scuola e non conoscevo ancora bene gli alunni di quella prima. Ho visto subito una disposizione diversa dei banchi e me la sono segnata. Oggi dimostra che erano tutti complici».
Le palline di plastica
«Quel giorno sono stata raggiunta per due volte da palline di plastica sparate da una pistola ad aria compressa, con la seconda ho rischiato di perdere un occhio, per fortuna avevo la mascherina. Ho pianto perché non capivo cosa stesse succedendo, quando mi sono ripresa ho capito che stavano girando un video che poi è stato diffuso», prosegue Finatti nel colloquio con Vera Matrangola. E prosegue: «Prima il vicepreside mi ha messo del ghiaccio in testa, poi sono andata a casa in bicicletta. Mi ha preso un senso di abbandono che non mi ha più lasciato. Da quel giorno ho sempre sentito disagio ad andare a scuola, io che ai ragazzi ho dedicato la vita».
Sulla denuncia, dice di aver aspettato fino all’ultimo prima di farlo. E che sperava che la scuola prendesse provvedimenti. Oppure un segnale dei genitori del ragazzo. Ma non è successo nulla.
Le scuse e il ritiro della denuncia
«Le uniche scuse arrivate sono state tramite la preside, a condizione che ritirassi la denuncia! Alla fine, non volevo più sentirmi così umiliata e ho presentato esposto, denuncia e querela nei confronti di tutta la classe presso la Procura della Repubblica al Tribunale dei Minori a Venezia per lesione dolose, reiteramento del reato, interruzione al servizio di pubblica utilità e oltraggio al pubblico ufficiale», aggiunge.
A quel punto ha continuato a insegnare nell’istituto Viola Marchesini, ma in un’altra sezione. Mentre dal ministro Valditara vorrebbe sapere «quali sono stati i criteri utilizzati per dare un 9 in condotta e perché l’episodio è stato svalutato». Infine: «Posso capire che si possano fare delle bravate, ma quello che mi ha delusa e indignata è che nessuno mi ha mai chiesto scusa. Se ci fossero stati un’ammissione di colpa, un sincero pentimento, un gesto umano di empatia sarebbe stato diverso. È l’indifferenza che ti distrugge».
(da agenzie)

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IMPLOSIONE CATASTROFICA E ROTTURA DEL GUSCIO: COME SONO MORTI I PASSEGGERI DEL SOMMERGIBILE TITAN

Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile

“COME L’ESPLOSIONE DI UNA BOMBA”… LA CAMERA DI PRESSIONE E L’IPOTESI GUASTO

Un’«implosione catastrofica» ha ucciso tutti i passeggeri del sommergibile Titan. Stockton Rush, Shahzada Dawood e suo figlio Suleman, Hamish Harding e Paul-Henri Nargeolet sono morti a causa della «perdita della camera di pressione» del sottomarino. Probabilmente a causa di un guasto. E il decesso risale a questo punto a quattro giorni fa. Ovvero quando la Marina degli Stati Uniti ha registrato «un’anomalia coerente con un’implosione o un’esplosione» nelle vicinanze del sommergibile quando le comunicazioni sono state interrotte. Con un sistema di rilevamento acustico top secret che era stato progettato per individuare imbarcazioni nemiche. La conferma di OceanGate dopo la scadenza dell’ultimatum sulle ore di ossigeno ha fatto terminare le speranze. Ma come si è verificata l’implosione?
I detriti
Era stato Dale Mole, ex medico della Marina, a formulare l’ipotesi dell’implosione del sottomarino. La Guardia costiera statunitense, a capo della squadra di ricerca internazionale, aveva poi annunciato a mezzogiorno su Twitter che un «campo di detriti» era stato localizzato da un robot sottomarino telecomandato nella «zona di ricerca vicino al Titanic», la nave da crociera affondata 111 anni fa. fa al largo delle coste degli Stati Uniti e del Canada. Quelli, molto probabilmente, sono i resti del sottomarino dopo l’implosione. Poi è arrivato l’annuncio. «La Marina degli Stati Uniti ha condotto un’analisi dei dati acustici e ha rilevato un’anomalia coerente con un’implosione o un’esplosione nelle vicinanze generali di dove stava operando il sommergibile Titan quando le comunicazioni sono state interrotte», ha dichiarato un alto dirigente della Marina degli Stati Uniti al Wall Street Journal in una nota.
La camera di pressione e l’implosione
«Anche se non definitiva, questa informazione è stata immediatamente condivisa con il comandante preposto all’incidente per assistere la missione di ricerca e il salvataggio in corso», ha aggiunto. La Marina ha chiesto che il sistema specifico utilizzato non sia nominato, citando ragioni di sicurezza nazionale. Il professore di robotica marina australiano Stefan Williams ha spiegato che l’implosione forse è stata causata dalla rottura del guscio esterno del sommergibile. Si tratta di un’eventualità che somiglia a quella dell’esplosione di una bomba, secondo il docente dell’università di Sydney. «Sebbene lo scafo composito del Titan sia costruito per resistere a intense pressioni in acque profonde, qualsiasi difetto nella sua forma o costruzione potrebbe comprometterne l’integrità. E in questo caso il rischio di implosione sarebbe elevato», ha poi aggiunto.
La sicurezza
Il sommergibile Titan, lungo circa 6,5 metri, si era immerso domenica 18 giugno e avrebbe dovuto riemergere sette ore dopo. Ma il contatto è stato perso meno di due ore dopo la sua partenza. La macchina aveva un’autonomia teorica di 96 ore di ossigeno. Gli aerei canadesi P-3 avevano rilevato rumori sott’acqua, ma la loro origine non aveva a priori alcun legame con il sommergibile. Nel corso della ricerca di questa settimana sono emerse informazioni che accusano OceanGate di una possibile negligenza tecnica del dispositivo per il turismo subacqueo. Nel 2018 l’ex direttore delle operazioni marittime di OceanGate David Lochriddge ha portato in giudizio la società. E l’ha accusata di averlo licenziato perché aveva segnalato problemi di sicurezza del mezzo.
I problemi catastrofici
OceanGate ha risposto accusandolo di aver divulgato informazioni riservate. Le due parti hanno trovato un accordo nel novembre 2018. Il New York Times ha scritto che qualche mese prima della causa un gruppo di aziende dell’industria dei sommergibili aveva avvertito OceanGate sull’approccio «sperimentale» allo sviluppo del Titan. Preconizzando problemi «catastrofici» in arrivo. Dopo la polemica sul controller da pochi dollari, Doug Virnig, ex membro del team che ha contribuito allo sviluppo del Titan, ha dichiarato che l’azienda ha sempre utilizzato il maggior numero possibile di componenti facilmente reperibili sul mercato. Per risparmiare su costi e tempistiche di ricerca. Le luci interne, per esempio, erano state acquistate in un negozio di campeggio.
(da agenzie)

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COMO, CAPORALATO NEL SETTORE DELLA VIGILANZA PRIVATA: PAGA ORARIA DI 5 EURO LORDI E MINACCE

Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile

BENVENUTI NELLA PADAGNA DEL MAGNA MAGNA, DOVE 9.000 LAVORATORI VENGONO SFRUTTATI

Un’inchiesta della guardia di finanza di Como ha portato a galla violenze psicologiche, minacce, intimidazioni e stipendi da fame che sarebbero stati messi in atto in una società cooperativa che fa parte del grande gruppo Sicuritalia, considerato un leader nel mercato della sicurezza e della vigilanza privata.
I lavoratori percepivano una paga oraria di 5,37 euro lordi, nonché una retribuzione mensile di circa 930 euro lordi e 650 netti.
Il gip di Milano ha sollevato l’accusa di caporalato e ha disposto il controllo giudiziario per la società. Quest’ultima, secondo l’accusa, avrebbe sfruttato 9mila lavoratori approfittando del loro stato di necessità e con l’obiettivo di proporsi sul mercato con prezzi competitivi. Il fatturato dell’azienda è infatti raddoppiato dal 2016 ad oggi.
Secondo quanto riferiscono le fiamme gialle, «quasi la totalità dei dipendenti avrebbe dovuto accettare prestazioni straordinarie di lavoro in quantità abnorme per il raggiungimento di uno stipendio che potesse garantire un livello minimo di sopravvivenza».
Il tutto accompagnato dalla minaccia di perdere il posto di lavoro o di essere assegnati a postazioni molto lontane dal luogo di residenza o a posti con condizioni con carenze igienico-sanitarie, insalubrità o pericolosità. Il gip ha, inoltre, ritenuto necessaria la nomina di un Amministratore Giudiziario che affiancherà l’imprenditore indagato per caporalato nella gestione dell’azienda e controllerà il rispetto delle norme e delle condizioni lavorative.
(da agenzie)

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RESORT, VIP E MUCCHE AL PASCOLO

Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile

IL TURISMO FAI DA TE DI INVITALIA

Un residence extralusso pagato in buona parte dallo Stato, tramite Italia Turismo. La società controllata da Invitalia, che ancora oggi possiede otto villaggi vacanze e come raccontato nella prima puntata dell’inchiesta pubblicata da Domani ha una montagna di debiti.
Quello di Otranto, infatti, è solo un’altra goccia nel mare di sprechi che ha inghiottito oltre 86 milioni di euro negli ultimi 15 anni.
E così lo stato si ritrova a partecipare alle spese del residence senza goderne alcun vantaggio: soldi che vanno a contribuire alle uscite del residence e quindi indirettamente finanziano le vacanze dei vip.
A Stintino, in Sardegna, dove il villaggio turistico 4 stelle Le Tonnare funzionava benissimo in mano alla Pugnochiuso srl, società del gruppo Marcegaglia. Nel 2019 però Arcuri firma l’accordo con i toscani di Human Company che intendono rilevare tutto il pacchetto, a partire dal resort sardo; la storia ha l’ennesimo finale tragicomico: Italia Turismo dà lo sfratto a Marcegaglia, nel marzo 2020 Human Company si tira indietro, rinuncia all’acquisto e la gemma del tesoro di Invitalia, un villaggio turistico perfettamente funzionante fino all’anno precedente, nell’estate 2020 rimane chiuso.
«Hanno venduto la polpa e si sono tenuti l’osso. Ma tanto mica pagano i dirigenti», ride Mimmo De Santis, amministratore del complesso dei vip: Serra degli Alimini, vicino Otranto, e a due passi dalla spiaggia dove Flavio Briatore voleva costruire il Twiga salentino. Per quella vicenda De Santis, socio di Briatore, è stato condannato a tre anni e nove mesi per abuso d’ufficio mentre in un processo parallelo è finito ai domiciliari con l’accusa di corruzione e frode. Ma queste sono altre storie: l’attività principale di De Santis è l’amministratore del complesso immobiliare dei vip, in riva al mare di Otranto. «Il presidente Casini è ospite fisso, ma anche Wilma Goich. E abbiamo avuto l’ex presidente Prodi, l’ex direttore Ezio Mauro, l’ex ministro Giuliano Urbani, sportivi, cantanti… tanti passano da noi», ricorda De Santis.
SOLDI DI STATO
Un residence extralusso pagato in buona parte dallo Stato, tramite Italia Turismo. La società controllata da Invitalia, che ancora oggi possiede otto villaggi vacanze e come raccontato nella prima puntata dell’inchiesta pubblicata da Domani ha una montagna di debiti. Quello di Otranto, infatti, è solo un’altra goccia nel mare di sprechi che ha inghiottito oltre 86 milioni di euro negli ultimi 15 anni.
La storia è questa: Serra degli Alimini è un complesso in multiproprietà costruito dalla mano pubblica. Multiproprietà: significa che l’immobile è diviso in quote che corrispondono ai mesi di apertura tra diversi proprietari, che dividono anche le spese. Il problema è che le quote di possesso dei mesi buoni, cioè relativi alla stagione estiva, da giugno a settembre, sono andate via come il pane. Anzi come la polpa, per restare alla colorita metafora di De Santis. L’osso, ovvero le quote relative ad aprile, maggio e ottobre, quando il residence è deserto, è in mano a Italia Turismo che per quelle quote sostanzialmente inutili paga circa 300mila euro di oneri condominiali.
E così lo Stato si ritrova a partecipare alle spese del residence senza goderne alcun vantaggio: soldi che vanno a contribuire alle uscite del residence e quindi indirettamente finanziano le vacanze dei vip. Ma possibile che Italia Turismo non abbia pensato di affittarle o cederle? «Sì, avrebbero potuto piazzarle: ai turisti del nord Europa piacciono i mesi fuori stagione. Ma non se ne sono mai interessati: d’altronde paga lo Stato, mica pagano i dirigenti» aggiunge De Santis. La situazione è talmente priva di senso che nel 2015 Invitalia ha provato a rinunciare alle quote condominiali, ma senza successo: il tribunale civile di Lecce ha dato torto all’azienda di Stato che quindi deve continuare a pagare il salatissimo osso da 300mila euro l’anno mentre i vip si godono la polpa.
IL CASO SIMERI
In Calabria, invece, c’è chi vorrebbe sia la polpa che l’osso: due allevatori della provincia di Catanzaro, Antonio e Marcello Falbo. Alcuni anni fa hanno iniziato a far pascolare le loro mucche sul campo da golf a nove buche di proprietà di Italia Turismo affacciato sulla costa di Simeri Crichi. Campo da golf abbandonato, esattamente come il cosiddetto “Mammuzzone”, ecomostro incompiuto che sarebbe dovuto diventare un grande villaggio turistico vista mar Ionio. E dato che l’appetito vien mangiando, i due fratelli Falbo non si sono accontentati di far pascolare le mucche: prima si sono messi a coltivare il foraggio, poi sono passati al raccolto delle olive e infine hanno piantato paletti e passato il filo spinato.
Così si sono impadroniti di 30 ettari di terreno: «Era abbandonato e noi ormai lo usiamo da più di vent’anni» sostengono; ragion per cui hanno pensato bene di intentare causa ad Italia Turismo per usucapione: cioè per rivendicare il legittimo possesso di quei 30 ettari di terreno, per diventarne quindi proprietari a tutti gli effetti, con tanti saluti al campo da golf. «Il tribunale civile di Catanzaro in primo grado ci ha dato torto. Ma ha anche respinto la richiesta di Italia Turismo di restituzione dei terreni, in quanto tardiva», spiega l’avvocato Gregorio Ferrari, che assiste i due allevatori. «Abbiamo presentato ricorso, l’ultima udienza si è tenuta il 2 maggio scorso e ora dovrà esprimersi la corte d’appello di Catanzaro» conclude.
Ma come è possibile che l’azienda di stato fosse distratta a tal punto da non accorgersi che sui suoi possedimenti era cresciuto un allevamento? E come è possibile che lo stato contribuisca indirettamente a pagare le vacanze a politici e giornalisti? La risposta di Invitalia a questi e ad altri quesiti, partorita dopo una settimana di attesa, non spiega granché: «La società continua a gestire alcuni contenziosi, in gran parte ereditati dalla Insud, in fase di definitiva sistemazione», recita un’asciutta nota dell’ufficio stampa.
TURISMO A PERDERE
E forse è più azzeccata la beffarda riposta di De Santis: «Mica pagano i dirigenti». Risposta valida per la vicenda di Otranto che sembra valere anche a Catanzaro. O a Stintino, in Sardegna, dove il villaggio turistico 4 stelle Le Tonnare funzionava benissimo in mano alla Pugnochiuso srl, società del gruppo Marcegaglia. Nel 2019 però Arcuri firma l’accordo con i toscani di Human Company che intendono rilevare tutto il pacchetto, a partire dal resort sardo; la storia ha l’ennesimo finale tragicomico: Italia Turismo dà lo sfratto a Marcegaglia, nel marzo 2020 Human Company si tira indietro, rinuncia all’acquisto e la gemma del tesoro di Invitalia, un villaggio turistico perfettamente funzionante fino all’anno precedente, nell’estate 2020 rimane chiuso.
E d’altronde, quale società privata si permetterebbe il lusso di buttare via 70 milioni di euro di finanziamento a fondo perduto? E invece è quello che succede a Sciacca, provincia di Agrigento, dove Italia Turismo ha un progetto approvato e finanziato: un polo integrato turistico a 5 stelle, che prevede 455 camere, un lido balneare con fronte spiaggia di due chilometri, tre piscine, due ristoranti, un centro convegni e perfino una SPA con centro termale. Un investimento da 70 milioni di euro, concessi 15 anni fa dall’allora ministero dello sviluppo economico e tutt’ora disponibili, che avrebbe portato 230 posti di lavoro in quel lembo di Sicilia. Tutto rimasto sulla carta. Tranne una cosa: la sorgente termale, per la quale ogni anno Italia Turismo paga regolarmente la concessione, senza aver mai utilizzato nemmeno una goccia delle acque sulfuree.
(da editorialedomani.it)

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LA DESIGNER FRIDA GIANNINI: “CON L’OMAGGIO A BERLUSCONI CI SIANO FATTI RIDERE DIETRO DAL MONDO”

Giugno 22nd, 2023 Riccardo Fucile

“PER FALCONE E BORSELLINO NON FU PROCLAMATO IL LUTTO NAZIONALE E PER BERLUSCONI SI’?

È raro che si conceda alle interviste. Frida Giannini è una donna così. La volta prima la incontri mentre sta riordinando i suoi disegni, “mi è venuta l’idea per un libro sulle mie due passioni: moda e musica”. Il mese dopo sta organizzando una gara di solidarietà tra le mamme di Monteverde, il quartiere dove è nata, cresciuta, tornata. Quello dopo ancora è pronta a salire sul carro del Gay Pride di Roma, o ad accogliere una studentessa afghana. Frida è così. È andata via dalla moda prima che arrivasse, anche lì, la dittatura di social e influencer. E ha deciso di prendersi un time-out per “mettersi a disposizione” – lei con la sua preziosissima agenda di amici e contatti, da James Franco a Beyoncé e Madonna – a partire dalla difesa dei diritti. Ecco perché l’elezione di Lorenzo Fontana a presidente della Camera, “un talebano che ci vuole riportare indietro di 50 anni”, l’ha fatta scaldare. Ma è con la commemorazione di Silvio Berlusconi che, secondo la nota designer, “abbiamo raggiunto il top”.
Da cosa nasce la sua indignazione?
Sono riusciti a spaccare un’altra volta il Paese, incensando un uomo divisivo che per linguaggio, politiche, condotte imprenditoriali, comportamenti privati ci ha fatto vergognare agli occhi del mondo per trent’anni.
Lei si inscrive dunque in quel 42% di italiani contrario al lutto nazionale.
Il governo è riuscito a rendere più profonda la frattura che Berlusconi aveva creato. Il lutto nazionale è stato storicamente riservato a politici e personalità che hanno contribuito al bene del Paese e in cui l’intera nazione si riconosce. Le sembra il caso? I giudici Falcone e Borsellino, i loro agenti di scorta, non l’hanno avuto. Sandro Pertini, neanche. Come Aldo Moro: ricordo benissimo il giorno in cui fu ritrovato il corpo… ero sulle spalle di mio padre, in una traversa di via delle Botteghe Oscure.
Ha raccontato di essere cresciuta col busto di Lenin in casa: Berlusconi l’avrebbe chiamata “pericolosa comunista”.
Mio padre mi portava con lui alle manifestazioni: ero piccola, pugnetto chiuso e bandiera rossa, ma non capivo niente. Lui sì era comunista, fino al midollo. Ricordo le litigate per convincermi ad andare a votare… Quello che sono, il senso civico fortissimo con cui sono cresciuta, lo devo alla mia famiglia. Anche per questo provo oggi un profondo disgusto.
Suo padre architetto comunista, sua madre professoressa d’arte e femminista.
A casa il rispetto per la legge è sempre venuto prima di tutto, non a caso nella mia vita ho pagato un prezzo per aver rifiutato compromessi e l’illegalità di certe pratiche diffuse in alcune grandi aziende, tipo ‘per risparmiare sui costi sposta la residenza fittiziamente in Svizzera’… È normale che in famiglia guardassimo a Silvio Berlusconi come a un uomo entrato in politica per farsi i fatti suoi. Ma certe cose sono storia: non stiamo parlando di orientamenti, o di destra e di sinistra… Negli anni, quando mi intervistavano, dal Financial Times a Vogue America, tutti mi chiedevano, Anna Wintour compresa, come facessimo ad avere un capo del governo del genere.
E lei?
Rispondevo di non averlo mai votato. I suoi elettori erano fantasmi, solo che poi rivinceva le elezioni e dall’estero mi dicevano: ‘Qualcuno l’avrà votato’. Alla fine Berlusconi è uscito di scena facendoci passare ancora una volta per un Paese di cretini, pure senza memoria. Il giorno dopo la sua morte su molti giornali non c’era una riga su Ruby Rubacuori!
Perché, secondo lei?
In Italia se una persona è morta non se ne può parlar male. E poi non aver risolto il conflitto d’interessi ha avuto come riflesso la creazione di un blocco di potere, un monopolio di fatto, tra giornali e tv. È stato il funerale dell’ipocrisia. Quando ho visto arrivare Schlein ho proprio spento l’iPad.
Non le piace nemmeno Elly Schlein?
In partenza non mi dispiaceva, anche per il suo coming out. Io mi sono sempre battuta per i diritti Lgbti+, con associazioni importanti e non, e oggi supporto la Rete Lenford per un progetto contro le discriminazioni. Ma quando me la sono vista ai funerali di Berlusconi, ho pensato: è una pagliaccia. Ti batti per rendere più civile questo Paese, per i matrimoni egualitari, per le famiglie arcobaleno e poi vai al funerale dell’uomo dei Family day?
Ha detto di “aver portato rispetto al funerale, ma di non partecipare alla beatificazione”.
Ma ha aggiunto che in questo momento serve “equilibrio”. Ma quale equilibrio? Serve buon senso e coerenza. Berlusconi ha dato il seme, la linfa e lo spazio politico alle spaccature che viviamo e che vivremo sempre più. Ha annullato il concetto di laicità dello Stato, nel senso inteso dalla Costituzione. Anche rispetto a scelte intime e dolorose della persona, dall’aborto alla fine-vita. Chi firmò la legge su Eluana Englaro? Chi ha portato al governo per la prima volta Eugenia Roccella? Poi ci si chiede perché il popolo dell’astensionismo diventa il primo partito. Io le ultime due volte non ho votato.
Ecco il qualunquismo di sinistra.
Con Berlusconi abbiamo scoperto – a spese nostre – quanto i presunti liberali di centrodestra fossero conservatori proprio sulle libertà individuali e collettive. E tu, Schlein, vai a porgergli l’ultimo saluto? Giusto è stato partecipare al funerale di Flavia Franzoni, la moglie di Romano Prodi, che con discrezione si è spesa davvero per gli altri e per il bene comune. Ma se ti opponi a questo governo, devi essere coerente. Anche perché Meloni non ha fatto altro che infilarsi nel solco tracciato da Berlusconi. Vuole conservare – lo fa scientificamente – un modello politico che allontana sempre più le persone dal senso civico e dall’impegno per la difesa dei diritti. Guarda cosa stanno facendo ai bambini delle famiglie arcobaleno… Questa è l’eredità che ci ha lasciato Berlusconi: Salvini, Meloni… Sto leggendo un compendio molto carino di Virginia Woolf, uscito in America. Una donna che, nel 1915 o nel 1918, diceva delle cose di una lucidità… E noi nel 2023 stiamo ancora discutendo della legge sull’aborto. Mah…
Ha conosciuto Berlusconi?
Ho conosciuto mezzo mondo, ma lui proprio no! Sarei stata curiosa… Ho invece incontrato Veronica Lario, una donna molto intelligente, per quanto abbiano tentato di farla passare per una squilibrata.
Di Berlusconi e le donne si è scritto e detto molto. Lei ha lavorato ad altissimi livelli nella moda, luogo per eccellenza di mercificazione del corpo femminile. È d’accordo con Ida Dominjanni che affermò che “Berlusconi non è stato portato dalla cicogna”?
Berlusconi ci ha inondato, con decenni di egemonia televisiva a colpi di format tipo Non è la Rai, di immagini fuorvianti e diseducative delle donne. Ma questo non succedeva solo in Italia. E non solo in tv. Pensi al sessismo nella moda: ai tempi miei era un mondo in cui le donne si contavano sulle dita di mezza mano. Casi come il mio erano rari. Adesso ancor di più. Donatella Versace con il nuovo fondo è rimasta in piedi per contratto, a Stella McCartney il padre le ha ricomprato l’azienda. E poi chi altro c’è? Miuccia Prada, che è proprietaria della sua azienda… È una lobby di uomini. E oggi è anche tutto marketing: il blogger è diventato il designer e il designer ormai guarda il blogger. Ed è assurdo, perché le assicuro che un influencer non distingue la vigogna dal cachemire.
Potremmo almeno dire che Berlusconi ha inventato dei codici di stile, nel bene e nel male?
Assolutamente. La capacità di leadership non gliela si può negare. Ma non commenterò lo stile di una persona defunta. Almeno ho rispetto di questo. Di certo è stato uno stile che poi hanno adottato in tanti: il “collo alla Berlusconi”, il doppiopetto… A partire dai furbetti del quartierino o da Trump. Ho detto tutto.
(da Il Fatto Quotidiano)

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“GIUSTAMENTE SI FA DI TUTTO PER SALVARE 5 RICCHI, MA PER 700 MIGRANTI POVERI SAREBBE BASTATO MOLTO MENO”

Giugno 22nd, 2023 Riccardo Fucile

SEA WATCH RICORDA L’ASSENZA DI SOCCORSI PER LE 700 VITTIME DEL NAUFRAGIO DI PYLOS, IN GRECIA

“Sarebbe bastato molto meno”. Poche lapidarie parole quelle che accompagnano un post pubblicato su Instagram dalla Sea Watch Italia, l’organizzazione senza scopo di lucro che svolge attività di ricerca e salvataggio nel Mar Mediterraneo centrale. Nella foto pubblicata un chiaro riferimento all’impegno che tutti stanno mettendo per ritrovare il ritrovare il sommergibile Titan, scomparso lunedì con cinque persone a bordo mentre scendeva negli abissi per raggiungere il relitto del Titanic a 3.800 metri di profondità al largo delle coste canadesi, confrontato alla scarsità delle risorse investite per il salvataggio delle 700 persone morte nel naufragio di Pylos, in Grecia.
“Per salvare 5 persone (ricche) a bordo del sottomarino disperso sono giustamente impiegate guardie costiere di quattro Stati, Nato e compagnie commerciali dotate dei mezzi più sofisticati. Sarebbe bastato molto meno per salvare 700 persone (povere) naufragate al largo della Grecia”.
(da agenzie)

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DALLA SPAGNA ARRIVANO BRUTTE NOTIZIE PER I SOGNI EUROPEI DI GIORGIA MELONI: IL PARTITO POPOLARE E I SOVRANISTI DI VOX (ALLEATI DELLA DUCETTA IN UE) FATICANO A TROVARE UN ACCORDO

Giugno 22nd, 2023 Riccardo Fucile

AD AVVANTAGGIARSI POTREBBE ESSERE IL SOCIALISTA PEDRO SANCHEZ… LA PREMIER ITALIANA SPERAVA NELL’ACCORDO COME VIATICO PER L’ALLEANZA TRA PPE E CONSERVATORI E RIFORMISTI ALLE EUROPEE DEL 2024

Guai a schiacciarsi sulle posizioni estremiste di Vox e lasciare così scoperto un elettorato centrista, moderato, rimasto senza riferimenti dopo la scomparsa di Ciudadanos.
E’ questa la strategia del Partido popular a un mese dalle elezioni, resa evidente dalle ultime mosse del partito di Alberto Nuñez Feijoo nelle alleanze locali per la guida delle comunità autonome: accordo pieno con Abascal nella comunità valenziana e in centinaia di città; in Estremadura, invece, scontro frontale.
E per il sindaco di Barcellona, addirittura il via libera a un esponente socialista, pur di tenere fuori dal governo della città le forze indipendentiste. Insomma, il partito popolare, dal voto amministrativo a oggi ha assunto un ampio ventaglio di posizioni diverse, tanto che nei media spagnoli si parla di un Pp “a geometria variabile”.
Proprio in Estremadura si è consumata la frattura più violenta: qui la candidata alla presidenza, la popolare María Guardiola, ha messo un veto molto deciso all’ingresso di Vox nel governo regionale, correndo anche il rischio di ripetere le elezioni, appena vinte. Guardiola ha spiegato la sua mossa rimproverando al partito di Abascal di negare la violenza sessista e di volere la “disumanizzazione degli immigrati”.
E Vox, di contro, ha parlato del Pp come il partito del “socialismo azzurro”, come un semplice restyling dell’odiato Psoe.
Insomma, certamente non il migliore viatico per due forze che, sulla carta, tra un mese correranno per guidare insieme il governo del Paese. Ma com’è ovvio le parole di fuoco di Guardiola sono state certamente concordate con la leadership nazionale di Feijóo, lo stesso che più o meno nelle stesse ore aveva dato il suo via libera alla giunta insieme a Vox in centinaia di comuni.
Un alternarsi di stop and go per far capire al Paese che per il Pp l’alleanza con la destra estremista è una soluzione necessaria per i numeri ma nulla di più. Inoltre, i toni duri con cui i popolari stanno trattando Vox, inevitabilmente mettono in crisi la strategia comunicativa socialista, tutta basata sullo scontro tra il Psoe baluardo della democrazia e dei valori costituzionali e un Pp ormai ostaggio dell’ultradestra.
(da agenzie)

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