Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
GRANDI RISULTATI DELLE MISSIONI IN TUNISIA DI MELONI E PIANTEDOSI, MA L’IMPORTANTE E’ ASSEGNARE ALLE ONG PORTI DISTANTI 4 GIORNI DI NAVIGAZIONE
Gli arrivi di persone migranti sull’isola di Lampedusa continuano a
ritmi elevati: ieri sera, nell’arco delle due ore tra le dieci e mezzanotte, sono sbarcate 290 persone in otto sbarchi.
Nelle 24 ore precedenti, così, gli arrivi complessivi sono stati di 649 migranti a bordo di diciotto barche. Stamattina, altre 343 persone si sono aggiunte alla conta. Al momento, così, l’hotspot di Contrada Imbriacola risulta avere più di mille ospiti.
Con l’inizio del caldo dei mesi estivi, i viaggi nel Mediterraneo sono aumentati ulteriormente. A Lampedusa l’ultimo naufragio è di mercoledì scorso: 44 persone sono state salvate, mentre tre sono disperse e, con tutta probabilità, si sono aggiunte all’elenco delle vittime del mare. Ieri sono anche state individuate delle persone che erano riuscite a raggiungere la terra ferma. Nella baia di Mare Morto, i carabinieri hanno bloccato un gruppo di cinquanta uomini e una donna. Erano partiti dalla Libia su un barchino di otto metri.
Tra i salvataggi effettuati in mare i numeri erano vari: in un’imbarcazione c’erano 19 persone (di cui una donna e cinque bambini), in una 38 (sei donne e un minore). E poi ancora 43 (con nove donne e quattro minorenni), 38 (con otto donne), 46 (con tre donne), e in un caso solamente otto persone. Tutte le persone salvate vengono da Tunisa, Mali, Costa d’Avorio, Senegal, Guinea, Gambia, Burkina Faso o Camerun.
C’è stato anche il caso particolare svelato dopo il soccorso di un’imbarcazione che trasportava 47 persone: quattro di queste erano partite a bordo di una barca che era poi naufragata. Sono state salvate da un’altra imbarcazione di migranti, quella sulla quale le autorità italiane li hanno poi definitivamente individuati e portati a terra. Gli altri cinque che si trovavano con i quattro soccorsi, secondo i loro racconti, sarebbero stati salvati da altri barche. Non ci sarebbero, quindi, dei dispersi.
Questa mattina, sono sbarcate altre 249 persone. Anche in questo caso la maggior parte dei soccorsi è stata effettuata in mare, mentre un natante con 53 persone a bordo (di cui cinque donne e tre minori) ha raggiunto direttamente il molo Favaloro. Anche in questo caso i migranti erano partiti dalla Libia, e anche in questo caso sono intervenuti i carabinieri dopo la discesa a terra. Nella tarda mattinata, altre 94 persone sono state recuperate su tre barchini.
Ora gli ospiti nell’hotspot di Lampedusa sono circa mille, mentre il limite teorico di posti è di meno di 400. Da inizio giugno la struttura è gestita dalla Croce Rossa, e quotidianamente tra le 400 e le 500 persone vengono trasferite in Sicilia sotto la supervisione della prefettura di Agrigento. Oggi, altre 230 persone lasceranno l’isolotto su un traghetto di linea per Porto Empedocle. Ma questo non basta a evitare il sovraffollamento quasi costante.
(da Fanpage)
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Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
IL DISEGNO DI LEGGE, APPROVATO IN CDM DUE MESI FA NON HA ANCORA INIZIATO L’ITER PARLAMENTARE… ALTRO CHE LIBERALIZZAZIONI, COMANDANO TASSISTI E BALNEARI
La legge sulla concorrenza si è persa nelle nebbie delle diatribe politiche, con il parlamento che attende da mesi di avviare l’esame del testo. Ancora una volta la maggioranza si mostra unita sui palchi delle campagne elettorali, ma nei palazzi istituzionali fa fatica a trovare accordi. Un’altra testimonianza arriva dal ddl Concorrenza, approvato con grandi affanni in consiglio dei ministri, con circa un mese di ritardo sulla tabella di marcia. Per mettere una toppa c’era stata l’indicazione di una procedura d’urgenza. Un messaggio all’opinione pubblica per manifestare volontà di un iter celere. Almeno in teoria. La fretta non si è materializzata nei fatti.
ITER DA INIZIARE
Il simbolico tragitto da Palazzo Chigi a Montecitorio è diventato tortuoso e interminabile. Da settimane deputati e senatori attendono la trasmissione ufficiale dell’atto. A due mesi dal via libera non è ancora arrivato. Se ne parlerà più avanti, con calma. Il calendario parlamentare si muove in una strettoia estiva. Nelle prossime settimane Montecitorio e Palazzo Madama saranno alle prese con l’incastro di una sequenza di decreti da convertire. Si intravede poco spazio per il ddl Concorrenza, che tratta una materia delicata. Ci sarà bisogno di un confronto nelle commissioni competenti. La concorrenza può aspettare, con buona pace delle richieste dell’Ue: la legge è uno degli impegni da rispettare per l’attuazione del Pnrr.
Del resto il governo, non da oggi, è animato da una generale ostilità a qualsiasi processo di liberalizzazione del mercato. La difesa delle rendite di posizione delle corporazioni è la vera specialità della casa. A leggere in filigrana la recente storia politica, si scorge una certa coerenza: la destra era contraria all’apertura alla concorrenza pure negli anni trascorsi all’opposizione. Basti pensare alle manifestazioni organizzate per contrastare i bandi di gara sulle concessioni balneari o per evitare la liberalizzazione delle licenze dei taxi, le lobby più care ai partiti di Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
NIENTE LIBERALIZZAZIONI
Rispetto al passato, ci sono situazioni surreali: i partiti di governo mettono in naftalina un provvedimento varato dai loro stessi ministri. La genesi del ddl Concorrenza aiuta a capire l’aria che tira di fronte a qualsiasi ipotesi, ancorché timida, di liberalizzazione. Il ministro delle Imprese e del made in Italy, Adolfo Urso, portò il testo nel cdm il 26 marzo. A sorpresa fu deciso uno slittamento. Il motivo? La divisione nella maggioranza sulle gare per gli spazi di vendita al pubblico, quelli degli ambulanti, altra lobby molto vicina alla destra, che non era certo disponibile ad accogliere un’apertura del mercato. Così è partita una trattativa per arrivare a una mediazione. Il 6 aprile sembrava tutto pronto, solo una formalità. Invece niente: altro cdm, solite divergenze, ennesimo rinvio.
La riunione decisiva a Palazzo Chigi si è tenuta solo il 20 aprile. Come prevedibile, gli ambulanti hanno portato a casa la vittoria: i bandi di assegnazione sono stati previsti per le aree libere, nessuna modifica per gli attuali concessionari. Il resto del disegno di legge effettua poco più che manutenzione sul fronte della concorrenza. Prevede l’attribuzione all’Area del potere di fissare i prezzi del teleriscaldamento, il potenziamento dei poteri dell’Antitrust sulle procedure aperte e la promozione dei contatori intelligenti. Ma tanto è bastato a far esultare Urso: «Legge annuale sulla concorrenza: fatta! Al servizio dei cittadini e delle imprese».
Solo che di mezzo ci sarebbe l’iter in Parlamento, che nonostante le stimmate della procedura d’urgenza assegnate al provvedimento, non è iniziato, facendo un po’ irritare l’opposizione, scontenta del pannicello caldo rappresentato dal contenuto ddl. «Il governo fa “concorrenza washing” mostrando, se ancora ce ne fosse il bisogno, che di liberale non c’è nulla in questa maggioranza», osserva il deputato e segretario di +Europa, Riccardo Magi. «Parlano contatori intelligenti e vendite promozionali – aggiunge – ma continuano a non fare nulla sulle concessioni balneari, sulla liberalizzazione del settore dei taxi»
(da editorialedomani.it)
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Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
IL SOCIOLOGO: “COLPEVOLIZZATI I DISOCCUPATI, NESSUNA SORPRESA, LA DESTRA CONSERVATRICE E’ QUESTA”
Il Senato ha dato il via libera al decreto Lavoro, approvato dal Consiglio
dei ministri nella data simbolica del primo maggio. Il provvedimento, che ora passerà all’esame della Camera, deve essere convertito in legge entro il 3 luglio. Il decreto, secondo il sociologo del lavoro Domenico De Masi, aumenterà la precarietà. Per il professore quello del governo Meloni è un provvedimento “contro i lavoratori”.
Professor De Masi, qual è il suo giudizio sul decreto Lavoro approvato al Senato?
“Il mio giudizio è semplice, il decreto corrisponde alle modifiche che la destra aveva annunciato già in campagna elettorale. Non c’è nessuna sorpresa, dalla destra mi aspetto che faccia una politica di destra”.
Quindi il suo giudizio è negativo?
“Certo, perché sono di sinistra”.
Tra le novità principali del provvedimento varato il primo maggio dal governo Meloni c’è l’arrivo dell’Assegno d’inclusione al posto del Reddito di cittadinanza. I dati dell’Ufficio parlamentare di bilancio confermano che 400mila famiglie resteranno senza aiuti…
“Questo si sapeva, perché la filosofia della destra è che chi non lavora, non lavora per colpa sua. Non c’entra niente la società, non c’entra niente l’economia complessiva. La colpa è di chi non lavora, quindi il Reddito di cittadinanza era un incentivo per chi non vuole lavorare. C’è coerenza”.
Cosa potranno fare adesso queste famiglie?
“Niente, la fame. Sin quando non troveranno un lavoro del tutto sfruttatorio e dovranno accettarlo per non morire letteralmente. Perché in Italia c’è un partito o un’organizzazione in grado di organizzare 400mila persone e farne una forza rivoluzionaria?”.
Il Reddito di cittadinanza ha funzionato?
“Il Reddito di cittadinanza ha funzionato, nel migliore dei modi in un’Italia senza centri per l’impiego. Non siamo la Germania. Da noi i centri per l’impiego non funzionano quindi non funziona tutto ciò che c’è a valle”.
La situazione del mercato del lavoro in Italia non è migliorata negli ultimi mesi? Questi dati non possono essere considerati un buon segnale?
“Migliorata con l’8% di disoccupati? Che nel caso del Sud raggiungono il 16% e nel caso delle donne del Sud il 20% e addirittura nel caso delle donne giovani del Sud il 36%?. Sono dati globali che non possono essere presi in considerazione nelle singole Regioni. Saranno buoni nelle Regioni più ricche che saranno già ricche e le altre la prenderanno in saccoccia, come si dice a Roma”.
Una delle misure principali del decreto Lavoro è l’ampliamento del taglio del cuneo fiscale, aumentato di quattro punti percentuali: è sufficiente per aiutare i lavoratori?
“Secondo lei è sufficiente? Aggiungi in busta paga meno di 300 euro e uno come ci campa? E poi le condizioni per trovare lavoro chi non le ha oggi non le avrà neanche domani”.
Il decreto Lavoro introduce anche un allargamento delle maglie per i contratti a termine: si sta rendendo il lavoro più precario?
“Non c’è dubbio. Una cosa è se lei, per licenziare una persona, deve dare un motivo, la licenzia perché non c’è lavoro e lo dimostra che non c’è lavoro. Un’altra cosa è quando lei licenzia senza dover dire nulla. Non è che i 5 Stelle erano stati cretini a inserire quella norma, c’è stato un motivo”.
Il dl innalza anche la soglia per l’utilizzo dei voucher a 15mila euro per alcune categorie: si fa un torto anche in questo caso ai lavoratori?
“Questo è un decreto contro i lavoratori. E non è il primo: c’è stato prima il Jobs Act, tutto contro i lavoratori con l’abolizione dell’articolo 18. Quello è stato il massimo sfregio verso i lavoratori. Sembra una gara a chi li frega di più tra la destra e la sinistra”.
La destra sta facendo peggio della sinistra?
“Sta facendo la sua parte, solo che dalla destra te lo aspetti, dalla sinistra no”.
Questo provvedimento rischia di penalizzare soprattutto i giovani?
“Quando si tratta di precarietà… Sei precario se alla fine dell’anno finisce il contratto, più precario se finisce entro una settimana, poi entro un giorno e poi ancora entro un’ora…”.
Non si aiutano in alcun modo i giovani sul fronte del mercato del lavoro?
“Assolutamente no, si finge solo di dare lavoro”.
E gli italiani non se ne accorgono? La luna di miele del governo Meloni non sembra essere finita…
“No, stanno con la maggioranza. Stanno tutti al governo.
Non si vedono gli effetti di queste misure in termini di consensi?
“No, non ci sono questi effetti perché è mancata un’azione pedagogica che doveva far aprire gli occhi”.
Anche le opposizioni sbagliano quindi?
“Certo”.
Quali saranno le reali conseguenze, quelle che avranno un concreto impatto, di questo decreto?
“Aumenterà la precarietà”.
Verso quale direzione sta andando il governo sul fronte del lavoro?
“Verso quella che ha dimostrato, segue la via che ha imboccato con questo decreto”.
(da La Notizia)
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Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
GLI EMENDAMENTI PRESENTATI DALLA LEGA SONO STATI CAMBIATI ED E’ SPARITO OGNI RIFERIMENTO AL SUPEBOLLO
Una “tassa odiosa”, il superbollo che si versa per le auto da più di 185 kW, cioè 252 cavalli. Così l’aveva definito Matteo Salvini, ministro dei Trasporti e segretario della Lega che spesso, nelle scorse settimane, ha ribadito che il governo Meloni avrebbe eliminato il superbollo con la sua nuova legge delega di riforma fiscale.
Ma il testo della legge è arrivato in commissione, le proposte di modifica sono state presentate, e l’eliminazione del superbollo non c’è.
Cosa ha detto Salvini sul superbollo
Il superbollo esiste dal 2011, quando lo introdusse il governo Berlusconi (Giorgia Meloni era ministra in quell’esecutivo) appoggiato anche dalla Lega. Il governo Monti poi ne raddoppiò praticamente l’importo, così che oggi porta a spendere circa 20 euro per ogni kW sopra la soglia dei 185. Ad aprire l’argomento della sua cancellazione era stato il viceministro all’Economia, Maurizio Leo, già a inizio maggio.
Nelle settimane successive, il ministro Salvini è tornato sul tema a più riprese, prima definendo l’imposta una “tassa odiosa”. Poco più di un mese fa, il 21 maggio, ha ribadito che eliminare il superbollo “era una nostra promessa e la stiamo portando avanti”. L’ultima conferma è arrivata ancora più in là, il 31 maggio.
Cosa è successo in commissione alla delega fiscale
L’emendamento di cui parlava Salvini, effettivamente, è stato presentato: in commissione Finanze della Camera, dove il testo della legge delega era discussione, la Lega ha proposto di aggiungere la richiesta di “razionalizzare e semplificare il sistema tributario anche con riferimento all’eliminazione dell’addizionale erariale sulla tassa automobilistica per le autovetture e gli autoveicoli destinati al trasporto promiscuo di persone e cose, aventi potenza superiore a 185 chilowatt”, cioè di eliminare il superbollo. Lo stesso ha fatto Fratelli d’Italia con un altro emendamento.
Poi, però, la proposta è cambiata. Come spesso accade nei lavori parlamentari, c’è stata una riformulazione degli emendamenti, che la commissione ha votato e approvato.
A notarlo è stato Carlo Canepa, responsabile editoriale di Pagella politica: nella nuova revisione, dal testo degli emendamenti è sparito ogni riferimento esplicito al superbollo auto.
Infatti, in quello della Lega e in quello di Fratelli d’Italia la formula è diventata semplicemente: “Revisione e riordino delle tasse automobilistiche, senza maggiori oneri a carico della finanza pubblica”.
La legge delega, d’altra parte, è una norma che dà delle indicazioni al governo, che poi avrà due anni di tempo per metterle in pratica con dei decreti specifici. Tuttavia, è indicativo che il riferimento alla tassa sulle auto di grossa cilindrata sia stato cancellato. La formula che è rimasta (“rivedere e riorganizzare”, per di più “senza maggiori oneri” per lo Stato) è piuttosto vaga, e certamente non si può considerare come la prova del fatto che il governo, nel mettere in pratica la delega fiscale, interverrà per rimuovere del tutto il superbollo.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
GOVERNO IN FIBRILLAZIONE, VOLANO PAROLE GROSSE TRA SOVRANISTI
Quarantotto ore di fuoco. Un duello che provoca lo slittamento di un
consiglio dei ministri già programmato e, soprattutto, due giorni di tensione nella maggioranza che faranno fatica a spegnersi. Giorgia Meloni e Matteo Salvini litigano. Soprattutto sul Mes, il meccanismo salva Stati da tempo al centro di un braccio di ferro con l’Europa. Il tutto si somma alle fibrillazioni a cui è sottoposto il governo in questi giorni dopo le inchieste che coinvolgono la Lega da una parte (con l’arresto di Gianluca Pini coinvolto nell’inchiesta su un appalto milionario per le mascherine anti-Covid con l’ex direttore delle Dogane, Marcello Minenna) e FdI dall’altra (con l’indagine sulle società della ministra Daniela Santanché).
Premier e vicepremier si parlano al telefono. E non finisce bene. Meloni è furibonda perché la richiesta leghista di votare in commissione contro il Mes — suggerita dal segretario — ha provocato un pasticcio politico.
Ma è su molti dossier che i due entrano in rotta di collisione, premessa di quanto accadrà nei prossimi mesi forse anche a causa della competizione per la guida del centrodestra che si è aperta dopo la morte di Silvio Berlusconi. Salvini e Meloni litigano anche sul nome del commissario alla ricostruzione in Emilia Romagna: la leader vuole un politico, il vicepremier preferirebbe un tecnico. Come se non bastasse, manca anche la copertura sulle norme per la ricostruzione.
Ma non è finita qui. Nel tritacarne del conflitto finisce anche il ruolo di Giorgetti. Che Meloni accusa di una pessima gestione della lettera della discordia sul Mes, ma a cui Salvini imputa un posizionamento troppo distante dalla linea della Lega. E certo, il fatto che nell’inchiesta di Forlì finisca Gianluca Pini non aiuta: nelle carte l’ex parlamentare vanta un rapporto con il titolare dell’Economia. E il segretario leghista non gradisce, visto che proprio Pini già nel 2020 ingaggiò una battaglia politica e sul simbolo contro Salvini.
Tutto finisce nell’aspro confronto tra la premier e il suo vice. Forte dei sondaggi attuali, Meloni arriva a ventilare il ricorso alle urne, anche se soltanto come sfogo per reagire alla guerriglia leghista. Perché Salvini continua a promettere un voto contrario sul Mes, quando si arriverà in Aula. E Fratelli d’Italia non può assumersi il peso politico di sostenere l’odiato salva Stati, lasciando al Carroccio la bandiera della coerenza.
Il leader della Lega lo ribadisce anche alla premier, ottenendo in cambio una risposta durissima, forte di sondaggi che le sorridono, e che può sintetizzarsi così: «Io ci metto due minuti a portare tutti alle elezioni». Solo una minaccia, ma che racconta di una tensione che non sembra destinata a sgonfiarsi. E che può scemare solo se si troverà una soluzione condivisa, che distribuisca la responsabilità tra tutti gli alleati.
Nella giornata di ieri, anche un giallo che riguarda il consiglio dei ministri. La presidente del Consiglio decide di sconvocare il cdm, in agenda per le 17. Fa trapelare ragioni “personali” dietro alla decisione. E fonti di palazzo Chigi offrono versioni discordati: c’è chi ipotizza una visita medica programmata, chi lega la scelta ad alcuni impegni presi da Meloni in quanto genitore.
Di certo c’è che la presidente del Consiglio lascia Palazzo Chigi alle 17.38, nell’auto di servizio, fumando una delle sigarette sottili che da tempo cerca di abbandonare. Il consiglio dei ministri si riunisce comunque, senza di lei. Ma salta l’avvio dell’esame della riforma del codice della strada. E su questo punto la questione si complica ulteriormente. A sera, infatti, tra i ministri prevale un’altra interpretazione: la premier avrebbe deciso di sconvocare la riunione del cdm dopo lo scontro con Salvini. Una ritorsione politica. Il leghista deve rinunciare alla conferenza stampa. Certo è che poco dopo fa inviare ai cronisti una lunghissima nota esplicativa sul provvedimento. E fa aggiungere, velenoso: «Salvini è pronto a tornare in tv. Doppio appuntamento questa sera, su Rete 4 e su Rai1». La promessa di una battaglia appena cominciata.
(da La Repubblica)
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Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
PINI PARLAVA DI ENTRATURE CON GIORGETTI: MILLANTAVA?
L’ex direttore generale dell’Agenzia delle dogane Marcello Minenna aveva trovato un sistema per dare «auto di rappresentanza» a politici e rappresentanti delle istituzioni. Senza aste pubbliche.
Il dettaglio emerge dall’inchiesta che ha portato in carcere l’ex assessore al bilancio della giunta di Virginia Raggi. Insieme a Gianluca Pini, ex esponente della Lega in Emilia-Romagna. Secondo l’inchiesta Pini avrebbe assicurato a Minenna che avrebbe interceduto presso Giancarlo Giorgetti (nel 2020, quando non era ancora ministro) per accreditarlo nel Carroccio. L’esponente della Lega è estraneo ai fatti e non indagato. Mentre nella rete di complicità emergono anche un poliziotto e un carabiniere.
Le intercettazioni dell’ordinanza
In alcune intercettazioni contenute nell’ordinanza del gip di Forlì Minenna parla con «esponenti politici e/o alti rappresentanti delle istituzioni». E assicura la «dazione di auto di rappresentanza che erano in carico all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli». Un fatto già segnalato il 18 ottobre 2022 da una nota del Mef. In cui si «sottolinea chiaramente la non conformità di tale usanza introdotta da Minenna di concedere gratuitamente, senza aver mai espletato aste pubbliche, auto anche di grossa cilindrata ad esponenti politici e/o alti rappresentanti delle istituzioni».
In un appunto della polizia giudiziaria del 4 maggio scorso si legge che tra il 2020 ed il 2022 Minenna «assegnava le auto in violazione di qualunque normativa di riferimento e con il solo fine di accrescere la propria personale sfera di influenza su esponenti politici e/o alti rappresentanti delle istituzioni, ha consegnato svariate autovetture confiscate dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli disponendone come se fossero suoi beni personali».
L’indagine per cocaina
L’inchiesta ha preso il via da un’indagine su un carico di cocaina trasportata su un camion dal Belgio. Dall’individuazione dell’autotrasportatore, legato a un gruppo malavitoso albanese, attraverso le intercettazioni si arriva a un amico e socio di Pini, parlamentare forlivese fino al 2018, che dopo l’esperienza sui banchi della Lega ha intrapreso alcune attività imprenditoriali. Fra queste la Codice srl che a metà marzo 2020, quando il mondo era terrorizzato dal Coronavirus, riesce a strappare un contratto milionario all’Ausl Romagna, per la fornitura di mascherine, che in quei giorni erano pressoché introvabili. Secondo le ipotesi dell’accusa le mascherine dalla Cina avevano false certificazioni e prezzi superiori a un euro l’una. Pini, grazie alla sua attività di parlamentare e di segretario nazionale della Lega Romagna per oltre un decennio, si era procurato credibilità e contatti.
Cosa c’entra Giorgetti
L’attuale ministro dell’Economia del governo Meloni entra nell’inchiesta per i legami con Pini. Agli atti c’è anche una telefonata (di qualche minuti) con Minenna, su insistenza dello stesso Pini. Che però risale al periodo in cui non era ancora ministro. Giorgetti veniva contattato per partecipare ad alcuni eventi dell’Agenzia del Demanio, come il Libro Blu e la Casa dell’Anticontraffazione. Attraverso il suo staff il ministro ha fatto sapere di essere totalmente estraneo alla vicenda. Precisando anche che in ogni caso non ha bisogno di intermediari per parlare con il direttore delle Dogane e partecipare agli eventi. Anche perché alla fine Minenna non ha ottenuto un granché: ha lasciato l’Agenzia ed è stato pure arrestato. Per questo adesso il dubbio è: forse Pini millantava?
(da Open)
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Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
IN CASO DI INDAGINE LA MINISTRA IN BILICO, LA MELONI ORA TEME LA PROCURA
Alle 17:30 di una delle giornate più difficili da quando è premier, con
tanto di Consiglio dei ministri rinviato per “sopraggiunti impegni personali” (una visita medica, è la versione ufficiale), la presidente del Consiglio Giorgia Meloni esce da Palazzo Chigi provando a lasciarsi alle spalle i problemi del governo. Fuma in macchina, è infuriata. La ratifica del Mes, lo scontro sulla giustizia, la tenuta fragile di Forza Italia. Questi i dossier politici che la preoccupano. Da ieri, però, se n’è aggiunto un altro e riguarda la ministra del Turismo Daniela Santanchè, adesso in bilico nel governo. Quest’ultima è finita sotto i riflettori per un’inchiesta di Report di lunedì in cui si riprendevano accuse in parte già raccontate dal Fatto (potete leggerle qui sotto): dall’inchiesta emerge una malagestione delle aziende Ki Group e Visibilia con fornitori non pagati e fatti fallire e dipendenti obbligati alla cassa integrazione. Su Ki Group non risulta alcuna indagine, su Visibilia (editoria) invece sì e a stretto giro la Procura di Milano dovrebbe chiudere l’inchiesta. È proprio in vista della chiusura delle indagini che la situazione della ministra Santanchè sta scoppiando nel governo. Le opposizioni intanto hanno chiesto a gran voce che la premier Meloni venga a riferire in aula e faccia dimettere la ministra. Al momento, però, la linea di Meloni è chiara: difendere la ministra fino a un possibile avviso di garanzia su Ki Group o un rinvio a giudizio per Visibilia. Se dal quadro giudiziario dovessero emergere fatti più gravi, le cose potrebbero cambiare: la ministra potrebbe rischiare il posto.
La giornata di ieri era iniziata con un editoriale del Foglio molto duro nei confronti di Santanchè: nell’articolo si parlava di comportamenti “gravi” e si chiedeva a Meloni di farla dimettere. Nelle ultime ore, probabilmente mercoledì sera, c’è stato un colloquio proprio tra Meloni e la ministra. La premier ha voluto sapere da Santanchè la sua versione dei fatti e chiesto rassicurazioni sulle accuse mosse da Report: già un segnale che la fiducia nei confronti della ministra del Turismo stia iniziando a vacillare. Poi, dopo le rassicurazioni, Meloni le ha detto: “Se è così non puoi stare in silenzio e devi chiarire pubblicamente per evitare sospetti”. Così nasce l’idea di un comunicato per respingere le accuse. Santanchè nel pomeriggio scrive una nota negando tutto e annunciando querele nei confronti di Report. Chi ha parlato con la ministra di FdI nelle ultime ore la definisce assolutamente “tranquilla”, quasi “inconsapevole” di quello che sta succedendo.
Ma adesso la questione Santanchè sta diventando dirimente nel governo. L’accelerazione delle ultime ore cela il timore di novità giudiziarie che potrebbero arrivare a breve. Cosa farebbe la premier di fronte a una richiesta di rinvio a giudizio? Inoltre tra i fedelissimi di Meloni c’è la paura di possibili nuovi sviluppi giudiziari che potrebbero emergere nelle carte dell’inchiesta. Non solo: il colloquio delle ultime ore tra Meloni e Santanchè non è il primo sulle vicende giudiziarie della ministra. La premier, infatti, quando erano già emerse le notizie di stampa sull’indagine nei confronti di Santanchè per il caso Visibilia, aveva telefonato alla ministra del Turismo infuriandosi per non essere stata avvisata in anticipo dell’indagine in corso da parte della diretta interessata. A preoccupare i vertici di FdI è anche la posizione del presidente del Senato, Ignazio La Russa, padrino politico della ministra e, secondo Report, legale che ha assistito Visibilia e il fondo emiratino che ha finanziato l’azienda.
Così si ragiona già di ritirare le deleghe alla ministra: in quel caso prenderebbe l’interim la stessa Meloni che ritiene il Turismo un tema qualificante per il suo governo. A questo si aggiunge una spaccatura in Fratelli d’Italia: se la componente romana vicina a Francesco Lollobrigida (a partire dal deputato Gianluca Caramanna) difende Santanchè, una parte di FdI chiede le dimissioni. “Come si fa a difendere una ministra che non pagava i dipendenti e i fornitori e poi parliamo di tutelare i lavoratori?”, dice un dirigente meloniano
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
LA PROCURA INDAGA SUL CRAC
Due procedimenti giudiziari in corso, in sede civile e della procura di Milano, mettono nel mirino Visibilia editore durante la gestione dell’imprenditrice “prestata” alla politica, Daniela Santanché, oggi ministra del Turismo. Ieri nel procedimento civile la procura guidata da Marcello Viola, che lo scorso novembre ha aperto un fascicolo per falso in bilancio coinvolgendo anche la ministra, ha consegnato nuove relazioni tecniche sulla gestione allegra della società, svuotata negli ultimi anni esattamente come un’altra spa gestita dalla Santanchè, il gioiellino del biologico Ki group. Due aziende floride finite sul lastrico, anche se non fallite e ancora sulla carta attive, decine di dipendenti licenziati e che attendono in alcuni casi anche il tfr e le azioni dei piccoli azionisti ridotte a carta straccia. Il tutto mentre come amministratrice Santanchè ha preso lauti compensi, come raccontato da Report in un ampio servizio andato in onda lunedì scorso.
Sia il fascicolo della procura di Milano sia il giudizio in corso in sede civile su Visibilia editore nascono da esposti di alcuni piccoli azioni. La società è attiva nel campo dei giornali e della pubblicità e fino alla fine del 2022 ha avuto tra i suoi soci Santanchè insieme al compagno attuale Dimitri Kurz. Il bilancio del 2021, chiuso con una perdita di oltre 3 milioni di euro, non è stato approvato dalla società di revisione Bdo «per l’impossibilità di esprimere un giudizio». Ma a dicembre del 2020 Visibilia editore spa, tra le strane operazioni portate avanti, ha speso 816 mila euro, il 50 per cento del valore in quel momento in borsa, per acquistare i domini internet delle testate collegate a Novella2000 e Visto. E da chi le ha comprate? Da Visibilia magazine srl, altra società della galassia che ruota attorno a Santanché. Nel 2017 Visibilia editore aveva comunque licenziato già tutti i giornalisti e nel 2019 per far fronte a una grave crisi di liquidità aveva chiesto un prestito a una misteriosa società di investimento di Dubai, Negma. E qui compare il nome del presidente del Senato, Ignazio la Russa, che si è presentato come legale del fondo in una diffida inviata al giornale Milanotoday: sito online che aveva ricevuto una diffida anche da Visibilia, firmata sempre dall’avvocato La Russa. Secondo i piccoli azionisti che hanno presentato denunce in procura, e avviato la causa civile, anche l’operazione Negma ha contribuito a diminuire il valore delle azioni: a fronte di un prestito da 3 milioni di euro, il fondo di Dubai ha ricevuto azioni di Visibilia che poi a rivenduto sul mercato contribuendo ad abbassarne il valore.
Report ha messo nel mirino anche la gestione Ki gruop: azienda di commercializzazione di prodotti biologici rilevata da Santanché e dal suo ex compagno Canio Mazzaro intorno al 2011. «In meno di nove anni — dice Report — solo come stipendi per le cariche sociali, Daniela Santanché si è portata a casa due milioni e mezzo di euro e Canio Mazzaro sei». Ma c’è di più: dal 2018, quando Santanché e Mazzaro subentrano nella gestione diretta dell’azienda, la Ki Group ha enormi difficoltà nel saldare la merce ai propri fornitori e inizia a promettere pagamenti che non arrivano a decine di aziende. Nel 2018 i debiti di Ki Group verso i fornitori arrivano a oltre 8 milioni di euro, quasi un quarto del fatturato. A partire dal 2019 i numeri di Ki Group spa sono sempre più preoccupanti. I bilanci dell’azienda vengono sistematicamente bocciati dalla società che li revisiona e viene creata una seconda società con lo stesso nome (ma srl) che si prende i rami di azienda che fatturano e la Ki group spa diventa «una scatola vuota». Nel frattempo i dipendenti hanno perso il lavoro e alcuni attendono ancora il tfr e hanno presentato istanza di fallimento alla srl omonima per 500 mila euro. In nove anni il valore di Ki group in borsa è passato da 35 milioni a 465 mila euro, gli azionisti hanno versato 23 milioni e 9 milioni di euro sono andato solo a emolumenti di Santanchè e dell’ex compagno.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
LA PAURA DI UN’INCHIESTA CHE COINVOLGA LA RUSSA E LA MACCHIA SUL GOVERNO
Se per Daniela Santanchè dovesse arrivare un rinvio a giudizio dovrà
dare le dimissioni da ministra del turismo. Parola di Giorgia Meloni, che ieri lo ha detto alla diretta interessata.
L’occasione, racconta La Stampa, è stata un colloquio che ha fatto il punto sulle indagini che la lambiscono. Ovvero quelle su Visibilia e Ki Group Spa. Con i racconti sui fornitori non pagati, sui tfr mai percepiti e sull’uso della cassa integrazione durante il periodo della pandemia. Oltre alle accuse sulle operazioni finanziarie a danno degli azionisti di minoranza. Quello di Santanchè, è il ragionamento della premier, è un nome di peso all’interno di Fratelli d’Italia. Oltre che vicinissimo al presidente del Senato Ignazio La Russa. E quindi ogni risvolto giudiziario diventerebbe una macchia sulla reputazione del governo.
«Basta stronzate. Indagata per cosa?»
Per questo Meloni ha posto a Santanchè un limite alla difesa nei suoi confronti da parte dell’esecutivo. Adesso verrà protetta. Ma se arriverà un rinvio a giudizio sarà difficile evitare le dimissioni. Per una questione di opportunità politica. Che viene prima dei principi del garantismo. Lei invece di indagini non vuole sentire parlare: «Ma basta con queste stronzate. Indagata di cosa?». Nell’inchiesta su Visibilia si parlava di debiti con il fisco e di stato d’insolvenza: una situazione economica che aveva fatto chiedere ai pm il fallimento. Richiesta rientrata dopo il saldo delle spettanze dell’Agenzia delle Entrate. Santanchè, che per evitare conflitti di interesse sui balneari ha venduto a Flavio Briatore e al compagno Dimitri Kunz d’Asburgo Lorena le quote del Twiga, sostiene che non ci sia nulla di cui preoccuparsi. «È sempre la stessa inchiesta. Non hanno trovato niente. Siamo usciti puliti da tutto», sostiene.
L’inchiesta e le dimissioni
Minaccia di portare in tribunale i giornalisti di Report per il servizio di domenica scorsa sulle due aziende. «Chi scrive che sono indagata dovrà risponderne in tribunale», sostiene. Nel frattempo però è sparita da ogni evento pubblico. Ma Meloni le ha chiesto di spiegarsi. Perché solo dopo un chiarimento pubblico lei potrà difenderla. L’incubo della premier è un’inchiesta che coinvolga anche La Russa e che occupi tutto il tempo della campagna elettorale per le europee 2024. E sempre La Stampa scrive che all’epoca dell’inchiesta sul fallimento Santanchè non avvertì Meloni di quello che stava succedendo. La premier seppe tutto dai giornali.
Open to fallimento
L’inchiesta di Report firmata da Giorgio Mottola e intitolata Open to Fallimento punta su Visibilia e Ki Group. Il programma ha mandato in onda testimonianze di dipendenti e fornitori storici. Parlando di «bilanci in rosso, lavoratori mandati a casa senza liquidazione, ditte messe in difficoltà, o addirittura strozzate, dal mancato saldo delle forniture». L’azienda di alimentare biologico Ki Group la ministra la acquista nel 2006 insieme all’ex compagno Canio Mazzaro. Tra 2018 e 2019 Ki Group accumula debiti con fornitore che arrivano a 8 milioni di euro.
Viene creata una nuova società, la Ki Group srl, per inglobare i rami in attivo e lasciare i debiti alla “bad company”. Intanto i mancati pagamenti mandano in crisi AT&B, azienda licenziataria del marchio Verde Bio. E secondo Report l’azienda cede il ramo per una cifra vantaggiosa per non rischiare di fallire. Sempre nei passaggi societari ci sono licenziamenti e mancate corresponsioni del Tfr. Ma anche di debiti con dipendenti da decine di migliaia di euro.
Visibilia e la Cig
Poi c’è la cassa integrazione in Visibilia. L’azienda, di cui Santanchè non è più azionista di maggioranza, avrebbe mandato in Cig una dipendente senza avvisarla: lei ha continuato a lavorare normalmente. E c’è anche l’accusa di aver incassato fondi di inserzioni pubblicitarie senza girarli all’editore. Intanto nell’udienza civile in corso sulla causa intentata da un gruppo di azionisti di minoranza della società i pm sono andati all’attacco sulla passata gestione societaria. E hanno depositato consulenze tecniche, richieste dall’aggiunto Laura Pedio e dal pm Maria Gravina, dalle quali emergerebbero irregolarità finanziarie e di bilancio nei conti di Visibilia Editore. Nella causa, davanti ai giudici Simonetti-Marconi-Zana, gli azionisti di minoranza, titolari di una quota superiore al 5% del capitale, hanno denunciato una serie di gravi irregolarità a partire dal 2019 nella gestione. Con conseguente «danno alla Società, al corretto funzionamento del mercato azionario, nonché agli azionisti».
La nuova udienza
Il 7 marzo l’assemblea di Visibilia Editore ha nominato un nuovo Consiglio di amministrazione. Nell’udienza di aprile i giudici hanno dato tempo ai nuovi amministratori di depositare documenti e relazioni sulla «azione concreta» della nuova gestione. Nel frattempo, sul fronte del Tribunale fallimentare e delle varie società del gruppo, la Procura nei mesi scorsi aveva già ritirato le richieste di liquidazione giudiziale per Visibilia Holding e Visibilia Editore. Mentre Visibilia srl in liquidazione si è mossa su due strade: il concordato preventivo o un accordo di ristrutturazione del debito. Resta ancora l’istanza di liquidazione giudiziale (il vecchio fallimento) per Visibilia Concessionaria, che ha chiesto di poter accedere alla procedura di composizione negoziata della crisi di impresa. E una nuova udienza è fissata per fine settembre.
La bancarotta
La risoluzione delle varie situazioni di crisi delle società del gruppo potrebbe portare i pm a non contestare, nella chiusura dell’inchiesta penale, l’accusa di bancarotta. Santanchè è stata presidente e Ad di Visibilia Editore tra il 2016 e il gennaio 2022. Poi ha dismesso le quote. Anche la contestazione di falso in bilancio, segnalata negli atti della Gdf di Milano che conduce l’indagine, era scattata a partire da un esposto dei soci di minoranza di Visibilia. E si concentra, come risulta da un’informativa, sul fatto che dal 2017 il cda della società «avrebbe dovuto approvare bilanci riportanti valori di avviamento e imposte anticipate largamente diversi da quelli deliberati». Gli stessi soci di minoranza, inoltre, hanno lamentato perdite «costanti». E un «continuo ricorso ad aumenti di capitale».
(da Open)
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