Giugno 24th, 2023 Riccardo Fucile
IL RETROSCENA SUL CONTROLLO DELLE TRUPPE IN UCRAINA
Da mesi sta combattendo la sua guerra privata in Ucraina. Ma l’obiettivo di Yevgeny Prigozhin e del suo Gruppo Wagner non è ancora chiaro. Mentre i suoi soldati varcano il confine a Rostov e la Russia lo accusa di voler fare un colpo di stato, l’ormai ex “cuoco di Putin” lancia messaggi sempre più minacciosi.
Il suo obiettivo scoperto è il ministro della Difesa Sergei Shoigu. Accusato di mandare giovani russi al macello in Ucraina senza una progettualità. Intanto Mosca si blinda. Il sindaco Sergey Sobyanin ha annunciato misure anti-terrorismo in attesa di una marcia sulla Capitale che evidentemente adesso i russi cominciano a considerare probabile. E la Casa Bianca dall’altra parte dell’oceano monitora una situazione che rischia di farsi sempre più esplosiva.
Gli interessi della Wagner in Ucraina
La Cnn fa sapere che dai primi di gennaio gli 007 Usa avevano notizie di un possibile scontro interno tra la Wagner e il Cremlino. Alcuni funzionari del governo Usa avevano rilevato le tensioni tra Mosca e Prigozhin. L’intelligence Usa sostiene che si aspettava un’escalation nei mesi seguenti. Sempre a gennaio un alto rappresentante della Casa Bianca aveva rivelato come la Wagner stesse diventando un «centro di potere rivale nei confronti dell’esercito russo e di altri militari russi». Secondo report degli 007 americani, a quel tempo Prigozhin stava portando avanti i propri interessi in Ucraina, invece di seguire le direttive del Cremlino. Anna Zafesova su La Stampa scrive che Prigozhin ha così lanciato il suo golpe, quello che aveva promesso a più riprese in termini talmente espliciti da farlo considerare un bluff.
Le accuse a Shoigu
Alla base della guerra civile annunciata oggi c’è il video di Prigozhin in cui accusa la Russia. Il capo della Wagner ha demolito tutti i caposaldi della propaganda del Cremlino sulla guerra in Ucraina.
Sostenendo che non ci fossero attacchi nei confronti dei civili russi sul suolo di Kiev e, soprattutto, che al fronte il nemico sta vincendo ma il ministero della Difesa russo nasconde tutto.
Ma nel tempo gli obiettivi di Prigozhin sono cambiati. Qualche tempo fa ha chiesto ai deputati della Duma di andare al fronte in Ucraina. Nel maggio scorso, quando era tornato ad attaccare Shoigu, le sue invettive contro i generali che «stanno nei loro uffici rivestiti di mogano», «vanno nei club esclusivi» mentre i loro figli «girano video su YouTube». E, insieme, le ipotesi di alcuni blogger russi: «Ha piani diversi e vuole mantenere intatta la spina dorsale delle sue unità col pretesto della fame di proiettili per ritirarle prima del contrattacco».
Il potere in Russia
La decisione di varcare il confine a Rostov però è uno spartiacque. Con questa mossa se Prigozhin aveva l’obiettivo di spodestare Putin e prendere il potere in Russia, si troverà davanti tutto l’esercito. E sembra davvero difficile che possa in qualche modo “tornare indietro” dopo la presa di posizione dei servizi segreti russi. Che lo accusano di golpe, terrorismo e guerra civile.
Evgenij Viktorovič Prigožin, imprenditore russo, è soprannominato “il cuoco di Putin” per i suoi interessi nel settore della ristorazione. I suoi hanno inviato una risposta video al Parlamento europeo, nel quale mostrano un martello insanguinato che riporta alla memoria l’esecuzione di Evgeny Nuzhin.
Una condanna a morte in arrivo?
Su Repubblica la politologa Tatiana Stanovgja avverte: «Calmatevi tutti. Finora non si hanno prove convincenti che ci sia stato un golpe dei wagneriti e che Prigozhin stia guidando le sue colonne da qualche parte. No. La parte dimostrativa è però molto forte». In ogni caso il dado ormai è tratto. E, spiega il quotidiano, per Prigozhin potrebbe essere arrivato il momento della condanna a morte. Il quotidiano spiega che alla base della mossa c’è il rifiuto di siglare entro il primo luglio il contratto che dovrebbe assoggettare i suoi “volontari” alla Difesa. Il politologo Sam Greene, dopo aver passato al vaglio tutte le ipotesi, conclude che «forse Prigozhin ha soltanto perso la testa». Di certo la sua rischia di cadere presto.
Cos’è il gruppo Wagner
Il gruppo Wagner invece è una società militare privata fondata nel 2013. In Ucraina ha mandato a combattere 50 mila uomini, tra cui ex galeotti. Ma ha subito moltissime perdite. L’agenzia di stampa Agi ricorda che la milizia è nata dopo lo scioglimento degli Slavonic Corps, che operavano in Siria. Il suo primo leader è Dmitri Utkin, ex ufficiale dell’intelligence militare. Più dell’80% della milizia sia stato reclutato nelle carceri, il resto è costituito da mercenari. Gli elementi più esperti sono veterani congedati delle forze di sicurezza e dall’intelligence russa ma anche ex militari di Paesi slavi come la Serbia. La Wagner è stata impiegata per la prima volta durante la guerra del Donbass, tra il 2014 e 2015, a sostegno alle forze separatiste nel Donetsk e Lugansk. Poi la milizia ha combattuto in Libia, Siria, Mali, fino all’invasione dell’Ucraina del febbraio 2022. Qui nei primi mesi del conflitto avrebbero tentato più volte di organizzare l’assassinio del presidente Zelensky.
(da Open)
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Giugno 24th, 2023 Riccardo Fucile
“PUTIN HA CREATO UN FRANKENSTEIN, ORA SE LO GODE”
Professor Margelletti siamo al golpe. Che cosa accadrà adesso a Mosca e
in Ucraina?
«È, naturalmente, presto per dirlo. Mentre è chiaro che cosa c’è dietro la scelta di Prigozhin. Sta accadendo quel che successo nell’impero romano: la debolezza del re porta i capi delle legioni romane a sfidare il sovrano per prenderne il potere».
A che cosa mira Prigozhin?
«Putin ha creato un Frankenstein e lui ora mira a sostituirlo o quanto meno ad affiancarlo. All’inizio, ovvero prima che lo zar parlasse alla nazione, si poteva pure pensare che fosse un’azione concertata, ma dalle parole durissime espresse da Putin « sta pugnalando alle spalle una nazione» è evidente che non era a conoscenza del golpe e che Prigozhin sta lanciando un’Opa fortissima sul Cremlino».
Vuole sostituirsi a Putin?
«Quanto meno affiancarlo. Perché ritiene la sua azione troppo debole sul fronte della guerra. Magari si accontenterebbe di diventare ministro della difesa, a quel punto non avremmo più i tradizionali livelli tra potere politico e militare ma ci sarebbe una privatizzazione vera dello strumento militare».
E questo quali conseguenze porterebbe sullo scenario della guerra contro l’Ucraina?
«C’è anche un arsenale nucleare da gestire e Prigozhin non è uomo da guanti di velluto. Il capo della Wagner rimprovera a Putin proprio questa debolezza, quindi, traiamone le conclusioni».
A questo punto una riflessione si impone anche nei confronti di tutti i tentativi di mediazione europei (e non) per accelerare il processo di pace. O no?
«Certamente sì. Se con Putin il dialogo risultava impossibile nel vocabolario di Prigozhin questa parola non esiste proprio».
(da La Stampa)
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Giugno 24th, 2023 Riccardo Fucile
AL CREMLINO LA MINACCIA DI PRIGOZHIN E’ CONSIDERATA REALE E CONCRETA
Blindati per le strade di Mosca e Rostov-sul-Don, posti di blocco sulle autostrade e ufficiali di polizia, Guardia Nazionale e servizi segreti richiamati in servizio nella notte. Internet bloccato o rallentato, e generali balbettanti che implorano i loro ex compagni di Wagner di fermarsi, mentre arrivano voci di scontri a fuoco tra militari regolari e mercenari al fronte del Donbass.
Evgeny Prigozhin ha lanciato il suo golpe, che aveva peraltro annunciato e promesso in termini talmente espliciti da essere stato considerato uno che bluffava, come i suoi troll in Rete. Invece sembra che almeno al Cremlino la minaccia sia considerata molto concreta, anche se fino a notte fonda nessuno riusciva a trovare tracce della “marcia su Mosca” dei Wagner, e nemmeno a localizzare il loro comandante.
Sulla cui ribellione però non c’è alcun dubbio, dopo che ieri ha pronunciato quello che tutti o quasi a Mosca pensano, ma nessuno osa dire: che l’invasione dell’Ucraina, il 24 febbraio 2022, è stata un errore.
Nessuno è riuscito a localizzare fino a tarda notte nemmeno Vladimir Putin, facendo precipitare il Cremlino in un panico visibile.
Dall’altra parte della linea del fronte, gli ucraini annunciavano che stanno comprando i popcorn. La controffensiva di Kyiv ha colpito nel tratto più debole del fronte russo: al Cremlino.
Se Putin riesce a domare Prigozhin, diventa comunque un leader che non è riuscito a controllare il suo stesso “cuoco”, arrivando a uno scontro tra clan interni al suo regime che vacilla sull’orlo di una guerra civile. Se non riesce a domarlo, da oggi l’esercito ucraino potrà avanzare come un rullo compressore perché Mosca sarà presa da regolamenti di conti interni. Per il leader russo è una partita “lose-lose”, una manifestazione di debolezza che apre giochi feroci e imprevedibili, nella guerra di successione.
(da La Stampa)
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Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
IN FRANCIA SPOPOLA “DROITE AU COEUR”, RIBATTEZZATO IL “TINDER DEI PATRIOTI”. UN SITO DI INCONTRI IDEOLOGICAMENTE CONNOTATO: “VOGLIAMO RISPETTARE E DIFENDERE IL PAESE E LE RADICI CRISTIANE. VI OFFRIAMO RELAZIONI SERENE E PATRIOTTICHE” (OCCASIONALI)
L’hanno ribattezzato «Tinder dei patrioti». Ma in fondo è qualcosa di
più. Un sito di incontri ideologicamente connotato: iscrizione gratuita, messaggeria istantanea. Un click per trasformare il proprio credo politico da impresentabile a popolare, anche negli incontri amorosi: «In abito bianco o in polo per un weekend, in coppia o con la nascita di una famiglia, l’importante è offrirvi cuore, valori e tanta felicità».
Eccolo il biglietto di presentazione di Droite au Coeur (Dritto al cuore), che promette «relazioni serene e patriottiche». E perché no occasionali, con assistenza clienti 6 giorni su 7.
Così si presentano Stéphanie e Yohan Pawer. Lui, youtuber «del tutto normale, senza paraocchi ma accusato d’essere dalla parte del male… L’estrema destra».
Tinder gode in Francia di cattiva fama, viste le cronache legate a Salim B., l’uomo dai mille alias accusato d’aver drogato e violentato 17 ragazze conosciute sulla popolare app.
E le armi di «Dritto al cuore» sono sicurezza e slogan-specchio delle destre: «Educazione, cultura, religione sono fari incrollabili che ci guidano in una società che non ci somiglia più»
Ogni registrazione viene verificata individualmente, promette la piattaforma, che si presenta come «primo sito di incontri seri, motivati a rispettare e difendere il Paese e le radici cristiane».
In fase di registrazione, viene chiesto agli utenti di indicare simpatie politiche con varie scelte da spuntare, una o due, dal partito neogollista a quello di Éric Zemmour, oltre al Rassemblement National di Marine Le Pen
Ma dietro l’exploit della piattaforma c’è di più. È l’ennesima prova di uno sdoganamento della destra; del fatto che sentirsi conservatori, per una fetta di francesi, è considerato ormai quasi un moto d’orgoglio.
E poterlo rivendicare, senza temere d’esser vittima di pregiudizi che fino a un paio di anni fa bollavano come soggetto da tenere alla larga chiunque dicesse d’aver votato Le Pen, sia perfino funzionale ad assumere un ruolo da protagonista nella società. O semplicemente ritagliarsene uno sotto le lenzuola.
(da il Giornale)
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Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
SCOPERTI 2.530 CASI DI FRODE SULL’IVA PER UN VALORE DI OLTRE 2 MILIARDI: TRUFFE BASATE SU FATTURE FALSE E SOCIETÀ “FANTASMA” O DI COMODO… DENUNCIATI ANCHE 800 DATORI DI LAVORO CHE HANNO IMPIEGATO SEIMILA LAVORATORI IN NERO O IRREGOLARI
Ammonta a circa 777 milioni di euro il patrimonio sequestrato nei confronti di grandi evasori in Lombardia mentre le proposte di sequestro avanzate alle diverse Procure della Repubblica ammontano a oltre 2,5 miliardi di euro. E’ uno dei dati del bilancio operativo dei reparti della Guardia di Finanza lombarda resi noti oggi in occasione delle celebrazioni per il 249mo anniversario della fondazione del corpo.
Tra gennaio 2022 e maggio 2023, le Fiamme Gialle hanno proseguito e rafforzato l’azione di contrasto sia all’utilizzo distorto dei finanziamenti pubblici nazionali e comunitari finalizzati a sostenere la ripresa economica, sia ai tentativi di infiltrazione della criminalità organizzata nell’economia legale nonché ai fenomeni di evasione fiscale più pericolosi, che sottraggono risorse alla crescita e allo sviluppo.
Infatti, si legge in una nota, sono stati 2.471 i reati fiscali scoperti a carico di 3.568 soggetti denunciati, di cui 167 arrestati. Nel contrasto alle frodi Iva organizzate, basate su fatture false, società “fantasma” e di comodo, sono stati scoperti 2.530 casi, con un’imposta evasa per circa 2,1 miliardi di euro.
In considerevole aumento i casi di frodi fiscali basate sulla compensazione di crediti fiscali inesistenti o non spettanti con debiti fiscali reali: denunciati 479 responsabili, di cui 39 arrestati, con il sequestro di beni e disponibilità finanziarie illecitamente accumulati per circa 1,2 miliardi di euro
Nel contrasto all’economia sommersa sono stati individuati 1.053 soggetti sconosciuti al Fisco (evasori totali), nonché 778 datori di lavoro che hanno impiegato 5.908 lavoratori in “nero” o irregolari. Inoltre riguardo alle indebite percezioni del “reddito di cittadinanza”, sono stati eseguiti 2.042 interventi, di cui 1.821 sono risultati irregolari, consentendo di accertare una frode per le casse dello Stato di circa 15,3 milioni di euro tra contributi indebitamente percepiti e richiesti, con la denuncia di 1.553 persone. Infine ci sono le denunce nei confronti di 354 persone per reati in materia di appalti, corruzione e altri delitti contro la Pubblica Amministrazione e, di queste, 40 sono state arrestate.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
“MI DEVONO ANCORA 44.000 EURO”
«Andavo in giro dai clienti e mi chiamavano la “signora Ki” per quanto
mi identificavano con l’azienda». Monica Lasagna, oggi 52 anni, ha passato in Ki Group più di metà della sua vita. «Era la mia casa, era un gioiellino», continua a ripetere con amarezza.
Dopo trent’anni come responsabile commerciale canale specializzato, anche lei ha lasciato «soffrendo ma senza altra scelta», sottolinea, l’azienda colosso dell’alimentazione biologica gestita dalla ministra del Turismo Daniela Santanchè e dal compagno Canio Mazzaro.
Lasagna è una dei tanti ex dipendenti – come testimoniato dal’inchiesta della trasmissione Report – che attendono ancora gli ultimi stipendi e il tfr. «Ho comprato una casa e mi son dovuta far dare i soldi da mia sorella. Ancora oggi mi devono 44 mila euro», commenta con sdegno.
«Ho sempre lavorato nel commerciale, in Ki Group ho iniziato nel maggio del ‘93 – torna indietro nel tempo -: le posso garantire che all’epoca nessuno sapesse cosa volesse dire biologico: è stata l’azienda pioniere e cresceva a doppia cifra con il minimo sforzo. Poi la storia l’ha portata alla fine dove è finita».
Santanchè è arrivata nel 2020. «È cambiato tutto – ricorda Lasagna -, le direttive erano impartite da lei e dal marito. Ma il problema di fondo dell’azienda era diventato finanziario. La situazione è iniziata a precipitare già nel 2019, loro pensavano di risolvere ma per farlo dovevi metterci dei soldi e loro non hanno investito». Della ministra Lasagna ricorda le «ottime capacità come relatore, il suo errore è stato non rispettare le promesse fatte».
Si spiega: «Non puoi dire a un fornitore “quest’azienda non fallirà mai, è il futuro di mio figlio”, come è stato detto nel servizio di Report, e poi fare questa roba, devi avere etica. Lei invece non ha rispettato la parola data: la stessa cosa che ha fatto all’esterno con i fornitori, l’ha fatta con il personale. Chi si dimetteva era consapevole che avrebbe avuto difficoltà a ricevere la liquidazione e il tfr».
Ma per tanti è stata una scelta forzata. «E sofferta – precisa Lasagna -, quell’azienda era casa mia». Come tanti ex dipendenti, anche lei ha deciso alla fine di intraprendere un’azione legale: «Ho scoperto che non ci hanno versato nemmeno tutti i contributi della pensione. Io credevo che un giorno ci avrebbero pagato le liquidazioni, invece questo non è mai avvenuto».
La testimonianza di un dipendente
La stessa sorte è capitata a Marco (nome di fantasia perché preferisce restare anonimo), per due anni in Ki Group come direttore acquisti. Anche lui è tra chi ha deciso spontaneamente di fuggire da una situazione non più accettabile e da allora aspetta tre mesi di stipendio non pagato oltre al tfr: una cifra che si aggira attorno ai 26 mila euro.
«Lavoravo a stretto contatto con Santanché purtroppo perché mi occupavo dei fornitori, una parte di azienda che era intermediata da lei – ricorda -. Dico purtroppo perché dal punto di vista professionale è stato complicato anche se formativo, mentre dal punto di vista personale sentire un parlamentare che mente spudoratamente a fornitori e dipendenti, sapendo di mentire, è terribile. Mi sono reso conto che stavo buttando via il mio tempo».
L’attuale ministra del Turismo, a detta dei suoi ex dipendenti, «raccontava in continuazione che Ki Group avrebbe pagato e tutti i problemi si sarebbero risolti, quando sapevamo tutti benissimo che non era vero che fornitori e aziende sarebbero stati pagati. Questo è stato il mood di un anno e mezzo di gestione di Santanchè e Mazzaro. L’ho tollerato finché non ha iniziato a impattare sui dipendenti».
Marco era a capo di un team di 5 persone: «Una delle mie assistenti è stata lasciata a casa lunedì alle 18, dopo un’intera giornata di lavoro – racconta -. Credeva di dover tornare in azienda martedì mattina, invece l’hanno mandata via senza pagarle neanche lo stipendio del mese precedente».
Insieme a diversi ex dipendenti, ha deciso anche lui di intraprendere un’azione legale. «Io me ne sono andato con un piano B, avevo già trovato un nuovo lavoro, ma me ne sarei andato via comunque, non era più accettabile la situazione – conclude -. Solo per farle capire: è mancata mia madre e loro mi chiamavano due o tre volte al giorno per chiedermi di fare dei lavori …. Sono delle persone che si descrivono da sole».
(da La Stampa)
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Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
BOCCIATA LA FLAT TAX: “POCO REALISTICA”
“Un sistema ad aliquota unica insieme a una riduzione del carico fiscale sembrano poco realistici”. Lo ha detto Lo ha detto il presidente dei Giovani Imprenditori di Confindustria, Riccardo Di Stefano, aprendo il Convegno Nazionale di Rapallo.
“Ai nostri ospiti politici – ha detto Di Stefano – non faremo liste della spesa e non chiederemo mancette. Chiederemo conto, invece, da imprenditori, da giovani e da cittadini, di come vengono utilizzate le risorse dello Stato, e delle loro ricadute, dei risultati che l’Italia sta ottenendo in Europa”. Al convegno saranno ospiti nella prima giornata il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, il ministro per gli Affari Europei, Sud, Coesione e Pnrr, Raffaele Fitto, mentre domani sarà la volta di Gilberto Pichetto Fratin, ministro dell’Ambiente, Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture, e Antonio Tajani, ministro degli Esteri.
“Su evasione il governo alzi l’asticella”
Sull’evasione “invitiamo con forza il Governo ad alzare l’asticella”, è l’appello dei giovani imprenditori da Rapallo, dove osserva che finora è mancata “solo la determinazione politica e amministrativa di aggredirla”. “L’ingiustizia e l’ammanco di risorse che l’evasione determina sono indegne di un Paese civile”, dichiara Di Stefano, aggiungendo: “che sia grande o piccola, la sua gravità non cambia. Perché entrambe ci parlano di un rapporto distorto con la cosa pubblica. Quel ‘prendi e scappa’ che è un problema prima di tutto culturale e poi materiale”.
“Su Pnrr serve scatto da Formula 1”
Di Stefano si è soffermato poi sul tema Pnrr. “Il nostro chiodo fisso è che il Pnrr sia implementato, con decisione” con “sforzi assomiglino più a uno scatto di Formula 1 che a una gara fra tricicli”, ha detto osservando che il Pnrr “ci rende un sorvegliato speciale perché banco di prova per tutta l’Unione”.
“La macchina dello Stato – dichiara Di Stefano – è in panne da anni e dobbiamo rivolgerci a voi, che oggi ne siete alla guida. Quindi, chiariamoci: non ci accontenteremo di ascoltare rimpalli di responsabilità, né sul presente né sul passato”.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
L’EX PARLAMENTARE DELLA LEGA, ARRESTATO IERI, SECONDO IL GIP DI FORLÌ, ESERCITAVA UNA “FUNZIONE PUBBLICA GRAZIE AL SUO RAPPORTO PERSONALE CON I PUBBLICI UFFICIALI”
«Noi vecchi leghisti teniamo alle persone serie come te…». Nel leggere
gli atti dell’indagine sul sistema Dogane e le intercettazioni a essa allegate […] Gianluca Pini — ex deputato ma soprattutto leghista della prima ora prima che entrasse in rotta, fortissima, con il segretario Matteo Salvini, tanto da portarlo in tribunale per la gestione del partito — stupisce non tanto la disinvoltura negli affari e nelle richieste («Marcello, ho quel carico bloccato…»), alla fine comune con un certo tipo di indagini.
Quanto la disinvoltura con la quale metteva un partito — e le istituzioni — a disposizione dei suoi business personali. Di come confondesse, le parole sono del gip di Forlì Massimo de Paoli, «la funzione pubblica» e il «profitto privato».
Pini non è considerato infatti soltanto «un faccendiere» o un banale «intermediario ». Ma piuttosto un «soggetto che esercitava una funzione pubblica: in cambio di utilità all’interno del partito Lega Salvini premier», scrive il gip, «assicurava vantaggi grazie al suo rapporto personale con i pubblici ufficiali, ignari dell’accordo corruttivo».
Cosa significa? Pini ha un «patto corruttivo » con il direttore delle Dogane, Marcello Minenna; una promessa di copertura politica in cambio dei favori alle sue società.
L’ex deputato leghista vantava soprattutto la sua vicinanza con l’attuale ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, di cui in passato è stato anche socio. Ma con il quale da qualche tempo — giurano dall’entourage di Giorgetti — non ha nulla a che fare.
Giorgetti non è in alcun modo coinvolto nell’inchiesta. «Mi hanno detto però che Pini era il suo braccio destro» racconta ai magistrati uno degli assistenti di Minenna. L’ex deputato leghista effettivamente si muoveva come tale. Per dire: a luglio del 2020 Minenna tempesta di telefonate Pini perché Giorgetti partecipasse alla «presentazione del libro Blu», un lavoro dell’Agenzia delle Dogane. «Con la tua Autorevole Garanzia… » dice a Pini.
«Gli parlo io!», lo rassicura l’ex deputato. Giorgetti però dà buca (ma poi rimedia partecipando qualche mese dopo a un altro incontro). E Pini si fa perdonare in altra maniera. E così si muove direttamente con Giorgetti. È il 9 aprile quando chiama l’allora ministro allo Sviluppo economico: «Minenna è incazzatissimo. Chiamalo e digli guarda è un deficiente, scusami ti chiedo scusa io». «Va bene, mo lo chiamo io» gli dice Giorgetti. «E infatti — annota il gip — il ministro contattava Minenna alle 17,25 del 10 aprile, in una telefonata che dura 231 secondi».
Minenna è contento: «Mi ha fatto molto piacere» dice a Pini ricordando come già qualche mese prima, sempre grazie alla sua intercessione, aveva sentito Giorgetti. «Noi leghisti teniamo a persone serie come te».
Pini mette a disposizione dei suoi affari tutta la Lega. Minenna vuole parlare con Zaia? Lui lo cerca. Minenna cerca una sponda in Piemonte? Pini cerca Riccardo Molinari, «già vicepresidente regionale». Ci sono brutti articoli sulle Dogane? «Ora sento i direttori».
La “buona stampa” non era però soltanto una questione di narcisismo. Ma serviva ad altro: Minenna voleva infatti la riconferma alle Dogane. E, più in avanti, mirava alla poltrona di “presidente Consob”, ente da cui proveniva. Si muoveva con tutto il governo, grazie dice il gip, al «sistema delle auto sequestrate » (una, per esempio, era stata messa a disposizione dell’allora ministro leghista, Massimo Garavaglia).
Ma Pini resta il suo core business. «Dopo il cambio di governo di febbraio 2021, poteva non essere riconfermato per effetto dello spoils system» scrive il gip. «E sapeva che solo attraverso il sostegno del ministro Giorgetti e, più in generale, del partito della Lega poteva ottenere la riconferma. «Facciamo un punto con Giancarlo in prospettiva?» chiedeva a Pini già a febbraio. «Io sono certo del suo supporto dopo le tue parole» gli dice.
E ancora più avanti: «Io speravo di essere aiutato dalla Lega…» gli dice, prima di incontrarlo a Roma. Il lavoro va a buon fine. Il 16 aprile 2021 Minenna incontra Giorgetti. Parlano, probabilmente, della nomina. Ma anche di un decreto — «sui prodotti metallici» — che interessava al ministro e per il quale Minenna si prodiga. Il 21 maggio Minenna veniva riconfermato.
Le persone vicine a Giorgetti fanno notare che la nomina non dipendeva del suo ministero. E anzi quando è toccato a lui, arrivato al Mef, Minenna è stato mandato a casa.
(da agenzie)
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Giugno 23rd, 2023 Riccardo Fucile
IL PD DI SCHLEIN HA FINALMENTE PRESO UNA POSIZIONE CHIARA IN UNA MOZIONE AD HOC… A FINANZIARE I TRAFFICANTI RESTANO SOLO I SOVRANISTI
Il Partito democratico abbandona il passato, o perlomeno conferma una tendenza che aveva preso spazio nel partito nell’ultimo periodo: sul memorandum con la Libia e il finanziamento della cosiddetta Guardia costiera libica, la posizione è un secco ‘no’.
A sei anni dall’accordo, siglato nel 2017 proprio da un governo a trazione Pd – presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e ministro dell’Interno Marco Minniti – il partito guidato da Elly Schlein ha proposto in commissione una mozione per sopprimere il supporto dell’Italia alle milizie libiche. La maggioranza lo ha bocciato, come era prevedibile, ma resta la decisione politica dei dem di schierarsi contro.
La cosiddetta Guardia costiera libica si è resa protagonista in più di un’occasione di episodi controversi, sollevando il forte sospetto che collabori con gli scafisti e i trafficanti che gestiscono il passaggio di esseri umani nel Mediterraneo.
Numerosissime Ong hanno attestato i suoi metodi violenti, e anche le Nazioni unite hanno accertato che in Libia le condizioni delle persone migranti sono inaccettabili dal punto di vista dei diritti umani. Tuttavia, dal 2017 in avanti i governi italiani hanno sempre rinnovato l’accordo su base triennale.
Certo, quello del Pd non è un cambio di linea che si può attribuire solamente alla nuova segretaria. Anche l’anno scorso le commissioni Difesa e Esteri si erano riunite per discutere delle missioni internazionali dell’Italia – come avviene ogni anno, perché va approvato il decreto del governo sul tema. E in quell’occasione i dem, insieme a Movimento 5 stelle e Italia viva, non avevano votato il finanziamento alla cosiddetta Guardia costiera della Libia.
Era stato una sorta di passaggio intermedio, un primo passo: non c’era stata una mozione contraria, ma i rappresentanti del partito avevano lasciato l’aula in segno di protesta. Il deputato Erasmo Palazzotto aveva detto che si trattava di un “segnale forte” e che il Pd si era “dissociato dall’assumere impegni con la Libia”, sottolineando che c’era ancora “molta strada da fare”. D’altra parte, il memorandum è da anni un argomento divisivo anche all’interno dello stesso Pd. L’anno scorso, la ‘fazione’ di chi si opponeva aveva ottenuto l’uscita dall’aula. Quest’anno si è fatto il passo successivo.
L’arrivo di Elly Schlein alla guida dei dem ha infatti confermato, e rinforzato, questa posizione. Già a marzo, poco dopo l’elezione, Schlein aveva dichiarato di voler rappresentare un “Pd che non rifinanzi mai più la Guardia costiera libica”.
Oggi, dopo il voto, ha scritto in una nota: “Il Pd oggi in Commissioni riunite Esteri e Difesa ha votato compatto contro il supporto alla Guardia costiera libica”.
“Ancora una volta la maggioranza, bocciando la nostra proposta di soppressione, ha dimostrato di non voler vedere la realtà e si è ostinata ad andare avanti con la sua consueta assenza di una politica migratoria seria e degna di un Paese civile”, ha aggiunto la segretaria. L’esultanza è arrivata anche da Giuseppe Provenzano, responsabile Esteri per il Pd, sui social media.
(da agenzie)
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