Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
TANTO PER CAMBIARE… SI RISCHIA PURE IL TRASFERIMENTO DELL’EVENTO ALL’ESTERO
Mancano due anni e mezzo all’inizio delle tanto discusse Olimpiadi
Milano-Cortina del 2026 e l’Italia continua a essere impantanata nella sua macchina burocratica.
Cortina resta in attesa della costruzione di un tunnel lungo 4 chilometri, mentre Longarone aspetta un’arteria da 11 chilometri, dal costo di 400 milioni di euro.
All’appello mancano poi decine tra rotatorie, gallerie, viadotti e ponti, i cui costi sono lievitati tra inflazione, caro delle materie prime e speculazione.
Nel frattempo, continuano le proteste delle associazioni ambientaliste, che dal 2021 scendono in piazza per denunciare gli “scempi ambientali” che le Olimpiadi Milano-Cortina del 2026 genereranno, tra consumo di suolo e alterazione dell’ecosistema circostante, in un modello già visto con l’alta velocità. Intanto, quelle che erano state sbandierate come olimpiadi «a costo zero» in realtà ha già pesato sulle casse statali per oltre tre miliardi di euro.
Tra ritardi nella costruzione e costi che lievitano rapidamente tutto procede a rilento, troppo anche per il Comitato Olimpico che non nasconde più i timori. L’ipotesi di spostare l’evento all’estero fiata sul collo dell’amministrazione italiana, nonostante le rassicurazioni in tal senso di Giovanni Malagò, numero uno del CONI e presidente della Fondazione Olimpica. Malagò ha comunque ribadito che serve «realismo», in quanto la realizzazione dei lavori è ormai «una corsa contro il tempo».
A Cortina la pista da bob è stata demolita e adesso si cercano le imprese per la ricostruzione dell’impianto. «Si lavora per i bandi e per gli appalti ma, seppur gestiti in forma straordinaria con una struttura commissariale, gli iter autorizzativi restano lunghi», ha dichiarato Roberto Padrin, presidente della Provincia di Belluno.
Per ora, a due anni e mezzo dall’inizio delle Olimpiadi, l’evento pesa sulle casse statali per oltre tre miliardi di euro. Una cifra destinata a crescere e ad allontanarsi sempre di più dall’obiettivo “costo zero” sbandierato in fase di assegnazione.
Una trama pressoché identica a quella dei Giochi del 2006 tenutisi a Torino. In quell’occasione, la spesa finale risultò essere di 3,5 miliardi di euro, a fronte dei 500 milioni stimati, tra organizzazione e realizzazione delle opere, quasi tutte lasciate poi in stato di abbandono in seguito alla conclusione dell’evento. La pista da bob costruita a Cesana, in Val di Susa, è rimasta aperta fino al 2010 senza ospitare alcuna competizione, producendo spese di gestione per mezzo milione di euro. Al danno si aggiunse la beffa e gli incassi totali durante l’evento del 2006 non superarono il miliardo di euro, con buona pace dei contribuenti e delle casse pubbliche.
Stando ai vari dossier realizzati dal comitato promotore di Milano-Cortina 2026, l’evento dovrebbe creare 20 mila posti di lavoro da qui fino alla sua conclusione, per un giro d’affari di 2,9 miliardi di euro. Ciò vuol dire che mancano ancora due anni e mezzo all’inizio delle Olimpiadi invernali e siamo già in perdita di mezzo miliardo di euro. Uno scenario che diventa più desolante se si allarga lo sguardo, facendo i conti con ritardi, inflazione e lo spettro del trasferimento dell’evento all’estero.
(da lindipendente.online)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
LA RUSSIA IN AFRICA È UN PARTNER ECONOMICO MARGINALE, PRESSOCHÉ IRRILEVANTE
L’ultima «mossa del grano» di Vladimir Putin, cioè la promessa di fornirlo gratis all’Africa, nasce da una paura: quel continente gli sta voltando le spalle. Il campanello di allarme è suonato in occasione del summit Russia-Africa che si sta svolgendo […] a San Pietroburgo, proprio nella città di Putin. A questo importante summit […] si sono presentati solo 16 capi di Stato africani, cioè meno della metà rispetto ai 43 che parteciparono al primo vertice con questo formato che si tenne a Sochi nel 2019.
Altri dieci paesi hanno declassato la propria partecipazione mandando a San Pietroburgo i loro primi ministri; ma anche aggiungendovi questi il totale rimane molto al di sotto rispetto a quattro anni fa.
I numeri deludenti sono una bocciatura per l’attivismo della diplomazia russa, a cominciare dal ministro degli Esteri Sergei Lavrov. Quest’ultimo aveva moltiplicato gli sforzi (incluse molte visite sul continente nero) per mobilitare la partecipazione degli statisti africani.
Il calo dei partecipanti al summit Russia-Africa sembra dimostrare che a qualcosa sono servite le pressioni americane ed europee, pur senza determinare svolte clamorose.
Il grosso del danno all’influenza russa in Africa in realtà lo ha inflitto lo stesso Putin. I governi del Grande Sud sono sensibili alla propaganda russo-cinese che denuncia i vizi neo-colonialisti e imperialisti dell’Occidente; però sono anche sensibili ai numeri. E i numeri dicono che la Russia in Africa è un partner economico marginale, pressoché irrilevante.
Inoltre Putin ha accumulato le promesse tradite e la sua credibilità ne risente. Come documentano i dati raccolti in un servizio del Washington Post, al summit del 2019 Putin si impegnò a espandere il commercio con l’Africa fino a raggiungere più del doppio del livello di partenza, portandolo in cinque anni da 16,8 a quasi 40 miliardi di dollari.
Secondo i dati dell’agenzia di stampa ufficiale Tass, che attinge al ministero del commercio estero russo, nel 2021 l’interscambio con l’Africa era salito pochissimo, a 17,7 miliardi, per lo più concentrato su armi e grano. Per capire la modesta entità di queste cifre bisogna paragonarle all’interscambio tra l’Unione europea e l’Africa che è di 295 miliardi di dollari annui, a quello tra Cina e Africa a quota 254 miliardi, infine a quello degli Stati Uniti pari a 83,7 miliardi.
Quando Putin annuncia che fornirà grano gratis ai paesi dell’emisfero Sud, anche questa promessa viene accolta con scetticismo alla luce dei precedenti. Come donatore di aiuti umanitari la Russia è tra i più avari del mondo. Riesce ad essere perfino meno generosa di paesi molto più poveri. Le donazioni fatte da Mosca al World Food Program, l’agenzia Onu che combatte la fame nel mondo, sono state di soli 6,5 milioni di dollari quest’anno cioè inferiori a quanto hanno donato l’Honduras, la Guinea Bissau e il Sud Sudan.
Può darsi che stavolta sul grano Putin voglia mantenere la promessa, ma in tal caso si tratta di una mossa tattica a fini commerciali: l’agricoltura russa soffre di sovrapproduzione.
Dato che la Russia ha un peso economico minuscolo, sia nel commercio che negli investimenti, in passato aveva compensato quella debolezza con la sua presenza militare. Come security provider, cioè come fornitore di sicurezza armata a questo o quel governo africano, Putin ha offerto i propri servizi di protezione prevalentemente attraverso il Gruppo Wagner.
Il recente tentativo di insubordinazione della milizia di mercenari contro le forze armate regolari di Mosca, ha gettato un’ombra anche sull’effettivo peso militare della Russia. Questo si aggiunge al bilancio fallimentare della «operazione speciale» che doveva conquistare l’Ucraina in pochi giorni e invece ne ha già consumati 500 senza veri successi.
Sarebbe prematuro concludere che l’Africa è pronta a uscire dal suo non allineamento. I consensi verso l’Occidente non aumentano in modo molto visibile. Il calo d’influenza della Russia può andare a beneficio della Cina, dell’Arabia Saudita, dell’India, della Turchia, gli altri attori geopolitici interessati alla posta in gioco. Resta da registrare che le batoste subite da Putin non passano inosservate neanche in quei paesi africani dove lui pensava di avere ancora una sponda benevola.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
IL PAESE AFRICANO È UN CROCEVIA DEI FLUSSI MIGRATORI, E STATI UNITI E UE AVEVANO INVESTITO MILIONI DI DOLLARI IN AIUTI. NON È SERVITO A NULLA: NELLE STRADE DELLA CAPITALE SI URLA “VIA I FRANCESI” E VENGONO SVENTOLATE BANDIERE RUSSE IN ONORE DEI MERCENARI DELLA WAGNER
A Diamey la roulette del colpo di Stato, il sesto dal 2020 in quella fascia
dimenticata dell’Africa che va dal Mar Rosso all’Atlantico, sembra fermarsi quando Abdou Sidikou Issa mette tutte le sue fiche sul numero dei golpisti.
È calata la sera e il capo di Stato maggiore comunica a 26 milioni di nigerini e al mondo intero che le Forze Armate dell’unica democrazia rimasta nel Sahel, uno dei Paesi più poveri del mondo, ufficialmente sostengono gli ufficiali che 24 ore prima sono andati in tv per annunciare la fine del «regime che conoscete», ovvero la sospensione della costituzione e la rimozione di Mohamed Bazoum. Non un leader dinosauro qualunque, ma un presidente di 63 anni salito al potere dopo le elezioni del 2021, avendo sventato un golpe.
Questa volta gli è andata peggio: dopo una notte di incertezze […] ieri nella capitale hanno sfilato giovani filo-golpisti, al grido di «via i francesi» e con sfoggio di bandiere russe. Mercoledì i militari avevano disperso la folla contraria al golpe, ieri invece hanno permesso che andasse a fuoco la sede del partito del presidente Bazoum. Che quasi in contemporanea su Twitter ostentava fiducia: «Le conquiste della democrazia non andranno perdute», scriveva, mentre gli inviati dell’Ecowas (il gruppo dei Paesi vicini) tentavano un’estrema mediazione.
Putsch «morbido» e condanne dure da parte di molti attori internazionali: Onu, Europa, Stati Uniti. L’Occidente ha investito milioni di dollari in aiuti al Paese alleato più prezioso della regione, il terzo dopo Mali e Burkina Faso a cadere nelle mani di ufficiali golpisti che non guardano più alla Francia (ex potenza coloniale) ma alla Russia di Putin come puntello esterno.
Flussi migratori, guerra ai jihadisti (negli ultimi 5 anni mai così poche vittime come nel 2023), democrazia da rafforzare, lotta al cambiamento climatico: in questa luce perdere il laboratorio Niger è un colpo importante, in particolare per l’Europa.
In Niger i militari non sembrano essere così filo-russi come in Mali. E da San Pietroburgo anche il ministro degli Esteri Lavrov chiede «il ripristino dell’ordine costituzionale» a Diamey. Certo, Vladimir Putin in queste ore si prodiga in sorrisi al summit Russia-Africa, dove pure sono arrivati pochi leader (17) rispetto ai 43 dell’ultima volta. Mosca non può certo applaudire a un colpo di Stato che i capi africani deplorano.
A Washington, la Casa Bianca scagiona lo zar: «Al momento non abbiamo indicazioni di un coinvolgimento russo o del gruppo Wagner». Ma se nelle strade di Diamey sventola qualche bandiera russa, al tavolo della roulette c’è chi ride. E su Telegram già fioccano gli urrà di commentatori pro-Cremlino, auspicanti l’avanzata della Wagner in un altro Paese, un’altra tacca sul fucile di Prigozhin. Con il Niger «la fascia dei putschisti» che cinge l’Africa sotto la pancia del Sahara diventa quasi completa.
(da il Corriere della Sera)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
VOLETE FINGERVI PATRIOTI? MA ALMENO RIPASSATEVI LA STORIA D’ITALIA, EVITERESTE BRUTTE FIGURE
Siparietto a Washington durante l’incontro tra i leader dei senatori Usa e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni. “Cosa significano i tre colori della bandiera italiana?”, chiede durante una photo opportunity il senatore democratico Chuck Schumer. “Si sì sì, significano molte cose”, risponde la premier, visibilmente in difficoltà.
CORSO DI RECUPERO PATRIOTI DELLA DOMENICA
“La bandiera del Tricolore è sempre stata la più bella. Noi vogliamo sempre quella, noi vogliam la libertà”. Così recita una canzone popolare, scritta nel 1848 e molto in voga durante il Risorgimento.
Nell’Ottocento, infatti, quando il territorio italiano era diviso in vari Stati, il Tricolore si affermò come simbolo di libertà e identità nazionale e oggi è uno dei più importanti simboli della Repubblica.
Ma che cosa significano i tre colori – verde, bianco e rosso – della nostra bandiera? E quando e perché fu scelta per rappresentare l’Italia?
Le origini francesi del Tricolore
La storia del Tricolore ha inizio alla fine del Settecento. La nostra bandiera, infatti, trae ispirazione da quella della Francia, introdotta nel 1789 durante la Rivoluzione. I tre colori francesi – blu, bianco e rosso – furono scelti perché la milizia parigina, una sorta di esercito popolare fondato dai rivoluzionari, indossava una coccarda blu e rossa (i colori storici di Parigi), alla quale fu aggiunto il bianco, colore della Casa reale dei Borbone (si era ancora nella fase costituzionale della Rivoluzione e il re non era stato detronizzato).
Nel 1790 l’Assemblea nazionale adottò ufficialmente la bandiera blu, bianca e rossa come emblema dello Stato.
Rappresentando la Francia della Rivoluzione, il Tricolore francese divenne un simbolo di libertà in tutto il mondo e alcune repubbliche adottarono bandiere a esso ispirate. Tra le altre, la Romania, il Messico, il Belgio e alcuni Stati fondati sul territorio italiano.
La nascita del Tricolore italiano e il significato dei suoi colori
Nel 1796 Napoleone Bonaparte invase l’Italia settentrionale e fu accolto come un liberatore da una parte degli abitanti. Gli italiani costituirono delle milizie per combattere al fianco delle truppe napoleoniche e, come simbolo di riconoscimento, si dotarono di coccarde e stendardi ispirati alla bandiera francese. In particolare, la Legione Lombarda usava una coccarda bianca, rossa e verde, scelta perché il bianco e il rosso, oltre a essere presenti nelle coccarde francesi, caratterizzavano lo stemma della città di Milano, mentre il verde era il colore della divisa della Guardia civica milanese sin dal 1782.
Sebbene i tre colori non avessero un significato specifico, a essi fu attribuito presto un valore simbolico: il verde rappresentava la speranza, il bianco la fede e il rosso l’amore.
Il Tricolore fu adottato ufficialmente il 7 gennaio 1797 dalla Repubblica Cispadana, uno Stato creato alla fine del 1796 su parte del territorio delle attuali Emilia-Romagna e Toscana. Il Parlamento della nuova Repubblica, riunito nella sua sede di Reggio Emilia, decretò:
“Che si renda universale lo Stendardo o Bandiera Cispadana di Tre Colori Verde, Bianco, e Rosso, e che questi tre Colori si usino anche nella Coccarda Cispadana, la quale debba portarsi da tutti”
La bandiera della Repubblica Cispadana era abbastanza diversa da quella attuale, perché le strisce erano disposte in orizzontale e al centro era collocato uno stemma. Da allora, però, verde, bianco e rosso sono diventati i colori nazionali dell’Italia.
Il Tricolore, in diverse forme e con vari stemmi, fu usato dalle Repubbliche create tra il 1796 e il 1799 sul territorio italiano e, in seguito, dal Regno d’Italia “napoleonico”, esistito negli anni 1805-1814 ed esteso su buona parte della Pianura padana.
Il Tricolore tra Restaurazione e Risorgimento
Nel 1815 iniziò il periodo della Restaurazione: molti degli antichi regnanti, spodestati da Napoleone, poterono riappropriarsi del trono e il territorio italiano, oltre a essere diviso in vari Stati, si ritrovò sotto il dominio, in parte diretto e in parte indiretto, dell’Impero d’Austria. L’uso del Tricolore fu duramente represso dalle autorità politiche in tutto il territorio italiano.
Tuttavia, proprio negli anni tra il 1815 e il 1861 il Tricolore assunse una specifica valenza ideologica: i patrioti del Risorgimento che aspiravano, se non all’unità nazionale, almeno all’indipendenza dagli austriaci, lo consideravano il più significativo simbolo della libertà.
Il Tricolore nell’Italia unita
Nel 1848 una nuova ondata rivoluzionaria interessò l’Europa e il Tricolore fu usato durante tutti i moti che ebbero luogo sul territorio italiano. Inoltre Carlo Alberto di Savoia, re di Sardegna (cioè di uno Stato composto grosso modo da Piemonte, Liguria, Valle d’Aosta e Sardegna) e sostenitore, entro certi limiti, delle rivoluzioni, adottò il Tricolore con le strisce verticali come bandiera ufficiale del suo Stato. Al centro della bandiera era collocato lo stemma di Casa Savoia, uno scudo rosso con una croce bianca.
Nel 1861, quando fu proclamato il Regno d’Italia, questa bandiera fu adottata ufficialmente e restò l’emblema del Paese fino alla proclamazione della Repubblica nel 1946. Durante il regime fascista (1922-1943), Mussolini propose di aggiungervi il fascio littorio, simbolo del fascismo, ma la proposta fu rifiutata dal re Vittorio Emanuele III (si decise solo di costruire la parte terminale dell’asta a forma di fascio).
Come sappiamo, il 2 giugno 1946 un referendum decretò l’abolizione della monarchia e l’instaurazione della Repubblica. Poco più di due settimane dopo, il 19 giugno, un decreto del governo stabilì di rimuovere dalla bandiera lo stemma dei Savoia. La striscia bianca rimase “vuota” e la bandiera assunse l’aspetto attuale. La decisione fu confermata dall’Assemblea costituente nel 1947.
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
DALL’ABOLIZIONE DEL CANONE RAI ALLA CANCELLAZIONE DEI FONDI DEL PNRR PER RINNOVABILIE DISSESTO IDROGEOLOGICO
Una volta erano decisamente più bravi. Prendete Salvini. Annunciava da
anni che la Lega al governo avrebbe tolto il canone Rai. Poi al governo c’è arrivato due volte, prima col Conte I e ora con la Meloni, e dopo aver fatto l’indiano al primo giro, al secondo si è rimangiato tutto, col ministro Giorgetti, proprio della Lega, che ieri ha proposto di spostare il pagamento del canone dalla bolletta elettrica a quella dei telefonini.
Un trasloco che sa di beffa, in quanto chi ha più di un cellulare potrebbe finire per beneficiare la tv pubblica più volte. Tra la promessa e la batosta sono passati però degli anni, il partito ci ha fatto le campagne elettorali e magari ha guadagnato qualche voto. Adesso invece le bufale non si fa in tempo a raccontarle che subito si scopre la realtà.
Appena due giorni fa, in partenza per Washington dove ieri ha incontrato il presidente Biden, la premier aveva rassicurato gli amministratori delle regioni colpite da alluvioni e incendi, presagendo un grande piano per la prevenzione del dissesto idrogeologico.
Neppure il tempo di atterrare negli Usa ed ecco che il ministro Fitto svela come stanno veramente le cose: nei fondi europei del Pnrr non ci sono più 16 miliardi destinati proprio a fronteggiare il dissesto idrogeologico e lo sviluppo di fonti energetiche rinnovabili come l’idrogeno. Così Giorgia aggiorna il record della balla durata il minor tempo di sempre. Un titolo che comunque può ancora migliorare, visti i tanti campioni olimpici nel lancio della bufala che abbiamo al governo.
(da La Notizia)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
L’ITALIANO PIU’ POTENTE DI WASHINGTON
Roma. Giorgia Meloni potrà essere l’ultima, nella sua sterminata rubrica. Di lui, a Washington, dicono infatti che ha il difetto tipico degli italiani: vanesio, uno che apparentemente millanta grandi amicizie.
Solo che Franco Nuschese, a differenza del cliché italico, quelle relazioni così privilegiate ce le ha davvero. Parla coi leader mondiali di mezzo mondo. Ed è sorprendente, per uno che di mestiere fa il ristoratore. “Be’, ristoratore. Un po’ riduttivo come carica: Franco, a Washington, è un’istituzione”, racconta chi, alla Farnesina, lo conosce bene.
“Il miglior ristorante della città: simply the best”, disse di lui Bill Clinton. Ma se nel novembre del 2022, per celebrare i 30 anni del suo Café Milano, a Georgetown, c’erano un ex capo della Cia come Michael Hayden, e Anthony Fauci, e poi Bob Woodward, quel Woodward lì, quello del Watergate, e un buon centinaio tra diplomatici, deputati e senatori, e insomma buona parte della Washington che conta, non è solo per la qualità dei suoi cocktail – che pure, va detto, sono notevoli, sia pure a cifre non proprio proletarie: sotto i 25 dollari non si beve nulla. C’è che Nuschese, col suo accento anglocampano, ha saputo davvero costruirsi una rete di relazioni da fare invidia ai più titolati ambasciatori europei. Ai quali non a caso, quando prima o poi vanno a trovarlo nel suo locale, in una strada non proprio centrale, al capo opposto di quella Pennsylvania Avenue che porta alla Casa Bianca, lui di solito lancia la sfida: “Scommettiamo che prima o poi sarai tu a chiedermi il numero di un qualche presidente, di un qualche leader?”.
E non è, in questo caso, la vanagloria pallonara del ragazzo di strada nato e cresciuto a Minori, sulla costiera amalfitana, che s’è fatto le ossa tra Londra e Las Vegas prima di arrivare all’ombra di Capitol Hill, nel 1992, e a cui sono bastati dieci anni per essere inserito da GQ – roba che fa curriculum, eh – nella lista delle “20 persone più potenti di Washington di cui non si sente mai parlare”. Il fatto è che Nuschese davvero è amico personale dei Clinton, ma pure confidente della famiglia reale emiratina, che quando deve organizzare un rinfresco in cui non si può sfigurare, è a lui che si rivolge per un catering internazionale.
Del resto, quando Papa Ratzinger si ritrovò a festeggiare il suo compleanno a Washington, anni fa, la nunziatura vaticana si rivolse a lui per il banchetto. Sergio Mattarella non ha mancato di fargli visita, nel febbraio del 2016. Dunque ci sta che, come pare dalle indiscrezioni, anche Meloni vorrà omaggiarlo, con una cena al Café Milano patrocinata da una associazione culturale italoamericana. Servirà, forse, anche ad alleviare il dispiacere che un po’ Meloni dovrà provare, per la mancata conferenza stampa alla Casa Bianca.
E sì che i diplomatici al servizio della premier c’hanno provato, ad ottenerla. Tanto più che Joe Biden l’ha concessa sia a Macron sia a Scholz, e oltre a loro all’indiano Modi e al britannico Sunak.
Meloni no, dunque? Forse c’entra, come si vocifera a Palazzo Chigi, il timore per qualche domanda sul trumpismo mai davvero rinnegato da parte di Donna Giorgia: basterebbe una domanda indiscreta, nelle ore in cui l’ex presidente rischia l’incriminazione per l’assalto al Campidoglio, per generare imbarazzi (anche se, va detto, nella East Wing, nell’aprile 2017, ci fu perfino l’incontro con la stampa tra The Donlad e l’allora premier Gentiloni che certo non aveva nascosto le sue simpatie per Hillary, pochi mesi prima). E forse anche l’enfasi data dal cerimoniale meloniano allo scambio di cortesie con lo speaker del Congresso, il trumpiano Kevin McCarthy, sta lì a ribadire una sintonia forse non graditissima, chissà, nello Studio Ovale.
E forse è qui, però, che Nuschese potrebbe sparigliare davvero. Perché se è vero che le sue entrature sono trasversalissime – è intimo dei Clinton, ha il telefono personale di Obama, nella sua casa ad Amalfi ha ospitato Nancy Pelosi, ma è anche amico di Ivanka Trump e di Rudy Giuliani – è risaputo anche che il Café Milano è perlopiù un ritrovo abituale dei democratici, che mangiano e bevono e intanto inciuciano, comme il faut, mentre i vertici del Gop prediligono locali più esclusivi, a ingresso riservato, come il Capitol Hill Club. Che insomma possa passare anche da lì, l’accreditamento della capa della destra italiana, con l’establishment dem americano? Potrebbe essere l’ennesimo colpaccio del vecchio Franco.
(da agenzie)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
L’ANALISTA MILITARE GASTONE BRECCIA: “SE GLI UCRAINI PRENDERANNO TOKMAK SARANNO A UN PASSO DALL’INTERROMPERE IL PONTE TERRESTRE TRA CRIMEA E DONBASS”
La massima spinta della controffensiva ucraina, lanciata circa due mesi
fa, è ora in atto nel sudest del Paese. Lo riferiscono al New York Times fonti del Pentagono, secondo cui migliaia di rinforzi si stanno riversando sul campo di battaglia, molti addestrati ed equipaggiati dall’occidente, e finora tenuti di riserva.
Il “nucleo” dell’attacco ucraino – come spiega a Fanpage.it il professor Gastone Breccia – è la direttrice che da Orikhiv conduce a Tokmak, distante una ventina di chilometri in direzione sud. E l’obiettivo è quello di interrompere il ponte terrestre tra la Crimea e il Donbass, infliggendo alla Russia una grave sconfitta sul piano strategico.
Professore, qual è la situazione sul campo di battaglia?
In questo momento stanno accadendo tre grosse cose in tre distinti settori del fronte. Partendo da nord, è in corso un’azione offensiva russa piuttosto importante. Non succedeva ormai da svariate settimane che Mosca riprendesse un’iniziativa di vasto respiro. L’attacco è stato lanciato da Svatove (sotto controllo russo) verso Borova, nel tentativo di arrivare al fiume Oskil che costituisce una linea difensiva importante per Kiev.
Se Mosca riuscisse a conquistare Borova taglierebbe anche una strada molto importante per la logistica ucraina, la P-79, impiegata per spostare da nord a sud uomini e mezzi. Ebbene, ieri questa azione russa sembrava estremamente minacciosa, ma è notizia di stamattina che gli ucraini sono riusciti rintuzzarla e la situazione sarebbe ora sotto controllo. Tuttavia questo attacco è molto interessante: i russi hanno prodotto uno sforzo notevole in termini di uomini e mezzi, con un’importante ambizione strategica.
E come sta procedendo la controffensiva ucraina? Il segretario alla Difesa degli Stati Uniti, Lloyd Austin, ha affermato che Kiev dispone ancora di “una serie di opzioni”. Quali?
Sì. Gli ucraini stanno ancora insistendo nella zona di Backmut, anche se sfugge a tutti la rilevanza strategica di questa azione. Lì è in corso un vero e proprio tritacarne: gli ucraini hanno conquistato il villaggio di Klishchiivka e sono a un passo dall’isolamento di Backmut sia da nord che da sud, combattendo letteralmente casa per casa. Qui opera la Terza Brigata d’Assalto ucraina, uno dei fiori all’occhiello delle forze armate di Kiev, ma anche una delle brigate più “mediatiche”, segno che si intende dare molta visibilità a questa battaglia che – come nei mesi scorsi – ha un peso soprattutto simbolico. C’è però un altro settore in cui si sta combattendo e che è decisamente molto importante, a sud di Zaporizhzhia.
È in questa zona che si sta combattendo la battaglia più importante dell’offensiva ucraina?
Sì, l’asse offensivo è quello che va dalla cittadina di Orikhiv a Tokmak, in direzione sud. Da tempo sostengo che proprio qui si decideranno le sorti dell’offensiva ucraina nelle prossime settimane. Le forze di Kiev ieri hanno aggirato il villaggio di Robotyne e lo stanno sopravanzando da est: se riusciranno a sfondare le linee difensive russe, abbondanti in quel settore, di fatto non incontreranno grossi ostacoli naturali fino a Tokmak, distante 22 chilometri e stra-fortificata. In ogni caso è questa direttrice strategica fondamentale per gli ucraini. Se prenderanno Tokmak – cosa tutt’altro che facile – saranno un passo dall’interrompere il ponte terrestre tra la Crimea e il Donbass. Sarà questa la battaglia decisiva della controffensiva ucraina nelle prossime settimane.
Secondo alcuni analisti militari, ma anche generali italiani, l’offensiva ucraina sarebbe in grande difficoltà. Lei è d’accordo?
Ne ho parlato in un recente articolo pubblicato su Limes: spiegavo che quella ucraina non sarebbe stata un’offensiva in stile Seconda Guerra Mondiale, con centinaia di carri armati lanciati all’assalto contro le linee nemiche. Le ragioni sono diverse: la prima è che la qualità della ricognizione aerea è ormai assoluta e non si sfugge gli “occhi” di droni e satelliti, quindi non è saggio ammassare numeri eccessivi di uomini e mezzi in un singolo punto del fronte. In secondo luogo, i russi hanno dispiegato una quantità eccezionale di campi minati, per cui occorre procedere sminando metro per metro. È soprattutto per questo che l’offensiva ucraina procede con grande lentezza. Ciò non toglie, comunque, che in una fase iniziale siano stati commessi gravi errori, dettati forse da un eccesso di fiducia nelle proprie forze. Ora è stata cambiata tattica: gli assalti vengono preceduti da massicci bombardamenti di artiglieria e sembra che si stia facendo un ampio utilizzo delle bombe a grappolo. Insomma, i generali hanno ragione a sostenere che l’offensiva ucraina sta avanzando con molta lentezza, ma dovrebbero aggiungere che fino ad oggi non sono state ancora utilizzate tutte le forze destinate ad ottenere un importante risultato strategico.
Significa che gli ucraini dispongono ancora di abbondanti riserve da “gettare nella mischia”?
Il grosso delle forze ucraine addestrate ed armate dall’Occidente non è ancora entrato in gioco, probabilmente perché non ci sono ancora le condizioni affinché ciò avvenga. Uno sfondamento a Tokmak, invece, potrebbe giustificare l’impiego di 7/8 brigate fresche, da concentrare in un settore specifico del fronte. Il problema è che il tipo di guerra che si sta combattendo è dominato dalla ricognizione aerea tramite droni, impedendo e rendendo molto dispendioso il concentramento di soldati e mezzi. Non mi aspetto, quindi, che Kiev utilizzi tutte le brigate di riserva di cui dispone in un solo settore.
Parliamo di droni. Perché sono così determinanti? Il primo ministro ucraino Denys Shmyhal ha annunciato che oltre 40 aziende ucraine lavoreranno per realizzare migliaia di aerei senza pilota a fronte di un investimento statale di un miliardo di dollari.
Questi piccoli aerei, anche di uso comune, sono decisivi. Secondo fonti ucraine si stanno impiegando molti più droni che armi controcarro per neutralizzare i mezzi corazzati russi. Basti pensare che un Jevelin costa circa 80mila dollari, mentre un velivolo commerciale poche centinaia di dollari, oltre al costo della granata da sganciare sul carro armato nemico. L’efficacia spesso è simile. Insomma, usare droni è estremamente economico, soprattutto se si acquistano velivoli disponibili sul mercato comune. I droni sono indubbiamente la grande novità rivoluzionaria di questo conflitto. Un po’ come l’artiglieria, che è tornata ad essere decisiva, la “regina delle battaglie”. In questo momento gli ucraini stanno facendo esattamente quello che si diceva nella Grande Guerra: l’artiglieria conquista, la fanteria occupa. Anche se si tratta al momento di avanzate di poche centinaia di metri al giorno.
(da Fanpage)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
GLI OSPITI “AUTOREVOLI” E LE BRILLANTI SOLUZIONI TRICOLOGICHE
“Chi mi attacca mira a Giorgia”, aveva dichiarato qualche tempo fa il compagno di Giorgia Meloni, Andrea Giambruno. Vorrei tranquillizzarlo: miriamo proprio a lui. Nessuna strumentalizzazione, l’oggetto del nostro dileggio è esattamente il first gentleman conduttore di Diario del giorno su Rete4. Che, se va avanti così, rischia seriamente di oscurare le performance comiche della compagna premier.
Giorgia Meloni posseduta da Belzebù che sbraita “Io sono Giorgia” o che al vertice Nato dice “Mi fanno male i piedi” e manca poco che chieda le calze elastiche col borotalco come la Sora Lella è solo uno sbiadito ricordo.
Ora c’è “Io sono Andrea”, il conduttore poser che si mette di tre quarti, poggia il gomito sulla scrivania e guarda in camera con l’aria da piacione consumato. Roba che se rifanno un remake di Barbie, altro che Ryan Gosling, il vero Ken è lui.
Non solo perché è il perfetto “fidanzato di” come Ken, non solo perché è di gomma, ma soprattutto perché la vaporosa capigliatura è chiaramente in acrilico e fibre di vetro, di quelle che se avvicini una fiamma prende fuoco come la torcia olimpica.
La puntata del suo programma in cui si fa portavoce del negazionismo climatico è diventata anche quella in cui è stato eletto bandiera dei negazionisti tricologici, ovvero quella speciale corrente di complottisti convinti che i parrucchieri siano l’esercito segreto di Soros e che vadano evitati come il vaccino e il 5G.
La pettinatura a “schiaffo di Anagni” e quel suo “appuuuuunto” che è già tormentone sono diventati argomenti di discussione più dei roghi, dei tifoni, della siccità, delle scie chimiche e degli aerei colpiti dalla grandine. Il momento televisivo in cui lui, in modalità Olmo (nel senso del personaggio di Fabio De Luigi), dice “Oggi è il grande giorno del caldo torrido e qualcuno si chiede se sia una novità che nel mese di luglio si raggiungano queste temperature, secondo noi non è una grande notizia” e ti aspetti che quindi passi la palla a un esperto meteorologo mentre la passa a Vittorio Feltri, è poesia pura.
Roba da spiegargli in diretta che, se lui non sente molto caldo, è perché il ciuffo gli fa ombra. Ma Feltri fa di più. Snocciola la sua raffinata tesi scientifica: “Quando ero bambino si diceva ‘ci sono 40 gradi all’ombra’, quindi evidentemente il caldo c’era”.
Certo, si diceva pure “quando il gatto è fuori, i topi ballano”, ma non è che si vedessero i sorci in balera. Comunque il discorso si conclude con Giambruno che si volta di scatto, piccato, spostando il ciuffo di botto da un lato a un altro e provoca uno spostamento d’aria che per il noto “Butterfly effect” dà vita, pochi giorni dopo, al drammatico tifone su Milano. La verità è che il cambiamento climatico è colpa del ciuffo di Giambruno.
Infatti, non appena compresi i rischi della sua arroganza tricologica, il First Gentleman ha poi cambiato acconciatura e si è presentato in tv pettinato col capello all’indietro effetto bagnato come Gigi Hadid. Ma il nostro Ken di Rete 4 è instancabile e poco dopo è ritornato sul tema: il ministro della Sanità tedesco Karl Lauterbach, nel corso di una vacanza in Italia, si era detto scettico sulla capacità dei Paesi del Sud Europa di poter ancora a lungo ospitare i troppi turisti con queste temperature roventi causate dal cambiamento climatico. Giambruno non gliele ha mandate a dire: “Sono venti, trent’anni anni che in qualche modo i tedeschi ci devono spiegare come dobbiamo vivere noi. E, se non ti sta bene, te ne stai a casa tua. Stai nella Foresta Nera, no?”.
E intanto agitava nervoso la foresta nera che abita sulla sua testa. La sua interlocutrice rilanciava con considerazioni scientifiche ancora più accurate: “Ce lo vogliono spiegare, però i tedeschi sempre qui stanno. Gli piace però l’Italia, eh?”. Mancava solo un bel “mangiatevi gli Spätzle a casa vostra”.
Insomma, io non so come si faccia a dire che Andrea Giambruno sia raccomandato. Che sia lì perché è il compagno di Giorgia Meloni. È evidente a tutti che quel posto sia suo di diritto e chi dice il contrario è un negazionista del merito altrui. Anzi, io penserei seriamente a portarlo in Rai e ad affidargli la versione sovranista dell’ex programma di Fabio Fazio: “Che tempo che fa”. Sottotitolo: “Qualunque sia, basta che non mi increspi i capelli”.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Luglio 28th, 2023 Riccardo Fucile
SE SEI COMPAGNO DEL PREMIER DEVI ASTENERTI DA GIUDIZI CHE POTREBBERO ESSERE ATTRIBUITI A LEI
Lo dico sommessamente (il più meloniano degli avverbi), ma Andrea
Giambruno non dovrebbe criticare in pubblico il ministro tedesco Lauterbach per avere postato un tweet sulle sue vacanze in Italia dove sostiene che in futuro, a causa del clima, sarà impossibile fare le vacanze in Italia.
Può criticare il tweet del ministro con i suoi amici, ma non in un programma televisivo, come ha fatto ieri: «Se non ti trovi bene da noi, stattene a casa tua nella Foresta Nera, no?».
E non può farlo per la semplice ragione che lui è il compagno della presidente del Consiglio e ogni sua parola pronunciata in pubblico assume i contorni di un caso politico.
Pensate quale polverone avrebbe sollevato la compagna giornalista di un premier maschio che avesse osato ribattere in tv alle affermazioni di un ministro straniero, dandogli pure del tu.
Sarà pure un pregiudizio, ma così va il mondo: quando e finché dividi la vita con una persona di potere, devi astenerti dall’esprimere opinioni attribuibili a lei.
Per esempio, non puoi manifestare incredulità riguardo al cambiamento climatico, come ha fatto Giambruno nei giorni scorsi, perché tutti si sentiranno autorizzati a credere che quello sia anche il pensiero di Giorgia Meloni, cioè del governo.
(da Il Corriere della Sera)
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