Agosto 12th, 2023 Riccardo Fucile
BRINDANO SANTANCHE’ & C.
Come in un grande gioco dell’oca, la prescrizione torna al punto di
partenza: la riforma dell’allora Guardasigilli, Andrea Orlando. E il suo ritorno potrebbe diventare una manna dal cielo per imputati, presenti e futuri. Si tratta dei processi, in corso o futuri, per tutti i reati commessi dopo il 1° gennaio 2020, cioè quelli a cui si applicano sia la riforma Bonafede, che ha bloccato la prescrizione alla sentenza di condanna in primo grado; sia quella della ministra Cartabia sull’improcedibilità. Se la proposta di centrodestra e renziani andasse in porto, la nuova disciplina – che ricalca, come detto, quella della vecchia legge Orlando – andrebbe applicata a tutti gli imputati e indagati in quanto più favorevole al (presunto) reo. E andrebbe a impattare su un quadro tutt’altro che lusinghiero in cui il susseguirsi delle riforme ha creato una sorta di stasi nei numeri.
Sono stati, infatti, 104mila 276 i processi andati in fumo nel 2021 (ultimo dato utile) a causa delle prescrizione. La parte del leone, naturalmente per la mole trattata, va al primo grado di giudizio dove fra tribunale ordinario, gip/gup, sono oltre 77mila i reati dichiarati prescritti. Ma, nonostante i numeri in valore assoluto, è ancora una volta il secondo grado di giudizio che fa registrare il maggior indice di “mortalità” dei reati, un vero e proprio imbuto. Se, infatti, il numero registrato dalle Corti d’appello, in assoluto, dice che nel 2021 le prescrizioni sono state 23.478 – quasi un quarto del totale – è andando a vedere l’incidenza sui processi definiti che tutto appare più chiaro. Le oltre 77mila prescrizioni in primo grado rappresentano il 74,8 per cento del totale ma la loro incidenza sui processi definiti è del 15,5 per cento. In appello la prescrizione ha inciso nel 2021 per il 22,2 per cento dei processi celebrati. Un dato, comunque, in miglioramento (era il 25,9 per cento nel 2019, il 2020 non può essere preso in comparazione causa Covid) ma che indica comunque come in appello quasi un processo su 4 non arriva a sentenza. Gli stessi dati che avevano indotto l’allora ministro Bonafede a introdurre la sospensione della prescrizione dopo la sentenza di primo grado. Andando poi a guardare dentro quei processi prescritti ci si accorge (dati 2018) che in primo grado il 47,2 per cento dei reati di corruzione per atto contrario ai doveri d’ufficio, con aggravante, non arriva a sentenza: quasi uno su due. Così come il 42,4 per cento dei processi per corruzione di persona incaricata di pubblico servizio. Mentre in corte d’Appello “vince” l’indebita percezione di erogazioni a danni dello Stato (30 per cento netto) e anche la corruzione di pubblico ufficiale col 28,6 per cento.
Una situazione che l’intervento successivo della ministra Marta Cartabia non ha migliorato, anzi. All’inaugurazione dell’anno giudiziario, il primo presidente della Corte di Cassazione, Pietro Curzio, aveva messo in guardia da alcuni effetti distorsivi che avrebbe portato le corti d’Appello a dare priorità ai processi sorti dopo il 2020 per non farli finire nella tagliola della improcedibilità, lasciando indietro gli altri.
È complesso riuscire a prevedere l’impatto del “ritorno al passato”, il susseguirsi degli interventi non ha ancora creato un dato certo: quando la riforma Orlando, datata agosto 2017, ancora non aveva dato risultati – la prescrizione veniva sospesa per un totale, fra primo e secondo grado, proprio di tre anni – interveniva la Bonafede che poteva essere applicata, però, dal 2020 in poi. E quando ancora non si poteva misurare l’impatto di questa, c’è stato l’intervento della Cartabia. Di certo, col ritorno alla riforma Orlando chi potrebbe festeggiare, in astratto, potrebbe essere la ministra del Turismo Daniela Santanché: qualora la Pitonessa fosse rinviata a giudizio, la tagliola della prescrizione potrebbe abbattersi anche in Appello e in Cassazione sulle eventuali accuse di bancarotta e truffa ai danni dello Stato (quest’ultima per aver fatto lavorare una dipendente in cassa integrazione Covid). Nonché sui falsi in bilancio commessi dal 2020 in poi, in particolare quelli delle società non quotate (per cui i termini sono molto più brevi).
E poi centinaia di altri imputati politicamente meno esposti ma altrettanto di peso, come i rettori della Statale e del San Raffaele di Milano, Elio Franzini ed Enrico Gherlone, rinviati a giudizio per turbativa d’asta in relazione a un concorso pilotato tra il 2020 e il 2021. Possono sperare pure i due dipendenti di Rete ferroviaria italiana appena condannati a tre anni in abbreviato (per disastro ferroviario e omicidio colposo plurimo) per il deragliamento del Frecciarossa vicino Lodi il 6 febbraio 2020. E persino A.T., 52enne veronese a processo per aver legato con il guinzaglio del cane il figlio adolescente della compagna per impedirgli di difendere la madre durante il lockdown.
(da I Fatto Quotidiano)
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Agosto 12th, 2023 Riccardo Fucile
C’E’ UN MONDO ROMANO DI CONNIVENZE TRA FDI E PERSONAGGI DI QUEGLI ANNI
È possibile continuare a considerare l’Italia una democrazia liberale a tutti gli effetti quando il partito al governo non pullula solo e tanto di nostalgici del fascismo, cosa acclarata al di fuori di ogni ragionevole dubbio (e chi ne ha, è pregato di documentarsi in proposito), bensì di persone che hanno avuto, ed hanno ancora come il caso di Marcello De Angelis dimostra, un legame affettivo e simpatetico con i terroristi di destra, con coloro che hanno insanguinato questo paese con decine di omicidi, con stragi di innocenti, con agguati devastanti a nemici politici? Il terrorismo ideologico ha piagato l’Italia come nessun altro paese europeo.
Nel 1979 si arrivò all’apogeo di più di 2000 azioni violente: «Cifre crudeli» – così si intitolava lo studio dell’Istituto Cattaneo che ha raccolto i dati su quegli anni – che lasciano ancora sgomenti anche se poi, fortunatamente, la violenza politica diffusa e il terrorismo, nel giro di pochi anni, si sono spenti, salvo qualche sporadico colpo di coda.
Benché siano passati decenni, suscita un forte disagio constatare quanta contiguità pervade oggi le fila della destra meloniana con persone che hanno attraversato quella stagione. Le molte sigle del terrorismo di destra, dalle capostipiti Avanguardia nazionale (An) e Ordine nuovo (On) alle successive, e più truci, Nuclei armati rivoluzionari (Nar) e Terza Posizione (Tp), hanno attratto centinaia di giovani provenienti dalle organizzazioni giovanili del Movimento Sociale.
Per quanto Giorgio Almirante avesse compreso il pericolo di una commistione del suo partito con i gruppi eversivi, non calò mai una paratia stagna. Il senso di comune appartenenza ad uno stesso mondo, ad una comunità, impediva un distacco completo. Anche se lo spontaneismo armato dei Fioravanti e camerati inveiva contro la mollezza borghese del partito, così come nel passato avevano fatto An e On, e addirittura si scagliava contro camerati non in linea, persistevano legami ideologici ed affettivi.
Tuttora c’è un mondo, prevalentemente romano, di connivenze tra personaggi che emergono da quegli anni e Fratelli d’Italia. Non è forse un caso che Giorgia Meloni si sia scagliata più accesamente contro la polizia di stato evocando strategie complottiste, che contro gli assalitori della Cgil nell’ottobre 2021, guidati da estremisti di destra ed ex terroristi.
E, tornando indietro nel tempo, la stessa Meloni, quando era presidente di Azione Giovani, partecipò al funerale di un personaggio carismatico dell’estremismo romano, arrestato armi in pugno durante una azione dei Nar,
Giuseppe (Peppe) Dimitri, detto anche il martello di Thor per l’abitudine di assaltare con quell’attrezzo gli avversari (tanto che ridusse all’infermità permanente uno studente sedicenne). A quel funerale, la cui coreografia in puro stile nibelungico è stata efficacemente descritta da Nicola Rao nel suo Il sangue e la celtica, si dette appuntamento il gotha degli ex terroristi neri.
Eppure Meloni non ebbe problemi a parteciparvi. I sentimenti personali di amicizia e affetto sono indiscutibili e insindacabili. Ma quando questi investono una dimensione politica che non è limitata ad una comunità, ma riguarda il governo di un paese, allora le troppe presenze di personaggi dal passato compromesso nelle stanze del governo nazionale e locale, e in quelle del sottogoverno, diventano una questione centrale delle istituzioni democratiche. Del resto, sarebbe stato accettabile un presidente del consiglio di centro-sinistra che avesse partecipato al funerale di un brigatista insieme a tanti ex terroristi?
(da editorialedomani.it)
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Agosto 12th, 2023 Riccardo Fucile
SMS, BUGIE, CALCOLI SBAGLIATI… LA VERA AUTOBIOGRAFIA DI UNA CLASSE DIRIGENTE
Sei povero? Soffri. Dopo aver passato giorni a studiare le norme che
aboliscono il Reddito di cittadinanza, mi è apparsa chiara una sorprendente verità: non è un semplice percorso di fuoriuscita da un sussidio, e nemmeno una norma scritta male. È un efficace strumento di tortura. Per questo l’estate 2023 passerà alla storia come quella degli estremi simbolici: da una lato “Italia Twiga” (e le memorabili cene dei renziani con Daniela Santanchè) e dell’altro il mobbing contro i poveri.
D’altra parte ogni processo di Restaurazione, dal Congresso di Vienna in poi, ha bisogno di un sigillo violento, uno stigma che segni il passaggio. Ed ecco il punto: per spiegare quel che sta accadendo ai poveri bisognerebbe mandare un novello Omero davanti a un Caf.
Dal 29 luglio centinaia di ex percettori del Rdc affollano uffici comunali, servizi sociali e centri del lavoro in ricerca di risposte. Che però non esistono.
Il famoso sms inviato per comunicare la «sospensione» del trattamento conteneva due bugie in tre righe per la maggior parte di coloro che lo hanno ricevuto: 1) non è una «sospensione» (è un taglio); 2) non si resta «in attesa» della «presa in carico dai servizi sociali». Anzi, il 90% dei messaggiati non solo non manterrà il Reddito, ma perderà tutto, compreso il sostegno all’inserimento lavorativo: un micro-reddito da 350 euro per 12 mesi.
E qui si arriva alla perla: hai il contributo se ti registri alla piattaforma. Ma al momento dell’invio dell’sms la piattaforma non esisteva.
Il requisito per ricevere il nuovo sussidio, poi, sale da 6mila a 9mila euro. Come mai? Semplice: il primo vero obiettivo della controriforma è risparmiare 3 miliardi. Ma allora, se l’obiettivo era il taglio, perché questo complicato circo afflittivo?
Prima risposta: proprio perché nessuno lo capisca, e sia più difficile stabilire le responsabilità. Secondo: stressare e illudere “le vittime” è un modo per decomprimere la protesta. Le istituzioni dicono «Non ti abbiamo (ancora) ucciso, c’è una tortuosa via, che può portarti a una salvazione: se sei bravo prendi un anno di mini-sussidio». Falso.
E poi gli errori materiali. Il testo del Governo affermava che il Reddito sarebbe stato tagliato a 350mila persone «occupabili». Lo perde, invece, chiunque non abbia figli minori a carico, né genitori con più di 60 anni, né sia invalido o assista disabili. Ma si tratta comunque di inoccupabili: ad esempio, maschi 50-60enni espulsi dal mercato del lavoro, o madri con figli 18enni.
Ed ecco l’altra gaffe: chi percepisce l’Assegno unico per i figli tra i 18 e i 21 anni, per un errore tecnico, si è visto cancellare anche quel sussidio (a cui ha tutt’ora diritto). E per ri-ottenerlo deve ripresentare domanda. La ministra Calderone ha spiegato che si rimedierà e si pagherà l’arretrato, ma nessuno sa come, perché la norma al momento del taglio non esisteva. Eppure il Governo si era preso sette mesi per prepararsi.
Ma la manovra d’estate non serviva a programmare un percorso, bensì a sorprendere le vittime. Così i Comuni in due casi su tre non possono far nulla (il titolare non ha diritto per la soglia Isee e gli altri ostacoli) e i centri per l’impiego sono arrivati fino esporre (a Napoli) annunci surreali: «Non ci occupiamo di Reddito di cittadinanza».
Però in questo sadico gioco dell’oca sono finiti cittadini di cui l’Inps sa tutto: fragili, sottoscolarizzati, poveri. Intanto l’Ufficio parlamentare di Bilancio (organismo indipendente) spiega che il ministero ha anche sbagliato: le persone interessate dal taglio, secondo l’Ubb, saranno 500mila e non “solo” 350mila.
Come cambia la filosofia rispetto all’Inps di Pasquale Tridico, che partendo da un’idea di servizio ai fragili verificava il diritto a percepire l’Assegno unico per i figli e lo attribuiva in automatico. Oggi la filosofia è esattamente ribaltata: sei povero, sei colpevole, devi sputare sangue. Come sempre, la forma che la burocrazia codifica in modo apparentemente casuale è rivelatrice di un’idea politica, la vera autobiografia di una classe dirigente e delle sue scelte.
(da TPI)
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Agosto 12th, 2023 Riccardo Fucile
EDOARDO DI RICCO E’ STATO ASSUNTO FIDUCIARIAMENTE PER LE COMUNICAZIONI ISTITUZIONALI… MA E’ INGEGNERE E FINORA SI E’ OCCUPATO DI PRODOTTI FINANZIARI
Il responsabile della comunicazione della Regione Lazio Marcello De Angelis ha assunto il fratello della compagna Edoardo Di Rocco. Lo scrive il quotidiano Domani, che precisa che il suo nome non compare ancora sul sito dell’ente. E che il presidente Francesco Rocca ha detto di non saperne nulla.
De Angelis in un post su Facebook ha scritto che Mambro, Ciavardini e Fioravanti «non c’entrano» con la strage di Bologna. Ha sostenuto di saperlo «con certezza». Poi, dopo aver tenuto il punto per 24 ore, si è scusato. Sostenendo di aver parlato di getto. Rocca gli ha confermato la fiducia nonostante le richieste di dimissioni. Successivamente si è scoperto che quando è stato interrogato sulla strage alla stazione di Bologna ha detto ai magistrati di non saperne nulla.
Chi è Edoardo Di Rocco
Di Rocco è stato assunto all’interno dello staff comunicazione. «Si occuperà di questioni istituzionali», secondo la Regione. «Su proposta del capo struttura». Il posto è da impiegato legato al mandato del presidente. Quindi senza concorso pubblico.
«Per questo tipo di posti ogni capo struttura assume gli uomini di sua fiducia», fanno sapere sempre dalla Regione. Di Rocco ha quasi 35 anni e ha studiato ingegneria a La Sapienza. Si presenta come esperto nel settore vendita di servizi finanziari. Tra le sue esperienze professionali appaiono consulenze in società che elargiscono prestiti a palestre.
(da agenzie)
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Agosto 12th, 2023 Riccardo Fucile
SISTEMA DI SOCCORSI E DEI PORTI IN TILT… 650 SALVATI DALLE ONG SU RICHIESTA DELLA GUARDIA COSTIERA… LA PATACCA DEGLI ACCORDI CON LA TUNISIA E IL FALLIMENTO DELLA MELONI
Quattro soccorsi operati in zona Sar maltese, coordinati dall’Italia.
Ma, alla fine, dal Viminale arriva un’indicazione a sorpresa: “Chiedete il porto alla Tunisia”. Indicazione anomala, visto che ormai da molti mesi la strategia del ministero dell’Interno è quella di offrire subito un porto di sbarco ( il più lontano possibile) alle navi umanitarie subito dopo il primo soccorso.
Ma questa volta da Roma, la prima indicazione alla Astral di Open Arms di sbarcare i 60 migranti soccorsi a Lampedusa è stata ritirata. E la risposta è stata: “Andate in Tunisia”. Ma in serata gli è stato assegnato Porto Empedocle per lo sbarco.
La nave: “ Non andiamo, Tunisi non è posto sicuro”
La ong spagnola ha sottolineato: “Ricordiamo che la Tunisia non può essere considerato un porto di sbarco sicuro poiché da lì le persone vengono rimandate nei loro paesi di provenienza senza alcuna attenzione al loro status di richiedenti una protezione. Negli ultimi mesi, un gran numero di cittadini e cittadine subsahariani a Sfax, Sousse e nella capitale Tunisi sono state vittime di atti di violenza, si sono ritrovate senza alloggio e cibo e sono state private del diritto alla salute e ai trasporti. Inoltre, in molti casi si sono verificati respingimenti e abbandoni verso le zone desertiche con conseguenti decessi delle persone respinte, alcuni erano anche minori”.
Contravvenendo all’ordine del Viminale, e nella speranza di ottenere un porto in Italia, la Astral sta navigando comunque verso nord dopo aver evacuato, grazie ad un elicottero maltese, una donna incinta che a bordo ha perso i sensi.
Alla fine il Viminale ha deciso di assegnargli l’approdo di Porto Empedocle. Lo rende noto la ong spagnola.
Tra i 59 a bordo, 5 neonati e una ventina di donne, mentre una donna incinta era stata evacuata nelle scorse ore. “Dopo ore di attesa, donne, bambini e uomini provati dal mare e dalla traversata, potranno ricevere le cure cui hanno diritto”, dicono da Open Arms.
Troppi barchini in mare, in tilt il sistema dei porti
Ma cosa si cela dietro l’inedita indicazione del Viminale di mandare in Tunisia una ong che ha effettuato soccorsi in zona Sar di un altro Paese e dietro coordinamento della guardia costiera italiana?
La sensazione è che, dopo il sistema di accoglienza, sia andato in tilt anche quello dei soccorsi e dei porti.
Il weekend di ferragosto, con condizioni meteo favorevoli, rischia di segnare un numero di arrivi altissimo. Da stanotte a ora sono 650 i migranti presi dalla flotta umanitaria: 500 dalla Ocean Viking di Sos Mediterranée intervenuta per ben 11 volte su richiesta della Guardia costiera, 80 sulla Humanity 1 e 60 sulla Astral.
In mare, sulla rotta tra Tunisia e Lampedusa ( dove le partenze sono aumentate dopo gli accordi con il presidente Saied) ci son decine di barchini a rischio naufragi tanto che la Guardia costiera ha dovuto deviare in zona Sar la nave Dattilo che avrebbe dovuto trasferire da Lampedusa sulla terraferma almeno un migliaio di migranti degli oltre 2.000 sbarcati nelle ultime 48 ore.
E in zona Sar ci sono ben otto navi umanitarie, alcune delle quali ( come la Astral) di piccola stazza, la cui missione è quella di intervenire per mettere in sicurezza i barchini e favorire il trasbordo su mezzi della Guardia costiera ( quando ci sono) o portarli a terra ma non certo in porti lontani che non sono in grado di raggiungere.
Da qui probabilmente la decisione del Viminale di invitare la Astral a portare i migranti in Tunisia.
(da La Repubblica)
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