Destra di Popolo.net

“GRAZIE AL REDDITO DI CITTADINANZA SONO SCAPPATA DA UN MARITO VIOLENTO”

Agosto 30th, 2023 Riccardo Fucile

LA STORIA DI DANIELA CHE HA SUBITO PER ANNI LE VIOLENZE DEL MARITO

Per anni ha subito violenze fisiche, psicologiche ed economiche, una vera e propria prigione costruita dall’ex marito violento, in cui vivevano Daniela e sua figlia. Per anni ha tentato di trovare la forza di denunciare e di scappare, ma le continue vessazioni anche di natura economica, la costringevano a desistere:
“Anche se lavoravo, non avevo autonomia, perché mio marito mi rubava i soldi dal conto corrente. Quando ha cominciato a seguirmi anche sul posto di lavoro, non sono più potuta uscire”
Col passare del tempo, le violenze domestiche hanno finito per coinvolgere anche sua figlia, ed è stato allora che Daniela si è convinta a chiedere aiuto ad un’amica che l’ha aiutata a compilare la domanda per ottenere il reddito di cittadinanza:
La pratica è andata a buon fine e appena sono arrivati i soldi ho preso giusto quattro stracci e sono scappata via insieme a mia figlia. Una volta lontana da casa, ho potuto denunciare e seguire tutto l’iter fino all’arresto e poi alla condanna. Quando denunci tuo marito o il tuo compagno, rimanere a casa è troppo pericoloso.
Grazie al sostegno di un reddito e all’aiuto di amici e parenti, Daniela e sua figlia hanno potuto ricominciare, riacquistando quella libertà e quella dignità per tanto tempo negate. Ma non è finita, dopo quattro anni Daniela continua a subire lo stalking dell’ex marito, motivo per cui la notizia dell’abolizione del reddito di cittadinanza l’ha gettata nello sconforto.
Solo il pensiero di perdere il reddito mi provoca un’angoscia terribile. Senza quella carta gialla sono inerme, i politici devono capire che dietro le richieste del reddito ci sono tante storie come la mia, altro che nullafacenti che vogliono stare in poltrona”
(da Fanpage)

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PERCHE’ IL PARTITO REPUBBLICANO POTREBBE PERDERE LE PROSSIME ELEZIONI PRESIDENZIALI, CON O SENZA TRUMP

Agosto 30th, 2023 Riccardo Fucile

I SONDAGGI DANNO BIDEN E TRUMP ALLA PARI

A poco più di 4 mesi dall’inizio delle primarie repubblicane, il vantaggio nei sondaggi dell’ex presidente Donald J. Trump sui suoi rivali è talmente marcato che molti esperti ritengono che la corsa alle primarie sia praticamente già decisa, con l’unico dubbio residuo su chi arriverà secondo.
Secondo la media più recente fornita da FiveThirtyEight, uno dei principali siti di analisi politica americana, il suo vantaggio sul secondo classificato, che per ora è il governatore della Florida, Ron DeSantis, è di quasi 50 punti percentuali. Nei cicli elettorali recenti, nessun candidato alla presidenza che aveva un vantaggio simile in questo momento del ciclo elettorale, ha poi perso le primarie.
È importante notare però che, in precedenza, nessun candidato alla presidenza di uno dei due principali partiti era stato neppure incriminato (e per ben quattro volte) durante una campagna elettorale. Una eventuale condanna di Trump potrebbe, infatti, avere un impatto significativo sulla sua candidatura, soprattutto se dovesse arrivare prima della fine della stagione delle primarie repubblicane. Nel resto dell’articolo, esplorerò le principali questioni riguardanti la ricandidatura di Trump e le prospettive dei repubblicani nelle prossime elezioni presidenziali, per spiegare per quale motivo la vittoria repubblicana alle presidenziali 2024 sarà molto complicata.
Come è composto l’elettorato repubblicano delle primarie 2024?
Dopo quasi un decennio di dominio indiscusso di Donald J. Trump nella politica repubblicana, il “Grand Old Party” ha subito una trasformazione significativa. Mentre l’era Reagan era caratterizzata dalla presenza di una maggioranza composta da una coalizione di destra religiosa, conservatori fiscali e neoconservatori, il panorama attuale degli elettori del Partito è molto più sfaccettato.
Contrariamente alla percezione comune, non è, comunque, possibile parlare di un Partito completamente dominato dalla visione populista-conservatrice di Trump. Un recente sondaggio del New York Times/Siena College ha rivelato infatti che solo il 37% dei repubblicani si riconosce nella base trumpiana. E, sebbene la maggioranza dei repubblicani si allinei con Trump su molte questioni, queste maggioranze sono spesso sottili. Per comprendere meglio la composizione attuale dell’elettorato repubblicano, il sondaggio ha suddiviso gli elettori repubblicani in sei gruppi distinti:
L’Establishment Moderato (14%): Istruiti, benestanti, socialmente moderati o liberali e spesso apertamente contrari a Trump.I Conservatori Tradizionali (26%): Conservatori economici e sociali di vecchia scuola che sostengono Trump pur non amandolo appieno.L’Ala Destra (26%): Spettatori assidui di Fox News e Newsmax, profondamente conservatori e fortemente pro-Trump.I Populisti dal Colletto Blu (12%): Principalmente del Nord, con vedute conservatrici su razza e immigrazione e fortemente pro-Trump.I Conservatori Libertari (14%): Favoriscono un governo ridotto e sono relativamente moderati sulle questioni sociali.I Nuovi Arrivati (8%): Giovani, diversificati e moderati, ma delusi dai Democratici e dalla sinistra “woke”.
La forza di Trump all’interno del Partito Repubblicano si basa principalmente sull’alleanza tra l’Ala Destra e i Populisti dal Colletto Blu. Sebbene questi gruppi non siano sempre d’accordo su tutte le questioni, esprimono entrambi forti preoccupazioni riguardo ai cambiamenti demografici del Paese ed alla riduzione del potere della popolazione bianca. Questa alleanza ha messo in difficoltà l’opposizione potenziale a Trump all’interno del Partito. Prima dell’ascesa di Trump, le fazioni moderate e conservatrici tradizionali del partito erano, infatti, solite unirsi contro i candidati dell’Ala Destra. Ora, questa strategia sembra non essere più valida. In particolare, il governatore della Florida Ron DeSantis, pur essendo un potenziale rivale di Trump, ha avuto serie difficoltà a mantenere una posizione solida nella corsa per le primarie. Trump lo supera, infatti, in ogni gruppo di elettori repubblicani identificato nel sondaggio.
Inoltre, sebbene una parte dell’elettorato repubblicano potrebbe non sostenere sempre le politiche di Trump, ciò non significa che sia necessariamente anti-Trump. L’unico gruppo veramente anti-Trump, l’Establishment Moderato, sembra dunque ormai essersi allontanato dalle opinioni dominanti nel resto del Partito.
Perché Trump è così popolare tra i repubblicani nonostante le incriminazioni?
Nonostante le numerose incriminazioni, Donald J. Trump continua a dominare il panorama politico repubblicano, mantenendo una presenza imponente e una lealtà senza precedenti tra i suoi sostenitori. Questo diventa ancora più significativo alla luce dei recenti problemi legali di Trump.
Ad oggi, l’ex presidente è stato incriminato quattro volte per vari motivi: a New York dal procuratore distrettuale di Manhattan Alvin Bragg, per la questione relativa al pagamento in nero alla pornostar Stormy Daniels in cambio del suo silenzio su una relazione extraconiugale con Trump prima delle elezioni presidenziali 2016; in Florida dal procuratore speciale del Dipartimento di Giustizia, Jack Smith, per la questione dei documenti riservati detenuti illegalmente a Mar-a-Lago che avrebbero, secondo l’accusa, messo potenzialmente a rischio segreti di sicurezza nazionale americana; a Washington D.C., sempre dal procuratore speciale del Dipartimento di Giustizia, Jack Smith, per quanto riguarda il ruolo di Trump nel tentativo di ribaltare il risultato delle elezioni del 2020 che lo ha visto battuto dall’attuale presidente Biden, prima della fallita insurrezione al Campidoglio del 6 gennaio 2021; infine, ad Atlanta, in Georgia, sempre per il tentativo fallito di ribaltare il risultato delle elezioni 2020, a causa del quale Trump è stato incriminato per “associazione a delinquere” dalla procuratrice distrettuale della Contea di Fulton, Fani Willis, assieme ad altri 18 co-imputati, tra cui l’ex sindaco di New York City ed ex legale di Trump, Rudy Giuliani, e l’ex capo dello staff della Casa Bianca di Trump, Mark Meadows.
Tuttavia, nessuna di queste incriminazioni sembra aver scalfito la sua popolarità tra gli elettori repubblicani. Per molti dei suoi sostenitori sono anzi viste come attacchi politicamente motivati piuttosto che come questioni legali legittime. Un commento dello stratega repubblicano Doug Heye sottolinea questa percezione, affermando che le incriminazioni “rinforzano essenzialmente il messaggio centrale di Trump che il sistema è truccato” contro di lui ed i suoi sostenitori. Inoltre, un altro aspetto cruciale della forza di Trump nei sondaggi tra gli elettori delle primarie è la percezione della veridicità. Molti elettori repubblicani ritengono che, nonostante tutto, sia Trump a dire loro la verità su come stanno davvero le cose.
Questa fiducia si riflette nei dati di sondaggi che mostrano una forte inclinazione a credere a Trump piuttosto che ad altre figure.
Un dato sorprendente di un recente sondaggio CBS News/YouGov è che il 71% di coloro che prevedono di votare per lui ritiene che ciò che dice l’ex presidente sia vero. Questa percentuale supera quella di amici e familiari (63%), figure dei media conservatori (56%) e leader religiosi (42%). Si tratta di un dato è particolarmente rivelatore: i sostenitori di Trump sono quindi più inclini a credere a lui piuttosto che alle persone a loro più vicine o persino ai leader spirituali.
In sintesi, mentre le incriminazioni in altri momenti storici avrebbero probabilmente danneggiato la reputazione di altri esponenti politici, nel caso di Trump ora sembrano aver solo rafforzato la sua posizione tra i repubblicani.
La sua capacità di mantenere una tale fiducia tra i suoi sostenitori sottolinea il suo unico e potente legame con la base elettorale del Partito Repubblicano, in particolare con l’ala a lui più fedele. Tuttavia, tutto questo potrebbe non bastare di per sé per assicurarsi la nomination presidenziale repubblicana.
Cosa potrebbe accadere nel caso di una condanna?
Secondo alcune opinioni che circolano in Italia, le incriminazioni di Trump finiranno alla lunga solo per aumentare il suo supporto elettorale e gli permetteranno di tornare trionfante alla Casa Bianca. Tuttavia, i sondaggi americani mostrano un quadro diverso: una potenziale condanna potrebbe invece avere ripercussioni negativamente significative sulla sua candidatura presidenziale per il 2024.
Nello specifico, un sondaggio Reuters/Ipsos ha rivelato che circa la metà dei repubblicani sarebbe pronta a non votare più per Trump se l’ex presidente venisse davvero condannato. Nel sondaggio è stato chiesto specificamente ai partecipanti se intenderebbero votare per Trump anche nel caso in cui fosse “condannato da una giuria per un crimine” nei processi a suo carico: ebbene, tra gli elettori repubblicani, il 45% ha dichiarato che in quel caso non voterebbe per lui, mentre il 35% ha affermato che lo farebbe lo stesso.
Quando gli stessi elettori sono stati interrogati sulla possibilità in cui Trump fosse “attualmente in carcere” nel giorno delle elezioni, ben il 52% dei repubblicani ha affermato che non voterebbe per lui in questo caso, rispetto al 28% che afferma di volerlo fare lo stesso.
Tutto ciò è particolarmente rilevante se si tiene conto che, nello stesso sondaggio, il 75% degli elettori repubblicani intervistati concorda con l’affermazione secondo cui le accuse contro Trump fossero “politicamente motivate” ed il 66% dei repubblicani descrive come “non credibili” le accuse contro Trump per aver cercato di ribaltare le elezioni del 2020.
La prospettiva di una condanna per Donald J. Trump potrebbe avere un impatto ancora più significativamnete negativo sull’elettorato delle elezioni generali.
Secondo un recente sondaggio POLITICO Magazine/Ipsos, la maggior parte degli americani prende infatti sul serio le accuse contro Trump, in particolare quelle intentate dal Procuratore Speciale del Dipartimento di Giustizia, Jack Smith, relative al tentativo di ribaltare il risultato delle elezioni del 2020.
Il sondaggio ha rivelato che il 59% degli intervistati desidera che il processo federale relativo al caso di sovversione elettorale del 2020 di Trump si svolga prima delle primarie repubblicane del 2024.
Le cifre sono ancora più sorprendenti quando si considera la percezione di colpevolezza. Tra i quattro processi pendenti, il 51% degli intervistati ritiene che Trump sia colpevole delle accuse mosse dal Dipartimento di Giustizia e della Contea di Fulton relative al tentativo di ribaltare il risultato delle elezioni del 2020.
Un dato particolarmente rivelatore riguarda le possibili conseguenze di una condanna nel processo intentato dal Dipartimento di Giustizia: il 50% degli intervistati afferma, infatti, che Trump dovrebbe finire in prigione se venisse condannato in questo processo.
Tale dato suggerisce il fatto che l’elettorato americano delle elezioni generali potrebbero considerare la condotta di Trump riguardo alla insurrezione fallita del 6 gennaio ed al suo precedente tentativo fallito di ribaltare le elezioni come più grave rispetto alle altre accuse a suo carico.
Inoltre, la difesa di Trump riguardo alla “strumentalizzazione politica” del Dipartimento di Giustizia sembra avere un’eco piuttosto limitata tra l’opinione pubblica americana in senso lato, rispetto al solo elettorato repubblicano.
Il 59% degli intervistati ha dichiarato, infatti, che la decisione del Dipartimento di Giustizia di incriminare Trump per le elezioni 2020 si basa su una valutazione equa delle prove e della legge. Tutto questo aiuta a spiegare anche il fatto che, secondo questo sondaggio, la percezione pubblica di Trump rispetto ad altre figure chiave è notevolmente più negativa. Trump ottiene infatti un indice di gradimento netto di -31 punti principali, il peggiore tra tutte le figure menzionate nel sondaggio.
Il tasso di gradimento netto è un indicatore utilizzato per misurare la popolarità di una figura pubblica, che si calcola sottraendo la percentuale di opinioni negative dalla percentuale di opinioni positive.
Se il risultato è positivo, indica che la figura ha una percezione complessivamente positiva; se è negativo, indica una percezione complessivamente negativa.
Ad esempio, nel caso di Trump un tasso netto negativo di -31 punti percentuali significa che il 27% degli intervistati ha una opinione favorevole dell’ex presidente rispetto al 58% che ne ha una sfavorevole. In paragone, Biden a confronto ottiene un indice di gradimento netto di -9 punti percentuali (il 36% degli intervistati ha una opinione favorevole dell’attuale presidente rispetto al 45% che ne ha una sfavorevole).
Non è finita qua: per via dei processi a suo carico, a partire dalla primavera, Trump sarà obbligato a partecipare a molte udienze in tribunale per i processi a suo carico, proprio nel momento in cui la campagna elettorale sta entrando nel suo momento chiave.
Al momento, le date di tre processi sono già state stabilite: il 4 marzo 2024 inizierà a Washington D.C. il processo federale relativo al tentativo di ribaltare il risultato delle elezioni 2020, mentre il 25 marzo 2024 inizierà a New York quello riguardo i pagamenti in nero a Stormy Daniels, ed il 20 maggio 2024 in Florida quello relativo ai documenti riservati di Mar-a-Lago.
In tutti questi casi la legge prevede che l’imputato debba partecipare in aula alle udienze a suo carico. Inoltre, anche la procuratrice distrettuale di Atlanta, Fani Willis, ha chiesto di tenere il processo per “associazione a delinquere” per Trump ed i suoi co-imputati a partire dal mese di marzo 2024.
Il risultato di tutto questo è che, in piena campagna elettorale, Trump potrebbe finire per passare la gran parte del tempo saltando da un tribunale all’altro a difendersi dalle accuse.
A prescindere da una possibile condanna, già questo di per sé, non è un bel segnale per gli elettori. Insomma, sebbene Trump abbia sfruttato sapientemente le sue incriminazioni per rafforzare la sua posizione nel contesto della nomination repubblicana, i processi a suo carico e soprattutto una una eventuale condanna potrebbero effettivamente minare il suo sostegno tra gli elettori repubblicani e rappresentare alla lunga un ostacolo significativo per Trump nella corsa alla presidenza del 2024.
Cosa dicono i sondaggi per le elezioni generali?
Al momento, nonostante tutti i rischi legali legati alla candidatura di Trump, i sondaggi per le elezioni generali vedono generalmente il presidente in carica Joe Biden sostanzialmente alla pari con l’ex presidente Trump.
Sebbene i sondaggi sulle elezioni generali effettuati così lontano dalla data delle elezioni abbiano notoriamente un valore predittivo estremamente basso, da questi risultati possiamo lo stesso trarre alcune interessanti osservazioni.
Infatti, nonostante tutti i problemi di Trump, i sondaggi suggeriscono che una parte cospicua degli elettori ha serie preoccupazioni anche riguardo all’attuale presidente Joe Biden, suo quasi certo rivale alle elezioni presidenziali 2024, in particolare per via della sua età avanzata e dei dubbi espressi sulla sua capacità di servire un altro mandato di 4 anni alla Casa Bianca.
Inoltre, lo stesso Biden ha al momento un tasso netto di popolarità di -11,1 punti percentuali in media, uno dei dati peggiori di qualsiasi presidente. Peggio di lui, in questo stesso periodo del proprio mandato alla presidenza, hanno fatto solo l’ex presidente Trump (tasso netto negativo di -14,5) e l’ex presidente Jimmy Carter (netto negativo di -22,5), entrambi poi sconfitti per la rielezione.
Oltre ai tassi di popolarità e alle dinamiche interne dei partiti, è essenziale tenere in mente che anche i grandi temi nazionali e internazionali potrebbero giocare un ruolo cruciale nel determinare l’esito delle prossime elezioni, come l’andamento dell’economia al momento delle prossime elezioni, le tensioni in politica estera, le sfide in ambito di salute pubblica e tutte le altre questioni rilevanti per l’elettorato.
Questo significa che, indubbiamente, per Biden la corsa per la rielezione non sarà una passeggiata. I repubblicani, d’altro canto, hanno una concreta chance di poter riconquistare la Casa Bianca alle prossime elezioni di novembre 2024.
Obama, che ancora oggi resta la figura più popolare tra gli elettori democratici e l’ex presidente ancora in vita più popolare tra gli elettori americani, sottolinea che il rischio di vittoria di Trump alle prossime elezioni è molto concreto. Pertanto, ha consigliato direttamente a Biden, nel corso di un colloquio di recente intercorso tra i due, di non sottovalutare questa minaccia e di prenderla seriamente.
Ed in effetti, è importante per i democratici tener presente cosa è accaduto nel 2016, quando Trump, a sorpresa, ha vinto le elezioni che tutti pensavano avrebbero incoronato Hillary Clinton come prima presidente donna degli Stati Uniti.
Perché il Partito Repubblicano rischia di perdere sia con che senza Trump?
Nonostante le preoccupazioni espresse da Obama, Biden al momento resta comunque favorito per la rielezione e questo è dovuto in buona parte proprio alla presenza di Trump come suo probabile rivale.
Come abbiamo visto, infatti, poco più di un terzo dell’intero elettorato repubblicano è costituito da trumpiani hardcore, la cosiddetta base MAGA, dallo slogan elettorale “Make America Great Again” dell’ex presidente. Questo è il vero dilemma in cui si trova di fronte il Partito Repubblicano oggi.
Nell’improbabile caso in cui Trump non dovesse alla fine essere in grado ottenere la nomination presidenziale, sia perché finisse sconfitto alle primarie, sia perché finisse in carcere a seguito di una sentenza giudiziaria, è possibile immaginare che una parte cospicua di questi elettori finirebbe, per protesta, per non votare più per il Partito Repubblicano (o astenersi del tutto). Questo finirebbe per danneggiare seriamente, forse in maniera fatale, le prospettive di vittoria repubblicana alle elezioni presidenziali.
Di converso, nel caso in cui, come sembra molto probabile al momento, Trump venisse effettivamente eletto come candidato repubblicano alla presidenza anche per il 2024, troverebbe di fronte a sé una strada molto stretta per cercare di tornare alla Casa Bianca.
Come molti sapranno, ad eleggere il presidente degli Stati Uniti non è, infatti, il voto popolare, ma il cosiddetto Collegio Elettorale, composto da 538 membri eletti nei vari Stati con il metodo “first takes all”.
La presidenza viene assegnata a chiunque sia in grado di ottenere almeno un voto in più della maggioranza nel Collegio Elettorale, ovvero chiunque ottenga almeno 270 voti. Ogni Stato elegge un numero di Elettori del Collegio Elettorale, volgarmente detti Grandi Elettori, tendenzialmente in proporzione alla popolazione del singolo Stato. Questo sistema arcaico, unito alla profonda polarizzazione politica americana che rende buona parte degli Stati già sicuri prima del voto per uno o l’altro candidato, ha di fatto reso fondamentali per la vittoria solo pochissimi Stati, definiti “Stati chiave” (o “swing State” in americano) dove si concentra praticamente tutta la campagna elettorale per le presidenziali.
Fino a qualche ciclo elettorale fa i due Stati chiave decisivi per la vittoria alle elezioni presidenziali erano la Florida e l’Ohio: entrambi però, da quando Trump si è candidato alla presidenza, si sono spostati sempre più a destra, tanto da finore ora per essere considerati come Stati tendenzialmente repubblicani. Di converso, però, altre due Stati che tradizionalmente erano considerati come conservatori (ovvero Arizona e Georgia) nel 2020 hanno per la prima volta votato democratico da decenni ed oggi sono diventati a tutti gli effetti Stati chiave delle prossime elezioni.
Secondo la mappa elettorale preparata dal sito 270towin che si basa sul “Consensus” dei principali analisti politici americani, fino ad un massimo di 476 Grandi Elettori potrebbero essere attribuiti con buon grado di certezza anche prima che gli elettori inizino a votare, per via della inclinazione politica dei vari Stati.
Ciò significa che i repubblicani potranno contare così con 235 Grandi Elettori quasi certi, mentre i democratici con 241 Grandi Elettori. I 62 residui sono così suddivisi in soli 5 Stati chiave: Nevada (6) Arizona (11) Georgia (16) Wisconsin (10) Pennsylvania (19)
Vale la pena notare che si tratta di tutti Stati che Biden ha vinto nel 2020 con un basso margine di vantaggio. Chiunque fosse il prossimo candidato repubblicano alla presidenza, quindi, ha sostanzialmente due concrete possibilità per ottenere le chiavi della Casa Bianca: riconquistare Georgia ed Arizona ed uno tra Wisconsin e Pennsylvania. Riconquistare Wisconsin e Pennsylvania, ed uno qualsiasi degli altri tre Stati.
Permettetemi una piccola digressione a questo punto: normalmente, negli ultimi cicli elettorali i repubblicani partono avvantaggiati al Collegio Elettorale. Nel 2020, ad esempio, per poter ottenere la maggioranza al Collegio Elettorale, vista l’inclinazione politica dei vari Stati rispetto alla media nazionale, per i democratici era necessario vincere il voto popolare di almeno 4 punti percentuali (che alla fine Biden ha vinto di 4,5 punti). Tuttavia, questo vantaggio insito per i repubblicani potrebbe finire per ridursi fortemente in questo ciclo elettorale al punto che i democratici potrebbero per la prima volta da tempo avere la possibilità di vincere anche con un vantaggio minimo a livello nazionale.
Le recenti elezioni di metà mandato sono una possibile dimostrazione di quanto appena detto.
Nonostante l’elettorato fosse costituito da elettori più conservatori e di età media più alta di quella delle presidenziali, ed in un anno molto difficile a causa dell’alta impopolarità del presidente Biden, i democratici sono stati in grado di vincere le elezioni principali in tutti gli Stati chiave, sebbene abbiano perso il voto popolare (sulla base delle elezioni alla Camera) di quasi 3 punti percentuali.
Ciò è accaduto per un motivo molto semplice: le elezioni negli Stati chiave sono andate molto meglio del previsto per i democratici, ed i repubblicani hanno finito per recuperare voti soprattutto in due Stati (California e New York) che alle elezioni presidenziali finirebbero comunque per votare saldamente a favore del candidato democratico.
Ora possiamo analizzare nel dettaglio i risultati delle elezioni più recenti in quelli che saranno i cinque Stati chiave delle elezioni presidenziali del novembre 2024.
In Nevada la senatrice uscente democratica Catherine Cortez Masto ha vinto nel novembre 2022 con un margine di 0,8 punti percentuali la rielezione al Senato, sebbene alle contemporanee elezioni per il governatore il candidato repubblicano Joe Lombardo sia riuscito a farsi eleggere con un margine di vantaggio di 1,5 punti percentuali. La vittoria di Masto era data in serio dubbio in base ai sondaggi preelettorali. Negli ultimi quattro cicli elettorali presidenziali, inoltre, il Nevada ha sempre votato democratico;In Arizona, tutti i principali candidati repubblicani sono stati sconfitti nel novembre 2022, nonostante il fatto che in alcuni casi i sondaggi davano loro alte possibilità di vittoria. La sconfitta più bruciante (con un margine di 0,7 punti percentuali) è stata quella di Kari Lake, candidata ultra-trumpiana alla posizione di governatrice dell’Arizona apertamente negazionista sul risultato elettorale del 2020, sconfitta dall’attuale governatrice democratica Katie Hobbs. Ma anche tutti gli altri candidati per posizioni di primo piano a livello statale e federale, altrettanto ultra-trumpiani e negazionisti delle elezioni 2020, sono stati sonoramente bocciati alle urne.
In Georgia, alle primarie repubblicane del 2022, in maniera differente che in altri Stati, hanno vinto due grandi nemici di Trump interni al Partito Repubblicano: il governatore Brian Kemp ed il Segretario di Stato Brad Raffensperger. Entrambi hanno poi agevolmente ottenuto la rielezione a novembre 2022, nonostante alle contemporanee elezioni per il Senato sia stato rieletto il senatore uscente democratico Raphael Warnock contro il rivale Herschel Walker, appoggiato dall’ex presidente Trump. Insomma, in Goergia sembra proprio essere presente una parte importante dell’elettorato tendenzialmente repubblicana ma disposta a votare per i democratici a livello federale, pur di impedire la vittoria ai candidati trumpiani. Inoltre, le trasformazioni demografiche in corso nello Stato, soprattutto nei sobborghi di Atlanta, lo rendono sempre con l’andare del tempo un terreno elettorale sempre più favorevole per i democratici.
È andata leggermente meglio per i repubblicani in Wisconsin dove il senatore uscente Ron Johnson è stato rieletto nel novembre 2022 con un margine di un punto percentuale battendo il candidato rivale ed esponente dell’ala sinistra democratica, Mandela Barnes. Tuttavia, anche qui i repubblicani hanno perso buona parte delle altre sfide più importanti, incluse quella per il governatore (è stato rieletto il democratico Tony Evers), per il Segretario di Stato e per il Procuratore Generale dello Stato. Inoltre, ancora più di recente, alle elezioni speciali che si sono tenute nell’aprile 2023, la candidata liberal (Janet Protasiewicz) ha ottenuto una agevole vittoria per un posto chiave alla Corte Suprema statale in una campagna elettorale che si è basata quasi integralmente sul diritto dei cittadini del Wisconsin ad avere accesso all’aborto.
Infine, in Pennsylvania le elezioni di metà mandato del 2022 hanno rappresentato una vera e propria débâcle per i repubblicani che hanno perso non solo la sfida per il governatore (dove ha vinto nettamente il candidato democratico Josh Shapiro, contro il candidato ultra-trumpiano e negazionista delle elezioni 2020, Doug Mastriano), ma anche quelle per il Senato, dove il candidato democratico John Fetterman ha vinto con un margine di quasi 5 punti percentuali contro il suo rivale, il dottor Mehmet Oz anche egli appoggiato da Trump, nonostante abbia subito un infarto in piena campagna elettorale.
Insomma, in tutti gli Stati chiave le indicazioni arrivate dalle elezioni più recenti sono state decisamente negative per i repubblicani, in particolare per i candidati più vicini all’ala trumpiana del partito.
Da qui a novembre 2024 può, ovviamente, ancora accadere di tutto. Tuttavia, è difficile, al momento comprendere in che modo la ricandidatura di Trump alla presidenza possa permettere ai repubblicani di guadagnare abbastanza voti per vincere in questi Stati chiave che per ben due volte hanno rigettato il trumpismo dopo il 2016 e la cui vittoria è assolutamente necessaria per tornare alla Casa Bianca.
Questo in particolare è ancora più complicato se, come tutto lascia sembrare, Trump sia intenzionato a mettere al centro della sua agenda elettorale ancora una volta la battaglia sul risultato delle scorse elezioni che lui ancora oggi non ammette di aver perso.
In tale contesto, la principale questione a cui gli elettori repubblicani dovrebbero rispondere prima di votare alle primarie repubblicane è questa: siete davvero convinti che riproporre come candidato colui la cui agenda è stata già sconfitta due volte sia la strada migliore per convincere gli elettori che non lo hanno fatto in precedenza nelle ultime due elezioni a votare di nuovo per il vostro Partito?
Alcuni sondaggi sembrano rispondere a questa domanda affermando che, almeno per ora, gli elettori repubblicani sembrano più interessati a votare qualcuno che sia più vicino alle loro idee che qualcuno che possa avere più chance di vincere alle prossime elezioni. È la scommessa che ha avuto già successo nel 2016, d’altronde, ma non è detto che la storia si possa ripetere. Personalmente ritengo sia stato già ampiamente dimostrato che riproporre i candidati sconfitti non sia la strategia più saggia per vincere le prossime elezioni, anche perché agli elettori americani notoriamente non piacciono i perdenti, anche se questi non ammettono la propria sconfitta. Staremo a vedere alle prossime elezioni chi avrà ragione.
(da Fanpage)

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