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PIU’ CHE UNA MANOVRA, SARA’ UNA RETROMARCIA

Agosto 21st, 2023 Riccardo Fucile

AL MEETING DI RIMINI, GIORGETTI AMMETTE: “SARÀ UNA LEGGE DI BILANCIO COMPLICATA, NON SI POTRÀ FARE TUTTO”

«Il tema della denatalità è fondamentale: non c’è nessuna riforma o misura previdenziale che tiene nel medio e lungo periodo con i numeri della natalità che vediamo oggi in questo Paese». A parlare è il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che oggi ha partecipato in videocollegamento al Meeting di Rimini. Nel suo intervento, Giorgetti ha parlato anche della prossima legge di bilancio, che l’esecutivo dovrà presentare in autunno. Una legge che «sarà complicata, come tutte», ammette il ministro leghista: «Siamo chiamati, poiché facciamo politica, a decidere delle priorità: non si potrà fare tutto, certamente dovremo intervenire a favore dei redditi medio bassi, ma dovremo anche usare le risorse a disposizione per promuovere la crescita. Questo è l’indirizzo». Giorgetti avrebbe dovuto partecipare in presenza al Meeting di Rimini, ma è stato costretto a ripiegare sul videocollegamento per poter partecipare alle esequie di Giulio Alberto Pacchione e Lorenzo Paroni, i due finanzieri morti in un incidente sulle Alpi Giulie nel corso di un addestramento.
Il Pnrr e il nuovo Patto di stabilità
Oltre alle pensioni e alla legge di bilancio, Giorgetti è tornato a parlare anche del nuovo Patto di Stabilità, chiarendo quale sarà la posizione negoziale dell’Italia nei vertici che si terranno con gli altri Paesi Ue. «Noi non facciamo un problema di debito o mancata riduzione del debito, ma vogliamo che gli investimenti siano trattati in modo privilegiato e meglio rispetto alle spese correnti – ha chiarito il titolare del Mef -. Non possiamo, in un momento in cui siamo ancora in una situazione eccezionale, tornare a delle regole che ignorano la necessità di accompagnare e aiutare famiglie e imprese nella trasformazione che stiamo vivendo». Giorgetti ha poi aggiunto: «Spero che in Europa quando decideremo a settembre sulle nuove regole se ne tenga conto». E sempre a proposito di Unione Europea, il ministro del Carroccio ha affrontato anche la questione relativa al Pnrr. «Per quanto riguarda questo benedetto Pnrr, abbiamo queste risorse, che non possono essere sprecate e che devono essere usate nel modo migliore possibile – ha esordito Giorgetti -. Non c’è semplicemente il puntuale rispetto, il fare in fretta, ma anche il fare bene. Se fare in fretta significa fare male, è meglio fare bene ma valutare attentamente le situazioni, perché è un’occasione unica».
(da agenzie)

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VANDALI AL CIMITERO, NELLA NOTTE PROFANATE 1.200 TOMBE A RIVALTA DI TORINO

Agosto 21st, 2023 Riccardo Fucile

NON C’E’ PIU’ LIMITE ALLA FOGNA: FIORI A TERRA, STATUETTE ROTTE E ACCESSORI RUBATI

Sono state profanate circa 1200 tombe al cimitero di Rivalta di Torino. Nella tarda mattinata di lunedì la conta dei danni era ancora in corso: dei vandali nella notte sono entrati nel campo santo e hanno rubato gli oggetti in rame, mandando in frantumi le statuette posizionate davanti ai loculi e gettando in terra i mazzi di fiori. Un oltraggio ai defunti, alla città.
A lanciare l’allarme è stato uno dei custodi del cimitero, che si è accorto del raid vandalico lunedì verso le 9, non appena hanno aperto i cancelli. Sul caso indagano la polizia, i carabinieri che stanno analizzando i circuiti di videosorveglianza dentro e fuori dal cimitero per identificare gli autori del danneggiamento.
“Non posso credere che ci sia gente così cattiva, insensibile e vigliacca – commenta il Sindaco Sergio Muro – vandalizzare un cimitero, luogo in cui riposano in pace i nostri cari, è un gesto deprecabile. Mi auguro di cuore che i responsabili vengano identificati al più presto”.
I vandali hanno colpito tutte le tombe nei campi I, II, III, IV e V. Risparmiando però le tombe storiche nel campo I.
Dispiacere nel dispiacere, “è stata rubata anche la sciarpa del Napoli che io stesso avevo posato sulla lapide dell’ex sindaco Nicola De Ruggiero (scomparso nel 2021) il giorno dello scudetto”, fa notare Muro.
Per un paio di giorni il cimitero resterà chiuso al pubblico (salvo funerali) per consentire il ripristino degli arredi e la pulizia dei viali.
(da agenzie)

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ALLARME SANITA’ PRONTI NUOVI TAGLI

Agosto 21st, 2023 Riccardo Fucile

IL MINISTRO COSTRETTO A TAGLIARE ESAMI, FARMACI E POSTI LETTO… CON I SOVRANISTI SI MUORE POVERI E A CASA

Per la sanità con i medici in fuga, le liste d’attesa che trasformano in un diritto di carta quello alle cure gratuite per tutti e una innovazione tecnologica che stenta ad entrare nei nostri ospedali si profila una manovra old style. Di quelle fatte con “zero euro” e “razionalizzazioni” della spesa, che tante volte in passato si sono trasformate in “razionamento” dei finanziamenti più che in lotta agli sprechi. Perché soldi da spendere in manovra ce ne sono pochi e quelli che al Mef si sta cercando di racimolare andranno soprattutto al taglio del cuneo fiscale, lasciando a mani vuote i ministri che prima della pausa estiva si erano recati in processione dal ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, con la loro lista della spesa.
Così aveva fatto anche il ministro della Salute, Orazio Schillaci, entrato in Via XX settembre con 4 miliardi di euro in richieste per estendere a tutti i medici gli incentivi riservati per ora solo a quelli dei pronto soccorso e che ne era uscito con la promessa che a quelle cifre non ci si poteva proprio arrivare, ma a 2,5-3 si.
E invece ora quei soldi l’ex rettore d Tor Vergata prestato alla politica dovrà cercare di racimolarli tagliando i rami secchi della “sua” sanità. Sempre che ce ne siano ancora dopo 37 miliardi di tagli in 10 anni. Impresa improba, che rischia di portare al collasso la sanità pubblica, visto che 15 dei 130 miliardi di fondo sanitario nazionale se li è già mangiati l’inflazione.
Ma sia i tecnici della Salute sia il Centro studi di Fratelli d’Italia, che ha nella deputata Ylenja Lucaselli la sua testa di ponte con il Tesoro, si sono già messi al lavoro per individuare le sacche di spreco su cui intervenire. Viene invece liquidata dall’Economia come una «balla agostana» l’idea di introdurre come per le banche una tassa sugli extraprofitti delle case farmaceutiche. Che avrebbe significato poi colpire Pfizer e Moderna che di incassi ne hanno fatti a palate con i vaccini anti-Covid. Una mossa ad alto rischio di incostituzionalità oltre che di ritorsioni da parte delle stesse case farmaceutiche in caso di nuove emergenze sanitarie che richiedessero l’uso di antidoti.
Così per abbattere le liste d’attesa Schillaci ha rispolverato vecchie formule. «Per ridurle non basta mettere soldi, bisogna razionalizzare e cercare l’appropriatezza delle prescrizioni», va ripetendo da un po’ di tempo a questa parte. Rimarcando che «ci sono tante persone che fanno esami inutili mentre chi sta male e ne ha realmente bisogno aspetta un sacco di tempo per fare accertamenti importanti». Da una ricognizione fatta dai suoi tecnici risulta che almeno il 20% degli accertamenti prescritti nelle ricette a carico del Sistema sanitario nazionale (Ssn) sono inutili. Detta così non fa forse un grande effetto ma parliamo di 8 milioni di tac, ecografie, radiografie e altri esami per i quali oggi gli italiani attendono mesi se non anni. Solo di risonanze in eccesso se ne conterebbero 700mila. Che qualcosa non torni lo dicono i confronti regionali: se in Veneto le risonanze muscolo-scheletriche sono 15,2 ogni mille abitanti, in Toscana e nel Lazio non si arriva a 10 contro una media nazionale di 11.
Anche tra i farmaci le prescrizioni superflue non sarebbero poca cosa. Solo di antibiotici in un caso su tre se ne potrebbe fare a meno. Insomma, che consumiamo prestazioni sanitarie anche quando non servono è difficile da contestare, ma lo è altrettanto smentire il fatto che in passato quando si è provato ad invertire la rotta i risultati e i relativi risparmi sono stati pari a zero. L’ultimo tentativo risale a gennaio del 2016 con il cosiddetto decreto Appropriatezza, che per 203 prestazioni dava indicazioni precise su quando dovessero essere prescritte a carico dello Stato e quando no. Il tutto corredato da sanzioni per i medici della ricetta facile, che si sarebbero dovute concretizzare in tagli al loro salario accessorio. Un provvedimento fortemente voluto dall’allora ministro Beatrice Lorenzin, la quale dopo l’insurrezione dei camici bianchi che l’accusavano di limitare la loro autonomia prescrittiva a danno dei pazienti fece dietrofront
A luglio, a soli sette mesi dal suo varo, il decreto Appropriatezza venne di fatto messo in soffitta dal Dpcm sui nuovi Livelli essenziali di assistenza, che limitava a 40 le prestazioni soggette a limitazioni, abrogando tra l’altro le sanzioni a medici e manager di Asl e ospedali.
Che si riesca oggi dove si è fallito allora è tutto da vedere, mentre la fuga di medici e infermieri dalla sanità pubblica procede inarrestabile in assenza di gratificazioni economiche, così come senza un potenziamento dell’offerta pubblica continuerà a crescere il ricorso alla sanità privata, che costa oramai agli italiani 40 miliardi di euro l’anno.
Nonostante questo la parola magica “razionalizzazione” verrà pronunciata in manovra anche per cercare di mettere ordine a reparti e sale operatorie negli ospedali. Che sono si sempre più a corto di letti, ma che secondo i numeri che stanno scandagliando i tecnici del dipartimento Programmazione della Salute sono paradossalmente utilizzati appena al 30% in alcuni reparti. Questo mentre in altri si scoppia, con tassi di utilizzo che arrivano al 120%. E lo stesso dicasi per le sale operatorie, in alcuni casi chiuse o attivate solo in parte.
Come mettendo ordine a questi squilibri si possano ricavare soldi per dare ossigeno alla sanità esangue è però un’altra storia. Già vista.
(da La Stampa)

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CI SARÀ UN MOTIVO SE IN AMERICA CI SONO 17 AGENZIE DI INTELLIGENCE: LA RIFORMA DEI SERVIZI BY MANTOVANO PREVEDE L’UNIFICAZIONE IN UN’UNICA STRUTTURA DEGLI 007, SUPERANDO LA DIVISIONE TRA AISI (INTERNI) E AISE (ESTERI). MA IN TUTTO IL MONDO SI VA IN DIREZIONE OPPOSTA

Agosto 21st, 2023 Riccardo Fucile

SE SI ESCLUDE LA SPAGNA, TUTTE LE GRANDI DEMOCRAZIE OCCIDENTALI HANNO VARIE STRUTTURE CON COMPITI DIFFERENZIATI. QUANDO SI PARLA DI SERVIZI, MEGLIO SOVRAPPORRE LE COMPETENZE CHE AVERE “BUCHI” DI ATTENZIONE E VIGILANZA

«Proclami in vista non ce ne sono perché la materia è delicata assai. E poi l’idea, al momento, è appunto poco più che ‘un’ipotesi di lavoro’, dicono a Palazzo Chigi». Ma, ‘l’ipotesi’, deve avere già una sua consistenza, se è vero che «i seminari a porte chiuse organizzati nella sede del Dis, a Piazza Dante, si sono susseguiti da gennaio a luglio, e hanno visto la partecipazione dei massimi esperti del settore (?), e poi i vertici dell’intelligence attuali e passati, da Gianni Letta a Franco Gabrielli». Insomma, un segreto di Pulcinella in casa del Dis, meno Servizio più o meno segreto tra tutti, dovendo coordinare i due veri Servizi operativi Interni (Aisi), ed Esteri (Aise).
Consultazioni condotte ‘in gran riserbo per rafforzare la struttura dei servizi’. Che può anche dire che così come funzionano ora non vanno al meglio, il sottinteso da parte di Alfredo Mantovano, il sottosegretario alla Presidenza con la delega ai servizi. «Definire una bozza di riforma entro l’anno», è la facile previsione del Foglio.
La cosa farà rumore, c’è da prevedere, perché l’idea è «Unificare l’intelligence in un’unica struttura, superando l’attuale divisione dei ruoli tra Aisi e Aise, impegnate rispettivamente per i servizi interni ed esteri, col Dis, il ‘Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, a svolgere una funzione di coordinamento».
E’ l’architettura, introdotta dalla legge 124 del 2007, ritenuta ‘datata’ dai fautori del nuovo con sospetti di antico. In sedici anni è cambiato il mondo, e quello dell’intelligence forse più degli altri. La questione letta dei critici interni con qualche forzatura argomentativa.
«Un attacco hacker pianificato a Mosca che manda in tilt una Asl abruzzese debba essere qualificato come una minaccia estera o interna. E l’antiterrorismo, poi? Un potenziale attentatore residente a Pavia, che mantiene costanti contatti con una cellula jihadista di base a Bruxelles, e sulla cui attività bisogna indagare coinvolgendo sia la polizia locale sia agenzie di sicurezza di paesi alleati, è un caso su cui deve impegnarsi l’Aisi o l’Aise?».
La risposta starebbe nel coordinamento e collaborazione e tra i due apparati, «sotto la supervisione vigile del Dis». «Ma nella pratica, troppo spesso l’autonomia di ciascuna agenzia sconfina nella gelosia delle fonti . Quanto al Dis, molti degli addetti ai lavori ritengono le sue prerogative e le sue risorse (il suo personale), non siano sempre adeguate a sovrintendere a questa complessa, delicata trafila». Passaggio molto ipocrita per non dire di una struttura sostanzialmente prefettizia e di controllo contabile senza credibilità reale sulla materia intelligence. Salvo meritevoli eccezioni.
Meloni vorrebbe intervenire, ma le idee trapelate sembrano confuse. Un rapporto con i due Servizi operativi e col presunto coordinatore che la premier avrebbe curato con scrupolo e senza forzature, vedi la conferma di Elisabetta Belloni al Dis, sia Mario Parente all’Aisi, sia Giovanni Caravelli all’Aise. Con problemi prima politici e solo dopo di vera intelligence. Prassi e grammatica istituzionale a cui il Quirinale tiene molto, vogliono che in materia di intelligence non si proceda a colpi di maggioranza.
Ma un governo di destra che vuole centralizzare i servizi segreti, roba da svolta autoritaria, a rievocare il passato non sempre glorioso dei Servizi italiani, tra sospetti eversivi e ruberie, paragoni con gli Anni di piombo, la strategia della tensione, e il Grande vecchio.
Ci sarà un motivo pure un motivo perché le strutture di intelligence Usa, dalla notissima Cia a scendere, sono addirittura 16 e, con una diciassettesima a rappresentarle formalmente tutte, la superpotenza mondiale, neppure si sogna di unificare tante diverse specificità estremamente mirate. Ognuna con compiti estremamente mirati ed assieme circoscritti. Anche a rischio di inevitabili sovrapposizioni mirate piuttosto che ‘buchi’ di attenzione e vigilanza, rispetto agli esempi un po’ forzati sopra citati, sul chi tra Aise e Aisi, mentre la Cybersicurezza di cui servirebbe la massima operatività, è finita al Dis e di cui non si hanno notizie.
Nello schema abbozzato a Palazzo Chigi, assieme ad una maggiore centralizzazione della struttura d’intelligence corrisponderebbe un potenziamento dell’organismo parlamentare di vigilanza, il Copasir. Incerto il ruolo della stessa commissione interparlamentare, l’attuale presidente Lorenzo Guerini […] esprime perplessità sull’accentramento, mentre il mondo dell’intelligenza planetaria si muove al contrario.
E scopriamo che, a parte la Spagna, le grandi democrazie occidentali vedono una presenza di numerose strutture con compiti differenziati. «Francia, Germania, Regno Unito: tutti hanno due agenzie distinte per interni ed esteri. Gli Stati Uniti, poi, ne hanno ben diciassette».
Problemi non posti di cui, chi opera nel settore invece discute quotidianamente. Ad esempio il quasi vincolo ad usare personale proveniente da altre amministrazioni dello Stato, riducendo drasticamente, risulta a Remocontro, la ricerca di professionalità alte nelle università e nei centri di ricerca. E poi i vertici con titoli di merito e valori certamente alti ma raramente con alle spalle una professionalità acquisita nel mondo dell’intelligence.
(da agenzie)

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QUALCUNO DICA ALLA MELONI CHE SPEZZARE LE RENI ALL’ECONOMIA DI MERCATO E ALLA CONCORRENZA RISCHIA DI AFFOSSARE L’ITALIA

Agosto 21st, 2023 Riccardo Fucile

“BLOOMBERG” DENUNCIA LA PREOCCUPAZIONE DEGLI INVESTITORI ESTERI… L’ECONOMISTA ALESSANDRO PENATI: “E’ UNA POLITICA CHE AUMENTA L’INCERTEZZA DI INVESTIRE IN ITALIA, AUMENTANDONE RISCHI E COSTI. PERCHÉ LA NOSTRA ECONOMIA DIPENDE DAI CAPITALI STRANIERI E DALL’INTEGRAZIONE EUROPEA”

«Il capitalismo Meloni-style sta ridisegnando la governance delle imprese italiane», titola Bloomberg riflettendo la preoccupazione degli investitori esteri per l’interventismo del governo. Quello che colpisce è il filo rosso che lega norme, interventi e dichiarazioni del governo: un’ideologia che attribuisce un ruolo centrale allo stato nell’iniziativa economica e nella governance delle imprese; e guarda con scetticismo l’economia di mercato, la concorrenza, l’integrazione economica e finanziaria e i principi ispiratori delle istituzioni europee.
Si ha l’impressione che per il Governo debba prevalere il primato della politica nazionale sulle regole del mercato, della concorrenza, e dell’Europa, visti come vincoli e non elementi positivi per la crescita. E’ una politica che aumenta l’incertezza di investire in Italia, aumentandone rischi e costi. Perché la nostra economia dipende dai capitali stranieri e dall’integrazione europea.
Nel 2022 c’erano appena 220 società quotate in Borsa, 14 in meno di 7 anni; 15 le revocate a fronte di 3 nuove quotazioni. Ma poco meno della metà dei titoli quotati è detenuta da stranieri, quasi il doppio della porzione di famiglie, fondi e banche italiane messi insieme.
Lo Stato dipende dai capitali stranieri per controllare le partecipate pubbliche (come Kkr per la rete Tim e Macquarie per OpenFiber). E la maggioranza del capitale delle nostre banche appartiene ad azionisti stranieri. Nel private equity la maggioranza sono operatori esteri e contano per l’82 per cento degli investimenti in Italia. Investitori stranieri detengono 628 miliardi di titoli di stato, contro i 404 delle nostre banche o i 248 delle famiglie italiane.
La principale fonte di crescita del paese sono le esportazioni. La Bce, nonostante gli errori fatti, ci hanno assicurato 20 anni di stabilità dei prezzi dopo decenni di iperinflazione e svalutazioni; e le istituzioni europee ci hanno garantito contro il rischio di un default sul debito pubblico. Promuovere un’ideologia che osteggia un’economia di mercato, integrata in Europa e aperta ai capitali stranieri, è un rischio troppo grande per il paese.
Il governo ha defenestrato l’amministratore delegato di Enel, che ha capitale detenuto in maggioranza da investitori esteri, senza spiegarne le ragioni ed esplicitare gli obiettivi per il nuovo management. In Terna, quotata, la nuova amministratrice delegata, manda a casa il Chief Financial Officer senza motivarne le ragioni o informarne gli investitori, e senza un rimpiazzo pronto. Sono grandi società quotate e internazionali, ma il governo adotta uno spoils system da pubblica amministrazione.
Il governo vuole creare e controllare la rete unica internet e, nonostante le ristrettezze delle finanze pubbliche, trova i soldi per partecipare direttamente, assieme a F2I e Cdp, all’acquisto della rete di Tim da parte di Kkr.
Alla fine, Cdp uscirà da Tim, che si fonderà con la sua controllata OpenFiber, altrimenti destinata al dissesto, trovando il modo di depotenziare Cdp nella governance per salvare la faccia con l’Antitrust. Lo stato avrà il controllo gestionale della rete, e quindi sul consenso legato all’impatto sull’occupazione, mentre a Kkr andranno i lauti dividendi che la regolamentazione assicurerà, come già accaduto con Terna, Enel, Eni, Snam, Italgas, Autostrade.
Allo Stato il controllo, ai capitali privati i dividendi. A pagare saranno gli utenti di internet che, con le tariffe, dovranno sostenere investimenti, costo degli esuberi e onere del debito che la nuova società di accollerà. Ma per governo, concorrenza e diritti dei consumatori vanno sacrificati sull’altare delle ragioni della politica e del consenso
Poiché Vivendi, per vendere la rete Tim, vorrà negoziare una via di uscita al vincolo sul 40 per cento in Mediaset, il governo si troverà a intervenire anche nella società dei Berlusconi, che sostengono un partito di governo. E ha usato il Golden Power per blindare il controllo di Tronchetti Provera in Pirelli, contro il socio cinese voluto dallo stesso Tronchetti Provera otto anni fa, dimostrando di voler passare al vaglio qualunque straniero voglia investire in Italia.
Invece di attirare capitali esteri, aumenta ancora il peso dello stato nelle imprese. Così il governo lancia un Fondo Sovrano per lo Sviluppo come non bastassero Cassa Depositi e Prestiti e Invitalia. E invece di uscire da Mps chiudendo una ristrutturazione che si trascina da 15 anni, sottoscrive l’ennesimo aumento di capitale per mantenerne il controllo.
Con un emendamento al Dl Capitali per aumentare il diritto di voto maggiorato il governo entrerebbe a piedi uniti nella contesa fra Caltagirone e i vertici di Generali e Mediobanca, contro gli investitori internazionali che hanno nominato quei vertici a larga maggioranza.
Ma è la tassa sugli extra profitti bancari che ha mostrato il vero pregiudizio ideologico del governo. Gli extra profitti sono quelli di un monopolista, mentre il sistema bancario opera in concorrenza. Se i profitti sono eccessivi, non sono le tasse ma è la maggiore concorrenza la politica giusta. Negli Usa le banche hanno aumentato i tassi per difendersi dalla forte concorrenza dei fondi di mercato monetario; mentre da noi la distribuzione dei prodotti finanziari è dominata dalle banche che non vogliono farsi concorrenza in casa.
Decidere arbitrariamente che un profitto è eccessivo in un settore aperto alla concorrenza è un precedente pericoloso: perché, un domani, non tassare gli «extra profitti» di Campari che ha aumentato il prezzo dell’Aperol perché la voglia di tempo libero ha aumentato la domanda di spritz? E la Commissione ha dovuto ricordare al ministro Urso che il costo dei biglietti aerei è deciso dal mercato. Sempre Urso addita la «speculazione» sul prezzo della benzina, quando è dovuto principalmente al carico di imposte alle quali il governo non vuole rinunciare.
I consumatori devono essere informati e avere la possibilità di scegliere liberamente tra alternative concorrenziali; ma essere consapevoli delle loro scelte. Chi ha fatto un mutuo a tasso fisso ha pagato per anni di più per assicurarsi contro un rialzo dei tassi; chi ha optato per il variabile ha beneficiato a lungo di minori tassi, un vantaggio che in parte ora viene eroso.
La redditività delle banche è la via maestra per ricapitalizzarle dopo anni di crisi, rendendo il sistema europeo solido in vista di un possibile rallentamento economico. Tassarle ha significato interferire con la vigilanza prudenziale della Bce, proprio quando dipendiamo dalla banca centrale per scongiurare la speculazione contro il nostro debito pubblico.
Siamo alla vigilia del rinnovo del patto di stabilità e non ratifichiamo il Mes che dovrebbe tutelare le nostre banche in caso di crisi del debito. Un errore madornale che temo ci costerà caro.
(da Domani)

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AVVOCATI E PICCHIATORI: LA BRUTTA COMPAGNIA FINITA NEI GUAI CON TRUMP

Agosto 21st, 2023 Riccardo Fucile

CHI SONO I 18 PRESUNTI “COMPLICI” DELL’EX PRESIDENTE, ALLA SBARRA CON L’ACCUSA DI AVER CERCATO DI RIBALTARE IL RISULTATI DELLE ELEZIONI 2020? OLTRE A RUDOLPH GIULIANI C’È UNA SCHIERA DI “PRINCIPI DEL FORO”, RECLUTATI PER RACCOGLIERE ILLECITAMENTE DATI SUGLI ELETTORI E TRUCCARE LE LISTE… E POI CI SONO I SUPPORTER “MANESCHI”, CHE HANNO FATTO IL LAVORO SPORCO, MINACCIANDO FUNZIONARI

Consiglieri, manager, avvocati, emissari locali, finti grandi elettori, intimidatori. Chi sono le donne e gli uomini dell’ex presidente Donald Trump alla sbarra nel processo che vede incriminato il tycoon con 13 capi di imputazione, relativi al suo presunto tentativo di ribaltare l’esito delle elezioni in Georgia nel 2020?
La mappatura del Financial Times ricostruisce la rete dei 18 co-imputati che devono costituirsi entro venerdì 25 agosto nella prigione di Rice Street, nella contea di Fulton. E, intanto, le vicende giudiziarie soffiano come vento in poppa nel cammino politico di Trump verso Usa 2024: l’ultimo sondaggio Cbs-YouGov, che gli attribuisce il 62% delle preferenze fra gli elettori repubblicani contro il 16% di Ron DeSantis.
Rudy Giuliani, l’ex sindaco di New York City e avvocato personale di lunga data del tycoon […] accusato di aver promosso affermazioni infondate sulla frode elettorale nello Stato e, secondo i pubblici ministeri, era coinvolto in un piano per nominare falsi grandi elettori in Georgia, Pennsylvania e Arizona.
C’è Mark Meadows, ex capo di Gabinetto della Casa Bianca, che risponde di due accuse derivanti dalla complicità nel tentare di ribaltare il risultato elettorale. Jeffrey Clark, ex alto funzionario del dipartimento di Giustizia, deve fare i conti con due capi derivanti da una lettera ufficiale che ha redatto e in cui affermava che il dicastero aveva preoccupazioni «significative» per la frode elettorale in Georgia e in altri Stati.
Michael Roman, funzionario della campagna di Trump, deve rispondere di sette capi legati al tentativo di riunire liste di grandi elettori suppletivi in diversi Stati. Ci sono infine i principi del foro, gli “architetti” della strategia del ribaltone elettorale: John Eastman, Kenneth Chesebro, Jenna Ellis e Sidney Powell.
I local
Avvocati e funzionari locali che hanno cercato nuovi grandi elettori, hanno interferito col funzionamento delle apparecchiature delle urne, hanno diffuso notizie false e tendenziose o hanno raccolto illecitamente dati sugli elettori. Tra loro ci sono gli avvocati Ray Smith e Robert Cheeley, Misty Hampton, ex supervisore elettorale della Contea di Coffee, Scott Hall, garante della cauzione dell’area di Atlanta.
Si tratta di coloro che sono stati reclutati per gonfiare le liste dei “grandi elettori” dalla parte di Trump. Tra loro Shawn Still, elettore repubblicano, Cathy Latham, ex presidente del partito repubblicano nella contea di Coffe. C’è poi David Shafer, l’ex presidente del partito repubblicano in Georgia.
Intimidatori (presunti)
Sono quelli che avrebbero fatto il lavoro sporco. Come Trevian Kutti, ex collaboratrice del rapper Kanye West, che deve fare i conti con tre capi d’accusa legati al fatto di aver detto all’operatrice elettorale Ruby Freeman che era in pericolo e aveva bisogno di protezione.
Harrison Floyd, ex direttore di Black Voices for Trump deve rispondere di tre capi per aver partecipato alle intimidazioni nei confronti di Freeman. Stephen Lee, pastore luterano dell’Illinois, è titolare di cinque capi d’imputazione, per aver svolto un ruolo centrale nel fare pressione su Freeman.
(da La Stampa)

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IL CANTANTE ERMAL META SULLO STUPRO DI PALERMO: “A VOI CANI AUGURO DI FINIRE IN GALERA SOTTO 100 LUPI, IN MODO CHE CAPIATE COS’E’ UNO STUPRO”

Agosto 21st, 2023 Riccardo Fucile

“CONOSCO DONNE CHE DA UNO STUPRO NON SI SONO PIU’ RIPRESE”… “PENSANO AL RECUPERO DEGLI AGGRESSORI IN CARCERE, MA CHI PENSA ALLA VITTIMA?”… “TUTTI GARANTISTI FINCHE’ LA BOMBA NON CI CADE IN CASA”

Tra i primi a intervenire pubblicamente sull’episodio di cronaca di Palermo, la violenza di gruppo perpetrata da sette ragazzi nei confronti di una giovane di 19 anni lo scorso luglio, è il cantante Ermal Meta. L’autore di Non mi avete fatto niente ha voluto commentare su Twitter e Instagram, il tono della punizione nei confronti dei sette aggressori, in una conversazione che si è aperta anche sulle dinamiche che la giovane donna dovrà affrontare nella sua vita dopo aver subito queste violenze. Dopo la rabbia iniziale, legata anche al termine cani e gatte utilizzate nella conversazione da uno degli aggressori, Ermal Meta si è scagliato nei confronti degli aggressori: “Li in galera, se mai ci andrete, ad ognuno di voi cani auguro di finire sotto 100 lupi in modo che capiate cos’è uno stupro”. Dopo il tweet, l’autore ha concentrato i suoi pensieri sul futuro della giovane vittima.
Su Twitter infatti ha affermato: “Conosco persone, donne, che da uno stupro non si sono riprese mai più. Che scattano in piedi appena sentono un rumore alle loro spalle, che non sono più riuscite nemmeno ad andare al mare e mettersi in costume da bagno come se non avessero nemmeno la pelle. Vogliamo salvare e recuperare un branco? Ok, sono d’accordo. Ma come salviamo una ragazza di 19 anni che d’ora in poi avrà paura di tutto?”.
Ermal Meta sottolinea come l’attenzione pubblica si sia concentrata maggiormente sul recupero degli aggressori in carcere o in comunità, mentre poco è stato speso nei confronti della vittima: “Perché la responsabilità sociale la sentiamo nei confronti dei carnefici e non in quelli della vittima? Se c’è una qualche forma di responsabilità collettiva nei confronti dei carnefici, allora dovremmo provare a sentirci responsabili anche per quella ragazza e per tutte le vittime di stupro perché è a loro che dobbiamo veramente qualcosa, sono le vittime che vanno aiutate a ricostruire la propria vita”.
Tra i momenti più intensi nell’accusa agli aggressori, Ermal Meta fa riferimento anche a “pene esemplari”: “Per quanto riguarda le pene esemplari, credo che siano assolutamente necessarie per un semplice motivo: nessun atto criminale viene fermato dalla paura della rieducazione, ma da quella della punizione. L’educazione deve funzionare prima che si arrivi a compiere un abominio del genere. Ovviamente siamo tutti garantisti finché la bomba non ci cade in casa”. Ma non si è fermato a Twitter il suo pensiero sui social, perché l’autore ha voluto anche lasciare un ultimo pensiero su Instagram, sulla crudeltà dello stupro e della violenza di gruppo nella società: “Quando stupri una donna non le infiggi solo un danno fisico che comunque resta immenso. Quando stupri una donna uccidi il suo futuro, la sua fiducia nel prossimo e nella vita e senza quella fiducia comprometti la sua capacità un domani persino di avere dei figli. Questo compromette l’umanità intera. Lo stupro è un crimine contro l’umanità”. Poi rivolgendosi ai suoi fan su Instagram, chiosa: “Qual è la pena proporzionale per una cosa del genere?”.

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STUPRO PALERMO, SI METTE MALE PER I SETTE DELINQUENTI, ONLINE LE FOTO DEGLI STUPRATORI: “VI CERCHEREMO IN TUTTA PALERMO, SIETE FINITI”

Agosto 21st, 2023 Riccardo Fucile

“DA GENITORE FAREI GIUSTIZIA CON LE MIE MANI”… MINACCE DI MORTE ANCHE ALLE FAMIGLIE DEGLI STUPRATORI E INVITI A PASSARE ALL’AZIONE

La prima sentenza ad arrivare è quella sui social, dove i sette giovani arrestati per lo stupro sul lungomare del Foro Italico di Palermo, da giorni, vengono ricoperti di insulti, mentre le loro foto sono state diffuse con inviti all’azione.
Minacce di morte e accuse vengono rivolte anche ai loro parenti ed è partito il passaparola per rendere pubblici gli indirizzi di casa e organizzare azioni punitive.
La parola “stupro” è stata per 24 ore al primo posto nei trend di X (l’ex Twitter), e anche su TikTok e Instagram i post più condivisi e visualizzati sono quelli che contengono i nomi e i cognomi, insieme alle fotografie, degli aggressori.
Gli stessi aggressori che, vantandosi dopo avere violentato in sette una diciannovenne, hanno diffuso via chat il video degli abusi, commentando con frasi agghiaccianti: «Eravamo cento cani sopra una gatta, una cosa così l’avevo vista solo nei video porno». Dopo avere lasciato la vittima riversa in terra, in lacrime e ferita, invece di chiamare un’ambulanza come lei aveva supplicato di fare, sono andati a fare uno spuntino in rosticceria.
Adesso, mentre Angelo Flores, Gabriele Di Trapani, Cristian Barone, Christian Maronia, Samuele La Grassa e Elio Arnao sono finiti in carcere insieme a un minorenne, sui social è partito il processo parallelo a quello che si svolgerà in tribunale.
Tanti utenti si scagliano contro la madre di uno degli arrestati che nelle intercettazioni si riferiva alla vittima definendola «una poco di buono».
Commenta una ragazza: «È tutto racchiuso in questa frase, tutto. Come fai a proteggere tuo figlio dopo che ha stuprato in massa?».
Mentre i commenti più pesanti sono nelle pagine TikTok di alcuni indagati. C’è chi invoca la «pena di morte», chi scrive «da genitore farei giustizia con le mie mani», «ti lascerei una pallottola in mezzo agli occhi», «questo è il primo dei sette che fanno fuori». E chi minaccia: «Vi stiamo cercando per tutta Palermo, siete finiti».
All’orrore dello stupro, avvenuto lo scorso 7 luglio, si è aggiunto un altro orrore. «In un gruppo Telegram con più di 10mila membri si chiede se sia disponibile il video dello stupro di Palermo», denuncia un utente Instagram, pubblicando gli screenshot delle richieste: «Chi ha il video di Palermo? Scambio bene», scrive un ragazzo.
A Palermo, ancora sotto choc per la vicenda, i cittadini si sono mobilitati: sabato sera si è svolto un corteo per le stesse strade del centro storico percorse dalla vittima e dagli indagati tra l’indifferenza delle persone presenti.
(da il Messaggero)

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CAOS MIGRANTI, ENRICO MONTANI, EX PARLAMENTARE E ORA SEGRETARIO PROVINCIALE DEL CARROCCIO DEL VERBANO-CUSIO-OSSOLA, IN PIEMONTE, ARRIVA A SCRIVERE SU FACEBOOK: “PER ME PIANTEDOSI SI DEVE DIMETTERE”

Agosto 21st, 2023 Riccardo Fucile

UNA SCONFESSIONE DI RILIEVO, CONSIDERANDO CHE IL MINISTRO DELL’INTERNO È STATO INDICATO PROPRIO DALLA LEGA PER IL RAPPORTO CON MATTEO SALVINI, DI CUI È STATO CAPO DI GABINETTO AL VIMINALE

Chat bollenti nel pomeriggio di oggi in casa Lega in Piemonte. Ad accedere le polveri un post sorprendente pubblicato sul suo profilo Facebook da Enrico Montani, piu’ volte parlamentare ed oggi segretario provinciale della Lega del Verbano Cusio Ossola.
Un attacco diretto al ministro degli Interni: Montani ha scritto a caratteri cubitali e su sfondo rosso: “Per me Piantedosi si deve dimettere!!!”. Una presa di posizione relativa alla gestione dell’immigrazione e sorprendente se si considera che il titolare del Viminale e’ stato indicato proprio dalla Lega anche in forza del suo rapporto personale con Matteo Salvini, di cui e’ stato capo di gabinetto proprio al ministero degli interni. Il post dopo circa mezz’ora e’ stato cancellato, ma naturalmente gli screenshot hanno cominciato subito a circolare all’interno della Lega piemontese, con ampio corredo di commenti.
Le Regioni si sono aggiunte ai sindaci che da giorni protestano per un sistema di accoglienza dei migranti ormai impossibile da gestire a livello locale. Lo scontro è politico ma sarebbe riduttivo considerarlo una semplice contrapposizione tra governo e opposizione. A esprimere la loro contrarietà alle soluzioni indicate dall’esecutivo sono anche il presidente della Regione Basilicata Vito Bardi del centrodestra e i sindaci della Lega Veneto.
Il ministero dell’Interno ha provato a sminuire le polemiche definendo «surreale» la protesta dei sindaci e aggiungendo che «la mancata adozione dello stato di emergenza» da parte delle 4 regioni a guida centrosinistra, ha ritardato alcuni interventi sul territorio». Il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni della Lega Nord ha, invece, chiarito all’AdnKronos che «con i sindaci bisogna dialogare, ma è bene che il Pd si metta d’accordo al suo interno perché gli amministratori locali dicono una cosa e i dirigenti nazionali ne sostengono un’altra».
Ma ad aumentar e il livello di scontro è stato l’intervento delle Regioni. Il presidente della Regione Puglia, Michele Emiliano, uno dei quattro governatori del Pd, ha risposto alle critiche arrivate dal Viminale: «Il governo ha fatto una scelta piuttosto singolare: dichiarare lo stato di emergenza nazionale per i flussi migratori; se conoscesse bene la norma sulla dichiarazione dello stato d’emergenza, capirebbe che dichiarare lo stato d’emergenza per un fenomeno che si ripete uguale da trent’anni è giuridicamente impossibile». E– ha concluso – «questa è stata l’unica strategia».
Il presidente della Regione Basilicata Vito Bardi, candidato dal centrodestra, ha avvertito che il sistema del suo territorio è al limite, non può tollerare altri aumenti di migranti come si sta ipotizzando. «Più migranti in Basilicata? Va bene la solidarietà –ma si tenga conto delle caratteristiche di una regione come la nostra, con 131 piccoli comuni. Non possiamo reggere numeri importanti». Bardi ha annunciato di voler parlare della questione con il ministro dell’interno, Matteo Piantedosi, e con gli altri presidenti di Regione: «Ma serve un piano dell’Unione Europea», ha precisato.
Nei giorni scorsi Vincenzo De Luca aveva già giudicato «fallimentare» la strategia del governo sui migranti. Ieri ha parlato Pietro De Luca, dell’ufficio di presidenza del gruppo Pd della Camera, eletto in Campania e figlio del presidente della Regione: «Sull’immigrazione, le politiche del Governo si stanno rivelando del tutto fallimentari. La retorica populista della destra si è sciolta come neve al sole in questi mesi. Altro che porti chiusi e inverosimili blocchi navali. Gli arrivi sono aumentati del 100% rispetto allo scorso anno».
Le prese di distanza sulla gestione arrivano anche dai sindaci della Lega Veneto che ribadiscono il loro rifiuto sia ai centri di raccolta sia all’accoglienza diffusa.
«Chi non ha diritto di stare in Italia deve essere rimandato indietro: capannoni, uffici, palestre non possono essere usati per stoccare i migranti, non sono strutture idonee», affermano.
(da agenzie)

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