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INTERVISTA AL SOCIOLOGO GIUSEPPE DE RITA: “ITALIANI POPOLO DI CASALINGHE E GUARDONI, VOTANO IL POLITICO DI MODA IMPOSTO DALLA TV

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

“L’OPINIONE GOVERNA IL PAESE, I POLITICI SCELGONO IN BASE AI DESIDERI DELLA MASSA”

Gli italiani sono un popolo di casalinghi, schiavi della televisione e delle opinioni veicolate attraverso social e mass media, sostiene Giuseppe De Rita, sociologo, fra i fondatori del Censis.
Secondo l’analisi di Alessandra Ghisleri un elettore su 2 di Giorgia Meloni si dichiara poco o per nulla soddisfatto della situazione italiana. E pure nella Lega non va molto meglio mentre tra chi ha votato Forza Italia la soddisfazione sale all’80%.
«Dati che possono essere delle reazioni legati alle appartenenze politiche. Il dato che più colpisce dell’analisi è un altro».
Quale?
«Quasi il 70% si dichiara soddisfatto della propria vita e solo il 23% appare soddisfatto di come vanno le cose in Italia».
Da che cosa dipende?
«Da come si legge la realtà. Se la si prende in considerazione in termini soggettivi, nella veste di attori protagonisti, si è portati a pensare che va tutto bene perché si ha una bella casa, dotata di tutte le comodità. Se invece si deve parlare della situazione generale, da attori si diventa spettatori e questo sposta la percezione sulle onde dell’opinione quindi si finisce per essere influenzati dal peso esercitato dai social, dai mass media, dagli amici».
Quindi anche chi non ha motivi per lamentarsi finisce per essere condizionato da un’atmosfera di pessimismo generale?
«L’ultimo rapporto Censis-Auditel mostra come stia aumentando la casalinghità della società italiana. Gli italiani vivono in un appartamento ben attrezzato con dei salotti che assomigliano sempre di più a sale cinematografiche con schermi di oltre 50 pollici. Hanno la possibilità e la voglia di vedere tutto al meglio e quindi stanno bene in una dimensione di casalingo medio. È così che si formano il giudizio sul mondo esterno, attraverso quello che hanno visto con il televisore con uno schermo di oltre 50 pollici, dotato della migliore tecnologia possibile».
Vuol dire che quella italiana è una società di casalinghi, sempre più individualisti?
«La dimensione della soggettività è in aumento dagli anni Settanta. Gli italiani sono sempre di più dei casalinghi guardoni, soggetti ai flussi di opinione esterni. Per questo il modo in cui viene loro descritto il Covid, l’Ucraina o l’inflazione li colpisce particolarmente».
Quindi non solo una società di casalinghi, sempre più individualisti, ma anche alla mercé di social e mass media?
«Viviamo sull’onda dell’opinione del giorno. In base a quello che ascoltiamo possiamo essere pessimisti o sostenere personaggi politici. È l’opinione che traina, non la realtà. È una tragedia nel mio mestiere perché puoi fare analisi su analisi ma quando poi arriva l’onda di opinione sei spiazzato, non puoi fare alcuna verifica strutturale e non resta che accompagnare il chiacchiericcio generale».
È una tendenza pericolosa, soprattutto quando si votano politici sull’onda dell’opinione e non in base alla concretezza delle proposte.
«È il problema di questo Paese. Tutti i cambiamenti politici degli ultimi anni sono avvenuti sulla base dell’onda dell’opinione. Da Berlusconi a Grillo, Salvini e ora Meloni non ci troviamo di fronte a rivoluzioni politiche ma alla capacità di singoli di gestire le onde. Silvio Berlusconi aveva i mezzi e li usava, Giorgia Meloni è stata molto abile a creare un tam tam a partire dal libro “Io sono Giorgia” fino a conquistare il potere».
Si vota il politico di moda e non quello che è effettivamente più capace?
«Gli italiani dicono mi piace Meloni e non Salvini ma non sono in grado di valutare, per esempio, quanto Meloni possa incidere sul loro conto corrente o sul loro lavoro. Hanno un’opinione politica generica e seguono le onde al contrario di quanto accadeva in passato. Nessun politico della Dc si è basato sull’opinione quando si è trattato di creare l’Ue o di prendere altre decisioni di peso. Oggi invece se il politico si rende conto che una scelta può provocare un calo nei sondaggi si spaventa. È l’opinione che governa il Paese. A questo processo contribuiscono i mass media creando loro stessi un’onda di opinione su un argomenti per settimane e poi passando all’onda successiva quando cala l’interesse. Anche noi che creiamo cultura collettiva dovremmo farci un esame di coscienza: andando avanti così resta il nulla».
Dobbiamo immaginare il futuro con gli italiani chiusi nelle loro splendide case con enormi televisori e fuori un panorama di macerie?
«Magari fossero macerie. Sarebbe la base per poter costruire di nuovo. Invece qui è stato distrutto qualcosa che si è autoconsumato lasciando un vuoto intorno».
(da La Stampa)

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PEDEMONTANA VENETA, LA STRADA DEI RECORD: SETTIMA INAUGURAZIONE, MA E’ ANCORA INCOMPLETA

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

E LA REGIONE PREVEDE GIA’ PERDITE MILIONARIE

Pedemontana Veneta, la strada dei record: settima inaugurazione, ma è – L’autostrada dei record (che non è un’autostrada, ma solo una superstrada a pagamento) sta per battere l’ultima sfida che la vede in vetta a qualsiasi classifica da Guiness dei primati infrastrutturali. È giunta alla settima inaugurazione nell’arco di quattro anni e mezzo, ma non è ancora completata. È una delle più care d’Italia. Costerà sulla carta 2,3 miliardi di euro, ma in realtà, attraverso i canoni che saranno pagati al concessionario Sis, il prezzo totale sarà di circa 12 miliardi. E poco importa se i pedaggi non riusciranno a raggiungere quella cifra nell’arco di 39 anni, la Regione Veneto si è impegnata a versare tutti i soldi, a botte di 300 o 400 milioni di euro all’anno. Occorrerà un ottavo taglio del nastro, tra qualche mese, per permettere che la Pedemontana Veneta colleghi per davvero la A4 Milano-Venezia (all’altezza di Montecchio Maggiore) fino alla A27 Venezia-Belluno (all’altezza di Spresiano). Perché se si aggiungono gli ultimi 22,3 chilometri che il governatore Luca Zaia si appresta a varare nelle gallerie di Malo, manca ancora la porta d’ingresso, il casello della Serenissima che consente di far confluire il traffico proveniente dalla trafficata direttrice est-ovest del Nord Italia.
Quattro anni di inaugurazioni
Ogni volta che è stato aperto un pezzettino di costosissimo chilometro d’asfalto della Pedemontana, che attraversa le industrialissime province di Vicenza e Treviso, è stata suonata la grancassa dell’appuntamento con la storia, con titoloni sui giornali per il traguardo raggiunto, anche se solo parzialmente. È cominciato il 3 giugno 2019, con i 7,2 chilometri da Breganze alla A31, poi, per altre sei volte si è arrivati da una parte a Malo, dall’altra a Bassano, Montebelluna e Treviso. Vicenda infinita, che racconta la gestione del potere a Nordest, la demagogia della politica, gli interessi delle imprese e la fatica di tradurre i progetti in strade. Perché sono trascorsi dodici anni da quando il 10 novembre 2011 fu posta la prima pietra. Nel bel mezzo del cammino (dopo incidenti, vittime sul lavoro, crolli di gallerie e inchieste giudiziarie) si è scoperto che il concessionario non ce l’avrebbe fatta a tener fede ai suoi impegni. Così è stato rinegoziato l’accordo, portando in carico alla Regione Veneto il rischio del fatturato, in cambio di una riduzione dell’impegno di spesa, sufficiente però a fissare in 12 miliardi di euro il denaro che sarà pagato a Sis, a prescindere dal raggiungimento dei volumi di traffico previsti e finora sovrastimati.
La Regione anticipa il taglio del nastro: manifestanti beffati
A Palazzo Balbi, sede della giunta regionale, era stato appuntamento per il 29 dicembre alle 11, ma all’ultimo minuto è stato anticipato di un giorno, a causa della concomitanza con il lutto regionale per il funerale di Vanessa Ballan, uccisa con otto coltellate a Riese Pio X, che si terrà a Castelfranco alle 14 di venerdì. Nel frattempo si erano organizzati i contestatori storici del Covepa di Massimo Follesa e quelli più recenti di PfasLand, dopo la scoperta di sostanze perfluoroalchiliche della Miteni di Trissino nelle acque di scolo delle gallerie. Covepa e PfasLand hanno convocato una contro-manifestazione proprio a Vallugana, vicino a Malo, per il giorno 29. Adesso accusano la Regione di aver voluto evitare le concomitanti proteste popolari: “Mentre i fascicoli di denuncia giacciono da anni sui tavoli della Procura di Vicenza, assistiamo a una cerimonia dentro il tunnel dei Pfas, mentre nessuno ha evitato lo scarico delle acque inquinate in alcuni fiumi della zona”.
Nel bilancio regionale previste perdite per 60 milioni
La partita della Pedemontana è tuttora aperta, con contraddizioni e problemi segnalati anche dalla Corte dei Conti. Nei bilanci della Regione 2024-26 sono già state previste perdite per una sessantina di milioni di euro, quale differenza tra introiti dei pedaggi e versamenti al concessionario. Ma siamo solo all’inizio perché non è stato ancora pagato il primo canone da 321 milioni di euro che scatterà nel momento dell’entrata in funzione completa dell’opera, probabilmente nel 2025. C’è poi il capitolo delle penali per i ritardi che non sono ancora state calcolate, ma sono di circa 25 mila euro al mese. Ci sono anche 20 milioni di Iva che Sis ha incamerato, ma che la Regione non avrebbe dovuto versare, con conseguente contenzioso. Si aggiunge la non esaudita richiesta di ottenere il riconoscimento di titolo di “autostrada”, mentre ora la Pedemontana è solo una superstrada con limite di velocità a 110 chilometri all’ora. Infine, il bubbone del flusso di traffico, che è tutto da verificare. Soltanto a Pedemontana funzionante sapremo se si avvicina alla previsione che vent’anni fa era di 33.000 veicoli medi al giorno, ma che nel 2017 venne ridotta dall’Area Engineering della Regione Veneto a 18-20.000 veicoli. Se qualcuno ha sbagliato i conti, a pagare saranno i contribuenti veneti.
(da ilfattoquotidiano.it)

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IL PONTE SULLO STRETTO FINANZIATO CON IL SACCHEGGIO DEI FONDI DESTINATI AL SUD, E’ RIVOLTA BIPARTISAN NEI COMUNI

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

IL GOVERNO SENZA SOLDI SCARICA SULLE REGIONI L’OPERA DEL MITOMANE… SICILIA E CALABRIA PERDERANNO 1,6 MILIARDI DESTINATE A SCUOLE, ACQUEDOTTI E INTERVENTI URGENTI

Quanto è meridionalista questo governo. Solo i maligni potevano pensare che due ministri lombardi, di cui uno è anche vicepremier, avrebbero sfavorito il Sud negli investimenti. Figurarsi. Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, leghisti debossizzati, stanno definendo il piano per rilanciare il ponte tra la Sicilia e la Calabria. Ardito sarà il progetto tecnico. Audacissimo è il montaggio finanziario che per ora ha inserito in legge di bilancio un aperitivo da 607 milioni di euro da gustare il prossimo anno sull’opera stimata 11,6 miliardi e destinata a costarne ben più di 14.
L’ultimo aumento di capitale della Stretto di Messina (Sdm), società pubblica concessionaria dell’opera, è stato sottoscritto dal ministero dell’economia guidato da Giorgetti in modo da arrivare a 672 milioni complessivi. Gli equilibri fra i soci sono stati ridisegnati con il Mef che sale in maggioranza e il tandem Rfi-Anas, entrambe del gruppo Fs, diluite a un 42 per cento complessivo. Le due regioni sono confinate a un minimale 1,16 per cento ciascuna. L’ad della Sdm Pietro Ciucci ha illustrato gli obiettivi dell’aumento capitale di dicembre senza del tutto riuscire a spiegarne la ratio. I finanziamenti dell’opera saranno infatti consegnati direttamente da governo e regioni al general contractor, il consorzio Eurolink. Per dimostrare che dal 2024 si fa sul serio, Sdm ha concluso la sua campagna acquisti dirigenziali, in larga parte dall’Anas, dopo la lunga fase di liquidazione e si prepara al trasloco di sede fissato al prossimo gennaio. Il nuovo quartier generale è alla stazione Termini, previo sfratto proprio dell’azionista Anas che in piazza dei Cinquecento teneva la divisione international.
Che l’assetto finanziario sia un aspetto quasi altrettanto problematico di quello progettistico lo dimostra l’aggressione al Fondo di coesione e sviluppo (Fsc). Come aveva previsto qualche mese fa sull’Espresso l’ex ministro del Mezzogiorno, il democrat siciliano Giuseppe Provenzano, i 40 miliardi di euro di Fsc messi a disposizione del Sud fino al 2029 sono stati trasformati in un bancomat governativo. Invece di scuole, acquedotti, infrastrutture stradali e ferroviarie urgenti, interventi sul territorio richiesti dai sindaci, il Fsc verrà decurtato per alimentare il ponte. Le reazioni sulle due rive sono state molto diverse. Renato Schifani, presidente berlusconista della regione siciliana, ha protestato. Il calabrese Roberto Occhiuto, anche lui forzista, si è dichiarato favorevole. Il terzo azzurro interessato da vicino alla questione è Raffaele Fitto. Il ministro ha la delega sul Mezzogiorno, su un Pnrr che quest’anno ha già visto il taglio di 1,5 miliardi di opere in Sicilia e sul Fsc. Vaso di coccio nella morsa Salvini-Giorgetti, Fitto deve fare buon viso a cattivo gioco.
La differenza di posizioni fra isola e continente è presto spiegata. Sulla sponda sicula la dotazione Fsc per il periodo 2021-2027 è di 6,6 miliardi. L’accordo con Schifani prevedeva un prelievo pro-ponte da 1 miliardo. La cifra è poi cresciuta di 300 milioni con un peso proporzionale che sfiora il 20 per cento del totale. Sulla sponda calabra si parla di appena 300 milioni su una dotazione Fsc di 2,86 miliardi. È il 10,5 per cento del fondo, circa metà di quanto chiesto alla Sicilia che, secondo la vulgata governativa, sarebbe la principale beneficiaria del ponte. Pertanto è giusto che paghi di più, anche se Salvini nelle sue apparizioni ai convegni confessa il primario interesse nell’opera delle aziende lombarde, a cominciare dalla capocordata di Eurolink, l’impresa Webuild con sede a Rozzano, per seguire con le altre consorziate dove non figura un solo azionista a sud di Roma, almeno in attesa delle cessioni in subappalto che preoccupano don Ciotti di Libera, e non solo lui, per le possibili infiltrazioni criminali.
Le diverse posizioni dei forzisti Schifani e Occhiuto vanno al di là della misura del prelievo. Il presidente della Calabria, che ha incassato le proteste dei sindaci Nicola Fiorita (Catanzaro) e Giusy Caminiti (Villa San Giovanni), appoggiati dai consiglieri regionali di opposizione Nicola Irto, Ernesto Alecci e Antonio Lo Schiavo, sta giocando una partita complessa che vede la sua città, Cosenza, al centro di appalti su larga scala. Il più sicuro è quello dell’autostrada del Mediterraneo per il tratto problematico a sud della città silana, sebbene la nuova A2 Salerno-Reggio sia stata dichiarata completa più volte, l’ultima a dicembre del 2016 dal premier Paolo Gentiloni.
Il vero jackpot per Occhiuto è l’alta velocità ferroviaria dove sta prendendo piede una follia progettistica senza precedenti in Italia. Invece di seguire la costa tirrenica, come fa la linea ferroviaria adesso, si vuole portare il treno veloce sulle montagne del cosentino con un allungamento significativo del percorso in termini chilometrici e un aumento esponenziale dei costi dovuti a un percorso quasi del tutto in galleria. Per adesso i soli interventi definiti prioritari da Rfi e limitati a 207 chilometri valgono 11,2 miliardi di euro, un altro ponte sullo Stretto. L’opera intera costerebbe almeno il triplo.
Il fronte della politica siciliana rimane caldo grazie all’incendiario Cateno De Luca, ex sindaco di Messina e oggi primo cittadino a Taormina con il suo movimento Sud chiama Nord. De Luca ha proposto la sfiducia a Schifani accusandolo di essere un pupo di Salvini e di essersi inventato la delibera da 1 miliardo di euro per sostenere il ponte con i fondi regionali. Anche l’attuale sindaco di Messina, Federico Basile, si è espresso in termini molto critici. Nel rissoso centrodestra isolano spicca il derby peloritano tra il senatore salviniano Nino Germanà e il deputato forzista Tommaso Calderone, che ha definito uno scippo il prelievo di 1,3 miliardi dalle casse regionali.
A tentare la mediazione è intervenuta la sottosegretaria ai rapporti con il parlamento, la forzista Matilde Siracusano. «C’è stato un equivoco sui 300 milioni in più», ha dichiarato la deputata messinese compagna di Occhiuto. «Tutto verrà chiarito con l’accordo di coesione insieme al ministro Fitto».
Da chiarire con urgenza è la possibilità, piuttosto bassa, di centrare la scadenza per il Fsc 2014-2020, fissata entro fine anno. Secondo un documento della Camera dei deputati, l’Italia «pur collocata al secondo posto tra i Paesi UE in termini di risorse finanziarie assegnate a valere sui Fondi Strutturali, si colloca al penultimo posto in termini di attuazione finanziaria». Il rischio è di perdere quello che non sarà stato investito entro il prossimo 31 dicembre.
Le cose non vanno più spedite per la fase 2021-2027 del Fsc. Dopo la delibera Cipess di inizio agosto che ha fissato in 32,4 miliardi la dotazione del fondo da distribuire per quattro quinti al Sud, il governo ha annunciato il primo accordo sulla programmazione con la Liguria di Giovanni Toti il 22 settembre mettendo a disposizione 265 milioni di euro. Il secondo accordo è arrivato il 7 dicembre, quando Giorgia Meloni ha firmato con il presidente del Piemonte Alberto Cirio per 865 milioni di euro.
La precedenza nordista per un investimento ideato a prevalente vantaggio delle regioni meridionali non è un caso e l’idea del governo centrale in fondo è semplice. Con il mastodontico collegamento fra Calabria e Sicilia si saltano le inadeguatezze tecnico-amministrative degli enti locali. Si concentra il massimo dei soldi nel grande calderone pontista governato dalle imprese del Nord. E il meridionalismo in versione leghista è servito.
(da L’Espresso)

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DALLE FRANE ALLE ALLUVIONI, FINO ALLE TEMPERATURE RECORD: IL 2023 ANNO DA BOLLINO ROSSO PER IL CLIMA IN ITALIA

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

GLI ESPERTI LANCIANO L’ALLARME: “ATTENTI ALLE MALATTIE DEL NUOVO CLIMA”

Nel corso del 2023 in Italia si sono verificati 378 eventi estremi, registrando un aumento del 22% rispetto all’anno precedente. È quanto fotografa l’Osservatorio Città Clima di Legambiente. Le conseguenze sono state disastrose con danni sia economici, di valore miliardario, che di perdite umane con la morte di 31 persone. Le regioni del Nord del Paese, con 210 eventi meteorologici estremi, sono state le più colpite, seguite da quelle del Centro (98) e del Sud (70). Si è verificato un aumento significativo delle inondazioni e delle esondazioni fluviali (+170% rispetto al 2022), temperature record nelle aree urbane (+150%), frane causate da precipitazioni intense (+64%), mareggiate (+44%), danni provocati da grandinate (+34,5%) e fenomeni di allagamento (+12,4%). Non solo: lo zero termico ha raggiunto quota 5.328 metri sulle Alpi, contribuendo al ritiro dei ghiacciai.
Nella Penisola si sono registrati vari eventi climatici estremi nel 2023, tra cui 118 casi di allagamenti dovuti a forti piogge, 82 casi di danni causati da trombe d’aria e venti forti, 39 casi di danni da grandine, 35 esondazioni dei fiumi, 26 danni da mareggiate, 21 derivanti da una prolungata siccità, e 20 situazioni di temperature estreme nelle città. Questi eventi hanno interessato principalmente città come Roma, Milano, Fiumicino, Palermo e Prato. Se si volge lo sguardo a livello regionale, sono Lombardia ed Emilia Romagna le più colpite quest’anno, con rispettivamente 62 e 59 eventi dannosi, seguite dalla Toscana con 44, e poi dal Lazio (30), Piemonte (27), Veneto (24) e Sicilia (21). Si evidenzia che solo nel mese di luglio la Lombardia è stata interessata da ben 28 eventi, che hanno provocato la morte di due persone. Tra le province più colpite spiccano Roma con 25 eventi meteorologici estremi, Ravenna con 19, Milano con 17, Varese 12, e infine Bologna e Torino con 10.
L’allarme dell’esperto: «Attenti alle malattie del nuovo clima»
I cambiamenti climatici hanno un impatto estremamente rilevante sulla salute umana. Aumenti delle temperature, eventi meteorologici estremi e inquinamento atmosferico incidono, infatti, anche sulla diffusione di malattie. «Bisogna stare sempre più attenti al rapporto tra malattie e cambiamenti climatici, che sono responsabili dell’insorgenza di molte patologie», lancia l’allarme Giuseppe Remuzzi, direttore dell’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano, dalle colonne del Corriere della Sera. «Malaria, dengue, Ebola, SARS, Zika e altre infezioni causano milioni di morti ogni anno e ci sono quasi trecento condizioni patologiche aggravate dal cambio del clima», chiosa.
(da Open)

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SUPERBONUS, SPUNTA L’IPOTESI DELLA MINI PROROGA A DETERMINATE CONDIZIONI

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

COSA VUOLE IL MINISTRO GIORGETTI E COSA VUOLE INVECE FORZA ITALIA

Oggi il Consiglio dei ministri dovrebbe metter la parola fine alla saga del Superbonus 110%, chiarire come cambierà definitivamente e se ammettere o meno una sua eventuale proroga, come auspica Forza Italia e M5S. Anche perché il nodo dei cantieri – oltre 30 mila aperti, precisa oggi Il Corriere della Sera – rimane, con il rischio che saltino imprese, posti di lavoro e che vadano restituiti i crediti ceduti. Secondo le nuove regole da gennaio le detrazioni scenderanno al 70 per cento. Il rimanente 30 per cento lo dovranno pagare condomini e famiglie. Mentre salgono i costi dello Stato: secondo i dati Enea di fine novembre la misura costerebbe già 97 miliardi di euro. Forza Italia spera in un provvedimento ad hoc con una miniproroga di 2 o 3 mesi. Probabilmente però, grazie all’intervento del Mef, la proroga verrà concessa solo con delle limitazioni: attraverso il Sal, lo Stato di avanzamento lavori, per chi è almeno al 70% dell’opera. Ieri il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti è stato netto. Ha detto che il buco di finanza pubblica si è rivelato ancora più grande di quello ipotizzato solo a fine settembre nella Nadef (extracosto di 80 miliardi di euro per i prossimi 4 anni). «In cuor mio so quale è il limite che posso fare e che proporrò al consiglio dei ministri. Oltre quello non si può andare, perché questa è la realtà dei numeri. Una norma fatta in un momento eccezionale ha degli effetti radioattivi che non riusciamo a gestire».
(da agenzie)

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MARLENE DIETRICH FOREVER: BISESSUALE, ATEA, COLTA, COLLEZIONISTA DI AMANTI. I SEGRETI DELLA DIVA TEDESCA RACCONTATI DALLO SCRITTORE ALFRED POLGAR NEL LIBRO “MARLENE. RITRATTO DI UNA DEA”, PUBBLICATO PER LA PRIMA VOLTA IN ITALIA

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

LA STELLA DELL’“ANGELO AZZURRO”, LA PRIMA DIVA A VESTIRSI DA UOMO, RIFIUTÒ LE AVANCES DI HITLER, RINNEGÒ LA GERMANIA NAZISTA E VOLÒ IN AMERICA

Nasceva oggi Marlene Dietrich, nel remoto 1901, con il nome di una santa, Marie Magdalene. Lo pseudonimo è la somma delle iniziali dei nomi di battesimo e grazie a lei è diventato un simbolo del fascino. Soprattutto in musica: Marlene compare in Alexanderplatz di Franco Battiato; nelle canzoni di Suzanne Vega, Peter Murphy, Leonard Cohen.
Bellezza fatale, Marlene non è il soggetto di un’opera d’arte seriale di Warhol, come Marilyn. Non era per la massa, eppure sedusse il mondo. La si potrebbe definire una sintesi di contrasti. Un volto incantevole, per proporzioni e mutevolezza, in cui si ravvedono i tratti di un’implacabile volontà prussiana; lo sguardo obliquo, un po’ ambiguo anche – la Dietrich era notoriamente bisessuale – tradisce una brillante intelligenza.
Infine le gambe, lunghe, toniche, che per prima, con saturnina oculatezza, assicura per una cifra folle, che hanno camminato sulla walk of fame, ma anche per vie più impervie. Del resto servono carattere e fermezza per restare sulla cresta dell’onda tutta la vita, per giunta rimanendoci anche dopo, visto che a trent’anni dalla morte siamo qui a scrivere di lei.
È un ritratto di Alfred Polgar a fornire l’abbrivio per commemorare il suo anniversario, cosa che peraltro ci fa rimpiangere gli anni in cui servivano fascino e classe per sedurre. Un’età dell’oro in cui le dive non avevano bisogno di mostrare le terga per animare il desiderio di un uomo. Donne così non erano di cartapesta, men che meno virtuali; sebbene furoreggiassero nella celluloide, avevano carisma e personalità. In questo la Dietrich è l’esempio più emblematico.
In Marlene, ritratto di una dea (Adelphi, p. 112, €12) che lo scrittore, ebreo austriaco, ha redatto nel pieno della tragedia ebraica nell’Europa dei totalitarismi, la vera Dietrich è tra le righe. Poco importa che Polgar fosse stato l’animatore di un club viennese intitolato all’attrice negli anni Venti, quando lei ancora non ha girato L’angelo azzurro ed è solo una figurante in cerca di gloria: al tempo della stesura i rapporti di forza si erano già capovolti.
Marlene rinnega la Germania nazista, vola in America, nonostante il regime volesse farne il simbolo del cinema teutonico, e diventa una diva internazionale. Polgar invece vaga disoccupato nel vecchio mondo, finché non riesce a imbarcarsi per il nuovo. Quando la Dietrich gli commissiona il libro, con ogni probabilità lo fa per camuffare la volontà di aiutarlo, ma offrendogli lavoro e non elemosina. Non vuole umiliare uno scrittore che stima.
Quando Polgar le invia una raccolta di prose allega un biglietto: “Per Marlene Dietrich, ringraziandola vivissimamente di essere al mondo”. Lei, gentile, fa recapitare allo scrittore e alla moglie dei fiori. Poi verranno gli assegni – uno, di 500 dollari, è riprodotto nel libro – ma sempre con misurata signorilità, anzi, negandosi al telefono per non far pesare il debito contratto dalla sua generosità.
Ma Polgar crede nel libro, cui si dedica quando le circostanze lo permettono, portando con sé il manoscritto nei suoi spostamenti tra l’Austria e la Francia. Leggendolo si capisce perché: è scritto con stile di letterato e argomentato con sottigliezza di critico nei giudizi sull’artista, la cui chiave del successo a suo avviso sta proprio nel passaggio dal muto al sonoro, perché Marlene è una cantante dal timbro inconfondibile e “La singolarità della voce di questa donna corrisponde perfettamente alla singolarità del suo aspetto e del suo essere”.
(da Libero)

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“MI HANNO SPIEGATO IL MOTIVO, MA NON L’HO CAPITO”: MEDIASET TOGLIE LA CONDIZIONE DI STASERA ITALIA A MINZOLINI

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

IL MOTIVO ESILARANTE: “A CAUSA DEI MODI TROPPO CORTESI CON GESTIVA LE DISCUSSIONI NEL TALK SHOW”… EVIDENTEMENTE MEGLIO I MALEDUCATI E I CAZZARI URLANTI

L’ex direttore del Tg1 e e del Giornale Augusto Minzolini non condurrà più il talk show Stasera Italia. Lo ha comunicato lui stesso ai telespettatori, come ha raccontato Il Foglio, nella puntata della vigilia di Natale.
«È terminato il nostro tempo a disposizione così come il mio ciclo alla conduzione». La motivazione del siluramento non è però chiara neppure a Minzolini: «Mi è stato spiegato ma sinceramente non l’ho capito», ha detto al Corriere della Sera il giornalista, ex senatore di Forza Italia, rispondendo a chi gli chiedeva un chiarimento sull’indiscrezione che vedrebbe i vertici berlusconiani in contrapposizione con i modi troppo cortesi con cui gestiva le discussioni nel programma di Rete 4.
«Una questione di sintassi giornalistica – ha sottolineato l’ex direttore – Io ho il mio stile, quando faccio il conduttore lascio da parte le mie opinioni e cerco di mettere a confronto le idee, senza scatenare inutili risse».
A Minzolini la notizia della fine dell’esperienza da conduttore è arrivata da Mediaset pochi giorni prima dell’annuncio in trasmissione: «Era un’eventualità sempre possibile in questo lavoro, ma non si può certo dire che fosse un evento annunciato…», ha concluso. L’ex direttore finisce così la sua esperienza in anticipo, dopo solo tre mesi di conduzione.
(da agenzie)

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ANTONIO TAJANI: “IO SONO IO, E NON DEVO DIMOSTRARE NIENTE A NESSUNO”

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

LO SFOGO DEL LEADER DI FORZA ITALIA, IRRITATO DA CHI DESCRIVE FRONDE INTERNE AL PARTITO

“Prima mi dicevano che portavo Forza Italia in dote a Salvini, ora dicono che la porto a Meloni. Ma io sono io, e non devo dimostrare niente a nessuno. Lo vedremo al congresso se Forza Italia rischia di sparire”. Antonio Tajani a petto in fuori.
Repubblica dà conto dei malumori interni agli azzurri dopo il voto sul Mes e paventa il rischio estinzione. Tajani – 70 anni, giornalista e politico, già presidente del Parlamento europeo, ora ministro degli Esteri e vicepremier – non la prende bene.
Alla Camera, dopo la conferenza in cui annuncia la federazione dei gruppi in Regione Lazio, tra Fi e Noi Moderati, ritorna giornalista, per fare le pulci al quotidiano di Molinari. “Il giornale oggi era fatto così: un pezzo contro di noi sui moderati in fuga, poi a fianco Schlein che fa il giro delle fabbriche per candidare gli imprenditori, e sotto una critica di Gelmini. Mi pare ci sia poco da aggiungere. Evidentemente diamo fastidio”.
Dallo sguardo corrucciato lascia trasparire un evidente compiacimento. Nessuno ha mai visto Tajani arrabbiato. Deve aver imparato dal suocero: una vita tra l’aeronautica e la banca. E l’imperativo del buon umore. Compie oggi 100 anni. “Sono attacchi che ci rafforzano, è indubbio”, dice il segretario di Fi. L’accusa è più insidiosa sul fronte interno, la svendita del berlusconismo.
“Ma di cosa parliamo? Berlusconi è in ogni cosa che facciamo. Con la famiglia vado d’accordo, siamo stati incisivi sugli extraprofitti bancari, siamo determinanti per il governo… tirino fuori uno straccio di prova”. A proposito di famiglia Berlusconi, a Rete 4 hanno cancellato il talk serale ad Augusto Minzolini, interprete del berlusconismo originario. “Mi dispiace ma io che ci posso fare? Sono in buoni rapporti con la famiglia Berlusconi ma non posso andare in un’azienda e dirgli chi mandare in onda”.
L’eredità del Cavaliere è in buone mani, assicura. Ma i mal di pancia interni? “Parlano di una presunta emorragia, ma la verità è l’esatto opposto: si avvicinano a noi da altri partiti. In Basilicata ha appena aderito un consigliere che viene dalla Lega, e nei prossimi 15 giorni saremo in grado di annunciare nuovi apporti al Parlamento europeo e anche in quello nazionale”.
Il segretario di Fi è convinto che ci sia uno spazio politico su cui investire, una rendita di posizione per una forza moderata come Forza Italia. “Lo dice Piepoli, non io. C’è uno spazio al centro. Del resto è normale che avvenga coi Cinque Stelle e il Pd di Schlein, così spostati a sinistra”.
Il ragionamento varrebbe anche a destra: e non solo per la Lega e i suoi rapporti con le forze dell’estrema europea di Identità e democrazia. Il voto sul Mes dimostra che anche Meloni si è calata in clima sovranista. “Vale anche a destra, è vero. A proposito, voglio essere chiaro: non è vero che dal Ppe mi abbiano chiamato per essere rassicurati sul Mes. Dopo di che, io non farò mai un’alleanza con quelli di Afd. Il problema non è la Lega, ma i suoi alleati. Con chi dice che i bambini disabili non possono stare in classe coi ‘normodotati’ io non ho niente da spartire”. Tra centristi e forzisti può esserci un avvicinamento. Maurizio Lupi dice che i sondaggi dimostrano che non vi pestate i piedi. Oggi i gruppi federati nelle regioni, domani un listone dei moderati alle europee. Se non fosse stato già usato, si direbbe che è il Terzo polo bis…
“Vediamo, vediamo. Noi non possiamo rinunciare al nostro simbolo. Ma con gli amici centristi ci sono molti punti di convergenza. Noi siamo più liberali, loro più democristiani. Ma queste sono piccole differenze”.
Al Senato un gruppo liberal-centrista avrebbe 24 componenti, la Lega ne ha 29. “Comunque vadano le europee noi saremo determinanti. Lo saremo in Italia, dove confermiamo la nostra lealtà al governo e la sinistra farebbe bene a non illudersi, non parteciperemo a operazioni contro l’esecutivo. Ma siamo decisivi anche in Europa. Il governo avrà bisogno del Ppe, e noi siamo il Ppe”.
E’ una prospettiva che si concretizza a seconda del risultato elettorale. A quanto è fissata l’asticella delle europee? Un conto è il 7 per cento, un conto andare a doppia cifra. “Non lo so. Io dico solo che c’è una ricerca del centro”.
(da Huffingtonpost)

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NESSUNO PEGGIO DELL’ITALIA: CON IL NUOVO PATTO UE UN’IPOTECA DECENNALE SUI CONTI PUBBLICI

Dicembre 28th, 2023 Riccardo Fucile

UNA STRETTA FISCALE SENZA PRECEDENTI: IN CAMBIO DEL SI’ MELONI HA OTTENUTO UNO SCONTO SOLO PER IL SUO GOVERNO…. SPESE PER INTERESSI GRAVERANNO SUI GOVERNI FUTURI FINO AL 2027

Con il via libera alla riforma del Patto di Stabilità e Crescita, la premier Giorgia Meloni ha nei fatti ipotecato la politica fiscale dell’Italia negli anni a venire, barattando una flessibilità temporanea che copre pressoché questa legislatura, scaricando il peso maggiore sui Governi futuri. Secondo una proiezione dei saldi di finanza pubblica in base ai termini dell’accordo appena siglato in sede europea, redatta dal think tank europeista con base a Bruxelles, il Bruegel, Roma è chiamata alla maggiore stretta fiscale tra tutti i Paesi dell’Ue.
In questo senso, l’altra grande partita europea che nei giorni precedenti il Natale ha tenuto banco, quella sul Mes, assume tutta un’altra connotazione, dal momento che l’austerità che a parole si vorrebbe scongiurare rafforzando i poteri del Fondo Salva Stati, in particolare nella gestione delle crisi e nella valutazione della sostenibilità dei debiti pubblici, è già stata sottoscritta e firmata dal Governo Meloni cedendo alle posizioni rigoriste della Germania e aderendo alla nuova struttura regolamentare che giocoforza orienterà e limiterà la decisioni di bilancio.
Naturalmente, a causa dell’enorme debito pubblico che grava sulle casse statali, l’Italia non partiva da una posizione di forza nei negoziati a Bruxelles e dintorni, tutt’altro.
Ma la retorica sovranista e antieuropea che ha alimentato la narrazione della maggioranza ha alla fine lasciato il posto a un vocabolario, sebbene già sentito, certamente nuovo per il centrodestra. E caratterizzato da espressioni come “senso di responsabilità”, “difficoltà dell’attuale contesto economico” e altri succedanei di quel “sentiero stretto” coniato dall’ex ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan che, all’osso, consiste in vincoli tanto stringenti da rendere la spesa pubblica italiana una gigantesca partita di giro, con spostamenti di risorse da una posta di bilancio all’altra, a saldo zero se non negativo.
Ecco quindi che la finanza statale si avvia a una stretta senza precedenti. I numeri tuttavia potrebbero anche cambiare, in peggio, se si tiene conto del fatto che la nota di aggiornamento dal Documento di economia e finanzia, licenziata ad autunno dal ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, prevedeva una crescita del 1,2% per il 2024, stima già ampiamente rivista al ribasso: due settimane fa l’Istat ha ipotizzato una crescita dello 0,7%, meno dello 0,9% visto dalla Commissione Europea a novembre.
Addirittura Prometeia ha ipotizzato un più modesto 0,4%. Un bel grattacapo per il governo Meloni, che ha fatto del taglio del cuneo uno dei propri provvedimenti bandiera (anche se in pratica ha rinnovato le misure del Governo di Mario Draghi) al momento però finanziato solo il prossimo anno.
Trovare i soldi sarà un’impresa non da poco, più probabilmente l’esecutivo dovrà ricorrere a tagli alla spesa pubblica e aumenti delle entrate, agendo sulla leva fiscale. Qualcosa si potrà ricavarla dalle privatizzazioni, ammesso che stavolta funzionino, e dalla solita lotta all’evasione fiscale attraverso sanatorie e condoni più o meno camuffati.
I principi cardine del nuovo Patto restano quelli fissati nel Trattato di Maastricht: mantenere il deficit al di sotto del 3% del Pil e il debito al di sotto del 60%. Ma nelle nuove regole sono stati introdotti margini di flessibilità in alcuni casi, e delle restrizioni ancora più forti per i Paesi altamente indebitati come l’Italia.
Sono tre i macrocriteri da seguire, più o meno contemporaneamente, e che se applicati insieme rendono già ora il quadro d’applicazione piuttosto confuso e contorto: una Dsa, ovvero una analisi di sostenibilità del debito, che terrà conto oltre che dei parametri anche di elementi individuali come demografia e investimenti; il taglio del debito e il taglio del deficit.
Quando il disavanzo eccessivo supera il tetto del 3% l’aggiustamento annuo richiesto è dello 0,5% del Pil in termini strutturali. L’accordo prevede però che il ritmo della correzione tenga conto dell’aumento della spesa per interessi al fine di non bloccare gli investimenti più urgenti ma solo fino al 2027, a cavallo del termine della legislatura targata Meloni, in assenza di crisi di governo.
Ancora: il taglio del debito dovrà essere dell’1% annuo per i Paesi che superano la soglia di un rapporto debito-Pil del 90% come l’Italia, e dello 0,5% annuo per chi lo ha tra il 60 e il 90% del Pil. E poi i Paesi con un rapporto debito-Pil superiore al 90% dovranno far scendere il livello del deficit all’1,5%. Per farlo servirà un aggiustamento strutturale annuo dello 0,4% per quattro anni o dello 0,25% in sette anni, calcolato al netto degli interessi sul debito con l’impegno del Paese a fare investimenti e riforme.
Questo perché gli Stati che non rientrano i parametri prefissati dovranno concordare l’uso dei fondi pubblici con la Commissione europea nel rispetto delle traiettorie di aggiustamento del debito. I piani ad hoc sono quadriennali e all’insegna della flessibilità potranno essere estesi a sette anni tenendo conto degli sforzi di investimento e riforma compiuti dai governi per attuare i Pnrr.
Si tratta di una nota delle note positive secondo il Bruegel: la possibilità di concordare piani individuali per ogni singolo Stato, il fulcro della proposta iniziale della Commissione Europea, è stata preservata. Inoltre, è stata riformulata la “salvaguardia del debito” che richiede una velocità minima di riduzione del debito indipendentemente da ciò che dicono i Dsa, ovvero le analisi di sostenibilità dei debiti, il punto di partenza da cui deriveranno i piani di rientro. Il cambiamento più importante, ha rilevato il Bruegel, è che il periodo durante il quale viene valutata la riduzione del debito inizia solo dopo che i Paesi hanno ridotto i loro deficit al di sotto del 3%. Ciò offre ai paesi ad alto deficit la possibilità di rispettare la salvaguardia.
A questo si riducono tuttavia i lati positivi che hanno portato la premier Meloni a definire l’accordo “un buon compromesso”. Poi ci sono quelli negativi: l’Ecofin ha concordato una nuova “salvaguardia per la resilienza del deficit” che richiede ai Paesi di continuare l’aggiustamento fiscale fino a raggiungere “un margine di resilienza comune” dell’1,5% del Pil al di sotto del benchmark del disavanzo del 3%. L’idea di richiedere un margine di sicurezza “non è sbagliata”, ha rilevato il Bruegel, tuttavia “il margine dell’1,5% potrebbe rivelarsi troppo rigido per alcuni paesi. Nel caso dell’Italia, il margine si traduce in un requisito di saldo primario strutturale superiore al 4% del Pil”.
Già dovendo rispettare il criterio della sostenibilità del debito, l’Italia è chiamata a un saldo strutturale – ovvero quel parametro che indica l’indebitamento corretto per il ciclo economico, un risultato che misura il saldo del settore delle pubbliche amministrazioni al netto dell’impatto delle fluttuazioni economiche e di misure una tantum – superiore al 3%, e variabile a seconda che negozi con la Commissione un piano di rientro a 4 o a 7 anni. Si balla perciò su una stretta che in media, ogni anno, balla tra i 13 e i 20 miliardi circa. Considerato che solo per rifinanziare il taglio del cuneo fiscale e il primo step della riforma fiscale che accorpa le aliquote Irpef, previsti solo per l’anno prossimo, servono una quindicina di miliardi, il conto dei soldi da trovare è già lievitato prima ancora che il Patto entri in vigore (ad aprile, si presume, dopo l’ok del Parlamento europeo).
In più, se si tiene conto degli impegni a lungo termine, e quindi di un deficit in zona di sicurezza sotto l’1,5% anche dopo aver concluso il piano di rientro concordato con Bruxelles, condizione voluta e ottenuta dalla Germania, il saldo primario netto richiesto all’Italia va oltre anche il 4%. Problemi che ricadranno sui futuri governi, avendo la premier Meloni riservato per sé e il suo esecutivo un margine di flessibilità – l’esclusione della spesa per interessi da un lato, e degli investimenti previsti dal Pnrr (che scade nel 2026) dall’altro – che quantomeno riduce l’impatto della tagliola sui conti pubblici appena approvata. Perciò anche se all’inizio l’aggiustamento di mezzo punto di Pil vedrà esclusa la spesa per interessi (anche se non è ancora chiara l’entità dello sconto), le misure di aggiustamento dovranno includere il pagamento degli oneri dopo il 2027: “Ciò renderà la vita più facile ai governi che hanno negoziato il compromesso, ma più difficile per i loro successori, senza alcun guadagno”.
In base al criterio utilizzato dalla Commissione a seconda del parametro utilizzato (Dsa, deficit, debito) nel redigere il piano individuale con un Paese, verrà tenuto conto della spesa netta rispetto alla traiettoria concordata. Quando ci si discosta di oltre lo 0,3% del Pil in un anno e dello 0,6% del Pil in modo cumulato, Bruxelles potrà aprire una procedura per deficit eccessivo. Anche se le multe sono state ridotte rispetto all’inizio del dibattito, il processo per applicarle viene reso più spedito rispetto al passato.
(da Huffingtonpost)

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