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SONDAGGIO TECNE’: IN CALO FDI, RISALE IL PD DI SCHLEIN

Febbraio 4th, 2024 Riccardo Fucile

SCENDE ANCHE LA FIDUCIA NEL GOVERNO MELONI

Dall’ultimo sondaggio Dire-Tecnè, con interviste effettuate l’1 e il 2 febbraio 2024, la classifica dei partiti italiani non sembra aver subito particolari variazioni, rispetto a 7 giorni. Fratelli d’Italia è ancora il primo partito nelle preferenze degli italiani, seppur leggermente in calo. Sale invece il Pd, al secondo posto.
Il partito di Giorgia Meloni è al 28,7% (-0,1 rispetto a una settimana fa); seguito dal Pd al 19,7 (+0,2). Terzo posto ancora per il Movimento 5 stelle, con il 16,4%, percentuale invariata rispetto a 7 giorni fa.
Giù dal podio invece Forza Italia al 9,3% (-0,1), un punto sopra la Lega all’8,3 (-0,1 rispetto a 7 giorni fa). Chiudono la classifica Azione (3,6%), Avs appaiati al 3,5%, Iv (3%), +Europa (2,3%).
La fiducia nel governo Meloni
Più della metà degli italiani non ha fiducia nel governo Meloni. Ammontano infatti al 52,4% gli italiani che non si fidano dell’esecutivo di centrodestra, dato in salita dello 0,1% rispetto alla scorsa settimana.
Di converso, diminuisce la percentuale di chi invece ha fiducia che scende al 40,9% (-0,2%). Non sa il 6,7%.
(da Fanpage)

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INTERVISTA A GRATTERI: “NORDIO PARLA MA NON STUDIA, LE INTERCETTAZIONI SONO FONDAMENTALI”

Febbraio 4th, 2024 Riccardo Fucile

“COSTANO TROPPO? A NAPOLI SPESI 5 MILIONI PER LE INTERCETTAZIONI, RECUPERATI GRAZIE AD ESSE 197 MILIONI”

Incontriamo Nicola Gratteri, da tre mesi procuratore a Napoli, in una scuola della provincia, per la precisione a Giugliano, comune nell’area nord, cresciuto a mattone e camorra. Pochi giorni fa nel campo rom cittadino è morta una bambina di sette anni, fulminata da un cavo elettrico scoperto. Un territorio epicentro del sistema di smaltimento illecito dei rifiuti dove negli anni novanta camorra e imprenditoria criminale hanno trasformato le discariche in bombe ambientali.
Al suo arrivo a Napoli prima i penalisti poi alcuni magistrati hanno mostrato una certa insofferenza per la sua nomina, adesso?
Stiamo costruendo un ottimo gruppo di lavoro. Io ascolto tutti, ma poi decido. Sono allenato a guardare negli occhi le persone e invito tutti a essere schietti, non sopporto i lacchè, vengo da una famiglia di semianalfabeti e comprendo chi recita e chi no. Stiamo costruendo un’anima, ci sono magistrati molto preparati, ma la procura di Napoli non è ancora a regime, deve dare e fare di più, abbiamo il compito di rendere più libero e vivibile questo territorio.
Lei è arrivato da tre mesi, qual è la differenza principale tra la ‘ndrangheta e la camorra?
La ‘ndrangheta è più dura, asciutta con un controllo assoluto del territorio e l’ossessione delle regole, con un livello di collaboratori di giustizia bassissimo, non c’è un capo mafia pentito. A Napoli ci sono tante camorre, ma i giovani che sparano nelle piazze e nelle strade ho difficoltà a definirli camorristi. In Calabria gli autori delle stese verrebbero sciolti come sapone, non si vedrebbero più in giro perché la ‘ndrangheta, nella logica del controllo del territorio, non può perdere prestigio. Io ho avuto difficoltà a digerire e capire queste stese, non hanno logica mafiosa come per la ‘ndrangheta. In un’intercettazione ambientale in Calabria, un emissario del crimine di San Luca diceva ai protagonisti di una faida: «State attenti perché se voi sparate alle auto, terrorizzate il popolo, il popolo vi abbandona e quello che avete fatto in 30 anni vi alzate una mattina e lo perdete». Capisco la camorra nell’imprenditoria, capisco la camorra nel dark web dove forse è più avanti della ‘ndrangheta, ma non le stese. A proposito di dark web abbiamo bisogno di nuovi strumenti mentre parliamo è già tardi, le mafie viaggiano velocissime.
Le sfide contro il crimine organizzato aumentano e, intanto, il ministro della Giustizia, Carlo Nordio, vuole rivedere le intercettazioni, costano troppo, e giudica il trojan incivile, e in questa crociata non è il solo. Che ne pensa?
In questi anni ho sentito parlare persone con ruoli importanti e che, a mio avviso, non capiscono, discettano di intercettazioni telefoniche e dicono tante sciocchezze. Io posso parlare perché quando ho iniziato a fare il magistrato nel 1986 le intercettazioni si facevano usando le bobine, ho seguito tutti i passaggi fino ad oggi. Per mettere sotto controllo un telefono lo stato paga tre euro al giorno, due caffè, questa sarebbe la grande spesa? Il ministero dice che ogni anno spendiamo, in tutta Italia, 170 milioni di euro per le intercettazioni, ma nessuno dice quanti soldi recuperiamo. Lasciamo stare le misure di prevenzione e i sequestri degli immobili, io parlo dei soldi, degli orologi d’oro, dell’argento, dei preziosi, delle auto di lusso. A Napoli, nel 2023, sono stati spesi quasi 5 milioni di euro per le intercettazioni, vuole sapere a quanto ammonta il valore dei sequestri di beni e somme?
A quanto?
A 197 milioni di euro. Ho sentito dire dal ministro: «I mafiosi non parlano al telefono», ma voi che cosa pretendete che una persona dica: «Questa sera non vengo a cena perché devo ammazzare tizio?». Ma se un mafioso chiama al telefono un incensurato e lo invita a bere un caffè, per me investigatore, pubblico ministero, è oro. Per molti che parlano in parlamento potrebbe non significare niente perché non hanno mai fatto processi di mafia, io li faccio dal 1986. Quella telefonata, fatta soprattutto ad un incensurato non a un pregiudicato, può essere fondamentale. Ho sentito anche altre sciocchezze tipo «bisogna tornare ai pedinamenti», ma chi devo pedinare se nessuno si muove e commettono un reato stando seduti su una sedia utilizzando il telefono? E allora, per favore, prima di parlare bisogna documentarsi, studiare.
Il trojan è incivile, insiste il ministro. Le è venuto qualche dubbio in merito?
Noi abbiamo protestato dopo quelle dichiarazioni e ho sentito dire che non sarà toccato lo strumento per i processi di mafia e terrorismo. Non mi soddisfa questa risposta perché sono allenato a studiare i non detti, io lavoro sulle pause per capire cosa mi vuole dire l’interlocutore. Se per venticinque volte sento la stessa cosa, mi chiedo per corruzione, peculato, concussione ce lo fate usare o no? Sono i reati che commettono pubblici amministratori, che spesso stanno gomito a gomito con certa politica e con la mafia. Oggi i politici incontrano i mafiosi, si fanno corrompere, soprattutto nel nostro paese abbiamo avuto un abbassamento etico, non c’è più vergogna. Nei locali alla moda, nei lidi d’estate vedo il funzionario pubblico, l’imprenditore, il mafioso, una volta ci si nascondeva, oggi si ostenta. È fondamentale quello strumento. Lo stesso vale per l’abuso d’ufficio, quale firma mette il sindaco? Quale paura ha? Il sindaco delibera in giunta, se ha problemi interpretativi chieda al segretario comunale oppure all’ufficio preposto in prefettura dove ci sono specialisti di diritto amministrativo. La verità è che piace il potere, e spessissimo non si vuole dare conto a nessuno.
Come sta messa la magistratura?
È debole. Penso che il così detto caso Palamara non sia stato gestito bene, lui al Csm aveva un solo voto, la sua corrente non mi ha mai sostenuto e, però, a me non sta bene che tutte le colpe debbano cadere su di lui. Il presidente della Repubblica avrebbe dovuto azzerare il Csm, questo è il mio modestissimo parere così l’opinione pubblica avrebbe pensato che si faceva sul serio. Non siamo stati duri, integralisti, seri, la mia categoria ha perso credibilità agli occhi dell’opinione pubblica. Oggi nessuno parla, parlo solo io e pochi altri, nessuno protesta, nessuno contesta. Questo rende tutto più difficile.
Procuratore, a leggere alcune indagini emerge una certa prudenza nei confronti di chi conta, pagano solo i senza potere, le carceri italiane sono lì a dimostrarlo, che ne pensa?
Vanno fatte riforme scritte da avvocati e magistrati che frequentano ogni giorno le aule di giustizia, più volte abbiamo detto che le riforme degli ultimi hanno inciso e incidono in modo risibile anzi, alcune addirittura rallentano o impediscono l’accertamento della penale responsabilità. Le carceri, in questo momento, sono dei contenitori, aumentano sempre più i suicidi e la sopportabilità del sovrannumero. Non si sta facendo nulla per i malati psichiatrici e per i tossicodipendenti in carcere. Per fare certe scelte ci vuole competenza e coraggio.
(da editorialedomani.it)

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POLTRONE PER GLI AMICI: COSI’ MELONI HA PIAZZATO PARENTI E FEDELISSIMI

Febbraio 4th, 2024 Riccardo Fucile

QUELLA CHE DICE “BASTA AMICHETTISMI” HA SISTEMATO 60 NOMI CON LA TESSERA DI FDI E LEGA

Nel salotto accogliente di Quarta Repubblica sull’altrettanto canale amico di Rete 4, Giorgia Meloni a favore di telecamere ha così detto (urlato per la precisione): «Ho dato inizio alla stagione del merito che pone fine a quella dell’amichettismo. È finito il mondo nel quale per le nomine pubbliche la tessera del Partito democratico fa punteggio. Ora conta il merito e le carte le do io».
Parole forti, chiare si direbbe. E anche giuste, se riferite al fatto che «adesso» per le nomine non si guarda alla tessera di partito, anche del Pd chiaramente, ma al merito.
Ma è proprio così? Davvero il primo governo di destracentro guidato da una donna in questo anno pieno di potere ha nominato solo guardando al tanto declamato merito?
Repubblica ha passato al setaccio tutte le nomine fatte e gli incarichi dati dallo scorso novembre a oggi da Palazzo Chigi, nei ministeri e soprattutto nelle società controllate.
Intanto i numeri: a oggi sono circa sessanta i politici non ricandidati o non eletti che hanno ricevuto una poltrona dal governo del merito. E tutti con la tessera, loro sì, di Fratelli d’Italia, Lega o Forza Italia.
Parenti e affini
Ma andando al partito di governo di Meloni, qualche curiosità non manca. Al netto della triade presidente-cognato ministro dell’Agricoltura-sorella alla guida del partito di maggioranza che detta la linea in Parlamento: una triade di sangue e affini che non si era mai vista dalla nascita della Repubblica.
Restando ai parenti e in zona Palazzo Chigi, Meloni ha nominato la sua storica collaboratrice Giovanna Ianniello come responsabile eventi di comunicazione: suo cognato, Paolo Quadrozzi, ha un incarico nello staff del sottosegretario Alfredo Mantovano.
A proposito di famiglie, Marco Osnato, cognato di Romano La Russa (fratello del presidente del Senato) è dato in grande ascesa nel partito lombardo ma non solo: per lui è stato scelto il ruolo di presidente della delicata commissione Finanze alla Camera. In orbita familiare, il figlio di Ignazio La Russa, Geronimo, è stato nominato dal ministro di Fratelli d’Italia Gennaro Sangiuliano come componente del cda del Piccolo teatro di Milano. Parenti e affini.
Il giornalista Alessandro Giuli dallo stesso ministro è stato indicato alla guida del Maxxi di Roma, la sorella, Antonella, già portavoce del ministro Lollobrigida è da poco entrata nell’ufficio stampa della Camera in quota FdI (incarico fino a fine legislatura).
Se si allarga l’orizzonte alla Lega, nello staff di Matteo Salvini a Palazzo Chigi nel ruolo di vicepresidente si trova Leonardo Foa come esperto comunicazione e compenso da 120 mila euro: è il figlio di Marcello Foa, ex presidente in quota leghista della Rai e oggi conduttore di un programma su Radio Uno.
In un ramo non proprio distante dal ministero dello Sport guidato dal meloniano Andrea Abodi, la Figc, sono stati assunti recentemente la figlia del ministro leghista Giancarlo Giorgetti a Casa Italia e il figlio del segretario e ministro di Forza Italia Antonio Tajani al comitato Europei 2032: «È escluso qualsiasi potere di vigilanza e controllo da parte delle autorità di governo sulle nomine della Figc — ha detto Abodi — credo che chi ha un cognome non deve avere privilegi ma non vorrei arrivare al punto che avendo un cognome si debba avere addirittura un danno». Per carità.
Le tessere e gli incarichi
Tornando alle nomine politiche, e all’affermazione secondo la quale non si guarderanno le tessere ma il merito, sul fronte meloniano questo principio vacilla. A
lessandro Zehentner candidato al Senato per FdI è stato nominato nel cda dell’Enel, per dire, e Francesco Macri, meloniano di Arezzo, nel cda di Leonardo. Mentre Fabio Tagliaferri è stato appena indicato alla guida della società in house del ministero dei Beni culturali, Ales: lui di sicuro ha la tessera di FdI, essendo stato scelto dalla responsabile del partito, Arianna Meloni, sorella di Giorgia, come delegato alle alleanze nel territorio.
A proposito di nomine, se l’ultima è quella di Tagliaferri, la penultima è quella di Carlo Molfetta alla guida dei Giochi del Mediterraneo (medaglia d’oro taekwondo alle Olimpiadi 2012 e definito dal Fatto Quotidiano «compagno di burraco di Giorgia Meloni»).
Ma la prima in assoluto fatta dal governo di destracentro è stata quella del semisconosciuto ingegnere Claudio Anastasio alla guida della 3I spa: a suggerire il suo nome Rachele Mussolini, nipote del Duce.
Anastasio resterà in carica pochi mesi, dimettendosi dopo aver inviato una mail al cda citando il discorso di Mussolini all’indomani dell’omicidio del socialista Giacomo Matteotti. Non si sa se ha la tessera, ma si sente a casa in Fratelli d’Italia tanto da chiedere alla festa dei meloniani «come sta il nostro partito», Paolo Corsini: promosso nella Rai di Meloni a responsabile degli approfondimenti. E in Rai a promozioni di area non ci si è fatto mancare nulla.
Negli staff i riciclati
Un eldorado per chi non è stato rieletto nei tre partiti di maggioranza è comunque quello degli staff ministeriali. Il record assoluto di riciclati con la tessera spetta alla Lega di Salvini: che non a caso ha indicato il nome del ministro «all’Istruzione e al merito». Ne abbiamo contati oltre venti.
Ma tornando al partito di Meloni che ha sentenziato «la fine dell’amichettismo», troviamo negli staff ministeriali l’ex sindaco di Verona non rieletto, che ha trovato “riparo” dal ministro Abodi con una consulenza da 50 mila euro; e la candidata al Senato non eletta Dusolina Marcolin, che invece è nello staff del ministro Luca Ciriani (incarico da 80 mila euro).
L’ex deputato meloniano Massimiliano De Toma ha un contratto dal sottosegretario all’Innovazione Alessio Butti, che comunque ha un suo staff che costa “solo” 2 milioni di euro all’anno e, come scritto da La Provincia di Como, è composto per un quarto da comaschi. E indovinate da dove arriva Butti? Il merito, dicevamo.
(da La Repubblica)

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L’EX COMPAGNA DI CELLA DI ILARIA SALIS: “LEGATE COME CANI IN CONDIZIONI DISUMANE, GOVERNO ORBAN MENTE”

Febbraio 4th, 2024 Riccardo Fucile

LA TESTIMONIANZA DI CARMEN GIORGIO: “ILARIA E’ UNA PERSONA BUONA”

“Ilaria si è raccomandata che una volta in Italia avrei dovuto raccontare cosa abbiamo subito. Ed è quello che sto facendo. Lei ha aiutato me, adesso io aiuto lei”.
Carmen Giorgio è una donna originaria di Terno D’Isola in provincia di Bergamo ed è stata per tre mesi compagna di cella di Ilaria Salis.
Durante la sua detenzione ha raccolto i suoi pensieri in due manoscritti e in alcuni disegni, che in un certo modo fotografano le celle ungheresi del carcere di Budapest.
“C’erano cimici ovunque, il salame che ci davano sembrava cibo per cani, a chi non poteva comprare assorbenti per il ciclo davano dell’ovatta e, talvolta, ci costringevano a scegliere fra l’ora d’aria e la doccia”.
La sua testimonianza è impietosa, così come il ricordo delle guardie penitenziarie: “Erano molto dure, ti urlavano dietro e – dice – una volta ho visto rientrare in stanza una ragazza evidentemente contusa”.
Su Ilaria Salis, che alla donna ha donato un paio di scarpe, Carmen Giorgio non ha dubbi: “Non ce la vedo proprio col manganello in mano. Studiava sempre in carcere, è una persona buona”.
La donna, detenuta per una controversa vicenda di traffico d’esseri umani, racconta di essere stata legata in maniera analoga a Salis “così come tutte le detenute del carcere” e smentisce il governo di Budapest: “Io c’ero, io ho visto. Inutile che dicano il contrario”.
(da agenzie)

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MELONI FAIL. CONDONI E SANATORIE HANNO L’EFFETTO OPPOSTO: CRESCONO LE TASSE NON PAGATE

Febbraio 4th, 2024 Riccardo Fucile

LE CARTELLE ESATTORIALI NON RISCOSSE HANNO SFONDATO QUOTA 1.200 MILIARDI, BEN 50 IN PIU’ RISPETTO ALL’ANNO SCORSO

La montagna si fa sempre più alta. Anziché calare l’ammontare delle cartelle esattoriali non riscosse ha sfondato il tetto di 1.200 miliardi di euro. La cifra esatta l’ha fornita il direttore dell’Agenzia delle Entrate, Ernesto Maria Ruffini, intervenuto sul tema, anticipando quello che con molta probabilità sarà uno dei dati del prossimo rapporto sull’attività dell’Agenzia delle Entrate e della Riscossione. Appena 24 ore prima il viceministro dell’Economia, Maurizio Leo, con ampia delega sulle questioni fiscali a Via XX settembre, aveva parlato di 1.180 miliardi. La cifra continua a crescere a vista d’occhio, basti pensare che nel 2022 si era arrivati a 1.150 miliardi, anno in cui nel magazzino sono entrate le cartelle della Riscossione Sicilia, appensantendo di svariati miliardi il dato dell’anno. E questo nonostate il susseguirsi di sanatorie e rottamazioni. Proprio in queste ore si discute se riaprire la quater, dando modo a chi non era riuscito a pagare le prime rate di rientrare.
Con la prima manovra del governo Meloni era stata anche varata la cancellazione delle cartelle fino a 1.000 euro e sconti sull’importo da pagare di quelle fino a 3.000 euro. L’impatto di tale provvedimento è stato però quasi impercettibile. Anzi è quasi come svuotare il mare con un secchiello. Benché l’Agenzia stia migliorando le performance di riscossione e l’entità degli sgravi sia consistente, il flusso dei carichi affidati diventa sempre più consistente. Quindi se da una parte si riesce a riscuotere 10 o 15 miliardi di euro, dai circa 8.000 enti affidatari – ministeri, Comuni, enti, ordini professionali – dall’altra arriva una mole di tasse non pagate di segno inverso di 60-70 miliardi. Si parla, ad esempio della Camera di commercio cui non è stata pagato il tributo annuale da una azienda o della Cassa previdenziale che sollecita un iscritto. Insomma, il volume dei tributi non riscossi aumenta sempre più.
I numeri sono “il segno evidente del fatto che non si riesce a smaltire il residuo del magazzino fiscale”, spiega Marco Cuchel, presidente dell’Associazione nazionale commercialisti. “Lo stesso direttore dell’Agenzia delle Entrate ha peraltro detto che soltanto 101 miliardi dei 1.200 totali sono effettivamente riscuotibili. L’ammontare continua a crescere perché la pressione fiscale è troppo alta, l’economia ancora non si è ripresa a pieno e quindi le imprese non riescono a pagare le imposte ordinarie. Dobbiamo ricordare che nella maggior parte dei casi non è evasione, parliamo di soggetti economici che hanno dichiarato le imposte ma che per varie difficoltà non riescono a pagare. Ora arriveranno tutte le cartelle per chi non ha potuto pagare nel periodo del covid. Sicuramente crescerà il credito da riscuotere. Le varie rottamazioni a saldo e stralcio e l’eliminazione delle cartelle entro i 1.000 euro riguardano soltanto agli anni del pregresso. Ora arriveranno le nuove cartelle, comprese quelle degli gli anni cruciali della pandemia”.
“Occorre mettere i contribuenti nelle condizioni di pagare con tempi ben più lunghi rispetto all’ultima rottamazione. Per come è stata strutturata per molti non è possibile adempiere. Ad esempio le prime due rate richieste sono molto consistenti, pari al 20% del totale dovuto, e sono state messe molto ravvicinate, a distanza di un mese tra ottobre e novembre, quando già ci sono altre scadenze ordinarie”, aggiunge. “Occorre un altro provvedimento per permettere di includere nuovamente chi non è riuscito a pagare e chi ha ricevuto nuove cartelle. È importante mettere i soggetti in difficoltà nelle condizioni di pagare. Altrimenti il magazzino continuerà a essere formato da crediti non più riscuotibili. Una soluzione è ad esempio eliminare quelli riferiti a soggetti deceduti o falliti”.
Ma non è l’unico problema.
“La riscossione è facile quando il debitore ha qualcosa da perdere e quindi paga perché sa che potrebbe essere espropriato. Quando il debitore è fallito, morto oppure è semplicemente accorto nel proteggere il proprio patrimonio intestandolo ad altri, siano, figli, società trust, prestanome, entità estere, allora ci vuole Sharlock Holmes e nessuno ha voglia di farlo. L’Agenzie delle entrate e riscossione si muove con piedi di piombo, nel rispetto delle forme. Dobbiamo poi considerare un sistema di tutela del credito debole, il codice civile è improntato al favor debitoris e le procedure di esproprio sono lente. A pagare sono solo i grandi”, spiega ad HuffPost il tributarista Raffaello Lupi.
Per il professore il grande errore è stato separare la gestione dei crediti dalla loro riscossione. “L’agenzia delle Entrate-Riscossione fa cose che potrebbe fare l’ente creditore che conosce meglio il debitore, avendo avuto con lui contatti precedenti. È inutile che un Comune faccia scrivere a un debitore dall’Agenzia prima che inizi l’esecuzione coattiva sull’Imu. Tanto vale lo faccia direttamente l’amministrazione locale. L’Agenzia dovrebbe occuparsi del pignoramento, ma prima dovrebbe essere l’ente impositore ad agire perché sa da cosa deriva il credito, conosce meglio il contribuente e lo ha già profilato. L’Entrate-Riscossione deve iniziare tutto da capo. Inoltre è meglio che i precetti li mandi il Comune, così è anche più facile sapere se qualcuno a pagato o meno. Troppe volte abbiamo visto pagamenti fatti e nel frattempo partire la procedura di riscossione dell’Agenzia, con solo uno spreco di carta e tempo.
Intanto Il governo, starebbe studiando una nuova riapertura dei termini della cosiddetta rottamazione quater. L’ipotesi sarebbe quella di intervenire con un emendamento del relatore al decreto Milleproroghe per dare tempo fino al 28 febbraio, per chi ha aderito alla Rottamazione, per versare le prime due rate scadute rispettivamente il 31 ottobre e 30 novembre 2023. Si tratterebbe della terza chance. Già con un emendamento dell’ultima ora erano stati riaperti i termini, consentendo il pagamento entro il 18 dicembre dello scorso anno. Eppure ai primi di dicembre proprio il viceministro Leo sembrava fiducioso dalle prime evidenze sugli incassi delle due rate iniziali. La raipertura, al momento, piace a tutte le forze di maggioranza. Servirà però il parere positivo della Ragioneria di Stato, che già con il dl Anticipi aveva tergiversato. Non a caso l’emendamento era entrato soltanto durante la discussione in Aula, in modo confuso e dopo un buco nell’acqua durante l’iter in commissione.
E sempre nel Milleproroghe emendamenti sottoscritti da Forza Italia, Lega e Italia Viva, chiedono di estendere il ravvedimento speciale per cancellare le violazioni relative anche al periodo d’imposta 2022.
Tutto potrebbe però essere rimesso in discussione nel momento in cui l’operazione all’Aia non andasse in porto, per questo Ecr resta alla finestra. Nessun dialogo, invece, con il Partito della Libertà di Geert Wilders, il ciuffo biondo anti-Islam vincitore alle ultime elezioni ma considerato ancora troppo estremista.
(da Huffingtonpost)

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ORBAN È UNA BOMBA CHE PUÒ ESPLODERE IN MANO ALLA DUCETTA

Febbraio 4th, 2024 Riccardo Fucile

L’OPERAZIONE ORBAN È VISTA CON SOSPETTO DAI PARTITI PIÙ “CENTRISTI” (VEDI I FIAMMINGHI, I CECHI E GLI SLOVACCHI), CHE POTREBBERO CERCARE UNA NUOVA CASA NEI POPOLARI

Operazione Orban, maneggiare con cura. Il primo passo, pubblico e ufficiale, c’è stato. L’annuncio del premier ungherese a “La Stampa” sulla volontà di portare Fidesz nella famiglia dei Conservatori dopo le europee è di certo appetitosa per Giorgia Meloni.
Con l’ingresso della pattuglia di Budapest (che porterà a Strasburgo 13-15 eurodeputati), il gruppo guidato dalla premier italiana, l’Ecr, si avvicinerebbe a “quota 100” e diverrebbe il terzo più grande nell’Eurocamera, dietro al Popolari – un tempo casa di Orban – e ai Socialisti, davanti ai liberali e soprattutto ai sovranisti di Identità e Democrazia, la filiale europea di Matteo Salvini e Marine Le Pen che si contende lo spazio a destra con i meloniani.
Eppure dentro Fratelli d’Italia c’è ancora molta cautela. Non è un caso che proprio Meloni si sia esposta poco sul tema, al termine del vertice straordinario, rinviando a dopo il voto il dibattito su questo argomento.
La ragione è semplice: il timore che l’ingresso di Fidesz possa spingere altri partiti a lasciare il gruppo.
Si tratta della cosiddetta “area centrista”, composta dai nazionalisti fiamminghi della N-VA, dai cechi del premier Petr Fiala e dagli slovacchi di Libertà e Solidarietà, attratti dal Ppe perché hanno già manifestato il loro disagio a restare in un gruppo troppo sbilanciato su posizioni anti-europeiste.
Numericamente valgono molto meno degli eurodeputati di Fidesz e quindi il saldo puramente numerico sarebbe positivo
Ma Meloni sa bene che nel conto va messo anche l’eventuale costo politico di un’operazione del genere: il suo lavoro di tessitura per rendere i conservatori più presentabili e dialoganti, soprattutto in vista del voto per la prossima Commissione, sarebbe messo in discussione. Per questo, assicurano dal suo entourage, «l’operazione Orban andrà gestita per evitare contraccolpi interni».
Meloni deve vestire i panni della “garante” su Orban. E per farlo deve a sua volta ricevere delle rassicurazioni. Soprattutto su un punto. Quella che viene definita «la condizione geopolitica» e che Meloni considera imprescindibile per rivendicare la sua linea atlantista.
Il gesto compiuto dal premier ungherese a dicembre, quando consentì l’avvio dei negoziati di adesione dell’Ucraina all’Ue uscendo dalla sala del Consiglio europeo, unito a quello di giovedì, con il via libera al piano di aiuti per Kiev, rappresentano segnali positivi che lo allontano dalla linea filo-russa più estremista.
«Per ora – spiegano fonti del gruppo dei conservatori – la condizione sembra rispettata, ma speriamo non ci siano altri episodi nei prossimi mesi». Motivo per cui fino al voto non si muoverà nulla.
Gli ultimi passi di Orban sulla questione ucraina sono stati accolti molto positivamente anche dall’ex premier polacco Mateusz Morawiecki, che tre giorni fa ha aperto esplicitamente all’ingresso degli ungheresi: il PiS (Diritto e Giustizia) resterà un pilastro fondamentale dell’Ecr (con almeno 20 seggi) e per loro la presa di distanza da Putin è una condizione essenziale.
È un discorso che vale anche per Marine Le Pen. Sul fronte francese i tempi per una possibile unione con la leader del Rassemblement National sono più lunghi. Da qualche tempo Le Pen e Meloni si scambiano reciproche parole al miele. Anche in questo caso ci sono stati passi in avanti e segnali precisi tra le due, con sommo disappunto di Salvini.
Da ultimo, è stata accolta con interesse la presa di distanza della francese dall’ultradestra tedesca dell’Afd, un partito con toni esplicitamente razzisti che agli inizi dicembre era tra gli ospiti di punta della convention nera organizzata da Salvini a Firenze, guarda caso disertata da Le Pen.
Ma si tratta di un discorso di prospettiva, con un orizzonte che guarda al 2027, anno delle presidenziali per l’Eliseo. Nell’immediato, i conservatori si “accontenteranno” di accogliere nel loro gruppo l’altra Le Pen, la nipote Marion, capolista di Reconquete – creato da Eric Zemmour – nonché moglie dell’eurodeputato di Fratelli d’Italia Vincenzo Sofo.
Secondo gli ultimi sondaggi, il suo partito potrebbe portare in dote circa 6 seggi. Confermati i buoni rapporti con gli svedesi e con i finlandesi, che cresceranno e hanno ruolo di governo. Ma si sta complicando la campagna acquisti nei Paesi Bassi. Il partito degli agricoltori BBB, desideroso di entrare nel nuovo governo, ha rinunciato all’ingresso nei Conservatori e ha fatto sapere che dopo le elezioni entrerà nel Ppe.
(da agenzie)

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L’ITALIA DI PULCINELLA: POLITICI CHE INSEGNANO NELLE UNIVERSITÀ ONLINE CHE FANNO GLI EMENDAMENTI PER LE UNIVERSITÀ ONLINE

Febbraio 4th, 2024 Riccardo Fucile

IN COMMISSIONE AFFARI COSTITUZIONALI IL CENTRODESTRA HA PRESENTATO L’“EMENDAMENTO BANDECCHI” CHE CONCEDE UN ANNO AGLI ATENEI TELEMATICI PER ADEGUARSI AGLI STANDARD DI QUELLI TRADIZIONALI… IL FORZISTA NAZARIO PAGANO, A CAPO DELLA COMMISSIONE, È DOCENTE DELLA “PEGASO”

L’ostinazione del centrodestra sul fisco è così sistematica che coinvolge anche il decreto Milleproroghe all’esame della Camera. Ormai non c’è provvedimento che la maggioranza non tenti di utilizzare per far passare una sanatoria o un regime fiscale speciale.
I relatori e il governo stanno lavorando alla riapertura dei termini della rottamazione quater, che prevede lo sconto su sanzioni e interessi delle cartelle non pagate.
Si vuole concedere ai contribuenti, che hanno fatto domanda e poi non hanno saldato il dovuto, di mettersi in regola pagando entro il 28 febbraio di quest’anno. Il rinvio riguarda le rate scadute il 31 ottobre e il 30 novembre, che già sono state oggetto di una proroga fino al 18 dicembre.
Le commissioni Affari costituzionali e Bilancio della Camera, che stanno lavorando sul Milleproroghe, però, non discutono solo di fisco. Nelle ultime ore la Lega sta spingendo un emendamento sulle università telematiche, il 6.55 a prima firma Ziello.
Il testo, già definito da una fonte «emendamento Bandecchi», rinvia di un anno gli obblighi per le università telematiche di uniformarsi agli standard qualitativi degli atenei tradizionali. Secondo i dati del 2022, le università tradizionali contano in media un professore ogni 28 studenti; quelle telematiche uno ogni 385. La Crui (la conferenza dei rettori) e l’Anvur (l’agenzia di valutazione della ricerca) chiedono alle varie Pegaso, Unicusano, Mercatorum (ce ne sono 11 in Italia) di aumentare la quota dei docenti a tempo indeterminato in rapporto agli iscritti.
Per fare qualche esempio, un corso di laurea sulle professioni sanitarie prevede per legge 9 docenti, di cui almeno 5 a tempo indeterminato; un corso in scienze della formazione 10 professori, di cui 5 assunti.
Il Tar e l’Anac si sono pronunciati in questo senso, perché questa sproporzione ha consentito alle telematiche di moltiplicare i ricavi, usufruendo di un vantaggio competitivo rispetto alle altre università pubbliche e private che, per ottenere l’accreditamento, devono allinearsi a criteri molto più stringenti nel rapporto tra docenti e iscritti. L’Anac ha lanciato l’allarme sui rischi di corruzione legati ai titoli di studio, soprattutto in riferimento al mancato controllo su migliaia di esami e tesi.
Al di là del merito della misura, in Parlamento rischia di crearsi un conflitto di interessi. Non solo perché l’Università Cusano, fondata dal sindaco di Terni Stefano Bandecchi, in passato ha finanziato più di un partito politico, ma anche perché il presidente della commissione Affari costituzionali di Montecitorio, Nazario Pagano, deputato di Forza Italia, è avvocato e docente a contratto proprio di una università telematica, la Pegaso. Sempre la Lega punta forte anche su un emendamento che esonera la società Stretto di Messina Spa – incaricata di realizzare il ponte sullo Stretto voluto da Salvini – dalla spending review, liberandola dai vincoli sugli stipendi dei vertici.
(da La Stampa)

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PRANDINI (COLDIRETTI) SALE AL VOLO SUI TRATTORI E FA DA SPONDA ALLA MELONI: IN CAMBIO UN POSTO AL PARLAMENTO EUROPEO CON FDI

Febbraio 4th, 2024 Riccardo Fucile

DIETRO L’INDIRIZZO PIU’ ANTIEUROPEO CHE ANTIGOVERNATIVO DEL PRESIDENTE DELLA COLDIRETTI C’E’ UNA SPIEGAZIONE

Potrebbe avere qualche ragione chi sostiene che la Coldiretti è salita sui trattori italiani a Bruxelles per fornire una copertura al governo Meloni in difficoltà con le proteste che nei prossimi giorni minacciano di arrivare fino a Roma.
C’è un’ipotesi che spiega come mai il presidente della principale associazione degli agricoltori italiani, Ettore Prandini, sta cercando di dare alla protesta un indirizzo più antieuropeo che antigovernativo: Prandini è uno dei possibili candidati di FdI alle europee.
D’altronde è uno che respira politica da quando era bambino, dato che Ettore è figlio di Giovanni Prandini, già ministro della Marina mercantile e dei Lavori pubblici in due governi (Goria e De Mita). Insomma, un democristiano di ferro con aperture ai socialisti di Craxi. Ma, sul tema delle proteste, c’è anche una questione di merito poco comprensibile: perché la Coldiretti sostiene la battaglia dei trattori, anche piuttosto aggressiva, contro la politica agricola comunitaria (Pac) che a suo tempo ha sostenuto?
Per rendersi conto della palese contraddizione, basta rileggere l’introduzione al piano strategico della nuova Pac 2023-2027 spiegato dall’associazione agli iscritti in un documento di 100 pagine diffuso a febbraio 2022: “Sotto il profilo ambientale viene chiesto di accelerare ulteriormente lo sforzo verso la riduzione della chimica in agricoltura e degli antimicrobici negli allevamenti. Ma la grande novità – che come organizzazione abbiamo molto sostenuto – la ritroviamo dal punto di vista sociale, con l’introduzione, appunto, della cosìdetta condizionalità sociale che contribuisce a rendere il settore meno trasparente e meno permeabile alle pratiche di sfruttamento del lavoro e che pone la politica agricola in una posizione di avanguardia virtuosa rispetto a tutte le altre politiche”.
Con queste parole, che portano la firma in calce di Prandini e del segretario generale Vincenzo Gesmundo, la Coldiretti sposò in pieno l anuova Pac che, non è un mistero, ha subìto la forte influenza del Green deal europeo, compresi i suoi eccessi ideologici nel forzare la mano alla transizione energetica fino a diventare poco sostenibile per alcuni settori produttivi.
Allora perché oggi la Pac non va più bene? Forse perché confondere le politiche d’indirizzo dell’Unione europea e le politiche nazionali per il settore (la legge di Bilancio, per esempio, ha abolito l’esenzione Irpef per la categoria) consente di confondere le acque mettendo tutto in un unico calderone.
Chi conosce la piazza degli agricoltori giura che sta avvenendo un’insolita sovrapposizione tra simpatizzanti leghisti e di sinistra, un pezzo del governo e dell’opposizione che vanno a braccetto perché mossi da interessi comuni. Non è un caso che ieri pomeriggio si sia svolta una direzione piuttosto animata della Cia, la seconda associazione di categoria (164 mila iscritti contro i 340 mila della Coldiretti e i 130 mila di Confagricoltura) per arrivare a sintetizzare le (numerose) richieste a favore della categoria: vanno dal rifiuto di lasciare il 4 per cento delle terre incolte come condizione per accedere ai contributi europei al ripristino dell’esenzione Irpef, dagli sgravi fiscali e contributivi alla riduzione dell’esposizione degli imprenditori agricoli al caro tassi d’interesse. Insomma, un settore che in Italia è già molto più tutelato rispetto a Francia e Germania, chiede ancora più tutele.
Come se fosse un mondo a parte, esente dalle regole di mercato e di tassazione a cui tutte le altre imprese sono sottoposte. Non è un caso, poiché da un po’ di tempo si registra una crescente convergenza della Cia sul terreno della Coldiretti e un po’ tutte le organizzazioni cercano nuovi modelli perché spiazzate dal malcontento diffuso degli iscritti.
Di certo, la protesta degli agricoltori sta infiammando tutta l’Europa e se i trattori sono arrivati fino al cuore delle istituzioni di Bruxelles vuol dire che qualcosa non sta funzionando come dovrebbe. Ma il rischio è che in questo frangente si metta in discussione tutto e che tutte le battaglie sembrino uguali, compresa quella per delegittimare la politica comunitaria che Prandini sta affiancando come se non l’avesse mai fatta sua.
(da ilfoglio.it)

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I SALARI MINIMI SALGONO MA NON IN ITALIA

Febbraio 4th, 2024 Riccardo Fucile

PENSATECI QUANDO I POLITICI PARLANO DI CROLLO DELL’INFLAZIONE

In 50 anni l’Italia è passata dallo sfidare la Gran Bretagna nel ruolo di quarta potenza mondiale in termini di Pil e benessere – ai tempi di giganti del calibro di Enrico Mattei – allo sprofondare ai livelli di un paese in via di sviluppo in termini di sperequazione sociale, con la classe media totalmente annientata dall’inflazione e ampie fasce di popolazione a ridosso della soglia di povertà.
E il disastro in corso è dimostrato plasticamente nel grafico allegato, tratta da uno studio di Bloomberg, che mostra come nell’ultimo anno gli aumenti dei salari minimi nei paesi europei abbiano compensato abbondantemente l’inflazione… tranne in Italia, che infatti neanche compare nelle statistiche.
La verità è che il lento ma inesorabile declino del paese a cui assistiamo impotenti da anni, non è da attribuire all’euro, come troppo spesso sento ripetere a pappagallo, bensì dalla mancata indicizzazione delle retribuzioni all’inflazione.
Se negli ultimi 20 anni abbiamo avuto un’inflazione media del 2% all’anno (con picchi ben più alti nel 2022) e gli stipendi sono rimasti sostanzialmente fermi al palo, il calcolo della perdita di potere d’acquisto di famiglie e consumatori è piuttosto banale.
E gli unici responsabili del disastro sono da ricercare tra gli appartenenti alla classe dirigente che hanno (s)governato il paese negli ultimi decenni, a cui chiaramente fa gioco che sprovveduti e disinformati diano la colpa di tutto all’euro, che è sicuramente un alibi perfetto. Ma l’Euro è la moneta anche di buona parte dei paesi elencati nello studio di Bloomberg di cui sopra.
E oltre al danno, dobbiamo subire anche la beffa dello “sbandieramento” a reti ed edicole unificate di politici e opinionisti che parlano senza vergogna di “crollo dell’inflazione”, senza sapere neanche cosa dicono. Infatti a oggi i prezzi sono sui livelli più alti di sempre e ci resteranno ancora a lungo, dato che l’unico scenario in grado di innescare la discesa concreta dei prezzi è quello di una deflazione, seguita ragionevolmente da una recessione economica.
L’unica cosa che sta calando nell’attuale contesto è il tasso di aumento annuale dell’inflazione: ciò significa che se nel 2022 abbiamo avuto un’inflazione dell’8.1%, nel 2023 è aumentata “solo” del 5,3% secondo le stime preliminari dell’Istat. Direi che è una magra consolazione. La prossima volta che sentite un politico o un opinionista parlare di “crollo dell’inflazione”, siete autorizzati a parafrasare il buon Antonio De Curtis, in arte Totò: “Ogni limite ha una decenza”.
(da ilfattoquotidiano.it)

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