Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile
PIU’ DELLA META’ SONO DANNOSI E INCERTI PER L’AMBIENTE
La transizione ecologica non può fare a meno dei sussidi di Stato. Per favorire il passaggio a un’economia più sostenibile i governi di tutto il mondo hanno creato un intricato sistema di incentivi, agevolazioni e contributi a fondo perduto. A oggi, però, in Italia i sussidi che hanno una ricaduta negativa sull’ambiente sono più di quelli che generano un impatto positivo. Il tema è tornato di attualità sulla scia delle proteste degli agricoltori, che sono iniziate in Germania e in Francia ma hanno finito per diffondersi a macchia d’olio in tutta Europa. In Italia, il governo ha provato ad andare incontro agli agricoltori facendo marcia indietro sulla reintroduzione dell’Irpef per i redditi agricoli. Dal 2017, gli addetti del settore sono esentati dal pagamento dell’imposta sul reddito delle persone fisiche, ma la legge di bilancio 2024 aveva cancellato questa agevolazione. Alla fine, la rivolta dei trattori ha convinto il governo a fare marcia indietro, annunciando una proroga dell’esenzione Irpef per tutti i redditi inferiori a 10mila euro, ossia circa il 90% degli agricoltori. Entro il 2026, l’Italia intende ridurre i sussidi ambientalmente dannosi di almeno 2 miliardi di euro. E tra i possibili tagli ci sono anche gli sgravi sui carburanti agricoli.
Quanto valgono in Italia i sussidi a favore e contro l’ambiente
L’ultimo rapporto del ministero dell’Ambiente, relativo al 2021, identifica 168 sussidi che hanno ricadute sull’ambiente, per un totale di 52,5 miliardi di euro. Di questi: 22,4 miliardi sono sussidi ambientalmente dannosi (Sad), 18,6 miliardi sono sussidi ambientalmente favorevoli (Saf) e 11,5 miliardi sono sussidi ambientalmente incerti (Sai). Quasi la metà di tutti questi aiuti (il 44%) riguarda l’energia, ma anche il settore «Agricoltura e Pesca» è uno dei principali beneficiari dei sussidi ambientali. Stando a una stima di Pagella Politica, gli aiuti di Stato al comparto agricolo valgono oltre 8 miliardi di euro all’anno. Di questi: circa un miliardo di euro ha ricadute negative sull’ambiente, 3,3 miliardi hanno un impatto positivo e 4 miliardi hanno un impatto incerto. Nel rapporto del Mase, si distingue in realtà tra due diverse tipologie di sussidi: quelli diretti, in cui le risorse vengono trasferite direttamente a un gruppo di beneficiari; e quelli indiretti, che si traducono in un mancato gettito nelle casse dello Stato. Complessivamente, i sussidi ambientali sono cresciuti dai 42,8 miliardi del 2016 ai 52,4 del 2021. Ad aumentare sono tutte le voci, sia quelle relative agli aiuti ambientalmente favorevoli (passati da 16,1 a 18,6 miliardi) sia quelle relative agli aiuti dannosi (da 18,2 a 22,3 miliardi).
I sussidi per l’agricoltura
Se si prende in considerazione il settore agricolo, il sussidio più oneroso (2,1 miliardi) è il cosiddetto «regime di pagamento di base», finanziato in parte dal governo e in parte dall’Unione europea. Il rapporto del Mase descrive la misura come «un sostegno assegnato agli agricoltori per garantire equità e stabilità ai redditi agricoli, mediamente più bassi rispetto a quelli percepiti dagli operatori di altri settori economici e soggetti ad elevate fluttuazioni». Questo sussidio viene classificato come «ambientalmente incerto», dal momento che solo una parte dei fondi è legata al rispetto di pratiche virtuose da parte degli agricoltori. Un esempio di sussidio ambientalmente favorevole è il greening, anche questo cofinanziato dall’Ue, che vale 1,1 miliardi di euro. Si tratta di un pagamento versato alle aziende agricole che adottano pratiche benefiche per il clima e l’ambiente, come la diversificazione delle colture. Un esempio di Sad è invece il già citato sconto sui carburanti agricoli, che costa allo Stato italiano circa 900 milioni di euro all’anno. Per un normale consumatore, l’accisa è di 73 centesimi per ogni litro di benzina e 62 centesimi per ogni litro di gasolio. Per gli agricoltori, le due accise scendono rispettivamente a 40 e 19 centesimi al litro. A figurare come sussidi ambientalmente dannosi sono anche le aliquote agevolate dell’Iva per l’acquisto di fertilizzanti, che valgono 88 milioni di euro all’anno.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile
DI TUTTO, DI PIU”: UN CARAVANSERRAGLIO TRA DIVISIONI E LITI
Le schiere degli agricoltori traditi del Cra, quelli esclusi dalle
trattative tra il governo e la fazione antagonista di Riscatto agricolo, continuano a rinfoltirsi di trattori. La pioggia battente complica gli arrivi, ma non diluisce la rabbia. E così in centinaia continuano ad attraversare l’Italia per unirsi ai sei presidi disposti intorno a Roma, in attesa della manifestazione di giovedì che dovrebbe far confluire migliaia di persone al Circo Massimo.
Il leader del movimento, Danilo Calvani, ribadisce che i partecipanti saranno almeno ventimila: «Non solo addetti ai lavori. L’opinione pubblica è dalla nostra parte — garantisce — e le persone mi contattano per sapere come possono unirsi alla protesta». I grandi assenti, invece, saranno proprio i 300 trattori di Riscatto agricolo.
Nonostante le accuse reciproche di vicinanza a questo o a quell’altro partito politico, negli scorsi giorni le parti avevano tentato un dialogo. Ma superate, o meglio sedate, le divisioni ai vertici del movimento, la linea comune raggiunta ieri da Riscatto agricolo è quella di non abbandonare l’accampamento sulla Nomentana.
Non solo perché la promessa di un tavolo tecnico fatta dal ministro Francesco Lollobrigida potrebbe vacillare con l’adesione a una protesta che, tra gli slogan, chiede anche le dimissioni del capo dell’Agricoltura. Ma anche per la presenza di frange estremiste in piazza.
«Temiamo infiltrazioni, che rovinerebbero il nostro messaggio e creerebbero confusioni », dice Salvatore Fais, una delle tante teste del movimento della nuova generazione. Nonostante i proclami di Calvani — «Niente violenti, partiti e sindacati» — a qualche ora dalla notizia della manifestazione, l’ex leader di Forza nuova Giuliano Castellino, adesso a capo di Ancora Italia, aveva annunciato la propria partecipazione.
Una presenza che il capo del Cra cerca di sminuire: «Non posso impedirgli di partecipare, ma lo terranno d’occhio le forze dell’ordine ». Una parte del suo direttivo, però, ha già rassegnato le dimissioni, contestando l’assenza di una chiusura esplicita all’ex di Fn.
Problema non nuovo a Calvani, che già in altre occasioni si era ritrovato a dividere le piazze con esponenti di estrema destra.
Il Cra, nato quasi vent’anni fa tra le campagne dell’Agro Pontino, aspira adesso a raccogliere le insoddisfazioni dei contadini di tutto il territorio nazionale con una serie di dettami populisti: «Contro i vertici dei sindacati, contro un ministro senza competenze in agricoltura». Il coordinatore siciliano, Lorenzo Giocondo, è arrivato ieri a Roma per una riunione tra i rappresentanti regionali del movimento, per coordinarsi in vista della mobilitazione di giovedì.
«Al momento ci sono tremila trattori che si muovono per la Sicilia: non vorrei doverli portare tutti nella Capitale — avverte — Ma se necessario siamo disposti a stare qui anche un mese». La richiesta è di «annullare gli accordi sulle importazioni con i Paesi esteri o far rispettare loro le indicazioni europee sui controlli, altrimenti è concorrenza sleale. Gli agricoltori sono arrabbiati — fa sapere Calvani — devo cercare di trattenerli, ma non so per quanto ancora riuscirò a farlo».
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile
LA RICOSTRUZIONE DI MILENA GABANELLI
Le proteste cominciate in gennaio in Germania si sono allargate a macchia d’olio al resto d’Europa: Francia, Belgio, Olanda, Spagna, Portogallo. E poi sono arrivate quelle italiane: hanno puntato su Roma ma sono arrivate fino a Sanremo. Un malcontento diffuso anche in Romania, Polonia, Ungheria, Bulgaria, Slovacchia. Ci sono ragioni che accomunano le proteste degli agricoltori europei, ci sono ragioni nazionali, e altre difficili da attribuire a qualcuno.
Il Green Deal diluito
Vengono contestate le soluzioni ambientali individuate da Bruxelles per tagliare entro il 2030 le emissioni di CO2 del 55% rispetto al 1990 e raggiungere la neutralità climatica entro il 2050: tutti i settori vi devono contribuire. Il primo motivo di scontro è stato l’aggiornamento della direttiva sulle emissioni industriali, che ha l’obiettivo di prevenire e ridurre l’inquinamento provocato dai grandi impianti, compresi quelli zootecnici: «la stalla deve comportarsi come una fabbrica, con tutti gli adempimenti sulla sostenibilità». Il mondo agricolo si è messo di traverso e nell’accordo finale raggiunto il 28 novembre scorso gli allevamenti intensivi di bovini sono stati stralciati dal testo. Il secondo è la legge sul ripristino della natura, proposta dalla Commissione Ue il 22 giugno 2022, per riparare almeno il 20% delle superfici terrestri e marine dell’Ue che versano in cattive condizioni. Per il comparto agricolo chiedeva di portare dall’attuale 4% fino ad almeno il 10% la superficie di terreno agricolo da non coltivare entro il 2030 (ma era a discrezione degli Stati indicare la percentuale ). Lo scopo è favorire la riproduzione della fauna e degli insetti impollinatori (api, coleotteri, sirfidi, falene, farfalle e vespe). Senza impollinazione è a rischio la crescita delle piante e la sicurezza alimentare. Per gli agricoltori il provvedimento metteva invece a rischio la produttività dell’Ue. Questa parte è stata stralciata dal testo finale nel novembre scorso. Il Parlamento Ue ha invece rigettato il 22 novembre il regolamento che puntava a dimezzare l’uso dei pesticidi entro il 2030, a favore di metodi alternativi. Una misura necessaria a proteggere la fertilità dei terreni, la salute dei coltivatori e la salubrità dei prodotti, ma gli agricoltori l’hanno contestata in tutte le sedi, e il 6 febbraio la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen ne ha annunciato il ritiro. Sempre il 6 febbraio la Commissione Ue ha anche annunciato i nuovi obiettivi climatici Ue al 2040, che prevedono un taglio del 90% delle emissioni rispetto al 1990, ma ha evitato di indicare quel 30% per l’agricoltura che invece era presenti in una bozza iniziale.
Mercosur e prodotti ucraini
L’accordo di libero scambio con il Mercosur (Argentina, Brasile, Paraguay e Uruguay) è da sempre nel mirino del mondo agricolo europeo, in particolare francese, che teme l’impatto delle importazioni. Pochi giorni fa la Commissione ha ammesso che non ci sono le condizioni per chiudere il negoziato. Poi c’è la questione dei cereali ucraini diretti in Africa. Chiuso il porto di Odessa è stato aperto un corridoio di transito via terra. Il problema è che alcuni container si fermano sui mercati polacchi, ungheresi, francesi, italiani. Il grano ucraino già costa meno, in più l’abbondanza di prodotto fa calare i prezzi. Un danno per i produttori di cereali, ma un vantaggio per gli allevatori che comprano il mangime a un prezzo più basso (che tuttavia si sono uniti alle proteste). Il 31 gennaio scorso l’Ue, per proteggere le produzioni agricole comunitarie di cereali ha introdotto un meccanismo di salvaguardia rafforzata sulle importazioni dall’Ucraina di prodotti a dazio zero, ed è previsto un «freno di emergenza» anche per il pollame, uova e zucchero.
La burocrazia della Pac
La Politica agricola comune (Pac) esiste dal 1962 per aiutare i contadini, stabilizzare i prezzi e garantire la sicurezza alimentare. Nel corso degli anni ha subito molti cambiamenti, ma la svolta cruciale è del 2023: per l’erogazione dei fondi occorre una maggiore attenzione alla questione climatica, anche perché gli agricoltori, causa siccità e alluvioni, sono i primi a pagarne il prezzo. Oggi la Pac vale un terzo del bilancio dell’Ue: per il periodo 2021-2027 si tratta di 386,6 miliardi più 8 miliardi provenienti da Next Generation Eu per aiutare le zone rurali a realizzare la transizione verde e digitale. Di quei fondi 270 miliardi sono per il sostegno al reddito degli agricoltori. All’Italia andranno 37,1 miliardi, alla Francia 64,8, alla Germania 42,5, alla Spagna 45,5 e cosi via. Per ottenere questi fondi occorre rispettare le condizionalità sull’uso di fitofarmaci, terreni a riposo ecc. Il problema per i piccoli agricoltori è la burocrazia lunga e gravosa. Critica accolta: entro il 26 febbraio la presidente von der Leyen presenterà al Consiglio Agricoltura delle proposte per ridurre gli oneri amministrativi. Inoltre la Commissione ha proposto di congelare per un altro anno l’obbligo di mettere a riposo almeno il 4% delle superfici coltivate per poter ottenere gli aiuti Ue previsti dalla PAC.
Richieste nazionali
Oltre alle proteste contro le politiche Ue, dove gli agricoltori hanno portato a casa diversi risultati, ci sono quelle contro i governi nazionali. In Germania a innescare la miccia è stato lo stop al «diesel calmierato» per i trattori (su cui poi il governo ha fatto una parziale marcia indietro). In Francia non vogliono gli aumenti delle imposte sul gasolio agricolo e sanzioni alle imprese che non rispettano la «legge Egalim», che regola e protegge il guadagno degli agricoltori nei confronti della grande distribuzione. Il nuovo premier Gabriel Attal ha promesso dieci misure con effetto immediato, tra cui semplificazioni amministrative per aiutare le piccole imprese a ricevere prima gli indennizzi dalle calamità naturali, e «clausole specchio» negli accordi di libero scambio (i prodotti agricoli importati devono soddisfare gli stessi standard di produzione europei). In Olanda il malcontento è iniziato nel 2022 quando il governo Rutte decise un piano di abbattimento dei capi di allevamento del 30% per ridurre le emissioni. In Belgio i contadini valloni chiedono l’adeguamento all’inflazione e la compensazione economica per tutti i vincoli.
Le richieste in Italia
Gli agricoltori italiani, oltre alle questioni comuni a tutti i Paesi Ue, pressoché tutte superate, si sono diretti in massa su Roma. Per chiedere cosa? Prezzi più giusti all’origine. L’ortofrutta, per esempio, quando arriva sullo scaffale del supermercato ha avuto un ricarico del 300% rispetto alla miseria pagata al produttore. Non solo: quando troviamo un prodotto in offerta lo sconto viene fatto pagare sempre al produttore.
Lo hanno fatto i piccoli coltivatori di mele della Val di Non: si sono consorziati e il prezzo di vendita alla Gdo (grande distribuzione organizzata) lo decidono loro. Altro discorso sono le aste al ribasso: la Gdo decide il prezzo iniziale e chi fa il ribasso maggiore entra sullo scaffale. Una pratica sleale stoppata da una nuova direttiva europea, ma che andrebbe potenziata. Un altro tema caldo è la redistribuzione dei fondi Pac. Dei circa 37 miliardi che arrivano nel nostro Paese spalmati su 7 anni, una quota è destinata ai campi coltivati. Da decenni il regolamento europeo parla chiaro: i fondi devono essere assegnati equamente. Tutti i Paesi si sono adeguati tranne l’Italia, dove un ettaro di terreno seminato al Sud riceve meno fondi rispetto a quello del Nord. Per riequilibrare bisogna togliere agli agricoltori del Nord, che ovviamente si oppongono. L’inadempienza però ci espone alla procedura di infrazione. Infine il coro che da ogni parte si leva : «tasse troppo alte». Vediamo.
Irpef sul reddito agricolo
Le imprese agricole individuali e a conduzione familiare hanno sempre pagato l’Irpef sui redditi dominicali e agrari definiti dal catasto in base alla superficie e al tipo di coltura dichiarata. Si tratta di importi modesti proprio perché non calcolati sui redditi reali. Nel 2016 il governo Renzi, con la legge n. 232 decide l’esenzione totale dell’Irpef. Prorogata poi dai governi successivi fino al 31.12.2023. Nella categoria ci sono i produttori di vino e i vivai che non hanno redditi risicati all’osso. A partire da quest’anno il governo Meloni ha deciso di non prorogare, scatenando la rabbia degli agricoltori. Ma quanto pesa sulle loro tasche? Dalla relazione tecnica alla legge di bilancio 2022 sappiamo che un anno di esenzione Irpef impatta sulle casse dello Stato per 127,7 milioni di euro, più 9,4 di addizionali regionali e 3,6 comunali. Totale 140,7 milioni di euro. Considerando che dai dati Istat le imprese agricole individuali e a conduzione familiare sono 1.059.204, vuol dire che in media dovrebbero pagare di tasse ognuna, all’anno 132,9 euro. Dal loro punto di vista sono troppi. E infatti la premier ci ha ripensato. In tutti i Paesi Ue gli agricoltori pagano le tasse in base ai loro redditi reali.
Redditi in crescita
Se si esclude il 2020, quando c’è stata una battuta d’arresto a causa del Covid, a partire dal 2013 il reddito medio per agricoltore nella Ue è cresciuto. Nel 2021, secondo i dati della RICA (rete d’informazione contabile agricola), ammontava a 28.800 euro. Dentro c’è un 10% di aziende agricole con un reddito superiore a 61.500 euro e un 10% fatica a raggiungere il pareggio (con in media meno di 800 euro per lavoratore). Tra i Paesi Ue ci sono differenze significative: Danimarca, Germania nord-occidentale, Olanda e Francia settentrionale vantano i redditi per lavoratore più elevati mentre in Romania, Slovenia, Croazia e Polonia orientale sono più bassi. In Italia la media arriva a 36 mila, con le regioni del Nord a quota 40 mila.
Gli aiuti straordinari
Nel periodo 2014-2023 Bruxelles ha stanziato 500 milioni per aiutare i produttori di frutta e verdura fresca colpiti dal divieto russo sulle importazioni dall’Ue; 800 milioni per stabilizzare il mercato lattiero-caseario e sostenere il reddito complessivo degli agricoltori per far fronte alle perturbazioni del mercato; 450 milioni per sostenere il settore vitivinicolo di fronte agli impatti del Covid e alle sanzioni commerciali; 500 milioni per sostenere i produttori più colpiti dalle gravi conseguenze della guerra in Ucraina e 156 milioni per gli agricoltori di Bulgaria, Ungheria, Polonia, Romania e Slovacchia, i paesi più colpiti dall’aumento delle importazioni di cereali e semi oleosi dall’Ucraina; 330 milioni per gli agricoltori di 22 Paesi che hanno visto aumentare i costi di produzione e subito l’impatto di eventi meteorologici estremi.
Il dialogo mancato
Le ragioni di un malessere così diffuso sono tante e complesse, ma è troppo facile dire che tutte le colpe sono da addossare alle politiche europee o ai singoli governi.
La politica, che ora sta strumentalizzando le proteste in corso, dovrebbe invece mettere in campo le competenze migliori per trovare soluzioni praticabili. Significa conoscere il settore e confrontarsi con esso. Lo ha riconosciuto anche la presidente von der Leyen: «Per andare avanti sono necessari più dialogo e un approccio diverso». Poi però tutti devono fare la loro parte e non dire solo dei «no».
Francesca Basso e Milena Gabanelli
(da il corriere.it)
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Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile
DARGEN PARLA DI MIGRANTI E VIENE ZITTITO DALLA VENIER… SIAMO GIA’ IN REGIME DI PENSIERO UNICO
Una valanga di fischi. È finita così, con il comunicato di “scuse” da
parte dell’ad della Rai, Roberto Sergio, alle comunità ebraiche italiane e all’ambasciata israeliana in Italia, fatto leggere in diretta su Rai 1 alla conduttrice di Domenica In, Mara Venier, con il pubblico dell’Ariston che apre la contestazione e, probabilmente, la caccia al capro espiatorio.
Tutto è iniziato sabato sera con l’esibizione al Festival di Sanremo del cantante milanese Ghali Amdouni, in arte “Ghali”, figlio di tunisini. Prima di lasciare il palco, l’artista ha inscenato una gag con la sua mascotte “Rich Cholino” e lanciato l’appello “Stop al genocidio”.
Un riferimento non dichiarato all’azione militare di Israele nella Striscia di Gaza, avviata dopo gli attacchi terroristici di Hamas del 7 ottobre. Il caso ha voluto che pochi minuti prima, durante l’esibizione del rapper Tedua a bordo della Costa Smeralda, tra il pubblico si erano già levati cartelli con lo stesso slogan e bandiere palestinesi. Apriti cielo.
La replica, durissima, è arrivata dall’ambasciatore israeliano in Italia, Alon Bar, che su X ha attaccato frontalmente il rapper: “Ritengo vergognoso che il palco del Festival sia stato sfruttato per diffondere odio e provocazioni in modo superficiale e irresponsabile”. Ghali, presente per contratto – come tutti gli altri colleghi in gara – a Domenica In ‘Speciale Sanremo’, ha replicato a tono: “Ho sempre parlato di questi temi da quando sono bambino. Non dal 7 ottobre. Mi dispiace che abbia (l’ambasciatore, ndr) risposto in questo modo, c’erano tante cose da dire”. Parole giunte proprio negli stessi minuti in cui l’ad Sergio diffondeva una dichiarazione alle agenzie di stampa: “La mia solidarietà al popolo di Israele ed alla comunità ebraica è sentita e convinta”. Destinatari l’ambasciatore Bar e la presidente delle comunità ebraiche italiane, Noemi Di Segni. Imbarazzo su imbarazzo.
Mara Venier, lasciata da sola a gestire una situazione esplosiva, è una corda di violino e finisce pure per zittire il rapper Dargen D’Amico (giudice di X Factor) che in riferimento alla sua canzone dice una cosa anche banale: “Se non proteggiamo i bambini c’è qualcosa che non va”. Non ci sono riferimenti a Gaza o alla guerra, ma Venier va in tilt e lo bacchetta: “Siamo qui per parlare di musica” e a microfono non spento implora: “Non mettetemi in difficoltà”.
Ma ormai la frittata è già bella che fatta.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile
IL CAPO DI GABINETTO HA ACCUMULATO INCARICHI PUBBLICI E BUSINESS PRIVATI
Affari e incarichi. Incarichi e affari. Gaetano Caputi e Roberto Alesse, nomi rampanti della destra di governo, si muovono in coppia e in coppia hanno conquistato posizioni di vertice nelle istituzioni: ministeri, enti, grandi agenzie.
Domani ha ricostruito la loro storia, alzando il velo su potenziali conflitti d’interesse tra le loro attività private e i ruoli pubblici che hanno ricoperto nel corso degli anni. Si scopre, così, che i due amici hanno creato insieme un’azienda, mentre Caputi ha mosso milioni di euro per finanziare società e operazioni immobiliari.
Una lunga serie di affari che corrono paralleli alla loro ascesa nelle gerarchie del potere. Di recente, entrambi hanno fatto un salto di qualità. Con l’arrivo a Palazzo Chigi di Giorgia Meloni, nell’ottobre del 2022, il magistrato Caputi, 59 anni, pugliese, una carriera da grand commis con passaggi al ministero dell’Economia con Giulio Tremonti e alla direzione generale della Consob, è stato nominato capo di gabinetto della presidenza del Consiglio dei ministri, posizione chiave della burocrazia governativa.
Alesse, coetaneo di Caputi, è stato lo storico collaboratore di Gianfranco Fini e a gennaio del 2023 ha preso il posto di Marcello Minenna al vertice dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, a cui è tra l’altro affidato il controllo sul delicato settore dei giochi e delle scommesse.
IL PALAZZO DI CAPUTI
Per raccontare questa storia, si può partire da un indirizzo nel cuore di Roma, a pochi passi dai Fori imperiali. Siamo in Salita del Grillo, a Palazzo Venier, dove hanno sede un gran numero di società, alcune delle quali collegate tra loro. Nel 2016 Caputi e la moglie hanno investito 2,1 milioni in questo immobile di gran pregio per comprare 800 metri quadri di spazi, a uso in parte residenziale e in parte commerciale. A vendere fu la regione Lazio, mentre come compratore troviamo una società, la Servizi professionali evoluti (Spe) all’epoca controllata da Caputi insieme alla moglie. Messo all’asta dalla regione nel 2015 al prezzo di 2,5 milioni, la Spe l’ha comprato a 2,1 un anno più tardi.
Torneremo più avanti a raccontare della Spe. Intanto, ora, va detto che in Salita del Grillo, nelle stanze di palazzo Venier, gli affari del capo di gabinetto di Giorgia Meloni si sono incrociati con quelli di Alesse. Dal maggio 2022 al gennaio del 2023 i due alti burocrati sono stati azionisti della News Data Analysis, in sigla Nda, una società che si occupa di software e consulenza finanziaria. Software generici, per analisi di mercato e attività simili.
Quando l’azienda è stata costituita, nella primavera del 2022, entrambi i soci ricoprivano già ruoli istituzionali di rilievo. Caputi era capo di gabinetto del leghista Massimo Garavaglia, ministro del Turismo nel governo Draghi, mentre Alesse lavorava alla presidenza del Consiglio nella struttura che gestisce i fondi per la Coesione sociale. Nell’autunno successivo, con Meloni a Palazzo Chigi, il socio di Caputi è poi passato al ministero per la Protezione civile e del Mare affidato a Nello Musumeci.
SOCI NEI GUAI
La nuova iniziativa di Caputi e Alesse coinvolge anche un terzo partner. Una quota del 36 per cento viene sottoscritta da Proiezioni di Borsa, piccola società con sede ad Agropoli, in provincia di Salerno, che si occupa di finanza con un sito di informazioni e consigli di investimento. Chi c’è dietro Proiezioni di Borsa? A libro soci risultano due nomi: Gerardo Marciano e Pasquale Migliozzi. Dal web si scopre che a dicembre del 2021 Alesse è stato premiato in occasione di un evento promosso da Proiezioni di Borsa. «Una sfilata di celebrità sia del mondo della finanza che della moda» si legge nell’articolo celebrativo sul sito della società organizzatrice. Tempo qualche mese e Alesse si è messo in società con chi lo ha premiato.
Il sodalizio però ha fatto poca strada. A gennaio del 2023, quando Caputi è già capo di gabinetto della premier e Alesse è appena sbarcato all’Agenzia delle dogane, Proiezioni di Borsa compra le azioni dei due soci, proprietari ciascuno di una quota del 32 per cento. Non è chiaro il motivo della separazione. Domani lo ha chiesto a Caputi, che però non ha risposto al quesito su Nda così come alle altre domande che gli sono state rivolte da questo giornale.
Di sicuro, in quei giorni di un anno fa, Proiezioni di Borsa navigava in acque non proprio tranquille. Colpa di un siluro della Consob, l’authority di vigilanza sui mercati finanziari, che il 13 febbraio 2023 ha pubblicato sul suo bollettino un provvedimento sanzionatorio nei confronti della società campana e di Marciano, azionista e amministratore unico.
L’accusa è quella di aver consigliato l’acquisto di titoli senza spiegare su quali basi questi suggerimenti venivano formulati. Secondo la legge, infatti, chi raccomanda strategie di investimento deve presentarle in “maniera corretta” segnalando “eventuali conflitti d’interesse”. La violazione di questa norma è costata una multa di 100 mila euro a Proiezioni di Borsa. Marciano è stato condannato a pagare 40 mila euro di sanzione amministrativa a cui si è aggiunta l’interdizione tre mesi dalle funzioni dirigenziali in società d’investimento, mentre Migliozzi se l’è cavata con 20 mila euro e due mesi di interdizione.
La stangata non è arrivata come un fulmine a ciel sereno. Il procedimento concluso a febbraio del 2023 era in corso da almeno un anno e i dirigenti di Proiezioni di Borsa erano stati puntualmente informati. Alesse e Caputi, che tra l’altro è stato direttore generale della Consob dal 2011 al 2015, erano conoscenza delle irregolarità contestate ai loro soci? Come detto, il capo di gabinetto della premier ha preferito non rispondere alle domande di Domani.
ALESSE E CONFLITTI
Dunque, il 17 gennaio 2023 Alesse vende le quote di Data Analysis, così come Caputi. Cinque giorni prima il consiglio dei ministri presieduto da Meloni pubblica il decreto di nomina dello stesso Alesse a direttore dell’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli. La firma sul documento è di Alfredo Mantovano, il potente sottosegretario con la delega ai servizi segreti, il mediatore della presidente in molti dossier sulle nomine e sulla giustizia. A Palazzo Chigi Mantovano lavora fianco a fianco con Caputi, il socio fino a poco tempo fa proprio di Alesse.
Tuttavia, la questione più spinosa che riguarda il nuovo ruolo di Alesse è un’altra. E ha a che fare con i dossier più caldi sul tavolo dell’Agenzia che guida da gennaio.
Una storia che ci riporta all’anno in cui il suo riferimento politico, Fini, è stato travolto dall’inchiesta giudiziaria per riciclaggio iniziata quando la guardia di finanza mette nel mirino il re delle slot Francesco Corallo, abile nel far entrare la sua società tra i dieci concessionari del gioco d’azzardo legale per conto dello stato.
Fini è sotto processo ancora oggi insieme al cognato Giancarlo Tulliani: l’accusa è aver riciclato il denaro di Corallo tramite l’acquisto della casa di Montecarlo che fu della fondazione Alleanza nazionale, poi venduta a Tulliani, il quale – sostiene l’accusa – l’avrebbe acquistata tramite fondi provenienti da società offshore collegate a Corallo e di provenienza illecita in quanto frutto di evasione delle tasse sul gioco che avrebbe dovuto versare allo stato italiano per l’attività di concessionario. La casa fu acquistata dai Tulliani a 300 mila euro, poi rivenduta a oltre 1 milione.
Quel che interessa qui, però, è il destino della società di Corallo. Global Starnet è finita in amministrazione giudiziaria e lo è tuttora. Deve allo Stato, sulla base di sentenze della Corte dei conti, 335 milioni di euro per tasse non pagate. Per questo nel 2017 è stata revocata la concessione, ma grazie alle proroghe ad hoc che si sono succedute negli anni Global Starnet risulta ancora titolare della concessione.
Il fatto è che i pronunciamenti dei giudici imponevano la decadenza definitiva il 31 dicembre 2023, perché hanno perso tutti i ricorsi. E di questo si stava discutendo negli uffici di Alesse anche quando lui si è insediato.
Ebbene, da quanto risulta a Domani, la decisione alla fine è arrivata ed è stata tenuta riservata: concessione prorogata fino al 31 dicembre 2024. Nonostante il tribunale amministrativo a novembre avesse dato torto alla Global Starnet che fu di Corallo, e ora è in mano agli amministratori giudiziari, che hanno il compito di mantenere in salute la società. Anche perché in caso di assoluzione o di una prescrizione (ipotesi non fantasiosa visto che il processo è in corso e i fatti contestati risalgono a molti anni fa) potrebbe tornare nelle mani dell’imprenditore che ha messo nei guai Fini, il riferimento politico di Alesse, cioè l’attuale capo dell’Agenzia che ha deciso di concedere la proroga.
Il presidente dell’Agenzia, Alesse, ha preferito non rispondere alle domande inviata da Domani. Avrebbe potuto chiarire il motivo delle proroga e spiegarci anche di una trattativa con Global Starnet. Dai documenti letti da Domani, infatti, risulta anche un negoziato, durato diverso tempo, tra Global Starnet e l’Agenzia con l’obiettivo di trovare un accordo per saldare il debito: la proposta prevedeva uno sconto per Global Starnet di almeno 150 milioni rispetto ai 335 dovuti. Una soluzione molto vantaggiosa. È andata in porto? Nessuna risposta dal capo dei Monopoli.
Se il presente di Alesse è legato ai giochi, ambito sul quale è in corso la discussione sul riordino del settore molto caro al governo Meloni, il recente passato ci riporta nel cuore di Roma, in via Salita del Grillo. Nel palazzo dell’ex socio e amico Caputi, il capo di gabinetto di Meloni.
IL TRUST
Attorno a Palazzo Venier va inscena nel corso degli anni un valzer di quote societarie. Per raccontarlo conviene partire dalla fine, dal settembre 2022, quando la già citata Spe, fondata nel 2016 da Caputi con la moglie, viene intestata a un trust denominato MLG che vede come beneficiari i tre figli della coppia. Poche settimane dopo questo passaggio societario, Caputi prenderà servizio come capo di gabinetto della premier.
Il trust entra in scena al termine di una girandola di operazioni finanziarie che parte dal giugno del 2018. Per effetto di queste compravendite, che qui sarebbe troppo lungo raccontare nel dettaglio, i coniugi Caputi girano dapprima le loro azioni al commercialista Salvatore De Bellis per poi riacquistarle nell’estate del 2022, poco prima dell’intestazione al trust. Tutte le compravendite avvengono al valore nominale, questione di poche migliaia di euro, quindi, visto che Spe ha un capitale di 10 mila euro, di cui solo 2.500 versati.
De Bellis, per alcuni anni azionista della società fondata da Caputi, è un commercialista con numerosi e importanti incarichi, anche in aziende pubbliche. Da luglio dell’anno scorso, per esempio, fa parte dell’organismo di vigilanza dell’Enel, il gruppo dove poche settimane prima su impulso del governo Meloni era andato in scena un cambio al vertice, con l’arrivo di Paolo Scaroni alla presidenza e Flavio Cattaneo come amministratore delegato.
Non è chiaro per quale motivo Caputi e la moglie abbiano comprato e rivenduto nell’arco di pochi anni la proprietà della Spe.
Dai documenti che Domani ha potuto consultare emerge però che il patrimonio immobiliare della società è stato rilevato grazie ai finanziamenti della coppia, che ha prestato a Spe 1,6 milioni ottenuti grazie a un mutuo bancario. A garanzia del prestito ci sono le proprietà della società beneficiaria. Cioè appartamenti e uffici dentro Palazzo Venier comprati nel 2016.
Oltre agli immobili, Spe controlla anche la società Quadrifoglio 2011, rilevata ad aprile del 2021. In veste di venditore troviamo un altro burocrate di stato come Alfonso Celotto, una carriera da capo di gabinetto o capo dell’ufficio legislativo di svariati ministri, da ultimo nel 2018 al ministero della Salute di Giulia Grillo nel governo gialloverde.
Tramite Spe, i coniugi Caputi si sono messi in società anche con Gennaro Terracciano, professionista che si è fatto strada nel mondo delle aziende pubbliche. Di recente è stato nominato dal governo Meloni al vertice di 3-I, la società che si occuperà dei servizi informatici di Istat, Inps e Inail. Terracciano, secondo quanto emerge dai documenti ufficiali, possiede il 20 per cento di Spin Consulting, una quota analoga a quella della intestata alla Spe dei Caputi.
Le due società condividono anche la sede all’interno di Palazzo Venier. Un palazzo nobiliare, crocevia di interessi dei burocrati rampanti alla corte di Meloni. E che assomiglia sempre più a una succursale di Palazzo Chigi.
(da editorialedomani.it)
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Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile
AVEVA IDEATO POLITICHE DI TOLLERANZA ALLA CANNABIS
Sono morti a 93 anni, stringendosi la mano, perché, malati da tempo,
hanno scelto di ricorrere all’eutanasia. Se ne sono andati così l’ex premier olandese Andreas Antonius Maria van Agt (detto Dries) e sua moglie Eugenie van Agt-Krekelberg: cattolici, che però hanno preferito la “dolce morte” a una lenta agonia. A dare la notizia è stata The Rights Forum, l’ong con base ad Amsterdam che si occupa di diritti umani, fondata proprio dal politico nel 2009.
La coppia è già stata sepolta con una cerimonia privata nella città di Nijmegen. “È morto mano nella mano con la sua amata moglie, il sostegno e l’ancora con cui è stato per più di 70 anni e che ha sempre continuato a chiamare ‘la mia ragazza’”, ha scritto l’ong nel comunicato che dava il triste annuncio. Stavano molto male già da tempo.
Nel 2019, Van Agt aveva avuto un’emorragia cerebrale mentre teneva un discorso a un evento di sostegno alla causa palestinese e da quel momento non si è mai più ripreso del tutto.
Di formazione ideologica cristiano-democratica, si era dimesso dal suo partito nel 2017, culmine di un percorso che lo aveva visto su posizioni sempre più progressiste, maturate dopo aver lasciato la politica istituzionale.
Il suo sostegno alla causa palestinese aveva infatti portato a divergenze insanabili. Aveva inizialmente governato il Paese coi liberali di destra fra il 1977 e il 1981. All’epoca fu proprio lui ad ideare quella politica di tolleranza alla cannabis tuttora in vigore che tanto ha caratterizzato i Paesi Bassi. Fu nuovamente premier per un anno in coalizione con il partito laburista e i democratici centristi.
Dopo aver visitato Israele nel 1999, iniziò ad esprimere apertamente il suo sostegno ai palestinesi definendo quel viaggio in Medio Oriente una sorta di “conversione”. Poi, nel 2009, fondò The Rights Forum, per sostenere appunto una “politica olandese ed europea giusta e sostenibile riguardo alla questione Palestina/Israele”.
A piangerlo oggi anche la casa reale olandese: “Van Agt si è assunto importanti responsabilità in un periodo turbolento ed è riuscito a ispirare molti con la sua personalità sorprendente e il suo stile unico”, ha voluto che si scrivesse re Guglielmo. In effetti Van Agt era noto per il suo linguaggio ricercato e le citazioni sempre coltissime.
Anche l’attuale premier olandese Mark Rutte gli ha dedicato un pensiero: “Con il suo linguaggio fiorito e unico, le sue convinzioni chiare dalla presentazione sempre sorprendente, ha dato colore e sostanza alla politica olandese in un momento di polarizzazione e rinnovamento del partito”.
(da agenzie)
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Febbraio 12th, 2024 Riccardo Fucile
IL 30% DELLE RECENSIONI DEI CLIENTI ONLINE SONO FALSE
Il passaparola può rivelarsi determinante per il successo di un’attività commerciale. Ma ora che i vecchi consigli tra amici sono stati sostituiti dalle più moderne recensioni online, la trasparenza ne ha inevitabilmente risentito. La conseguenza è che il 77% dei consumatori a livello globale che consulta regolarmente le recensioni prima di un acquisto, e il 75% secondo cui una recensione positiva è determinante per procedere con l’acquisto (dati della piattaforma SEO BrightLocal) dovrebbero aumentare la diffidenza nei confronti di quello che leggono online. Come spiegato dal Sole24Ore, infatti, il report The State of Fake Online Review redatto da BusinessDIT ha rivelato che il 30% delle recensioni dei clienti online sono da considerarsi false. E non è un dato da sottovalutare, considerando che il 54% dei consumatori non acquisterebbe un prodotto se sospettasse di trovarsi davanti a giudizi fasulli.
L’influenza delle recensioni truccate
L’influenza diretta delle recensioni truccate sulla spesa globale online è di 152 miliardi di dollari. Luciano Sbraga, direttore del centro studi Fipe-Confcommercio, al Sole24Ore ha spiegato: «Nella sola ristorazione italiana le recensioni hanno conseguenze sul fatturato nell’ordine del 6-8% nei locali dove la clientela è fidelizzata; dove è bassa o residuale si può arrivare anche al 20-30% dei ricavi. Si tratta di valori importanti che possono fare il successo o meno di un’azienda». Il Parlamento italiano, nel marzo 2023, ha provato a correre ai ripari con il Decreto legislativo numero 26. Con esso ha recepito la Direttiva europea Omnibus, nata per rafforzare la tutela nei confronti dei consumatori.
Cosa prevede la Direttiva Omnibus
Bruxelles, ad esempio, ha deciso di votare l’astroturfing. In Italia non configura una fattispecie di reato specifica, ma si tratta di una strategia usata per falsificare l’opinione comune su un prodotto per fini di marketing. Fattispecie in cui rientrano, appunto, le recensioni a pagamento. Comportamento che in ogni caso può far incorrere nell’accusa di diffamazione, in caso di recensioni false, o di concorrenza sleale, con il successivo intervento dell’Antitrust. Che può irrogare sanzioni che «prevedono un aumento da 5 a 10 milioni di euro in caso di pratica commerciale scorretta. Mentre la sanzione massima unionale è pari al 4% del fatturato realizzato in Italia o negli Stati membri coinvolti per violazioni transfrontaliere o diffuse a livello Ue», ha spiegato al Sole Massimiliano Dona, presidente dell’Unione nazionale Consumatori.
Il modus operandi
La rete di recensioni false nasce online, tipicamente nei gruppi chiusi di Facebook o su semplici forum accessibili dietro invito. Esistono le cosiddette «farm» per vendere pacchetti di recensioni finte a venditori, albergatori, ristoratori e simili per aumentare le valutazioni sulle piattaforme. O screditare quelle degli avversari. «Molte volte le aziende assumono inconsapevolmente queste ‘farm’ perché cercano di posizionarsi come esperti di marketing e reputazione online. In altri casi le aziende si muovono autonomamente, incentivando recensioni scritte direttamente da dipendenti, amici o parenti per gonfiare il ranking del proprio business», ha spiegato l’avvocato Giovanni Maria Riccio, fondatore e partner dello studio specializzato ELex.
La risposta delle piattaforme
Le piattaforme come Google, Meta, Booking, TripAdvisor, Trustpilot o Yelp starebbero provando a premunirsi contro il fenomeno, anche se vengono accusate di non fare abbastanza. Nel 2022, per esempio, Amazon ha bloccato più di 200 milioni di recensioni sospette, e ha citato in giudizio più di 10.000 amministratori di gruppi Facebook. Google, sempre nel 2022, ha bloccato o rimosso un totale di 115 milioni di recensioni false di hotel, ristoranti e aziende. Nell’ultimo Rapporto sulla trasparenza, Tripadvisor ha reso noto di aver identificato e rimosso nel corso del 2022 1,3 milioni di false recensioni.
(da agenzie)
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