Febbraio 13th, 2024 Riccardo Fucile
DA TORINO E’ PARTITA LA PROTESTA DELLE STUDENTESSE
Può dispiacere, ma non stupire che anche l’università sia un luogo
in cui avvengono molestie sessuali sia tra pari – tra studenti, tra colleghi/e – sia in rapporti di potere asimmetrici, come quelli tra professori e studenti, tra chi è alto in grado e chi è in posizione subordinata.
Come documentano i dati, le molestie sessuali, come la violenza di genere, sono trasversali ai ceti, alle professioni, ai livelli di istruzione. Avvengono in fabbrica come in un ufficio, tra chi si occupa di pulizie come in una redazione di giornale o in università, possono perpetrarle braccianti, caposquadra, capufficio, come medici, giornalisti, psichiatri, professori universitari.
Il fatto è che per troppi uomini, anche tra pensosi e rispettati intellettuali, prendersi qualche libertà sul corpo di una donna a parole o anche nei gesti, sembra cosa normale, un gesto di apprezzamento, o uno scherzo cui le donne dovrebbero sottostare con buona grazia o almeno con pazienza. È sempre successo, ahimè. La novità è che un numero crescente di donne non ha più voglia di essere paziente e di decodificare come gesto scherzoso o goliardia innocua ciò che le umilia e le offende.
È positivo, quindi, che da Torino e dalla sua università sia partita la protesta delle studentesse, allargandosi anche ad altre università, anche se è un po’ paradossale che l’elemento scatenante, la miccia che l’ha accesa, sia stata la coincidenza di due decisioni prese dall’autorità universitaria contro due professori dopo aver ricevuto e valutato le denunce nei loro confronti, quindi un atto di ascolto e presa in carico, non un atto di indifferenza o rifiuto. L’Università di Torino, infatti, ha una lunga tradizione si sensibilità a livello istituzionale rispetto alla questione delle molestie e della violenza sessuale stimolata da un lavoro capillare e continuo di molte docenti e di parte del personale amministrativo. È nato lì, tra i primi in Italia, . un centro universitario di studi sulle donne e sul genere, che oltre a sostenere l’attenzione per le differenze e diseguaglianze di genere nelle diverse discipline, ha anche promosso diverse iniziative sia di ricerca sia di sensibilizzazione sul tema delle molestie e della violenza. Per iniziativa del Compitato di Pari Opportunità, già da metà degli anni Novanta è stata istituita la figura della Consigliera di fiducia, cui può, rivolgersi chi si ritiene vittima di molestie o violenza, al fine di valutare insieme come procedere, nel pieno rispetto dell’anonimato e della decisione finale della vittima. È stata anche una delle prime università a istituire la possibilità di una “carriera alias” per chi si trova in situazione di transizione nell’appartenenza di genere. Nel 2019 è stato aperto in via sperimentale uno sportello anti-violenza, cui possono rivolgersi coloro che desiderano trovare un sostegno nell’affrontare anche psicologicamente la situazione. Ha anche messo a punto un piano per la parità di genere, di cui uno dei punti è il contrasto alla violenza di genere. Eppure tutto questo non basta né per contenere molestie e discriminazioni, né per rafforzare la fiducia delle studentesse (ma anche del personale amministrativo e delle docenti) nella capacità dell’istituzione di ascoltarle e proteggerle se decidono di denunciare.
Il numero di chi si rivolge alla consigliera di fiducia per denunciare è esiguo rispetto a ciò che si sussurra nel passa parola e all’ampiezza del fenomeno denunciata nella protesta. E senza denuncia, ovviamente fondata, non ci può essere intervento puntuale. Parlando con le varie persone responsabili dei diversi pezzetti del sistema si ha l’impressione di un coordinamento ancora imperfetto ed anche di un‘inadeguata informazione alla popolazione universitaria delle risorse disponibili, delle procedure che si possono mettere in atto, del livello di protezione che garantiscono. Inoltre, per quanto ciò possa irritare docenti di ogni livello che si credono adeguatamente formati e civili, appare sempre più necessaria anche all’università e tra i docenti, non solo a Torino naturalmente, un’opera di educazione ai rapporti uomo-donna rispettosi, qualunque sia la relazione gerarchica, anzi, tanto più quando questa è asimmetrica a sfavore della donna.
(da La Stampa)
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Febbraio 13th, 2024 Riccardo Fucile
IL CARROCCIO SI ACCORDA CON CESA E DIALOGA CON TOTI PER EVITARE DI SPROFONDARE… FDI CERCA DI AGGANCIARE FEDELISSIMI DI ZAIA… SI E’ APERTO IL MERCATO DEL VOTO
Una lotta intestina senza esclusione di colpi dal Veneto alla Sicilia, dalla Lombardia al Lazio. Giorgia Meloni e Matteo Salvini, da Nord a Sud, stanno andando allo scontro per accaparrarsi calamite del voto o per prendere posti di potere. E per i due l’obiettivo è lo stesso: la prova di forza in vista delle prossime elezioni europee. Uno scontro con sgambetti e tensioni anche in Parlamento, a partire dall’accelerazione della Lega sul disegno di legge per il terzo mandato, che serve a Salvini per dare un futuro a Luca Zaia in Veneto. Peccato però che FdI non voglia il terzo mandato perché per il prossimo anno punta a prendersi proprio il Veneto.
In questo scontro sotterraneo, ma nemmeno tanto, il più attivo in queste ore è il leader leghista e ministro Matteo Salvini, che si vuole giocare il tutto per tutto alle Europee per aumentare il suo peso nel governo (o almeno per non perderne altro). Ha soffiato sulla protesta dei trattori, proponendo l’esenzione totale dell’Irpef nelle stesse ore in cui il ministro Francesco Lollobrigida cercava di reperire fondi per consentire una riduzione almeno fino a 10mila euro di reddito agricolo. E ha giocato d’anticipo in vista elezioni europee chiudendo un accordo con il segretario dell’Udc Lorenzo Cesa: nella circoscrizione Sud sarà candidato con la Lega (e la benedizione di Cesa) Aldo Patricello, mister 80mila voti eletto cinque anni fa nelle file di Forza Italia. In quota scudocrociato per la Lega potrebbe essere candidata nella circoscrizione Isole anche la figlia dell’ex ministro siciliano Salvatore Cardinale, Daniela, e non è escluso che proprio in questo scontro interno al centrodestra Salvini accolga nelle sue liste l’eurodeputato Raffaele Stancanelli, in uscita da Fratelli d’Italia dopo una rottura fortissima con Meloni e il suo cerchio magico.
E sempre in Sicilia Salvini ha incassato il sostegno elettorale alle liste della Lega del Movimento per l’autonomia dell’ex governatore Raffaele Lombardo, altro portatore di consensi. In Sicilia FdI è stata più volte messa all’angolo dal potente vicepresidente leghista della regione Luca Sammartino: prima ha affondato la norma regionale salva-ineleggibili che avrebbe messo in sicurezza un paio di deputati patrioti, poi ha fatto incetta di manager della sanità sotto il naso dei meloniani. Da parte loro, i deputati di Fratelli d’Italia oltre a minacciare la crisi della giunta hanno affondato la restaurazione delle province a cui miravano non solo i leghisti ma anche la Dc di Cuffaro e il governatore Schifani.
Salvini comunque è scatenato e punta dritto a togliere voti ai meloniani: se da un lato gioca a fare il moderato raccogliendo voti al centro, dall’altro per dare fastidio alla premier ha ormai chiuso l’accordo per candidare capolista nell’Italia centrale il generale Roberto Vannacci, noto per posizioni su omosessuali, ruolo delle donne e immigrazione che fanno presa a destra, nello stesso bacino elettorale di FdI. Non a caso, sussurrano che dal ministero della Difesa di Guido Crosetto si stia tentando una ricucitura dello strappo con Vannacci proprio in chiave anti Lega.
E a proposito di tensioni, dopo il caso Sardegna, con la decisione imposta da Giorgia Meloni di non sostenere l’uscente Christian Solinas, spinto dalla Lega, si vocifera di una vendetta alle urne: il Partito di azione di Solinas potrebbe dirottare parte dei suoi voti per il governatore a Renato Soru anziché dare sostengo a Paolo Truzzu di FdI.
E non finisce qui: anche in Umbra Fratelli d’Italia sta rimettendo in discussione la ricandidatura della governatrice uscente della Lega, Donatella Tesei.
Salendo verso Nord la strategia non cambia: contatti molto intensi vengono registrati in queste ore tra Salvini e il governatore della Liguria Giovanni Toti, che non sarebbe convinto di andare da solo alle Europee con Noi con l’Italia di Maurizio Lupi. Salvini accoglie per arginare alle urne Meloni, che invece nel frattempo punta alle poltrone che contano.
Tensioni pure in Veneto, storica roccaforte della Lega, dove Salvini teme un effetto Zaia ma al contrario. Se il governatore non correrà per un terzo mandato, avrà difficoltà a tenere in piedi la sua potente macchina elettorale che da sola vale 500 mila voti. Macchina che si sta sfaldando. Tra i leghisti si stanno facendo sentire le sirene meloniane e un dialogo forte con FdI lo stanno avviando in queste settimane due consiglieri regionali di peso legati a Zaia, Luciano Sandonà e Silvia Rizzotto: entrambi si sono astenuti sulla legge del fine vita facendo naufragare la proposta da Zaia.
Di certo c’è che FdI chiede spazio in Veneto sulle nomine di sottogoverno e nelle proposte di legge. Non a caso i meloniani non hanno sostenuto un’altra legge cara a Zaia: la norma sulle «stanze panoramiche» che aprirebbe a edificazioni in alta quota.
Anche in Lombardia Fratelli d’Italia, guidata dai fratelli La Russa e affini, chiede più spazio al governatore leghista Attilio Fontana: lo scontro si è acceso sulle nomine dei dirigenti della Sanità, che non avrebbero soddisfatto le richieste del partito di Meloni. E ora FdI chiede i direttori di tre Istituti di ricovero con i vertici in scadenza tra Milano e la provincia. Ma Salvini non ha intenzione di cedere una sola poltrona, pensando proprio al voto di giugno per le Europee. La sua ossessione. Ma anche l’ossessione di Meloni, che punta a fare il botto al Nord.
(da La Repubblica)
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Febbraio 13th, 2024 Riccardo Fucile
DAL SANNIO A BRUXELLES: “APPENA E’ ARRIVATA L’OCCASIONE. L’HO COLTA”
Dal Sannio a Bruxelles: è la storia di Iole, connazionale che nel 2015
si è trasferita per la prima volta nella capitale del Belgio “per vocazione”, come racconta a Fanpage.it. “Ho sempre sognato una carriera internazionale, sin dai tempi dell’università. Sono sempre stata molto curiosa e mi piaceva quest’idea”, spiega.
“Anche se non è stato così facile iniziare questo percorso – aggiunge – Ho dovuto fare un po’ di esperienza in Italia, ma appena l’occasione è arrivata l’ho colta e ne ero entusiasta. Ho studiato Giurisprudenza e oggi lavoro nelle istituzioni europee”.
Quando e perché ti sei trasferita a Bruxelles?
Mi sono trasferita per la prima volta a Bruxelles nel 2015, per vocazione. Ho sempre voluto provare ad avere una carriera internazionale, sin dai primi anni dell’università. Sono sempre stata molto curiosa e mi piaceva quest’idea. Non è stato così facile iniziare questo percorso, ho dovuto fare un po’ di esperienza in Italia, ma appena l’occasione è arrivata l’ho colta e ne ero entusiasta. Ho studiato Giurisprudenza e oggi lavoro nelle istituzioni europee. Sia in città che in ufficio c’è un ambiente molto multiculturale, ho colleghi da tutta Europa ed è molto interessante vedere come, dal punto di vista tecnico, si svolgano determinate attività nei diversi paesi.
Vengo da un piccolo paese campano, nel Sannio (provincia di Caserta, ndr). All’università, ho studiato a Roma, città a cui sono molto legata. Nel 2015, finita la pratica forense e dopo lo scritto dell’esame di avvocato, ho fatto uno stage di cinque mesi in Commissione europea a Bruxelles. Poi mi sono abilitata e ho lavorato un po’ come avvocato a Milano, finché nell’agosto del 2016 ho avuto l’opportunità di tornare a Bruxelles e l’ho scelta di nuovo. Se le istituzioni europee mi affascinavano moltissimo e avevo inviato diverse candidature prima di essere selezionata per lo stage, l’ufficio che mi ha scelta non era esattamente quello a cui avevo puntato. Ora lo posso dire senza vergognarmi: quasi non sapevo nemmeno che esistesse.
Quando all’università sognavo una carriera internazionale, pensavo infatti ai concorsi in diplomazia o a professioni legate al settore dei diritti umani. Il mio percorso invece è stato veramente casuale e forse un po’ tortuoso. L’ufficio in cui ho fatto lo stage e dove ancora lavoro attualmente mi ha scelta, credo, per l’esperienza che avevo maturato nel settore del Diritto Penale – anche questa del tutto il casuale, visto che avevo deciso di svolgere la pratica in ambito civilistico e societario – ma poi dopo sei mesi è giunta un’avvocata penalista e mi è stato chiesto se volessi affiancarla e io, entusiasta, ho detto di sì.
Questo per dire che, a volte, le cose arrivano un po’ perché ce le scegliamo noi, dopo averle inseguite tanto, un po’ perché ci capitano per caso, passando per vie che non ci immaginavamo.Per quanto riguarda la mia scelta, ho notato che spesso si parla degli italiani che vanno a vivere e lavorare all’estero come se fosse una cosa negativa, una condanna.
Rispetto molto il sentimento di chi è costretto ad andarsene ma non vorrebbe e lo fa solo per cercare di avere, dopo aver studiato tanto e fatto tanti sacrifici, una vita dignitosa. Tuttavia, molti, tra cui me, scelgono di partire spinti da altre motivazioni e accompagnati da grande entusiasmo. Vivere all’estero può essere infatti un’esperienza formativa bellissima, molto arricchente dal punto di vista personale. Pure l’espressione ‘andarsene via’ non mi piace perché fa presupporre che si debba restare là dove si nasce, mentre per me non è così, ragiono secondo un altro paradigma, non so se riesco a farmi capire!
Avevi tentato in precedenza di intraprendere una carriera internazionale rimanendo in Italia?
Sì, ma considera che è molto difficile riuscire ad avere una carriera internazionale in Italia, se sei italiano e credo sia giusto così. Per anni mi sono candidata per delle agenzie internazionali che hanno sede in Italia ma non mi hanno mai calcolata. Solo di recente, dopo aver maturato una decina di anni di esperienza, ho ricevuto una proposta da una di queste.
Avevi pensato di trasferirti in altri Paesi quindi?
Sì, mi sono candidata ovunque: da Lisbona e a New York, da Amman a Salonicco, da Tallin alla Valletta e ancora Lussemburgo, L’Aia, Baku e altre. Per quanto riguarda la stessa Bruxelles mi sono candidata per diverse istituzioni e agenzie. Pensavo fosse difficile arrivare a lavorare proprio in Commissione europea ma invece qui ci sono diverse opportunità, forse perché è una realtà molto grande, siamo circa 35mila.
Cosa ti piace e non ti piace di Bruxelles?
Mi piace perché qui è molto facile integrarsi, visto che ci sono tantissimi expat da tutta Europa. A Bruxelles vivono persone con background pazzeschi e ogni volta che le incontro sento di arricchirmi tantissimo dal punto di vista personale. Questa è forse la cosa che mi piace di più. Poi, Bruxelles è al centro dell’Europa e da qui è molto facile raggiungere città bellissime e importanti, come Parigi, Londra e Amsterdam, semplicemente prendendo un treno o l’autobus.
Bruxelles, inoltre, è a misura d’uomo, spostarsi è comodo. Tuttavia, non è sempre così organizzata come si potrebbe pensare e alcuni quartieri possono essere caotici, inquinati o fatiscenti, c’è molta burocrazia e gli uffici di alcune “Communes” possono essere lenti o poco attenti. La percezione credo cambi in base alla città da cui si viene in Italia e dal quartiere di Bruxelles in cui si abita. Io trovo tutto molto più semplice rispetto a Roma, ci si mette relativamente poco a fare da un capo all’altro della città, i mezzi pubblici funzionano bene e dal punto di vista burocratico raramente ho avuto problemi. Mi hanno rifatto carta belga e patente in sette giorni.
Bruxelles non è tra le città più belle che abbia mai visto, anche se ci sono degli edifici in stile Art Nouveau che sono stupendi, cosa per cui non è forse molto nota. Ho inoltre l’impressione che il livello di degrado negli ultimi anni sia aumentato e che la città sia diventata più pericolosa.
Come sono le persone?
Oltre ai tanti expat, mi capita di incontrare e stringere rapporti di lavoro e amicizia con dei belgi, che trovo, in generale, molto accoglienti e di mentalità aperta. Il Belgio si divide in Vallonia e Fiandre e si dice che ci siano differenze culturali tra le due parti, per cui in Vallonia siano più calorosi e aperti, mentre nelle Fiandre siano più inquadrati e inflessibili. Io non amo i cliché e credo dipenda, come sempre, dalle persone e dal singolo caso.
E qual è il costo della vita?
A livello di affitti, penso che Bruxelles sia meglio di Roma e Milano. Per il resto, la città è costosa ma gli stipendi sono equiparati al costo della vita, anche se penso ci sia un certo divario tra chi lavora nelle istituzioni europee e nel pubblico e chi invece lavora nel privato. Io riesco a vivere bene, a viaggiare e a fare tutto quello che mi piace ma sono sola, non ho famiglia. Da quel che vedo, comunque anche i miei colleghi che invece ce l’hanno, facendo un po’ di economia, riescono ad avere una buona qualità della vita.
Con il clima e con il cibo come ti trovi?
Io sono una persona che si adatta facilmente a tutto, viaggio da quando sono piccola e mi piace provare cose nuove. Il clima non è mai stato un problema, non mi ha mai influenzato più di tanto.
Per quanto riguarda il cibo, a Bruxelles ne trovi da tutto il mondo, la gente vi si trasferisce portandovi le proprie tradizioni culinarie. Anche i ristoranti italiani sono tantissimi e il gusto è autentico. Costano un po’ di più che in Italia ma se una volta mi va una buona pizza, la trovo facilmente.
Cosa ti manca dell’Italia?
Devo essere sincera, a parte per la mia famiglia, a me l’Italia non manca ma non fraintendermi, amo il mio Paese. Vale il discorso che facevo prima: sono partita piena di entusiasmo, sognando di vivere e lavorare in un ambiente multiculturale, quindi del tutto priva della rabbia e della frustrazione che provano coloro che si sentono invece costretti a partire ma vorrebbero restare. È questo un sentimento che capisco e rispetto molto. Per me, semplicemente, non è stato così. Non mi manca l’Italia perché a Bruxelles ho realizzato una delle più grandi aspirazioni che avevo e perché qui ho la mia vita e mi sono integrata.
Come dicevo, a volte sento la mancanza della mia famiglia e mi sento anche un po’ in colpa per il fatto di non riuscire a viverla appieno, però quando torno è molto bello.
I primi anni rientravo due o tre volte al mese, perché avevo un fidanzato di Roma e per cinque anni ho fatto la pendolare tra Roma e Bruxelles. Negli ultimi anni, a casa rientro meno ma la vivo serenamente.
Stai valutando di spostarti di nuovo? Che destinazioni hai in mente?
Sì, da diversi anni, in realtà, ma quando si concretizza la possibilità di andarmene davvero da Bruxelles, poi per qualche ragione non riesco mai a farlo. Forse non c’è ancora stata un’opportunità così importante da convincermi pienamente, ma vediamo, prendo tutto in considerazione.
Mi piacerebbe molto New York e un tempo ti avrei detto anche Londra o Parigi (lo so, è un po’ un cliché) ma da quando di recente mi sono appassionata al surf, desidero un posto dove possa continuare a fare il lavoro che faccio dedicandomi al contempo a questo sport – perché non la Costa basca o anche destinazioni più lontane magari?
Non escludo nemmeno il rientro in Italia (purché sia per una carriera simile a quella che ho adesso) ma adesso non me la sento forse. Ho avuto una possibilità qualche mese fa, ma alla fine l’ho rifiutata perché preferisco vivere all’estero ancora un po’, poi si vedrà.
A chi consiglieresti e a chi sconsiglieresti Bruxelles?
Consiglierei questa città a tutti coloro che sognano una carriera internazionale. Bruxelles è il luogo ideale dove incontrare persone che lavorano in questo ambito e che possano raccontare la propria esperienza e consigliare. Le opportunità non mancano: oltre alla maggior parte delle istituzioni europee, la città è sede di moltissime agenzie e organismi, organizzazioni internazionali e liaison office. In ambito universitario, poi, il Belgio offre ottimi atenei.
Non so esattamente a chi sconsigliare Bruxelles, probabilmente a chi non ha questo sogno, ma non saprei dirti fino a che punto. Non conosco tutte le storie delle persone che fanno lavori diversi dal mio che vivono qui, ma quelle con cui ho parlato si dicono comunque soddisfatte.
La sconsiglierei forse a coloro che soffrono molto il clima piovoso e grigio – anche se negli ultimi anni le cose stanno cambiando, l’ultima è stata un’estate stupenda. Per il resto, come dicevo, ho l’impressione che la gente sia accogliente e che qui sia facile integrarsi, anche facendo lo sforzo di imparare almeno una delle due lingue ufficiali, il francese o l’olandese
In generale, credo che vivere all’estero sia per chi hala mente aperta e un po’ di spirito di adattamento. Ad alcuni viene più difficile ad altri viene naturale. Complessivamente la mia è stata un’esperienza positiva e sono molto contenta di quello che sono diventata grazie a essa.
(da Fanpage)
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