Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
“CE L’HO PIU’ CON L’ELETTORE CHE CON L’ELETTO”
Giuseppe Conte ha detto che questa fase gli ricorda Mani pulite.
Lei, Antonio Di Pietro, che di quella stagione giudiziaria è il simbolo, condivide?
«Da tempo è in corso una rivisitazione storica che dice che Mani pulite era solo una questione di illecito finanziamento ai partiti. Non è cosi, Tangentopoli era l’utilizzo della politica per fini personali, un sistema in cui con la scusa di dover finanziare il sistema politico, e quindi di dover fare politica, si prendevano soldi che, però, in realtà nella maggior parte dei casi finivano nelle tasche dei politici e non nelle casse del partito».
Invece, oggi?
«Ora l’obiettivo è la cadrega, la poltrona. Non c’è nemmeno un progetto politico o un’ideologia a monte. Il finanziamento dei partiti c’è sempre, ma avviene attraverso forme che sono state legalizzate legittimando ciò che era una volta illegittimo. Diciamo che ormai è più il sagrestano che si frega la questua che il vescovo che si vende la Chiesa. Sul piano etico e morale, oggi come oggi io ce l’ho più con l’elettore che con l’eletto».
Perché?
«Perché con il suo voto vende un diritto costituzionale per un piatto di lenticchie. La magistratura fa bene ad investigare sul perché e sul come si conquista il consenso elettorale attraverso promesse illecite, ma è umiliante assistere ad una persona che, seppur povera, svende per 50 euro la cosa più importante che ha in un paese democratico».
Ed i politici coinvolti?
«Se allora pesavano ad arricchirsi personalmente, oggi il corrispettivo non è tanto la tangente, ma il conseguimento del voto verso sé stessi. Il consenso elettorale in una sana democrazia è la cosa più importante di tutte. Si viene votati per quel che si promette di fare e per la credibilità che si ha, non per ciò che poi sei in grado di fare illecitamente per una persona».
Dalle varie indagini emergono indagati che hanno cambiato più volte schieramento negli anni. Cosa ne pensa?
«Siccome anche il ruolo di eletto è di valore costituzionale, io sono dell’opinione che, se una persona viene eletta in base ad un determinato progetto ed in un una determinata lista, nel momento in cui non si ritrova più nella realtà politica in cui era stata eletta, dovrebbe decadere automaticamente».
Non dimettersi?
«Decadere perché è come se fosse un dipendente dell’elettore, e quindi non può tradire la ragione per la quale è stato votato. Posso fare una considerazione?».
Quale?
«Coloro che si illudono di avere meno problemi se verrà eliminato il reato di abuso d’uffico devono sapere che la magistratura avrà sempre modo di contestare la corruzione».
Non è la stessa cosa.
«Sapendo che c’è stato un abuso voluto, bisognerà sempre capire perché questo ci sia stato. Se prima qualche magistrato poteva anche accontentarsi di perseguire solo un semplice abuso,che poi nei processi poteva essere ritenuto un mero errore non condannabile, ora investigherà con maggiore attenzione. È inevitabile che troverà la corruzione».
Seguendo il suo ragionamento, allora è un bene che l’abuso venga abolito
«Ritengo che l’abuso d’ufficio attualmente in vigore sia stato talmente edulcorato che non serva a niente. Bisogna ritornare al vecchio reato di interesse privato in atti d’ufficio».
Il senatore leghista Claudio Durigon, parlando dell’inchiesta di Catania, ha detto che «è sconcertante» che le indagini risalgano al periodo tra il 2018 e il 2021 mentre i provvedimenti siano scattati quando manca poco più di un mese dalle Europee. Giustizia ad orologeria?
«In Italia c’è sempre un’elezione. Seguendo questa logica qualsiasi momento sarebbe sbagliato per un’inchiesta. Il problema di fondo è: male non fare, paura non avere».
Lei ora fa il contadino. Dalla sua vigna in Molise, dopo 32 anni e di fronte ad inchieste che si ripetono sempre uguali, non pensa che Mani pulite non sia servita a nulla? Non è deluso?
«Se c’è un malato, che è l’Italia, che ha un tumore gravissimo, che si chiama Tangentopoli, i chirurghi, ovvero i pm, non devono curare il paziente perché sanno che continuerà a fumare e a fregarsene della sua salute o lo devono curare lo stesso? La colpa è di noi che abbiamo cercato di togliere un tumore o di chi non è cambiato? Sono mancate la prevenzione e l’educazione. Forse è il caso che tutti facciano autocritica, politica, magistratura ed informazione».
(da corriere.it)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
ANALISI DI BANKITALIA SUI BILANCI FALSI
“Abbiamo una banca”: ricordate? Era la fine del 2005, ai tempi della scalata Bnl, quando l’allora segretario del Pd, Piero Fassino, e Giovanni Consorte, presidente di Unipol, esultavano al telefono con una frase intercettata e poi spiattellata sul Giornale dei Berlusconi. Quasi vent’anni dopo si scopre che c’è chi di “banche amiche” ne ha (avute) tante. Che hanno concesso prestiti a occhi chiusi anche quando i bilanci non erano tali da poterli rimborsare. Parliamo di Daniela Santanchè, oggi ministra del Turismo del governo Meloni, alle prese con indagini per falso in bilancio e truffa aggravata all’Inps. Nelle carte dell’inchiesta sul dissesto di Visibilia della Procura di Milano, gli ispettori della Banca d’Italia e il Nucleo di Polizia Economico Finanziaria della GdF hanno ricostruito le operazioni bancarie con cui il gruppo, già dissestato, ha potuto tirare a campare per anni.
È il caso dei fondi erogati a Visibilia Srl e Visibilia Concessionaria Srl dalla Banca Popolare di Sondrio. A ottobre 2012 la prima otteneva da Bps un mutuo da 2 milioni con garanzia pubblica del Fondo Pmi gestito dal Microcredito Centrale. Strano: un anno prima la pratica di fido era stata respinta per la “limitatissima dotazione patrimoniale, in presenza di insoddisfacenti responsi reddituali” delle società incorporate da Visibilia Srl, oltreché del “rifiuto di Daniela Santanchè di fornire una fideiussione personale”. Ma la manager non demordeva e bussava di nuovo il 2 giugno 2012, firmando una nuova richiesta di fondi come amministratore unico. Il finanziamento veniva concesso. Poi si scopriva che quanto dichiarato era falso, a partire dalle previsioni di fatturato da 30 milioni, che si dimezzava mentre le perdite si trasformano in un “utile modesto”. Emergeva anche che le 103 fatture poste a garanzia di solvenza erano state emesse prima del finanziamento, addirittura nel 2009. Nessuno pare si fosse accorto di nulla. Tanto che gli ispettori di Bankitalia si chiedono “non è chiaro il motivo per cui la richiesta di finanziamento, negata a novembre 2011, veniva, invece, accolta a luglio 2012”.
Dalle relazioni della Banca d’Italia emerge un quadro netto: dal 2014 al 2023 il dissestato gruppo editoriale-concessionario di Santanchè ha ricevuto dalle banche finanziamenti totali per oltre 7,8 milioni e ne ha restituiti solo 5,3. I finanziatori sono stati Intesa Sanpaolo, Bps, Credito Valtellinese e Banco Bpm. Visibilia Srl (in liquidazione) ad agosto 2023 ha raggiunto l’intesa con i creditori: tra questi Prelios Credit Servicing, che aveva rilevato il credito da Intesa, ha accettato 1,2 milioni su 4,5 milioni dovuti, con uno sconto del 73% sul debito.
Ma ci sono poi anche altre aziende nelle quali Santanchè è stata amministratrice e manager. Ad esempio quelle dell’ex compagno Canio Mazzaro. Nel 2011 Mazzaro acquisì Bioera, società di alimenti biologici coinvolta nel crac Burani, con un minimo esborso grazie a condizioni di favore concesse da Mps: Mazzaro si fece carico del debito da 6 milioni dei Burani verso il Monte e per saldarlo si fece prestare i soldi dalla stessa Mps, che gli consentì di ripagarlo in 10 anni, i primi due senza esborsi. Ma, secondo Report, non lo avrebbe mai rimborsato. In Ki Group Srl, per la quale il 9 gennaio è stata disposta la liquidazione giudiziale, il “vecchio” fallimento, c’è un debito da 2,7 milioni con la società pubblica Invitalia per le garanzie su un credito ottenuto durante il Covid, oltre a 2,59 milioni di debiti con Intesa, Bpm, Mps e Banco Desio.
Sempre tra i disastrati gruppi del biologico che hanno visto alternarsi ai vertici Santanchè e Mazzaro, c’è Biofood Italia. L’azienda ha 6,4 milioni di debiti dei quali oltre 5 verso le banche. Nel 2011 si era caricata oltre 5 milioni di debiti di Bioera con Mps, con rateizzazione e prima scadenza nel 2019. Ma non ha mai pagato e l’esposizione è salita alle stelle. Il “buco” verso Mps è stato acquisito da Amco, controllata del ministero dell’Economia, che non è riuscita a incassare e ha portato Biofood al Tribunale fallimentare, salvo poi non presentarsi in udienza. Al suo posto è subentrata la Procura di Milano, che ora ne chiede la liquidazione giudiziale. Evidentemente, per le banche italiane ci sono debitori “più uguali” di tutti gli altri.
(da ilfattoquotidiano.it)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
GLI CONVERREBBE PASSARE A DA “PRIMA GLI ITALIANI” A “PRIMA L’ITALIANO”
Per le vie milanesi, il 25 aprile, sfilerà il corteo per celebrare la
Festa della Liberazione. Nello stesso giorno, nel prestigioso palazzo di fine ‘800 dell’architetto Pirovano, sede dell’Istituto dei ciechi, Matteo Salvini farà la prima presentazione del suo ultimo libro, Controvento. Si troveranno a un passo gli uni dagli altri, nel centro storico meneghino, leghisti e partigiani, sostenitori del segretario e manifestanti che sfileranno dietro lo striscione: «Viva la Repubblica antifascista, cessate il fuoco ovunque». La locandina ufficiale che annuncia l’evento di lancio del manoscritto del vicepremier è stata diffusa oggi, 19 aprile. Non è passato inosservato il refuso sul nome della location. «Presso – si legge – Fondazione Istituto dei cechi». Manca una “i”, ovvero la differenza tra le persone non vedenti e la popolazione della Repubblica Ceca. Una cantonata dello staff che si aggiunge alla polemica contro Salvini, criticato da alcuni per la scelta di presentare il suo libro – e forse annunciare la candidatura del generale Vannacci – nel giorno in cui, 79 anni fa, Sandro Pertini pronunciò queste parole a Radio Milano libera: «Ponete i tedeschi di fronte al dilemma: arrendersi o perire».
La guerra non terminò il 25 aprile 1945, ma fu scelto questo come giorno simbolo della Liberazione perché proprio a Milano fu proclamata l’insurrezione generale nei territori ancora occupati dai nazifascisti. Tornando a questi giorni, il faux pas sulla locandina del libro di Salvini rievoca un altro abbaglio della macchina propagandistica del Carroccio. Era il 2018 e, come questa volta, c’erano di mezzo i “cechi”. Per la Lega, fu l’anno della consacrazione a prima forza del centrodestra italiano, nelle urne delle Politiche del 4 marzo. Sui manifesti elettorali campeggiava lo slogan «prima gli italiani». Peccato che i protagonisti delle fotografie utilizzate per annunciare il comizio in piazza Duomo erano tutt’altro che italiani. Chiome biondissime, occhi azzurro ghiaccio. Il giornalista Matteo Lenardon scoprì che si trattava di foto di modelli provenienti dalla Repubblica Ceca e della Slovacchia. Un’antinomia visiva tra la scritta «prima gli italiani» e le fotografie di cechi e slovacchi sulle quali era sovrimpressa. «Salvini voleva dividere l’Italia con la secessione, ma è riuscito a riunire la Cecoslovacchia», commentò il giornalista. A distanza di 6 anni, i “cechi” tornano a essere il cruccio del team di comunicazione che segue Salvini.
(da Open)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
MUNGERE… E MUNGEREMO
Vivere in Italia nello stesso secolo di Francesco Lollobrigida è un privilegio riservato a pochi. È come esser nati a Parigi ai tempi di Molière, o alla corte degli Sforza negli anni d’oro di Leonardo: è respirare la stessa aria di uno dei più grandi performer viventi e assistere alle mirabolanti invenzioni di una delle menti più raffinate della contemporaneità.
Dopo il geniale progetto di “abbinare il vino agli eventi sportivi”, probabilmente ispirato alla vita di Paul Gascoigne, l’ultima intuizione del ministro dell’Agricoltura e Sovranità Alimentare offusca, per splendore, tutte le precedenti: “Vorrei imporre un piatto dedicato al formaggio nei menu degli esercizi di ristorazione”. Ha detto proprio così, imporre.
Ora, è vero che l’ha detto da uno stand del Vinitaly e non ci è dato sapere che ore fossero e quanti altri stand di produttori di Prosecco avesse visitato in precedenza, ma prendiamola per buona: formaggio obbligatorio.
Panico tra i ristoratori vegani, per cui potrebbe essere prevista una sorta di ‘Cura Ludovico’ con la pubblicità della Parmareggio con il Topo Emiliano che canta a un volume lancinante, e anche tra i titolari di ristoranti cinesi, perché il ‘taleggio alla cantonese’ non funziona e poi in generale i cinesi sono per la maggior parte intolleranti al lattosio.
Già, che fine faranno gli allergici? Si stanno valutando diverse soluzioni, dal registro degli ‘obiettori di crescenza’ fino al cheese pass, un codice qr da scansionare all’ingresso per poter varcare la soglia del ristorante.
Dal punto di vista promozionale, i ristoranti più meritori saranno contraddistinti da un’esclusiva ‘stalla Michelin’. E a proposito di stalle, che succederà se il latte non dovesse bastare o se Lollo, per quel vecchio tarlo della sostituzione etnica, scoprisse che la maggior parte degli operatori nella filiera del latte nel Nord Italia sono indiani del Punjab? Mio malgrado, nella mia testa si è già formata un’immagine terrificante: Francesco Lollobrigida, a petto nudo e col fez in testa, che insemina personalmente la vitellina Mary, sua vecchia conoscenza da una delle sue prime uscite da ministro a una fiera zootecnica. Mungere, e mungeremo!
(da il Fatto Quotidiano)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
ENNESIMA FIGURACCIA DEI FRATELLINI D’ITALIA
I fondi per finanziare i pro-life nei consultori “non hanno alcun
legame con il Pnrr”. Nel dibattito sull’aborto che infiamma lo scontro politico italiano irrompe il rilievo tecnico di Bruxelles.
A parlare è la portavoce della Commissione europea per gli Affari economici, Veerle Nuyts.
Interpellata nel briefing quotidiano con la stampa sull’emendamento italiano, presentato da FdI, ha risposto in maniera netta: “Il decreto Pnrr contiene delle misure che riguardano la struttura di governance del Pnrr e questi aspetti sono legati effettivamente al Piano di ripresa e resilienza italiano ma ci sono altri aspetti che non sono coperti e non hanno alcun legame con il Pnrr, come ad esempio questa legge sull’aborto”.
L’emendamento al Pnrr è stato approvato in commissione Bilancio e andrà in votazione alla Camera. Prevede che le Regioni a cui spetta organizzare i consultori «possono avvalersi», senza oneri a carico della finanza pubblica, «del coinvolgimento di soggetti del terzo settore» con «qualificata esperienza nel sostegno alla maternità».
La reazione dell’Ue è subito ripresa dal segretario di +Europa, Riccarco Magi: “L’uso dei fondi del Pnrr del governo per introdurre le associazioni pro vita nei consultori non ha nulla a che fare con le riforme del piano di ripresa e resilienza e l’uso che sta facendo il governo di queste risorse è totalmente politico. Una offesa alle donne, alle libertà, alla dignità e un vero e proprio uso approssimativo e improprio dei fondi del Pnrr”.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
IL PD: “L’ITALIA DI MELONI NON E’ UN PAESE PER DONNE”… AVS: “VIOLATO CODICE ETICO RAI”
Il fermo immagine è diventato virale sui social: mostra lo studio Rai di Porta a Porta, ieri sera. Si discute di aborto, insieme a Bruno Vespa ci sono cinque ospiti in studio e uno in collegamento da remoto. Tutti uomini.
La polemica, nelle ore successive è subito rimbalzata nei palazzi politici. La prima a commentare è stata la senatrice dem Annamaria Furlan: “Prende forma l’Otalia del governo Meloni: un paese in cui c’è posto solo per una donna, la presidente del Consiglio. A tutte le altre sono preferiti gli uomini”. Rilancia, sempre dal Pd, la deputata Ilenia Malavasi, componente della commissione Affari sociali: “Sette azzimati uomini a parlare di aborto e consultori: ieri sera a Porta a Porta, sul canale principale della tv pubblica, è andata in onda la rappresentazione precisa dell’ideologia di Governo (e non solo): nessuna donna coinvolta su temi che riguardano la salute riproduttiva femminile e la libertà di scelta. A un certo punto ne hanno messa una, in video, un’ostetrica, ripresa di spalle. E questo è quanto”.
Secondo il capogruppo Avs al Senato, Peppe De Cristofaro, componente della Vigilanza Rai si tratta di “una cosa gravissima, una violazione del codice etico dell’azienda, su cui – anticipa – presenteremo un’interrogazione in commissione di Vigilanza Rai e sulla quale chiederò alla presidente Floridia di convocare l’amministratore delegato Sergio e il direttore generale Rossi”.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
“HO PRESO LA PAROLA PERCHE’ HO PENSATO ALLE DONNE CHE STANNO ANDANDO IN UN CONSULTORIO E A QUANTO SI SENTONO GIUDICATE E SOLE”… “IN GERMANIA SE ANTI-ABORTISTI AVVICINANO UNA DONNA IN UN CONSULTORIO DEVONO RISPONDERE DI MOLESTIA ORGANIZZATA”
Tra i tanti i messaggi di stima, ce ne sono alcuni violenti:
«Vergognati, sei una anti-mamma», è quello più blando. «In verità mi sono sentita di fare quel discorso e l’ho fatto. Ho pensato alle donne che in questo momento stanno andando in un consultorio e a quanto si possano sentire giudicate, come se abortire fosse un’onta perenne».
Gilda Sportiello, deputata del Movimento 5 Stelle, ha preso parola in Parlamento contro l’emendamento, voluto da Fratelli d’Italia, al decreto legge sul Pnrr e che prevede l’ingresso delle associazioni pro-vita (o pro-life) nei consultori pubblici. E ha detto: «Sono madre, ho scelto di essere madre. Quattordici anni fa ho scelto di abortire, e sapete perché lo dico qui, nel luogo più alto della rappresentanza democratica di questo Paese, in cui ancora oggi qualcuno fa fatica a dire la parola “aborto” o gli tremano le gambe quando si parla di aborto? Lo dico qui perché non vorrei che nessuna donna che in questo momento volesse abortire si sentisse attaccata da questo Stato»
Dopo questo discorso cosa è accaduto?
«Un parlamentare della maggioranza, un uomo ovviamente e non so neanche chi sia, mi ha detto: “E dovevi venire proprio qua a dirci che avevi abortito?”. Messina invece mi ha invitato a prendere una camomilla».
Lei pensa davvero che la legge 194 sia a rischio in Italia?
«Sì. Nella risoluzione europea in cui si parla di aborto come diritto fondamentale è scritto, nero su bianco, che l’Italia è un paese in cui il diritto si sta erodendo. Questo emendamento è un ulteriore passo».
La maggioranza dice: è la semplice applicazione della legge.
«Se fosse così perché presentare un nuovo emendamento? Ieri ho chiesto al governo di impegnarsi a dire che devono essere escluse le associazione che possono minare la scelta di interruzione volontaria di gravidanza. Hanno risposto di no. Quindi l’obiettivo è quello».
La premier Giorgia Meloni ha sempre detto che la 194 non sarebbe stata toccata.
«Evidentemente non hanno il coraggio di farlo frontalmente e quindi danno piccoli colpi. In Germania se componenti di un’associazione anti-abortista si avvicinano a una donna in un consultorio si parla di molestia organizzata».
Lei è stata la prima ad allattare a Montecitorio, la prima anche a dire di aver abortito. Utilizza se stessa come medium politico?
«Penso che il vissuto sia politica. Non sto facendo altro che continuare il mio percorso. Ho allattato perché ero diventata mamma e volevo tornare a lavorare. Ieri sentivo che quella parte del mio vissuto, invece, era un messaggio politico importante da dare. Non vorrei che le donne si sentissero accerchiate e sole. Ho deciso di dirlo e far cadere anche il velo di ipocrisia che c’è. Ho sentito dire dai banchi di Fdi che con questo emendamento ci hanno dato l’opportunità della vita. Hanno demolito gli aiuti alla maternità e ci fanno la morale sulla natalità? Siamo noi donne che scegliamo cosa vogliamo nella nostra vita, se essere madri o se non essere madri. Nessuno ce lo concede o ci dà l’opportunità. È un insulto dirlo».
Statisticamente il problema della 194 è la sua applicazione omogenea su tutto il territorio nazionale.
«Infatti ci sono province d’Italia dove è difficile interrompere la gravidanza. Ci sono mille ostacoli. Siamo lontani dalla piena applicazione e da servizi adeguati. I consultori non sono in numero proporzionato. Non ci sono altre parole: questa è violenza».
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
UNA CAMPAGNA DIFFAMATORIA MONTATA AD ARTE DAI SOVRANISTI CROLLATA DI FRONTE ALLA MAGISTRATURA… CORI E APPLAUSI PER I PATRIOTI DELLE ONG JUGEND RETTET, SAVE THE CHILDREN E MEIDIC SENZA FRONTIERE… NOI NON DIMENTICHIAMO GLI INFAMI
Si è chiuso, dopo 7 anni, con la sentenza di non luogo a procedere per i 10 imputati accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, il procedimento penale nei confronti dei componenti dell’equipaggio delle ong Jugend Rettet, Save The Children e Medici Senza Frontiere.
Le organizzazioni umanitarie erano accusate dai pm di Trapani di aver stretto accordi con i trafficanti di uomini e di non aver prestato in realtà soccorso ai profughi ma di aver fatto loro da “taxi”, trasbordandoli dalle navi libiche alle quali poi avrebbero permesso di tornare indietro indisturbate.
Il gup che ha emesso la sentenza con la formula perché il fatto non sussiste è Samule Corso. Il non luogo a procedere era stato chiesto dalla stessa Procura di Trapani dopo una inchiesta costata circa 3 milioni di euro.
Nel procedimento era costituito parte civile il ministero dell’Interno che si è rimesso alla decisione del gup. I pm avevano anche disposto il sequestro dell’imbarcazione Iuventa della ong Jugend Rettet, una delle tre organizzazioni umanitarie coinvolte. La nave nel frattempo ha subito danni enormi ed è inutilizzabile.
Cori e applausi sono stati rivolti ai legali delle tre organizzazioni. “Abbiamo continuato a fare il nostro lavoro in questi sette anni. Questa sentenza e’ una speranza per il futuro perché si lasci da parte l’accusa infamante alle ong di complicità con i trafficanti. Un giudice oggi ha detto che erano accuse fondate sul nulla”, ha commentato Marco Bertotto direttore dei programmi di Medici senza frontiere.
“Questa decisione, che arriva a conclusione di una vicenda giudiziaria durata quasi sette anni, riconosce la verità sul nostro operato e sull’impegno umanitario per salvare vite in mare”. Lo afferma Daniela Fatarella, direttrice Generale di Save the Children, commentando la decisione del Giudice.
“Save the Children – ha aggiunto – è sempre stata fiduciosa nella conclusione positiva di questa vicenda, nella piena coscienza che i membri dell’organizzazione hanno sempre operato nella legalità, al fine di salvare vite in mare, rispondendo al proprio mandato umanitario e con il primario obiettivo di proteggere i soggetti vulnerabili, quali ad esempio minori non accompagnati e donne potenzialmente vittime di tratta e sfruttamento”.
“Negli anni in cui la missione di ricerca e salvataggio nel Mediterraneo centrale è stata attiva, il 2016 e 2017, Save the Children ha salvato quasi 10.000 persone che erano esposte al rischio di annegamento in mare. Tra di loro c’erano circa 1.500 bambini, molti dei quali erano separati dalle loro famiglie, che abbiamo tenuto al sicuro e protetto fino a quando hanno raggiunto un porto sicuro. Di tutto questo siamo estremamente orgogliosi. Siamo molto soddisfatti dell’esito dell’udienza preliminare e ringraziamo tutti i nostri sostenitori che, anche durante questi anni, hanno continuato a credere nei valori della nostra Organizzazione”, ha concluso Daniela Fatarella.
“E’ un momento importante per tutto il mondo dell’aiuto umanitario, perché si restituisce giustizia alle attività di soccorso e ai tanti operatori impegnati nel salvataggio di vite”. Così Rafaela Milano, portavoce di Save The Children.
“Questa sentenza restituisce il senso di un lavoro che è stato colpito da accuse ignobili e segna un passaggio fondamentale perchè ci dice che il soccorso in mare non può essere messo al secondo posto. Speriamo solo che apra una fase nuova per tutta Europa”, ha aggiunto.
“Nel corso dell’udienza è stato possibile illustrare e portare all’attenzione del Giudice tutti gli elementi di prova che – ha aggiunto l’avvocato Jean-Paule Castagno – hanno smentito categoricamente ogni accusa, come acclarato dalla richiesta di non luogo a procedere formulata dai pubblici ministeri. Sono inoltre emerse l’encomiabile professionalità e dedizione con le quali tutto il personale dell’organizzazione, ed in particolare il team leader responsabile per la missione, ha operato per l’intera durata della stessa”.
“Dopo sette anni di false accuse, slogan infamanti e una plateale campagna di criminalizzazione delle organizzazioni impegnate nel soccorso in mare, cade la maxi-inchiesta avviata dalla procura di Trapani nell’autunno del 2016, la prima della triste epoca di propaganda che ha trasformato i soccorritori in ‘taxi del mare’ e ‘amici dei trafficanti’. Lo dice Medici senza frontiere.
“Un mastodontico impianto accusatorio – aggiunge Msf – basato su illazioni, intercettazioni, testimonianze fallaci e un’interpretazione volutamente distorta dei meccanismi del soccorso per presentarli come atti criminali”.
“Crolla il castello di accuse infondate che per oltre sette anni hanno deliberatamente infangato il lavoro e la credibilità delle navi umanitarie per allontanarle dal Mediterraneo e fermare la loro azione di soccorso e denuncia – dice Christos Christou, presidente internazionale di Msf -. Ma gli attacchi alla solidarietà continuano attraverso uno stillicidio di altre azioni: decreti restrittivi, detenzione delle navi civili, supporto alla guardia costiera libica che ostacola pericolosamente i soccorsi e alimenta sofferenze e violazioni, mentre le morti in mare continuano ad aumentare”.
“La formula assolutoria dice che non c’era niente, mancava la condotta materiale”. Lo dice l’avvocato Alessandro Gamberini, legale della ong Jugen Rettet. “I fatti materiali non sono stati dimostrati e non erano dimostrabili come noi abbiamo sostenuto con richieste di archiviazione alla Procura. Questo processo è una delle origini del male, della diffamazione delle ong chiamate spesso a essere complici dei trafficanti”, ha aggiunto. “Si chiude un’epoca – ha proseguito.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
EUROPA, MEZZOGIORNO E NORD, IL NAUFRAGIO TOTALE DI SALVINI … AUMENTANO LE DISTANZE CON GIORGETTI DOPO L’ATTACCO A DRAGHI MENTRE IN VENETO C’E’ LA ROTTURA CON FORZA ITALIA
Prima il Nord, poi il Sud e infine l’Europa. Quello che doveva
essere uno schema di conquista immaginato da Matteo Salvini negli anni scorsi si è oggi trasformato nella geografia della sua crisi politica. Nel giorno del consiglio federale, che ha definito il simbolo da presentare alle europee, non c’è un angolo in cui il vicepremier non sia alle prese con qualche problema.
L’ultimo nodo, sia esterno che interno, riguarda l’Unione europea e il veto posto sul nome di Mario Draghi come ipotetico presidente della Commissione. «La Lega ha già fatto i suoi sacrifici con Draghi, e li abbiamo anche scontati. Come dicono a Genova, ’emmo za deto», ha detto Salvini.
Parole e musica che però non saranno suonate come una piacevole melodia in via XX Settembre, dove ha sede il ministero dell’Economia guidato da Giancarlo Giorgetti, che da sempre vanta un buon feeling con l’ex presidente della Banca centrale europea.
Se il numero uno del Mef potesse esprimere una preferenza, darebbe senza tentennamenti la spinta alla candidatura di Draghi alla guida della Commissione. Per stile, comunque, Giorgetti accoglie in silenzio le reazioni del suo leader.
VANNACCI INDIGESTO
Sempre in tema di Europa, il pensiero plana su un altro dilemma, quello delle liste da presentare entro fine mese, che stanno provocando turbolenze. A cominciare dal nome del generale Roberto Vannacci. La telenovela sulla candidatura con la Lega non è ancora finita, occorre attendere qualche altra puntata. «Ne parlerò alla presentazione del mio libro il 25 aprile (a Milano, ndr)», ha fatto sapere Salvini.
Nel partito danno per scontato che sia la data scelta per l’annuncio dell’arruolamento del generale sotto le insegne salviniane. Rigorosamente da indipendente. Ma fioccano le reazioni piccate.
«Non stiamo costruendo delle liste, ma un cartello elettorale per ottenere il massimo dei voti. A questo punto al posto di Vannacci, di cui conosciamo poche righe di un libro, candidiamo i Måneskin, che hanno sicuramente più preferenze anche tra i giovani», dice con sarcasmo Paolo Grimoldi, ex segretario regionale in Lombardia. «L’unica difficoltà», incalza ancora Grimoldi, «sarebbe quella di convincerli a candidarsi».
Del resto il nome di Vannacci ha portato al limite della sopportazione addirittura un fedelissimo di Salvini, l’ex ministro delle Politiche agricole Gian Marco Centinaio, che ha messo agli atti il suo “no” al generale.
ALLEATI E AVVERSARI
La più che probabile candidatura del militare è tuttavia solo il detonatore dei malesseri settentrionali, sintetizzato dall’anatema di Umberto Bossi: «Serve un nuovo leader». Di fatto sono sotto accusa tutte le scelte politiche fondamentali di Salvini. A partire dalla battaglia per il ponte sullo Stretto. E sulla grande opera riecheggia un’altra nota dolente per il vicepremier: il Mezzogiorno.
Doveva essere terra di conquista per una Lega in versione nazionale, ma è diventato territorio prediletto per le scorribande di “cacicchi” in cerca di un tetto politico.
L’ultimo guaio è arrivato con il coinvolgimento di Luca Sammartino, vicepresidente della regione Sicilia, in un’inchiesta per corruzione e voto di scambio. Proprio sotto la leadership di Salvini era diventato il punto di riferimento del partito nell’isola. Alla Camera è anche stata eletta la compagna di vita di Sammartino, l’attuale deputata Valeria Sudano, che «si sta caratterizzando per essere una delle parlamentari più assenteiste di sempre», evidenzia Grimoldi.
In effetti in questa legislatura è risultata presente solo nel 17 per cento delle votazioni in aula: per il resto era assente o “in missione”. «Il problema di selezione della classe dirigente è sotto gli occhi di tutti», si ragiona nel partito. I vertici fanno spallucce.
E così, per spegnere gli incendi, Salvini agita l’estintore dei soliti temi propagandistici. «Entro maggio voglio far arrivare in parlamento il testo sul piano casa», con lo scopo di sanare le «difformità all’interno delle mura domestiche che bloccano la possibilità di vendere o comprare casa». Visto il timing, facile pensare che il condono edilizio mascherato sia uno spot perfetto per il voto di giugno per fare il paio con l’autonomia differenziata. Sul punto il ministro Roberto Calderoli ha rilanciato al consiglio federale: «Il 29 aprile sarà in aula alla Camera».
Le insofferenze esondano nei rapporti con gli altri partiti di centrodestra. Alla Camera la Lega è entrata in rotta di collisione con gli alleati su un ordine del giorno, presentato dal Pd, al decreto Pnrr per depotenziare l’emendamento che consente la presenza nei consultori delle associazioni pro vita. Addirittura 15 deputati leghisti, tra cui il capogruppo Riccardo Molinari, si sono astenuti, a differenza degli alleati che hanno votato contro. «Abbiamo lasciato libertà di coscienza», ha minimizzato Molinari.
Ma le vicende di Montecitorio impallidiscono di fronte alla guerra senza quartiere iniziata in Veneto con Forza Italia. Il deputato leghista e segretario regionale, Alberto Stefani, ha rinfacciato ai berlusconiani di «essere fuori dal perimetro della maggioranza».
Un assist perfetto all’ex sindaco di Verona, Flavio Tosi, che a nome dei forzisti ha ribattuto: «Da quando Zaia è stato rieletto nel 2020 per il suo terzo mandato, non ha mai convocato un vertice di maggioranza con gli alleati che riguardasse il governo regionale». I nervi sono tesi, FI è di fatto fuori dall’alleanza in Veneto.
Poco male per Salvini, anche su questo punto: è pronto a lanciarsi a capofitto in una delle sue attività preferite, la campagna elettorale. Così nelle prossime ore girerà la Basilicata per il voto alle regionali di domenica e lunedì. Mentre ha pianificato i comizi nelle piazze interessate dalle amministrative di giugno.
(da editorialedomani.it)
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