Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
MA L’IMPORTANTE E’ MANGANELLARE GLI STUDENTI, VERO?
L’ereditiera di una delle famiglie dell’aristocrazia mondiale, ha inviato tramite la propria fondazione una lettera per fare pressioni sui membri del senato accademico dell’Università La Sapienza di Roma affinché non approvassero la mozione che chiedeva lo stop al bando di cooperazione accademica con Israele, come richiesto dagli studenti.
La lettera è stata rivelata da alcuni professori e al suo interno, pur in linguaggio formalmente cordiale e misurato, si avvisa che la mancata collaborazione con le università israeliane comporterebbe una diminuzione del rating internazionale della Sapienza e quindi «un evidente danno significativo» per l’ateneo romano.
Nessun commento in merito è arrivato dalla rettrice, Antonella Polimeni, tuttavia va annotato come, mercoledì 17 aprile, il senato accademico abbia votato nel senso desiderato dalla fondazione Rothschild, confermando la cooperazione con le università israeliane, mentre le ampie proteste studentesche sono state duramente represse dalla polizia.
Da sempre la famiglia Rothschild, di origine ebraica, ha abbracciato l’ideologia sionista e finanziato il movimento, ed è stata centrale in alcuni momenti chiave nella storia della colonizzazione della Palestina.
Yehoshua Bubola Lévy de Rothschild ha scritto alla Rettrice dell’Università Sapienza di Roma avvertendo dei risvolti negativi per l’ateneo romano nel caso in cui fosse venuta a mancare la collaborazione con le università israeliane, con accuse etico-morali per non ripetere quanto accaduto all’Università di Torino e alla Normale di Pisa, con il rifiuto di aderire al Bando MAECI 2024.
Nella lettera, resa pubblica da alcuni professori dell’ateneo, Yehoshua Bubola Lévy de Rothschild esordisce esprimendo profonda preoccupazione per le richieste degli studenti degli atenei italiani e definisce la decisone presa dal Senato Accademico dell’Università di Torino come «non solo discutibile dal punto di vista etico e accademico, ma anche controproducente per il progresso scientifico e la promozione della pace». Rothschild prosegue dicendo che quella di Torino è «una decisione che non ha precedenti razionali o giustificazioni valide: non solo essa rappresenta un passo indietro per il principio di libertà accademica, ma rischia anche di minare il pluralismo e il confronto di idee, pilastri fondamentali dell’ambiente universitario». L’ereditiera evidenzia poi il fatto che la mancata collaborazione avrebbe comportato una diminuzione del rating internazionale della Sapienza e quindi «un evidente danno significativo» per l’ateneo stesso.
Prima di questa velata minaccia, Rothschild dice: «Vorrei evidenziare che, contrariamente ad alcune interpretazioni, lo Stato di Israele è impegnato a garantire le libertà fondamentali e l’uguaglianza di tutti i suoi cittadini, indipendentemente dalla loro etnia o religione. In particolare, il 20% della popolazione israeliana è composta da cittadini arabo-israeliani che godono degli stessi diritti e opportunità, incluso l’accesso alle università del paese». Niente di più falso, smentito dall’oggettività dei fatti. In Israele, il razzismo e la discriminazione sono stati istituzionalizzati nel 2018 con l’emanazione della legge dello Stato-Nazione, con cui si rende istituzionale il primato ebraico. In Israele i cittadini arabo-israeliani vivono la discriminazione amministrativa, quella abitativa ed hanno un sistema scolastico separato. In pratica, lo Stato ebraico riconosce ai propri cittadini palestinesi una cittadinanza di seconda classe.
L’interesse per Israele di Yehoshua Bubola Lévy de Rothschild riflette quello storicamente espresso dalla sua famiglia e dai suoi antenati. D’altronde, la famiglia Rothschild, di origine ebraica, ha da sempre abbracciato l’ideologia sionista e sostenuto politicamente e finanziariamente il movimento. Sul finire dell’Ottocento, il barone Edmond James de Rothschild, del casato francese della famiglia Rothschild, finanziò la creazione di Hovevei Zion, o Hibbat Zion, che significa gli “Amanti di Sion”, un’organizzazione sorta nel 1884, fondata dal medico polacco Leon Pinsker, con lo scopo di promuovere l’immigrazione ebraica in Palestina e far avanzare l’insediamento ebraico. Il barone Lionel Walter Rothschild, del casato inglese della famiglia, ebbe invece un ruolo importante nella Dichiarazione Balfour del 1917, con la quale gli inglesi davano mandato al Congresso sionista mondiale di poter insediarsi in Palestina una volta che i britannici l’avessero strappata all’Impero Ottomano con il finire della Prima Guerra Mondiale. Lionel Walter Rothschild, oltre al un ruolo di mediazione tra i politici britannici e i leader del movimento sionista, ebbe parte anche alla stesura stessa della Dichiarazione con cui si prometteva la Palestina ai sionisti col fine di creare «un focolare nazionale per il popolo ebraico».
(da lindipendente.online)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
LA LISTA BONINO RENZI ANNASPA, FORZA ITALIA DAVANTI ALLA LEGA
Fratelli d’Italia tocca un nuovo record negativo. Il partito della
premier è ancora in vetta agli schieramenti politici ma continua a perdere terreno – due decimi solo nelle ultime due settimane – e ora nella Supermedia Agi/Youtrend è accreditato del 27,2% dei consensi: si tratta del punto più basso da quando si è insediato il governo guidato da Giorgia Meloni, ben lontano dai picchi superiori al 30% registrati a fine 2022 e poco più di un anno fa, quando – a marzo 2023 – FdI era al 30,4%.
Cresce ancora, invece, Forza Italia, ormai diventata seconda forza della maggioranza: alla vigilia del consiglio nazionale, in cui sarà ufficializzata la candidatura di Antonio Tajani alle Europee, gli azzurri guadagnano altri tre decimi, salgono all’8,5% e staccano la Lega che resta ferma all’8,2%.
A quindici giorni dal primo rilevamento, arrivano invece segnali preoccupanti per Emma Bonino e Matteo Renzi, perché la loro lista comune Stati Uniti d’Europa perde addirittura un punto percentuale e dal 5,7% rilevato a ridosso del lancio precipita al 4,7%, con la soglia dello sbarramento per Bruxelles che a questo punto non è più lontanissima. Serviranno ulteriori rilevamenti per capire se si tratti di scosse di assestamento o di una potenziale bocciatura dell’elettorato all’alleanza. Guadagnano invece due decimi ciascuno, ma restano – di poco – sotto all’obiettivo del 4%, sia Avs (ora al 3,9%) sia Azione (3,7%).
La Supermedia Agi/Youtrend è elaborata sulla base di una media ponderata dei sondaggi nazionali sulle intenzioni di voto. La comparazione viene effettuata sui dati della Supermedia rilasciata due settimane prima. La ponderazione odierna, che include sondaggi realizzati dal 4 al 17 aprile, è stata effettuata il giorno 18 aprile sulla base della consistenza campionaria, della data di realizzazione e del metodo di raccolta dei dati.I sondaggi considerati sono stati realizzati dagli istituti Demopolis (data di pubblicazione: 9 aprile), EMG (5 aprile), Eumetra (11 aprile), Euromedia (9 aprile), Ixè (12 aprile), Piepoli (11 aprile), Quorum (15 aprile), SWG (8 e 15 aprile) e Tecnè (6 e 13 aprile).
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
LA DICHIARAZIONE PATRIMONIALE DEL MINISTRO DELLA INCOERENZA
Una vettura tedesca e una giapponese. Non c’è traccia d’Italia nel garage del ministro Adolfo Urso che, in nome appunto del made in Italy, ha contestato Stellantis, gruppo partecipato da Exor che controlla anche Repubblica, per la scelta di battezzare “Milano” il nuovo modello del marchio Alfa Romeo. L’amministratore delegato della casa automobilistica del Biscione, Jean-Philippe Imparato, in seguito alla polemica ha deciso di cambiare il nome dell’auto in “Junior”. “Un’auto chiamata Milano non si può produrre in Polonia”, aveva contestato Urso.
Ora Dagospia risponde pubblicando la dichiarazione patrimoniale del ministro dell’Industria e made in Italy. E risulta, appunto, che il parco auto di Adolfo Urso è composto da una Volkswagen T Cross del 2021 e da una più datata Toyota Raw4, immatricolata nel 2006. Due suv, nessuno dei quali è riconducibile all’Italia.
(da agenzie)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
LO SCENARIO È QUESTO: L’ARMATA RUSSA AVANZERÀ ULTERIORMENTE IN TERRITORIO UCRAINO, IL CONGRESSO USA APPROVERÀ GLI AIUTI MILITARI A KIEV, QUINDI PUTIN IMPORRÀ DI FARE UN PASSO INDIETRO….NON SOLO 55 MILA MORTI E CRISI ECONOMICA: PUTIN VUOLE CHIUDERE PRESTO IL CONFLITTO, PER NON DIVENTARE UN VASSALLO DI XI JINPING
Siete curiosi di sapere come finirà la guerra in Ucraina? Lo
scenario più probabile è questo: l’armata russa avanzerà ulteriormente in territorio ucraino, entro le prossime due settimane il Congresso americano approverò gli aiuti militari a Kiev, e, infine, Putin imporrà alle sue truppe di fare qualche passo indietro.
In questo gioco del gambero, due passi avanti e uno indietro, come concordato dalle intelligence americana e russa, si troverà la mediazione finale per arrivare a una tregua.
Questo, almeno, è ciò che hanno in mente gli americani. Per raggiungere l’obiettivo, bisognerà far scendere a miti consigli i vertici ucraini, che sognano ancora la sconfitta di Mosca sul campo di battaglia.
Bisognerà ammorbidire soprattutto Volodymyr Zelensky, che in questi due anni e due mesi di guerra ha: 1) invocato la vittoria finale contro la Russia come unica via d’uscita dal conflitto; 2) ha promesso di restituire al suo Paese la Crimea e il Donbass (occupati dal 2014); 3) ha definito inaccettabile qualsiasi concessione territoriale al Cremlino.
Davanti a queste prese di posizione, come potrà Zelensky essere l’uomo a cui delegare la firma della resa, per quanto onorevole, dell’Ucraina?
In questo scenario, l’ex comico potrebbe decidere di dimettersi un attimo prima della firma dell’accordo di pace, e aprire la strada a nuove elezioni. Un passo indietro da offrire all’opinione pubblica del suo paese come il gesto di un “padre della patria”: pur di chiudere la guerra, mi faccio da parte.
Putin ne sarebbe ben lieto, visto che non ha nessuna voglia di sedersi al tavolo delle trattative con Zelensky e, sotto sotto, sogna ancora la presa del potere a Kiev da parte di un suo fantoccio, come è stato fino al 2014 con Victor Yanukovich.
L’unico punto di disaccordo che va chiarito prima di una tregua è il tanto evocato ingresso dell’Ucraina nella Nato: per i vertici di Kiev è un punto irrinunciabile, per Putin una linea rossa inaccettabile.
Idem con patate l’ingresso nell’Unione europea, soprattutto se Bruxelles definirà un programma di difesa comune, che a quel punto diventerebbe una sorta di mini-Nato continentale. “Mad Vlad”, invece, pone come condizione imprescindibile la smilitarizzazione e la neutralità del Paese.
Per quanto irregimentata sia la politica russa, con un’economia piegata alle esigenze belliche e il dissenso schiacciato nel sangue, anche Putin ha interesse a uscire dal pantano ucraino al più presto.
Non solo perché tenere in piedi un apparato militare al fronte costa, drena risorse e uomini (secondo un’inchiesta della Bbc, finora la strategia è stata quella del “tritacarne”, con 55mila soldati russi morti), ma anche perché la tentata invasione dell’Ucraina ha esposto la Russia alle fauci della Cina.
Se è vero che Putin non ama l’Occidente, è altrettanto vero che Mosca, ubriacata di nazionalismo neo-imperialista, non ha nessuna voglia di diventare una colonia di Pechino.
Lo stato di necessità lo ha spinto tra le braccia di Xi Jinping, dichiarando una “amicizia senza limiti” con il dittatore cinese, ma al Cremlino si sono resi conto di un rapporto sempre più asimmetrico tra i due Paesi. Non potrebbe essere altrimenti, considerando la potenza economica del Dragone (seconda potenza mondiale) rispetto alla fragile Russia. Putin non vuole essere un raviolo al vapore da servire caldo alla mensa di Xi.
La via d’uscita per la tregua va imboccata entro agosto, visto che il 5 novembre si terranno le elezioni americane e Joe Biden non può permettersi di arrivare alla sfida con Trump con due guerre ancora aperte.
Da questa esigenza è scaturito il mandato alla Cia, e non ai tradizionali canali diplomatici, di trattare con gli omologhi russi.
(da Dagoreport)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
“ALLA RADICE DELLE PROTESTE C’È LA DIFFUSIONE MASSICCIA DI INSEDIAMENTI DI COLONI ARMATI IN CISGIORDANIA E LA RIDUZIONE DEI PALESTINESI A PRIGIONIERI DI UN CARCERE A CIELO APERTO”
Il politologo Marco Tarchi, accademico ed esperto della destra italiana. La questione palestinese è arrivata alla Biennale, dove infine il padiglione israeliano è rimasto chiuso e il presidente Pietrangelo Buttafuoco ha dovuto ricordare che l’arte non boicotta. Quello che sarebbe un sano dibattito di politica internazionale, da Gaza alla guerra globale, rischia di perdersi nel “doppio standardismo”?
«C’era da prevederlo, perché la vicenda israelo-palestinese offre un’occasione ideale al rilancio attivistico di un’ultrasinistra che […] dopo l’affievolirsi delle mobilitazioni anti-Tav era quasi scomparsa dalla scena mediatica. Impadronirsi della protesta e orientarla verso lo scontro di piazza era un’occasione troppo appetibile per lasciarsela sfuggire».
La Biennale come le università, epicentro da mesi di una protesta politica come non se ne vedevano da anni. Cosa succede in Italia, è solo la forza emotiva di Gaza o c’è un risveglio dell’attivismo studentesco stile ’68 che alza la voce contro l’Italia di Meloni?
«Lascerei stare il ’68. In questa fase storica di creativo nei movimenti studenteschi c’è ben poco. Ma che nelle proteste convergano una sincera emozione per la tragica sorte che stanno subendo i civili a Gaza e la possibilità di reagire contro un governo di destra che a sinistra è spesso descritto e vissuto anacronisticamente come l’anticamera del fascismo mi sembra un’ipotesi fondata».
La bandiera palestinese è il mezzo e l’antisionismo lo scopo?
«È difficile paragonare, sia razionalmente che emotivamente, la repressione che in altri paesi subiscono gli oppositori con le decine di migliaia di vittime degli attacchi dell’esercito israeliano a Gaza. La sproporzione e il carattere indiscriminato della vendetta per la strage del 7 ottobre ha una sua unicità, a cui si aggiunge la consapevolezza che a nessun altro Stato sarebbe consentito, dalla comunità internazionale, di comportarsi in questo modo».
Antisionismo legittimo o, come teme la comunità ebraica, antisemitismo camuffato da lotta anticoloniale?
«Da decenni i governi e i media israeliani replicano alle critiche per il trattamento riservato ai palestinesi accusandole di celare e alimentare opinioni antisemite. Credo che nella grande maggioranza dei casi le cose non stiano così. Alla radice delle proteste c’è una situazione di fatto che vede, grazie soprattutto alla diffusione sempre più massiccia di insediamenti di coloni armati in Cisgiordania, la riduzione dei palestinesi a prigionieri di un carcere a cielo aperto. Contro cui ribellarsi è legittimo».
Le proteste contro Israele si portano sempre dietro quelle contro gli Stati Uniti. Quanto pesa ancora in Italia l’antiamericanismo? A sinistra ma anche a destra
«Da decenni, sia a destra che a sinistra, alle vecchie polemiche contro l’imperialismo Usa si è sostituita un’accettazione pressoché incondizionata della subordinazione dei paesi europei alle strategie decise a Washington. L’antiamericanismo è un ricordo del passato, o un frammento residuale. Resta vivo negli ambienti più radicali, che però politicamente non hanno alcun peso».
La cosiddetta cultura woke, che dal Black Live Matter anima le università degli States, può essere la cifra del nuovo antiamericanismo?
«La cultura woke è un puro prodotto di esportazione dell’americanismo. O, per dirla altrimenti, una forma alternativa di americanizzazione. Che porta con sé un profluvio di istanze particolaristiche, presentate come diritti di microgruppi sociali, destinate a disgregare l’identità collettiva dei popoli e delle nazioni entro cui si insinuano. L’obiettivo finale del wokismo, malgrado le apparenze, è l’affermazione di una società iperindividualistica».
(da La Stampa)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
“LA RIFORMA È PIENA DI CONTRADDIZIONI. NON C’È UN PROFESSORE DI DIRITTO COSTITUZIONALE CHE NE ABBIA DATO UN GIUDIZIO POSITIVO, INOLTRE C’È IL RISCHIO CHE IL CONSEGUENTE REFERENDUM RIMETTA INSIEME L’INTERA OPPOSIZIONE”
Siamo ai prolegomeni della madre di tutte le battaglie per il
governo Meloni: il premierato, cioè l’elezione diretta del capo del governo. Continuano a moltiplicarsi i comitati civici favorevoli alla riforma, gli organismi che fronteggeranno il probabile referendum sulla riforma costituzionale.
Una mobilitazione generale che non sembra prevedere ripensamenti anche se c’è chi nel campo del centrodestra mette in guardia il premier dai possibili rischi. Qualche giorno fa seduto al tavolino di un bar a due passi dal Pantheon, l’ex-presidente del Senato, Marcello Pera, si è lasciato andare a questo ragionamento: «È un’operazione complicata. Come ho già detto la riforma è piena di contraddizioni. Non c’è un professore di diritto costituzionale che ne abbia dato un giudizio positivo.
Inoltre c’è il rischio che il conseguente referendum rimetta insieme l’intera opposizione, offra un’occasione d’oro per far rinascere uno schieramento che riunisca l’intero centro-sinistra. Un’alleanza che sulla carta potrebbe pure vincere il referendum. E a quel punto non va dimenticata l’esperienza di Renzi che perse il referendum, ma anche Palazzo Chigi. Ecco perchè spero ancora che Giorgia ci ripensi».
Nelle congetture di Pera ci sono tutti i pericoli e i rischi che il premier corre. Rischi veri perché non bisogna farsi confondere dallo stato dell’opposizione di oggi, dal litigio continuo tra Pd e grillini. È chiaro che lo scontro sul premierato, contro quello che la sinistra considera un feticcio del centrodestra, è l’argomento più funzionale ad una ipotetica resurrezione del campo largo
Certo la mobilitazione popolare contro la riforma non è ancor cominciata, a parte i convegni dei professori d’area e dei magistrati di sinistra, ma si può star sicuri che già nella giornata del 25 aprile ci saranno i primi appelli contro la svolta autoritaria. Il leit motiv per ora, come ripete fino alla noia il vicesegretario del Pd Provenzano, è «pensare alle europee», ma che l’appuntamento sia fissato non lo nasconde nessuno.
«Loro fanno i comitati civici pro-premierato – spiega l’ex ministro della Difesa Lorenzo Guerini – e noi in risposta schiereremo i comitati “contro” la riforma della società civile. In fondo sarà uno sprone per radunare l’intera opposizione. Credo che l’organizzazione sia già in gestazione». Non per nulla la stessa «ratio» la ritrovi nelle parole del leader di sinistra italiana, Nicola Fratoianni: «Certo che li faremo, la lotta contro il premierato farà ripartire l’alleanza di sinistra».
E su questo argomento, anche in tempi di spietata competizione elettorale, il Pd può riprendere il filo del dialogo con i grillini. Tutti ci scommettono, i piddini come i 5stelle. «Per me la Meloni- è l’opinione del vicepresidente del movimento, Riccardo Ricciardi – fa una follia a rischiare il referendum.
Certo nel Paese non c’è mai stato un momento più favorevole per una riforma del genere visto che non c’è più lo spettro di Berlusconi. Ma per lei è comunque un azzardo, basta ritornare con la mente a Renzi. Noi saremo spinti a fare fronte comune con il resto dell’opposizione e lei deve tenere conto anche della possibilità che i suoi riottosi alleati nel referendum potrebbero tirargli un brutto scherzo. Ecco perché non mi meraviglierei se ci ripensasse evitando questa prova di forza».
Già ora, infatti, l’esito della madre di tutte le battaglie appare incerto. Tant’è che si sono moltiplicati in entrambi i campi i fautori di una possibile mediazione, di un possibile compromesso. Spesso tortuoso, a volte incomprensibile. Tutti nomi che da quarant’anni hanno a che fare con il miraggio della grande riforma costituzionale: dai liberali di destra Giuseppe Calderisi e Gaetano Quagliarello, ai piddini Enrico Morando e Peppino Calderisi, all’ex-forzista Fabrizio Cicchitto.
Tentativi che per ora non hanno tirato fuori un ragno dal buco. «Abbiamo avanzato la proposta ripresa da un’ipotesi avanzata in passato dal presidente della consulta Augusto Barbera – racconta Ceccanti – di un sistema in due fasi: nella prima i candidati premier vengono legati ai seggi presi dal loro schieramento ; poi, se nessuno raggiunge la maggioranza assoluta dei seggi si va al ballottaggio di fronte agli elettori sui due candidati che hanno avuto più seggi
Solo che questi sono matti, non sentono ragioni né da una parte, né dall’altra. Entrambi sono convinti di poter vincere il referendum. Per cui per ora non ci sono i margini per un compromesso. Ci saranno i comitati civici pro-riforma, e dall’altra parte già nei comizi del 25 aprile chiameranno alla mobilitazione contro la svolta autoritaria. A quel punto io non voterò al referendum, preferirò andare in Thailandia. Purtroppo è il ” manicomio Italia”».
(da Il Tempo)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
“AUMENTERA’ LA DETENZIONE, I RIMPATRI SARANNO POCHI”
“Non è vero che – come ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani – con il nuovo Patto migrazione e asilo approvato dall’Unione europea il Trattato di Dublino può dirsi definitivamente superato. In realtà, cambierà molto poco”, così Eleonora Celoria, socio di Asgi (l’Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), in un’intervista a Fanpage.it, spiega che cosa non funziona nel nuovo pacchetto di regole con cui Bruxelles vuole riformare le politiche migratorie in Europa.
Che cosa cambia davvero con il nuovo Patto migrazione e asilo Ue e perché non è efficace
Per quanto riguarda la gestione delle domande d’asilo da parte degli Stati di primo approdo, “non cambierà nulla perché resta l’impianto del regolamento Dublino”, spiega Celorio. Eppure lo stesso ministro degli Esteri Antonio Tajani ha salutato con entusiasmo il nuovo accordo definendolo “il migliore compromesso per superare la stagione di Dublino”. “In realtà non è così”, ribadisce Celoria, “i Paesi di frontiera come l’Italia continueranno, infatti, a farsi carico della responsabilità di valutare le domanda d’asilo delle persone migranti”.
Il principale elemento di innovazione consisterà nel cosiddetto “meccanismo di solidarietà obbligatorio e flessibile” introdotto dalle nuove norme. “Solo il nome è un controsenso”, commenta Celoria. “Si chiama obbligatorio perché tutti gli stati dovranno in qualche modo contribuire, ma resta flessibile perché ogni Paese decide poi come assicurare il supporto agli stati più interessati dall’arrivo di migranti”. Nei casi di intenso flusso migratorio verso Paesi di frontiera come l’Italia, gli altri Stati membri potranno scegliere se accogliere i richiedenti asilo sul proprio territorio oppure offrire un aiuto economico, ma non è previsto alcun meccanismo di ridistribuzione obbligatoria.
Perché le Ong che difendono i diritti dei migranti hanno criticato il nuovo Patto sull’asilo dell’Ue
“La possibilità di dare un contributo finanziario anziché procedere con la ridistribuzione farà sì che chi arriverà in Italia molto probabilmente non verrà ricollocato altrove”, spiega Celoria. Tale aiuto economico potrà poi essere utilizzato dagli Stati più interessati dai flussi per il controllo delle frontiere esterne o per il rafforzamento delle procedure di esternalizzazione, ovvero quell’insieme di politiche volte a impedire alle persone straniere di lasciare i loro paesi e attraversare le frontiere. Per Asgi, “non è una soluzione efficace. I numeri finora ci dicono che tutto lo sforzo rivolto a progetti di controllo dei confini negli stati terzi non ha funzionato. Non solo sul piano delle violazioni dei diritti delle persone migranti ma anche in termini numerici. L’Italia nel 2023 – lo stesso anno in cui ha firmato il memorandum d’intesa con la Tunisia – ha visto un numero di ingressi molto elevato rispetto agli anni precedenti”.
Con le nuove regole ci saranno più detenzioni che rimpatri: “I diritti dei migranti verranno violati”
Il nuovo pacchetto di regolamenti varati da Bruxelles si propone di accelerare lo screening alle frontiere e la gestione delle domande d’asilo. “Se fino ad oggi la regola era quella dell’accoglienza, d’ora in poi diventerà la detenzione”, commenta Celoria. “La procedure di asilo dovrebbero svolgersi sul territorio degli Stati di approdo sulla base di un principio generale, ovvero l’accoglienza e la libertà di circolazione sul territorio dei migranti. Con il nuovo Patto la priorità diventa fermare i richiedenti asilo alle frontiere e garantire che le persone non circolino sul territorio. Ma per fare ciò lo Stato ricorrerà alla detenzione in grandi centri in frontiera con gravi conseguenze sui diritti delle persone migranti che verranno violati”.
Per Asgi le procedure più rapide aumenteranno anche il rischio di respingimenti. “I richiedenti trattenuti in frontiera avranno meno accesso all’assistenza legale, agli operatori sociali, alla società civile e così sarà più difficile esaminare a fondo la loro domanda. Si tratta di una violazione del principio di non-refoulment, che vieta di respingere una persona prima di avere valutato con attenzione la sua richiesta d’asilo”, dice Celoria. Insomma se sulla carta i regolamenti continuano a riconoscere i diritti dei migranti, nella pratica sarà difficile garantirli.”Se un migrante non ha contatti con nessuno, magari nemmeno con un interprete della sua lingua, come racconterà la sua storia? È preoccupante.”
La riforma del regolamento Eurodac, inoltre, consentirà di raccogliere i dati biometrici (come le impronte digitali) dei migranti a partire dai 6 anni di età, nonostante il Regolamento sulla protezione dei dati personali (Gdpr) richiede che il minore abbia almeno 16 anni. “In base al nuovo regolamento quelle impronte potranno esser usate per fare controlli incrociati attraverso una serie di banche dati tra cui Europol che si occupa della commissione di reati. Come si riuscirà a informare adeguatamente i richiedenti asilo al momento dello sbarco? La loro privacy sarà violata”, osserva Celoria.
Rispetto al tema dei rimpatri, su cui il governo Meloni insiste da tempo, secondo Asgi il nuovo Patto “non rappresenterà un successo per l’Italia. I rimpatri vengono fatti solo nei paesi in cui ci sono accordi, come la Libia, negli altri casi no. Quindi una volta concluso l’esame della domanda d’asilo, chi vedrà respinta la richiesta resterà irregolare nel nostro paese”, spiega Celoria. “Per rispettare le procedure l’Italia dovrà aprire nuovi centri di detenzione attorno ai quali esiste un vero e proprio business”.
Cosa avrebbe dovuto fare l’Ue con il Patto migrazione e asilo
Per Asgi, l’Unione europea “avrebbe dovuto considerare la volontà delle persone migranti, esattamente come fa in ambiti come l’agricoltura, e i legami sociali e culturali dei richiedenti asilo per consentire loro di raggiungere le loro famiglie negli altri paesi d’Europa. Le procedure di detenzione invece finiranno per avere un impatto devastante sulle comunità di arrivo dei migranti. Un conto infatti, è avere persone che gradualmente si inseriscono nel tessuto sociale dei paesi in cui arrivano, ben diverso è fermare in frontiera delle persone, non rimpatriarle e infine lasciarle irregolari sul territorio. Ci saranno più sfruttamento e più tensioni”, ribadisce Celoria. “Dopo i danni fatti, a questo punto, non mi auspico un nuovo intervento dell’Ue”, conclude .
(da Fanpage)
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Aprile 19th, 2024 Riccardo Fucile
LO STUDIO DI NATURE: I DANNI SATRANNO SEI VOLTE SUPEIORI AI COSTI DI MITIGAZIONE NECESSARU PER LMITARE IL RISCALDAMENTO GLOBALE A DUE GRADI
I cambiamenti climatici non avranno effetti solo sui modelli
meteorologici e dunque sulla vita umana sulla terra. Anche le conseguenze economiche infatti saranno molto pesanti, come dimostra un nuovo studio pubblicato su ‘Nature’ firmato da tre ricercatori del Potsdam Institute for Climate Impacts Research. Secondo gli scienziati, infatti, anche se le emissioni di CO2 ed altri gas climalteranti dovessero essere drasticamente ridotte a partire da oggi, l’economia mondiale è destinata a una contrazione del 19% fino al 2050. In Italia il reddito medio si ridurrà del 15%, più che in Francia (13%), ma meno che in Grecia (17%) e Spagna (18%). Complessivamente, i danni annuali globali sono stimati in 38mila miliardi di dollari
Danni sei volte superiori ai costi di mitigazione
Secondo quanto emerso dallo studio i danni sono sei volte superiori ai costi di mitigazione necessari per limitare il riscaldamento globale a due gradi. Sulla base di dati empirici provenienti da oltre 1.600 regioni di tutto il mondo negli ultimi 40 anni, gli scienziati dell’Istituto di Potsdam per la ricerca sull’impatto climatico (Pik) hanno valutato gli impatti futuri del cambiamento delle condizioni climatiche sulla crescita economica e sulla loro persistenza.
“Si prevedono forti riduzioni del reddito per la maggior parte delle regioni, tra cui il Nord America e l’Europa. L’Asia meridionale e l’Africa saranno le più colpite. Le riduzioni sono causate dall’impatto del cambiamento climatico su vari aspetti rilevanti per la crescita economica, come le rese agricole, la produttività del lavoro o le infrastrutture”, afferma Maximilian Kotz, scienziato del Pik e primo autore dello studio. Complessivamente, i danni annuali globali sono stimati in 38mila miliardi di dollari, con una probabile forbice tra 19-59mila miliardi di dollari nel 2050. Le conseguenze deriveranno principalmente dall’aumento delle temperature, ma anche da cambiamenti nelle precipitazioni. La considerazione di altri fenomeni meteorologici estremi, come tempeste o incendi, potrebbe farli aumentare ulteriormente.
Danni anche ai Paesi più sviluppati del mondo
Leonie Wenz, scienziata del Pik , aggiunge: “La nostra analisi mostra che il cambiamento climatico causerà ingenti danni economici entro i prossimi 25 anni in quasi tutti i Paesi del mondo, anche in quelli altamente sviluppati come Germania, Francia e Stati Uniti. Questi danni a breve termine sono il risultato delle nostre emissioni passate. Avremo bisogno di maggiori sforzi di adattamento se vogliamo evitare almeno alcune di queste conseguenze. E dobbiamo ridurre drasticamente e immediatamente le nostre emissioni: in caso contrario, le perdite economiche diventeranno ancora più ingenti nella seconda metà del secolo, fino a raggiungere il 60% in media globale entro il 2100. Questo dimostra chiaramente che proteggere il nostro clima è molto più conveniente che non farlo, e questo senza nemmeno considerare gli impatti non economici come la perdita di vite umane o di biodiversità”.
Ma a pagare il conto più salato saranno i Paesi poveri
Sebbene anche i Paesi ad alto reddito subiranno gli effetti economici del cambiamento climatico saranno quelli più poveri a pagare il conto più salato. “Il nostro studio evidenzia la notevole iniquità degli impatti climatici: troviamo danni quasi ovunque, ma i Paesi dei tropici saranno quelli che soffriranno di più perché sono già più caldi. Un ulteriore aumento della temperatura sarà quindi più dannoso in questi stati. Si prevede che i Paesi meno responsabili del cambiamento climatico subiranno una perdita di reddito del 60% superiore a quella dei Paesi a più alto reddito e del 40% superiore a quella dei Paesi a più alte emissioni. Sono anche quelli che hanno meno risorse per adattarsi ai suoi impatti. Spetta a noi decidere: un cambiamento strutturale verso un sistema di energia rinnovabile è necessario per la nostra sicurezza e ci farà risparmiare. Rimanere sulla strada che stiamo percorrendo porterà a conseguenze catastrofiche. La temperatura del pianeta può essere stabilizzata solo se smettiamo di bruciare petrolio, gas e carbone”, conclude Anders Levermann, capo del dipartimento di ricerca Complexity Science del Potsdam Institute e coautore dello studio.
(da Fanpage)
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