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GLI ANNI DI SIGNORINI AL MOSE, TRA VACANZE PAGATE E AMICI IMPORTANTI

Maggio 20th, 2024 Riccardo Fucile

L’EX POTENTE DEL PORTO DI GENOVA FINITO IN CARCERE E’ STATO PER ANNI PUNTO DI RIFRIMENTO A ROMA DEL CONSORZIO PER LA DIGA MOBILE

Dalla Laguna al Mar Ligure. Da una Repubblica marinara all’altra. L’odore dei soldi viaggia con la brezza marina. E la cricca romano-veneziana del Mose lascia tracce anche nella città della Lanterna. Paolo Emilio Signorini, l’ex potente presidente dell’Autorità portuale finito in carcere per tangenti, si faceva pagare soggiorni, cene e casinò dalle imprese del porto. Un vizietto antico. Perché Signorini, prima di approdare in Liguria e occuparsi di banchine e concessioni d’oro, è stato per anni il punto di riferimento a Roma del Consorzio Venezia Nuova (Cvn) e del suo padre padrone, Giovanni Mazzacurati. Dal Cipe, dove Signorini era stato promosso dal suo mentore Ercole Incalza, arrivavano i finanziamenti per il Mose al Consorzio e ai suoi soci di maggioranza: Mantovani, Condotte, Fincosit-Mazzi. Dopo l’inchiesta del 2014 le imprese saranno travolte dai debiti e usciranno dalla compagine societaria lasciando il posto agli azionisti minori come Consorzio San Marco e Kostruttiva.
Negli anni d’oro i contatti tra Mazzacurati, Signorini e il suo capo Ercole Incalza, supermanager dei Lavori pubblici rimasto in carica per decenni, con cinque ministri di colore diverso, sono quasi quotidiani. Mazzacurati spinge e insiste perché sia proprio Signorini il candidato del governo alla presidenza vacante del Magistrato alle Acque, l’ufficio lagunare dei Lavori pubblici che dovrebbe controllare i lavori del privato in Laguna. «Lui andrebbe benissimo», insiste al telefono con Incalza e i burocrati romani.
Nell’ottobre del 2010, negli anni d’oro del monopolio incontrastato, l’ingegnere del Mose è in attesa che il governo gli sblocchi 1,2 miliardi di euro per andare avanti coi lavori. La grande opera è avviata, i ritardi e i prezzi aumentano, le critiche anche. Ma il progetto va avanti. Negli atti dell’inchiesta sul Mose, che nel 2014 ha portato in carcere 42 persone, Mazzacurati dice al telefono con una dirigente del ministero: «Basta una telefonata al dottor Letta, o fargliela fare da Signorini».
Quando Signorini va in vacanza in Toscana, soggiorno e spese sono a carico del Consorzio. «Paga il Consorzio, perché volevano fargli un presente», si giustifica Mazzacurati. Le camere sono fissate, il manager viene accolto all’uscita dell’autostrada e accompagnato a destinazione, ristorante incluso. «A Castagneto è difficile trovare posto», dice Mazzacurati, «vada a nome mio a Bibbona».
Signorini, che dalle Finanze farà carriera al vertice del porto più importante d’Italia, si occupa di grandi opere e portualità anche in quegli anni. Nel 2010 c’è sul tavolo il megaprogetto del porto d’altura da 3 miliardi di euro, sostenuto dal presidente del porto di Venezia Paolo Costa, ex sindaco di Venezia ed ex ministro dei Lavori pubblici. E anche qui la pressione a Roma è forte. Con Signorini lavora anche l’Avvocato dello Stato Marco Corsini, quello della ricostruzione del Teatro La Fenice, assessore della giunta Costa che voleva il metrò sotto la Laguna. Il Consorzio vuole inserire una parte dei lavori del porto offshore, che dovrebbe essere finanziato da operatori cinesi, nella voce «Opere complementari al Mose». La diga di protezione di 3,2 chilometri su fondali di 20 metri e le banchine le dovrebbe pagare lo Stato, per un totale di 100 milioni di euro. A Costa interessa partire subito con la progettazione, per la quale servono 5 milioni di euro. «Volevo capire se ’sti cinque erano pronti per partire», chiede Costa a Mazzacurati in un colloquio del 23 novembre 2010, «perché mi pare si siano fatti avanti dei soggetti molto molto interessanti».
Nello scandalo Mose Signorini non è stato indagato. Adesso deve rispondere a Genova di pesanti accuse sulle concessioni agli imprenditori del porto.
(da lespresso.it)

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MICCICHE’ INDAGATO PER PECULATO E TRUFFA; DIVIETO DI DIMORA A CEFALU’

Maggio 20th, 2024 Riccardo Fucile

“L’AUTO BLU DAL VETERINARIO E PER IL RITIRO DI DROGA”

Il deputato dell’Assemblea Regionale Siciliana Gianfranco Miccichè ha ricevuto un divieto di dimora a Cefalù dal Gip di Palermo. All’ex presidente dell’Ars sono stati anche sequestrati 24 mila euro. Nei confronti di Miccichè c’è un’indagine per peculato, truffa aggravata ai danni dell’Ars e false attestazioni sulla presenza in servizio di un dipendente pubblico. Anche il suo assistente parlamentare Maurizio Messina, autista del politico di Forza Italia, ha ricevuto il divieto di dimora a Cefalù. Nel luglio scorso era emersa un’indagine per peculato nei confronti di Miccichè per l’uso della sua auto per l’acquisto di cocaina. Il politico aveva prima negato e poi ammesso l’uso dello stupefacente.
Miccichè: «Spiegherò tutto»
«Andrò a spiegare tutto ai magistrati – ha dichiarato Miccichè all’Adnkronos -, Io non credo di avere commesso atti illeciti. Se è un illecito dare un passaggio a mia moglie, va bene, questo non posso negarlo. Forse ho fatto qualche leggerezza, ma nulla di grave. Non vi è dubbio che potrei avere commesso qualche errore ma davvero non ci trovo niente di male. Se questo è peculato… io non ho nulla da rimproverami, forse ho commesso, lo ripeto, qualche leggerezza». Secondo l’inchiesta, l’Audi della Regione era sistematicamente parcheggia a casa dell’autista del politico siciliano.
Per 33 volte, tra marzo e novembre 2023, Miccichè avrebbe usufruito del mezzo per viaggi privati, tra cui visite mediche. Inoltre l’auto regionale sarebbe stata utilizzata per dare vari passaggi lungo il tragitto Palermo-Cefalù, dove Miccichè possiede una villa.
L’auto blu sarebbe stata usata per trasportare cocaina
A bordo dell’auto, avrebbero viaggiato componenti della sua segreteria, familiari e persone assunte nello staff politico. Quest’ultime, in realtà, sarebbero state impiegate in mansioni improprie: dalla pulizia, alla manutenzione della piscina, alla derattizzazione.
L’Audi che faceva la spola tra Palermo e Cefalù sarebbe stata utilizzata anche per consegnare cocaina al politico, oltre al cibo acquistato dal ristorante dell’amico Mario Ferro, lo chef indagato per spaccio di droga.
Nell’ambito di quell’inchiesta, si scoprì che Miccichè si sarebbe più volte rivolto a Ferro per l’acquisto di sostanze stupefacenti.
Dai passaggi alla moglie dell’ex presidente al trasporto del gatto nello studio del veterinario
Negli atti della misura cautelare emessa dal Gip Rosario Di Gioia, si legge che l’ex presidente dell’Assemblea regionale siciliana avrebbe mostrato «una gestione arbitraria e del tutto personalistica dell’autovettura». Ad esempio, secondo l’accusa, Miccichè avrebbe disposto all’autista dell’auto blu di accompagnare fino a Cefalù, «per incombenze domestiche», il suo collaborato Vito Scardina. E ancora, oltre ai passaggi offerti a sua moglie, il politico si sarebbe fatto recapitare a Cefalù con quella vettura «un bidone di benzina», oppure un imprecisato cofanetto. L’auto di proprietà della Regione sarebbe stata usata persino per «portare il gatto dal veterinario o recuperare il caricabatterie dell’iPad».
(da agenzie)

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LA CORTE PENALE INTERNAZIONALE CHIEDE MANDATI DI ARRESTO PER NETANYAHU E SINWAR

Maggio 20th, 2024 Riccardo Fucile

LA LEADERSHIP ISRAELIANA E’ ACCUSATA DI “AVER CAUSATO LO STERMINIO E PRESO DELIBERATAMENTE DI MIRA I CIVILI A GAZA”

Potrebbero arrivare a breve i mandati di arresto nei confronti del primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu, e del capo di Hamas, Yahya Sinwar. Lo riporta il sito del Cnn, la cui giornalista Christiane Amanpour ha intervistato in esclusiva Karim Khan, procuratore capo della Corte penale internazionale. L’accusa generica è quella di crimini di guerra e di crimini contro l’umanità, sia per l’attacco del 7 ottobre partito dalla Striscia sia per la reazione di Israele, che ha bombardato e invaso i territori di Gaza.
È la prima volta che la Corte penale internazionale mette nel mirino il leader di un Paese alleato degli Stati Uniti. Oltre a Netanyahu, la Corte sta valutando di emettere un mandato d’arresto per il ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant, per Mohammed Diab Ibrahim al-Masri, leader delle Brigate Al-Qassem (più conosciuto come Mohammed Deif), e per Ismail Haniyeh, leader politico di Hamas.
Se raggiunto dal mandato di arresto internazionale, Netanyahu subirebbe le stesse limitazioni che hanno colpito Vladimir Putin, tra cui il poter viaggiare verso Paesi che hanno aderito alla Corte.
Sia Israele che gli Stati Uniti non ne fanno parte, tuttavia la Corte ha la giurisdizione su Gaza, Gerusalemme est e Cisgiordania, visto che i leader palestinesi hanno formalmente accettato di essere vincolati ai principi fondanti della Corte, nel 2015.
Le accuse contro Netanyahu e Gallant sono motivate dall’aver «causato lo sterminio, di aver usato la fame come metodo di guerra – inclusa la negazione degli aiuti umanitari -, e di aver preso di mira deliberatamente i civili durante il conflitto». Qualche settimana fa, Netanyahu aveva fatto sapere di considerare qualsiasi azione della Corte contro funzionari governativi e militari israeliani alla stregua di «un oltraggio di proporzioni storiche».
(da agenzie)

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GENOVA, IL CASO DELLE CIMICI: «SIGNORINI SPIAVA I TELEFONI»

Maggio 20th, 2024 Riccardo Fucile

“SEI SICURO CHE QUALCUNO NON CI ATTACCHI PERCHE’ NOI CI VENDIAMO?”

L’imprenditore Aldo Spinelli, titolo di studio quinta elementare e un impero dei terminal al porto di Genova su cui dice di versare undici milioni di tasse all’anno, stando agli atti ha un modo sbrigativo di fare affari: pagare tutti. Con regolari bonifici per complessivi 40 mila euro erogati alle fondazioni elettorali del governatore Giovanni Toti, ma secondo la Procura elargiti in cambio di interventi per lo sblocco di concessioni prefigurando quindi l’accusa di corruzione, o in contati e fiches al casinò di Monte Carlo a favore del presidente dell’Autorità portuale Paolo Emilio Signorini.
Preoccupato che su quei finanziamenti si alzasse il velo della segretezza al punto da mettere sotto controllo il telefono di un’amica, al corrente della situazione.
A settembre 2022 gli investigatori captano una telefonata tra l’ex compagna di Signorini e un’amica del numero uno del porto. Che afferma: «Perché io sapevo una marea di cose… so cose. Fino a quando lui si fidava di me, mi raccontava tutto di questo vecchio», cioè di Spinelli. A un certo punto però Signorini si rende conto del rischio che l’amica possa riferire le informazioni ad altri e decide di intercettare le sue conversazioni.
«Temeva andassi a raccontare in giro quello che so, quindi mi ha fatto mettere il telefono sotto controllo. Da diverse settimane ha smesso, si vede che si sente più tranquillo. Però lui si è fatto tirare moltissimo dentro a questa vita fatta di lusso sfrenato, di soldi che piovono».
E l’ex moglie, apprendendo la lista di benefit dedicati a Signorini e compagna nel fine settimana a Monte Carlo, commenta: «Mi verrebbe da dire che questa è proprio la corruzione dell’animo in una persona».
La preoccupazione che i presunti finanziamenti illeciti potessero diventare di dominio pubblico viene esternata da Signorini allo stesso Spinelli: «Noi abbiamo un bellissimo rapporto, quindi ti faccio una domanda. Sei sicuro che qualcuno non ci tira un attacco per il fatto che noi ci vendiamo? Poi, quando arrivano gli atti», dice alludendo allo sblocco delle concessioni.
L’uomo d’affari lo rassicura e allo scopo di rasserenarlo elenca «le sue precedenti frequentazioni con persone titolari di cariche pubbliche», annotano gli investigatori. «E si mi dicono che fai qualcosa per me, io li denuncio», rincara.
«Per i pranzi non c’è problema, ma se controllano il tuo conto a Monte Carlo?», insiste il capo dell’authority. E Spinelli ribadisce: «Ma non controllano a Monte Carlo, stai tranquillo. Lì non esce niente, perché tu non risulti». Stesse perplessità manifestate dal numero uno del porto in merito ai 13.200 euro versati da Spinelli a saldo del catering del matrimonio di sua figlia.
Ritiene fuori luogo un pagamento tracciato e pone a Spinelli una domanda che il gip ritiene «significativa»: «Ma se ti dicessero: lo faresti anche a Toti?». L’imprenditore ammette: «Sì, la cifra è un po’ alta, perché con due o tremila euro puoi giustificare un regalo, questo catering mi sembra impossibile però».
La vicenda si conclude con la consegna del denaro in contanti e il pagamento delle spese del rinfresco effettuate da un’amica di Spinelli.
L’ipotesi dei magistrati è che Spinelli cercasse sistemi per schermare i presunti finanziamenti illeciti. A rafforzare questa accusa, secondo la Procura, c’è l’episodio nel quale l’imprenditore cerca la sponda della società Icon, azionista al 45% della Spinelli srl a sua volta socio di maggioranza della Terminal Rinfuse Genova, per le donazioni a Toti. Incassa un rifiuto, per il possibile risvolto penale.
(da Il Messaggero)

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DONNE, CASINÒ E ZERO SOLDI: L’EX PRESIDENTE DEL PORTO DI GENOVA, CHE GUADAGNAVA 230 MILA EURO L’ANNO, NON HA UN EURO SUL CONTO CORRENTE. DOVE SONO FINITI I SOLDI INTASCATI NEGLI ANNI CON GLI STIPENDI D’ORO?

Maggio 20th, 2024 Riccardo Fucile

C’ENTRANO QUALCOSA TUTTE QUELLE GITARELLE A MONTECARLO, PAESE DAL SISTEMA BANCARIO OPACO? SIGNORINI SI ERA RIDOTTO A CHIEDERE A SPINELLI 13MILA EURO PER PAGARE IL MATRINONIO DELLA FIGLIA (“ALDO HO SPESO TUTTO…”)

In casa di Aldo Spinelli la Guardia di Finanza ha trovato e sequestrato oltre 200 mila euro in cassaforte, pure in valuta estera. Nell’abitazione dell’ex presidente dell’autorità portuale Paolo Emilio Signorini, l’unico arrestato finito in carcere, neanche un euro.
Dove siano finiti i soldi guadagnati negli anni dal manager oggi amministratore delegato della multiutility Iren (a cui sono state tolte tutte le deleghe ed è sospeso), con una carriera fra Banca d’Italia, ministeri e presidenza del Consiglio dei ministri, è un altro punto da chiarire nella maxi inchiesta sulla corruzione in Liguria.
Basta rileggersi quanto scritto in alcuni impietosi passaggi dell’ordinanza di misura cautelare che ha spedito il manager in una cella a Marassi: «Durante tutta l’indagine è emersa l’indisponibilità, da parte dell’indagato sul conto corrente, di liquidità nei propri rapporti finanziari per saldare le spese per il matrimonio della figlia, tanto da essersi rivolto a Spinelli e Vianello per potervi far fronte. In occasione dei preparativi per il viaggio a Las Vegas emergeva altresì la mancanza di disponibilità per provvedere al biglietto aereo».
La giudice per le indagini preliminari parla di «incapienza» e infatti i viaggi e i soggiorni di lusso a Monte Carlo per l’allora presidente del porto venivano pagati regolarmente da scio’ Aldo. Il quale tuttavia, secondo quanto raccontato dallo stesso Spinelli nel suo tragicomico interrogatorio di garanzia, bacchettava Signorini al Casinò: «Paolo, tu giochi come uno dell’Italsider, gioca qualche soldo in più perché giochi da 15 euro, 25 euro».
Se dunque per l’imprenditore e grande elemosiniere non era a Monte Carlo che Signorini sperperava il suo stipendio da 230 mila euro (lordi), per alcune delle donne che accompagnavano lui e Spinelli al Casinò quella vita c’entra eccome: «Si è fatto tirare moltissimo dentro a questa vita fatta di lusso sfrenato… di soldi che piovono…», dicevano intercettate a proposito del manager.
E così si arriva alle fatidiche richieste di aiuto a Scio’ Aldo per pagare il matrimonio della figlia. La conversazione fra Signorini e Spinelli è l’ammissione, da parte del diretto interessato, che nel suo conto in banca ormai non c’è più nulla: «Oggi parto perché domani c’è il matrimonio… devi vedere quanto m’è costato… devo fare un bonifico a saldo per il matrimonio e ho già fatto settantamila euro di spese eee… resta un “buco” da tremila ottocento euro e io questi soldi non li ho più…».
Spinelli risponde «ma te li do io Paolo», ma Signorini corregge il tiro, decisamente al rialzo: «Tredicimila duecento euro…». L’imprenditore, pur stupito, accetta: «Paolo io te lo faccio mah…tredicimila…devi fare un bonifico di tredicimiladuecento… e tu in banca non ce l’hai?». «Aldo ho speso tutto…». «Paolo stasera vieni a casa mia te li do i soldi non è un problema».
(da la Repubblica)

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UNIVERSITA’, GLI STUDENTI CHE LAVORANO PER PAGARE AFFITTO, RETTA, CIBO E LIBRI: UNA SPESA MEDIA MENSILE PER UN FUORI SEDE DI 1.480 EURO

Maggio 20th, 2024 Riccardo Fucile

“MOLTI SFRUTTATI, IL PROFITTO NE RISENTE”… INVECE CHE CONDANNATI PER OMICIDIO SAREBBE MEGLIO CHE UN PREMIER RICEVESSE UNA DELEGAZIONE DI QUESTI STUDENTI CHE ONORANO L’ITALIA

Una ragazza racconta che, per pagare la spesa al supermercato, i libri di testo e una stanza in affitto a Viterbo, ha dovuto lavorare come cameriera, lavapiatti, caregiver senza mai fermarsi.
A volte ha guadagnato meno di cinque euro l’ora, ma per lei era l’unico modo di mantenersi all’università.
La sua storia, come quella di tanti altri studenti che non «studiano e lavorano», ma «lavorano per studiare», è riportata oggi su Repubblica.
Il giornale ha stimato che il costo della vita per universitario oscilla tra i i 9 mila e i 17 mila euro annui. Il tema è che per mantenersi lontano dalla casa dei genitori, spiega la ragazza intervistata, si finisce per «lavorare tutti i giorni senza riuscire a dare nemmeno un esame». La retribuzione percepita con le occupazioni saltuarie degli studenti, poi, è quasi sempre in nero.
365 mila studenti lavoratori
Repubblica ricorda che, in Italia, sono almeno 365 mila gli studenti lavoratori: uno su cinque, la cifra più alta mai toccata dal 2008 in avanti. Fanno di tutto pur di sostenersi, senza gravare sulle famiglie di origine. Il problema, però, è che molti di loro non hanno il tempo per studiare e il profitto ne risente. Il quotidiano alterna le cifre del fenomeno alle storie dei ragazzi intervistati, come il 22enne che sogna di fare il ricercatore in Scienze storiche, ma che è costretto a sottrarre tempo allo studio per lavorare in una catena di fast food a Milano. C’è il 20enne studente e gelataio a Perugia, che ha lasciato l’Abruzzo, ma a malapena riesce a vivere senza i soldi che gli mandano i genitori. Lavorare, per gli universitari, non è un vezzo: il 40,3% di loro non potrebbe permettersi di studiare, se non avesse un’occupazione.
I lavori a chiamata
E tra i lavori spopolano quelli a chiamata. «Chiamata che arriva la mattina, mentre gli altri vanno a lezione, il weekend, invece di uscire o studiare, la sera, invece di dormire», scrive Repubblica. Così, dei 365 mila studenti lavoratori, sei su dieci non riescono a frequentare le lezioni, più della metà non ce la fa a essere in regola con gli esami. Anche perché l’impegno lavorativo, a volte, arriva a coprire «40 ore settimanali», afferma uno studente 23enne che ha deciso di passare alla carriera universitaria part time. «Quaranta ore a 800 euro, una follia, non c’è rispetto dei contratti». Sono una decina i ragazzi che parlano sulle pagine di Repubblica. Dalle loro vicende, emerge che non solo i fuori sede incontrano enormi difficoltà economiche per studiare. Chi si iscrive all’università nel luogo dove è cresciuto, ha comunque uscite per circa 783 euro al mese, tra pasti, trasporti, materiale didattico, attività sportive e spese in salute. Una cifra importante che, nel caso dei fuori sede, raddoppia: 1458 euro mensili stimati come costo della vita, di cui – in media – 435 euro se ne vanno per l’alloggio e 412 euro per i pasti.
(da agenzie)

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GLI IMMIGRATI STANNO SALVANDO L’ITALIA. SONO CERTI ITALIANI CHE LA STANNO ROVINANDO

Maggio 20th, 2024 Riccardo Fucile

INTERI COMPARTI INDUSTRIALI VANNO AVANTI GRAZIE A LORO, PERCHE’ I FIGLI DEI FIGHETTI SOVRANISTI NON HANNO VOGLIA DI FARE LAVORI UMILI

Gli immigrati stanno salvando l’Italia, gli italiani la stanno rovinando. Sarebbe ora che nasca un movimento pro immigrati che spazzi via le insopportabili ipocrisie con cui paesi come l’Italia trattano questa annosa questione.
L’immigrazione ha fatto la fortuna di molti politicanti che grazie ai poveri cristi sui barconi hanno raccattato voti e fatto carriera. E questo senza risolvere nulla.
L’immigrazione infatti continua, l’unica differenza è che i media organici ne parlano di meno perché dà fastidio ai reggenti. Ma più che l’immigrazione in sé, ad aver fatto la fortuna dei politicanti è la paura da essa generata.
Paura dell’invasore che è paura di dover aggiungere un posto a tavola, paura di perdere la propria presunta identità, paura del cambiamento. E se una persona ha paura è disposta a tutto, compreso votare il primo ciarlatano che gli promette la luna. Una paura che si è fatta odio verso il diverso, che si è fatto meschino razzismo. Come se le razze esistessero davvero e come se gli immigrati fossero tutti delinquenti e non fosse invece delinquenziale il modo in cui vengono trattati.
I politici hanno sempre speculato sull’immigrazione senza risolvere nulla. Sia perché non gli conveniva, sia per impotenza. L’immigrazione è un fenomeno globale e paeselli come l’Italia non posso farci nulla tranne salvare vite in mare e gestire in maniera intelligente i nuovi arrivi.
Solo la cooperazione internazionale aiuterebbe a gestire meglio il fenomeno, ma la politica romanocentrica ha sempre fallito. Realtà da una parte, inganno propagandistico dall’altra.
A sbarcare sono esseri umani in cerca di lavoro e normalità. Esattamente quello di cui ha disperatamente bisogno l’Italia e tutta Europa dove nessuno fa più figli e nemmeno certi lavoracci.
Senza immigrati chiuderebbero interi comparti economici troppo usuranti per i giovani autoctoni cresciti nella bambagia.
Senza gli immigrati chiuderebbero interi paesi dell’entroterra. Dove ormai le scuole sono aperte per i loro figli, gli uffici per le loro pratiche, gli alimentari per le loro famiglie e sono loro i nuovi contadini, muratori ed idraulici.
Il contributo economico ma anche sociale degli immigrati è sempre più essenziale. Stanno letteralmente salvando nazioni vecchie e rattrappite come la nostra. Stanno spendendo i loro anni e le loro energie migliori qui e che lo stato non riconosca i loro figli come italiani e li lasci in un limbo, è assolutamente vergognoso.
Noi siamo dove cresciamo e le chiacchiere burocratiche stanno a zero. Invece di speculare sull’immigrazione, sarebbe ora che la politica dica le cose come stanno e si dimostri all’altezza di una democrazia sana.
Gli immigrati sono una risorsa strategica e non affatto un problema. E paesi come l’Italia dovrebbe ringraziarli invece che discriminarli. Una ipocrisia ancora più indigesta se si pensa che molti immigrati sono stati costretti a scappare da paesi ridotti in miseria dallo sfruttamento capitalista occidentale o da guerre scatenate in nome della pace.
Se poi alcuni immigrati finiscono per strada nelle grandi città, la colpa è nostra, non loro. Li trasformiamo noi in criminali non dandogli l’opportunità di regolarizzarsi, di integrarsi e di guadagnarsi da vivere in modo onesto.
Ed è questo che dovrebbe fare l’Italia e tutta Europa, smetterla di speculare politicamente sull’immigrazione e accogliere tutti come nuovi ed essenziali cittadini regolari parte di un mondo sempre più integrato e globale. Già, gli immigrati stanno salvando l’Italia, sono gli italiani che la stanno rovinando, a partire dai politicanti.
(da agenzie)

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LE MANI DI PUTIN SULLA TUNISIA, IL DIPARTIMENTO DI STATO USA LANCIA L’ALLARME: “LE ATTIVITÀ DELLA WAGNER NEL CONTINENTE AFRICANO, SOSTENUTE DALLA RUSSIA, ALIMENTANO I CONFLITTI E FAVORISCONO LA MIGRAZIONE IRREGOLARE, ANCHE VERSO LA TUNISIA”

Maggio 20th, 2024 Riccardo Fucile

SONO CAZZI PER LA MELONI, SE “MAD VLAD” USERA’ L’ARMA DEI MIGRANTI, CHE POSIZIONE PRENDERA’ IL FILO-PUTINIANO SALVINI?

«Continuiamo a essere preoccupati per le attività della Wagner, e quelle sostenute dalla Russia nel continente africano, che alimentano i conflitti e favoriscono la migrazione irregolare, anche verso la Tunisia». Con queste parole, un portavoce del dipartimento di Stato conferma a Repubblica quella che potrebbe diventare presto una delle principali preoccupazioni del governo italiano.
Ossia la penetrazione militare di Mosca in Tunisia, che non solo si aggiungerebbe alle mosse geopolitiche già compiute dal Cremlino in Libia, Algeria e Sahel, completando la manovra a tenaglia per l’influenza nella regione, ma sommerebbe il rischio di fomentare un’ondata di sbarchi verso la nostra penisola. Il tutto creando anche potenziali divergenze all’interno della maggioranza, riguardo la linea da adottare nei confronti di Putin.
Nei giorni scorsi sono avvenuti avvistamenti di voli militari russi che atterravano nell’aeroporto di Djerba, isola tunisina vicina al confine con la Libia. La natura delle attività è ancora incerta, logistiche o altro, ma i timori che generano sono chiari. Mosca è già presente con forza in Libia, ha stretto un’alleanza con l’Algeria, ed è riuscita a rimpiazzare le forze americane in Niger e Ciad, mentre i francesi hanno lasciato Mali e Burkina Faso.
Per l’Italia è un problema diretto. La Tunisia è la nazione nordafricana più vicina alle nostre coste, da dove partono i barconi verso la Sicilia. La premier Meloni si è impegnata personalmente per evitare questa deriva, visitando quattro volte il paese e facendo accordi col presidente Kais Saied, come parte del “Piano Mattei”.
Roma si è spesa anche con l’Fmi, affinché dia via libera all’accordo raggiunto il 15 ottobre scorso dalla delegazione guidata da Chris Geiregat e Brett Rayner, per fornire un prestito da 1,9 miliardi di dollari in 48 mesi attraverso l’Extended Fund Facility.Questa iniziativa però non è stata ancora approvata, in larga parte per le resistenze di Saied alle riforme che comporterebbe, a partire dalla fine dei sussidi per beni come i carburanti.
Il dubbio è che il presidente abbia deciso di cambiare sponda, aprendo a Putin, oppure prema sull’Occidente, lasciando intendere di essere pronto ad entrare nella nuova coalizione del Sud globale, che Russia e Cina stanno cercando di creare per corrompere il sistema mondiale basato sulle regole e incrinare la leadership Usa.
Repubblica ha chiesto al dipartimento di Stato se è a conoscenza dei voli russi in Tunisia e cosa ne pensa, e questa è stata la risposta: «Continuiamo a essere preoccupati per le attività di Wagner, e quelle sostenute dalla Russia nel continente africano, che alimentano i conflitti e favoriscono la migrazione irregolare, anche verso la Tunisia».
Quindi ha rilanciato la preoccupazione per le attività della ex Wagner, riprese dopo l’uccisione del fondatore Prigozhin, e l’allarme per gli sbarchi che toccano l’Italia, proprio alla vigilia del G7 in cui Roma solleverà questa emergenza e promuoverà il Piano Mattei.
Ciò ha riflessi sulla politica interna italiana, in vista delle elezioni europee, perché Meloni è stata molto ferma nella difesa dell’Ucraina, mentre l’alleato Salvini è aperto a Putin. Entrambi hanno adottato la linea dura sulle migrazioni, ma se il Cremlino diventasse un fomentatore dei flussi irregolari per urtare gli interessi Usa, da che parte si schiererebbe il ministro leghista?
(da La Repubblica)

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LA FARMACIA SI TRASFORMA IN AMBULATORIO

Maggio 20th, 2024 Riccardo Fucile

ECCO CHI CI GUADAGNA DAVVERO

Il medico fa la diagnosi, prescrive la cura, e il farmacista eroga il farmaco. Fra le due categorie non deve esserci nessuna commistione, così impone il regio decreto del 1934. Novant’anni dopo la Federazione dei titolari di farmacia italiani (Federfarma) sente il bisogno di allargare il raggio di azione: «La farmacia può dare un contributo importante alla riduzione delle liste d’attesa come erogatrice di servizi sanitari qualificati sul territorio». Vuol dire che il farmacista può sostituire il medico? O è il medico che va in farmacia? Vediamo di capire.
Le tre attività
In Italia ci sono 19.997 farmacie, una ogni 3.300 abitanti (qui art. 11 comma 1), e guadagnano con tre attività. La prima fonte di guadagno è la vendita di farmaci: per una scatola di compresse contro l’ipertensione (Ramipril) da 3,28 euro il margine è di almeno 1 euro; per una d’antibiotico (Amoxicillina) da 7,90 euro ne guadagnano 2,75; e per un anticoagulante (Enoxaparina) da 30,38 euro almeno 6,31 euro (Legge di bilancio 2024 art. 1 comma 225 qui). Per la distribuzione di farmaci antitumorali ad alto costo c’è la possibilità che una farmacia possa guadagnare fino a 200 euro per una scatola. Ci sono poi gli integratori, che i farmacisti suggeriscono con generosità, e piuttosto costosi. La seconda attività è la vendita di prodotti di bellezza: creme, rossetti, smalti, occhiali, orecchini, alcune propongono anche la pulizia del viso e la manicure. Considerando gli spazi che occupano questi scaffali, dove si trovano anche borracce e lampade portatili, sembrerebbe quasi il business primario. La terza è offrendo ai pazienti servizi sanitari.
Servizi a pagamento
La prima riforma che espande l’attività delle farmacie è di 15 anni fa, con il governo Berlusconi IV e ministri della Salute Maurizio Sacconi, poi Ferruccio Fazio. È allora che nasce la cosiddetta «farmacia dei servizi». Per fare cosa? Da tramite con i laboratori analisi per l’esame delle urine e la ricerca di sangue occulto, e tutti quei test di autocontrollo cioè gli esami che il paziente può farsi anche a casa da solo e la farmacia dà un po’ di supporto (qui art. 1 comma 1 e sentenze Tar qui). Il prelievo di una goccia di sangue dal polpastrello per misurare glicemia, colesterolo, trigliceridi, emoglobina, creatinina, transaminasi ed ematocrito. Il test per i livelli dell’ormone Fsa che servono a capire se le donne sono in menopausa (qui art. 2 e 3). E, infine, la verifica della pressione, la saturazione dell’ossigeno e la capacità polmonare con la spirometria (qui la legge-quadro n. 69/2009 art. 11, qui il decreto legislativo del 3 ottobre 2009 n. 153 che la recepisce, qui i suoi decreti attuativi). Tutti servizi per i quali non serve la ricetta medica e che le farmacie offrono a pagamento: non c’è un tabellario fisso, ma indicativamente possono andare dai 5 euro per la glicemia ai 18 euro per il colesterolo completo.
Cosa offre il servizio sanitario
A partire dal 2018 (qui art. 1 commi dal 403 al 406 bis) i cittadini in teoria possono fare in farmacia anche esami a carico del Servizio sanitario nazionale, ma non è ancora stato chiarito quali. Non risulta come siano stati spesi i finanziamenti erogati, e quello per il 2024 è di 25,3 milioni (qui art. 4 comma 7). Di fatto finora lo Stato rimborsa il servizio di prenotazione di visite ed esami medici tipo Cup (2,50 euro ciascuno) e le nuove attività introdotte con l’emergenza Covid, che si sono rivelate fondamentali: i test sierologici e i tamponi rimborsati dal Ssn a 15 euro l’uno (Legge 178/2020 qui art. 1 comma 418), il vaccino anti-Covid e l’antinfluenzale (qui), rimborsati rispettivamente 9,16 euro e 6,16.
Paletti contro il conflitto di interesse
Fin qui, comunque, il ruolo della farmacia è sempre stato di presidio sociosanitario e non l’alternativa alle prestazioni di diagnostica clinica fornite dagli ambulatori. Anche perché è tassativamente vietata qualsiasi attività di prescrizione e di diagnosi, nonché di prelievo di sangue o plasma mediante siringhe o dispositivi equivalenti (qui art. 1 comma 2) per evidente conflitto di interessi. Sul punto le norme sono molto chiare: il farmacista non può svolgere, direttamente o per interposta persona, l’attività medica a mezzo di ambulatorio (qui art. 102) e i medici, in quanto prescrittori di farmaci, non possono esercitare in farmacia (qui art. 45). Questi confini ora si stanno allentando.
Farmacisti in Parlamento
Il 30 settembre 2022, subito dopo le ultime elezioni politiche, Federfarma comunica che i farmacisti eletti in rappresentanza della categoria alla Camera dei deputati, sono quattro: Roberto Bagnasco per Forza Italia, Carlo Maccari, Marta Schifone e Marcello Gemmato per Fratelli d’Italia. Quest’ultimo viene nominato un mese dopo sottosegretario al ministero della Salute nel governo Meloni. L’unione fa la forza e il Ddl Semplificazioni del 26 marzo 2024 (art. 23 qui) cambia radicalmente le cose. Le farmacie possono somministrare qualunque tipo di vaccino sopra i 12 anni; fare da sportello per la scelta e revoca del medico di famiglia e del pediatra; vengono promossi i servizi di telemedicina come l’elettrocardiogramma e holter pressorio o cardiaco che saranno refertati da un medico a distanza (art. 23 qui e-sexies: «L’effettuazione da parte del farmacista, nei limiti delle proprie competenze professionali, dei servizi di telemedicina nel rispetto dei requisiti funzionali e dei livelli di servizio indicati nelle linee guida nazionali»); e soprattutto gli esami eseguiti non devono più rientrare nell’ambito di quelli che uno può farsi a casa da solo. In pratica salta il criterio dell’autocontrollo (qui punto b).
La svolta senza regole
Il 23 aprile Andrea Mandelli, già deputato di Forza Italia e già vicepresidente della Camera, nel suo discorso da presidente al Consiglio nazionale della Federazione degli Ordini dei farmacisti, esulta: «Si apre una nuova era (…). Il Governo riconosce ufficialmente servizi che molti di noi già offrono quotidianamente ai cittadini, ma ponendo al contempo le basi per il loro rimborso da parte del Servizio sanitario nazionale a fronte della presentazione di una ricetta medica da parte del paziente» (qui). Nella pratica le farmacie possono dunque trasformarsi in ambulatori di prossimità dove è possibile fare una diagnosi e poi vendere il farmaco per quella diagnosi. Il decreto prevede che per svolgere queste attività «possono utilizzare anche locali separati da quelli dove è ubicata la farmacia» purché all’interno del bacino di utenza. E possono anche mettersi insieme 2 o più farmacie e, in quei locali, ci potranno stare anche infermieri e fisioterapisti per fare medicazioni, iniezioni e rieducazione motoria (qui art. 3). In caso di locali esterni il decreto prevede l’autorizzazione dell’Asl, che deve accertare l’idoneità igienico-sanitaria degli spazi, ma non è previsto il rispetto dei requisiti richiesti agli ambulatori come la presenza di sala d’attesa, sala visita, servizi igienici (qui) e la presenza obbligatoria del direttore sanitario che svolge una funzione di controllo e di garanzia sulle qualità delle prestazioni – cioè che siano effettuate in sicurezza, da personale sanitario con adeguata preparazione, in condizioni igienico-sanitarie adeguate e in modo conforme alle regole di deontologia professionale (qui) –. Nulla di tutto ciò è previsto per le farmacie: è lo stesso direttore tecnico della farmacia a dover garantire questi aspetti pur senza avere le competenze specifiche di un direttore sanitario di un poliambulatorio. Per quel che riguarda il ruolo di controllo delle Asl può essere limitato prevalentemente alla vendita dei farmaci.
Il consumo sanitario
Per ridurre le liste d’attesa il servizio sanitario deve rinforzare gli ospedali e attivare le Case di comunità. Non ci sono altre scorciatoie. Far scendere in campo le farmacie potrebbe dare un contributo, ma è un’attività che deve essere regolamentata, e al momento non lo è. Di conseguenza si prospettano due rischi: quello di aumentare il consumo sanitario anche quando non c’è una reale necessità; e di correre dal medico al primo esame lievemente fuori parametro perché il farmacista, non avendo l’anamnesi che ci riguarda, non può valutarlo in un quadro complessivo. Con il risultato di allungare le liste d’attesa invece di alleggerirle.
Milena Gabanelli e Simona Ravizza
(da il corriere.it)

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