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TAJANI LANCIA UN ALTRO AVVISO A SALVINI: “PER IL DOPO ZAIA C’E’ TOSI”

Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile

IL VICEPREMIER A VERONA: “VIGILIAMO SULLA RIFORMA CALDEROLI. NO AUT AUT SULLO IUS SCHOLAE”

La foto politica di giornata, nel cuore del Nordest conteso tra FdI e Lega, è questa: il leader di FI e vicepremier, Antonio Tajani, circondato da ventimila capi scout, dal cardinale Matteo Zuppi e da diciotto vescovi, dal sindaco veronese Damiano Tommasi e dalle tre ex ministre Pinotti, Bonetti e Garavaglia più da Marco Tarquinio, ex direttore di Avvenire oggi europarlamentare. Chiesa e centrosinistra al completo e in prima fila, come in tutti i tre giorni del maxi raduno Agesci del 50°: assenti invece pure alla messa conclusiva, celebrata dal presidente Cei, esponenti e leader della destra di governo, compreso il governatore veneto Luca Zaia, solitamente attento a non mancare nemmeno la più piccola sagra di paese. A confermare la crescente distanza tra mondo cattolico e destra anti-stranieri e pro-autonomia, l’isolamento dell’ex scout Tajani tra decine di manifesti alzati dai giovani con la scritta “Felici di accogliere, Ius scholae”.
Non è però solo uno scatto sorprendente a sancire lo strappo di Tajani, già reduce dal meeting di Cl a Rimini, rispetto alla chiusure di Meloni, Salvini e Vannacci su valori cristiani e diritti civili. L’unico esponente politico citato dal ministro degli Esteri, invitato a chiudere la “Route” del mondo scout, è stato il defunto presidente del parlamento europeo David Sassoli, sempre Pd. «Io però – l’imbarazzata giustificazione di Tajani rispetto a una frattura attentamente non evitata – non ci penso nemmeno a minare l’alleanza di governo. La priorità resta la manovra economica, ma su Ius scholae e Autonomia dentro la coalizione ci sono idee e valori di riferimento diversi ed è giusto discuterne». Opportuno fino al punto da allineare FI, su questioni cruciali come accoglienza, diritti civili e autonomia, sulla linea Cei-centrosinistra-M5S, opposta a quella dei partner di destra. «Io devo occupare lo spazio vuoto al centro tra Meloni e Schlein – il mantra di Tajani a Verona – altrimenti in Italia non si vince e si fa la fine di Le Pen in Francia. Al governo con Pd e 5S però non ci andrò mai, il mio impegno è con il centrodestra».
A spostare il peso della sua scelta politica di «essere qui anche da solo», i richiami del cardinale Zuppi, di capi e guide scout. Il presidente Cei, dopo il messaggio di papa Francesco, ha denunciato il «rischio che a prevalere sia l’autonomia di ogni tribù», tra gli applausi ha avvertito che «solo insieme si rinsalda il patto di alleanza di un popolo» e ha esortato a «non chiedere il passaporto a chi s’incontra». Chiara anche la linea del Vaticano sulla cittadinanza: «Accogliere tutti – l’invito di Zuppi – e considerare come proprio Paese l’intera casa comune, rifiutando la politica più attenta ai sondaggi che alle persone». Applausi e cori di condivisione, dai ventimila scout, in anticipo da anni su temi come parità di genere, libertà religiose, diritti Lgbt e accoglienza dei migranti. Piena, sul palco del raduno, l’adesione di Tajani ad aperture che in parlamento sono proprie del centrosinistra. «Nulla di strano – ha insistito – se dentro il governo si hanno idee diverse. La famiglia Berlusconi può dare consigli, ma non detta la linea. Lo Ius scholae non è la priorità dell’autunno e io non dò aut aut: è chiaro però che al termine positivo dell’interno ciclo della scuola dell’obbligo, qualsiasi sedicenne deve vedersi riconosciuta la possibilità di fare domanda per ottenere la cittadinanza italiana. Nessun lassismo, nessun arretramento sui clandestini e no allo Ius soli preteso dalla sinistra: chiedete però alle imprese cosa ne pensano sulla concessione del passaporto italiano a chi studia qui, parla la nostra lingua, rispetta la Costituzione e canta il nostro inno. Non mi risultano contrari, nella quarta nazione mondiale per esportazioni».
Fuori dal coro di destra, il vice di Giorgia Meloni, anche sull’Autonomia. «L’abbiamo votata – ha ripetuto – e non pensiamo che il referendum aiuti a risolvere i problemi del Sud. Ora però va fatta bene per tutelare tutti i cittadini. Vigilare, non significa minare il governo». Minaccia piuttosto di minarlo la conclusione locale che il vicepremier ha voluto anticipare, di un anno e mezzo, senza esserne sollecitato. «Rispetto alle regionali in Veneto – ha detto a sorpresa – il nostro candidato sarà Flavio Tosi. È un vincente e sul tavolo della coalizione FI metterà il suo nome». Spazzati via il quarto mandato ancora preteso dal leghista Zaia, storico rivale dell’ex sindaco di Verona, e le ambizioni del senatore meloniano Andrea De Carlo. Dal sì Ue a von der Leyen allo Ius scholae, dal “ni” all’autonomia alla pretesa della guida del Veneto «per il secondo partito del centrodestra»: lo scout Tajani sarà pure «un partner politico leale», ma con la sua voce il mondo cattolico comincia a dire che se la destra si rivela estrema deve cercarsi un’altra base.
(da agenzie)

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VOLI, DI PALMA (ENAC): “CIELI EUROPEI VICINI AL COLLASSO, GLI AEROPORTI NON REGGONO PIU'”

Agosto 26th, 2024 Riccardo Fucile

“UN AEREO FA OTTO VOLI AL GIORNO, UN TERZO PIU’ DI PRIMA”

Nelle settimane estive a molti è toccato mettere in valigia anche un bel po’ di pazienza. I ritardi, le cancellazioni e i disagi della fine di giugno nei cieli del Vecchio Continente sono proseguiti a luglio e anche ad agosto. «C’è una crisi del sistema determinata dalla crescita», dice al Corriere della Sera Pierluigi Di Palma, presidente dell’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac).
In che senso «crisi di crescita»?
«Il traffico sta aumentando troppo e l’intera infrastruttura europea — aeroporti, vettori, gestori del traffico, società di handling e catering — non regge questi ritmi».
Anche in Italia?
«Le criticità sono causate altrove, noi subiamo le conseguenze di quei disagi».
Come mai
«Un aereo fa 6-8 voli al giorno e tocca diversi scali dell’Europa. Il primo ritardo che registra difficilmente lo azzera, anzi: con il passare delle ore aumenta e questo si ripercuote sui viaggi successivi».
Eppure tutto il settore aveva promesso un’estate 2024 senza intoppi.
«La verità è che in Europa non ci sono stati molti investimenti dopo la pandemia, anche tra le società di gestione del traffico aereo. Enav in Italia è un’eccezione, ma subisce le difficoltà degli altri che durante il Covid hanno mandato a casa i professionisti. E i nuovi assunti richiedono un certo periodo di formazione».
Anche gli aeroporti mostrano segni di sofferenza.
“È così. Ma questo perché la domanda di viaggio continua a superare l’offerta. I passeggeri sono tanti».
È stata sbagliata la pianificazione?
«Sarà un elemento che andremo ad approfondire. Basti pensare che a giugno gli aeroporti italiani hanno registrato 21,5 milioni di passeggeri, più di quelli di luglio (21,2 milioni) e agosto (21,3 milioni) dell’anno scorso, un periodo record che continua».
L’infrastruttura aerea inizia a essere insufficiente?
«L’Europa sembra avvicinarsi al collasso da questo punto di vista. Ma del resto non si possono più pianificare i flussi prevedendo aerei con un tasso di riempimento medio del 75% perché oggi sono pieni al 90%. A parità di voli nei terminal si riversano più persone”
Dove stanno sbagliando gli operatori?
«Ci sono molti scali che non lavorano sulla capacità infrastrutturale — cioè sulla base dei volumi accettabili per poter offrire un servizio di qualità —, ma su quella operativa: posso gestire 100 voli e quelli gestisco. Peccato che oggi quelli sono quasi pieni, mentre prima non lo erano».
E questo cosa comporta?
«Che se non si aumentano gli addetti ai banconi del check-in, alla sicurezza, alla gestione dei bagagli, all’imbarco allora con si registrano lunghe code, disagi, maggiore tensione».
In Italia quali sono gli aeroporti che seguite con maggiore attenzione da questo punto di vista?
Bergamo, Bologna, Palermo, Catania, Napoli e un po’ Venezia».
Cosa bisogna fare per uscire da questa crisi?
«Adesso non si può fare nulla. Cerchiamo di chiudere l’estate e dal prossimo inverno iniziare a mettere ordine alle infrastrutture aeroportuali. Il fatto è che se l’Italia fosse isolata non avremmo problemi, ma operando in un sistema di vasi comunicanti con gli altri Paesi finiamo anche noi in mezzo ai disagi».
C’è chi dà la colpa al maltempo.
«Chi lo fa non è sincero. Il maltempo finora incide per una parte, non maggioritaria. Ci sono stati eventi che hanno creato problemi, certo, ma non è la causa principale dei ritardi. Qui c’è un deficit infrastrutturale perché gli aeroporti non sono commisurati ai tassi di crescita. E non sempre per colpa loro».
In che senso?
«Beh, tutto il sistema si muove e investe sulla base delle previsioni e degli scenari. Dopo la pandemia i numeri davano una ripresa del traffico ai livelli del 2019 addirittura al 2028. Siamo al 2024 e abbiamo già superato quei valori».
Mi permetta di insistere: non è che gli operatori — compagnie, aeroporti — hanno fatto una programmazione un po’ troppo esagerata?
«Ma mica si può chiedere a loro di rinunciare al business, peraltro d’estate quando si mette sempre un po’ di fieno in cascina per affrontare la stagione invernale dove invece si perdono soldi».
E ai cittadini-passeggeri cosa si può consigliare?
«Di valorizzare le “valli”, cioè quei momenti della giornata e della settimana dove il traffico aereo non è ai suoi picchi».
Per esempio?
«Partire la mattina, anche magari in orari non proprio comodissimi, ma almeno è il primo volo e non eredita ritardi. Poi partire il martedì, il mercoledì, il giovedì, evitando il venerdì, la domenica e il lunedì».
Da presidente dell’Enac come giudica il via libera Ue alle nozze Ita Airways-Lufthansa?
«È un’ottima notizia. Non solo perché garantisce un futuro al vettore italiano, ma anche perché consentirà a un gruppo grande come quello Lufthansa di usare Fiumicino come “valvola di sfogo”, drenando traffico dall’Europa centrale che in questo momento è in difficoltà nella puntualità e regolarità».
(da agenzie)

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CAMBIA LA LINEA A VIA SOLFERINO? L’EDITORIALE FIRMATO OGGI DA FERRUCCIO DE BORTOLI SUL “CORRIERE DELLA SERA” È UNA SVEGLIA AL GOVERNO SULLA MANOVRA E UN CEFFONE A GIORGETTI

Agosto 25th, 2024 Riccardo Fucile

“È CURIOSO CHE IL MINISTRO DELL’ECONOMIA, GIANCARLO GIORGETTI DIA L’IMPRESSIONE DI AVER SUBÌTO LE NUOVE REGOLE, DIMENTICANDO CHE LE HA TRATTATE LUI”

Il cambio di stagione, quest’anno, è anche un cambio di paradigma economico. Non bisognerà solo fare una legge di Bilancio ma anche, e soprattutto, impegnarsi — per osservare il nuovo Patto di Stabilità — con un piano pluriennale di riduzione della spesa primaria, scadenza 20 settembre, di cui non parla nessuno.
Ed è curioso che il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti, ospite del meeting di Rimini, dia l’impressione di aver subìto le nuove regole, giudicate di «corto respiro», dimenticando che le ha trattate lui e le ha firmate il governo di cui fa parte.
Se possiamo esprimere una piccola richiesta, sarebbe più onesto non mettere più in discussione, per soli fini di consenso interno, i compromessi europei. Come fossero piovuti dal cielo. Se sono stati, anche faticosamente sottoscritti, vanno rispettati e difesi.
Se li si contesta allora si ammette una sconfitta politica. Grave.
Stupisce poi che siano proprio le forze più risolutamente contrarie a ogni forma di austerità ad averla dovuta attuare. Successe anche con il governo gialloverde del Conte 1 che, dopo aver oscillato, con involontaria comicità, tra un 2,4 per cento e un 2,04 di deficit per il 2019 alla fine realizzò un disavanzo di appena l’1,5. Giovanni Tria, allora ministro dell’Economia, come Quintino Sella.
Siccome la parola è bandita dal vocabolario (l’unica vera austerità la fece, sull’orlo del precipizio, l’esecutivo Monti) non ci aspettiamo che venga usata in questa occasione. Anche se la «discesa ardita», dal 7,2 per cento di deficit del 2023 al 3,7 atteso per il 2025, secondo il quadro tendenziale del Def, sarebbe ipocrita non considerarla impegnativa e inedita.
Allora concentriamoci su altre definizioni e vezzi che hanno sempre caratterizzato la tradizionale discussione autunnale sulla legge di Bilancio. Immancabile la presenza del cosiddetto «tesoretto» che questa volta compare grazie al buon andamento delle entrate fiscali (più 13 miliardi nei primi sei mesi).
Un’espressione ingannevole. Dà la sensazione che si possa spendere di più. E uno Stato che si avvia ad avere 3 mila miliardi di debito pubblico, non si può più permettere queste fughe dalla realtà.
L’altra pessima abitudine è quella di avanzare delle proposte senza copertura, salvo affidarsi a crescite miracolose, che esistono solo sulla carta, o immancabilmente al recupero dell’evasione fiscale. In procedura d’infrazione europea non possiamo fare altro deficit, solo ridurlo. E allora sono da considerare serie solo le idee sostenibili. Le altre sono una presa in giro. Dovrebbero essere ritenute nulle. Ma consentono purtroppo a chi le avanza di poter dire al proprio elettorato: noi ci abbiamo provato ma i cattivi sono altri che hanno priorità diverse. E, curiosamente, spesso stanno in maggioranza. Sono, in definitiva, proposte che non hanno copertura finanziaria ma purtroppo conservano un dividendo politico non trascurabile seppur moralmente discutibile.
Un’altra deriva ormai pluriennale è quella che potremmo racchiudere nella formula «riforme per le allodole», […] quei provvedimenti di natura puramente simbolica ma con così tante eccezioni da ridurne la portata e, di conseguenza il costo. L’effetto è però generale.
Con la manovra per il prossimo anno si dovranno trovare le risorse per confermare il taglio del cuneo fiscale, gli sgravi Irpef, decidere il destino di alcune misure in scadenza sul tema delle pensioni (quota 103, Ape sociale, opzione donna). Secondo l’Upb, l’Ufficio parlamentare di bilancio, ci vogliono almeno 18 miliardi.
E allora ci si chiede se sia ancora serio e responsabile, proporre misure temporanee, buttando ottimisticamente la palla un po’ più in là, con un piano di rientro dal deficit e dal debito di presumibile durata settennale. E ancora se ci si possiamo permettere una quantità di sussidi fiscali ( tax expenditures ), di cui si è persa anche la contabilità. Secondo l’Upb sono 625 e sottraggono gettito per 105 miliardi. Molti vorrebbero tagliare quelle meno socialmente importanti. Se non ora, quando?
Le nostre prospettive di crescita sono legate al Piano nazionale di ripresa e resilienza e al suo successo. La frase di Giorgetti al meeting («sembra un piano quinquennale sovietico») è sicuramente una battuta. Ma è indice di una sorta di estraneità culturale, chiamiamola così, rispetto alla filosofia di fondo del Pnrr che si manifesta a vari livelli, soprattutto nella maggioranza. Troppe condizioni, troppi controlli, tempi stretti e soprattutto scomode riforme vere, più concorrenza. Dimentichi del fatto che ci sono prestiti ma anche sussidi e non siamo più contributori netti dell’Unione europea. Come a dire che se ci avessero lasciati liberi, noi avremmo fatto sicuramente meglio. Davvero?
(da Il Corriere della Sera)

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DOPPIO RUOLO, DOPPIO STAFF, IL POTENTE SOTTOSEGRETARIO ALFREDO MANTOVANO, DA MAGGIO, HA DUE UFFICI DI GABINETTO: UNO “STANDARD” E UNO PER LA DELEGA AI SERVIZI SEGRETI

Agosto 25th, 2024 Riccardo Fucile

NELLA SQUADRA DUE VECCHIE CONOSCENZE: ALESSANDRO MONTEDURO E PAOLO QUADROZZI, FEDELISSIMO MELONIANO… TOTALE DEGLI INCARICHI? 600MILA EURO

Alfredo Mantovano, potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti, ha superato Giorgia Meloni: mentre la premier ha un ufficio di gabinetto, dallo scorso maggio Mantovano ne ha due, uno “standard” e uno per la sua delega. Una struttura che prevede un lauto stipendio per il nuovo capo di gabinetto, riassunto per l’occasione, e per uno dei suoi assistenti che conta benefit in più.
La novità emerge dai dati sui compensi delle consulenze aggiornati a quest’estate.
Per capire che Mantovano aveva bisogno di questo supporto extra, Meloni ci ha messo più di un anno e mezzo, cioè il tempo trascorso da quando il sottosegretario ha ottenuto la delega di Autorità delegata per la sicurezza della Repubblica a novembre del 2022.
Ad aprile di quest’anno, con un Dpcm, la premier ha deciso di firmare “ravvisata la necessità di apportare modifiche al citato Ufficio di diretta collaborazione” e “su proposta del sottosegretario”. Il decreto è diventato operativo dal 10 maggio e da allora ci sono stati due aggiornamenti economici importanti.
Il primo è quello per il “nuovo” Capo di gabinetto per la delega ai servizi: Alessandro Monteduro, figura creata ex novo. Nuovo tra virgolette, perché Monteduro lavora a Palazzo Chigi dal 2022, senza contare che i due sono una vecchissima conoscenza.
Prima di entrare a Chigi, oltre a fare politica, Mantovano ha militato per anni negli ambienti cattolici, ricoprendo dal 2015 la carica di presidente di Aiuto alla chiesa che soffre (Acs), fondazione di diritto pontificio che si occupa dei cristiani perseguitati nel mondo.
Direttore a partire da quell’anno e per tutta la durata della presidenza Mantovano, proprio Monteduro. Quando Mantovano si è dovuto dimettere per andare al governo, ha subito chiamato al suo fianco il direttore di Acs come “consigliere politico e per la sicurezza”. Retribuzione: 80 mila euro lordi all’anno.
Evidentemente per il governo non era abbastanza, e Monteduro ha deciso di lasciare il suo ruolo in Acs.
Il decreto di Meloni ha previsto che Mantovano potesse arrivare a stabilire uno stipendio massimo di 200 mila euro per la nuova figura, e alla fine il sottosegretario ha fissato un compenso complessivo che lo centra senza sbagliare lo zero virgola: nello specifico 96.180,83 euro di trattamento economico fondamentale annuo, più 103.819,17 di indennità diretta di collaborazione.
L’altro nome che si è avvantaggiato del nuovo assetto, sebbene in maniera più soft, è quello di Paolo Quadrozzi.
Parte di Fratelli d’Italia, in passato collaboratore di Giorgia Meloni, Quadrozzi ha una lunga storia di partito, ed è tra i più fidati in tema di comunicazione.
A Chigi è entrato anche lui con il sottosegretario, la sua prima nomina infatti è datata gennaio 2023, anche se in molti raccontano che nei momenti di bisogno abbia continuato a coadiuvare Meloni.
Dal 23 aprile, con la nuova assunzione, il suo stipendio di base è rimasto lo stesso, 58.653,73 euro lordi l’anno, ma con un incremento nell’indennità: da 61.346,27 a 91.346,27. Facendo i conti, 30 mila euro in più, per un totale di 150 mila euro.
La questione riassunzioni ha riguardato anche quello che prima era capo della segreteria tecnica dell’autorità delegata, [ “degradato” a consulente: il viceprefetto Fabrizio Izzo. Ciò non toglie che Izzo continuerà a prendere 42 mila euro.
Invariato il ruolo, posizione e compenso degli altri consiglieri. Francesco Farri, per 80 mila euro, Maria Luisa De Benedetto, dipendente Bankitalia che lavora per il governo a titolo gratuito, Francesco Mazzotta, tenente colonnello della Guardia di Finanza, che presta i suoi servigi per un emolumento accessorio di 70 mila euro, e il prefetto Ugo Taucer, altri 30 mila euro. Tutti insieme con l’altro capo di gabinetto, Nicola Guerzoni (23 mila euro di indennità di collaborazione). Un totale di 595 mila euro all’anno a carico della presidenza del Consiglio.
(da Il Fatto Quotidiano)

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I COMUNI SONO SULLE BARRICATE CONTRO IL GOVERNO PER IL MECCANISMO FARRAGINOSO DI DISTRIBUZIONE DEI FONDI DEL PNRR. UN FLUSSO LENTISSIMO DA PARTE DELLA RAGIONERIA DI STATO, CHE INGUAIA I MUNICIPI

Agosto 25th, 2024 Riccardo Fucile

SENZA L’ANTICIPO DEL 30%, È IMPOSSIBILE MANDARE AVANTI LE OPERE. E LA SCADENZA EUROPEA DEL 2026 DIVENTA SEMPRE PIÙ UN MIRAGGIO

Doveva essere una consuetudine. È diventato, invece, un’eccezione. Così raro l’acconto per i progetti del Pnrr al punto da spingere i sindaci a denunciare «un’eccessiva e farraginosa complessità amministrativa». È un flusso lento quello che dalla Ragioneria si muove verso le casse dei Comuni, che senza l’anticipo del 30% fanno fatica a mandare avanti le opere del Piano nazionale di ripresa e resilienza.
Il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti se la prende con l’Europa paragonando gli investimenti del Recovery ai «piani quinquennali dell’Unione sovietica », ma l’Urss ce l’ha anche in casa.
Eppure insieme ai suoi colleghi aveva promesso un’accelerazione. Non a parole, ma con un decreto approvato dal Consiglio dei ministri il 26 febbraio. Lì dentro c’è scritto che «al fine di consentire la tempestiva attuazione degli interventi del Pnrr e il conseguimento dei relativi obiettivi entro i termini di scadenza previsti, la misura delle anticipazioni iniziali erogabili in favore dei soggetti attuatori è di norma pari al 30 per cento del contributo assegnato ».
Ma sei mesi dopo, i primi cittadini lamentano tempi dilatati e un’eccessiva burocrazia. In una lettera inviata a Giorgetti e al titolare del Piano Raffaele Fitto, l’Anci segnala «ritardi e dinieghi». I problemi non finiscono qui. La missiva […] mette nel mirino la Ragioneria anche per «i significativi ritardi nel controllo e pagamento di rendiconti caricati e, a volte, addirittura il mancato pagamento di quelli già controllati e validati».
Come a dire: le amministrazioni comunali fanno il loro dovere e quindi caricano i dati sulla piattaforma di rendicontazione ReGiS, ma poi i soldi non arrivano e comunque non secondo i tempi previsti.
I Comuni parlano di «incertezza rispetto alla documentazione da produrre» e di «un eccessivo formalismo» per cui, incalzano, «può capitare di dover mettere un timbro sulla fattura elettronica o autocertificare il pagamento dell’Iva ». Succede quindi che tocca ai sindaci anticipare i soldi che non arrivano dallo Stato. Una dinamica che si evince chiaramente dai dati della spesa dei Comuni per gli investimenti fissi lordi: l’anno scorso ha toccato quota 16,3 miliardi, mentre solo nel primo semestre del 2024 è stata pari a 8,3 miliardi, il 34% in più rispetto allo stesso periodo del 2023.
La richiesta ai due ministri è pronta: flessibilità. La proposta, però, entra in collisione con il disegno di Fitto, che ai soggetti attuatori del Pnrr, tra cui figurano i Comuni, chiede rigore: i dati devono essere caricati su ReGiS in modo puntale e soprattutto tempestivamente. Solo così, infatti, si può misurare l’avanzamento del Piano. E solo così si può capire chi è responsabile dei ritardi.
Lo stesso decreto che aumenta la percentuale dell’acconto al 30% prevede un monitoraggio puntuale, fino ad arrivare a chiedere ai sindaci di pagare di tasca propria qualora la Commissione europea dovesse accertare il mancato o parziale conseguimento di un obiettivo. Il ministro che gestisce il Pnrr chiede puntualità: l’alternativa, complessa, è intavolare una trattativa con Bruxelles per strappare mini proroghe, oltre la scadenza del 30 giugno 2026, per gli investimenti in ritardo. Fitto le considera eccezioni, non la regola. Che è un’altra: tutti devono completare i compiti a casa entro i termini fissati dal Recovery. Senza i soldi degli anticipi, però, l’auspicio si trasforma in incertezza. Ecco perché il dossier delle piccole proroghe è stato già aperto a Palazzo Chigi.
(da agenzie)

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LA MELONI, IN ETERNA SINDROME DI ACCERCHIAMENTO, SI SENTE ASSEDIATA E NON VUOLE CEDERE NULLA A MATTEO SALVINI

Agosto 25th, 2024 Riccardo Fucile

AVOCHERÀ A FRATELLI D’ITALIA I POSTI VACANTI: IL MINISTERO DI FITTO, QUALORA DIVENTASSE COMMISSARIO, E L’EVENTUALE SOSTITUTO DI DANIELA SANTANCHÈ (SE SI DIMETTESSE)… NESSUN CEDIMENTO NEMMENO SULLA RAI: SI VA AL TUTTI CONTRO TUTTI. MA I NODI VERRANNO COMUNQUE AL PETTINE SUI DOSSIER ECONOMICI E SULL’EUROPA

Estate nera, quella di Giorgia Meloni. Agosto di liti, complotti di cartapesta, sospetti: verso i giornali, la stampa, i poteri forti […]. Un po’ metodo, un po’ paranoia. Un giorno gli alleati, l’altro la sorella Arianna.
Antonio Tajani, per dire, la sfida da settimane sullo Ius scholae. Il vicepremier azzurro si muove a tutto campo, puntando all’area cattolica: oggi parteciperà alla route nazionale dei capi Scout dell’Agesci, poi a una messa con il presidente della Cei Matteo Zuppi. Dietro, ovviamente, c’è la voglia dei fratelli Berlusconi di rimettere Forza Italia al centro.
E poi Arianna, la sorella, ormai snodo determinante: cuore dell’impalpabile cospirazione denunciata dal Giornale, simbolo potenziale di un imminente scontro tra la destra e la magistratura, membro del cda della Fondazione An che ha donato 30 mila euro per l’acquisto della sede di Acca Larentia, protagonista della separazione dal compagno e ministro Francesco Lollobrigida. Tutto ad agosto, tutto dopo la battaglia sull’elezione di Ursula von der Leyen, che ha di nuovo isolato Meloni in Europa.
Nulla però se paragonato a quanto accadrà a partire da settembre, porta d’ingresso di un autunno di casse vuote e rimpasti.
Dicono che la presidente del Consiglio viva questa fase tormentata come da un senso di assedio. E stia preparando la blindatura di alcune poltrone chiave, pretese dalla Lega. Non cederà nulla a Matteo Salvini, l’ha già comunicato al cerchio magico. Anzi, ha già la risposta pronta per l’alleato: i posti vacanti sono in quota Fratelli d’Italia.
Lo è il ministero oggi governato dal candidato commissario Ue Raffaele Fitto. Lo sono i due sottosegretariati lasciati vuoti da Augusta Montaruli e Vittorio Sgarbi. Lo sarebbe, se alla fine dovesse cedere a ottobre per ragioni giudiziarie, il ministero del Turismo di Daniela Santanchè.
Meloni spacchetterà le deleghe di Raffaele Fitto
Ci sarà un ministero al Pnrr, uno o due sottosegretari (alla coesione e al Sud). E ancora, un sottosegretario agli Affari europei (ma questo arriverà più tardi, la competenza potrebbe restare per un po’ a Palazzo Chigi). Né potrà compensare gli alleati in tempi rapidi con i ruoli apicali di viale Mazzini: in quel risiko la mossa unitaria delle opposizioni ha congelato gli attuali assetti per diversi mesi.
Ma torniamo all’estate nera, che negli ultimi giorni si è tinta anche di giallo: Meloni ha fatto perdere le sue tracce, rivendicando con la stampa: “Non indosso un braccialetto elettronico”. Era girata voce che […] avesse in programma di raggiungere […] la sorella Arianna e la madre Anna Paratore in Sardegna. Ieri pomeriggio, però, il sito Dagospia ha rivelato: è dal sottosegretario alla Salute Gemmato, sempre in Puglia.
L’autunno, infine, sarà anche la stagione in cui Meloni dovrà scegliere se mollare la guida di Ecr in Europa. Un patto di massima prevede che ceda il testimone al polacco Morawiecki. L’isolamento a cui l’ha costretta il “no” a Ursula, però, la spinge a ponderare bene questa mossa: affidare i Conservatori all’ex premier del Pis rischia di radicalizzare la battaglia. E l’Italia, a causa della procedura d’infrazione, deve comunque trattare con Bruxelles.
(da La Repubblica)

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IL GENERALE SI SFILA LA VESTAGLIETTA FRU FRU E CONVOCA LA PRIMA FESTA NAZIONALE DEL SUO PARTITO. A VITERBO

Agosto 25th, 2024 Riccardo Fucile

QUANTO ASTUTO E’ VANNACCI: PRIMA SI È ACCUCCIATO A SALVINI, POI RASTRELLATI 500 MILA VOTI (CHE GRAN COSA LA DEMOCRAZIA, NO?), HA DECISO DI PROCEDERE CON IL SUO PIANO. A BRUXELLES, PERSINO I LEPENISTI, NON MAMMOLETTE QUALSIASI, SONO DISGUSTATI

Un partito. Un vero partito di estrema destra. Che furbastro con i fiocchi, Prima si è accucciato a Matteo Salvini, che per salvare – provvisoriamente – la pelle, cioè l’incarico di segretario del Carroccio, l’ha scelto come pupillo, candidandolo alle Europee contro il parere indignato di tutta una certa Lega, da Zaia a Giorgetti, da Fedriga a Romeo.
Poi, rastrellati addirittura 500 mila voti (che gran cosa la democrazia, no?), il generale ha deciso di procedere con il suo piano: mettersi alla testa di un piccolo esercito di arditi, pronto a dar battaglia – in nome di un sovranismo tricolore – contro tutto e tutti.
Considerate che, a Bruxelles, i lepenisti, dico i lepenisti, non mammolette qualsiasi, vanno in giro disgustati dicendo che «questo Vannacci ce l’ha davvero troppo con gli omosessuali…». Lui gongola.
Si sfila la vestaglietta frufru che, con un clamoroso corto circuito, mandò in estasi molti siti gay friendly, e si tuffa nel olimpico estivo. Intervenendo sulla pugile algerina Imane Khelif, chicchissimo scrive: «Si presenti la signora che in tv pretendeva mi slacciassi i pantaloni: sarà per me un piacere…».
Poi, invece di inchinarsi e chiedere scusa a Paola Egonu, nata a Cittadella e formidabile campionessa della squadra di pallavolo azzurra medaglia d’oro a Parigi, si ostina a ragionare sul colore della sua pelle.
Vannacci, insomma, fa Vannacci. Spregiudicato. E tosto. Salvini trema, ma prova a rassicurare: «Tranquilli, non si mette in proprio». Si, certo. Infatti il generale ha già convocato la prima festa nazionale del suo partito. A Viterbo, il prossimo 19 e 20 settembre (è gradita la camicia nera).
(da Il Corriere della Sera)

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PER LA SERIE “FACCIAMOCI SEMPRE RICONOSCERE”: “VUOI MANGIARE? DEVI ALMENO ORDINARE DUE PORTATE”

Agosto 25th, 2024 Riccardo Fucile

SCOPPIA LA POLEMICA SUI SOCIAL PER LA DECISIONE DEL RISTORANTE DI CAMOGLI… LA GIUSTIFICAZIONE LUNARE DELLA TITOLARE: “SCELTA FATTA PER MANTENERE LA QUALITA’ SENZA TAGLIARE SUI PRODOTTI E SUL PERSONALE”

Almeno due portate a testa. Questo è l’obbligo imposto dal ristorante “Sâ” di Camogli, nella città metropolitana di Genova, a chiunque voglia gustare le prelibatezze offerte in menu.
La decisione del locale poteva rimanere tra le sue quattro mura, ma è finita sui social dove è stato criticato da alcuni avventori.
La titolare dell’attività, Valentina Mura, si è difesa su Il Secolo XIX.
Per lei non è di certo stata una scelta facile ma era necessaria «per riuscire a mantenere un livello di qualità senza dover tagliare sui prodotti o sul personale». Il locale iconta solo 18 coperti in tutto e non fa neanche il doppio turno. Un “obbligo” del genere non è insolito, già a Ostuni (Puglia) un ristorante nel Brindisino era stato colpito da una pioggia di recensioni negative per una decisione simile.
(da agenzie)
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SI CHIAMAVA HESHAM MOUSTAFA KAMEL GABER E HA OTTENUTO IL PRMESSO UMANITARIO DUE GIORNI DOPO ESSERE MORTO SUL LAVORO
LA STORIA DELL’OPERAIO DI 22 ANI CHE VENIVA DALL’EGITTO
Hesham Moustafa Kamel Gaber è morto in un incidente sul lavoro mercoledì 21 agosto in un’azienda di Monza: era rimasto incastrato nel nastro trasportatore per la compattazione dei rifiuti. Due giorni dopo arriva una notifica: era stato convocato perché aveva ottenuto la Protezione umanitaria che aspettava da un anno. Aveva ottenuto un permesso umanitario, ma era già deceduto da due giorni.
Chi era Hesham
Hesham, di origini egiziane, era arrivato dalla Tunisia a Savona dove per un anno e mezzo aveva fatto parte della comunità locale ed era stato ospite di un centro di accoglienza che rientrava in un progetto gestito dalla cooperativa sociale Arcimedia. Un programma per accogliere e sostenere da un punto di vista sociale i migranti. Lo ricorda il presidente della cooperativa Giovanni Durante, sentito da La Stampa: «Hesham Gaber era stato da noi per più di un anno, prima parte di un progetto di accoglienza di Albisola e poi a Savona; era arrivato in Italia come molti, sui barconi provenienti dalla Tunisia ed era in attesa della convocazione della commissione per la sua richiesta di protezione internazionale. Era un ragazzo intelligente, curioso: aveva imparato l’italiano e aveva tanta voglia di fare, di lavorare». Poi era andato a Milano, per lavoro: «A luglio aveva trovato un lavoro a Milano, inizialmente faceva avanti e indietro perché lavorava a chiamata, poi ci ha detto che lo avrebbero assunto in regola ed era uscito volontariamente dal progetto. Eravamo contenti per lui e per questa novità». Infine, la tragedia: «Siamo stati avvisati in via ufficiale, ci hanno anche chiesto qualche informazione – continua il presidente di Arcimedia – era un ragazzo molto riservato sulla sua famiglia d’origine, non sappiamo se e quando ci sarà un eventuale rimpatrio». Durante poi spiega la trafila burocratica della notifica di conferimento del permesso che ha dato vita alla triste “beffa” per Hesham: «È stata fissata la data della commissione, la aspettava. È burocrazia, nessuno lo fa apposta, ma rende ancora più amaro tutto quello che è accaduto». Il presidente poi denuncia il silenzio della stampa sulla morte del giovane operaio egiziano, derubricata a un semplice numero: «Non sappiamo come sia accaduto lo chiarirà la magistratura. Ma voglio sottolineare che non abbiamo letto il suo nome da nessuna parte, quasi fossero numeri, considerati solo forza lavoro come se poi dovessero scomparire. Sono persone con un nome, un volto e una storia».
(da La Stampa)

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ELEZIONI LIGURIA, L’UTIMATUM DI ANDREA ORLANDO: “SE LA PROSSIMA SETTIMANA NON SI CHIUDE SUL MIO NOME, VALUTO IL RITIRO DELLA CANDIDATURA”

Agosto 25th, 2024 Riccardo Fucile

RICOMINCIAMO CON I GIOCHINI DEL M5S PER AVERE UN MINIMO DI VISIBILITA’

Non nasconde la sua irritazione Andrea Orlando, esponente di spicco del Partito democratico ed ex ministro del Lavoro nel governo di Mario Draghi. «Se la prossima settimana non si chiude sul mio nome, valuto il ritiro della candidatura», minaccia, come si può leggere su Repubblica. Un ultimatum per chiudere la partita delle nomine nel campo largo per le elezioni in Liguria: un campo quello progressista che parte dal Pd e abbraccia Movimento 5 Stelle, Italia Viva e Azione. Ma le incertezze rimangono e l’eventualità di perdere un’occasione troppo ghiotta, riconquistare la regione dopo nove anni di Giovanni Toti, fa infuriare il candidato in pectore: «O si ufficializza la mia candidatura, o prendo atto che la coalizione debba trovare un altro candidato».
L’opzione Pirondini
La carta di Orlando fin dalle dimissioni di Toti è sembrata quella vincente. Ma l’attivismo di Matteo Renzi e i conseguenti malumori tra i Cinque Stelle hanno ritardato l’investitura ufficiale.
Eppure l’ex ministro ha portato avanti i lavori preparatori: «Ho dato la disponibilità, ho lavorato alla coalizione e ai programmi», dichiara. Poi dalle fila dei pentastellati c’è stato il passo avanti del senatore Luca Pirondini, ex candidato alle comunali di Genova nel 2017, che subito ha voluto ridimensionare la sua mossa: «Non è contro Orlando». «È legittimo che il M5s provi a sondare la capacità di coalizione con Pirondini, o altri, – spiega Orlando – ma il mio nome è sul tavolo da troppo tempo e la questione tempo è determinante per l’esito elettorale, non solo per avere vantaggio sulla destra, ma per fare una cosa seria. Il centrosinistra deve presentarsi agli elettori con una proposta compatta e questo lavoro va fatto al più presto, con il ruolo di verifica, e di garanzia, del candidato presidente».
(da agenzie)

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