Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
RITARDI E LAVORI ANCORA IN CORSO NELLE STRUTTURE DI GJADER E AL PORTO DI SHENGJIN MENTRE LE STIME DI 3.000 ARRIVI AL MESE SONO GIA’ STATE RIDOTTE A 1.000
“Ndal! Zonë ushtarake”. Il cartello circondato dal filo spinato recita in albanese “Stop! Zona militare”. Così si presenta Gjader, ex base militare, 70 chilometri a Nord di Tirana.
§Qui sta sorgendo uno dei due centri di accoglienza per migranti previsti dal controverso protocollo tra Italia e l’Albania. L’altro centro si trova poco più a Sud all’interno del porto di Shengjin. L’accordo firmato dalla premier Meloni e dal primo ministro Rama lo scorso novembre a Roma prevede ogni anno nel paese dei Balcani l’arrivo di 36.000 migranti recuperati dalle navi italiane.
I lavori sono iniziati in primavera e dopo numerosi ritardi, forti critiche e costi lievitati (si sfiora il miliardo di euro) l’operazione sarebbe pronta a partire.
Quando visitiamo i due siti siamo i primi giornalisti. Superato il primo check point arriviamo all’ingresso di un’area da 70.000 metri quadrati. La costruzione procede a rilento e Meloni, dicono, sia «furiosa»: si sta giocando la reputazione. Ci sono stati già tre rinvii. «Colpa del caldo e del terreno difficile, ma ormai ci siamo», taglia corto all’ingresso l’Ambasciatore d’Italia in Albania Fabrizio Bucci.
Accatastati sul terreno, decine di infissi nuovi di zecca. Porte, finestre, pareti divisorie, tutto ancora imballato. La montagna che sovrasta l’area sta andando a fuoco e siamo immersi nel fumo. «C’era un incendio che però è stato domato, merito di due nostri canadair», rassicura l’Ambasciatore Bucci.
Prima di entrare, il responsabile della sicurezza ci ferma per illustrare le regole da seguire. «Il cantiere è ancora attivo», spiega. Superato il pesante cancello, e accompagnati da alcune delle centinaia di agenti dell’unità interforze impiegata sul posto (Polizia di Stato, carabinieri, Guardia di finanza e Polizia penitenziaria), seguiamo un sentiero, l’unico minimamente asfaltato, e superiamo ruspe, mezzi pesanti e prefabbricati smontati.
La prima delle tre zone attese a Gjader è quella che ospiterà i richiedenti asilo a cui viene applicata la procedura accelerata di frontiera. La prefettura di Roma (da remoto) avrà 28 giorni per valutare le domande. Riusciamo a vedere le stanze che ospiteranno i migranti: 15 metri quadrati per 4 persone. L’interno è spoglio e l’elettricità non ancora collegata. Nell’area docce ci sono indicazioni tradotte in italiano, inglese e francese. Poco distante, il centro per il rimpatrio e infine un mini-penitenziario dipinto di blu con porte e finestre blindate.
Il contesto ricorda il Piano Ruanda dei conservatori britannici, poi fallito e mai applicato. «Il paragone è inappropriato, le due idee sono diverse. Qui applichiamo la legge italiana, anche se siamo in Albania. E comunque la legislazione albanese è ormai equiparabile a quella europea», precisa l’Ambasciatore.
Nelle intenzioni del governo italiano, prima di raggiungere Gjader, i migranti dovrebbero sbarcare a Shengjin. Ci spostiamo quindi verso la costa, dove in un’area di 6.000 metri quadrati con 4 edifici a 2 piani protetti da un muro alto 5 metri avverrà lo screening iniziale e la prima identificazione.
Il dirigente della Polizia di Stato Evandro Clementucci, a capo di Shengjin, ci aspetta nella sala di controllo dove si possono monitorare le 36 telecamere a circuito chiuso. Clementucci spiega che solo gli uomini single recuperati in acque internazionali arriveranno qui.
Non chi viene salvato dalle navi delle Ong o chi riesce a raggiungere direttamente la costa italiana. Inoltre, solamente i cittadini di Paesi considerati sicuri dal governo (come Tunisia, Egitto, Algeria, Nigeria, Marocco e Bangladesh) potranno sperare in un’opportunità, perché, in caso di domanda respinta, almeno potranno essere rimpatriati. L’accertamento delle nazionalità avverrà direttamente in mare, appena concluso il salvataggio, spiegano.
A Shengjin è al lavoro uno staff di 70 persone, tra operatori privati e ufficiali della polizia. Alcuni investigatori avranno il compito di catturare eventuali scafisti. I migranti che giungono qui dovranno sottoporsi a una valutazione sanitaria e gli sarà fornito cibo, acqua e vestiti, oltre a un’assistenza legale.
La capacità di entrambi i centri avrebbe dovuto essere di 3.000 migranti al mese, ma da quello che apprendiamo qui sarà di 1.000 persone.
I migranti che otterranno l’asilo saranno trasportati in Italia tramite dei traghetti. Un portavoce della Commissione europea comunica che l’Unione sta «monitorando» il piano italiano: «È importante che sia pienamente rispettato il diritto dell’Ue e quello internazionale».
Pierfrancesco Majorino, responsabile Politiche migratorie del Pd, definisce il protocollo «un atto osceno sul piano civile e sociale». Per Riccardo Magi, segretario di Più Europa, si sta costruendo una «Guantanamo italiana che non rispetta i diritti umani e le leggi internazionali».
(da l’Espresso)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
IL GOVERNO, SEMPRE PIU’ IN DIFFICOLTÀ SUI TEMI CALDI DELL’AGENDA POLITICA (FINANZIARIA, PNRR, PATTO DI STABILITÀ, MES, ETC.) AUMENTERÀ GLI ATTACCHI CONTRO SINISTRA E MAGISTRATURA MA ANCHE CONTRO GLI OPPOSITORI INTERNI. FORZA ITALIA E LA FAMIGLIA BERLUSCONI SONO AVVISATI
Lo schema utilizzato per il caso Arianna-Renzi, con la sponda dei giornali amici di destra
che evocando complotti e indagini della magistratura contro la sorella della premier Giorgia Meloni hanno alzato ancora di più il livello della tensione, è solo la prova generale.
La prova generale del nuovo corso comunicativo che hanno intenzione di lanciare dalle parti di Palazzo Chigi contro i «nemici» esterni, sinistra e magistratura, ma anche interni alla maggioranza.
Nel fortino dove sempre più si sentono assediati la presidente del Consiglio e il suo cerchio magico, dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari alla sorella Arianna passando per il ministro-cognato Francesco Lollobrigida, si pensa a un cambio di passo «mediatico» a pochi mesi dal giro di boa di questa legislatura ed esperienza di governo: proprio nel momento più difficile, quando la luna di miele delle promesse va scemando e inizia quella delle risposte vere ai problemi del Paese con conseguenti tensioni anche nella coalizione di governo, come si sta registrando in questa estate dove fioccano le proposte fuori «programma » di Lega e Forza Italia.
«Adesso va messo un limite a difesa di Giorgia, Arianna e del governo, chi lo oltrepassa sarà attaccato senza peli sulla lingua e senza remore », dice un deputato meloniano molto vicino al fortino in questione.
Lo schema utilizzato dopo gli attacchi di Renzi sul ruolo, o presunto tale, giocato dalla sorella della premier Arianna Meloni nelle nomine del governo è stato molto chiaro: prima il via libera a due senatrici, non di primo piano, che hanno firmato comunicati durissimi contro Renzi e la presidente dei senatori renziani Raffaelle Paita, con quelle frasi sulla «muta di cani» al servizio di «un boss di provincia ».
Poi l’articolo sull’imminente arrivo di un’indagine della magistratura nei confronti di Arianna Meloni firmato da Alessandro Sallusti, direttore de il Giornale, quotidiano entrato dopo la cessione delle quote della famiglia Berlusconi nella galassia del re delle cliniche e della stampa di destra, Antonio Angelucci: deputato della Lega, sulla carta.
E dopo l’articolo un’altra ondata di note e comunicati durissimi da parte di deputati e senatori di Fratelli d’Italia a difesa della sorella della premier: ieri se ne contavano almeno una quindicina e quasi la metà riportava parole su un attacco alla «democrazia» in corso nel Paese da parte di sinistra e magistratura. Alimentando il sospetto di una regia unica in casa Fratelli d’Italia, dove la comunicazione da sempre è considerata argomento delicato e per questo gestita solo dagli uffici stampa dei gruppi meloniani alla Camera e al Senato in stretto raccordo con Palazzo Chigi.
«Adesso la pazienza è finita, anche Giobbe l’ha persa a un certo punto, dobbiamo reagire», ha detto un meloniano di peso ad alcuni deputati. Nei prossimi mesi, insomma, lo schema visto in questi giorni sarà replicato, considerando anche il sostegno mediatico sulla quale può contare Palazzo Chigi: solo la galassia Angelucci oggi raccoglie oltre il Giornale anche Libero, diretto dall’ex portavoce della premier Mario Sechi, e il Tempo. Renzi insomma rischia di essere solo il primo della lista, ma il messaggio lanciato in questi giorni non è solo all’opposizione che «se supera il limite» sarà adeguatamente redarguita, ma anche nei confronti della maggioranza e del mondo che vi gravita.
A partire da Forza Italia di proprietà della famiglia Berlusconi.
(da La Repubblica)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
IL LUNGO POST SUL SUO BLOG DAL TITOLO “IL NOSTRO DNA”
Il Movimento 5 stelle si è sempre ancorato “a tre pilastri imprescindibili: il nostro simbolo, il nostro nome e la regola del secondo mandato”. A scriverlo, in un lungo post intitolato “Il nostro Dna”, è Beppe Grillo.
Grillo si rivolge ai “cari attivisti, portavoce e sostenitori del MoVimento 5 Stelle” e spiega: “Questi tre nostri pilastri non sono in nessun modo negoziabili, imprescindibili e non possono essere modificati a piacimento. Sono il cuore pulsante del MoVimento 5 Stelle, il nostro faro nella tempesta. Cambiarli significherebbe tradire la fiducia di chi ha creduto in noi, di chi ha lottato con noi, di chi ha visto nel MoVimento l’unica speranza di cambiamento reale”.
Il simbolo del Movimento 5 stelle
A proposito del simbolo, Grillo scrive che “non è solo un segno grafico, è un richiamo al cambiamento, è l’emblema di un’intera rivoluzione culturale e politica, la bandiera sotto cui milioni di italiani hanno marciato con noi. È il vessillo sotto il quale milioni di cittadini si sono riconosciuti e con il quale abbiamo combattuto battaglie importanti; da cui sono nate idee, valori e speranze condivise, è il segno visibile della nostra lotta per la trasparenza, la giustizia e la partecipazione. Un partito politico non dovrebbe mai cedere alla tentazione di mutare il proprio simbolo: è la bussola che orienta il cammino verso il futuro, senza mai tradire il passato”.
Il nome
Grillo poi affronta la questione del nome: “Il nostro nome, MoVimento 5 Stelle, non è solo una sequenza di suoni o lettere – dice -: rappresenta la nostra piena identità, è un nome che racchiude storie, significati e speranze, come il nome di ognuno di noi, sin dalla nostra nascita. Quando pronunciamo MoVimento 5 Stelle evochiamo una connessione, riconosciamo la sua essenza, la sua unicità”. Secondo il comico “Cambiare un nome è come rinunciare a un pezzo di quella magia, a un ponte invisibile che collega chi siamo a chi vogliamo diventare. Nella vita ci possono essere molte trasformazioni, ma il nome rimane un ancoraggio, un richiamo costante alla nostra essenza più vera. MoVimento 5 Stelle è il nome che ci ha guidato verso risultati concreti, difenderlo significa difendere la nostra storia e il nostro diritto di essere riconosciuti per ciò che siamo, ieri, oggi e domani”.
La regola del secondo mandato
E poi c’è la regola del secondo mandato. Grillo afferma: “Era l’8 Settembre del 2007: con il V-Day si avviava la raccolta firme per tre proposte di legge di iniziativa popolare, tra cui l’introduzione di un tetto massimo di due legislature. Da cui tutto ebbe inizio. La politica, nella sua essenza più pura, non deve essere un mestiere ma una nobile missione. Trasformare l’impegno politico in una professione perpetua significa tradire la fiducia dei cittadini e sprofondare nel pantano della mediocrità e dell’opportunismo”.
Per il fondatore del Movimento “limitare i mandati significa restituire al popolo la sovranità che gli spetta, è un presidio di democrazia, impedisce che pochi individui si arroghino il diritto di governare in eterno. Questo ricambio garantisce che la politica sia sempre animata da nuove energie, idee fresche e prospettive diverse, preservando così la sua natura dinamica e democratica. È un argine contro la degenerazione del potere e un invito costante al rinnovamento, per evitare che la politica si trasformi in un recinto chiuso, distante dalle vere esigenze di chi davvero ha bisogno”.
Grillo spiega ancora: “La regola del secondo mandato è un principio che ci distingue, che ci ha resi unici, che ci rende liberi dal potere e dalle sue tentazioni. È la garanzia che il MoVimento rimarrà sempre fedele al suo spirito originario: servire i cittadini e non il potere, con rappresentanti che portano avanti le idee e non le proprie ambizioni personali”.
(da agenzie)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
LA RISPOSTA DEL PARROCO
Il sindaco di Como, Alessandro Rapinese, non è nuovo a dichiarazioni e iniziative che
sembrano volte a colpire soprattutto le fasce più deboli della popolazione: a ottobre del 2023 si è rifiutato di accogliere dieci minori stranieri non accompagnati, dicendo “non sappiamo dove metterli”; a luglio scorso ha alzato il prezzo delle mense scolastiche, facendo pagare anche chi ha Isee pari a zero; nel frattempo ha escluso delle graduatorie per gli asili nido i figli di chi è in ritardo con il pagamento della Tari.
Insomma Rapinese non sembra essere mosso, almeno politicamente, dalla compassione. E sembra confermarlo ora che ha attaccato una parrocchia che ha deciso di distribuire colazione gratuite ai senzatetto.
Da ieri, domenica 18 agosto, la parrocchia di Rebbio, quartiere di Como, una delle più attività nella beneficenza, serve colazioni a base di cocco ai senzatetto. “Ho pensato che a causa del calore estivo ci volessero colazioni un po’ tropicali ed allora con l’ausilio di amici ho fatto arrivare dalla Costa d’Avorio 240 quintali di noce di cocco”, ha spiegato don Giusto Della Valle. Ma già durante un consiglio comunale di fine luglio il sindaco Rapinese aveva domandato all’Aula perché “distribuire le colazioni ai senza dimora”, etichettandolo come un esempio di accoglienza indiscriminata.
Secondo quanto riferisce il Corriere della sera, ne era nato un acceso dibattito dentro e fuori il Consiglio comunale, a cui – almeno fino al 17 agosto (il giorno prima dell’inizio della distribuzione) – il parrocco aveva preferito non prendere parte. Ora però ha scritto una lettera ai cittadini in cui scrive: “Ho letto con interesse a pag 13 del giornale la Provincia di Como del 27 luglio scorso la proposta del Sig Sindaco della nostra città di far turnare le parrocchie nella distribuzione delle colazioni alle persone in difficoltà della nostra Como”. E poi aggiunge: “Se passati i dieci giorni avessimo delle rimanenze di cocco siamo disponibili a regalarle al comune di Como, primo responsabile della salute dei suoi cittadini perché continui con le “coccolazioni”. E chissà se, a quel punto, il comune li distribuirebbe oppure no ai bisognosi.
(da Fanpage)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
MACRON? ASPETTA SULLA RIVA DEL FIUME PER COSTRUIRE UNA NUOVA MAGGIORANZA CENTRISTA
Se non ci fosse stata la notizia della scomparsa di Delon, i giornali sarebbero stati dominati tra domenica e lunedì dalla clamorosa lettera alla Tribune di Jean-Luc Mélenchon. Il capo della sinistra della France Insoumise ha chiesto la destituzione di Macron, se non darà l’incarico venerdì alla candidata della sinistra del Nuovo fronte popolare, Lucie Castets.
Una bomba che ha disgregato la coalizione. I socialisti si sono immediatamente dissociati dalla provocazione di Mélenchon, e stamane il leader Raphaël Glucksmann ha tuonato, senza mezzi termini: “Giove e Robespierre, è finita! Bisogna voltare la pagina rispetto a Macron e Mélenchon”.
Il leader del partito arrivato terzo alle elezioni di giugno rompe con gli Insoumis, convinto che, proiettandosi sulle presidenziali del 2027, “sarà la socialdemocrazia, non i succedanei del macronismo o un avatar del populismo di sinistra che potrà affrontare il lepenismo”. Glucksmann ha anche criticato la scelta della sua coalizione di scegliere un nome invece di concentrarsi sul programma.
Nei giorni scorsi anche lei, la candidata del fronte unito di sinistra, socialisti, ecologisti e comunisti, Lucie Castets, ha preso le distanze da Mélenchon, anzitutto rigettato la proposta della destituzione di Macron: “non è il mio tema”, ha sottolineato. Ma a questo punto la trentasettenne difficilmente conquisterà la premiership, nonostante il tentativo, nei giorni scorsi, di allargare il consenso al di fuori del recinto del “”Nuovo fronte popolare”, l’alleanza delle sinistre che può contare su 193 deputati (ce ne vogliono almeno 289 per governare).
La scorsa settimana, Castets aveva scritto ai capi di tutti i partiti dell’Assemblea nazionale – tranne a quelli del Rassemblement national di Marine Le Pen – proponendo “cinque grandi priorità” per il suo programma di governo, “dal potere d’acquisto alla questione sociale”, dal salario minimo a 1.600 euro all’”abolizione della riforma delle pensioni”. Ma quest’ultimo obiettivo è un dito nell’occhio per Macron: il riordino del sistema previdenziale francese è stata una delle riforme-bandiera del suo quinquennato. Ed è no dei motivi per cui molti pensano che l’incarico non sarà mai dato a lei.
In ogni caso, il fatto di cercare una sintesi del programma delle sinistre e di contraddire l’imperativo di Mélenchon – che ha sempre insistito per l’applicazione di “tutto il programma” – è stato interpretato anch’esso come una presa di distanza dallo scatenato capo della sinistra radicale. Che neanche nel suo partito sembra convincere tutti: la capogruppo Mathilde Panot ha sottoscritto la “sintesi” di Castets.
Da giorni, però, girano già nomi alternativi per ottenere quella “maggioranza che sia la più ampia possibile e la più stabile possibile, per il bene del Paese”, come ha chiarito l’Eliseo nell’invito per la convocazione di venerdì. Sui giornali sono spuntati i nomi dell’ex commissario europeo che ha negoziato la Brexit, Michel Barnier; dell’ex premier Bernard Cazeneuve, considerato vicino all’ex premier socialista François Hollande, e per questo già impallinato dagli insoumis; degli ex ministri dell’era all’Eliseo del gaullista e fondatore del Repubblicani, Nicolas Sarkozy: Xavier Bertrand e Valérie Pécresse.
Uno scenario che risponde ai desiderata di Macron, che punta alla “strategia dell’omelette” come ha rivelato Anais Ginori su questo giornale. Ossia a tagliare le estreme, teener fuori la sinistra di Mélenchon e la destra di le Pen e costruire una nuova maggioranza centrista. E il gattopardo all’Eliseo ha già ottenuto che nel suo silenzio, il leader degli insoumis si sia isolato da solo.
(da La Repubblica)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
HA EVITATO DI CALCARE LA MANO SULLE POLEMICHE DEI PRO-PALESTINA PER L’APPOGGIO DI BIDEN A ISRAELE, E HA ELOGIATO KAMALA HARRIS: “HA LAVORATO PER ASSICURARE UN CESSATE IL FUOCO A GAZA”
Quattro anni fa, i Democratici hanno concesso alla rappresentante Alexandria Ocasio-
Cortez di New York 90 secondi scarsi per parlare alla loro convention. Lei li usò per nominare simbolicamente il senatore Bernie Sanders alla presidenza e non fece mai il nome di Joseph R. Biden Jr.
Così, quando Ocasio-Cortez è salita sul palco della convention lunedì sera a Chicago, poco prima di Hillary Clinton, il suo intervento in prima serata ha offerto una vivida dimostrazione di quanto il Partito Democratico e la leader della sua ala progressista si siano avvicinati dal 2020.
Accolta da cori urlanti “A-O-C”, Ocasio-Cortez, socialista democratica che si è fatta conoscere sfidando l’establishment democratico, ha reso un affettuoso omaggio a Biden, ha attaccato Donald J. Trump e ha sostenuto con forza la vicepresidente Kamala Harris come paladina dei lavoratori americani.
“Sappiamo che Trump venderebbe questo Paese per un dollaro se questo significasse riempire le sue tasche e ungere i palmi dei suoi amici di Wall Street”, ha detto Ocasio-Cortez. “E io, per esempio, sono stanca di sentire come un sindacalista da due soldi si consideri più patriota della donna che combatte ogni singolo giorno per sollevare i lavoratori da sotto gli stivali dell’avidità che calpestano il nostro stile di vita”.
Il fragoroso applauso che ne è seguito sarebbe stato impensabile solo pochi anni fa. All’ultima convention, i democratici sembravano più a loro agio nel dare risalto ai repubblicani che sostenevano Biden piuttosto che a una giovane di sinistra come Ocasio-Cortez, le cui politiche e la cui retorica temevano avrebbero alienato gli elettori moderati.
Da allora, però, ha lavorato a stretto contatto con la Casa Bianca sulla politica economica e climatica, è stata un surrogato di Biden e ha conquistato sempre più alleati nella leadership democratica – a volte a spese del sostegno della sinistra.
I suoi alleati sostengono che il cambiamento riflette la vena pragmatica di Ocasio-Cortez e la crescente volontà del partito di abbracciare la sua parte sinistra. Un assistente della deputata ha dichiarato che il partito l’ha invitata proattivamente a parlare alla convention e non ha fatto alcuno sforzo per modificare o mitigare le sue osservazioni.
Da parte sua, Ocasio-Cortez, 34 anni, ha evitato le dolorose spaccature con il suo partito sulla guerra a Gaza che hanno gettato un’ombra sulla convention. La deputata ha criticato a gran voce la guerra, che ha ucciso decine di migliaia di palestinesi negli ultimi 10 mesi, e ha guidato le richieste di tagliare gli aiuti militari americani a Israele.
Ma, anche quando i dimostranti pro-palestinesi si sono riuniti a Chicago per protestare fuori dalla convention, la Ocasio ha dato merito alla Harris di aver “lavorato instancabilmente per assicurare un cessate il fuoco a Gaza e riportare a casa gli ostaggi”.
Ocasio-Cortez ha invece concentrato la sua attenzione sugli elettori della classe operaia. Ha fatto leva sulla propria biografia, ricordando agli spettatori che solo “sei anni fa prendevo ordini di omelette come cameriera a New York”. La signora Harris, ha detto, è nata da un background simile.
(da New York Times)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
“DOMANI”: “IL RETROSCENA PUBBLICATO DAL ‘GIORNALE’ SEMBRA SOLO UN DIVERSIVO PER FARE DISTRARRE E RICOMPATTARE ELETTORATO E COALIZIONE”…LA VERA INDAGINE DEL 2012, PER CORRUZIONE, POI ARCHIVIATA PER PRESCRIZIONE: “LA PROCURA CAPITOLINA INDAGAVA ARIANNA E IL MARITO, L’ALLORA ASSESSORE REGIONALE FRANCESCO LOLLOBRIGIDA, PER CORRUZIONE FURONO ACCUSATI DI AVER FAVORITO IL COSTRUTTORE PAOLO MARZIALI IN CAMBIO DI UTILITÀ
Nell’affaire Arianna Meloni, che secondo il Giornale e la premier Giorgia Meloni sarebbe il bersaglio grosso di un complotto ordito da renziani, giornali di sinistra e pm, una cosa è certa. A Palazzo Chigi da tempo sanno che nella procura più importante d’Italia, cioè Roma, non esiste nessun fascicolo a carico della sorella della presidente del consiglio.
Il retroscena pubblicato da Il Giornale e firmato dal direttore in persona, Alessandro Sallusti, sembra dunque solo un diversivo per fare rumore, distrarre e allo stesso tempo ricompattare elettorato e coalizione sui nemici di sempre: la magistratura e la stampa non allineata.
Da quanto risulta a Domani, infatti, già lo scorso gennaio, quando già circolava con insistenza la voce di una presunta indagine sulla sorella della premier, dagli uffici giudiziari capitolini sarebbero arrivate rassicurazioni sull’assenza di inchieste nei confronti della sorella più potente d’Italia.
Per capire però come è nato questo grande equivoco e la successiva intemerata di Sallusti cavalcata da Meloni è necessario fare un passo indietro di qualche mese.
Con una premessa: il terreno sul quale è fiorita quest’ultima caccia ai nemici è concimato con abbondanti dosi di conflitti di interesse. A partire da Il Giornale, edito dal deputato Antonio Angelucci, leghista ma legatissimo a Fratelli d’Italia, e diretto oggi da Sallusti, ex compagno della ministra del Turismo Daniela Santanchè nonché biografo della presidente del Consiglio.
L’indiscrezione dell’iscrizione circola infatti dallo scorso dicembre, ma ad ora non ha trovato alcuna conferma. Una notizia presentata al pubblico come reale ma attualmente priva di fondamento, diventata occasione ghiotta per cannoneggiare con parole corrosive i pm e la stampa non amica.
Quel che è vero è che le voci di un’indagine su Arianna Meloni sono davvero circolate mesi fa anche tra ambienti renziani, che le hanno veicolate ad alcuni giornalisti. Queste indiscrezioni, via via sempre più insistenti, sono giunte anche nella redazione di Domani. Il nostro giornale, così come altre testate, ha fatto le opportune verifiche nelle procure che potrebbero essere competenti su eventuali reati legati al traffico di influenze: hanno tutte dato esito negativo.
Anche nelle ultime ore abbiamo raccolto ulteriori a smentite: la sorella di Meloni, a quanto ci risulta, non è indagata dalla procura di Roma, territorio dove esercita il suo ruolo politico, tesse la sua rete e manovra per le nomine nelle società pubbliche. Certo, altre procure minori potrebbero aver aperto indagini. Ma con il condizionale si potrebbe ipotizzare (e pubblicare) qualsiasi evento non verificato.
La strategia del complotto messa in campo da Sallusti e Meloni sembra dunque solo uno spin propagandistico. Anche perché la premier sa bene – grazie a buoni rapporti con alcuni magistrati – che a Roma non c’è alcun fascicolo per traffico di influenze. Almeno ad ora: improbabile che la procura di Francesco Lo Voi, avesse in futuro notizie di reato su Arianna, si lasci intimidire dalle dichiarazioni preventive dei vertici di Fdi.
Altro assunto del fuoco di fila dei meloniani è che Arianna Meloni, a capo della segreteria politica del partito, non si occupi di nomine e dossier assortiti.
Un controsenso. Come si conviene a un altissimo dirigente del partito di maggioranza, la sorella della premier ha legittimamente un ruolo attivo. In passato ha lavorato alla candidatura a sindaco di Roma di Enrico Michetti, e anche alla scelta di nomi forti, come nel caso del potente presidente della Regione Lazio Francesco Rocca. Che ha ammesso in radio come l’indicazione sul «mio nome è arrivato da Arianna».
Tra le prime mosse del numero uno della Pisana sulla sanità c’è stato lo stanziamento di fondi per i privati. Il primo a beneficiarne è stato altro suo sponsor politico, amico, imprenditore e deputato leghista Antonio Angelucci, ça va sans dire editore de Il Giornale diretto da Sallusti: la prima delibera di giunta ha stabilito un finanziamento di 23 milioni di euro alla sanità privata e oltre 10 sono stati destinati alle strutture di Angelucci (Rocca è stato fino al 2022 nel Cda della fondazione San Raffaele di Angelucci).
Ora, l’indiscrezione di questi giorni trasforma questo governo nell’ennesimo esecutivo di destra che di fronte ai fallimenti urla allo strapotere giudiziario, in sintonia con il metodo del Cavaliere, al quale la stessa presidente del Consiglio si è ispirata in una dichiarazione che è una miscela di approssimazione e caccia alle streghe: «Purtroppo reputo molto verosimile quanto scritto oggi da Sallusti, uno schema visto e rivisto soprattutto contro Silvio Berlusconi», ha detto.
Infine, c’è un’altra ipotesi di scuola. La presidente è in possesso di informazioni riservate su eventuali indagini in corso? Nel caso le sue dichiarazioni sarebbero un’arma di pressione contro la magistratura inquirente.
È comunque un fatto che la premier, che si vanta di aver iniziato a fare politica dopo la morte di Paolo Borsellino, abbia usato parole di disprezzo per «un sistema di potere che usa ogni metodo e ogni sotterfugio pur di sconfiggere un nemico politico che vince nelle urne la competizione democratica».
Di certo il “fattoide” de Il Giornale ha avuto un effetto: i guai giudiziari, quelli veri, di ministri, sottosegretari e parlamentari di Fratelli d’Italia, sono stati momentaneamente dimenticati. Così come il ruolo marginale del governo in Europa e le poche risorse per misure necessarie a sostenere i ceti medio bassi: la manovra d’autunno rischia di essere più difficile del previsto
Non è tutto. La teoria del complotto si fonda su un assunto: «Ora che siamo al governo fioccano le inchieste». In altre parole, secondo chi governa, per la magistratura si è penalmente interessanti solo se si è al potere. Un mantra, anche questo, smentito dai fatti.
La sorella della presidente del consiglio è stata infatti indagata a Roma ben 12 anni fa, quando nessuno la conosceva e Fratelli d’Italia doveva ancora nascere: il fascicolo è stato archiviato dopo la richiesta dei pubblici ministeri. Era il 2012, all’epoca Meloni era dipendente in regione, quando la procura capitolina indagava lei e il marito, l’allora assessore regionale e oggi ministro, Francesco Lollobrigida, per corruzione. Furono infatti accusati dai magistrati di Piazzale Clodio di aver favorito il costruttore Paolo Marziali nel 2009 in cambio di utilità. Per loro fortuna, la stessa accusa nel 2016 ha chiesto l’archiviazione dell’inchiesta, perché gli episodi contestati ai due coniugi erano ormai troppo datati e perciò prescritti.
Non è la prima volta che Il Giornale evoca complotti tanto cari al governo. Lo ha fatto a tal punto da creare un cortocircuito interno alla maggioranza. Alcuni mesi fa titolava «Inchiesta su Crosetto».
L’articolo era il resoconto di un incontro del ministro della Difesa, Guido Crosetto, alla procura di Roma, che lo aveva sentito per le frasi pronunciate sulla magistratura pronta ad azzoppare il governo a colpi di indagini. Crosetto, anche lui finito nelle polemiche dopo un’intervista al Corriere in cui ipotizzava trame dei pm contro FdI, aveva annunciato querela contro la testata amica. Ma Esopo insegna che a forza di gridare a lupo a lupo nessuno ci crede più.
(da Domani)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
PRIMA DICE DI ESSERE “TRANQUILLISSIMA” (“NON HO MAI INFLUENZATO DECISIONI SULLE NOMINE”), POI SUBITO DOPO È “SCOSSA” (“NON ACCETTO DI ESSERE DIPINTA PER COME NON SONO”) … NEGA CHE CI SIA LA SUA MANO DIETRO ALL’ARTICOLO DI SALLUSTI SULLA PRESUNTA INDAGINE, MA RIVENDICA I FRUTTI DELL’OPERAZIONE
È la versione di Arianna Meloni. Quella che attorno a mezzogiorno fa arrivare ai cronisti
che seguono la sorella Giorgia anche in Puglia. Il suo punto di vista, dunque senza domande. «Sono due anni che cercano di buttarmi addosso tante cose . Ma tutto si è intensificato soprattutto dalla campagna delle Europee. È stata fatta passare la narrazione che sono presente in tutte le riunioni e le cabine di regia dove si decidono le nomine: da Di Martino a Di Foggia, dalla Rai alle Ferrovie».
È l’ultimo giorno nella masseria Beneficio. Al mattino esce in auto con al fianco Coco, Sale su un treno per Roma, prima di volare in Sardegna con le due figlie per qualche altro giorno di vacanza.
Il caos, però, è altrove. L’ha provocato l’indiscrezione del Giornale sul rischio di un’indagine per traffico d’influenze. Arianna segue un impianto che le sorelle Meloni portano avanti da tempo. È uno schema apparentemente difensivo, in realtà indubitabilmente offensivo: colpire per primi, denunciare presunti o fantomatici cospirazioni per smontare eventuali inciampi futuri.
Per questo, sposa le tesi pubblicate sulla testata di proprietà della famiglia Angelucci, negando però che si sia trattato di un’azione coordinata. «Domenica non c’è stata alcuna chiamata alle armi e nessuna regia — è la premessa — Anzi, sono commossa dalla solidarietà di Fratelli d’Italia che è stata spontanea. […] Non abbiamo certo dettato nulla a Sallusti, la cosa è partita da lui e non da noi.m Si è provato a dire che è stato scritto sotto dettatura, ma non è così. Non abbiamo citofonato, ma certo non abbiamo ostacolato, perché è stato un modo per fare chiarezza».
Arianna rivendica i frutti dell’operazione, dunque, sostenendo però di non averla ispirata. Eppure, da Giorgia Meloni ai massimi dirigenti di Fratelli d’Italia, è stato un fuoco costante con un bersaglio chiaro: le toghe. Non è un caso che l’Associazione nazionale magistrati provi a reagire, rivolgendosi direttamente alla presidente del Consiglio. «Quello in corso è l’ennesimo attacco alla magistratura, volto a delegittimarla adombrando presunti complotti.n Un esercizio pericoloso che indebolisce le istituzioni repubblicane e danneggia l’intero Paese».
La sorella di Giorgia Meloni alterna i due registri. Ci tiene dunque prima di tutto a fare sapere che non è in corso alcun assalto ai magistrati: «Ho letto che era un modo per provare a intimorire giudici e pm: no, niente di tutto questo». Poi però aggiunge: «È stata fatta chiarezza, perché c’è un metodo che mi lascia incredula».
Dunque, di nuovo, ribadisce l’esistenza di un metodo per affondare mediaticamente, politicamente e giudiziariamente chi governa. E poi ancora, come in un eterno elastico in cui si colpisce e poi si ritira la mano: «Non abbiamo voluto acuire lo scontro con la magistratura […] . Non avevamo intenzione di alimentare lo scontro tra governo e magistratura».
Non si capisce allora se qualche procura stia davvero indagando. «Che io sappia non c’è un avviso di garanzia, non c’è proprio nulla. Non abbiamo notizie », fa sapere, salvo non poter escludere di essere indagata senza averne notizia.
«Sono tranquillissima e so di non aver fatto niente di male. Non ho mai influenzato o cercato di influenzare decisioni sulle nomine, né preso parte a riunioni di questo tipo». E ancora: «Sono scossa, non è possibile essere sbattuta sui giornali senza alcuna verifica dei fatti, non accetto di essere dipinta per come non sono. Non è il mio modo di essere, non è quello che viene raccontato».
Dal cerchio magico trapela semmai la sensazione che la premier non intenda fermarsi, approvando la separazione delle carriere. Significa alimentare per ora il conflitto con le toghe, ostili a questo progetto, e sedersi soltanto più tardi al tavolo per cercare un compromesso sulla riforma. Anche in questo caso, si tratta di metodo politico oliato: alzare la pressione, poi trattare.
E d’altra parte, che di segnale diretto alle toghe si tratti lo chiarisce anche il sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro, a sera: «Stranisce la dura presa di posizione di Anm — dice — Sallusti ha riportato dati veri ed incontrovertibili in ordine alle calunnie alimentate dalla sinistra e da certo giornalismo
In altri tempi tali notizie venivano date non per raccontare un fatto, ma per determinarne un altro». Poi torna l’elastico, il metodo: «È necessario smettere di provare a tirare la magistratura per la giacchetta». Tutto fin troppo chiaro
(da La Repubblica)
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Agosto 20th, 2024 Riccardo Fucile
DALLA RAI AL CAOS CARCERI, I SOVRANISTI LITIGANO SU TUTTO, MA ORA GRIDANO AL COMPLOTTO
Vittimismo e aggressività: è questa la cifra stilistica di Giorgia Meloni. La contraddistingue da sempre ma la tragedia è che questo suo modo di raccontarsi al mondo se poteva andare bene quando era all’opposizione, e parlava da capetta di partito, stride ora terribilmente col suo ruolo istituzionale di capo di governo.
Lei continua, nonostante tutto, a comportarsi come fosse la leader di una piccola formazione di opposizione. Parla alla propria comunità e si scaglia contro i suoi nemici che sono tutto il resto del Paese che non sia il suo partito e gli alleati.
Ma anche su questi ultimi bisognerebbe andar piano, considerando che continuano a sfilarsi dalla ragnatela meloniana, con la Lega che scappa sempre più a destra e Forza Italia verso il centro. Meloni, dicevamo, continua con il suo piagnisteo su presunti complotti.
Questa volta a essere presa di mira sarebbe la sorella Arianna, su cui, secondo il quotidiano Il Giornale, amico della premier e di proprietà di un parlamentare eletto con la Lega, sarebbe pronta un’indagine per traffico di influenze sulle nomine pubbliche
L’ossessione di Meloni per i complotti
Ma il vero obiettivo, ha frignato la Meloni con i suoi, sarebbero lei e il suo governo. Non è la prima volta. Emblematico fu il piagnisteo vittimistico che Meloni consegnò in un videomessaggio alla kermesse di FdI organizzata per celebrare un anno di governo nell’ottobre dello scorso anno.
“Noi siamo il nemico da abbattere perché noi siamo uno specchio, uno specchio della loro meschinità. Se noi riusciamo tutta questa gente dovrà fare i conti con la propria coscienza – spiegò la premier -. La cattiveria e i metodi che usano per indebolirci hanno raggiunto vette mai viste prima”.
A chi mai si rivolgesse la presidente del consiglio non è mai stato possibile sapere. Appena qualche mese dopo il suo fedelissimo ministro Guido Crosetto disse in un’intervista al Corriere della Sera che “l’unico grande pericolo” per la continuità dell’esecutivo “è quello di chi si sente fazione antagonista da sempre e che ha sempre affossato i governi di centrodestra: l’opposizione giudiziaria”.
Toni e argomentazioni berlusconiani che non a caso ritornano ora che Giorgia Meloni è scesa in campo per difendere la sorella, ovvero sé stessa. Ma difendere da cosa? E da chi? I meloniani parlano di poteri forti, il Giornale fa riferimento a un intreccio di sinistra-giornali- toghe.
Per ora siamo solo al fumus persecutionis. Peccato che a soffiarlo sia la premier. Viene lecito chiedersi allora: perché tutto questo? Se c’è una coalizione terribilmente divisa e conflittuale, che poi certo si ricompatta in nome del potere, è questa di destra-centro.
I fronti aperti in maggioranza, dalla Rai alle carceri
Ebbene, mai come ora gli alleati della maggioranza stanno litigando. Praticamente su tutto: Rai, balneari, giustizia, legge sulla cittadinanza. Tutti nodi che verranno al pettine il 30 agosto, durante il vertice tra i leader: Meloni, Matteo Salvini e Antonio Tajani.
Il nervosismo monta e si capisce perché. I problemi cui far fronte sono tanti e non si dimentichi nell’elenco la Manovra alle porte, con le scarsissime risorse a disposizione.§Allora quale miglior motivo per depistare l’opinione pubblica dai litigi in corso nella maggioranza di gridare “al lupo, al lupo”, inventandosi fantomatici nemici che tramano per far cadere il governo e dunque spingere gli alleati a ricompattarsi per bramosia di potere?
Sulla Rai è stato tutto rinviato a settembre, dopo giorni di liti sulle nomine dei vertici, che Salvini contesta. Sui balneari il governo ha capito che le gare non sono più rinviabili all’infinito, pena il ricorso da parte della Commissione europea alla Corte di giustizia. Anche in questo caso la Lega dovrà farsene una ragione.
Sull’emergenza carceri, se il ministro Carlo Nordio ha aperto a soluzioni alternative alla detenzione contro il sovraffollamento delle carceri, come insiste Forza Italia, Fratelli d’Italia e Lega sono contrarie a quello che considerano un colpo di spugna.
Sulle nuove norme per la cittadinanza agli stranieri, Forza Italia continua a condurre in solitaria la sua battaglia e anche qui meloniani e leghisti le danno addosso.
E poi c’è la Manovra, appunto, con Giancarlo Giorgetti poco incline a soddisfare gli appetiti elettorali dei vari partiti. Anche perché la coperta è corta, anzi cortissima.
Toghe in allarme
Ma la battaglia di Meloni contro i mulini al vento scatena anche la preoccupazione dei magistrati. Col pericoloso cortocircuito tra i poteri dello Stato che questo governo, con le sue riforme minacciose, dall’Autonomia al premierato, ha creato.
Le toghe sono rimaste spiazzate dal caso su Arianna Meloni. L’Anm parla di ennesimo attacco alla magistratura e di “esercizio pericoloso”. “Ero inizialmente convinto che stesse scherzando”. Così a Repubblica ha detto invece l’ex magistrato Armando Spataro.
L’ipotesi che si tratti di un complotto, afferma, “non sta né in cielo né in terra e bisogna avere la serietà di evitare simili richiami perché è come far ricorso alla teoria del ‘non si può escludere che…’, che autorizza a pensare che possono volare anche gli elefanti”. Ma ora a Giorgia fa comodo pensare che gli elefanti spicchino il volo.
(da lanotiziagiornale.it)
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