Agosto 16th, 2024 Riccardo Fucile
IDOLI CON RICCHI CONTRATTI DIVENTATI ESUBERI DIFFICILI DA PIAZZARE SUL MERCATO SONO LO SPECCHIO DI UN CAMPIONATO CHE HA PERSO MOLTO DEL SUO APPEAL
Non ce ne vogliano i lavoratori che da un giorno all’altro – dopo una vita passata in fabbrica o in ufficio – sono rimasti senza stipendio e senza pensione. Ma anche nella Serie A che sta per iniziare ci sono “salariati” che si ritrovano – dopo essere stati osannati come idoli delle curve e beniamini della tifoseria – in una terra di nessuno.
Siccome – qualche volta – anche i ricchi piangono, mai come in questa stagione c’è un numero così alto di calciatori alle dipendenze di club italiani che si trovano sospesi tra la panchina, tribuna o campionato saudita. I casi più eclatanti rispondono al nome di Federico Chiesa e Paulo Dybala. Ma anche uno come Victor Osimhen, più giovane e più corteggiato dello juventino e del romanista, vive in un clima da guerra dei Roses con il vulcanico presidente del Napoli Aurelio De Laurentiis.
Ma i tre attaccanti citati sono la punta dell’icerberg. Perché alla fine, magari tagliandosi l’ingaggio una sistemazione entro fine agosto la troveranno. Dietro di loro, c’è un piccolo esercito di calciatori di medio livello che si sono scoperti indesiderati: più di uno – a pochi giorni dalla prima giornata di campionato – è destinato ad allenarsi da solo o con la Primavera.
Sono stati messi in vendita dalla società con cui sono sotto contratto e sono in attesa di ricevere un’offerta che non arriva, paradossalmente a causa del ricco stipendio che avevano strappato solo un paio di anni fa. Sono gli “esodati” di quello che fino a una quindicina di anni fa era il campionato più bello – e più ambito – del mondo.
Ma ora non lo è più. La Serie A può permettersi i campioni solo a fine carriera (come dimostrano i casi Cristiano Ronaldo e Olivier Giroud). Oppure calciatori di primo piano ma solo prenotandoli prima della scadenza di contratto, attirandoli con un ricco ingaggio e con consistente percentuale al procuratore.
Ma l’ingaggio, quando è troppo alto, diventa una prigione, perché è poi difficile trovare un club disposto sia a pagare il cartellino che uno stipendio molto oneroso. Molti giocatori in esubero hanno il contratto in scadenza nel giugno del 2025. E molti di loro potrebbero, con tutta probabilità, aspettare i prossimi dieci mesi per liberarsi e accasarsi altrove. Sperando che i muscoli non si arrugginiscano e ricominciando da capo, ma con un ingaggio molto più basso.
Una possibile alternativa – ma non per tutti, anzi – è accettare le sirene del campionato dell’Arabia Saudita: un ricco buen ritiro, dove si gioca a ritmi da sfida in spiaggia con gli amici, l’equivalente del prepensionamento sportivo.
Esuberi, un patrimonio di 230 milioni
Soltanto prendendo in considerazione sette degli otto club qualificati per le competizione Uefa della prossima stagione, ci sono almeno 35 giocatori di buon livello a cui è stato dato il benservito e che sulla carta (secondo il sito specializzato Transfermarkt) valgono complessivamente 230 milioni di euro. E’ la cifra che i club di appartenenza sperano di portare a casa. Ma sarà molto difficile.
Secondo la Gazzetta dello sport, per arrivare a Pierre Kalulu del Milan, la Juventus – che ha ben dieci giocatori da piazzare – avrebbe tentato uno scambio mettendo sul tavolo Chiesa ma anche Milik e McKennie. Ma solo l’attaccante polacco potrebbe interessare ai rossoneri che cercano un vice Morata.
Lo stesso succede nella Capitale, dove mister De Rossi ha fatto capire che molti tesserati della Roma sono sul mercato. Dybala tra i primi, per via del suo contratto quanto mai oneroso, tanto da avere offerte concrete solo dall’Arabia. Ma se la trattativa non dovesse chiudersi per la prima di campionato con il Cagliari l’argentino potrebbe finire in tribuna. Giusto perché si capisca l’aria che tira.
Il Milan non è da meno. Due giocatori fuori rosa (Origi e Balo-Tourée), altri che potrebbero servire per finanziare l’ultimo colpo di mercato (Youssouf Fofana del Monaco): si va da Adli a Bennacer (entrambi richiesti tanto per cambiare in Arabia) per arrivare a Kalulu e Pobega. Anche perché il nuovo coach Paulo Fonseca non teme gli esuberi. Ha scoperto che l’anno a Bologna alle direttive di Thiago Motta ha fatto molto bene ad Alexis Saelemaekers e ora può coprire tutti i ruoli sulla fascia destra. E ha trovato alcuni talenti dalla Primavera (Zeroli e Liberali, Camarda e Jimenez) che come riserve della prima squadra valgono molto e costano poco.
Persino l’Inter dei due scudetti e una finale in Champions in quattro anni ha i suoi esodati: almeno sei giocatori hanno le valigie in mano o sono paragonabili alle figurine per qualche scambio.
La Serie A sempre più distante dalla Premier
Ma perché accade tutto questo? Succede in una Serie A che non solo è sempre più lontana anni luce, per entrate finanziarie e per numero di appassionati nel mondo, dalla Premier League. Ma è stata ormai superata per spettacolarità del gioco e talenti dalla Liga spagnola (con un movimento che in poco più di un mese ha vinto Europei e Olimpiadi).
Così come è finita alle spalle, per ricavi, efficienza economica e innovazione sportiva della Bundesliga, da dove arrivano le idee tecniche più interessanti che – da Jurgen Klopp a Thomas Tuchel rappresentano la nouvelle vague del calcio europeo.
E poco importa se nel ranking Uefa, i club italiani nell’ultima stagione sono tornati – per pochi punti – in seconda posizione, alle spalle dei soli club inglesi. Guadagnandosi il diritto a schierare cinque club in Champions League. Non illudiamoci: questo è dovuto all’ingresso in massa di fondi di investimento – per lo più americani – che hanno chiuso la stagione dei magnati alla Berlusconi/Moratti, i quali buttavano ogni anno un centinaio di milioni per giocarsela con i grandi d’Europa.
Ma i fondi d investimento sono investitori che non hanno come primo obiettivo vincere, ma far quadrare i conti e possibilmente guadagnare. E come L’Altra domenica ha raccontato, sono stati attratti dalla popolarità di cui gode ancora il calcio in Italia, dai bassi costi di ingresso e dalla possibilità – in molti casi – di un investimento immobiliare legato al nuovo stadio.
Tagliare i costi per non fallire
Per iniziare a guadagnare, come prima cosa, bisogna tagliare i costi. A cominciare dagli ingaggi: soprattutto se rapportati ai risultati sportivi appaiono oramai completamente fuori misura. Lo richiede una sana gestione economica, ma lo impongono le nuove regole Uefa. Per cui è meglio liberarsi di campioni o presunti tali che non hanno reso quanto ci si aspettava e investire sui giovani. O comunque ricominciare da capo.
Si diceva che lo chiede una sana gestione finanziaria. La Serie A è a un punto di non ritorno. Basta leggere l’ultima edizione del ReportCalcio, redatto da Centro Studi Figc con Arel e la società di consulenza Pwc. Le perdite accumulate negli ultimi sedici anni sono arrivate a 8,5 miliardi, di cui 3,6 nelle tre stagioni inficiate dal Covid (con una media di 3,3 milioni di perdite al giorno).
In questi sedici anni è vero che il valore della produzione del calcio professionistico è salito dell’84% (+1,9 miliardi), ma i costi di produzione sono contemporaneamente saliti di 2,4 miliardi (ogni euro di ricavi prodotti in più è costato 1,3 euro). Eccoci, allora, al punto nodale: la voce più consistente dei costi è legata al “personale”: il 62% della crescita del fatturato è dovuto agli stipendi, saliti nel periodo di 1,2 miliardi.
E come è stato possibile sostenere questi conti, senza fallire? Semplicemente aumentando i debiti. Negli ultimi sedici anni, l’esposizione finanziaria è passata dai 2,4 miliardi del 2007-2008 ai 4,8 miliardi del 2018-2019, per crescere fino ai € 5,7 miliardi del 2022-2023, Allo stesso tempo, il patrimonio netto tra pre e post Covid si è quasi dimezzato, da 644 a 344 milioni di euro (e in Serie B e Serie C risulta addirittura negativo), In pratica, ogni 100 euro investiti da un club di calcio, appena 5 provengono dai mezzi propri (cioè dagli azionisti/proprietari), e i restanti 95 da capitali di terzi (per lo più indebitamento).
Le nuove regole Uefa: lo squad cost ratio
Una situazione insostenibile che non riguarda solo la Serie A, con troppi campionati che sopravvivono solo grazie alla vendita dei diritti tv. Al punto che l’Uefa ha dovuto arrendersi al fatto che il solo financial fair play non è bastato per una sana gestione finanziaria del mondo del pallone. Introducendo una nuova variabile che risponde al nome di “squad cost ratio”.
Di cosa si tratta? Sostanzialmente, parliamo del rapporto fra costi e ricavi della società. I primi, dall’anno scorso, non possono superare il 90% dei secondi. Ma già da questa stagione i costi devono scendere ulteriormente: entro i prossimi due anni non potranno andare oltre il 70% dei ricavi.
E siccome abbiamo detto con la voce più alta dei costi è rappresentata dagli stipendi, è evidente che il parco giocatori è la prima voce a cui mettere mano. Ma nulla accade per caso. Ed è bene che i club italiani si mettano in riga perché i segnali di allarme ci sono tutti.
I grandi club continuano a spendere per la rosa, anche perché non possono permettersi di non arrivare in zona Champions: così negli ultimi cinque anni, secondo una dato Transfermarkt, nel tentativo di rinforzare la squadra la Juve ha speso 651 milioni, il Napoli 417, l’Atalanta 402 e il Milan 364. Non è un caso che il Milan sia il club che per primo ha impostato una nuova politica economica, per cui le società devono “autofinanziarsi”.
Le difficoltà dei club a far quadrare i conti è solo il sintomo più evidente della crisi del calcio italiano, che in molti continuano a far finta di non vedere. La mancanza di risultati sia a livello di Nazionale (non raggiunge gli ottavi di finale da quattro edizioni dei mondiali, Europeo 2022 una meteora), sia a livello di club (cinque finali perse delle ultime sei) si riflette soprattutto sulle società di prima fascia. Le stesse che hanno vinto tutti gli scudetti degli ultimi 23 anni.
I club della Top Five perdono tifosi
Stiamo parlando di Juventus, Inter, Milan, Napoli e Roma. E’ la top five della serie A per numero di tifosi. Nelle ultime stagioni, il fatto di aver perso terreno in Europa ha avuto le sue conseguenze. Il numero dei loro “appassionati”, quelli che seguono assiduamente le notizie che le riguarda e non si perdono una partita fosse una amichevole precampionato, è in discesa. Lo rivela l’annuale ricerca condotta da Sponsor Value, Stage Up e Ipsos che per tradizione viene presentata a inizio campionato.
“Nel 2018-19, il fenomeno tifo riguardava il 77% degli interessati al Campionato, con una quota dei cinque maggiori club dell’88%. Al termine della stagione 2023-24, il tifo riguarda l’86% degli interessati alla Serie A, mentre i tifosi delle prime cinque squadre sono scesi all’80% del totale”.
Questo perché, allo stesso tempo, sono aumentati i tifosi appassionati del club meno titolati. Lo si vede bene dai dati scorporati. Juventus (+1%) e Inter (+2%) e Roma (nessuna variazione) rimangono stabili nella loro fan base, rispettivamente con 7,8, 4,02 e 1,8 milioni di tifosi appassionati. Il calo complessivo è stato determinato da chi ha smesso di seguire con costanza il Milan (-3% a 3,8 milioni) e il Napoli (-4% a 1,8 milioni).
Non sarà sfuggito ai più attenti un ricambio al vertice, con l’Inter che – già da due anni – ha superato il Milan per numero di tifosi appassionati grazie ai campionati di vertice e alla finale di Champions. I rossoneri rimangono i più seguiti a livello globale tra i club italiani, ma senza una inversione di tendenza nelle vittorie (una finale Champions manca da 21 anni) gli rimarrà appiccicato il fascino della grande nobile decaduta.
Aumentano i tifosi dei “piccoli” club
La difficoltà delle Top Five si misura anche nella crescita delle tifoserie dei piccoli club. Il Bologna con il ritorno in Champions ha visto anche il ritorno allo stadio degli appassionati (+47% a 389mila), mentre è notevole anche la crescita di Atalanta (+18% a 327mila), Fiorentina (+14% a 639mila), Verona (+16% a 195mila).
Le prime due si sono confermate in Europa, i bergamaschi hanno trionfato in Europa League. Gli scaligeri sono stati protagonisti di una clamorosa rimonta per la salvezza. Segno che i tifosi vogliono vedere la passione in campo e vivere emozioni sugli spalti o davanti alla tv. Cosa che i Top Five ancora in fase di transizione dal proprietario mecenate alla gestione dei fondi di investimento non sanno più garantire.
Ma non è detto che rimettendosi a posto finanziariamente, ricominciando con i giovani, affidando ad allenatori che mostrino un gioco più europeo non sia la strada per riconciliarsi con i tifosi. Anche a costo di qualche “esodato” eccellente.
(da La Repubblica)
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Agosto 16th, 2024 Riccardo Fucile
DOPO AVER CAPTATO L’ACQUA DEL TORRENTE CALCINARA, LA PORTA FINO AL CENTRO DELLA CITTÀ. MA L’ACQUA SI SPRECA FINENDO IN MARE… IL MOTIVO? NON È CONSIDERATA PER USO CIVILE (PROBLEMA OVVIABILE CON UN POTABILIZZATORE)
Sono lì da almeno 2400 anni, costruiti dai greci, e ancora oggi portano acqua nel cuore
di Siracusa. Basta visitare il parco archeologico aretuseo per averne prova e vedere acqua in abbondanza che sembra un miracolo in questo anno di grande siccità: proprio sopra il Teatro Greco, alla grotta del Ninfeo, sgorga l’acqua trasportata fin qui dall’acquedotto. Sono almeno tre, dei sette di cui risultano notizie, gli acquedotti costruiti dai greci (forse con il contributo non irrilevante di quel genio che fu Archimede) ancora funzionanti. Almeno in un caso portano acqua fino alla città: non acqua potabile ma almeno utile per irrigare i campi.
Si tratta dell’acquedotto Galermi, costruito da Gelone nel 480 Ac, scavato nella roccia corre per una trentina di chilometri a partire dalle campagne di Sortino, sempre in provincia di Siracusa, per arrivare fino in città, dopo aver captato l’acqua del torrente Calcinara, il maggiore affluente dell’Anapo: aveva una capacità, si legge in un cartello, di 500 litri al secondo. Ma la verità, dolorosa per chi in questi giorni patisce la sete, è che l’acqua trasportata da questi acquedotti il più delle volte finisce sprecata, spesso a mare.
«L’acqua – spiega Nino Di Guardo, ingegnere idraulico che da anni si dedica allo studio dei sistemi idraulici siracusani e non solo – viene dirottata a mare perché non ha un uso civile. Gran parte dell’acqua del canale Galermi si perde soprattutto nella parte finale che poi è quella più vicina alla città».
Basterebbe, in fondo, un potabilizzatore. Ma se anche quell’acqua portata dalle infrastrutture costruite dai greci finisse nella rete cittadina non servirebbe a nulla visto che a Siracusa si perde (secondo l’Istat) il 65,2% di acqua trasportata dalle reti cittadine ma qualcuno fa riferimento a un dato di Utilitalia che parla, nel capoluogo aretuseo, di una perdita del 67,6 per cento.
E insieme a quello delle perdite c’è il tema della qualità dell’acqua “contaminata” dal sale a causa dell’eccessivo sfruttamento negli anni delle sorgenti. Sulle bollette c’è l’avvertenza che l’acqua è sconsigliata ai malati di cuore e ipertesi e per tutti coloro che presentano patologie legate al contenimento del cloruro di sodio.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2024 Riccardo Fucile
COSA DICONO I DATI AGGIORNATI DI BANKITALIA: SIAMO ARRIVATI A 2.948,5 MILIARDI DI EURO
Cresce ancora il debito pubblico italiano, arrivano fino a 2.948,5 miliardi di euro. È la Banca d’Italia a certificarlo, con un aggiornamento dei dati sui conti pubblici.
A giugno, spiegano da via XX Settembre, il debito delle pubbliche amministrazioni è aumentato di 30,3 miliardi di euro rispetto al mese precedente, arrivando così alla cifra da capogiro vicina ai tremila miliardi.
Bankitalia ha sottolineato che l’incremento riflette “il fabbisogno delle amministrazioni pubbliche (15,3 miliardi), la crescita delle disponibilità liquide del Tesoro (45,4 miliardi), nonché l’effetto degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (1,4 miliardi)”.
Bankitalia sottolinea che mentre il debito delle amministrazioni centrali è aumentato di 30,4 miliardi, mentre quello delle amministrazioni locali è diminuito di 0,1 miliardi. Per quanto riguarda gli enti di previdenza, il debito è rimasto pressoché invariato.
Ma da chi è detenuto questo debito? Nel suo report Bankitalia precisa che la quota detenuta dall’istituto è diminuita al 23,1%, dal 23,3% del mese precedente. E ancora: “A maggio (ultimo mese per cui questo dato è disponibile) quella detenuta dai non residenti si è collocata al 28,9% (dal 28,8% del mese precedente) e quella detenuta dagli altri residenti (principalmente famiglie e imprese non finanziarie) al 14,3% (dal 14,1% del mese precedente).
Infine il report fa il punto sulle entrate tributarie, in altre parole sulle tasse dei contribuenti che sono arrivate nelle casse dello Stato, che a giugno sono state pari a 42 miliardi di euro, una cifra in aumento: “A giugno 2024 le entrate tributarie contabilizzate nel bilancio dello Stato sono state pari a 42 miliardi di euro, in aumento del 9,9% (3,8 miliardi) rispetto al corrispondente mese del 2023. Nel primo semestre del 2024 le entrate tributarie sono state pari a 248,8 miliardi, in aumento del 7,5% (17,5 miliardi) rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2024 Riccardo Fucile
FILOMEN: SI È RIVOLTO AI SOCI E SIMPATIZZANTI CON L’APPELLATIVO DI ‘CAMERATI’. TERMINOLOGIA CHE IL PRESIDENTE DEL COMITATO RICOLLEGA ALL’ESPERIENZA MILITARE, MA LE SUE SIMPATIE NEOFASCISTE SONO NOTE. UN MODO PER LANCIARE MESSAGGI AL MONDO DELLA DESTRA NOSTALGICA
Ieri in serata, per gli auguri di Ferragosto, il presidente del comitato culturale il Mondo
al contrario, Fabio Filomeni, ex tenente colonnello della Folgore, ha scritto questa mail ai simpatizzanti: «Forza generale, siamo con te e siamo pronti per la nuova avventura politica». Il generale è Roberto Vannacci e sulla “nuova avventura politica” non ci sono altri dettagli, ma lo si ipotizza da tempo: l’attuale eurodeputato della Lega potrebbe fondare un suo partito.
Il comitato Mondo al contrario nacque otto giorni dopo lo scoppio del caso attorno al libro di Vannacci, ad agosto dello scorso anno. A gennaio di quest’anno il Mondo al contrario aveva aperto anche un tesseramento, 30 euro l’anno per l’adesione come socio ordinario. Mentre lo scorso 5 agosto il comitato, con un post sul sito, aveva annunciato di apprestarsi «a divenire una realtà culturale ed anche politica».
Di fronte a questa ultima dichiarazione, abbastanza palese, Matteo Salvini si era affrettato a rimarcare che il futuro di Vannacci era nella Lega. Il 19 e 20 settembre a Viterbo è stata organizzata la prima festa nazionale di ‘Noi con Vannacci’.
Piccola curiosità della comunicazione di Filomeni, strettissimo sodale dell’eurodeputato: si è rivolto ai soci e simpatizzanti con l’appellativo di “camerati”. Terminologia che il presidente del comitato ricollega sempre all’esperienza militare, ma le sue simpatie neofasciste sono note e non tutti i fan del generale sono soldati o ex tali. Un modo come un altro per giocare con le parole e lanciare messaggi al mondo della destra nostalgica.
(da La Repubblica)
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Agosto 16th, 2024 Riccardo Fucile
I DUE INVIATI HANNO SEMPLICEMENTE FATTO IL LORO MESTIERE: DOCUMENTARE L’ATTACCO UCRAINO IN RUSSIA
Secondo alcuni media indipendenti, citati da Repubblica, il ministero degli Affari Interni russo intenderebbe avviare un procedimento penale contro i giornalisti italiani che hanno realizzato un reportage dalla regione di Kursk. Si tratta, nello specifico, di Stefania Battistini e Simone Traini, che hanno realizzato un reportage dalla città di Sudzha, ora in mano agli ucraini. Rischierebbero un processo per «attraversamento illegale del confine di Stato». Il servizio è stato trasmesso dal Tg1. Finora non ci sono conferme ufficiali da parte del Cremlino.
Sul suo account X, Battistini ha però postato dei messaggi particolari. Oltre a ricordare i nomi dei colleghi uccisi dall’inizio del conflitto, l’inviata Rai ha citato l’articolo 79 della Convenzione di Ginevra per cui «i giornalisti nelle zone di guerra devono essere trattati come civili e protetti come tali, a condizione che non prendano parte alle ostilità». La giornalista ha poi condiviso il sostegno del collega Andrea Vianello che ha scritto: «Forza Stefania Battistini e Simone Traini. Al fianco del giornalismo coraggioso e libero».
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2024 Riccardo Fucile
L’ARTISTA SHEPARD FAIREY HA REALIZZATO GRATUITAMENTE UN POSTER PER KAMALA COME FECE NEL 2008 PER OBAMA
Se per Barack Obama il motto scelto nel 2008 era «Hope», «speranza», per Kamala
Harris ora è «Forward», «avanti».
Ma lo stile inconfondibile del poster elettorale è lo stesso e porta la firma dell’artista e attivista Shepard Fairey, creatore del brand «Obey», che lo ha presentato ufficialmente ieri sui suoi (segutissimi) canali social.
Nel 2008 Obama rappresentava la speranza di una svolta dopo la presidenza Bush, ora si tratta di andare avanti «per raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati», scrive l’artista che ha tratto ispirazione dalle parole della candidata democratica: «Non torneremo indietro».
«Abbiamo una reale opportunità di andare avanti. Se agiamo, possiamo portare avanti il nostro desiderio di un pianeta sano, di responsabilità aziendale, verso l’uguaglianza e lontano dal razzismo, sessismo, xenofobia e omofobia, per un accesso equo alle opportunità, per il pieno accesso alle cure mediche che desideriamo o di cui abbiamo bisogno, per politiche di immigrazione giuste» ha scritto ancora Fairey, che ha aggiunto: «Harris e il suo vice Tim Walz sono la nostra migliore possibilità per respingere l’invasione del fascismo e le minacce alla democrazia».
L’artista ha infine precisato che tutti possono liberamente scaricare e condividere l’immagine perché non si tratta di un lavoro commerciale, ma di un atto di pura militanza politica: «Non sono stato pagato per questo e non ne trarrò alcun beneficio economico, l’ho fatto perchè mosso dalla ricerca di un futuro migliore». Iniziativa, dunque, svincolata dal marketing ufficiale della campagna elettorale di Harris, ma che, come era stato per Obama, avrà sicuramente un peso nella comunicazione tra gli elettori democratici di sinistra e tra le fasce giovanili dell’elettorato dem: non dimentichiamo che Shepard era stato un sostenitore del «socialista» Bernie Sanders.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2024 Riccardo Fucile
22.000 EURO DI RISARCIMENTO ALLA FAMIGLIA DELLA VITTIMA PER DANNI MATERIALI E MORALI
Il tribunale civile di Firenze ha condannato al risarcimento dei danni i genitori di un adolescente, minorenne, che in un episodio di bullismo causò fratture a entrambe le braccia a un ragazzino più piccolo, di due anni meno, per averlo affrontato e spinto a terra provocandogli le doppie rotture di ulna e radio e una prognosi di 40 giorni.
La sentenza è stata emessa dal giudice onorario Micaela Picone, riportata dal Corriere Fiorentino: si tratta della terza sentenza simile emessa nel giro di pochi mesi dal tribunale di Firenze.
L’aggressione durante una partita
In questo caso i genitori devono risarcire 22.000 euro di danni materiali e morali alla famiglia della vittima, più le spese legali. L’episodio risale a circa quattro anni fa e avvenne durante una partitella di calcio ai giardini di via Circondaria, zona ex Macelli comunali. A un certo punto l’aggressore interruppe il gioco ed ebbe un alterco con la vittima, un ragazzino meno robusto e più giovane di età, che lui spinse con notevole violenza a terra tanto da rompergli le ossa degli avambracci. Al processo i testimoni, anche adulti, hanno confermato il fatto.
L’obbligo di educazione
Per la sentenza i genitori hanno responsabilità educative alla base dell’aggressione. “L’obbligo di vigilanza per i genitori del minore non si pone come autonomo rispetto all’obbligo di educazione, ma va correlato a quest’ultimo”, riporta la sentenza, “i genitori devono vigilare che l’educazione impartita sia consona e idonea al carattere e alle attitudini del minore, e che quest’ultimo ne abbia tratto profitto”. Quindi, anche se i genitori dell’aggressore non erano presenti, per il tribunale di Firenze l’atto violento compiuto dal figlio verso l’altro ragazzo è conseguenza delle loro responsabilità educative.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2024 Riccardo Fucile
SOTTO LA LENTE D’INGRANDIMENTO ALCUNI SETTORI CONSIDERATI PIÙ A RISCHIO COME QUELLO EDILE E AGRICOLO
Su 736 aziende ispezionate nei primi dieci giorni di agosto, circa il 40% non aveva
valutato o implementato le misure di prevenzione specifiche contro il caldo. E’ il bilancio dei controlli dell’Ispettorato nazionale del lavoro, impegnato da fine luglio a fine agosto in una campagna di vigilanza straordinaria per monitorare i rischi lavorativi legati all’esposizione al caldo.
Sotto la lente dell’agenzia alcuni settori considerati più a rischio: cantieri edili (457 aziende ispezionate), cantieri stradali (70 aziende), agricoltura(181 aziende) e settore florovivaistico (28 aziende).
Tra le violazioni più rilevanti troviamo la mancata valutazione del rischio microclima, la mancanza di verifica d’idoneità del Pos (Piano operativo di sicurezza) al Psc (Piano di Sicurezza e Coordinamento) da parte del committente e la mancata fornitura ai lavoratori di specifiche misure di protezione contro le influenze atmosferiche.
(da agenzie)
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Agosto 16th, 2024 Riccardo Fucile
DA MILANO A NEW YORK, HONG KONG E POI A SIDNEY, LA SCELTA DI UNA PROFESSIONISTA DI TALENTO, ORA E’ RESPONSABILE INNOVAZIONE ASIA-PACIFICO DI AMAZON
Due giovani italiani su tre vorrebbero trasferirsi all’estero. Secondo l’Indagine Ipsos per Fondazione Barletta i ragazzi di oggi ritengono che i loro genitori siano stati più felici e l’85% è pronto a «scappare» oltre confine per avere un futuro migliore. E sono numerose le testimonianze di professionisti in erba che stanno avendo carriere di successo.
Come Chiara Longhi, milanese 34enne che dopo aver studiato al Liceo Classico Tito Livio e la laurea triennale all’Università Bocconi in economia e management dei beni culturali ha scelto di prendere il diploma magistrale alla New York University.
E ha già fatto un lungo percorso in multinazionali tech di successo all’estero come Aol (oggi Yahoo) a New York e Linkedin a Hong Kong e oggi vive in Australia a Sydney, dove è responsabile del dipartimento di innovazione di Amazon per l’area Asia-Pacifico e Giappone.
Il suo sogno sarebbe tornare in Italia e crescere la sua bambina di quasi un anno nel nostro paese perché ritiene che sia il più bello del mondo, ma per il momento non intravede le giuste opportunità.
Esperienze in altri paesi sin da piccola: il quarto anno del liceo alle Hawai e l’Erasmus a Buenos Aires
La passione per il viaggio e la scoperta di nuove culture, usanze e tradizioni inizia sin da quando era bambina, soprattutto grazie allo spirito avventuriero della mamma che porta Chiara e i suoi fratelli in giro per il mondo con zaini in spalla. «Confrontarsi con il diverso, il non sapere tutto sono la migliore scuola di vita, non impari molto quando tutto è semplice» le diceva sempre mamma Paola. Nel suo curriculum anche il quarto anno del liceo trascorso a Kauai, l’isola più remota delle Hawaii, vivendo con una famiglia locale e l’Erasmus a Buenos Aires in Argentina. Il suo esordio nella multinazionale di Jeff Bezos rappresenta anche l’inizio di un’ altra avventura. Infatti lascia Linkedin e Hong Kong per trasferirsi a Sydney con un biglietto di sola andata non per un impiego “standard”, ma con l’incarico prestigioso del lancio di Amazon in Australia.
La missione di Chiara: aiutare le grandi aziende a innovare
Ma in cosa consiste oggi il suo lavoro? «La mia principale missione è aiutare le grandi aziende a crescere attraverso l’innovazione. Il mio ruolo consiste nel rapportarmi con dirigenti di multinazionali che sono interessati a portare nuovi prodotti e/o servizi sul mercato, e cercano supporto per farlo nella maniera piu innovativa e efficiente possibile. Noi mettiamo a disposizione il nostro “know-how” aziendale, tecnologico e ingegneristico. Mi ritengo molto fortunata perché ogni giorno mi relaziono con persone, aziende, e problemi differenti. Dalla compagnia medtech che sta cercando nuove modalità per supportare i propri pazienti, all’azienda automobilistica interessata a migliorare le performance dei propri veicoli, alla compagnia agricola che sta modernizzando i sistemi di raccolta nei campi. Insomma, è difficile annoiarsi!» racconta Chiara.
Tra i suoi compiti anche la selezione dei nuovi talenti con il ruolo di ’bar raiser’
E dato che è considerata un talento di alto livello, la dirigente ha un’altra mansione speciale che viene affidata a pochi e che inizialmente veniva svolta dallo stesso Jeff Bezos, vale a dire la responsabilità a livello globale delle assunzioni. Il suo ruolo si chiama in inglese: bar raiser, letteralmente «colui o colei che alza l’asticella» nella scelta dei nuovi dipendenti, una sorta di arbitro oggettivo che ha come obiettivo principale quello di eliminare pregiudizi o “bias” nei confronti dei candidati intervistati, e garantire un livello alto dei talenti che entrano a fare parte della compagnia.
Ha lanciato anche un incubatore di innovazione per altre multinazionali
Chiara ha inoltre lanciato in Asia e Oceania un programma chiamato InnovateXAction, un “Innovation incubator” per dirigenti di medie-grandi aziende. «Per 2-3 giorni mettiamo a completa disposizione il nostro team di innovazione. Discutiamo delle tecniche e modalità. pratiche utilizzate internamente prima di portare sul mercato nuovi prodotti o servizi (pensa a Kindle, Amazon Prime, Amazon Go, Ring etc). I partecipanti segnalano poi un problema aziendale specifico che stanno affrontando, e mettono in pratica le conoscenze acquisite ideando una serie di soluzioni che possano risolvere il problema definito nella prima fase. A fine concorso, il team di Innovazione di Amazon premia l’idea più innovativa, offrendo supporto per la realizzazione del primo prototipo, cosi che possa essere subito testato sul mercato. Negli ultimi due anni ho visto dei progetti assurdi trasformarsi da bozze di idee a prodotti e servizi reali, tutto in pochi mesi. Sarebbe bellissimo portare InnovateXAction in Italia un giorno» prosegue la giovane manager.
La consulenza ad altre aziende con la sua start up ’The Moonshot Company’
Chiara, che insieme alla sua famiglia ha ottenuto la cittadinanza australiana, perché ritenuta capace di contribuire alla crescita della nazione, non ama fermarsi mai e ha anche aperto una sua start up: The Moonshot Company con la quale fornisce consulenza a individui e aziende. Il termine “Moonshot” (letteralmente: lancio sulla Luna) deriva dal progetto di volo spaziale Apollo 11, che portò il primo essere umano sulla Luna nel 1969. «Con TheMoonshotCompany il mio obiettivo è quello di aiutare I miei clienti a trovare e raggiungere il loro moonshot- ne abbiamo tutti uno, serve solo una strategia e step pratici per individuarlo!». La startup è stata recentemente premiata agli Australian Women’s Small Business Champion Awards, come business emergente di successo in Australia.
I riconoscimenti internazionali e l’aiuto a crescere a potenziali talenti come lei
A Chiara non mancano neanche riconoscimenti internazionali. E’ stata infatti nominata tra le “The 10 Most Empowering Women in Business to Watch in 2023”, e selezionata come membro di “Rare”, il programma globale di leadership creato da Google, e volto a formare la prossima generazione di leader. Chiara è anche una delle mentori più richieste, soprattutto nel settore “Girl tech”, comunità in cui da anni è molto attiva. «Penso che avere esempi reali da seguire sia una componente indispensabile nella formazione della prossima generazione. Voglio che mia figlia cresca sapendo che “if there is a will, there is a way”. Se vuoi qualcosa, e ci dedichi tempo, sforzo e sacrificio, c’è poco che non puoi raggiungere. Ed è questo il messaggio che cerco di trasmettere nel mentorship che faccio». Solo pochi mesi fa, Chiara ha portato alla vittoria un gruppo di ragazzine a cui faceva da mentore per il concorso Tech Girls Movement foundation, un programma finalizzando a creare la prossima generazione di leader femminili nel campo STEM.
La maternità in Australia e gli aiuti per continuare a lavorare
Ma quali sono gli incoraggiamenti e gli stimoli che la terra dei canguri offre a una giovane madre? «In realtà cambia da azienda a azienda. Io ho avuto un congedo di maternità di 5 mesi, mio marito, che lavora per Google, di 4. Non enfatizzerò mai abbastanza quanto averlo avuto vicino in quei mesi sia stato essenziale, non solo per me, ma anche per nostra figlia. Spero in un futuro in cui il congedo familiare non solo diventi paritario, ma anche adeguato all’enorme cambio che la nascita di un figlio comporta» spiega. In termini di supporto governativo, Chiara racconta di essere stata automaticamente inserita poche settimane dopo il parto in gruppo di donne residenti nella sua stessa area e che avevano partorito nello stesso periodo. Per due mesi il governo ha facilitato degli incontri settimanali in spazi comunali, per poi dare la liberta di continuare gli incontri indipendentemente se interessate. «Il servizio sanitario è anche ottimo. Venivo controllata gratuitamente e regolarmente, e mi e stato fornito ogni supporto possibile, includendo consulenze psicologiche gratuite per aiutare durante la transizione. Il mental health in Australia viene considerato con la serietà che si merita, quindi la prevenzione e’ al centro degli interessi governativi locali»
In Italia meno possibilità di carriera soprattutto per una giovane donna
Hai mai valutato di lavorare in Amazon Italia? «Non è tanto una questione di Amazon o meno, ma più delle reali possibilità lavorative in Italia. In generale, ho l’impressione che ci siano molte meno chance. O meglio, che non molte vengano date ai giovani. A 24 anni all’ estero mi avevano già resa responsabile di due nazioni asiatiche, non penso che se fossi stata in Italia avrei avuto questa possibilità, poi forse mi sbaglio» dice Chiara. Poi aggiunge: «Sono convinta che noi Italiani abbiamo una marcia in più. Sarà per la nostra cultura e tradizioni, la nostra educazione pubblica primaria (che io penso sia veramente una delle migliori), forse anche il nostro modo di vivere la vita».
Ai giovani di oggi: “Non abbiate paura di osare e di innovare”
E i giovani di oggi? «Li vedo pronti, un po’ arrabbiati, ma pieni di volontà di cambiare le cose, migliorarle. Io spero in un cambiamento nel modo di pensare, soprattutto nelle aziende più tradizionali. Che vedano il nuovo e il diverso come un valore aggiunto, non come un pericolo. Che possano accogliere a braccia aperte questa nuova generazione di talenti, invece che chiudere porte in faccia, o mai aprirne… E se questo non dovesse succedere, a malincuore, cercate altrove. Non tappatevi le ali per adeguarvi a un sistema che purtroppo, probabilmente non vi merita».
(da Il Corriere della Sera)
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