Destra di Popolo.net

MEDIASET METTE LA MUSERUOLA A GIAMBRUNO: L’OSPITATA DEL “PROVOLONE AFFUMICATO” ALLA TRASMISSIONE DI FRANCESCA FAGNANI SU RAI2 È SALTATA, I VERTICI DEL “BISCIONE” NON FIRMANO LA LIBERATORIA CHE PERMETTEREBBE ALL’EX SIGNOR MELONI DI PARTECIPARE A UNA TRASMISSIONE DI UNA RETE CONCORRENTE

Novembre 27th, 2024 Riccardo Fucile

A COLOGNO MONZESE TEMONO CHE GIAMBRUNO POSSA LANCIARE FRECCIATE CONTRO LA SUA AZIENDA… QUANTO PESANO I RAPPORTI TESI TRA GIORGIA MELONI E LA FAMIGLIA BERLUSCONI? LA TRATTATIVA DI GIAMBRUNO PER LASCIARE MEDIASET: STAREBBE DISCUTENDO SULLA BUONUSCITA PER PASSARE ALLA CONCORRENZA

L’ospitata dell’ex first gentleman Andrea Giambruno a Belve, la trasmissione di interviste di Francesca Fagnani in onda su Rai2, non s’ha da fare. Ad annunciare la trattativa era stata la stessa conduttrice prima a Che Tempo Che Fa e poi al Corriere, ma Mediaset sta bloccando l’intervista: i vertici del Biscione non firmano la liberatoria che permetterebbe al conduttore di Diario del Giorno di partecipare a una trasmissione di una rete concorrenti . Fonti di Cologno Monzese spiegano il motivo di questo veto: “Avete mai visto un calciatore che dà un’intervista a un giornale nemico, parlando male della propria squadra?”. Per questo i vertici Mediaset non starebbero firmando il “via libera”, di fatto impedendo che Giambruno possa partecipare a Belve.
(da agenzie)

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URSULA SI SPOSTA A DESTRA E BARCOLLA. I NUMERI SONO CHIARI: HA OTTENUTO 33 VOTI DAL GRUPPO DEI CONSERVATORI (ECR) MA HA PERSO 111 CONSENSI DALLA MAGGIORANZA CHE LA SOSTIENE, COMPOSTA DA POPOLARI, SOCIALI, LIBERALI E VERDI

Novembre 27th, 2024 Riccardo Fucile

NEL PPE I VOTI CONTRARI SONO STATI 25 (LA DELEGAZIONE SPAGNOLA) E GLI ASTENUTI 2 … NEL GRUPPO S&D, I “NO” SONO STATI 25 E GLI ASTENUTI 18

Ursula von der Leyen ha ottenuto 33 voti dal gruppo dei conservatori dell’Ecr ma ha perso (tra contrari e astenuti) 111 voti dalla maggioranza composta da Popolari, sociali, liberali e Verdi che la sostiene.
Nel dettaglio, all’interno del Ppe i voti contrari sono stati 25 (tutta la delegazione spagnola e pochi altri) e gli astenuti 2. Tra i socialisti, i contrari sono stati 25 e gli astenuti 18. Tra i liberali si sono astenuti in sei, nessun contrario. Ovviamente diversi tra i gruppi non hanno partecipato al voto (gli assenti sono stati 31). I voti totali della maggioranza – che conta 454 – sono stati 335. Tra i conservatori dell’Ecr la maggioranza ha votato contro: 39 no, 33 si’ e 4 astenuti.
Nel gruppo S&D gli eurodeputati italiani, eletti nelle liste del Pd come indipendenti, Cecilia Strada e Marco Tarquinio hanno votato contro la Commissione Von Der Leyen bis. E’ quanto emerge dal roll call pubblicato poco fa a Strasburgo. Lucia Annunziata ha votato a favore, insieme agli altri membri della delegazione del Pd. Contrari anche eurodeputati dell’Spd come Udo Bullmann e belgi come Elio Di Rupo. In tutto 25 deputati socialisti hanno votato contro la nuova Commissione.
(da agenzie)

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IL CENTRODESTRA VA IN FRANTUMI SULL’OPERAZIONE UNICREDIT-BPM, LA LEGA VUOLE BANKITALIA SOTTO TUTELA: DOPO L’INCAZZATURA DI MATTEO SALVINI, CHE SENTE SFUMARE LA FUSIONE BPM-MPS, BAGNAI RIPRESENTA UNA PROPOSTA “SULL’ADEGUAMENTO DELLA GOVERNANCE DI BANCA D’ITALIA AI MIGLIORI STANDARD EUROPEI”

Novembre 27th, 2024 Riccardo Fucile

TAJANI PRENDE LE DISTANZE: “IO SONO PER IL LIBERO MERCATO. LA POLITICA NON DEVE IMMISCHIARSI. LA VIGILANZA SPETTA ALLA BCE E NON A BANKITALIA”

La prudenza, adesso, è soprattutto di Palazzo Chigi. Dopo aver minacciato il ricorso al golden power per bloccare l’offerta di Unicredit per acquisire Banco Bpm, il governo mostra di non avere fretta.
Ci vorranno mesi per valutare se davvero è possibile e necessario ricorrere a questo strumento di protezione, in nome della sicurezza nazionale.
Nel frattempo, però, la maggioranza si spacca sull’atteggiamento da tenere nei confronti dell’iniziativa del colosso bancario guidato da Andrea Orcel.
Si muovono innanzitutto gli azzurri di Forza Italia. Negando i dubbi del ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti, che sono poi quelli di Giorgia Meloni. Parla prima il capogruppo alla Camera Paolo Barelli, ed è netto: «È un segnale positivo in un mercato libero e aperto, pertanto i recenti movimenti non devono sorprendere eccessivamente – premette a Radio Anch’io – Non si tratta di operazioni sotto il controllo diretto della Banca d’Italia. È infatti la Bce a vigilare e controllare tali operazioni, garantendo che siano conformi alle normative europee e non solo a quelle italiane».
È esattamente l’approccio opposto a quello della Lega. Perché già al mattino il Carroccio se la prende invece proprio con Bankitalia. Un bis, dopo l’arringa a caldo di Matteo Salvini contro Unicredit
E si spinge addirittura oltre, ripresentando una proposta di legge, già depositata durante la scorsa legislatura – a prima firma del responsabile economia del partito Alberto Bagnai – «sull’adeguamento della governance di Banca d’Italia ai migliori standard europei». In altri termini, recita la misura, «un coinvolgimento del Parlamento è indispensabile per evitare una pericolosa autoreferenzialità della vigilanza».
È la posizione di Salvini. Che considera Unicredit una banca straniera, perché «questo dice la composizione azionaria. Io non ce l’ho con nessuno – chiarisce – basta che non si metta in discussione il terzo polo bancario che sta nascendo».
Il vicepremier è tra i fautori più convinti della nascita del terzo polo bancario da realizzare attraverso le nozze tra Banco Bpm e Monte dei Paschi di Siena: uno schema che la mossa di Unicredit rischia di vanificare.
Nel ping pong tra gli alleati, si inserisce direttamente Antonio Tajani. Dopo un giorno a duellare sulla proroga del taglio del canone Rai con il Carroccio, il ministro degli Esteri schiera definitivamente Forza Italia con Unicredit (e contro la linea di Palazzo Chigi e del Tesoro): «Io sono per il libero mercato. Non tocca a me intervenire politicamente su questa vicenda e la politica non deve immischiarsi in queste vicende. L’ho detto anche per quanto riguarda la Germania: se una banca italiana acquista le quote di una tedesca, fa parte delle regole del mercato europeo. Certo – precisa – ci sono questioni di sicurezza nazionale, ma siamo Paesi dell’Ue: il libero mercato deve essere sempre difeso e tutelato».
La vigilanza, aggiunge per rispondere alla linea della Lega, spetta in ogni caso alla Bce e non alla Banca d’Italia.
(da Repubblica)

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IN EUROPA SI SONO MESSI A RIDERE QUANDO HANNO LETTO LA DICHIARAZIONE DI GIORGETTI SUL CASO UNICREDIT-BPM (“L’OPERAZIONE NON È STATA CONCORDATA COL GOVERNO”)

Novembre 27th, 2024 Riccardo Fucile

MA SE C’È IL LIBERO MERCATO, TRA L’ALTRO IN UN CONTESTO IN CUI TUTTI INVOCANO FUSIONI PER CREARE “CAMPIONI” NAZIONALI ED EUROPEI, NON SI CAPISCE PERCHÉ ORCEL AVREBBE DOVUTO CONCORDARE CON IL GOVERNO LE SUE DECISIONI

Il “Financial Times” l’ha definito “scacchista”. In effetti Andrea la decisione di Andrea Orcel di portare Unicredit all’assalto di Banco Bpm è la classica mossa del cavallo per superare un ostacolo.
Quando ha capito che l’assalto alla tedesca Commerzbank non sarebbe riuscito, a causa del terremoto politico in Germania, dovuto alla caduta del Governo Scholz, e della contrarietà dell’opinione pubblica tedesca, il “Cristiano Ronaldo dei banchieri” ha sparigliato, lanciandosi sull’unica preda possibile (e anche la più ambita), cioè Bpm.
Orcel si è mosso senza chiedere il permesso, fregandosene altamente di quel che pensava, o avrebbe pensato il Governo Meloni.
D’altronde, quando lui è partito lancia in resta all’assalto dell’istituto tedesco, né Giorgia Meloni né i suoi camerati hanno teso la mano a Unicredit per superare l’impasse a Berlino.
E dunque il ragionamento è stato: se a voi non interessa quando mi voglio una banca straniera, perché dovrebbe interessarvi se mi lancio su una italiana?
L’azione “ostile” di Unicredit blocca la possibile fusione Bpm-Mps, per la gioia di tanti ma soprattutto di Alberto Nagel. L’ad di Mediobanca era molto preoccupato dalla mossa sul “Monte” di Giuseppe Castagna, in tandem con Caltagirone e Milleri.
Il trio, in uno scenario futuribile, avrebbe infatto potuto insidiare anche Piazzetta Cuccia se “Calta” e Delfin avessero ceduto a Bpm le loro azioni di Mediobanca. Il boccone più ghiotto non è tanto la cassaforte guidata da Nagel, ma soprattutto Generali
In Europa l’assalto di Orcel a Bpm ha spiazzato i più, convinti che Unicredit continuasse la sua campagna di Germania su Commerzbank.
A inorridire gli osservatori internazionali, però, è stata soprattutto la dichiarazione del ministro dell’Economia Giorgetti, che incautamente si è lasciato sfuggire la frase: “L’operazione è stata comunicata ma non concordata col governo”.
Ma se c’è il libero mercato, in Europa, tra l’altro in un contesto in cui tutti a Bruxelles, a partire dal rapporto Draghi sulla competitività, auspicano “campioni nazionali ed europei” e invocano fusioni, non si capisce perché Orcel avrebbe dovuto concordare con il Governo le sue decisioni.
Se le parole di Giorgetti hanno creato sconcerto, hanno generato ilarità quelle di Salvini sulla non italianità di Unicredit. Allora anche Banca Intesa e lo stesso Banco Bpm, per il semplice fatto di avere come azionisti fondi esteri, dovrebbero essere considerate “straniere”. Una bella cazzata.
(da agenzie)

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MARINE LE PEN, SOTTO PROCESSO PER L’AFFARE DEGLI ASSISTENTI PARLAMENTARI (RISCHIA CINQUE ANNI DI CARCERE E L’INELEGGIBILITÀ) SI PREPARA A FAR SALTARE IL GOVERNO (CHE SI REGGE SULL’ASTENSIONE DEL FRONT NATIONAL)

Novembre 27th, 2024 Riccardo Fucile

LA LEGGE DI BILANCIO PRESENTATA DA BARNIER, CHE PUNTA A RISOLLEVARE LE FINANZE DISASTRATE DELLA FRANCIA, CONTIENE ALCUNE MISURE (COME IL RINCARO DELLA BOLLETTA) CHE LA ZARINA SOVRANISTA GIUDICA INACCETTABILI

Arriverà o no a Natale, il governo Barnier? E se nel crollo porterà con sé la legge di bilancio, come è quasi certo, sarà una catastrofe senza precedenti per l’economia, o il Paese sarebbe in grado di sopportarlo?Sono ore delicate per la Francia, che sente aumentare le voci di un imminente caduta del premier Michel Barnier, a neanche tre mesi dal suo insediamento a Matignon.
Tutto dipende da quel che deciderà Marine Le Pen, la capogruppo del Rassemblement national, peraltro a sua volta in posizione difficile perché sotto processo per l’affare degli assistenti parlamentari (rischia cinque anni di carcere e l’ineleggibilità).
Il governo Barnier si regge sui voti della destra gollista, dei macronisti o quel che ne resta, e sull’astensione benevola dei 125 deputati RN, primo partito all’Assemblea nazionale. Marine Le Pen ha assicurato a Barnier il suo appoggio esterno a patto di essere ascoltata su tre priorità: potere d’acquisto, immigrazione, legge proporzionale.
Il progetto di legge di bilancio presentato da Barnier, che punta a risollevare almeno in parte le finanze disastrate della Francia, contiene alcune misure — per esempio l’aumento delle tasse sull’energia elettrica, e quindi il rincaro della bolletta per tutti — che Marine Le Pen giudica inaccettabili.
Da giorni la leader RN lamenta poi di non essere stata consultata a sufficienza, e il colloquio di lunedì mattina con il premier non è servito: «Barnier resta sulle sue posizioni», ha detto delusa Le Pen, che quindi si dice pronta a schiacciare il bottone che distruggerà il governo, ovvero votare la mozione di censura già annunciata dalla coalizione di sinistra Nouveau Front Populaire.
Le voci della maggioranza dipingono scenari apocalittici, associando la caduta del governo e la bocciatura della legge di bilancio a una sorta di «rischio Grecia» per la Francia, con lo spread alle stelle, la fuga degli investitori e il caos economico oltre che politico.
Marine Le Pen è un bivio: se fa cadere il governo, rischia di vanificare mesi di sforzi, spesi a mostrarsi leader responsabile e moderata; se salva Barnier rischia di deludere il suo elettorato, che secondo i sondaggi vorrebbe staccare la spina. Per questo cerca di essere rassicurante: un fine anno senza bilancio non sarebbe un dramma, basterebbe prorogare quello 2024.
Grande nervosismo nelle stanze del potere: secondo il Parisien lunedì scorso Macron avrebbe detto davanti a più testimoni «Il governo cadrà. Le Pen voterà la censura, e prima di quanto si pensi».
L’Eliseo smentisce, il Parisien conferma. E secondo molti, tra cui Jean-François Copé, vecchio leader gollista, «la caduta del premier Michel Barnier non potrebbe che trascinare con sé quella del presidente Emmanuel Macron».
(da agenzie)

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DOPO LA DENUNCIA IN AULA DELLA CONSIGLIERA GHIO LA PROCURA DI GENOVA APRE UN FASCICOLO PER VIOLENZA SESSUALE AGGRAVATA

Novembre 27th, 2024 Riccardo Fucile

C’E’ IL NODO DELLA POTENZIALE PRESCRIZIONE… IL SINDACO BUCCI, ANCORA IN IN CARICA, NON HA TELEFONATO ALLA CONSIGLIERA PER ESPRIMERLE SOLIDARIETA’

La procura di Genova ha aperto un fascicolo per violenza sessuale aggravata dopo l’intervento fatto in aula ieri pomeriggio a Tursi dalla consigliere comunale Francesca Ghio che rispondendo a un ordine del giorno sul tema della violenza sulle donne ha raccontato la propria esperienza personale.
“Avevo 12 anni, vivevo nel cuore della Genova bene, quando sono stata violentata fisicamente e psicologicamente tra le mura di casa mia” ha detto Ghio, indicando, senza farne il nome lo stupratore, “un dirigente di un’azienda genovese” e spiegando che la violenza si è protratta per molti mesi. (In questo articolo la testimonianza in aula della 31enne Francesca Ghio).
Il procuratore Nicola Piacente ha deciso di approfondire immediatamente la vicenda aprendo un fascicolo sulla base di quanto riportato ieri e oggi da quotidiani online e giornali. In caso di violenza sessuale aggravata (in questo caso dal fatto che la vittima avesse meno di 18 anni), l’inchiesta può essere aperta d’ufficio, senza bisogno di una querela della parte offesa, in cui termini in questo caso sarebbero ampiamente scaduti.
Preliminarmente tuttavia sarà necessario accertare le tempistiche perché il reato potrebbe essere prescritto. Se i fatti sono risalenti al 2006, infatti la prescrizione sarebbe di soli 12 anni. Successivamente diverse normative sono state introdotte modificando e ampliando enormemente i tempi della prescrizione, come quella del 2012 che la raddoppia in caso di violenza sessuale aggravata e quella del 2017 che fa scattare la prescrizione dal compimento della maggiore età della vittima, ma si tratta appunto di modifiche intervenute successivamente ai fatti e quindi non applicabili alla vicenda. Diverso sarebbe se la violenza da parte dello stupratore che Ghio ieri ha definito “il vostro bravo ragazzo” si fosse protratta negli anni fino a tempi più recenti.
Proprio per questo la Procura potrebbe sentire la consigliera comunale già nei prossimi giorni. In questo caso il codice Rosso imporrebbe il termine stringente di tre giorni, ma si tratta di una tempistica a tutela della vittima per può trovarsi in una situazione di pericolo immediato. In un caso di questo tipo il o la pm del gruppo fasce deboli a cui nelle prossime ore sarà assegnato il fascicolo potrà decidere anche una tempistica diversa.
Intanto, dopo aver percepito un certo gelo da parte degli altri consiglieri comunali e della politica cittadina – tranne per un messaggio di solidarietà, in tarda serata, del sindaco e presidente della Regione Marco Bucci – oggi Francesca Ghio parla con una story a tutti quelli che le hanno dimostrato vicinanza: “Grazie per le parole e le canzoni che mi mandate, leggo, ascolto, sorrido, ora la mia storia è la nostra storia, mi sento uno scoglio tra le onde, sto bene”.
Sul commento del sindaco dice: “Sui giornali oggi ho letto frasi di stima e di incoraggiamento, non me le ha rivolte direttamente, e sarebbe stato meglio. Ma mi chiedo dopo la campagna promozionale #loNo dove il singolo viene deresponsabilizzato, perché non si chiede invece di investire in campagne diverse che diano ai giovani gli strumenti per rispondere alla violenza. Bisogna smetterla di restare incastrati nella retorica della celebrazione del 25 novembre o dell’8 marzo ma comprendere i bisogni veri, come gli studenti e le studentesse che nell’università hanno chiesto di avere degli sportelli di ascolto”, ha concluso Ghio.
(da agenzie)

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DELMASTRO, UN ALTRO DISASTRO, DIETRO LO SCONTRO TRA ALESSANDRO GIULI E GUIDO CROSETTO SUL MUSEO EGIZIO DI TORINO C’È LO ZAMPINO DEL SOTTOSEGRETARIO ALLA GIUSTIZIA

Novembre 27th, 2024 Riccardo Fucile

IL MINISTRO DELLA CULTURA SI È CONFRONTATO CON DELMASTRO PRIMA DI RICONFERMARE LA PRESIDENTE USCENTE, EVELINA CHRISTILLIN. QUESTO HA SCATENATO LE IRE DEL RESPONSABILE DELLA DIFESA, CHE SI CONSIDERA IL PUNTO DI RIFERIMENTO DI FDI IN PIEMONTE E VOLEVA AVERE L’ULTIMA PAROLA… ALL’ULTIMO CONSIGLIO DEI MINISTRI, GIULI E CROSETTO NON SI SONO GUARDATI (MANCA SOLO IL VAFFA)

Non bastavano gli scontri sulla manovra fra Lega e Forza Italia. Ora pure i ministri di Fratelli d’Italia, complice lo zampino del sottosegretario Andrea Delmastro, si mettono a litigare fra loro. E, ancora una volta, per una questione di poltrone. Una in particolare, quella al vertice del museo Egizio di Torino, che la settimana scorsa il titolare della Cultura Alessandro Giuli — sempre più sganciato da logiche di fedeltà — ha lasciato in dote per altri quattro anni alla presidente uscente Evelina Christillin.
Scatenando l’ira del collega Guido Crosetto, offeso per non essere stato consultato su una nomina che, da piemontese e cofondatore di FdI, riteneva gli spettasse di diritto. Tanto più alla luce del malumore che la conferma della manager d’area progressista avrebbe suscitato fra i meloniani.
Tutto inizia i primi giorni di novembre quando Delmastro, già sotto processo per rivelazione di segreto d’ufficio e al centro del giallo sullo sparo di Capodanno, chiama Giuli al ministero per segnalargli che all’Egizio si stanno avvicinando alcune scadenze importanti. «Vogliamo parlarne?», domanda.
Al che il ministro della Cultura, arrivato in corsa al Collegio romano e alle prese con dossier ben più scottanti, chiede all’interlocutore (natio di Gattinara, uomo forte di FdI in Piemonte) se c’è qualche motivo per non rinnovare Christillin, destinata a fare le valigie a fine mese. Delmastro replica che su di lei non ci sono veti, l’essenziale è allontanare — quando a giugno terminerà il suo mandato — il direttore del museo Christian Greco, che col partito di maggioranza e con la premier ha un lungo contenzioso.
Alla vigilia della celebrazione per il bicentenario dell’Egizio alla presenza del capo dello Stato, firma il decreto per trattenere l’attuale presidente.
A favore della quale, peraltro, si era mobilitata una cordata trasversale: il governatore Alberto Cirio, il sindaco Stefano Lo Russo, i soci fondatori del museo, la Compagnia di San Paolo e la Fondazione Crt, tutti d’accordo per farla restare almeno un altro anno. Apriti cielo. Giuli, atterrato all’aeroporto di Caselle il 20 mattina, viene investito da una tempesta di sms. A scrivergli, in toni ultimativi e pure piuttosto minacciosi, è Crosetto.
Che gli contesta di aver deciso la nomina in splendida solitudine, senza neppure sentire il partito, anzi contro la sua volontà. Giuli non la prende bene, gli risponde a tono, parla di «pesantissima ingerenza», replicando di aver concordato tutto con Delmastro. Il carico da 90 per il ministro della Difesa, che col sottosegretario alla Giustizia non ha buoni rapporti, anche per ragioni territoriali.
Volano parole grosse, culminate in una telefonata di fuoco, peraltro in un giorno particolarmente complesso per l’inquilino di Palazzo Baracchini, impegnato a gestire l’attacco alla base italiana di Unifil.
Il responsabile della Cultura è furibondo. Poiché la presidente del Consiglio è in missione in Brasile, si decide di informare Arianna Meloni: è lei ormai a tenere le redini di FdI. Lei a informare la sorella alle prese con il G20. La quale nella notte invierà una serie di whatsapp a Giuli per provare a spegnere l’incendio. Ma lo strappo è forte.
Con Crosetto non parlerà più, in Cdm neanche si guardano. Persino la riconciliazione tentata ieri da Palazzo Chigi si rivela un mezzo fallimento: «A breve uscirà una nota congiunta che pace è fatta», l’annuncio. A sera, però, il comunicato firmato da entrambi è gelido: «Ogni ricostruzione giornalistica su una presunta lite è destituita di ogni fondamento».
(da agenzie)

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M5S, SI RIVOTA DAL 5 ALL’8 DICEMBRE GRILLO PENSA DI ESSERE IN NICARAGUA: “VOGLIO GLI OSSERVATORI”

Novembre 27th, 2024 Riccardo Fucile

MA QUALCUNO HA IL CORAGGIO DI CHIEDERE PER CONTO DI CHI GRILLO FA LA GUERRA A CONTE? UNA SCISSIONE INDEBOLIREBBE IL CAMPO PROGRESSISTA A VANTAGGIO DEI SOVRANISTI: E’ COSI’ DIFFICILE CAPIRLO?

Beppe Grillo e i vertici contiani si preparano al secondo round a colpi di clic sull’eliminazione del ruolo del garante dal Movimento. Ieri Giuseppe Conte ha riunito d’urgenza il consiglio nazionale: due ore per stabilire la data della votazione (dal 5 all’8 dicembre) e per cercare di delineare una strategia.
A tenere banco è stata la scelta dell’iter per la votazione chiesta da Grillo. Tra le idee c’era quella di tenere aperte le urne per diversi giorni in più rispetto alla Costituente, alla fine ha prevalso la linea di tempi analoghi e veloci.
C’è preoccupazione nel gotha stellato: la paura è che i tempi del rinnovamento contiano si allunghino. E non di poco. Non solo. Stavolta la votazione presenterà una complicazione in più. Grillo, infatti, vuole vederci chiaro e ha chiesto l’istituzione di un comitato di controllo sul voto.
Un passaggio che ha fatto alzare ulteriormente la tensione.
«A chi vuole imbavagliare la democrazia, rispondiamo con più democrazia»: è il ragionamento che Conte, secondo l’ Adnkronos , avrebbe fatto con i suoi.
Il leader punta a coinvolgere nel battage anche deputati e senatori: probabilmente la prossima settimana avrà luogo un’assemblea congiunta con tutti i parlamentari. Già ieri è partita la campagna social con l’hashtag IoRiVoto, rilanciato da big come Paola Taverna.
Il presidente ostenta sicurezza: «Torniamo serenamente a rivotare e secondo me avremo anche un aumento dei votanti», ha detto intervistato da Bruno Vespa a Cinque minuti . «Ho chiuso l’epoca dell’avvocato. Adesso i legulei cavilli giuridici li lasciamo al fondatore che predicava la democrazia».
Per Conte, Grillo «vuol strozzare questa partecipazione e portare via il pallone, chiudere il campo di calcio, gli spogliatoi, dire “andate tutti a casa perché devo continuare a decidere”». L’ex premier ha parlato anche del Movimento che sarà: «Assolutamente escludo» il mio nome nel simbolo, «non sono favorevole e voglio dire che non è che ieri eravamo grillini e oggi siamo contiani, oggi siamo una forza che vuole continuare a incidere e cambiare il Paese. Il simbolo appartiene agli iscritti, non è né suo né mio».
Mentre al Rosso e il Nero il leader ha spiegato: «Dalla assemblea M5S è uscito il concetto di progressisti indipendenti che vuol dire che guardiamo al futuro in modo del tutto originale. Per alcune cose risulteremo molto più a sinistra, per altre cose più al centro. Saremo Progressisti popolari».
(da agenzie)

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LA CONSIGLIERA COMUNALE: “A 12 ANNI VIOLENTATA IN CASA DA UN DIRIGENTE, IL VOSTRO BRAVO RAGAZZO”

Novembre 27th, 2024 Riccardo Fucile

L’INTERVENTO TESTIMONIANZA DI FRANCESCA GHIO DURENTE IL CONSIGLIO COMUNALE DI GENOVA

«Avevo dodici anni quando sono stata violentata fisicamente e psicologicamente, tra le mura di casa mia, ripetutamente per mesi e mesi, da un uomo di cui mi fidavo, un dirigente genovese, il vostro bravo ragazzo».
È iniziato così, oggi pomeriggio in Consiglio Comunale a Genova, l’intervento della consigliera della Lista RossoVerde, Francesca Ghio, all’interno della discussione su un ordine del giorno straordinario contro la violenza sulle donne.
Parole che hanno scosso i presenti, parole toccanti con le quali la consigliera – 24 ore dopo il 25 Novembre giornata contro la violenza sulle donne – ha raccontato in prima persona la sua drammatica esperienza: «Vivevo nel cuore della Genova bene e avevo appena iniziato la seconda media. Lui mi diceva di stare zitta e che doveva essere il nostro segreto, dovevo giurargli di non raccontare niente a nessuno, mentre sottostavo alle sue torture: il dominio dell’uomo, del padre, la mia mente e il mio corpo sotto la sua autorità: l’emblema del patriarcato».
Una condizione psicologica pesantissima perché «altro io non potevo fare: nessuno mi ha mai detto che potevo parlarne, nessuno mi ha mai chiesto perché ero diventata introversa all’improvviso. Eppure non sono mai stata una bambina silenziosa».
Francesca Ghio ha ricordato che «per un pezzo di vita mi sono rassegnata, fino a credere che me lo ero meritata. Me la sono cercata, non so bene come, ma non avevo alternativa. Sono arrivata a colpevolizzarmi al punto di ferirmi fisicamente, mi sono coperta le cicatrici sulle braccia per anni: nessuno mi ha mai chiesto perché tenessi sempre felpe e maniche lunghe. Ma il dolore era l’unica emozione che mi faceva provare ancora qualcosa. Non ho mai denunciato quell’uomo. Non sapevo neanche cosa fosse una denuncia a dodici anni».
Un’età in cui «a scuola studiavamo Napoleone Bonaparte. Nessuno parlava di emozioni, consenso, sessualità, sostegno alla fragilità. Nel mondo degli adulti non c’era un singolo volto in cui poter trovare rifugio e protezione». Tempo dopo, «quando ho provato a parlarne, mi sono sentita giudicata, iniziavo il discorso e notavo disgusto.
“Ma no, sto scherzando”, dicevo per chiudere velocemente il discorso. Mi guardo indietro oggi e a distanza di decenni nulla è cambiato. Gli uomini continuano a violentare nel silenzio complice di una società che non dà gli strumenti, che non vuole fermarsi a capire, che ritiene più facile e dignitoso nascondere il problema, piuttosto che ammettere che questo cortocircuito è responsabilità del profondo vuoto che le istituzioni scelgono di non colmare». L’amara constatazione finale: «Le dighe, le strade, i centri commerciali continuano a essere più importanti rispetto alla salute mentale e fisica. Il 25 Novembre è passato, ci vediamo l’anno prossimo con la conta dei numeri. Chi sull’elenco dei nomi dei cadaveri, chi nel silenzio muore dentro: vittima due volte, dello stupratore e della società che guarda dall’altra parte. L’unica differenza? Non staremo più zitte».
(da agenzie)

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