Maggio 8th, 2025 Riccardo Fucile
NEL LIBRO “ROMANZO ROSSO” DI PINO CORRIAS IL RACCONTO DELL’ASSASSINIO DEI DUE RAGAZZI A MILANO: “CHE MOTIVO C’ERA DI UCCIDERLI? LI HANNO CONSIDERATI UNA MINACCIA. OPPURE VOLEVANO VENDICARE I NERI MORTI AMMAZZATI A ROMA QUELLA È GENTE CHE LAVORA PER MAFIA E SERVIZI E SI SENTE LE SPALLE COPERTE”
Da Romanzo rosso, di Pino Corrias, pagine 442 edizioni Sem-Feltrinelli
Storia di quella cometa, fine Anni Settanta a Milano, protagonista della “Rivoluzione delle aspettative crescente” che dilagò nelle piazze e nella immaginazione di una intera generazione. Storia di furori e di piombo. Di battaglie e scontri della sinistra extraparlamentare contro lo Stato delle stragi, i partiti dei compromessi, la strategia della tensione, la violenza dei fascisti.
Al centro Piero Villa, nome di battaglia Biondo, e del suo Mucchio Selvaggio,
pioggia di sassi, lacrimogeni, barricate. Anni cruciali della nostra Storia. Segnati dalla violenza diffusa e insieme dall’escalation del partito armato che il 16 marzo 1978 sequestra Aldo Moro e l’intero Movimento, avviandolo alla sconfitta nelle piazze e nei cuori.
Con il Biondo inseguito e in fuga. Prima a Parigi, poi nei Caraibi, in Nicaragua. Fino al rendiconto finale, quarant’anni dopo, con il figlio mai conosciuto prima, provando a spiegare le ragioni e i torti di quel tempo che da allora non è mai passato del tutto.
Un estratto, siamo nelle ore e nei giorni che seguono l’omicidio di Fausto e Iaio.
Più svelti di noi agiscono i fascisti: in via Mancinelli, dietro al centro sociale di via Leoncavallo, ci sono i corpi stesi di due ragazzi, Fausto e Iaio. La polizia sostiene che è un regolamento di conti per lo spaccio di droga in quartiere, il Casoretto.
Ma i compagni di Fausto e Iaio dicono che lo spaccio in quartiere è organizzato dai fascisti, non dai compagni. E Fausto e Iaio facevano politica proprio contro gli spacciatori di morte. Stavano andando al Leoncavallo a un concerto di musica blues. L’agguato è avvenuto all’angolo, nell’ombra. Li aspettavano per fucilarli con otto colpi di pistola.
Radio popolare interrompe le trasmissioni alle nove di sera per dare la notizia.
Alle dieci siamo in marcia verso via Mancinelli, dentro un corteo che si ingrossa a ogni incrocio. Siamo cinquemila, diecimila, ventimila. Tutti con la faccia e gli slogan pieni di rabbia: “Pagherete caro, pagherete tutto!”. Blocchiamo il traffico sulle circonvallazioni. Il centro di Milano è un unico grande ingorgo di automobili incastrate, un fiume di luci, un concerto di clacson. Vorrei ci fosse Francesca, almeno stasera.
Per tenere il punto è tornata da Varigotti il giorno dopo in treno.
Io ne ho fatto passare un altro per non mangiamela al telefono. L’ho chiamata in negozio stamattina: tutto a posto? No, non è a posto niente, ma va bene così, mi ha detto che non ha voglia di litigare e neanche di fare pace.
“Ma di che cazzo di pace parli? Non vedi che c’è la guerra?” Mi ha detto: “Fai il rivoluzionario, ma sei rammollito come mia madre che al telefono si è messa a piangere”. “Cosa stai dicendo?” “La verità. Si è messa a piangere, aiuto Francesca, c’è la guerra! E ho dovuto prometterle che non sarei mai andata alle manifestazioni.”
“C’è una differenza, tua madre ha paura della guerra, noi non vediamo l’ora. Ma tu, da brava, ubbidisci alla mamma. Ciao.”
I blocchi dei carabinieri, infilati nel nero della notte, si allontanano nelle vie laterali, mentre passiamo con tutto il corteo dietro.
Non vogliono gli scontri, noi sì. Hanno paura, noi no.
Noi vendichiamo i morti, i compagni che ci hanno ammazzato. E lo spavento, la rabbia, la commozione sono le nostre armi, accanto a quelle vere, e cariche.
Preme la guerra di guerriglia. Si aggira il fantasma di Aldo Moro. Aleggiano i morti di via Fani e lo sbandamento del potere.
Tensione elettrica si scarica lungo i cordoni. Pci e sindacati fanno i pompieri, come sempre. Noi gli incendiari.
Qualcuno ha sparato sulle vetrine della Lufthansa in via Larga. Un altro gruppo ha sparato contro il portone dove abita un consigliere del Movimento sociale.
Una bomba carta è esplosa davanti alla sede della Confindustria.
Noi del Mucchio rastrelliamo un paio di bar sul percorso, facciamo il pieno di bottiglie vuote e un po’ di tovaglie da stracciare a strisce per fare gli inneschi. Sui Bastioni di porta Venezia, al distributore automatico, riempiamo le bottiglie di benzina.
In viale Tunisia intercettiamo una gazzella dei Vigili urbani coi lampeggianti
accesi. Io Nuvola e Lampo ci stacchiamo coperti da Lisetta, Gallo, Robertino.
Lanciamo una molotov a testa, il messaggio è: non venite a romperci i coglioni, non azzardatevi ad avvicinarvi.
Le nostre due fiammate accendono la notte. La gazzella inchioda e poi sgomma in retromarcia, sbatte contro il palo del semaforo, accende la sirena, scappa. Il corteo esulta. Il messaggio corre dentro il corteo di cordone in cordone: non fatevi vedere. Non questa sera.
In via Mancinelli dove c’erano le macchie di sangue di Fausto e Iaio ci sono dei fiori. Il corteo si ferma in silenzio. E il silenzio fa più paura del rumore.
Lotus arriva come sempre puntuale all’appuntamento stavolta al volante di una Bmw metallizzata nuova di pacca. Ci vediamo in zona neutra, piazzale Baracca, davanti a un bar con le tovaglie ricamate, Le Tre Marie, adatto al tè delle signore, dove io e Nuvola ci siamo seduti da due minuti.
Il suo giro di malavita ha una versione sul doppio omicidio di Fausto e Iaio al Casoretto: è stata gente venuta da Roma. “Brutta gente” ci dice. “Fascisti del cazzo che per campare trafficano qualsiasi cosa, eroina, sequestri e omicidi su commissione. I ragazzi gli sono andati a sbattere contro, mentre facevano la loro inchiesta sugli spacciatori in quartiere.”
“Che motivo c’era di ucciderli?”
“Li hanno considerati una minaccia. Oppure volevano vendicare i due neri morti ammazzati a Roma.” “Quelli davanti alla sede missina di Acca Larenzia erano tre.” “Uccisi a sangue freddo, giusto?” Gli racconto: “Si, i primi due sparati in corsa da un commando. Il terzo fascista ammazzato dai carabinieri durane gli scontri scoppiati subito dopo.” “Voi ne sapete più di me.” “E vengono fino a Milano per vendicarli?” Lotus si stringe nelle spalle: “Magari gli è capitata quell’occasione e si sono tolti lo sfizio”. “Uno sfizio da ergastolo.” “No, se ti senti abbastanza protetto da fregartene.” “Protetti da chi?” “Da tutti i lati della barricata: mafia da una parte e servizi segreti dall’altra. Quella è gente che lavora per entrambi, e si sente le spalle coperte.”
Restiamo in silenzio quando arrivano i caffè.
Lotus promette altre informazioni, ma i tempi sono duri. Tempi senza luce. Tempi ruggenti.
(da agenzie)
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Maggio 8th, 2025 Riccardo Fucile
L’ITALIA HA UN TASSO SUPERIORE RISPETTO ALLA MEDIA EUROPEA
Sperimentare condizioni di povertà e grave deprivazione da bambini e adolescenti
espone al rischio di essere poveri da adulti anche nei Paesi ricchi e democratici. Le ragioni sono note: i genitori poveri hanno meno risorse da investire nell’educazione – scolastica e non – dei figli e meno capitale sociale da trasmettere loro.
Le famiglie povere, inoltre, spesso vivono in contesti poveri anch’essi, che quindi offrono poche opportunità di integrare la scarsità di risorse familiari – educative, culturali, di capitale sociale e relazionale.
La persistenza intergenerazionale della povertà in società democratiche pone quindi un serio problema rispetto alla democrazia stessa, alle condizioni di pari opportunità che non sempre garantisce a tutti, a partire dai più piccoli, trasformando l’origine di nascita in un destino.
Un problema che, tuttavia, non presenta la stessa intensità dappertutto. È quanto emerge dall’analisi dei dati di un’indagine retrospettiva effettuata nel 2019 da ù
Eurostat all’interno dell’annuale indagine sulle condizioni di vita (EU-Silc) in 30 Paesi europei. Ne ha parlato ieri all’Università di Roma 3 Brian Nolan, professore di politiche sociali dell’Università d Oxford.
Considerando due diverse misure di povertà sperimentata da piccoli, una “ristretta” (aver fatto parte di una famiglia in difficoltà economica e seriamente deprivata) ed una “ampia” (far parte di una famiglia vuoi in difficoltà economica, vuoi seriamente deprivata, i cui i genitori erano a bassa istruzione e di classe operaia o disoccupati), si riscontra non solo un’ampia variazione nell’incidenza di queste condizioni tra Paesi, ma anche una forte variazione nell’incidenza della sua trasmissione intergenerazionale per entrambe le misure. Ciò conferma anche, e forse più, per la povertà il fenomeno che è stato chiamato Grande curva di Gatsby nel caso della mobilità intergenerazionale, ovvero che la mobilità sociale intergenerazionale è più ridotta là dove la diseguaglianza è maggiore.
Nel caso della povertà, la sua trasmissione intergenerazionale è maggiore nei Paesi in cui la sua incidenza è più alta, anche se vi sono eccezioni. Norvegia e Finlandia, infatti, hanno bassi tassi di povertà in entrambe le generazioni, ma un tasso di trasmissione comparativamente alto.
Agli estremi opposti si trovano Svezia e Danimarca, ove il tasso sia di povertà, sia di trasmissione è molto ridotto e vicino allo zero, Bulgaria, Romania, Lituania e Slovacchia dove viceversa il tasso sia di povertà sia di trasmissione è più alto. L’Italia, insieme a Portogallo, Spagna e Grecia è tra i Paesi con un tasso elevato, superiore alla media Europea. A differenza di Spagna e Portogallo, ove invece è successo il contrario, è anche, insieme alla Grecia, uno dei Paesi in cui l’incidenza della povertà è aumentata passando dalla generazione dei genitori a quella dei figli. Non sorprendentemente, in tutti i Paesi, in grado maggiore o minore, il rischio di trasmissione intergenerazionale
della povertà si riduce allorché chi l’ha sperimentata da bambino è comunque riuscito a raggiungere un buon livello di istruzione e ad accedere ad una occupazione migliore rispetto ai genitori. Si pone quindi la questione di quanto questa possibilità sia disponibile ai bambini e adolescenti poveri in ciascun paese.
Da questi risultati Nolan, nella sua relazione, ieri ha derivato due conclusioni rilevanti per le policy.
La prima è che se si vuole ridurre la trasmissione intergenerazionale della povertà occorre innanzitutto ridurne l’incidenza complessiva nella popolazione, stante che crescere in povertà in un Paese povero, offre poche opportunità per uscire da questa condizione. Una indicazione che vale, certamente nel caso italiano, anche a livello sub-azionale, per il Mezzogiorno e le aree interne, ove maggiore è l’incidenza della povertà.
La seconda conclusione è che occorre intervenire anche sui meccanismi che favoriscono la riproduzione della povertà da una generazione all’altra. Sostenere economicamente le famiglie povere e garantire loro sicurezza e una vita dignitosa deve accompagnarsi a investimenti sulla salute e l’educazione dei bambini a partire dalla primissima infanzia e poi lungo tutto il percorso di crescita, per rompere il ciclo della riproduzione intergenerazionale della povertà. In questa l’aumento dell’incidenza della povertà nel passaggio generazionale, oltre che gli elevati tassi di trasmissione, riscontrato per l’Italia nel 2019 dovrebbe essere considerato con grande preoccupazione, tanto più che da allora la povertà è ulteriormente aumentata. Segnala non solo il forte rischio che la povertà diventi un destino, ma che, lungi dal rompersi, il ciclo della sua riproduzione intergenerazionale si rafforzi di generazione in generazione in assenza di interventi efficaci.
(da La Stampa)
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Maggio 8th, 2025 Riccardo Fucile
SE I VOTI NON CRESCONO NELLE DUE VOTAZIONI DEL POMERIGGIO, LA CANDIDATURA SAREBBE BRUCIATA… E’UN QUARTETTO SCALDA I MOTORI: AVELINE, ZUPPI, TAGLE E PREVOST… MA NON HANNO CAPITO CHE IL POPOLO DI FRANCESCO VUOLE MATTEO ZUPPI?
A tavola si sono messi poco dopo le 12,30 di giovedì 8 maggio con gran sollievo dei cardinali più deboli di stomaco che la sera prima sono stati costretti a una cena frugale verso le 21,30, orario per loro certo non comune.
Il pranzo a Santa Marta dopo la terza votazione andata a vuoto potrebbe essere stato quello decisivo per le sorti del Conclave, e certamente lo è stato per il gruppo di elettori che dalla prima votazione ha appoggiato il segretario di Stato uscente, cardinale Pietro Parolin, che è restato in testa a tutte e tre le prime
votazioni senza però crescere nel modo auspicato.
Le trattative in fila al self-service di Santa Marta con Erdo e Hollerich
In fila al self-service gestito dalle suore figlie della carità di San Vincenzo de’ Paoli i grandi elettori di Parolin si sono divisi gli obiettivi, con un gruppetto che ha provato l’approccio con il cardinale lussemburghese Jean-Claude Hollerich, il manovratore delle candidature dell’ala progressista, e con il cardinale primate di Ungheria Peter Erdo, cui fa riferimento la gran parte dell’ala conservatrice. Nell’uno e nell’altro fronte il voto è sembrato infatti disperso fra più candidati, che con i numeri visti avrebbero poche chance di salire al soglio papale.
Parolin a cui servono almeno 30 voti in più si sta giocando la partita proprio in quei colloqui. Così accadde ad esempio nel pranzo di Santa Marta del 13 marzo 2013, quando gli elettori del cardinale Jorge Mario Bergoglio trovarono l’accordo decisivo per eleggere papa Francesco nel pomeriggio alla quinta votazione.
La candidatura di Grech che non decolla, e l’alternativa di Aveline e Zuppi
Scegliendo un piatto di penne in bianco o al ragù e poi fra le pietanze un petto di tacchino o un filetto di orata alla griglia accompagnato da insalata o verdure alla griglia, nelle tavolate del refettorio dove ogni giorno pranzava papa Francesco i cardinali hanno provato a stringere l’alleanza che mancava. Non un percorso facilissimo, perché unendo le candidature e abbandonando quella del maltese Mario Grech troppo divisiva i progressisti potrebbero avere numeri in grado di mettere in difficoltà Parolin, perché anche i conservatori potrebbero non essere così ostili come nelle prime votazioni a figure più di mediazione in quell’area, prima fra tutte quella di Jean Marc Aveline, arcivescovo di Marsiglia, ma anche quella di Matteo Zuppi, presidente della conferenza episcopale italiana.
Entrambi certamente sono nella scia di Francesco e inquadrati nelle fila progressiste, ma non vedrebbero alzare barriere da gran parte del fronte conservatore, con cui ci sono stati buoni rapporti.
Il gruppo pro Parolin se sconfitto pronto a trattare su Tagle o Prevost
Se gli accordi su Parolin non dovessero tradursi in nuovi voti alla quarta e alla quinta votazione, portando alla fumata bianca la sera di giovedì 8 maggio, si riaprirebbero tutti i giochi e il percorso diventerebbe più accidentato.
Perché il gruppo di sostegno all’ex segretario di Stato potrebbe continuare a votarlo anche nella sesta e settimana votazione nella mattinata di venerdì 9 maggio per tenere accese le speranze. Ma se i voti non aumenteranno, dovrà inevitabilmente gettare la spugna e trattare su un candidato più scolorito, per non darla vinta né al fronte progressista più radicale, né a quello super conservatore, fin dall’inizio diviso da diverse scelte (due in Africa e una in Europa). A quel punto salirebbero le chance inizialmente molto basse per il filippino Luis Antonio Tagle e potrebbe esserci anche una possibilità per l’americano Robert Francis Prevost.
(da Open)
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Maggio 8th, 2025 Riccardo Fucile
NON C’E’ POLIS SENZA LOGOS, NON CI PUO’ ESSERE VERA POLITICA SENZA IL RISPETTO DI QUELLO CHE SI DICE
Il valore delle parole è un concetto molto relativo. Chi le usa per mestiere (un docente,
uno scrittore, un intellettuale, un giornalista) in genere ne ha rispetto: se si accorge di avere detto una cosa sbagliata, o falsa, ci rimane male, proprio come il falegname il cui tavolo traballa.
La parola, in politica, evidentemente non è considerata uno strumento del mestiere, perché non ha lo stesso valore. È deprezzata, svuotata. La sciatta routine delle dichiarazioni da tigì, partito per partito, impressiona per la modestia delle intenzioni: è come se nessuno di quei mini oratori pretendesse di dire davvero qualcosa, ovvero di usare le parole come una materia prima preziosa, un’occasione da non sprecare.
Se le parole non hanno importanza e non hanno peso, non sorprende la sostanziale impunità della menzogna, che non è più uno scandalo, né per gli eletti né per gli elettori.
Mettete in fila le dichiarazioni di Trump sulla guerra russo-ucraina (a partire dalla frase d’esordio, «avremo la pace in 24 ore») e avrete una sfilza di panzane, di cose dette tanto per dirle, di ciance improvvisate senza alcun rapporto con la realtà delle cose e con l’alta responsabilità di chi apre bocca.
Forse è perfino sbagliato definirle menzogne: lo sarebbero se chi le pronuncia
desse importanza alle parole, le considerasse un impegno, una fatica, un lavoro, non un rumore di fondo, un riempitivo, al massimo una didascalia sotto la sua effigie.
Non c’è Polis senza Logos, secondo il pensiero classico, e dunque non ci può essere vera politica senza rispetto per quello che si dice. La svalutazione del Logos, in questo senso, è strategica per la svalutazione della politica e la sua sostituzione con la forza, che non ha alcun bisogno di parlare.
(da La Repubblica)
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Maggio 8th, 2025 Riccardo Fucile
IN EUROPA CI SONO LEADER VERI CHE CONDANNANO, IN ITALIA UNA CAMERIERA DI TRUMP
“Continuiamo a lavorare per la fine permanente delle ostilità. Siamo attenti e appoggiamo il lavoro che i Paesi arabi stanno portando avanti. Credo che i Paesi arabi siano la chiave di volta nella soluzione permanente del conflitto. C’è un piano di ricostruzione, che questi Paesi hanno portato avanti a Gaza, dal mio punto di vista credibile, anche per tracciare un quadro regionale di pace e sicurezza: quadro che, chiaramente, lo ribadisco, a nostro avviso deve includere anche la prospettiva dei due Stati”.
Queste che avete appena letto sono le uniche parole pronunciate dalla nostra presidente del Consiglio Giorgia Meloni, in merito agli sviluppi della crisi palestinese. Mentre a Gaza non ci sono praticamente più scorte di cibo, le infrastrutture energetiche sono al collasso, continuano i raid dell’esercito israeliano e il primo ministro Nethanyau annuncia un piano per l’occupazione a lungo termine di ampie zone della Striscia, la leader di uno dei principali Paesi dell’Unione Europea, membro del G8, non riesce ad andare oltre frasi di circostanza, parlando di prospettive a lunghissimo periodo e che non hanno alcuna concretezza, data la situazione attuale. Peraltro, lo fa rispondendo, per così dire, a una “domanda” durante il premier time al Senato della Repubblica, dopo aver taciuto per giorni, in attesa probabilmente di conoscere la posizione del presidente americano Donald Trump, cui ancora una volta sembriamo aver
appaltato la nostra linea in politica estera.
Una non posizione, quella italiana, che di fatto si traduce implicitamente in una sorta di connivenza con le scelte del governo israeliano. Che mai come questa volta sembrano essere drammaticamente e lucidamente ciniche. Lo spiega Bianca Senatore su Domani:
Secondo i piani diffusi dai media israeliani, l’obiettivo dell’IDF è creare altre zone sterili, come quella di Rafah, sia per poter formare una sorta di cuscinetto tra Gaza e il confine israeliano, sia per separare i civili dai miliziani. Anche gli aiuti umanitari, nel momento in cui saranno autorizzati a entrare, saranno gestiti da personale straniero e verranno distribuiti esclusivamente all’interno della cosiddetta area sterile, oltre che nel corridoio di Morag, cioè nella zona sotto controllo israeliano. Solo chi sarà già stato vagliato, dunque, potrà ricevere cibo, acqua e beni di prima necessità — e non gli altri. ‘Questo piano è folle e inumano’, dice Yamen Abu Suleiman, direttore della protezione civile di Khan Yunis. ‘Primo, la popolazione viene letteralmente deportata in un’altra zona. Secondo, quali saranno i criteri per poter passare ai controlli militari? E chi non li passerà, magari perché ha parenti che hanno appoggiato Hamas, cosa farà? Sarà condannato?’”
Ancora una volta, insomma, come dice Rula Jebreal su La Stampa, siamo di fronte a una potenziale violazione del diritto internazionale e all’eliminazione di qualunque scrupolo morale, con la certezza dell’impunità:
“La determinazione di Israele a demolire il diritto internazionale non minaccia soltanto Gaza: rischia di travolgere anche i fondamenti di giustizia e di libertà su cui dovrebbe reggersi l’Occidente democratico. L’impunità diffusa è direttamente proporzionale alle atrocità che stanno accadendo, ed è funzionale alla loro continuazione a Gaza. Israele è sotto processo davanti alla Corte Internazionale di Giustizia per genocidio. Ma che di genocidio si tratti è già,
sulla base di inchieste accurate, la conclusione della Commissione d’inchiesta delle Nazioni Unite e delle più importanti organizzazioni umanitarie internazionali.”
Questioni su cui sarebbe lecito attendersi delle risposte più precise e serie da parte del nostro governo. Capire cosa intenda fare concretamente l’Italia, come parte attiva dell’Unione Europea e della comunità internazionale, non è una vaga richiesta che sfiora il velleitarismo, ma un diritto dei cittadini italiani. In tal senso, probabilmente, le opposizioni avrebbero dovuto fare di più e meglio durante il dibattito odierno al Senato, invece di limitarsi a chiedere che il governo riferisca in Aula. C’era già in Aula, ecco.
A Meloni è andata bene, insomma, contrariamente a quanto si ipotizzava nei giorni precedenti. Un po’ per la timidezza delle opposizioni nell’affrontare la questione Gaza, un po’ per il modello stesso del premier time, che protegge da sorprese dell’ultimo momento. Che per la presidente del Consiglio poteva essere un passaggio parlamentare non scontato, era la tesi rilanciata da diversi giornali. Che avevano dato alcune informazioni di contesto, utili a capire quanto il tentativo di Meloni di mantenersi in equilibrio, magari rifugiandosi nelle sue ormai proverbiali supercazzole fintamente cerchiobottiste, fosse perdente in partenza.
Spiegava Francesco Bechis sul Messaggero: “Sullo sfondo, il vero elefante nella stanza: la guerra a Gaza e il piano shock annunciato da Netanyahu di occuparla a tempo indeterminato. Un piano d’invasione condannato da buona parte delle cancellerie occidentali, su cui la premier ancora non si è esposta pubblicamente. Era tentata di farlo qualche giorno fa, poi ha prevalso la prudenza, aspettando Trump, che raccontano essere sempre più irritato con Bibi. Non è facile restare in equilibrio. Non intende condannare tout court il premier israeliano, ma vuole ribadire – questo sì – che la popolazione civile
palestinese non può più pagare un prezzo così alto. Soprattutto perché il rischio concreto – è il ragionamento condiviso con i consiglieri nelle ultime ore – è di allontanare la gente di Gaza da Hamas, proprio ora che il gruppo terroristico inizia a vedere il terreno sparirgli sotto i piedi”.
Certo, non è la prima volta che siamo ridotti ad attendere la posizione di Trump prima di sentirci dire qualunque cosa, ma che la questione stavolta fosse ancora più complicata lo spiegava anche Il Foglio: “L’argomento è di quelli che scottano. Fino a ieri non c’era una posizione ufficiale del governo. O meglio, agli atti ci sono da registrare le parole di Antonio Tajani, in qualità di Ministro degli Esteri, per rilanciare il piano umanitario Food for Gaza, senza passare per Hamas. Da Palazzo Chigi nessun commento. Se non cautela e imbarazzo. La linea è quella di aspettare le mosse di Donald Trump. Fratelli d’Italia si è esposta solo con Giacomo Calovini, per ribadire l’importanza di attuare il piano di pace proposto dai Paesi arabi, di ricostruire Gaza senza disperare la popolazione”.
Il riferimento al piano dei paesi arabi c’è stato, nel corso dell’intervento al Senato, ma per il resto, poco o nulla, anzi proprio nulla. Mentre gli alleati scalpitavano e cercavano il loro posto sotto i riflettori, fosse anche sconfessando la loro linea precedente. Anzi, un alleato, come spiegava Giacomo Salvini sul Fatto: “Ad ogni modo, la Premier deve stare molto attenta a evitare fughe in avanti nella sua maggioranza. Tant’è che – ha spiegato ai suoi fedelissimi – la posizione del Governo è la sua e quella del Ministro Tajani. Il resto viene derubricato a blablabla di sottofondo. Meloni si riferisce al suo vicepremier Matteo Salvini, che spesso si è espresso con posizioni troppo vicine a quelle del premier israeliano, tanto da averlo invitato in Italia nonostante il mandato di cattura internazionale. Eppure, stavolta, anche la Lega prende – per la prima volta – le distanze dalle posizioni di Netanyahu: ‘Noi siamo con Israele e i suoi
valori’ – premette a Il Fatto il vicedelegato Andrea Crippa – ‘Però, in questo caso, siamo contro l’invasione di un territorio e lo sterminio di un popolo. Vogliamo la pace”.
Per strano che possa sembrare, è ben più di quanto sia riuscita a dire Giorgia Meloni in due ore di dibattito. Andiamo bene, insomma.
(da agenzie)
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Maggio 8th, 2025 Riccardo Fucile
I BALCONI DI VIA PAOLO VI, QUELLI CHE OFFRONO LA PROSPETTIVA MIGLIORE VERSO IL COMIGNOLO, VENGONO AFFITTATI A 500 EURO AL GIORNO
Rosari e occhiate rapaci sul comignolo della Cappella Sistina, si prega e s’aspetta la
prima fumata che tarda ad arrivare: è subito il momento dell’incertezza, dei sospetti, e del resto nessuno può permettersi altro (a parte lo Spirito Santo, s’intende).
Piazza San Pietro, un’ora dopo il tramonto: c’è sempre quel certo brivido per il mistero del Conclave, rito arcano e solenne. Stavolta, però, sembra di cogliere un’elettricità diversa: i 133 cardinali elettori, che a metà pomeriggio hanno lasciato in processione la Cappella Paolina cantando l’inno «Veni, Creator spiritus» per andarsi a rinchiudere nel bunker affrescato, erano accompagnati, sospinti da una inedita narrazione già molto pop, e travolgente.
Mai stata così mediatica l’elezione di un Pontefice, tanto attesa e commentata, soprattutto immaginata. Al Totopapa hanno partecipato a milioni, sui social e nei talk tivù. Sarà un altro Francesco?
Uno sguardo all’orologio.
«Aho’, baby, butta un occhio lassù, che ormai ce semo»: un cameraman italiano avverte la corrispondente della tv tedesca, tutta presa a passarsi un po’ di fard sulle guance. C’è una diffusa eccitazione. I giornalisti accreditati sono 5.300, collegate in diretta tutte le televisioni del pianeta.
I balconi di via Paolo VI, quelli che offrono la prospettiva migliore verso il comignolo, affittati a 500 euro al giorno. Su SkyTg24 stanno dicendo che, molto probabilmente, nonostante il ritardo, la prima fumata sarà nera. Si volta una pellegrina di Rovigo, con il fazzoletto in testa, come si usava un tempo, e dice, con aria saccente: «Io so che nella stufa infilano un colorante».
Sfoggiano discorsi da vaticanisti consumati. Hanno letto e ascoltato tanto. Sanno che, giunta nella Sistina, la processione dei cardinali si è sciolta e si è proceduto con il giuramento: ciascun elettore ha recitato la formula in latino tenendo la mano destra sul Vangelo. Poi, l’atto dell’extra omnes, pronunciato dal maestro delle cerimonie pontificie, Diego Ravelli.
(da Corriere della Sera)
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Maggio 8th, 2025 Riccardo Fucile
SUSSURRI VATICANI PARLANO DI UN VOTO DI “CONSULTAZIONE” PER CAPIRE GLI UMORI E FARE CONTEGGI
Il gabbiano, attesissimo, si è posato sul tetto della Sistina, indifferente agli obiettivi del mondo intero puntati di lui.
Si guarda intorno tranquillo, non è ancora il momento. Sette e mezzo, otto, otto e mezzo di sera.
A un certo punto se ne va. Finché dal comignolo poco distante, alle nove in punto, sbuffa un fumo nero, nerissimo, e i quarantacinquemila fedeli tra piazza San Pietro e via della Conciliazione si lasciano sfuggire un mormorio di delusione.
Molti erano lì da più di tre ore, anche se in effetti era quasi impensabile che le cose andassero altrimenti: nessun Papa è mai stato eletto al primo scrutinio, Giulio II la risolse in una decina di ore notturne ma era il 1503, e gli elettori erano trentotto.
Stavolta sono 133, arrivano da una settantina di Paesi, e i loro volti ieri pomeriggio raccontavano più di tutte le analisi e interpretazioni che si sono accumulate dalla morte di Francesco, il 21 aprile.
La varietà dei tratti ne esprime la provenienza dai sette continenti, ma è la tensione che li accomuna a dire tutto.
Hanno percorso in processione il tratto che separa la Cappella Paolina dalla Sistina, mentre risuonavano le litanie dei santi e il canto Veni creator per invocare l’aiuto dello Spirito Santo nell’elezione del 266° successore di Pietro. Una per uno, si sono inchinati davanti al Giudizio Universale di Michelangelo prima di sedersi ai propri posti, lungo le pareti laterali della cappella. E a quel punto è cominciato, solenne, il giuramento.
Pietro Parolin chiudeva il corteo ed è entrato per ultimo sostando al centro della cappella, di fronte all’evangeliario posato sul leggio. Il Collegio cardinalizio è diviso in tre ordini, episcopale, presbiterale e diaconale. Il Segretario di Stato di Francesco, come primo dei cardinali vescovi, è il Decano del conclave e presiede i lavori.
Il Decano del collegio, Giovanni Battista Re ha 92 anni e non vota al Conclave, come pure il vice Leonardo Sandri.
Si spiegano così «doppi auguri» rivolti da Re al cardinale che avrebbe preso il suo posto nella Sistina.
Anche se è inevitabile vedere un’immagine simbolica nell’abbraccio che si sono scambiati la mattina, in San Pietro, alla fine della Messa Pro eligendo Romano Pontifice.
Il Decano aveva appena finito di parlare della «unità della Chiesa voluta da Cristo» e invocare l’aiuto dello Spirito «perché sia eletto il Papa di cui la Chiesa e l’umanità hanno bisogno in questo tornante della storia tanto difficile e complesso».
È Parolin, nella Sistina, a leggere in latino il testo del giuramento. «Promettiamo e giuriamo di osservare con la massima fedeltà e con tutti, sia chierici che laici, il segreto su tutto ciò che in qualsiasi modo riguarda l’elezione del Romano Pontefice e su ciò che avviene nel luogo dell’elezione».
Al primo scrutinio, ieri sera, i cardinali avranno cominciato a contarsi. Il quorum è alto, 89 voti, due terzi degli elettori. Nulla è scontato in un Conclave, ma ci si attende che i due scrutini di stamattina, il secondo e il terzo, non portino ancora alla fumata bianca. È tra i due scrutini di questo pomeriggio e gli altri quattro previsti per domani che si potrebbe eleggere il Papa.
Ed è al momento del giuramento che bisogna guardarli, i favoriti. Parolin, assorto e imperturbabile. Pierbattista Pizzaballa che, mentre sta in coda, resta con lo sguardo alzato e fisso al Cristo di Michelangelo. Entrambi, come tutti, sillabano i nomi in latino, e sentirli dire «Ego, Petrus» fa una certa impressione.
Il filippino Luis Antonio Tagle ha la voce che s’incrina dall’emozione come il connazionale Pablo Virgilio David. Il francese Jean-Marc Aveline, sempre sorridente, è serissimo come Matteo Zuppi e il maltese Mario Grech.
L’americano Robert Francis Prevost e l’africano Fridolin Ambongo affrontano il giuramento con sicurezza. C’è un silenzio assoluto quando il cerimoniere, alle 17.43 pronuncia l’extra omnes. Tre minuti piu tardi i battenti di legno ruotano sui cardini, un rumore secco e il conclave si chiude al mondo.
(da agenzie)
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Maggio 8th, 2025 Riccardo Fucile
IL GENERALE HA IL POLSO DEI SUOI UOMINI E MOLTI RISERVISTI NON VOGLIONO PIÙ PARTECIPARE A UNA GUERRA “INGIUSTA”
Breve e stretta. È la finestra di opportunità offerta dall’annuncio della visita in Medio
Oriente di Donald Trump, dal 13 al 16 maggio. Che si tratterà di un tour molto più che simbolico, è chiaro fin da questi giorni di attesa, scanditi da
avvisi e indizi. Ancora ieri il presidente Usa ha alzato il livello della suspense: «Si parla molto di Gaza in questo momento. Probabilmente ne saprete di più entro le prossime 24 ore». Solo qualche ora prima l’agenzia Reuters aveva rivelato consultazioni «ad alto livello» tra Washington e Gerusalemme per un’amministrazione temporanea nella striscia, dopo la guerra, a traino statunitense ma insieme con altri Paesi, per supervisionarne la smilitarizzazione.
Sarebbe la soluzione auspicata dall’ex capo dell’intelligence militare israeliana – oggi analista – Amos Yadlin. La sua raccomandazione è che «prima si riportino a casa tutti gli ostaggi e si mette sul tavolo la questione della fine della guerra. Porrei il tema della smilitarizzazione di Gaza, che significa la fine di Hamas, come condizione per la ricostruzione di Gaza». Inoltre, suggerisce il generale che è stato anche numero due dell’aviazione militare israeliana, sarebbe fondamentale «un accordo bilaterale tra Stati Uniti e Israele, simile a quello in atto nel Nord, per tenere sotto controllo Hezbollah».
Anche Egitto e Qatar stanno aumentando la pressione su Hamas per raggiungere un’intesa con Israele, per salvare i civili di Gaza e gli ostaggi israeliani prigionieri della fazione islamista da 580 giorni.
Nei raid israeliani di ieri su Gaza City e Al-Bureij i funzionari ospedalieri sul posto hanno contato «almeno 59 palestinesi» uccisi. Esaurite le scorte, World Central Kitchen accusa Israele per il blocco degli aiuti. […] E non è l’unica a condannare l’assedio imposto dallo Stato ebraico per aumentare la pressione su Hamas.
Nello sgomento delle famiglie israeliane, il numero di ostaggi ancora vivi è stato aggiornato ufficialmente al ribasso dopo che si erano diffuse indiscrezioni. Il nuovo numero è stato pronunciato anche dal premier Benjamin Netanyahu – «Possiamo confermare che 21 sono vivi. Ce ne sono altri 3 la cui situazione è incerta» – dopo che ieri Trump aveva dichiarato: «Stiamo cercando di liberare
gli ostaggi, ne abbiamo liberati molti. Come si dice, sono 21, più un sacco di cadaveri».
E mentre Israele è pronto a espandere l’operazione militare “I carri di Gedeone” a Gaza, non c’è sintonia sulle priorità, e quindi sull’approccio, tra vertici militari e politici. Yadlin promuove il nuovo capo di Stato Maggiore, il ramatkal Eyal Zamir, per il suo piano operativo con un’azione simultanea in tutte le città e duratura: dove si entra, si resta. Zamir può contare ora su maggiori risorse – le bombe precedentemente bloccate da Biden e le forze rientrate dal fronte Nord – e sull’esperienza accumulata in 18 mesi in superficie e nei tunnel. Oltre che sul sostegno dell’amministrazione Trump al blocco umanitario. La crepa con il governo di Netanyahu è sulla priorità di salvare gli ostaggi rispetto alla sconfitta di Hamas.
Zamir, che ha il polso della situazione sui suoi uomini, ne fa anche una questione di motivazione. Molti riservisti pensano che Hamas sia già stata distrutta abbastanza e non sentono più di aderire al dictat morale di partecipare a una guerra giusta.
(da agenzie)
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Maggio 8th, 2025 Riccardo Fucile
IL FOGLIO: “C’È STATA UNA SOTTOVALUTAZIONE DA PARTE DELLA FARNESINA E DEI SERVIZI SEGRETI? SI È TRATTATO DI UNA IMPRUDENZA DEL MINISTRO? E NON SI PUÒ DIRE CHE NON SI SAPESSE… IL FATTO CHE UN MINISTRO ITALIANO CI SIA CADUTO IN MEZZO È PIUTTOSTO ALLARMANTE
Quando in Asia meridionale era l’una di notte di ieri, e l’India iniziava la sua Operazione Sindoor, a Islamabad, in piena crisi con Delhi da almeno due settimane, c’era il ministro dell’Interno italiano Matteo Piantedosi.
La visita di due giorni in Pakistan faceva parte di un tour più ampio del ministro nella regione: qualche giorno fa era stato in Bangladesh, poi si era spostato in Pakistan, su invito del ministro dell’Interno pachistano Mohsin Naqvi, anche lì per firmare accordi su migrazioni – fulcro della missione politica del governo Meloni–e lotta al crimine transnazionale.
Solo che Piantedosi, nel giro di poche ore, si è trovato in mezzo a una delle peggiori crisi fra India e Pakistan dall’inizio degli anni Settanta.
E non si può dire che non si sapesse: come abbiamo raccontato anche su queste colonne, sono settimane che ci si aspetta un attacco da parte dell’India. Da qualche giorno era iniziata a circolare perfino una data (quella di ieri, appunto).
Ieri mattina Piantedosi ha rassicurato tutti al Tg2: “Qui dove siamo noi, a 200 chilometri dalle zone di crisi, la vita prosegue normale”.
Poi ieri sera fonti del Viminale hanno fatto sapere che la visita era comunque “irrinunciabile” e che “non ci sono mai stati rischi per la delegazione italiana”.
Però: il fatto che un ministro della Repubblica italiana possa finire bloccato nel mezzo di un conflitto – con tanto di chiusura dello spazio aereo – forse meriterebbe una spiegazione più chiara.C’è stata una sottovalutazione da parte della Farnesina e dei servizi segreti?
Si è trattato di una imprudenza del ministro? Di sicuro il conflitto che è iniziato ieri, però, non è una scaramuccia da niente. Il fatto che un ministro italiano ci sia caduto in mezzo, piuttosto allarmante.
(da Il Foglio)
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