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GIUSTIZIA PER GIULIO REGENI. A DIECI ANNI DALL’OMICIDIO DEL RICERCATORE ITALIANO, DOMANI È ATTESA LA SENTENZA DELLA CORTE DI ASSISE DI ROMA NEI CONFRONTI DI QUATTRO IMPUTATI, TUTTI MEMBRI DEI SERVIZI SEGRETI EGIZIANI

Settembre 27th, 2026 Riccardo Fucile

IL 23 GIUGNO LA PROCURA DELLA CAPITALE HA CHIESTO L’ERGASTOLO PER MAGDI IBRAHIM ABDELAL SHARIF (RITENUTO L’ESECUTORE MATERIALE DELL’OMICIDIO) E LE CONDANNE A 17 ANNI E MEZZO DI CARCERE PER GLI ALTRI TRE… UN PROCESSO VOLUTO CON OSTINAZIONE DALLA PROCURA CONTRO “IL SILENZIO E LE MENZOGNE” DELL’EGITTO, CHE “HA DECISO DI COPRIRE E PROTEGGERE GLI AGUZZINI”

Domani saranno 3.890 giorni da quando Giulio Regeni fu ritrovato morto, un cadavere deformato dalle torture, alla periferia del Cairo. E, con l’anniversario, arriverà la sentenza della prima Corte d’Assise di Roma sulla richiesta dalla Procura nei confronti dei quattro imputati, tutti membri dei servizi segreti egiziani.
Il 23 giugno scorso l’aggiunto Sergio Colaiocco aveva chiesto per loro un ergastolo e tre condanne a 17 anni e mezzo di carcere. Il carcere a vita per Magdi Ibrahim Abdelal Sharif, ritenuto l’uomo che ha materialmente ucciso Regeni, e le altre pene per Athar Kamel Mohamed Ibrahim, Uhsam Helmi e Tareq Sabyr. […]
Un processo, quello per l’assassinio tuttora impunito di Giulio Regeni, voluto con ostinazione dalla procura contro «il silenzio e le menzogne» dell’Egitto che «ha deciso di coprire e proteggere gli aguzzini» fornendo versioni di comodo o «veri e propri falsi».
Per i pm di piazzale Clodio «ciò che qui si giudica non è la semplice soppressione di una vita umana ma l’esercizio metodico, freddo, organizzato della violenza su un uomo inerme». Il sequestro cioè di una persona «sottratta ad ogni garanzia».
In aula, come sempre, ci saranno i genitori di Giulio che fin dal primo giorno hanno chiesto «verità e giustizia» per il figlio, giovane ricercatore friulano.
Secondo l’accusa Regeni fu privato «non solo della libertà e della vita» ma «della sua stessa condizione di essere umano titolare di diritti». E, a compiere tutto ciò, non furono criminali comuni ma «uomini dello Stato, appartenenti agli apparati di sicurezza».

(da agenzie)

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SALARI AMARI. MELONI HA PROVATO A NASCONDERE I PROBLEMI DEGLI STIPENDI DA FAME E DELL’INFLAZIONE, CHE HA SVUOTATO PIANO PIANO I PORTAFOGLI DEI CITTADINI

Settembre 27th, 2026 Riccardo Fucile

TITO BOERI: “DA INIZIO 2022 LA FIDUCIA DEI CONSUMATORI È CALATA DEL 10%. LAVORO E OCCUPAZIONE CONTINUANO AD ESSERE RITENUTI PROBLEMI PRIORITARI DA 7 ITALIANI SU 10, AL PARI DELLA SANITÀ”…. QUESTE PERSISTENTI PREOCCUPAZIONI SI SPIEGANO COL FATTO CHE I SALARI HANNO MEDIAMENTE PERSO IN QUESTI ANNI QUASI IL 10% DEL LORO POTERE D’ACQUISTO. ED ERANO GIÀ BASSI IN PARTENZA RISPETTO AL VALORE DI CIÒ CHE SI PRODUCE”

Il documento di Fratelli d’Italia che celebra i 4 anni del governo Meloni si apre coi dati sul mercato del lavoro. Rivendica “l’occupazione record” e la “disoccupazione ai minimi” come risultati di questo esecutivo. Eppure, in questo inizio di campagna elettorale, la Presidente del Consiglio sta parlando di tutto (immigrazione, regole europee su auto inquinanti, fashion week, bollo auto) tranne che di mercato del lavoro.
Avanziamo un’ipotesi: forse, nonostante l’occupazione sia effettivamente aumentata in questi anni e la disoccupazione calata (in gran parte per via del calo demografico), gli italiani non condividono il trionfalismo del governo sull’andamento del mercato del lavoro. […]
La fiducia aumenta quando l’occupazione sale e la disoccupazione scende. La fiducia diminuisce quando i disoccupati sono in aumento e cala il numero degli occupati. Ebbene da inizio 2022 la fiducia dei consumatori è calata del 10%.
Lavoro e occupazione continuano ad essere ritenuti problemi prioritari da 7 italiani su 10 al pari dei problemi della sanità. Questo disallineamento tra fiducia dei consumatori e dati su occupazione e disoccupazione, queste persistenti preoccupazioni degli italiani per il loro lavoro si spiegano col fatto che i salari hanno mediamente perso in questi anni quasi il 10% del loro potere d’acquisto, eroso dall’inflazione, ed erano già bassi in partenza rispetto al valore di ciò che si produce.
È proprio questa ulteriore erosione che spaventa i lavoratori. Sono più preoccupati oggi dall’inflazione che quattro anni fa, quando l’aumento dei prezzi era due volte più marcato. I salari da noi non tengono il passo dell’inflazione al contrario di quanto avviene negli altri paesi europei.
Con chi si identifica chi oggi è preoccupato per la perdita del potere d’acquisto dei salari? Il sindacato non è immune da colpe. Il nostro sistema di contrattazione collettiva è sistematicamente in ritardo. I contratti scadono e non vengono rinnovati per tempo, non facendo recuperare il potere d’acquisto perso nel frattempo.
Oggi è più facile trovare impieghi alternativi perché le imprese faticano a riempire i posti vacanti. Chi è rimasto nel tempo con la stessa azienda ha subito molto di più i contraccolpi dell’inflazione di chi ha cambiato lavoro.
Affrontare la questione salariale vuol dire impedire ai datori di lavoro di dissuadere i propri dipendenti dal cambiare impiego con clausole capestro del tutto immotivate, introdurre adeguamenti automatici dei salari all’inflazione durante i periodi di vacanza contrattuale per dissuadere le organizzazioni di categoria dal far scadere i contratti senza rinnovarli, indicizzare gli scaglioni dell’Irpef in base all’andamento dei prezzi per evitare un ulteriore drenaggio fiscale e varare una legge sulla rappresentanza datoriale e sindacale da approvare possibilmente con l’accordo delle parti interessate, ma anche senza di loro nel caso in cui continuassero a fare melina.

(da agenzie)

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SCONTRO NELLA LEGA, ROMEO ATTACCA SALVINI “IL CONGRESSO STRAORDINARIO E’ UN TRAPPOLONE, MATTEO FATTELO DA SOLO”

Settembre 27th, 2026 Riccardo Fucile

IL SENATORE LEGHISTA: “IL PARTITO E’ IN CADUTA LIBERA, RISCHIAMO DI ARRIVARE SOTTO IL 4%”

«Matteo Salvini può farselo da solo il congresso straordinario della Lega. È un trappolone. Io non ci casco». Non usa mezzi termini il senatore della Lega Massimiliano Romeo, intervistato dal Corriere della Sera. «Io, Attilio Fontana e tutti gli altri – aggiunge – ci stiamo muovendo esclusivamente per il bene del leghismo e, pensi un po’, anche dello stesso Salvini». Nessuno, sottolinea Romeo, «gli ha mai chiesto di farsi da parte. Non è una sfida personale, ma una questione esclusivamente politica». Le dichiarazioni del leghista arrivano a una settimana dall’annuncio fatto da Salvini a Pontida di un congresso straordinario della Lega, previsto per ottobre. Pochi giorni dopo, il leader del partito aveva anche detto di aspettarsi la candidatura di «qualcun altro» alla segreteria. «Lui intende organizzarlo con tutti gli stessi identici delegati che lo hanno già eletto segretario un anno e mezzo fa – dichiara ancora Romeo -. Nient’altro che un espediente tattico, ne prendo atto. E non partecipo».
La Lega in caduta libera
Secondo il senatore, il partito «è in caduta libera» e «il trend fa spavento». «Perdiamo lo 0,2% al mese – sostiene, come sostengono anche i sondaggi -. Questo significa che, se si dovesse votare a maggio, rischiamo di arrivare intorno al 4%, se non addirittura al di sotto». Nel mirino di Romeo c’è anche il rapporto con Roberto Vannacci. «Prima ce lo siamo accollato per recuperare un po’ di voti, sebbene facesse discorsi spesso scarsamente condivisibili, poi se ne è andato e si è portato via i suoi voti», afferma. La situazione, secondo il leghista, è difficile e non va nascosta: «A Varese, Bergamo, Brescia, Monza e Brianza, in Valtellina, ma anche in Liguria e in Piemonte, c’è un’insofferenza forte e diffusa».
La soluzione? Salvini può restare alla guida del partito, ma «costituiamo una sorta di “comitato elettorale”, una squadra dotata di poteri reali per raddrizzare con urgenza la linea politica della Lega», dichiara. L’obiettivo, spiega ancora Romeo, sarebbe quello di abbandonare la rincorsa a Vannacci sul suo stesso terreno e recuperare l’identità storica del partito. «Dobbiamo tornare a parlare di fisco, burocrazia e federalismo. Dobbiamo essere il sindacato dei territori e valorizzarli. E, soprattutto, dobbiamo ritrovare l’antico spirito leghista, quello che metteva la comunità davanti alle ambizioni personali». Il senatore annuncia quindi che continuerà, insieme agli altri esponenti dell’area critica, la fronda nordista, a rilanciare «i nostri temi, i nostri ideali leghisti, il nostro volerci prendere cura del territorio senza pensare ad altro». E conclude: «Spero si capisca che io amo la Lega».

(da agenzie)

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CAPORALATO NEL CANTIERE DEL CONSOLATO USA A MILANO, 19 MULUINU DI RISARCIMENTO E PERMESSI DI SOGGIORNO A CENTINAIA DI OPERAI

Settembre 27th, 2026 Riccardo Fucile

LA SOCIETA’ AMERICANA CADDELL VERSO 19 MILIONI A 300 OPERAI INDIANI

Maxi risarcimento ai lavoratori sfruttati nel cantiere del nuovo Consolato americano di Milano. Tra arretrati, rimborsi e danni morali, la somma destinata a centinaia di operai supera i 19 milioni di euro. A questi si aggiungono 238 permessi speciali di soggiorno, 60 indennità di disoccupazione Naspi e oltre 11 milioni di euro destinati all’Inps e all’Ispettorato del lavoro. A darne notizia è il Corriere della Sera.
L’inchiesta della procura di Milano
La svolta per i circa 300 lavoratori stranieri, in gran parte indiani, è arrivata con l’inchiesta della procura di Milano sul cantiere del nuovo Consolato degli Stati Uniti, in piazzale Accursio, nell’area dell’ex Tiro a segno. Al centro dell’indagine c’è Caddell Construction, società americana con un fatturato annuo di circa 1,5 miliardi di dollari, incaricata insieme al gruppo turco Encka della costruzione di sedi diplomatiche statunitensi nel mondo.
L’azienda, commissariata a maggio nell’ambito dell’inchiesta sul caporalato coordinata dal pm Paolo Storari, ha deciso di stanziare ulteriori 7 milioni di euro, pari a circa il 70% in più rispetto alle somme dovute a ciascun lavoratore, a titolo di risarcimento per i danni morali subiti. La cifra si aggiunge ai 9,6 milioni già previsti per compensare la differenza tra le retribuzioni effettivamente corrisposte e quelle stabilite dai contratti, e ai 3 milioni destinati alla restituzione delle somme indebitamente trattenute per vitto e alloggio nel residence in provincia di Milano dove i lavoratori venivano sistemati dopo essere stati reclutati in India.
Turni da 12 ore e 1,50 euro l’ora
Secondo la ricostruzione della Procura, gli operai sarebbero stati sottoposti a un «sistematico sfruttamento», con turni fino a 12 ore al giorno e paghe comprese tra 1,50 e 1,91 euro l’ora. Gli stessi lavoratori, secondo gli inquirenti, sarebbero stati costretti a tornare immediatamente al lavoro anche quando erano febbricitanti, feriti o appena dimessi dall’ospedale.
A pesare sulle loro condizioni ci sarebbero state anche trattenute di circa 850 euro al mese per vitto e alloggio, oltre a «condotte intimidatorie, umiliazioni, aggressioni verbali e minacce di rimpatrio». Per la gip Angelica Cardi, si sarebbe trattato di una vera e propria scelta datoriale fondata sulla «negazione dei più basici diritti». Nell’inchiesta sono stati arrestati due manager, il turco Ulas Demir e l’indiano Aji Appukuttan.
Gli effetti dell’indagine, tuttavia, non si sono limitati agli aspetti economici. Su richiesta della Procura, le Questure di Milano e Pisa hanno rilasciato 238 permessi di soggiorno speciali, della durata di 12 mesi e rinnovabili, ai lavoratori riconosciuti come vittime di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro ai sensi dell’articolo 18-ter. Altri 60 operai rimasti senza lavoro sono stati ammessi dall’Inps alla Naspi.
ANSA/MOURAD BALTI TOUATI | Il cantiere del nuovo consolato Usa a Milano, 3 giugno 2026
Il pacchetto da 31 milioni di euro tra risarcimenti, Inps e Ispettorato del lavoro
Sul fronte degli enti pubblici, Caddell ha inoltre versato 7,2 milioni di euro per definire le proprie pendenze con l’Inps e altri 4 milioni per ristorare l’Ispettorato territoriale del lavoro. Nel complesso, il pacchetto di interventi ammonta a circa 31 milioni di euro. La società americana ha precisato che l’operazione «non costituisce in alcun modo un’ammissione di responsabilità penale o civile o amministrativa». La Procura, tuttavia, ha valutato positivamente lo sforzo compiuto dall’azienda per ristabilire condizioni di legalità nel cantiere.
Nel parere favorevole alla scarcerazione di Ulas Demir, detenuto per quasi quattro mesi e difeso dall’avvocato Giuseppe Iannaccone, il pm ha infatti sottolineato l’«importante sforzo fatto da Caddell», assistita dall’avvocato Francesco Sbisà, per garantire ai lavoratori un significativo risarcimento dei danni subiti. Restano invece da chiarire alcuni aspetti dei rapporti tra Caddell e la partner turca Encka, così come quelli tra la società americana e i due dirigenti arrestati. Caddell, infatti, non ha interrotto i rapporti con Demir e Appukuttan. Entrambi, secondo quanto riporta il Corriere, avrebbero anzi incoraggiato la società ad adottare misure per assicurare ai lavoratori un risarcimento significativo.

(da agenzie)

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FISCO PER FIASCHI

Settembre 27th, 2026 Riccardo Fucile

LE RIFORME DLE GOVERNO ACCRESCONO LE SPEREQUAZIONI

Mentre Giorgia Meloni sfilava a favore di telecamere alla Milano Fashion Week, a rappresentare l’Italia all’Assemblea generale dell’Onu è andato il ministro degli Esteri Antonio Tajani, quello che presenziava tra gli autocrati del Board of peace di Trump con il cappellino Maga in mano. Quando si dice stare sul pezzo…
Certo, a giudicare dai sondaggi tutt’altro che confortanti per la premier, la stragrande maggioranza degli italiani, che i grandi marchi della moda made in Italy li guarda indossare solo in passerella, sembra avere ben altre priorità. E non potrebbe essere diversamente in un Paese in cui i redditi (reali) dei dipendenti sono diminuiti, tra il 1990 e il 2024, dell’1,6% (e fino al 6,6% se si considerano anche i lavoratori part-time e i discontinui) a fronte di un incremento medio del 35% nell’area Ocse. Una dinamica di lungo periodo che non ha risparmiato neppure gli anni del governo Meloni. Che nel frattempo, dopo quattro anni di austerity e nonostante una pressione fiscale arrivata alla soglia record del 42,9% (il dato più alto mai registrato dal 2014), ha fallito pure l’obiettivo di riportare entro la soglia del 3% il rapporto Deficit-Pil per uscire dalla procedura di infrazione Ue.
Se questo è il quadro generale, non stupisce il calo di fiducia verso l’esecutivo più longevo della storia repubblicana, precipitata, secondo l’ultimo rilevamento YouTrend per SkyTg24, al 33%. Ad interrompere la lunga luna di miele, che sembra ormai volta al termine, tra Meloni e gli italiani, ha pesato non poco la folle politica di riarmo – per ora messa in discussione dal mancato raggiungimento degli obiettivi di bilancio – sposata dal governo e dal resto dell’Ue mentre il Paese è alle prese con il caro-carburanti, il carrello della spesa fuori controllo e le liste d’attesa in Sanità che hanno spinto 5,9 milioni di cittadini a rinunciare perfino alle cure.
E la nuova Manovra per 2027 non promette niente di buono. Dopo anni di lacrime e sangue, l’effetto del taglio del cuneo fiscale degli anni passati si è risolto in un placebo, annullato dalla spinta dell’inflazione. La nuova ricetta è l’ennesima promessa di una riduzione delle imposte. Che finora si è risolta più che altro in una sorta di gioco delle tre carte: la riduzione da quattro a tre degli scaglioni fiscali, con quella mediana del 33% estesa ai redditi fino a 50mila euro che con la prossima legge di bilancio si vorrebbero portare a 60mila euro. Ma cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: se il 50% dei contribuenti, secondo l’ultimo Report di Itinerari previdenziali (sulle dichiarazioni dei redditi 2024) versa appena il 5% dell’Irpef incassata dall’Erario, toccherà al solito 30% di soliti noti – lavoratori dipendenti e pensionati per lo più – sobbarcarsi il 79% dell’intero gettito fiscale.
Una palese stortura del sistema, che sconfina nella discriminazione, se si considera che con l’introduzione della flat tax, le partite Iva che denunciano fino a 85mila euro di reddito l’anno (soglia che la Lega spinge per innalzare a 100mila) versano un’aliquota forfetaria del 15%, a fronte del 43% di un lavoratore dipendente che supera i 50mila. Con buona pace dell’equità fiscale e della giustizia sociale.

(da agenzie)

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TELEMELONI. LA NUOVA STAGIONE TELEVISIVA È PARTITA NEL PEGGIORE DEI MODI PER I PROGRAMMI DI APPROFONDIMENTO DELLA RAI, CON IL NUOVO FLOP DI ANTONINO MONTELEONE, CHE NON SUPERA IL 3 PER CENTO CON “FILOROSSO”, E LA NUOVA “AGORÀ” SOTTO LA GUIDA DI ANNALISA BRUCHI CHE PERDE QUASI QUOTIDIANAMENTE IL DERBY CON “OMNIBUS SU LA7

Settembre 27th, 2026 Riccardo Fucile

E ANCHE SU VIALE MAZZINI ALEGGIA LO SPETTRO DI VANNACCI. “DOMANI”: “I VANNACCIANI HANNO GIÀ CHIESTO DI ESSERE AMMESSI IN COMMISSIONE VIGILANZA

«Come Crono che si mangia i suoi figli». A evocare l’immagine è chi l’azienda la conosce come le proprie tasche e vede il corso dell’ad Rai Giampaolo Rossi destinato a una fine magra e ingloriosa, figlia di un tale attaccamento alla fedeltà da essere pronto ad alienarsi anche personaggi di comprovata fede destra come Milo Infante e Pietrangelo Buttafuoco, colpevoli però di autonomia eccessiva. […]
Dal punto di vista degli ascolti, la nuova stagione sicuramente non sta brillando. A zoppicare, come spesso accade, è l’approfondimento, in attesa della ripartenza di Report con la nuova conduzione (o con l’eventuale reintegro di Sigfrido Ranucci).
Anche altri nuovi innesti ed eterni ritorni, però, non stanno performando al meglio. A preoccupare in maniera particolare è di nuovo Antonino Monteleone: le prime due puntate di Filorosso non hanno superato il 3 per cento, meno di quanto faceva all’inizio Farwest di Salvo Sottile.
La voce velenosa che corre è che il conduttore – al terzo tentativo dopo L’altra Italia e Linea di confine – sia finito per fare «il sosia di Giletti». Copioni simili, tanto studio che premia il concorrente ma non l’ex Iena, nell’ultima puntata perfino lo stesso ospite principale, Maria Rosaria Boccia: alla fine, Lo stato delle cose scavalla il 7 per cento, Filorosso è fermo al 2,8 […]
Le collaborazioni spuntano infatti come funghi: mentre gli Approfondimenti hanno aperto le porte a chi potesse portare un contributo sul caso del loro collega – un’insistenza che è un’altra prima volta, secondo parecchi osservatori – anche la radio resta spesso appannaggio di voci amiche della maggioranza, non ultima Claudia Conte, che ha visto confermata la sua mezz’ora in palinsesto, quest’anno dedicata agli animali. A Bar centrale, in onda nel sabato di Rai1, ha trovato posto invece Francesco Giubilei, presidente di Nazione Futura.
Più rassicurante Ore 14 sera/notte (il logo ha incuriosito molti telespettatori) che nel serale ereditato da Infante ha tenuto, raccogliendo il 6,3 per cento. La nera continua a essere uno dei capisaldi della tv: su Mediaset è saldamente in mano a Infante (che si è perfettamente inserito nella squadra formata da Mario Giordano, Gianluigi Nuzzi e in parte Paolo Del Debbio).
Ma il genere trova larga rappresentazione anche in alcuni telegiornali di viale Mazzini, quando non celebrano ribassi microscopici del prezzo della benzina (un millesimo di euro, com’è capitato nel Tg1 di qualche giorno fa). «Alla fine è lì e nei programmi di cronaca che si forma l’opinione del cittadino» ragiona chi conosce bene i meccanismi della tv.
D’altra parte dietro l’angolo ci sono le elezioni: «Di fronte a Meloni c’è tutta La7 schierata, mica può pensare di affrontarla solo con un Vespa malconcio». L’ex direttore del Tg1 è andato in onda in condizioni precarie dopo una caduta per intervistare la premier – dicono per propria insistenza, ma circolano altre ipotesi – ed è rimasto anche nei giorni successivi, anche se gli ascolti hanno registrato una lieve flessione rispetto all’anno passato.
Anche la nuova Agorà sotto la guida di Annalisa Bruchi non sembra ancora dare i risultati sperati, perdendo quasi quotidianamente il derby con Omnibus sulla rete di Urbano Cairo.
C’è poi il tema del servizio pubblico: ultimamente a far scalpore c’è un filone religioso. Dopo il caso Lupus in fabula di Pietrangelo Buttafuoco, rimosso da Radio1 perché «troppo di nicchia», casualmente proprio dopo lo screzio con il ministro della Cultura Alessandro Giuli, e accolto a braccia aperta dall’emittente della Cei RadioInBlu2000 non è passato inosservato il lancio di Io sono Carlo, fiction di Canale 5 sul santo teenager Carlo Acutis.
E questo solo per quanto riguarda i palinsesti. Sul piano parlamentare nei giorni scorsi è stato approvato un emendamento alla riforma della governance che prevedere la compensazione di eventuali tagli del canone con fondi dalla fiscalità generale. In realtà, all’orizzonte di tagli non ce ne sono anche se, provoca qualcuno nella politica, a fronte di questi palinsesti il desiderio viene.
Il testo pronto per approdare in aula (il voto finale in commissione Trasporti è previsto per metà settimana prossima), conferma anche la forte presenza del governo nel prossimo consiglio d’amministrazione Rai, visto che sceglierà due consiglieri. Dall’approvazione ci saranno 30 giorni per formare un nuovo cda, il tempo di chiudere la pratica prima di Natale (e del voto).
«Poco male» mormora qualcuno. «Durante questo mandato, dal cda sono arrivate solo richieste di maggiori fondi, senza che venisse proposto un progetto nuovo».
Complicate assai le interlocuzioni che ha tentato di aprire con le opposizioni il presidente del Senato Ignazio La Russa per riavviare i lavori in commissione Vigilanza dove la destra è pronta a un ulteriore colpo di mano.
Se le trattative dovessero dunque fallire, La Russa passerebbe alle nomine d’ufficio, che porterebbero a una presidenza di destra, un unicum per un organismo di garanzia.
Anche se ora un’opposizione di destra, prontissima a entrare in Vigilanza, ci sarebbe: i vannacciani hanno già chiesto di essere ammessi e vengono segnalati primi abboccamenti in azienda con il nuovo partito. Certo, sarebbe quella formazione che ha attaccato Pierluigi Diaco, conduttore della seconda rete che poi ha ricevuto la solidarietà del cda Rai. Non nel merito della sua performance, ma perché ha raccontato dell’unione civile con cui si è legato al proprio compagno.

(da agenzie)

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UNA VITA DA EVASORE. SCONTRINI FALSI, BUONI REGALO E ORDINAZIONI FANTASMA: IN UN PAESE IN CUI 24 MILIONI DI CITTADINI NON VERSANO UN EURO DI TASSE E L’EVASIONE COSTA 100 MILIARDI EURO L’ANNO ALLE CASSE DELLO STATO, LE INCHIESTE DELLA GUARDIA DI FINANZA CI REGALANO UNO SPACCATO DEL PAESE “FURBETTO”, DOVE COMANDA ANCORA IL CARO E VECCHIO CONTANTE E CHI NON DICHIARA PRENDE ANCHE LA NASPI

Settembre 27th, 2026 Riccardo Fucile

NIENTE CAYMAN O SOCIETÀ OFFSHORE, CHI FREGA TUTTI NOI SONO I RISTORANTI SOTTO CASA, I PROFESSIONISTI O I NEGOZIANTI DISONESTI, GLI IMPRENDITORI ONLINE … ECCO TUTTI I METODI PER ELUDERE IL FISCO, CON LA TECNOLOGIA CHE DA’ UNA MANO AI PEZZI DI MERDA CHE FANNO RICADERE SUGLI ONESTI I COSTI DELLO STATO

Aveva ragione Zalone, quindi. Prima di tutto il posto fisso. Perché se un professore a mille e cinquecento euro al mese guadagna davvero più di un gioielliere, se una segretaria incassa più di un avvocato, un semplice medico ospedaliero più del dentista dallo studio futurista, evidentemente il posto fisso conviene.
Oppure c’è qualcosa che non torna. E a credere allo zibaldone di storie che viene fuori dalle ultime inchieste della Guardia di Finanza, ecco, qualcosa che non funziona effettivamente c’è.
Cento miliardi di cose, per l’esattezza, visto che il conto dell’evasione supera abbondantemente quella cifra. Ma come si fa? Come riesce un’attività piena di clienti a diventare improvvisamente poverissima davanti al Fisco? Basta mettere in fila le indagini delle Fiamme gialle per ottenere una specie di manuale del perfetto evasore.
Quello piccolo, però. Niente Cayman o società offshore. Qui siamo al ristorante sotto casa, dal professionista, nel negozio, su internet.
La prima regola resta la più antica: il contante aiuta. La maniera più facile per incassare è il pagamento in nero, «sistema usato principalmente ormai dai professionisti perché negli esercizi commerciali è più complicato», spiegano dalla Finanza. A Sassari, per esempio, sette maxistore avrebbero adottato un sistema semplice: carta, scontrino fiscale; cash, un documento apparentemente identico ma soltanto gestionale.
Il cliente usciva convinto di avere lo scontrino, per il Fisco quella vendita non era mai avvenuta. Venti milioni contestati in quattro anni.
La tecnologia, però, aiuta. In tutta Italia diversi dentisti hanno fatto i conti con un software che consentiva di gestire due contabilità parallele: «La carie? Centoventi euro con fattura, settanta senza», con tanto di ricevuta diversa per le due opzioni. In dieci ristoranti e baite dell’Alto Adige funzionava invece così: comanda sul palmare, ordine in cucina, piatto servito, cliente che mangia e paga. Poi qualcuno cancellava il tavolo dal gestionale. Il pranzo era avvenuto nella vita reale, non nella contabilità. Circa nove milioni di ricavi sarebbero spariti così.
C’è anche chi sceglie la soluzione radicale: non dichiarare proprio niente. A Palermo un dj, secondo la Finanza, avrebbe dimenticato 323 mila euro guadagnati tra serate e matrimoni, fino a 800 euro a festa.
Contemporaneamente percepiva la Naspi: fiscalmente disoccupato, musicalmente piuttosto impegnato. A Bologna una cartomante con tremila clienti avrebbe evaso oltre 150 mila euro , più il reddito di cittadinanza. I tarocchi evidentemente non avevano previsto l’arrivo della Finanza.
Resta l’annosa domanda: dove mettere i soldi? Il materasso è ormai archeologia. Ci sono conti aperti online presso intermediari esteri, wallet, criptoattività, carte e Iban virtuali: strumenti perfettamente legittimi che la stessa Uif della Banca d’Italia segnala però sempre più spesso anche nei circuiti finanziari opachi.
E ci sono mance digitali, carte prepagate, persino buoni regalo. A Pisa due influencer avrebbero nascosto circa 800 mila euro: parte dei compensi arrivava, secondo la Finanza, attraverso gift card e altre forme di credito digitale. Poi c’è l’armadio infinito. Vendere una vecchia giacca naturalmente non significa evadere. Ma un contribuente di paia di scarpe ne aveva vendute 1.211 in un anno e 418 quello successivo. Più che un armadio, un magazzino.
Il manuale, infine, insegna come far sparire il patrimonio quando il Fisco viene a cercarlo. Un commerciante-collezionista di auto di lusso di Parma aveva, secondo l’inchiesta, Ferrari intestate alla madre di 89 anni.
Nel Salernitano un imprenditore avrebbe invece utilizzato una separazione consensuale per trasferire beni alla moglie e al figlio. Peccato che marito e moglie continuassero a vivere, viaggiare e farsi fotografare insieme. Si può far sparire persino la residenza: un titolare di compro oro risultava residente a Cuba ma, secondo gli accertamenti, viveva abitualmente a Genova. Nel patrimonio confiscato per 2,5 milioni c’erano immobili, contanti, gioielli, lingotti e orologi.

(da Dagoreport)

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L’IRAN, IL VIETNAM DI TRUMP. IL “WASHINGTON POST” HA SCOPERTO CHE IL PENTAGONO NASCONDE ALL’OPINIONE PUBBLICA IL NUMERO REALE DI SOLDATI AMERICANI MORTI O FERITI NEL GOLFO, UTILIZZANDO UN TRUCCHETTO: NON PARLA PIÙ DI “OPERATION EPIC FURY”, MA GENERICAMENTE DI “OPERAZIONI ALL’ESTERO”

Settembre 27th, 2026 Riccardo Fucile

UN ESPEDIENTE CON CUI TRUMP CERCA DI EVITARE IL PASSAGGIO AL CONGRESSO PER IL VIA LIBERA A PROSEGUIRE LO SCIAGURATO CONFLITTO – MANCANO POCHE SETTIMANE ALLE ELEZIONI DI MIDTERM E I SONDAGGI PARLANO CHIARO: IL 62% DEGLI AMERICANI DISAPPROVA LA GESTIONE DELLA CRISI IRANIANA. MOSTRARE IL COSTO UMANO DI UNA GUERRA DA 43,6 MILIARDI DI DOLLARI È QUALCOSA CHE LA CASA BIANCA NON PUÒ PERMETTERSI

Nelle stanze del Pentagono un database ha aggiornato in sordina il bilancio di un conflitto sempre più impopolare. Questa settimana, il contatore digitale del Defense casualty analysis system (Dcas) ha fatto uno scatto in avanti con 37 nuovi feriti: 29 marinai e otto Marines. Nessun comunicato stampa, nessuna dichiarazione. Solo un aggiornamento silenzioso che porta il totale dei soldati americani colpiti nella guerra in Iran a 861.
Il numero si ottiene sommando i feriti di «Epic Fury» (418) con quelli delle «Operazioni all’estero» (443). Dietro a questa ripartizione si nasconde la nebbia di una guerra che la politica fatica a chiamare con il suo nome.
Da quando il cessate il fuoco di luglio è svanito, l’amministrazione Trump ha cambiato le parole. Le ferite non appartengono più a «Operation Epic Fury», il nome in codice dato al conflitto al suo esplodere, lo scorso febbraio. Ora vengono archiviate sotto la generica voce di «operazioni all’estero».
Un espediente con cui Trump cerca di evitare il passaggio al Congresso per il via libera e che permette al suo vice JD Vance di ripetere davanti ai microfoni dei giornalisti: «Non la definirei una guerra, in questo momento non ci sono scontri a fuoco in corso».
I portavoce del Pentagono restano in silenzio, il Comando centrale in Medio Oriente si barrica dietro a un no comment, ma il Washington Post continua a scavare tra i dettagli di una contabilità parziale. I funzionari si giustificano parlando di ritardi tecnici, di traumi cranici e commozioni cerebrali i cui sintomi emergono solo dopo giorni. Ma il sospetto che si tratti di una precisa strategia di contenimento politico è forte.
Mancano poche settimane alle elezioni di metà mandato di novembre. I sondaggi parlano chiaro: il 62% degli americani disapprova la gestione della crisi iraniana. Mostrare il costo umano di un conflitto da 43,6 miliardi di dollari — di cui 28 spesi soltanto in munizioni — è qualcosa che la Casa Bianca non può permettersi.
La discrepanza non riguarda solo i feriti, ma tocca anche i morti. Le storie del sergente Devin Seibel, deceduto in Iraq durante un addestramento, e del maggiore Sorffly Davius, stroncato da un’emergenza medica in Kuwait, rimangono sospese in un limbo. Le loro vite si sono spezzate nella regione, ma i loro nomi sono stati esclusi o catalogati altrove
Il ministro della Guerra Pete Hegseth ha definito queste inchieste «disgustose», ma fonti interne hanno confermato al Washington Post che i morti reali in Medio Oriente sono almeno 22 o 23, contro i 19 registrati nel database pubblico.

(da agenzie)

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I PIANI SVENTATI DEL GRUPPO NEONAZISTA: UN ATTENTATO A MODENA E MINACCE ALLE TORRI DI BOLOGNA

Settembre 27th, 2026 Riccardo Fucile

NON SOLO UNA INTENSA PROPAGANDA D’ODIO AD OPERA DEL GRUPPO EVERSIVO… INTANTO I CATTIVI MAESTRI RESTANO A PIEDE LIBERO

Un’ipotesi di attentato incendiario contro un circolo politico a Modena e discussioni nelle chat telematiche su possibili azioni eversive contro i simboli del centro di Bologna. Erano questi i principali obiettivi presi in esame da una rete di matrice suprematista e neonazista, smantellata al termine di una complessa indagine condotta dai Carabinieri del Ros e dalla Digos. L’inchiesta, sviluppata nell’arco di un anno tra febbraio 2024 e febbraio 2025, vede coinvolte complessivamente 17 persone distribuite in varie regioni d’Italia. Il dato che spicca nella ricostruzione degli inquirenti riguarda l’età degli indagati: ben 14 sono infatti minorenni, tra i quali figura un diciassettenne residente nel Modenese con presunti ruoli operativi, mentre la regia e l’ideazione delle attività farebbero capo a due maggiorenni residenti in Veneto. I reati ipotizzati dalla magistratura spaziano dall’associazione con finalità di eversione e terrorismo all’istigazione all’odio razziale, fino all’apologia del fascismo, alle offese all’onore del Presidente della Repubblica e alla detenzione illegale di armi.
L’azione sventata a Modena e l’ipotesi del piano su Bologna
Tra gli episodi di maggiore gravità documentati dalle forze dell’ordine figura la pianificazione di un blitz contro la sede del circolo “Lenin – Sinistra Classe Rivoluzione” a Modena, sigla legata all’Internazionale Comunista Rivoluzionaria. Il piano, fissato per il 29 settembre 2024, prevedeva il raggiungimento dei locali e il lancio di bottiglie incendiarie artigianali per provocare un rogo. L’azione non si è tuttavia concretizzata grazie all’intervento preventivo degli investigatori, che avevano già sotto costante monitoraggio i componenti del gruppo e sono subentrati prima che potessero essere reperiti i materiali infiammabili necessari. Parallelamente, l’analisi delle conversazioni di gruppo ha fatto emergere discussioni su progetti dal valore simbolico ancora più elevato: il 17 settembre 2024 è comparso nelle chat il riferimento alle “Torri Gemelle 2.0”, un’espressione utilizzata in relazione alle Torri degli Asinelli e della Garisenda a Bologna, individuate come potenziale bersaglio d’attacco in virtù dell’orientamento politico storicamente attribuito alla città.
Propaganda d’odio, negazionismo e riferimenti ideologici
L’attività del gruppo non si esauriva però soltanto nella discussione di azioni violente sul territorio, ma affondava le radici in una strutturata propaganda d’odio etnico e razziale. Gli accertamenti sulle piattaforme di messaggistica hanno infatti evidenziato la diffusione capillare di contenuti negazionisti dedicati alla Shoah, con argomentazioni volte a ridimensionare il numero delle vittime dello sterminio nazista e a contestare la ricostruzione storica dell’Olocausto. Il quadro ideologico comprendeva anche un richiamo esplicito alla simbologia del fascismo storico e ai concetti della cosiddetta “terza posizione”, affiancato dalla partecipazione a raduni commemorativi a Predappio, considerati dal gruppo momenti di coesione interna e di proselitismo. Secondo l’impostazione accusatoria, questo mix di indottrinamento e propaganda rappresentava la base teorica per promuovere la destabilizzazione delle istituzioni e dell’ordine democratico.

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